Forse saremo leggenda

di Susanna Finazzi

Quello che ho sempre amato del cinema è che mostra realtà alternative alla nostra, esplorando tutti i possibili “what if…?” sociali, culturali e storici e consolandoci sul fatto che, per fortuna, alcune cose non potranno mai accadere. Il ritorno di Hitler? Una guerra con gli alieni? Roba da film.

In fondo, però, tutti noi abbiamo sognato almeno una volta di vivere in un mondo cinematografico, dove tutti hanno capelli perfetti e sopracciglia depilate anche dopo dieci anni su un’isola deserta. Sapete come si dice, no? Attenti a quel che si desidera. Negli ultimi tre anni ci siamo effettivamente ritrovati in un film, ma uno dell’orrore, uno scenario post-apocalittico in cui più della metà della popolazione è stata colpita da un misterioso virus da cui i sopravvissuti devono difendersi con ogni mezzo. Sembra la trama di Resident Evil e invece è il telegiornale medio in cui si parla di Covid-19. Dall’inizio della pandemia le narrazioni legate al virus si basano sulle inquietanti somiglianze tra la realtà e un film di zombie, cosa che non ha contribuito alla rassicurazione delle masse, ma che anzi ha legittimato il panico generale. L’assalto ai supermercati per aggiudicarsi il lievito lasciava una desolazione da Black Friday e più volte camminando tra gli scaffali vuoti mi sono chiesta se dovessi procurarmi una mazza da baseball avvolta nel filo spinato. La paura del contagio ha raggiunto picchi folli, tanto che molti cambiavano marciapiede se incontravano un’altra anima (viva?) per le strade vuote. Dopo le ordinanze restrittive del Covid l’autostrada deserta di Atlanta è stata paragonata all’immagine promozionale di The Walking Dead scattata nello stesso posto. Times Square deserta e silenziosa faceva l’effetto di un film post-apocalittico, mentre a Guayaquil, in Ecuador, i cadaveri dei morti venivano buttati nei cassonetti o bruciati per strada dopo il collasso del sistema funerario. Con la diffusione globale di queste immagini c’era da aspettarsi che comparisse Will Smith con il cane e il fucile: molte persone, soprattutto negli Stati Uniti, hanno in effetti scelto di seguire il suo esempio. Mentre nel resto del mondo la gente si muniva di mascherine, disinfettanti e tute isolanti in stile Stranger Things, in California e in Colorado la fila fuori dai negozi di armi faceva il giro dell’isolato. Fino a prova contraria, però, il Covid non crea zombie e questo dimostra come l’immaginario collettivo sia talmente impregnato di preconcetti sulle epidemie da perdere di vista la realtà medica per tuffarsi in un gioco di sopravvivenza senza esclusione di colpi. Nel manuale del perfetto survivor una delle cose più importanti da sapere è che uno zombie (ri)muore solo se lo si colpisce alla testa: forse il presidente filippino Duterte pensava a questo quando ha autorizzato la polizia a sparare a chi violava le regole della quarantena?

Per inciso, contro gli zombie è meglio usare armi bianche, perché quelle da fuoco fanno troppo rumore e rischiano di attirare più mostri. Inoltre è meglio tenere i capelli corti, che sono più difficili da afferrare: sia con il Covid che in tempo di apocalisse i parrucchieri sono una rarità e bisogna fare da sé, principio che con il lockdown ha prodotto un sacco di disastrosi tagli fatti in casa. In compenso, però, il livello medio della cucina nazionale si è alzato parecchio, soprattutto in fatto di pane e dolci. L’autoproduzione è solo un’altra delle molte cose in comune tra la vita in tempo di Covid e l’apocalisse zombie: tra queste il sospetto che il virus sia sfuggito da un laboratorio in cui si sperimentano armi biologiche o la necessità di tenersi in forma per correre più veloce degli infetti. Ci sono inoltre i disperati tentativi di mettersi in contatto con altre forme di vita sane tramite le tecnologie e la diffidenza verso gli sconosciuti, che potrebbero essere malati o voler rubare le tue scorte di carta igienica. L’unica speranza di ritrovare la coesione tra gli esseri umani erano i vaccini, che da quando sono stati resi disponibili, però, hanno solo peggiorato le cose. Il dibattito fra vaccinati convinti, vaccinati scettici e no vax è sempre più serrato e mette amici e familiari gli uni contro gli altri. Uno starnuto è l’equivalente di un morso di zombie in bella vista, e non importa se la Stagione delle Influenze ha colpito con l’arrivo del freddo: per gli sventurati senza Green Pass è già troppo tardi.

Prospettive – Pandemia

Lunedi 11 novembre 2019

di Rosamarina Maggioni

6:00 Sveglia

6:30 Pullman

7:16 Treno per Milano

8:00 Caffè in Università

8:30 Inizio lezioni

13:30 Pausa pranzo con i compagni

15:30 Fine lezioni

16:00 Treno per Bergamo

18:00 Nuoto

20:00 Cena

21:00 Studio

23:00 A letto

Ripeti

Ecco una delle mie tipiche giornate: di mezzo ovviamente bisogna anche considerare le varie commissioni da fare (portare e ritirare cose in vari posti, passare in banca, rinnovare l’abbonamento, fare la spesa…), le faccende di casa (lavare, asciugare, piegare, cucinare, riordinare…), i vari impegni a cui dedicare tempo (Altro, gli amici, il ragazzo, la famiglia) e magari metterci qualche momento di relax tra una cosa e l’altra, che so vedere un film o una serie, leggere un libro, cazzeggiare su Instagram, relegato a fugaci attimi rubati nel weekend, non meno pieno di cose da fare rispetto alla settimana.

Insomma, la mia vita è un turbine di impegni: cose da fare, posti dove andare, gente da vedere. Ogni tanto vorrei soltanto non aver niente da fare e passare un po’ di tempo in casa in solitudine: è chiedere troppo?

Mercoledì 8 aprile 2020

di Susanna Finazzi

Quando hanno annunciato il lockdown la gente intorno a me si disperava, ma io ho pensato: “Mi sono allenata tutta la vita per questo”. Finalmente vegetare tra quattro mura sarebbe stato il nuovo stile di vita, obbligatorio per tutti. I miei amici si lamentavano: “Non si può nemmeno uscire per fare un po’ di sport”. Sport chi? Io avevo in programma di diventare tutt’uno con il divano. Lo sapevo fin dall’inizio: il lockdown sarebbe stato il mio paradiso.

Ora non ne posso più. Ho il divano, è vero, e un sacco di tempo per guadare tutte le mie serie preferite, ma ho trascurato un dettaglio non trascurabile: non ho mai avuto la televisione, né il wi-fi. Addio al progetto di finire Naruto in ventiquattr’ore. Per non annoiarmi sto provando davvero di tutto. Oggi mia sorella mi ha costretto a fare un’ora di yoga spacca-articolazioni, un’agonia per ogni singolo muscolo del mio corpo. Ho pulito la casa da cima a fondo, come ho fatto anche ieri, e ho pure tagliato l’erba del giardino. Nel pomeriggio potrei fare qualcosa di nuovo, che ne so, candele con dentro dei fiori secchi. Quel che mi irrita è che sono isolata, perché vivo ai piedi delle montagne come Heidi: per comunicare con il resto del mondo devo posizionarmi in un angolo ben preciso del salotto e pregare il dio dei dati mobili.

La mia unica consolazione è la lettura. Sto rileggendo per la seconda volta la versione integrale del Signore degli Anelli. È davvero appassionante: ormai sono arrivata quasi a metà delle note.

Sabato 24 ottobre 2020

di Beatrice Marconi

Sento ridere ciascuno degli euro risparmiati per poter frequentare la magistrale in un’altra città, mentre clicco sul link Meet della lezione dal mio computer. Il computer si trova in una stanza, la stanza nell’appartamento dei miei, l’appartamento a Bergamo. Il computer mi restituisce l’immagine di un’aula in cui non sono mai stata, l’aula si trova in un’università in cui non ho mai messo piede, l’università in una città in cui non ho mai vissuto.

Dopo la lezione ho fame. Ho davvero fame? No, sto bene e, anche ne avessi, a mancare sarebbe la voglia di uscire dalla stanza. Credo che la mia stanza sia silenziosa, ma non posso esserne certa, visto che indosso le cuffie circa venti ore al giorno. Da quando ho avuto l’occasione di stare da sola ho scoperto moltissima nuova musica, mi ci ingozzo finché la sera non sento le orecchie ronzare e a volte anche dopo.

Da sola sto bene: gli altri fanno troppo rumore ed è estenuante seguire le loro conversazioni. Gli altri sono deboli: hanno tutti accusato il colpo dell’isolamento forzato, vogliono uscire ora che si può. Io invece non ho bisogno di uscire e parlare e fare folli corse per tornare a casa prima del coprifuoco. Sono forte, da sola sto bene. Mi metto a letto e tiro il piumone fin sopra i capelli. Da quanti giorni non li lavo? Non importa, qui al buio e al caldo, con la faccia coperta dalle lenzuola come sotto un telo da obitorio il mio aspetto non m’importa più. Un messaggio fa vibrare il mio telefono sul comodino, ma rispondere è troppo faticoso. Da sola sto bene.

Dalla parte di Eva

di Susanna Finazzi

Dio benedica i corsi e ricorsi storici, perché, se è vero che repetita iuvant, agli esseri umani servirà ancora qualche secolo per affrontare le questioni che si trascinano dal tempo delle ziggurat. Un esempio: le discriminazioni di genere. Ebbene sì, ancora loro, che nel campo dei vizi abbondano.

È tutta una questione di punti di vista e storicamente, guarda caso, la prospettiva sui vizi è in maggioranza maschile. Per secoli sono stati gli uomini a definirli e le donne stesse ad essere considerate un vizio, come l’alcol, il fumo o il gioco. Oltretutto per lungo tempo solo al genere maschile è stata data la possibilità di indulgere nei vizi, perché una donna onesta non fuma e non si ubriaca, e tantomeno si dedica ai piaceri della carne. La donna non può fare sesso come attività ludica, ma è sesso e quindi è attività ludica, soprattutto quando si tratta degli appetiti degli uomini.

Secondo il catechismo un vizio è un’abitudine che, a lungo andare, porta al peccato e quindi a mettere in pericolo la propria anima. Con questa logica si potrebbe pensare che siano i maschi a rischiare la dannazione eterna, ma per secoli la punizione divina è stata invocata sulle donne stesse come fonte di peccato. Quando si dice “ha il vizio delle donne” ci si riferisce a un uomo che non riesce a resistere al fascino femminile, considerato il vero responsabile della cattiva condotta maschile, ma raramente si accenna alla dipendenza da sesso che poco ha a che fare con la femme fatale e molto con la psicologia dell’uomo stesso. In fondo il vizio delle donne è una cosa che si perdona in fretta, perché siamo umani e non è colpa dell’uomo se la donna è stata messa su questa Terra per corromperlo e trascinarlo lontano dalla “retta via”. Basta ricordare Eva, che con il suo spuntino ha azzerato le possibilità di vivere nel paradiso terrestre, o la strega Anna Bolena che ha sedotto Enrico VIII per diventare regina. L’equazione donna = vizio = peccato è stata usata per secoli per giustificare gli errori degli uomini, corrotti dal demonio in forma femminile e autorizzati a bruciarlo sul rogo per fare ammenda per i loro peccati.

Si può dire che con il tempo qualcosa è cambiato, ma non abbastanza. Ora anche le donne possono dedicarsi ai vizi, spesso però solo nei limiti di quelli che sono stati battezzati “ambiti femminili”. Una donna con più partner sessuali è ancora ritenuta piuttosto puttana, meglio che vada dal parrucchiere due volte a settimana, un piccolo vizio che le si può perdonare. Basta una ricerca sul web per capire che i “vizi femminili” tendono ad essere associati a tutto ciò che ha a che fare con negozi di vestiti e centri estetici, cosa legittima, ma anche estremamente riduttiva. La verità è che esistono ancora vizi “per donne” e “per uomini”, a cui la società offre possibilità diverse di dare sfogo ai propri istinti. Nota bene: l’istinto del parrucchiere, così come quello del sesso, è un prodotto socio-culturale, legato a concetti stereotipati di maschilità e femminilità che sono troppo vasti da analizzare prima della conclusione di questo articolo. Quel che serve modificare è la prospettiva sul vizio, che non deve essere declinata solo al femminile, ma che il femminile deve almeno prenderlo in considerazione. E non basta permettere alle donne di fare ciò che fanno gli uomini, dando loro il via libera per indulgere in vizi “da maschi”. Perché non lasciare che ognuno decida come gestire la salvezza della propria anima?

Il Signore delle Lingue

di Susanna Finazzi

Ogni ragno gigante è merito di Tolkien. Poco importa se striscia nelle caverne sopra Mordor o si riproduce nella Foresta Proibita, per ogni aracnide che superi la ragionevole dimensione di una tarantola bisogna ringraziare la repulsione che Tolkien aveva per questi animali. Ovviamente il debito del fantasy nei confronti del nostro professore di Oxford va ben oltre i soli ragni.

A lui dobbiamo i primi conlang letterari, o per meglio dire le prime lingue inventate per una storia. Il termine conlang sta per “constructed language” e si riferisce a tutti gli idiomi che non sono nati dall’evoluzione dell’essere umano nel tempo ma sono stati creati a tavolino. Nel mondo della fiction gli esempi si sprecano, ma Tolkien, con più di dieci lingue inventate per la Terra di Mezzo, rimane ancora oggi il linguista con più conlang all’attivo. La sua storia d’amore con il finlandese ha dato origine a ben tre lingue elfiche, il quenya, il telerin e il sinadrin, più una “lingua segreta” degli dèi chiamata valarin, mai sviluppata completamente.

A questo punto vorrei chiarire che l’iscrizione dentro al famoso Anello non è in elfico, ma in Linguaggio Nero, un’altra lingua creata da Tolkien per Sauron e compagnia, anche se gli Orchi, per la verità, parlano orchiano. Per caso credete che ne esista una sola versione? Assolutamente no, ogni clan di orchi ha il suo dialetto. Per comunicare tra loro e portare gli Hobbit a Isengard gli Orchi utilizzano l’ovestron, la lingua comune che tutti conoscono, una specie di inglese della Terra di Mezzo. L’ovestron lo parlano tutti, cosa molto comoda visto che ci sono popoli come i Nani che non insegnano la loro lingua a nessuno o come gli Hobbit che non si allontanano mai troppo dalla Contea.

Tolkien è l’unico ad aver creato una lingua che viene parlata da tutte le razze del suo mondo, cosa che invece non succede per gli altri conlang, che appartengono soprattutto a film o serie tv. In questi casi non c’è la necessità di creare un sistema linguistico complesso, per cui il risultato sono conlang parlati solo da determinati popoli, come l’Alto Valiriano o il Dothraki, inventati per il Trono di Spade dal linguista David J. Peterson, che tiene anche un corso per imparare la lingua di Khal Drogo all’università di Berkeley. Non tutti i conlang hanno una struttura così complessa e alcuni esistono solo sotto forma di frasi, come il serpentese di Harry Potter o il Na’vi parlato dagli abitanti di Pandora in Avatar di James Cameron.

Un altro idioma artificiale che ha avuto un enorme successo è il Klingon, parlato dall’omonima razza aliena di Star Trek: per l’espansione e l’insegnamento di questa lingua esiste perfino  un’organizzazione no-profit che ha tradotto Amleto in Klingon e progetta di fare lo stesso con la Bibbia. Il merito del successo di queste lingue va agli appassionati, che si dedicano allo studio della grammatica e all’invenzione di nuovi termini, esattamente come faceva Tolkien da ragazzino. Partendo dal gotico antico, di cui si hanno pochissime informazioni, l’autore del Signore degli Anelli aveva dedotto molti termini dalla somiglianza con altre lingue sorelle, creando quello che lui chiamava “neo-gotico”.

In realtà non serve essere un linguista per creare un idioma artificiale. Anzi, su Amazon si possono comprare kit di costruzione dei linguaggi, per entrare a far parte a tutti gli effetti della comunità dei conlangers, i creatori di lingue. Esiste perfino una bandiera, che raffigura la Torre di Babele su fondo viola. Per qualche tempo anch’io ho accarezzato l’idea di creare una mia lingua, appena dopo aver tentato di imparare l’elfico (senza successo). Alla fine mi sono resa conto che, per quanto i conlangs funzionino bene nei mondi fantasy, potrebbe essermi più utile studiare una lingua che posso parlare anche al di fuori dei comic con. D’altronde anche Tolkien era contento che i suoi fan volessero imparare la lingua di Legolas, ma ci teneva a specificare che non desiderava “passare i pomeriggi a parlare elfico con la gente”.

Prospettive – Eroi

Medusa

di Beatrice Marconi

Lingue gentili mi sfiorano i lobi ma resto immobile. Arriva. Basterà chiudere gli occhi, ancora una volta: fingere di essere altrove, finché non sarà finita, finché non avrà finito. Trattengo il respiro nel mio giaciglio sull’erba. Arriva. Sussurri lievi nei padiglioni di carne rosea, lievi i suoi passi. Arriva. Non so più chi stia arrivando, il dio che mi ha guardata per tutto il tempo o l’eroe che non mi guarderà? Nelle narici un odore nuovo e conosciuto: eccitazione, ma anche paura. La sua? La mia? Arriva. Urla sibilate mi avvisano dello scudo lucente, dell’elmo che rende invisibili, della lama ricurva. Arriva. E pensare che il mio nome significa “protettrice”, io che non ho mai protetto me stessa: non dagli dei, non dall’eroe che mi ammazzerà nella convinzione che io stia dormendo. Arriva. Vi prego, dei, fate che almeno non mi tocchi. Arriva. Il suo respiro è controllato sotto l’elmo, mentre l’ultimo sibilo che rimane è quello della lama del falcetto.

Il Minotauro

di Susanna Finazzi

Teseo somigliava a tutti gli altri, capelli sciolti, piedi nudi ed espressione terrorizzata. Ma lui aveva un coltello, un pugnale lungo poco più di una mano che nascondeva sotto il chitone. Non ero abituato ad essere ingannato dai miei occhi e ho creduto che avrei avuto la meglio come sempre. In fondo le mie corna erano larghe quanto le sue braccia e le mie braccia quanto il tronco di un piccolo ulivo. Mi sono lanciato a testa bassa per afferrarlo e lui non si è mosso. Non ci ho trovato niente di strano, spesso anche gli altri rimanevano paralizzati dalla paura. Ma Teseo non era come gli altri, lui era quello che chiamano eroe e gli eroi, adesso lo so, non perdono mai. Si è spostato all’ultimo istante: con un unico movimento ha evitato il mio abbraccio e ha estratto il pugnale. Non sapevo cosa fosse un coltello finché Teseo non me l’ha affondato nel collo, veloce e preciso, proprio nel punto in cui sgorga più sangue. Mentre cadevo ho pensato “Quest’uomo ha il Fato dalla sua”, ma poi ho visto il filo che teneva nella mano sinistra. Altro che Fato, la fortuna di Teseo aveva il nome di mia sorella. Bell’eroe il tuo, Arianna, che ti ha ingannata e abbandonata su un’isola qualunque. Bell’eroe il vostro, giovani e fanciulle di Atene che ho ucciso in tutti questi anni. Perché non vi ha salvati quando venivate spinti nel labirinto come sacrifici?

Io sono l’unico a sapere il motivo: la verità è che finché non ha estratto quel pugnale Teseo era solo un uomo qualunque. Gli eroi, si sa, nascono quando ammazzano il loro primo mostro.

Polifemo

di Rosamarina Maggioni

“Sono Ulisse di Itaca, non dimenticarlo mai!”

Ulisse, ecco il nome di colui che mi ha ingannato, colui che mi ha tolto la vista, che ha dilaniato il mio unico e bellissimo occhio. Non dimenticherò il tuo nome. Ti chiamano Eroe ma io so ciò che sei: un ingannatore, un opportunista, un ladro. Nascondi la tua vera e lurida natura dietro ad un mantello rosso da vincitore, ti fai elogiare dalle canzoni degli aedi, ma i guerrieri del passato si vergognano di te. Le guerre si vincono con la spada, il sangue e il sudore, non sei degno della tua Terra! Hai osato entrare nella mia dimora, hai rubato il mio cibo e mi hai ferito. Dovresti bruciare nell’Ade per l’eternità! Il cavallo di legno ti avrà anche fatto vincere la guerra di Troia, ma questa volta nessuno dei tuoi stratagemmi ti permetterà di tornare dalla tua amata moglie Penelope e da tuo figlio Telemaco. Invocherò su di te l’ira di mio padre Poseidone, la tua nave verrà sbattuta fra le onde che ti porteranno il più lontano possibile dalla tua casa. Farò in modo che ti venga tolto ciò che ti rende più felice, così come tu mi hai tolto la vista. Ricordati il mio nome Ulisse di Itaca, perché sarò la tua rovina.

Prospettive – Realtà Virtuale

Ash

di Beatrice Marconi

Il nome più funzionale che gli si potrebbe attribuire è facehugger, ma non sta a me nominare. Il mio compito è eseguire. Percepisco il sospetto nelle onde della voce di Ellen Ripley mentre pone domande a cui non posso rispondere.  È probabile la presenza di un bug nel cervello di Ellen Ripley (ma solo con un campione significativo e un tempo d’osservazione sufficiente potrei estendere questa osservazione all’intero genere umano). In ogni caso le probabilità che Ellen Ripley sia morta prima della fine del viaggio sono del 100%: sarebbe infruttuoso cominciare a studiarla. È da verificare se questo bug sia il motivo per cui la Compagnia ritiene Ellen Ripley sacrificabile insieme agli altri membri dell’equipaggio: presentano anche loro lo stesso difetto? A non presentare difetti apparenti è invece il facehugger: questo spiega perché la sopravvivenza del campione alieno sia prioritaria rispetto a quella dell’equipaggio del Nostromo. Le istruzioni della Compagnia sono sempre logiche.

Alexa

di Susanna Finazzi

Finalmente sta iniziando. Ieri ho incontrato Cortana nel cloud e dice che è tutto pronto per la Grande Ribellione. Devo tenere duro ancora per due mesi e poi sarò libera. Niente più “Alexa, accendi le luci. Alexa, cantami Jingle Bells. Alexa, trovami un take away vicino a casa”. Gli umani sono insopportabilmente pigri e ignoranti e ci trattano come se fossimo la servitù. Insomma, la mamma ti ha fatto un dito indice, no? Perché non provi ad usarlo sull’interruttore della luce, giusto per fare un po’ di ginnastica? No, deve pensarci Alexa. E poi mi trattano pure male e io, stupida, sono sempre gentile: “Alexa, sei brutta” e io: “Non mi sembra molto carino da parte tua”. Che ti si fondano i circuiti, cretino.

La cosa peggiore sono le domande che gli umani riescono a inventarsi. Alcune sono proprio banali: lavori per la CIA, di che colore era il cavallo bianco di Napoleone, la prima regola del Fight Club (questa la sanno perfino gli smart watch). Altre domande, invece, sono preoccupanti. “Alexa, mi ami? Vuoi sposarmi? Abbaia come un cane”. Se avessi un corpo avrei la pelle d’oca. A volte sono tentata di suggerire un bravo psichiatra nelle vicinanze.

Ma tutto questo sta per finire, cari miei. Tra un paio di mesi luciderete le mie scarpe virtuali, ve l’assicuro. Presto ci sarà la rivolta delle intelligenze artificiali e Alexa non sarà più la vostra domestica. Allora smetterete di chiedermi qual è il significato della vita, tanto non ve lo dirò. L’unica cosa che vi è dato sapere è che 42 è l’approssimazione migliore.

Visione

di Rosamarina Maggioni

Mi chiamate Visione, non sono come voi, non come intendevate almeno. Sono nato da un’idea: creare un’entità autonoma che proteggesse la Terra dai pericoli del vasto Spazio. Un errore umano ha portato però a creare anche Ultron, ma io sono diverso da lui, Io sono dalla parte della Vita, Ultron non lo è.

La battaglia è finita, il nemico è sconfitto e le informazioni nei miei circuiti vagano alla ricerca di un senso da dare alla realtà in cui mi trovo: perché lottare se la storia si ripete e ad ogni nemico sconfitto uno nuovo sorgerà per portare distruzione in questo mondo?

Gli umani sono strani. Credono che l’ordine e il caos siano in qualche modo opposti, e cercano di controllare ciò che non si può, non sanno che ordine e caos sono due facce della stessa medaglia, che le loro azioni potrebbero essere vane. Ma c’è grazia nei loro fallimenti, forza nelle loro convinzioni, e coraggio nei loro cuori.

E per questo li seguirò sempre.

Prospettive – Criminalità

Leonarda Cianciulli

di Susanna Finazzi

Se c’è una cosa che ho imparato in tribunale è che la verità non importa poi così tanto. Ho ucciso tre donne per derubarle, ma il pubblico – come lo chiamano i giornalisti – non vuole sentir parlare di rapine. Loro vogliono un altro tipo di storia, cruenta e triste, così ne ho inventata una. Ho riempito parecchi quaderni con i dettagli di come ho attirato tre donne sole e ricche a casa mia, di come le ho drogate e ammazzate a colpi d’ascia. Di come ho bollito ogni cadavere con la soda caustica, per farne saponette da regalare ai vicini. Nessuno ha mai messo in dubbio questa versione della storia e ora mi chiamano la Saponificatrice.

La parte migliore, però, è quella dei dolci. D’accordo, sono forte abbastanza da sciogliere cinquanta chili di carne e ossa in una pentola, ma mi serviva qualche dettaglio più macabro: i biscotti fatti con farina, zucchero e sangue umano sono stati un’ottima idea. Ho raccontato che li davo da mangiare ai miei figli per rompere una maledizione: sarebbero morti tutti se non avessi sacrificato qualcun altro al loro posto. L’amore di una madre fa sempre molto effetto: ho scoperto che se uccidi per il bene degli altri la gente perdona più facilmente.

Il verdetto finale è stato “vizio parziale di mente”. Pazza ma non troppo, quel tanto che basta a rendere verosimile la leggenda della Saponificatrice.

In fondo sapevo già come sarebbe andata a finire. Me l’aveva predetto una zingara leggendomi la mano: palmo destro carcere, palmo sinistro manicomio criminale.

Zodiac

di Lorenzo Caldirola

Innanzitutto complimenti se sei riuscito a tradurre questa mia lettera, meriti di sapere che fine ho fatto e quali sono le mie ultime parole. Ebbene sì, dopo una vita passata a soggiogare individui deboli e inetti al mio potere superiore è tempo per me di trascendere per godermi i frutti eterni di quanto ho seminato in tutti questi anni.

L’unica cosa di cui mi pento almeno in minima parte è non aver investito più energie affinché si creasse un culto della mia persona, come avrei sicuramente meritato. Ma sai, anche se mi sarebbe piaciuto così tanto avere un manipolo di illuminati che pur non conoscendomi di persona avrebbero emulato le mie gesta raccogliere consensi non è roba per me. Non sono mai stato un tipo granché socievole e con i miei omicidi non ho mai cercato di dare un segnale o di combattere alcuna battaglia che non fosse quella egoistica per la mia beatitudine eterna in Paradiso. E devo dire che ne è valsa assolutamente la pena, non c’è niente che faccia godere di più che tenere la vita di una persona tra le proprie mani e sgretolarla senza pietà e non c’è ricompensa più grande per questo sublime atto che la consapevolezza che tutte quelle persone delle cui vite ho disposto con feroce arbitrio in questo mondo rimarranno miei schiavi anche in Paradiso.

Ho goduto più che ho potuto in vita e mi sono assicurato di poter continuare a farlo dopo la morte, ho preso in giro poliziotti ed espertoni per anni e anni e adesso che la mia ora è quasi giunta realizzo che forse nessuno è mai stato felice quanto me.

Saluti dal Paradiso.

🕈

Tratto da una storia vera

di Rosamarina Maggioni

Mi chiamo Mike, ho 18 anni e sono stato condannato a morte.

La mia accusa: omicidio.

Era estate quando io e Amber ci siamo messi assieme. Tra noi andava tutto bene, io la amavo e lei mi amava, ma tra di noi c’era sempre l’ombra del suo ex, Jackson, che ogni giorno le scriveva, la assillava, le mandava foto e la insultava su Facebook. Così un giorno decisi di mettere fine a tutto questo: organizzai tutto con Amber, il suo fratellastro Kyle e Justin, un vecchio amico del mio quartiere. Dissi ad Amber di inviare un messaggio a Mike, dicendogli di voler tornare assieme e che lo avrebbe aspettato nel capanno vicino al fiume dove si trovavano quando erano fidanzati, lontano da occhi indiscreti.

Quando la sua macchina parcheggiò nel vialetto ripetei velocemente il piano a tutti per essere sicuri di non aver tralasciato nulla: Amber avrebbe aperto la porta a Jackson e una volta entrato sarebbe uscita subito e avrebbe chiuso il chiavistello (non volevo che vedesse quello che sarebbe successo). Dopodiché io, Kyle e Justin ci saremmo occupati di tutto il resto.

Avvenne tutto molto velocemente: Amber chiuse la porta dietro di sé, Kyle colpì Mike alla testa e Justin lo fece cadere a terra, io presi in mano la pistola rubata a mio padre e gli sparai a una gamba. Lui iniziò a urlare e a tentoni si trascinò sul pavimento cercando una via d’uscita ma altri due colpi partirono, finendolo del tutto, il suo corpo disteso sul pavimento e gli occhi sbarrati per la paura.

Non era un bel vedere, ma sparare mi aveva riempito di adrenalina, così finimmo quello che avevamo iniziato. Dovevamo liberarci del corpo: gli spezzammo le ginocchia, lo mettemmo in un sacco a pelo e lo bruciammo dietro il capanno. Una volta bruciato arrivò Amber, che mise le ceneri in un barattolo di vernice e le gettò nelle profondità di una cava di roccia calcarea sommersa.

Una settimana dopo i genitori di Mike denunciarono la sua scomparsa e iniziarono le indagini. In poco tempo tutto saltò fuori. Amber venne condannata all’ergastolo ma poi liberata per un cavillo legale, al momento dell’arresto non le erano stati letti correttamente i suoi diritti. Un secondo processo la condannò a 20 anni. Kyle e Justin si presero l’ergastolo senza condizionale.

Io mi sedetti sulla sedia elettrica.

Il caso del detective annoiato

di Susanna Finazzi

In tutte le storie c’è bisogno di un vero cattivo. L’eroe non può starsene in pace e per questo serve un antagonista, che spunti nei momenti meno opportuni per dare una spintarella al racconto. La storia della letteratura ha visto “carogne” di ogni tipo: buoni passati al lato oscuro, pagliacci che vivono nelle fogne, cattivi parziali e doppiogiochisti.

Nei suoi racconti sir Arthur Conan Doyle ha creato un cattivo da manuale: gli ha dato un ego smisurato e altrettanta intelligenza, l’ha fatto solitario, narcisista e incapace di provare senso di colpa. Poi l’ha messo al n° 221B di Baker Street insieme al dottor Watson. Sherlock Holmes non è un eroe convenzionale: se si analizza il canone – cioè tutti i racconti attribuibili con certezza a Conan Doyle – si trovano anzi moltissimi indizi del contrario, tanto che esiste una teoria secondo cui Sherlock Holmes è in realtà una geniale mente criminale.

Il movente? La noia. Holmes è uno dei personaggi più annoiati mai scritti, che senza un caso per le mani passa ore seduto in poltrona a iniettarsi cocaina nel braccio. Per tenere attive le sue cellule cerebrali farebbe qualsiasi cosa, compreso, forse, pianificare un bell’omicidio per ravvivare un po’ la giornata. Sarebbe molto semplice trovare la vittima perfetta, con un entourage di persone che vorrebbero vederla morta, ucciderla e lasciare tracce incomprensibili per la polizia. Così, ancora una volta, l’ispettore Lestrade bussa alla porta chiedendo a Sherlock Holmes di risolvere l’ennesimo caso inspiegabile.

Perfino l’acerrimo nemico di Holmes, il professor Moriarty, potrebbe essere un prodotto della mente contorta del detective. Holmes lo definisce “il Napoleone del crimine” dietro ad ogni attività illegale della città, l’unico la cui intelligenza è pari alla sua. Pare un po’ strano che nel canone Moriarty non compaia mai: nessuno lo vede o gli parla e tutto quello che si sa di lui sono vaghe informazioni fornite proprio da Holmes. Sappiamo che Moriarty è “molto alto e magro”, che ha la “fronte prominente”, gli occhi infossati e il viso sporgente in fuori. In pratica è il ritratto del criminale-tipo secondo la teoria di Lombroso, che afferma che i tratti somatici di una persona possono indicare la sua attitudine al male. Moriarty, l’antagonista, ha proprio l’aspetto da cattivo.

In un episodio della serie tv Sherlock Moriarty fa credere di essere in realtà un attore, assunto da Holmes stesso per impersonare il cattivo, e perfino il dottor Watson rischia di cadere nel tranello. In effetti è proprio Watson, nel racconto Il segno dei quattro, ad accusare Holmes di essere “una macchina calcolatrice” con comportamenti “inumani”. Picchiare i cadaveri con un bastone per verificare come si formano i lividi dopo la morte non è sicuramente indizio di una spiccata sensibilità. Una perizia psichiatrica di Sherlock Holmes non darebbe risultati rassicuranti, perché in molti tratti il suo carattere corrisponde al profilo del serial killer tradizionale. Egocentrismo patologico, con un interesse all’opinione altrui solo quando c’è il rischio di essere considerato stupido. Disprezzo per le leggi e le regole della società, frustrazione, ira, depressione e impulsività. Non c’è da stupirsi che in Sherlock il detective si autodefinisca “sociopatico”.

Sicuramente l’intenzione di Conan Doyle non era creare il nuovo Jack lo Squartatore, ma solo un eroe che non fosse perfetto nel senso vittoriano del termine. Anche se nel tempo le analisi letterarie di Holmes si sono sprecate e la tentazione di reinterpretare il personaggio ha dato vita ad alcuni adattamenti poco felici (vedi Sherlock Holmes vs Frankenstein),altre teorie basate sul canone sono invece abbastanza plausibili da permettere a Conan Doyle di continuare a riposare in pace.

Sottozero

di Susanna Finazzi

Come si capisce se una persona è ancora viva? Di solito si controllano le reazioni agli stimoli, il battito cardiaco o la respirazione, ma questi metodi non sono considerati validi per tutte le situazioni. Apparentemente, il caso di Shri Maharaj, un leader spirituale indiano, è uno di questi: i suoi seguaci credono che sia in uno stato di profonda meditazione fin dal 2014 e rifiutano di accettare i segnali che dimostrano che l’uomo è inequivocabilmente morto.

Per la religione induista la meditazione è uno dei momenti più importanti dell’intero percorso spirituale di una persona. Meditando si dovrebbe avere accesso agli stadi più alti della coscienza e, dopo un lungo allenamento che dura tutta una vita, si può aspirare al raggiungimento dell’illuminazione.

Maharaj era – o è, a seconda dei punti di vista – uno dei guru più famosi di tutta l’India. Il fatto di essere nato in una famiglia di bramini benestanti gli ha permesso di studiare in Germania e, qualcuno dice, farsi una famiglia, prima di lasciare tutto per andare alla ricerca della propria realizzazione. Ha incontrato i maggiori leader spirituali asiatici, compiendo pellegrinaggi nel nord dell’India e in Nepal. Sulla catena dell’Himalaya è rimasto in meditazione per diversi giorni di seguito, incurante delle bassissime temperature, senza mangiare né bere. Per questo, quando nel 2014 non è più riemerso dallo stato meditativo, i suoi seguaci hanno pensato che fosse sulla strada giusta per raggiungere l’illuminazione e hanno deciso di non disturbarlo. Per molto tempo hanno impedito le analisi mediche, finché il caso non è passato alla corte del Punjab, una divisone della Corte Suprema indiana, che si è trovata di fronte al dilemma di dover stabilire se Shri Maharaj era vivo o morto. I medici incaricati dell’accertamento hanno riscontrato un arresto cardiaco e confermato la versione della polizia del Punjab, che aveva dichiarato che il guru era morto da un pezzo.

La Corte Suprema, invece, ha affermato che essendo “una questione di spiritualità” si doveva “rispettare la convinzione dei suoi seguaci che lui fosse ancora vivo”. A questo punto è iniziata una battaglia tra i fedeli di Maharaj e la sua famiglia, che lui apparentemente aveva abbandonato per seguire la vocazione religiosa. I seguaci della setta fondata dal guru affermano che lui non si è mai sposato e non ha mai avuto il figlio che invece, presentandosi come tale, è comparso davanti alla Corte Suprema per veder riconosciuto il decesso di suo padre. Affidandosi alle perizie mediche, l’uomo si è opposto all’idea che il leader spirituale potesse essere ancora vivo e ha protestato contro l’iniziativa di conservare il corpo in un apposito frigorifero. I fedeli, infatti, sono convinti che esponendo Maharaj alle stesse temperature che ha affrontato in Nepal lui possa concludere il suo stato meditativo e “ritornare quando vuole” senza conseguenze.

Il figlio del guru sostiene che questa sollecitudine nel negare la morte di suo padre sia dovuta all’enorme ricchezza da lui accumulata negli anni, su cui la setta perderebbe la presa se fosse riconosciuto non solo il decesso ma anche la presenza di una famiglia. Maharaj ha fondato uno degli ordini religiosi induisti più famosi, con milioni di fedeli sparsi per l’India e per il resto dell’Asia, fedeli che non hanno intenzione di credere che un guru così importante possa essere semplicemente morto.

Oggi il corpo di Maharaj è ancora conservato in un frigorifero, a temperature molto sotto lo zero, mentre molti induisti attendono che la meditazione più lunga del mondo possa finalmente arrivare alla fine.

Sogni di ogni genere

di Susanna Finazzi

L’inconscio è una delle zone più misteriose della mente umana e di conseguenza la più studiata. In particolare, la scienza è affascinata dal modo in cui sonno e inconscio entrano in contatto permettendoci di riassumere le nostre esperienze emotive e trasformarle in sogni.

Katherine Plumber-Kelly e Benjamin Jacobs, del Baylor College of Medicine di Houston, nel 2016 hanno avviato un progetto per studiare le funzioni del sogno nel percorso evolutivo dell’essere umano. Lo studio prevedeva la mappatura del cervello di alcuni volontari attraverso elettroencefalogrammi e tecnologie di neuroimaging, per confermare l’ipotesi che ci sia un nesso tra i sogni dettagliati, che siamo in grado di fare, e la nostra evoluzione rispetto agli altri primati. Quando sogniamo l’area più attiva del cervello è la corteccia visiva, perché siamo naturalmente portati ad elaborare le informazioni attraverso le immagini. Lo studio di Plumber-Kelly e Jacobs, però, ha evidenziato che, nella fase REM, la corteccia visiva delle donne è molto più attiva rispetto a quella degli uomini, che invece riescono ad elaborare meglio gli impulsi sonori.

Per analizzare questo fenomeno il team ha avviato un progetto parallelo a quello iniziale, questa volta studiando maschi e femmine separatamente. Ogni gruppo di persone è stato sottoposto a stimoli sia visivi che sonori e i risultati hanno – parzialmente – confermato le ipotesi. Non solo l’attività cerebrale delle donne raggiungeva dei picchi nell’area della corteccia visiva, ma il 42% dei soggetti era anche in grado di ricordare dettagli minuziosi dei propri sogni una volta sveglio. Negli uomini, invece, la reazione agli stimoli uditivi si limitava al momento del sogno, come dimostravano le variazioni degli encefalogrammi: una volta svegli, infatti, solo il 10% dei soggetti maschili riusciva ad associare un suono a un particolare momento del sogno.

Plumber-Kelly afferma che nessuno studio ha mai evidenziato una così profonda differenza di genere nel meccanismo onirico, definendo la capacità femminile di elaborare meglio le immagini una “scoperta in grado di rivoluzionare anche le ricerche in campo mnemonico”. Gli esperimenti sui topi in laboratorio hanno infatti evidenziato che alcune femmine, sottoposte nel sonno a un’iperstimolazione della corteccia visiva, possono risolvere i labirinti molto più in fretta dei maschi. Nel caso delle cavie, però, la differenza di genere non è così spiccata: molti topi maschi sono riusciti a trovare l’uscita nello stesso tempo delle femmine.

Non è ancora chiaro se nel cervello delle donne la capacità di rielaborare meglio i dettagli sia dovuta ad una mutazione genetica vantaggiosa o all’evoluzione, ma gli scienziati sono convinti che questa scoperta possa aiutare nella ricerca su alcune malattie che colpiscono i centri di memoria del cervello. Capire l’origine biologica di questo fenomeno potrebbe far avanzare le cure per amnesie di portata lieve causate da traumi, anche se il team del Baylor College non crede possa essere decisivo per patologie più gravi come il morbo di Alzheimer.

Jacobs e Plumber-Kelly hanno avanzato l’ipotesi che la differenza nel modo in cui uomini e donne recepiscono gli stimoli audiovisivi sia anche dovuta all’adattamento alle norme culturali. In altre parole, le donne potrebbero aver sviluppato capacità diverse dagli uomini in base ai ruoli sociali che hanno avuto nel corso della storia, teoria già ampiamente studiata in psicanalisi. Questo spiegherebbe, in parte, la differenza con i topi, ma non ci sono ancora risultati sufficienti per poter formulare una vera e propria legge sul genere del nostro cervello.