Prospettive – Ambientalismo

Splendore

di Elisa Morlotti

Ci sono solo tre cose che riescono a calmarmi durante i miei attacchi di panico: l’abbraccio della mia ragazza, una corsa a perdifiato e le stelle.

Sto per chiudere la valigia prima di partire, ma la solita ansia inizia a schiacciarmi il petto e a impedirmi di respirare. Saluto velocemente i miei amici: «Esco un attimo», e corro qui, sulla spiaggia. Mi rannicchio nella sabbia, accendo una sigaretta e alzo gli occhi al cielo. Speriamo che passi in fretta.

Cullato dal rumore del mare, inizio a riconoscere in quel miscuglio di puntini luminosi, una per una, le mie costellazioni. Ecco l’Orsa Maggiore, lì accanto la sorella minore, con la stella polare, mio riferimento; poi da lì abbasso lo sguardo, vedo Cassiopea, appena sopra l’orizzonte; con un po’ di pazienza trovo il Drago, anche questa notte sta combattendo con Ercole… In una decina di minuti ho riconosciuto tutto il cielo, ora mi sento davvero a casa. Sono una magia, le stelle: belle, silenziose, sempre più nascoste dalle luci delle città ma sempre presenti, uguali ogni notte eppure ad ogni sguardo così diverse. Mi ricordano che non sono altro che un granello di sabbia nell’universo e mi dicono che anche questa volta andrà tutto bene. Che meraviglia è la nostra Terra!

Butto a terra la mia sigaretta e osservo la sua luce che muore lentamente nella sabbia. Respiro profondamente: ora posso rientrare.

Mare e Terra

di Rosamarina Maggioni

È ancora notte fonda. All’orizzonte si perde il Mare, un’infinita distesa di acqua salata che cinge dolcemente le coste della Terra, come un amante fedele. Lui, il Mare, passa il suo tempo a coccolare la sua amata, accarezzandone le forme, alla ricerca di nuove anse del suo corpo mutevole da poter scoprire.

Le spiagge sono i luoghi preferiti del Mare, su di esse può sempre trovare nuovi tesori che la Terra gli dona: adora accogliere nel suo ventre le piccole tartarughine appena nate o trasportare lentamente sui suoi fondali alcune delle pietre dai mille colori che trova fra i granelli di sabbia.

Capita a volte che il Mare trovi dei regali che però non sono da parte di Terra. Sono oggetti malvagi, che il Mare tenta disperatamente di distruggere per evitare che feriscano la Vita che conserva amorevolmente. Ma ciò di cui sono fatti è a lui sconosciuto e non ci sono modi di liberarsi di questi intrusi. Da quando questo evento ha iniziato a ripetersi sistematicamente il Mare si è ammalato e con lui la Vita.

Ora è mattina e un pesciolino si è appena svegliato per andare a cercare qualcosa da mangiare. Il Mare lo segue preoccupato con lo sguardo. Nuota lentamente e si guarda attorno. Vede qualcosa sul fondale e si avvicina. Sembra un’alga, ma non lo è. È uno di quegli oggetti malvagi. Ma il pesciolino non lo sa. Si avvicina, e lo mangia.

“Occhio alle lische!”

di Samuele Togni

«Gigino, occhio alle lische!»

«Munf!», Gigino non ascolta la mamma, Gigino è una macchina tritura tutto che non teme nulla e nessuno. Lisca, squama, testa, occhio… tutto si sgretola senza reticenze nell’ugola sminuzzatrice dell’ottenne. «Arrr!», ora anche i finocchi gratinati, la mollica del pane e il culo acerbo della pera (c’è forse anche la ceramica del piatto?) si mescolano all’immiscibile nella bocca imparziale di Gigino.

«Bleah!», le verdi guance di Luisetta, ancora a digiuno per l’orribile spettacolo, parlano chiaro; non altrettanto esplicito è il volto del padre, che rassomiglia alquanto alla testata del Corriere (ma ovviamente non ricordiamo che giornale fosse).

Deve intervenire la madre: «Caro, per caso le notizie di oggi fanno meno schifo della tua prole?»

«Scusa, cara?»

«Digli qualcosa!»

«Ehm, sì certo… ehm, ecco…», il signor Mozzi impanicato scandaglia indagatore lo sguardo “Sesbaglitiammazzo” della moglie, prende una decisione e…

«Luisetta, mangia da brava. Pensa a chi muore di fame.»

Luisetta ascolta il padre, ingoia un mozzicone dimenticato nello stomaco del pesce, lo sputa addosso al fratello, Gigino cade dalla sedia, la signora Mozzi se la prende con l’unico fumatore della famiglia.

Il grande insegnamento della storiella: leggere un quotidiano quotidianamente non significa essere colti, altrimenti mister Mozzi, con il fonema “Digli” avrebbe dovuto capire di dover affrontare il figlio e non la figlia. E che i pesci che fumano stizze sono pesci morti.

Prospettive – Vecchiaia

Il deambulatore

di Samuele Togni

‘Un piccolo supereroe blu che se ne va via in cielo per non ritornare perché mai più si ripresenterà l’occasione dei suoi servigi’, probabilmente è questa l’ultima immagine che ricordò il vecchio romanticone, prima di entrare in coma.

Sindy, Luisa, Marinetta o Comelaseciama, quella sciura non la sopporto mica!

Coi suoi occhi da bambolina di ottant’anni continua ad ammiccare al mio padrone e quello, anziché passare le giornate in stanza a riposare, come dovrebbe, si spacca la schiena per alzarsi dal letto e farle pure lui il sorrisetto.

E soprattutto spacca la schiena a me, il deambulatore (anche se preferisco chiamarmi badante), obbligandomi a deambularlo a spasso per la casa di riposo. Non si rende conto di quanto il suo peso non sia più così dolce come ai tempi d’oro. Di qui, di là, di su… mi costringe a camminare e a faticare, e per un’ochetta poi!

Che brontolona che sono, direte, ma non lo sanno mica lor signori che io c’ho pure un’ernia.

Sapessero poi, quel che ha fatto oggi quel bambo, altroché se mi compatirebbero! Stamattina gli è saltato in zucca di pigliarsi una di quelle pillole blu che dicano facciano miracoli. Infarti, altro che miracoli! Ne ha presa giù una dopo la minestrina e TAC subito mi prende su, e via di corsa sulle mie spalle verso la camera della SindyLuisaMarinetta, tre rampe di scale!

Ma stavolta mi sono opposta eh, mica gliel’ho fatta passar liscia: TAC, un sgambettino e PATAPAM, eccolo lì con le gambe all’aria, ha preso una botta che almeno per tre mesi se ne sta lì buono a riposare… come dovrebbe.

Per farvi capire, è cascato in terra così forte che la pillola gli è uscita dalla bocca per fare almeno tre, quattro, ma che dico, almeno dieci metri di volo!

‘Addio super V’ (V for Virile).

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La pillola magica

di Rosamarina Maggioni

Finalmente volo! Verso l’infinito e oltreee!!

Come sembrano piccole le cose da quassù, povero vecio, sperava in una nottata di fuoco con la dolce Sindy… eh ti è andata male questa volta amico mio, senza di me non so quanto vi possiate divertire…

Il grande Bob, prepotente coi bimbi e sempre incazzato con gli inservienti, quando vede la vecchietta coi capelli tinti di blu diventa un orsacchiotto cuccioloso e le vecchie nottate di gloria gli tornano alla mente ma… potete capire… la difficoltà diciamo… pratica della cosa… senza un… ehm… aiutino ecco!

Però non ho certo voglia di andare a finire sotto il letto in mezzo alla polvere, che schifo! Io sono il Viagra! Mica una tachipirina da due soldi insomma, ho la mia dignità!

Vediamo un po’ a cosa potrei dare una scossa stasera… mmm…

Perché no, andiamo a fare un salto dalla cara dentiera… ci facciamo due risatine!

Parole, parole

di Elisa Morlotti

Ma voi avete idea di quante parole escano dalla bocca di un vecchio? Anche non considerando gli eroici aneddoti di gioventù, è chiaro quanto siano interessanti le discussioni fra i nostri anziani. Commentano per ore un’infinità di episodi: la giocata pessima del socio a scopone, la scomparsa delle mezze stagioni, la predica della messa delle sette, la frecciatina della moglie alla nuora… Vi assicuro che è estremamente divertente assistere a queste chiacchierate. Certo, a volte è un po’ difficile seguire il filo logico del discorso, ma se ne sentono sempre delle belle!

Eppure, la vita è dura per chi, come me, dedica tutta se stessa alla nobile causa di far uscire dalla solitudine i nostri amici sdentati. Pezzi di cibo perennemente fra le mie membra, botte insistenti da parte della lingua, nausea costante per il continuo oscillare della mandibola… Non ho mai chiesto onori o grandi ringraziamenti, ma almeno un po’ di rispetto, per cortesia! Per non parlare del bagno notturno: sei ore (se proprio mi va bene) in apnea in una vasca strettissima piena di acqua amara, dal sapore tremendo, come di disinfettante.

Ma… Questa sera è diverso! Che il nonnino abbia deciso finalmente di farmi fare un bell’idromassaggio nell’acqua frizzante? Aaah, però, che bella sensazione! Forse è questo che provano gli uomini con il vino: mi sento fortissima, stasera non mi ferma più nessuno! Basta stare agli ordini della mascella e della mandibola, da oggi comando io!!! Appena il nonno mi mette in bocca, ci divertiamo! Credo proprio che il mio Bob abbia qualche conto in sospeso con la sua dolce Sindy…

Prospettive – Questioni di genere

Poco prima o poco dopo i “De Profundis”

di Samuele Togni

[è il 31 dicembre 1896. Il signor Wilde si trova nella prigione di Reading. La tenuta a strisce da carcerato lo obbliga a festeggiare il capodanno in compagnia di uno scarafaggio, al quale l’illustre scrittore si rivolge]

«Non parlare mai con scarso rispetto della Società, mio caro Harry. Lo fa solo chi non ci può entrare.

Come? Pretendi forse di farne già parte? Per quale spiraglio ci saresti entrato, mi domando. Scarterei la moda, essendo che essa piuttosto che a uno spiraglio ci pare molto più simile ad un baratro, per quanto ben si legherebbe ad un essere deplorevole quale tu ti manifesti. Infatti un abito di moda è talmente abbietto e repellente che ogni sei mesi si è costretti a gettarlo via.

Ma no, non offenderti, mio caro Harry. Possiamo sempre esserci sbagliati, anzi, sicuramente si è trattato di un errore, la nostra vista è fioca di questi tempi. Quindi per piacere ora voltati, caro bambino, ti voglio vedere di lato. [Harry obbedisce] Sì, proprio come mi aspettavo. Ci sono delle distinte possibilità sociali nel tuo profilo. I due punti deboli della nostra epoca sono la sua mancanza di principi e la sua mancanza di profili. Alza un poco il mento, caro. Lo stile dipende in gran lunga da come si porta il mento. In questo momento si porta molto in alto. Ecco, così.

Sei proprio il fanciullo più dolce, più caro, più grazioso di tutto il mondo, caro Harry.>>

[lo scarafaggio se ne va]

Saffo

di Rosamarina Maggioni

Fanciulle mie, non andate, non lasciatemi, senza voi non vivo. Rinnegate i vostri mariti, restate qui, nel Tìaso, con me, per sempre. Siete parte di questo mondo di musica, di danza e bellezza, ognuna di voi lo è. O povera me, quante parole scrivo ogni giorno per voi, che siete così lontane. Ascoltate i miei versi, ad alta voce li recito, sperando che Eolo li porti a voi, mie adorate:

«Forse in Sardi
spesso con la memoria qui ritorna
nel tempo che fu nostro: quando
eri Afrodite per lei e al tuo canto
moltissimo godeva.
Ora fra le donne Lidie spicca
come, calato il sole,
la luna dai raggi rosa
vince tutti gli astri, e la sua luce
modula sulle acque del mare
e i campi presi d’erba:
e la rugiada illumina la rosa,
posa sul gracile timo e il trifoglio
simile a fiore.
Solitaria vagando, esita
e a volte se pensa ad Attide:
di desiderio l’anima trasale,
il cuore è aspro.
E d’improvviso: “Venite!” urla;
e questa voce non ignota
a noi per sillabe risuona
scorrendo sopra il mare.»

Grace Jones

di Marta Caserio

Spesso non tutte le mie forme sono accettate. Le persone cercano di farmi rientrare in una categoria, di pormi dei limiti, delle etichette, ma io, io sono me stessa, io sono libera. Mi sembra veramente ridicolo questo continuo bisogno di dare un nome ai sentimenti e alle preferenze delle persone, come se fosse necessario essere limitati ad una categoria per essere giusti in questa società. Pur essendo una donna etero, io non accetto che qualcuno mi dica di dover essere femminile.

Che poi, cosa vuol dire effettivamente essere femminile? Per me significa essere se stessi, mostrarsi agli altri come si sceglie di essere. Il limite tra l’essere femminile o maschile non è così netto come molti pensano, ciascuno di noi ha in sé entrambi, dipende solo da come e quando uno decide di esprimerlo.

Un palco: un palco è tutto ciò che mi serve per liberare veramente me stessa, mettere a nudo i miei dubbi, i miei sogni e le mie infinite sfaccettature. Le persone mi chiedono in che genere io mi riconosca: io sono il genere che sento al momento. Bastano pochi minuti affinché la mia mutazione sia completa. «I need a man»; la domanda è lecita: chi sta cantando? Talvolta è un uomo innamorato e disperato, talvolta una donna. Ma ha veramente importanza? Non credo, finché questo è ciò che sento tutto è lecito.

Le Grand Masturbateur

di Samuele Togni

Il sangue sale.

È una storia di vene,

sì, non è una storia di arterie,

no, è una storia di sangue sporco

sicché il puro scende e 

cade nella gravità degli innocenti,

mentre lo sporco sale

e gonfia la vanità.

La gonfia, e un fiore

e una donna la

annusano.

L’odore è acre,

in bilico, inafferrabile,

come se tutto quanto fosse odore

e noi solamente un naso,

incapaci di recepire fino in fondo.

Avvinghiato al naso

ci sta un insetto,

fecondo.   

Volere è volere

di Samuele Togni

Voglio quindi posso

posso quindi faccio,

faccio quindi appaio,

appaio quindi sono un’immagine,

sono un’immagine quindi sono più o meno sfuocata,

sono più o meno sfuocata quindi sono più o meno importante,

sono più o meno importante quindi preferirei esserlo di più,

preferirei esserlo di più quindi voglio,

voglio quindi posso,

posso quindi faccio,

faccio quindi… com’era?

Patto surreale

di Samuele Togni

“Patto surreale” è un romanzo di Giorgio Orvelli pubblicato nel 2013, un romanzo che consiglierei a tutti perché è uno di quei libri che ti rapisce fin dall’inizio grazie al meccanismo di piccoli particolari talmente apparentemente fuori contesto che, una volta incontrati, non possono più essere ignorati; non si riesce più ad avere pace almeno finché le stranezze non si risolvono e gli inghippi non vengono srotolati in lineari fili logici.

Il genere è a metà tra il thriller e il giallo, ma le parole scritte non perdono mai l’occasione di spaziare anche in altri ambiti, sfociando per esempio in spruzzi di poesia oppure in riflessioni metaletterarie. 

Il protagonista è un anziano signore, il classico vecchietto con baschetto grigio topo e bastone di legno, signor Andrei è il suo nome. Insomma, niente di speciale. Se non fosse che la città in cui vive, una Milano con duomo, castello Sforzesco e tutto quanto, è da tempi immemori sotto al dominio dittatoriale di piccioni giganti. O meglio, non proprio giganti, ma ad altezza d’uomo, di circa un metro e ottanta l’uno, mentre gli esseri umani sono tutti quanti ad altezza di piccione. Giorgio Orvelli in pratica ha ribaltato la realtà, i colombi danno da mangiare alle persone che, ottuse o riconoscenti, scagazzano per le piazze, si azzuffano per delle briciole, finiscono investite dagli autoveicoli degli uccellacci. In una Milano del genere le svariate statuine del duomo sono tutte statue di santi piccioni, e per le osterie si sentono le voci degli avvinazzati cantare “O mia bela Columbina, che te brillet de lontan…”

Solo il signor Andrei pare essersi accorto della strana situazione in cui si trova, difatti è l’unico vestito, ed è l’unico a comportarsi dignitosamente. 

Quella che finora ho affrescato non è che il contesto, l’atmosfera dell’opera: anche e soprattutto per evitare spiacevoli spoiler, lascio ai futuri lettori la frenesia di scoprire da soli ciò che l’ingegnosa trama e il non così scontato brillante intreccio di Giorgio Orvelli riservano per loro. Tuttavia mi piacerebbe lasciare due domande a quei magici fan di Altro che intraprenderanno la lettura del romanzo, ovvero le seguenti: secondo voi perché ho voluto omaggiare quest’opera nella rubrica di letteratura del numero che come tema ha il potere? E, sempre secondo voi, cosa vuol significare il suo titolo? un patto (scoprirete quale) surreale perché in un mondo surreale, o un patto surreale in quanto patto?

Vorrei infine concludere con questa frase: l’opera di Orvelli è stata scritta da qualcuno, qualcuno con una mente e dei sogni spesso sconnessi, perciò risulta evidente che sia tutta (o quasi tutta) in un certo qual modo un’opera di fantasia, pertanto come tale va presa. 

Il divoratore di mondi

di Samuele Togni

La vastissima immaginazione di Leo, bambino di sei anni che poi è diventato un anziano sull’ottantina (ma prima passando da un’adolescenza selvatica a un’adultità strana e incomprensibile, precedentemente costruita sulla base di un feto prodotto senza controllo e così via), nasce da piccoli avvenimenti avvenuti fuori dal tempo e dallo spazio, quelle piccole immagini mentali molto spesso identificate con la parola “ricordi”.

A sei anni Leo fa cadere involontariamente un pezzetto di pane dal terrazzo, direttamente nel giardino di casa sua. Vorrebbe scendere subito a raccoglierlo, volando giù dai 18 gradini di scala che lo separano dal piano terra, sfidando a tutta velocità gli ostacoli imprevedibili di una famiglia disordinata, sperando di rimanere in accordo con la legge dei cinque secondi commestibili insegnatagli dalla mamma Rita, ma il primo ostacolo, una pallina colorata, lo distrae per ovvie ragioni e Leo si scorda delle sue precedenti intenzioni. Il giorno dopo sta giocando con la pallina nel giardino e ritrova il suo pezzetto di pane, circondato e letteralmente assaltato da un’orda incontenibile di formichine affamate. Non si dimenticherà di questa immagine.

A otto anni Leo rientrando da scuola trova il papà Gigi nell’orto, intento a strappare da un rosmarino cinque o sei manciate di rametti per l’arrosto. L’immagine è chiaramente quotidiana, ma Leo non l’aveva mai vista prima, perciò viene salvata per sempre nella memoria.

A sessantaquattro anni Leo guarda il telegiornale e scopre che la deforestazione dell’Amazzonia sta raggiungendo il livello del “non si torna più indietro”, le fotografie dall’alto proposte dal tg si incollano senza motivazione specifica ai suoi neuroni.

A tre anni Leo percepisce il bagnato in ogni angolo del suo pigiamino. Ha appena fatto un brutto incubo e piange. Ha appena sognato Mornbrgs71bis3, mostro spaziale esageratamente grosso e cattivo, professione: divoratore di mondi; nel sogno: divoratore del pianeta Terra, degli amici di Leo, dei genitori di Leo, di Leo stesso e, bleah, anche del pigiamino bagnato di Leo.

A ventinove anni Leo è in viaggio di nozze con Sara, in un agriturismo assistono alla trasformazione del latte in formaggio e nello specifico nella formazione della crosta da parte di una miriade di batteri o da una più generale muffa. Chiaramente indimenticabile.

Oggi Leo ha ottant’anni e, a metà tra l’annoiato e il divertito, scrive questa breve ricetta per Mornbrgs71bis3, divoratore di mondi.

Prendere il pianeta Terra, lavarlo quattro o cinque volte con piogge acide, dopodiché centrifugarlo nel mixer avendo l’accortezza di non scordare monsoni, maremoti, terremoti e altri piccoli cataclismi, il sapore ne risulterà più naturale e la consistenza risulterà maggiormente amalgamata. Quindi estirpare alla maniera di Gigi (vedi capitolo 4 sezione b – L’orto) ogni residuo di flora rimasto dopo i primi due step, senza buttare via nessun rametto. Questi, una volta lavati, saranno utili per speziare un ottimo arrosto di Marte o uno più delicato di Mercurio (si veda anche “Mercurio tartufato, pag. 883). Per capire se l’estirpazione della flora è stata eseguita in maniera sufficiente, fotografare dall’alto le zone tipicamente verdi del pianeta, per esempio l’Amazzonia, dalla foto tutto risulterà più chiaro e sarà quindi più facile capire dove ancora occorre deforestare. A questo punto è necessaria un’adeguata dose di maestria ed immaginazione per il prossimo passaggio, ma se siete cuochi non più inesperti non c’è da preoccuparsi, possederete già queste qualità. Quello che occorre fare è tenere il pianeta in mano e iniziare a sgranocchiarlo, seppur ancora incompleto, senza finirlo. Quindi è necessario far cadere quel che ne rimane nel proprio giardino, fregarsene della regola dei cinque secondi, ed abbandonarlo involontariamente per 24 ore nel terreno.

Questo passaggio serve per far fare il cosiddetto lavoro sporco ai batteri presenti nel pianeta, ovvero la trasformazione dell’impasto primordiale derivato (impasto simile al latte, vedi appendici – via Lattea) in formaggio. L’involontarietà è fondamentale perché i batteri, nome scientifico “esseri umani”, agiscono di loro spontanea volontà solo se credono di possedere il loro pianeta, perciò è necessario far credere loro di essersene scordati. Un trucco potrebbe essere quello ci distrarsi con un gioco, una pallina o altri pianeti. Infine, passate le 24 ore, si vada nel giardino a controllare il risultato: i batteri dovrebbero aver trasformato tutta quanta la superficie del pianeta in cemento, una sorta di crosta all’apparenza dura, ma davvero deliziosa e croccante, mantenendo all’interno del piatto una consistenza invece morbida e vellutata, chiamata “fragilità”.

Bon Appétit , Mornbrgs71bis3, e mi raccomando, evita i pigiami bagnati in futuro.

Leo

Prospettive – Alimentazione

Il kebab, eroe popolare

di Lorenzo Caldirola

Oooh, che mal di testa, maledizione!!! Ao’, n’è che qualcuno c’ha un Oki? Madonna, non avete idea di che tortura sia girare tutto il santo giorno e per di più con uno spiedo in quel posto! Beh, credo possiate immaginare.

Che vita, gira gira gira, tosa tosa tosa, ops mi è caduto per terra, mettilo nella vaschetta e lo serviamo al prossimo, chi vuoi che se ne accorga. Non ne posso più. E poi mi espongono al pubblico ludibrio dopo avermi denudato, si prendono la mia dignità e mi lasciano lì in bella mostra a ingolosire i luridi avventori.

Ma non è sempre stato cosi, un tempo ero un bel pappone di carni miste, potevo diventare qualsiasi cosa, un bel wurstel o addirittura ripieno per arrosto. Ah che meraviglia finire in un arrostino… E invece no, eccomi qui, a soffocare nella salsa yogu e a farmi scudo con la lattuga per non toccare la scibola.

Mi piace lamentarmi della mia condizione, si sarà capito, ma sotto sotto sono orgoglioso di me stesso: almeno io sono un alimento verace, nutriente ed economico, che dà energia ai giovani e li aiuta a superare le notti difficili. Quando l’ora è tarda e la fame è tanta io sono lì per loro senza pause, senza esitazioni, martire, campione del popolo, eroe e soprattutto rigorosamente halal. Quindi la prossima volta che finirò nelle vostre avide fauci ripensate al mio sacrificio e ringraziate questo kebab che si dona a voi per così poco ma è in grado di darvi così tanto. Grazie.

Miss Cavialet

di Samuele Togni

Ommioddio, vi devo subito raccontare cosa mi è successo ieri. Come ogni giorno ad orario aperitivo mi trovavo al Lounge Restaurant Hotel, per la precisione mi stavo intrattenendo nel più completo ozio in una discussione col Cavalier Eugenio Aragosta, un uomo squisito, elegante e dai modi cortesi, nonché già da parecchi anni adagiato in ottime condizioni economiche, socio onorario del Tartufè Golfing Camp Club e marito di Emily Fruitpassion (la regina indiscussa dell’argenteria fruttata, per intenderci), quando all’improvviso dalla porta girevole entra trafelata sapete cosa? una piadina! Una piadina crudo e rucola! Una piadina che, talmente tosta era la sua faccia per permettersi di entrare in un locale così esclusivo come il Lounge, avrebbe potuto benissimo essere un banalissimo toast come quelli che incontri ai lati della strada.

Non immaginate neanche quale basso livello di bon ton possa raggiungere una sporca piadina: appena entrata questa si è messa subito a emettere suoni orribili con la bocca, che ruttasse o sbagliasse congiuntivi non c’è alcuna differenza, il ribrezzo che le mie non avvezze interiora avrebbero dovuto sopportare sarebbe stato lo stesso. Dopodiché pretendeva di parlare e di essere ascoltata, ma da che mondo viene? Di sicuro non dal Lounge, perché lì tutti sanno che per parlare o anche solo per essere visto da un cliente abituale è necessario possedere quantomeno un conto in banca di certo rispetto, oppure è sufficiente che tutti credano che tu lo abbia (come del resto ho fatto io con l’Aragosta per portarmelo a letto e convincerlo a comprare la mia compagnia telefonica). Indignata, e non potendo più reggere alla vista disgustosa di come quella si muoveva, gesticolava e parlava, me ne sono andata senza batter ciglio e a fronte alta, sbattendo la porta per farle capire una volta per tutte che lì era indesiderata.

A nessuno la ricercata signorina disse che la vera ragione della fuga altro non era che un tremendo mal di pancia, un abitué del bon ton intestinale di una miss Cavialet che si rispetti.

Io e Lei

di Ernesto Martellaro

Procurati un pacco di pasta. Aprilo, delicatamente, senza farne cadere. Sentine la consistenza. Come ti sembra? Ruvida e farinosa? Profumata? Piacevole al tatto? Non essere timido.

Prendi un grosso pentolone, riempilo d’acqua, accendi il fornello, metti il coperchio e attendi che la temperatura si alzi. Ma mentre attendi, pensa. Pensa alla prossima mossa.

La pasta che stai preparando vuole vivere, profumare, stuzzicarti, non vuole restare insipida e fredda. Scegli gli ingredienti giusti, donale ciò che merita. Un condimento saporito, colorato e cremoso è tutto ciò che ogni pasta sogna, come un dono, un gioiello, un abbraccio. Non è detto che sarà apprezzato, certo, ma si può tentare e sperare, nell’attesa di vedere come il tutto si amalgama e si distende nel piatto.

Intanto il grosso pentolone freme, bollente. È il momento. Prendi la pasta e dagliela in pasto. Ma tienila d’occhio. Assicurati che il pentolone non le faccia del male. Guardala cuocersi, in un vortice di bolle, rilasciando tutto il suo amido fino a formare una sottile schiumetta in superficie. Impossibile staccarle gli occhi di dosso.

A questo punto manca solo un ultimo passaggio. E qui il rischio di scottarsi è alle stelle. Afferra il grosso pentolone, stringilo saldamente, sollevalo con decisione e lascia scorrere via tutta l’acqua, come una cascata, in una nube di vapore, fino a quando non resterà altro che la pasta. La calda, soda e bellissima pasta.

La guardi, la condisci e finalmente puoi poggiare le tue labbra su di lei.