Il sesso in pandemia

di Rosamarina Maggioni

In questo articolo cercheremo di analizzare le abitudini sessuali della popolazione italiana durante la pandemia, cercando di fare un confronto con quello che ormai viene definito il periodo “pre Covid”.

Durante il lockdown tutti hanno dovuto adattarsi a quella che era diventata la nuova normalità, le cui prerogative erano l’isolamento e il distanziamento sociale. In uno scenario del genere, a venire colpite per prime sono state le abitudini legate alle relazioni e quindi per diretta conseguenza quelle della sfera sessuale. Migliaia di coppie si sono infatti ritrovate da un giorno all’altro rinchiuse in convivenze forzate o a vivere inaspettati momenti di lontananza dal partner. Lo stesso valeva per i single che hanno visto sfumare qualsiasi opportunità di contatto con persone nuove e quindi potenziali partner.

In questo contesto, è stata realizzata una ricerca (fortemente voluta dall’azienda Durex), che ha coinvolto in Italia 500 persone comprese tra i 16 e i 55 anni, con l’obiettivo di misurare il reale impatto che l’esperienza della quarantena forzata e di questo periodo attuale ha determinato sulle abitudini sessuali delle persone, permettendo di fotografare in maniera chiara i cambiamenti che sono avvenuti durante il lockdown. I risultati ci permettono di affermare che gli italiani durante la pandemia hanno fatto meno sesso. Infatti, l’83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena. Tra le principali motivazioni riportate ci sono: ansia, paura del contagio, generale stato di tristezza e/o presenza di situazioni di difficoltà emotive. Altri fattori da tenere in considerazione sono la presenza di bambini in casa (nel caso di coppie consolidate), i divieti di spostamento e l’obbligo di distanziamento sociale (nel caso invece di coppie appena nate, di persone che da poco avevano iniziato a frequentarsi o di single alla ricerca di relazioni).

Tuttavia, nella fase di lockdown si sono mantenute stabili le attività sessuali praticabili in autonomia come la masturbazione (62% prima, 60% durante) e la visione di materiale pornografico (38% prima, 37% durante), mentre sono drasticamente crollate quelle che prevedono il contatto fisico, che invece svettavano nella fase pre-quarantena. Tra queste: i baci (63% prima, 8% durante), il sesso vaginale (59% prima, 8% durante), il sesso orale (48% prima, 4% durante) e il sesso anale (21% prima, 4% durante). Altri due dati molto importanti emersi dalla ricerca sono quelli relativi ai rapporti occasionali, crollati dal 34% al 3%, e all’utilizzo di app di incontri, sceso invece dal 21% pre-lockdown al 6% durante la quarantena, proprio per l’impossibilità di trasformare in incontro reale una conoscenza inizialmente solo virtuale.

Una volta appresi questi dati non si può far altro che chiedersi come si possano affrontare le conseguenze di questo periodo e costruirsi una nuova normalità (anche) sessuale. Purtroppo, come sembra, concetti come il distanziamento sociale ci accompagneranno ancora per un bel po’. Ed è per questo che la soluzione, oltre ad affidarsi a esperti del settore in caso di necessità, sta nel non cercare disperatamente di ricreare le situazioni pre-pandemia, ma di rifondare la propria sfera intima, in presenza o meno di un partner, sull’ “io” del presente, accettando di avere nuove e diverse (oppure no) necessità, abitudini e desideri. La parola d’ordine è ascoltarsi, darsi del tempo e vivere il momento con serenità.

Dati tratti dall’articolo della Dott.ssa Eleonora Stopani (IPSICO).

Prospettive – Pandemia

Lunedi 11 novembre 2019

di Rosamarina Maggioni

6:00 Sveglia

6:30 Pullman

7:16 Treno per Milano

8:00 Caffè in Università

8:30 Inizio lezioni

13:30 Pausa pranzo con i compagni

15:30 Fine lezioni

16:00 Treno per Bergamo

18:00 Nuoto

20:00 Cena

21:00 Studio

23:00 A letto

Ripeti

Ecco una delle mie tipiche giornate: di mezzo ovviamente bisogna anche considerare le varie commissioni da fare (portare e ritirare cose in vari posti, passare in banca, rinnovare l’abbonamento, fare la spesa…), le faccende di casa (lavare, asciugare, piegare, cucinare, riordinare…), i vari impegni a cui dedicare tempo (Altro, gli amici, il ragazzo, la famiglia) e magari metterci qualche momento di relax tra una cosa e l’altra, che so vedere un film o una serie, leggere un libro, cazzeggiare su Instagram, relegato a fugaci attimi rubati nel weekend, non meno pieno di cose da fare rispetto alla settimana.

Insomma, la mia vita è un turbine di impegni: cose da fare, posti dove andare, gente da vedere. Ogni tanto vorrei soltanto non aver niente da fare e passare un po’ di tempo in casa in solitudine: è chiedere troppo?

Mercoledì 8 aprile 2020

di Susanna Finazzi

Quando hanno annunciato il lockdown la gente intorno a me si disperava, ma io ho pensato: “Mi sono allenata tutta la vita per questo”. Finalmente vegetare tra quattro mura sarebbe stato il nuovo stile di vita, obbligatorio per tutti. I miei amici si lamentavano: “Non si può nemmeno uscire per fare un po’ di sport”. Sport chi? Io avevo in programma di diventare tutt’uno con il divano. Lo sapevo fin dall’inizio: il lockdown sarebbe stato il mio paradiso.

Ora non ne posso più. Ho il divano, è vero, e un sacco di tempo per guadare tutte le mie serie preferite, ma ho trascurato un dettaglio non trascurabile: non ho mai avuto la televisione, né il wi-fi. Addio al progetto di finire Naruto in ventiquattr’ore. Per non annoiarmi sto provando davvero di tutto. Oggi mia sorella mi ha costretto a fare un’ora di yoga spacca-articolazioni, un’agonia per ogni singolo muscolo del mio corpo. Ho pulito la casa da cima a fondo, come ho fatto anche ieri, e ho pure tagliato l’erba del giardino. Nel pomeriggio potrei fare qualcosa di nuovo, che ne so, candele con dentro dei fiori secchi. Quel che mi irrita è che sono isolata, perché vivo ai piedi delle montagne come Heidi: per comunicare con il resto del mondo devo posizionarmi in un angolo ben preciso del salotto e pregare il dio dei dati mobili.

La mia unica consolazione è la lettura. Sto rileggendo per la seconda volta la versione integrale del Signore degli Anelli. È davvero appassionante: ormai sono arrivata quasi a metà delle note.

Sabato 24 ottobre 2020

di Beatrice Marconi

Sento ridere ciascuno degli euro risparmiati per poter frequentare la magistrale in un’altra città, mentre clicco sul link Meet della lezione dal mio computer. Il computer si trova in una stanza, la stanza nell’appartamento dei miei, l’appartamento a Bergamo. Il computer mi restituisce l’immagine di un’aula in cui non sono mai stata, l’aula si trova in un’università in cui non ho mai messo piede, l’università in una città in cui non ho mai vissuto.

Dopo la lezione ho fame. Ho davvero fame? No, sto bene e, anche ne avessi, a mancare sarebbe la voglia di uscire dalla stanza. Credo che la mia stanza sia silenziosa, ma non posso esserne certa, visto che indosso le cuffie circa venti ore al giorno. Da quando ho avuto l’occasione di stare da sola ho scoperto moltissima nuova musica, mi ci ingozzo finché la sera non sento le orecchie ronzare e a volte anche dopo.

Da sola sto bene: gli altri fanno troppo rumore ed è estenuante seguire le loro conversazioni. Gli altri sono deboli: hanno tutti accusato il colpo dell’isolamento forzato, vogliono uscire ora che si può. Io invece non ho bisogno di uscire e parlare e fare folli corse per tornare a casa prima del coprifuoco. Sono forte, da sola sto bene. Mi metto a letto e tiro il piumone fin sopra i capelli. Da quanti giorni non li lavo? Non importa, qui al buio e al caldo, con la faccia coperta dalle lenzuola come sotto un telo da obitorio il mio aspetto non m’importa più. Un messaggio fa vibrare il mio telefono sul comodino, ma rispondere è troppo faticoso. Da sola sto bene.

Prospettive – Vizio

Lussuria

di Rosamarina Maggioni

A volte mi chiedo come la gente faccia a trattenersi dal fare sesso tutto il giorno, per poi forse concedersi una scopata scarsa alla settimana. Se fosse per me a ogni angolo della strada ci sarebbero dei motel a ore, giusto in caso servisse un luogo dove appartarsi con quello sconosciuto incontrato al bar della stazione dieci minuti prima, o con la compagna di università che ti sbava dietro da settimane.

Il sesso è la miglior cosa che si possa fare, un contorcersi di corpi sudati che si toccano, si baciano, si leccano, si mordono, si compenetrano, consumati dal fuoco del desiderio che non si placa.

Basta uno sguardo, un tocco, un sospiro, una vibrazione nell’aria, una parola che vuol dire più di quello che si pensa e qualcosa dentro, nel profondo, scatta; nulla ha più senso e qualsiasi cosa stessi facendo non ha più importanza. Ciò che conta è soddisfare quella voglia, possedere quella persona ed essere posseduto, godere e far godere: non tra un po’, ora; non nel luogo adatto, qui. La società mi definisce deviato, vizioso, Lussurioso ma a me non importa delle etichette, di quello che si pensa e si dice di me: a me interessa una sola cosa, e tu sai qual è.

Superbia

di Francesca Ariano

Non sono mai stata come tutti gli altri.

Sin da piccola, ho sempre saputo di avere qualcosa di speciale: un’intelligenza fuori dal comune, una prontezza d’ingegno, una facilità nell’apprendere che pochi posseggono. Naturalmente non tutti sono in grado di riconoscere queste doti e se le vedono preferiscono negare l’evidenza anziché ammettere la propria mediocrità.

Se solo ne avessi avuto la possibilità, sarei diventata una grande musicista. Ma si sa, spesso i geni rimangono incompresi e così, per colpa di quegli idioti che mi hanno fatto da maestri, non potrò far conoscere al mondo la mia arte.

Ma non importa. Il mio talento naturale rimarrà sempre in potenza, il mio dono sarà come un bellissimo fiore che per l’incuria e l’ottusità altrui non è potuto sbocciare.

Gli altri non vedono, ma io lo so, e questo è quel che conta: io sono migliore di loro.

Avarizia

di Francesco Ronzoni

Eppure non li comprendo. Tutti si lamentano di quanto denaro io possegga facendolo sembrare un’infinità; e poi, non contenti, mi attaccano dicendo che dovrei imparare ad essere più generoso con gli altri.

Quindi loro non sanno che i miei soldi io me li sono guadagnati col duro lavoro, piegato sulla scrivania giorno e notte da quando ero un ragazzino? Ma poi io dico, se questi sperperano tutti i loro averi subito, senza tenerne qualcuno da parte per sicurezza come me, cosa faranno mai nel momento in cui ne avranno davvero bisogno? Cioè, se tutti gli altri sono incauti, perché dovrei essere io quello che viene preso di mira per il suo buon senso? Anche perché in fin dei conti io sono una persona generosa. Dopotutto, come si definirebbe altrimenti qualcuno che lascia una mancia all’edicolante ogni settimana? Ben 10 centesimi. Per 52 settimane all’anno diventano 5,2€! Regalati! Vedete?

Ma adesso devo concludere in fretta, che ho già sprecato troppa batteria del portatile.

Gola

di Andrea Riva

Madonna quanto ho mangiato… mega! Mi sento proprio pieno, gonfio, saturo… ancora un boccone e… potrei esplodere! Ora tornerò a studiare, dovrò pure far qualcosa oggi.

Uff… non riesco a concentrarmi bene… ho bisogno di una pausa. Beh ci sono quei biscottini in cucina, molto buoni; ne prenderò un paio! Si, esatto solo 4/5, niente di più. Ho mangiato molto a pranzo però sai… alla fine un dolce ci vuole… un dolce una volta al giorno è parte essenziale di qualsiasi dieta equilibrata. Sì dai, mangio questa decina di biscotti, van via che non te ne accorgi nemmeno. Ecco mi sento già meglio, sì sì. Un po’ di calorie mi servivano.

Però qualcosina potrei mangiarlo mentre studio… quelle patatine nella dispensa magari… sono così sfiziose. Si dai, lo sanno tutti, studiare è come andare al cinema… se non hai qualcosa da sgranocchiare non è la stessa cosa.

Grande! Per oggi ho fatto quello che c’era da fare, sono stato molto molto diligente. Complimenti.  Mi merito un premio! C’è quel gelato cosi buono… strabuono. Ora vado a prenderlo.
Ma perché usare una tazzina? È molto più comodo mangiarlo direttamente dalla scatola…

Invidia

di Francesco Marinoni

Io questa prospettiva non la volevo scrivere. Quanto sarebbe stato più semplice se mi fosse stata assegnata l’ira, l’accidia, la gola o qualsiasi altro vizio capitale? No, mi è toccata l’invidia: i compiti più difficili spettano sempre a me. È la mia maledizione, trascorrere le giornate consumando la mia esistenza nella certezza che le persone che mi circondano abbiano avuto dalla vita molto più di me. Loro con una bella casa, una famiglia, un lavoro; io che vivo in un buco, solo e rifiutato dalla società.

È colpa mia se quando mi guardo attorno vedo solo ciò che a me manca? È forse un peccato desiderare qualcosa di meglio per sé stessi? Ma è inutile che provi a spiegarmi, nessuno è in grado di capire la mia pena. Voi che state leggendo queste righe sarete certo sdraiati su un comodo divano, a farvi beffe di me: sarò solo una momentanea distrazione prima di trovare qualcosa di più divertente da fare. Un povero, patetico invidioso.

Ira

di Lorenzo Caldirola

Madonna sti gabbiani finiscono tutti sdraiati, sgabellati, stesi, mortiuccisi se mi deflagrano di nuovo i gioielli. Sono arrabbiato, inalberato, adirato, si fossi foco arderei le madri di tutti gli infami.

Dovete sapere che nel mondo ci sono due tipi di persone: quelle dotate di raziocinio e quelle che la sera tornano a casa in verticale, quelle sempre pacate e pazienti e quelle coi pugni nelle mani 24/7, quelle col cappotto di piume d’oca e quelli col cappotto di frassino. Insomma guardami appena appena storto, con quel fare da damerino, e ti ritrovi il cervello carotato e la testa nel buco del culo.

Intendiamoci, sono una persona a modo, se non mi pesti i piedi, ma davvero ci metto meno due secondi a cambiarti i connotati se poco poco mi fai perdere il pochissimo autocontrollo che mi rimane in questa vita terribile costellata da idioti.

Dov’ero rimasto? Ah sì sì, un caffè macchiato lungo, tiepido, in tazza grande, con latte di soia a parte e una spolverata di cannella per favore.

Accidia

di Redazione di Altro

Avremmo dovuto scrivere qualche riga sull’accidia… ma avrete già capito come è andata a finire.

Doppiaggio e lingua originale

di Rosamarina Maggioni

Molto spesso mi sono ritrovata a discutere con il mio ragazzo se il film che avevamo deciso di vedere la sera sdraiati sul divano lo avremmo visto in italiano o in lingua originale. Parto subito dicendovi che alla fine della discussione ho sempre vinto io e che i film li abbiamo sempre visti con il sublime doppiaggio italiano, mio adorato. Non fraintendetemi, comprendo e rispetto appieno la decisione di chi preferisce guardare i film in lingua originale, con o senza sottotitoli (anche se sfido qualsiasi non madre lingua a capire davvero fino in fondo i dialoghi e le sfumature di espressione in una lingua che non è la sua).

Ma sorvolando sulla capacità di comprensione di una lingua straniera, che non è dote di tutti, me compresa, andiamo un po’ a parlare di questo annoso argomento che ritorna ciclicamente nel dibattito italiano; dico italiano perché la maggior parte dei Paesi europei propongono in lingua originale i film proiettati nelle sale cinematografiche (sarà forse perché non hanno dei doppiatori capaci?).

In ogni caso, direi che è cosa buona e giusta spezzare una lancia a favore di entrambe le parti coinvolte: doppiaggio e lingua originale. Partiamo dal presupposto che chi scrive è nettamente schierato per il doppiaggio e quindi questa non sarà un’analisi imparziale ed oggettiva, affatto. Bene, ora che abbiamo messo le cose in chiaro parliamo della lingua originale: posso riconoscere che ascoltare la voce reale dell’attore, con tutte le sue sfumature e tonalità, con la cadenza e la recitazione ci permette di apprezzare al meglio la sua performance e la capacità di rendere personale l’interpretazione della psicologia profonda del personaggio. Tuttavia, non posso non pensare al fatto che solo chi è madre lingua, e in particolare chi appartiene alla cultura linguistica dell’attore in questione, riesca davvero a percepire tutte quelle sfumature che dovrebbero darci quel qualcosa in più. Un esempio di ciò che sto dicendo è la netta differenza tra la recitazione di un attore inglese ed uno americano: dubito che una persona che conosce l’inglese, magari anche non a livello base, riesca davvero a percepire le sottigliezze della lingua in cui l’attore recita; capirà le singole parole, il senso dei dialoghi, forse qualche slang o modo di dire, ma non certo le sfumature profonde del parlato. Credo che ogni lingua sia un mondo a sé stante e che solo chi ne fa parte riesca davvero a comprenderlo.

Passiamo ora all’altro capo del discorso, parliamo di doppiaggio: questo è il procedimento tecnico e artistico mediante il quale nei prodotti audiovisivi si sostituisce alla colonna sonora originale, sia parlata sia musicata, del prodotto stesso un’altra tradotta, per renderla comprensibile nel Paese di diffusione. Lo scopo principale del doppiaggio è quindi quello di rendere comprensibile un prodotto che contiene del parlato, in modo che anche chi non conosce la lingua originale in cui è stato creato il prodotto possa fruirne. Quindi alla base del doppiaggio c’è la volontà di rendere l’arte (nel nostro caso il cinema) accessibile a tutti, senza distinguere tra nazionalità (e quindi tra lingue). Già questo rende onore e, a mio parere, conferisce un valore aggiunto a questa scelta. Oltre a permettere a tutti di capire, il doppiaggio viene utilizzato per migliorare la qualità del suono di un film, che spesso è scarsa o disturbata, essendo che la regia non riesce mai ad eliminare tutti i rumori di fondo durante le riprese, permettendoci di vivere un’esperienza ancora più intensa, più viva. Personalmente io odio i rumori di fondo dei film non doppiati: mi basta dirvi che per come piace a me vedere i film, anche quelli italiani andrebbero doppiati. Lo so, sono un po’ estremista, ma nel cinema amo il suono pulito; per un’esperienza più vera, se così si può dire, c’è il teatro apposta. Ricordiamo inoltre che quello italiano è il doppiaggio migliore, riconosciuto e premiato in tutto il mondo: non a caso nel nostro Paese sono presenti le migliori scuole di doppiaggio.

Ritengo, in conclusione, che il doppiaggio stesso sia un’arte, paragonabile alla recitazione, che io amo profondamente e che continuerò a sostenere, nonostante il mio ragazzo e i miei amici siano di tutt’altro parere. Mi spiace per loro, ma con me continueranno a vedere film doppiati (faccina compiaciuta).

Prospettive – Lingua

Flusso di coscienza

di Francesca Ariano

(Che bello oggi si va al supermercato ma come Marcovaldo se non hai una lira in tasca quella rompiscatole di mia moglie ma anche a lei piace è sempre bello vedere tutta quella gente felice fanno la spesa loro eh già mica come me che non ho un soldo ma io mi diverto a vedere quei ricconi smidollati con i loro carrelli pieni mi diverto e che male c’è se mi diverto così adesso sì la moglie c’è i figli pure e via tutti al supermercato a guardare i ricconi ma…)

[…] Ecco questo carrello lo prendo io questo alla moglie questi qua ai bambini e via così guarda quei banchi come sono pieni proprio belli toh un salame e guarda che meraviglia questo casera questo gorgonzola ah il caro vecchio gorgonzola da quanto tempo eh ma guarda quei disgraziati dei miei figli che vogliono prender tutto ma mica si può fare così ah la cassiera no la cassiera no la somma no per cortesia che m’importa a me della signora che prende quel che vuole […] e ma basta non ce la faccio più io sono qui come uno scemo con questo diavolo di carrello vuoto e non se ne può più e quelli invece guardali lì tutti pieni belli pieni basta adesso gli dico di non toccar nulla e me ne vado sì di là sì veloce che quelli mi vedono ah i datteri che belli che sono sì ora li piglio sì ah che soddisfazione dentro il carrello evviva che bello ora gli faccio vedere io a quei ricconi guardate sì guardate tutti Marcovaldo che bel carrello che s’è fatto eh bello vero poi li poso questi sì certo ma oh guarda che abbiamo qui ah la salsa piccante questa mi piace tanto ah il caffè sì il caffè è davvero ma gli spaghetti la pasta guarda che bella tutta azzurra sì dentro anche tu […] quante cose qua non se ne vedono di carrelli così in giro eh […] ma guarda un po’ lì quel carrello è ancora più pieno ma come ma chi MA QUELLA È DOMITILLA

Riscrittura ampollosa

di Francesco Ronzoni

(Marcovaldo si reca al supermercato con i suoi congiunti più stretti. Siccome non possiede nemmeno il ricordo di un quattrino, non ha desiderio alcuno di fare degli acquisti quanto invece si sente più interessato a lasciar scorrere del tempo assorto nell’osservazione dei restanti clienti intenti a colmare le proprie sporte. Tuttavia…)

Marcovaldo al varcar la soglia si munì del cestello dotato di ruote adibito alla raccolta degli articoli di proprio interesse; tanto fecero ugualmente la moglie ed i suoi quattro pargoli, ciascuno alla guida di un diverso cestello. A tal modo essi progredivano in processione al seguito dei loro cestelli, divincolandosi tra i banchi stipati di ingenti quantità di prodotti alimentari, additandosi a vicenda i vari salumi ed i differenti prodotti caseari incontrati, dando prova di ricordarne i nomi, come si potrebbe, emergendo da una folla, scorgere i visi noti di persone care, o per lo meno conosciute, e dimostrare di non essere dimentichi di quei volti.

“Padre, ci è permesso acquistare un simile prodotto?” domandavano i pargoletti ad ogni rintocco di lancetta lunga d’orologio.

“No, non vi si deve metter mano, è proibito” asseriva Marcovaldo, memore della fine del percorso, cui a breve sarebbero giunti, dove l’incaricata ai pagamenti li attendeva per saldare il conto.

“Dunque perché alla signora lì di fronte è consentito?” inquisivano. […]

D’altronde, quando il cestello di cui ci si sta occupando rimane disuso mentre quelli delle altre persone s’empiono rapidamente, un uomo sano è capace di tollerare il confronto soltanto entro un certo limite: oltre, sorgono un’invidia e un sentimento di impotenza che frantumano le buone volontà. Perciò Marcovaldo, ammoniti i suoi cari di non cedere alla tentazione di tastare alcun prodotto, svoltò celere a una traversa tra i banchi, si sottrasse al campo visivo dei suoi famigliari e, carpita da un ripiano una confezione di datteri, la depose nel suo cestello. Bramava nel profondo solamente la sensazione di soddisfacimento che sarebbe stato in grado di spremere da neanche un quarto d’ora trascorso a girovagare sfoggiando anch’egli i suoi acquisti, tale e quale vedeva accadere con gli altri intorno a lui, per riporla, infine, nuovamente sullo scaffale da cui era giunta.

Questa confezione, fu presto accompagnata da una bottiglia di salsa piccante, una busta di caffè, un azzurro contenitore di spaghetti. […] Il cestello di Marcovaldo s’era fatto così gremito di merce. […] D’improvviso, da una corsia presso quella in cui Marcovaldo agiva s’affacciò un cestello ben più ricolmo del suo, spinto da null’altri che da sua moglie Domitilla.

Messaggio

di Rosamarina Maggioni

Marcovaldo è andato con sua moglie e i quattro bambini a fare la spesa, sono passati tra i banchi e ogni volta si imbambolavano guardando i salami o i formaggi, manco fossero loro amici o conoscenti. I bambini continuavano a chiedere se potevano prendere qualcosa, ma lui diceva di no perché non avevano abbastanza soldi. E loro continuavano a chiedere perché una signora invece li aveva presi… Vedevano il loro carrello vuoto e quello degli altri pieno e così si sono presi d’invidia e non hanno più resistito.

Allora Marcovaldo s’è spostato così la famiglia non lo vedeva più e ha messo nel carrello una scatola di datteri, solo per vedere com’era portarla in giro nel carrello, sfoggiando i suoi acquisti, pensando di rimetterla giù dopo. Dopo però ha iniziato a riempire il carrello di robe e solo dopo si è accorto che anche sua moglie Domitilla aveva riempito un altro carrello di tante altre cose.

Marvel Heroes: Iron man e Capitan America

di Rosamarina Maggioni

Da sempre l’uomo ha cercato di lasciare un segno nella realità che lo circondava, riempiendola di colori, oggetti, simboli. Le bandiere sono il più evidente esempio di come i colori possano acquisire una forte connotazione per un gruppo di persone, che vengono riunite ed unite sotto di essi. Parlando dell’MCU, ossia del Marvel Cinematic Universe, ogni figura viene associata a colori e simbologie specifiche: il rosso-bianco-blu della bandiera americana, che si riflette nel suo scudo, per Captain America, uomo d’onore, votato al dovere e alla giustizia, e il rosso-oro per Iron Man, colore che in molte culture viene associato alla guerra, alla forza (Ares per i Greci e Marte per i Romani).

Se si considerano i supereroi Marvel, Iron Man risulta essere la pecora nera di una serie di combattenti senza macchia e senza paura. Nei fumetti, come nei lungometraggi, il personaggio ama presentarsi come un “genio, miliardario, playboy, filantropo” (The Avengers, Joss Whedon, 2012). Per Stark la realizzazione del Sogno Americano non è una conquista lenta e faticosa ma l’eredità del padre; egli non ne comprende fino in fondo il valore e spreca il suo tempo e le sue sostanze conducendo una vita frivola come tutti i figli dell’alta società americana.
Dopo aver quasi perso la vita, a causa di una mina esplosa mentre si trovava in Vietnam per valutare i contributi che le sue industrie avrebbero potuto dare all’esercito americano, comincia per il futuro supereroe un percorso che lo trasformerà in Iron Man. La prigionia, il dover costruire armi per il nemico, l’amicizia con lo scienziato Ho Yinsen e il sacrificio di quest’ultimo che permette a Tony Stark di evadere lo convincono a dare una svolta decisiva alla sua vita per mettersi al servizio della comunità. Attraverso la sua storia personale Tony Stark, la cui fortuna si è costruita sul commercio di attrezzature belliche di ultima generazione, pone una riflessione sulle armi. D’altro canto, però, la tecnologia è anche il superpotere di Iron Man. Al contrario di alcuni suoi colleghi, come Spider Man, Capitan America, Hulk, Thor o gli X-Men, Iron Man non va incontro a trasformazioni di alcun tipo né eredita i suoi poteri per diritto di nascita o genetica: Tony Stark è in un certo senso un self-made hero. La vera fonte del suo potere e ciò che fa di lui un supereroe è, infatti, la sua armatura rossa e dorata, un gioiello di ingegneria.

Capitan America è senza dubbio il supereroe che meglio si presta a rappresentare gli ideali e la cultura americana; si può quasi affermare che esso sia un’incarnazione stessa dell’America. Tale personificazione ha inizio dallo pseudonimo adottato da Steve Rogers in seguito all’iniezione di un siero che lo trasforma in un super soldato programmato per combattere al fianco degli Alleati e sconfiggere i nazisti e, più nello specifico, il famigerato scienziato nazista Teschio Rosso (Red Skull). Capitan America è l’America e l’America si riflette in Capitan America. Questo spiega le continue mutazioni comportamentali a cui il personaggio va incontro nel corso degli anni in modo da corrispondere sempre più fedelmente alla nazione di cui è icona. Nel 1941 è il soldato che difende la libertà e nel corso della guerra fredda l’avversario dell’unico sistema totalitario rimasto in piedi al termine della Seconda guerra mondiale. Il primo livello su cui si realizza l’immedesimazione di Capitan America con la nazione statunitense è la sua uniforme. A differenza di Iron Man, Thor o altri supereroi Capitan America indossa un’uniforme che richiama idealmente alle sue origini militari. Il capitano Rogers è la massima e più completa espressione del sogno americano, la nemesi di tutte le forme di criminalità e di tirannia, l’ispiratore delle forze armate e l’emblema del coraggio e del valore militare e umano. Egli possiede tutte le caratteristiche che in passato erano proprie degli eroi greci: onestà, perseveranza, lealtà, autorevolezza, onore. A più riprese, nelle saghe che hanno come protagonista Capitan America, viene messo in risalto il suo essere un uomo virtuoso: risoluto nei suoi intenti, magnanimo con i nemici sconfitti, dotato di spirito di sacrificio. Malgrado la sua forza eccezionale e le sue capacità di gran lunga superiori alla media, Capitan America non si considera mai migliore degli altri o più meritevole rispetto ai suoi commilitoni. Egli considera i suoi “poteri” un dono e in quanto tali li usa con giustizia e, soprattutto, senza mai perdere quell’umiltà che lo aveva caratterizzato fin da prima di diventare l’icona della lotta al nazismo, quando ancora era un semplice (e sfigato) ragazzo di Brooklyn.

Le Heroides di Ovidio

di Rosamarina Maggioni

Nelle Heroides Ovidio mette in luce le debolezze e i lati oscuri degli eroi dando voce alle eroine dell’antichità, le donne al fianco degli eroi della mitologia greca. Ognuna di loro, in attesa del ritorno del proprio amato, morta suicida, abbandonata o dimenticata, ripercorre le vicende della storia dal proprio punto di vista, rivelando i propri sentimenti, le speranze e i sogni infranti, mostrando la propria psiche e il destino di chi rimane accanto a un eroe.

Arianna, abbandonata su un’isola, chiede a Teseo di tornare a prenderla, gli ricorda la promessa di amore fattale dopo avergli consegnato il filo che gli avrebbe fatto ritrovare la via d’uscita dal labirinto, una volta ucciso il Minotauro; Penelope si strugge nell’attesa di Ulisse, chiedendosi se sia il mare o l’amore per un’altra donna a tenerlo lontano dalla sua patria; Briseide, rapita da Achille, ceduta poi ad Agamennone, chiede di essere riconsegnata al suo amato rapitore, nonché assassino di tutta la sua famiglia; Didone, tradita ed abbandonata, chiede un’ultima volta a Enea di non partire, affermando che, se non avesse potuto essere sua sposa od ospite, allora la vita non le sarebbe più stata utile.

L’eroe greco, bello, forte e con un grande senso morale verso la patria e gli dei, mostra la propria incapacità nel gestire la relazione con la donna amata. Egli è prima eroe che amante, prima uomo che marito. Ciò che fa la storia sono le sue azioni, non i suoi sentimenti, e questo lo sanno bene anche le donne, che nelle loro lettere ribadiscono la grandezza delle loro azioni, del loro valore, della loro forza. Tuttavia, scrivendo le lettere, le donne degli eroi cercano di trovare uno spazio per sé, chiedono a gran voce di essere considerate, di avere una parte nella storia, di non essere usate e abbandonate a loro piacimento, perché, a volerla dire tutta, è sempre da una donna che dipende la storia dell’eroe: Elena per Paride, Arianna per Teseo.

Le lettere però non avranno mai una risposta, forse nemmeno giungeranno agli occhi degli eroi, e le donne che le hanno scritte rimarranno sempre nella loro condizione, amanti, mogli e serve fedeli senza possibilità di scelta e azione sul proprio futuro.

Prospettive – Eroi

Medusa

di Beatrice Marconi

Lingue gentili mi sfiorano i lobi ma resto immobile. Arriva. Basterà chiudere gli occhi, ancora una volta: fingere di essere altrove, finché non sarà finita, finché non avrà finito. Trattengo il respiro nel mio giaciglio sull’erba. Arriva. Sussurri lievi nei padiglioni di carne rosea, lievi i suoi passi. Arriva. Non so più chi stia arrivando, il dio che mi ha guardata per tutto il tempo o l’eroe che non mi guarderà? Nelle narici un odore nuovo e conosciuto: eccitazione, ma anche paura. La sua? La mia? Arriva. Urla sibilate mi avvisano dello scudo lucente, dell’elmo che rende invisibili, della lama ricurva. Arriva. E pensare che il mio nome significa “protettrice”, io che non ho mai protetto me stessa: non dagli dei, non dall’eroe che mi ammazzerà nella convinzione che io stia dormendo. Arriva. Vi prego, dei, fate che almeno non mi tocchi. Arriva. Il suo respiro è controllato sotto l’elmo, mentre l’ultimo sibilo che rimane è quello della lama del falcetto.

Il Minotauro

di Susanna Finazzi

Teseo somigliava a tutti gli altri, capelli sciolti, piedi nudi ed espressione terrorizzata. Ma lui aveva un coltello, un pugnale lungo poco più di una mano che nascondeva sotto il chitone. Non ero abituato ad essere ingannato dai miei occhi e ho creduto che avrei avuto la meglio come sempre. In fondo le mie corna erano larghe quanto le sue braccia e le mie braccia quanto il tronco di un piccolo ulivo. Mi sono lanciato a testa bassa per afferrarlo e lui non si è mosso. Non ci ho trovato niente di strano, spesso anche gli altri rimanevano paralizzati dalla paura. Ma Teseo non era come gli altri, lui era quello che chiamano eroe e gli eroi, adesso lo so, non perdono mai. Si è spostato all’ultimo istante: con un unico movimento ha evitato il mio abbraccio e ha estratto il pugnale. Non sapevo cosa fosse un coltello finché Teseo non me l’ha affondato nel collo, veloce e preciso, proprio nel punto in cui sgorga più sangue. Mentre cadevo ho pensato “Quest’uomo ha il Fato dalla sua”, ma poi ho visto il filo che teneva nella mano sinistra. Altro che Fato, la fortuna di Teseo aveva il nome di mia sorella. Bell’eroe il tuo, Arianna, che ti ha ingannata e abbandonata su un’isola qualunque. Bell’eroe il vostro, giovani e fanciulle di Atene che ho ucciso in tutti questi anni. Perché non vi ha salvati quando venivate spinti nel labirinto come sacrifici?

Io sono l’unico a sapere il motivo: la verità è che finché non ha estratto quel pugnale Teseo era solo un uomo qualunque. Gli eroi, si sa, nascono quando ammazzano il loro primo mostro.

Polifemo

di Rosamarina Maggioni

“Sono Ulisse di Itaca, non dimenticarlo mai!”

Ulisse, ecco il nome di colui che mi ha ingannato, colui che mi ha tolto la vista, che ha dilaniato il mio unico e bellissimo occhio. Non dimenticherò il tuo nome. Ti chiamano Eroe ma io so ciò che sei: un ingannatore, un opportunista, un ladro. Nascondi la tua vera e lurida natura dietro ad un mantello rosso da vincitore, ti fai elogiare dalle canzoni degli aedi, ma i guerrieri del passato si vergognano di te. Le guerre si vincono con la spada, il sangue e il sudore, non sei degno della tua Terra! Hai osato entrare nella mia dimora, hai rubato il mio cibo e mi hai ferito. Dovresti bruciare nell’Ade per l’eternità! Il cavallo di legno ti avrà anche fatto vincere la guerra di Troia, ma questa volta nessuno dei tuoi stratagemmi ti permetterà di tornare dalla tua amata moglie Penelope e da tuo figlio Telemaco. Invocherò su di te l’ira di mio padre Poseidone, la tua nave verrà sbattuta fra le onde che ti porteranno il più lontano possibile dalla tua casa. Farò in modo che ti venga tolto ciò che ti rende più felice, così come tu mi hai tolto la vista. Ricordati il mio nome Ulisse di Itaca, perché sarò la tua rovina.

La sessualità nella realtà virtuale: uno scambio di idee

di Rosamarina Maggioni e Francesco Marinoni

Durante una riunione di redazione, come spesso ci accade quando ci troviamo a discutere del tema del mese, ci siamo resi conto di avere punti di vista ed esperienze personali diversi. L’argomento di questo numero è Realtà Virtuale, declinata nelle sue varie accezioni, per cui siamo inevitabilmente arrivati a parlare di internet e, in particolare, dell’influenza che ha avuto e che ha tutt’ora sulla sessualità di chi lo utilizza. In questo articolo vorremmo presentarvi le nostre opinioni, a volte concordanti e a volte no, riguardo alcuni degli aspetti emersi durante il confronto.

Inevitabilmente, uno dei primi aspetti su cui ci siamo confrontati è quello dell’autoerotismo, dato che è una delle modalità principali con cui il mondo di internet e quello della sessualità entrano in contatto. Sicuramente la possibilità di accedere a contenuti online ha permesso a molte persone di superare i tabù spesso associati alla masturbazione, legati sia a contesti familiari in cui, per vergogna magari, non si affrontano questi temi, sia a contesti sociali più ampi, legati anche agli aspetti religiosi. Questo discorso vale a maggior ragione per le ragazze, verso cui gli stereotipi di una sessualità da vivere solo ed esclusivamente nel momento del sesso penetrativo sono forse ancora più limitanti e incisivi: da questo punto di vista internet ha contribuito sicuramente ad avere maggiore possibilità di esplorare innanzitutto il proprio corpo. È anche vero che questo sdoganamento dell’autoerotismo può aver prodotto anche un effetto inverso, per cui il fatto che sia assolutamente normale per tutti praticarlo e parlarne può portare alcune persone a pensare che, sentendo meno o in modo diverso questo bisogno, ci sia qualcosa di sbagliato in loro: è importante infatti ricordare sempre che non per tutti il piacere si manifesta allo stesso modo e che spesso l’idea che si ha della masturbazione è molto rigida, alimentata appunto proprio dal fatto che i modelli più diffusi sono innanzitutto spesso eteronormati, ma anche legati alla stereotipizzazione dei contenuti che mediamente si trovano online. Un altro aspetto critico che internet ha contribuito ad alimentare è lo sviluppo di dipendenze legate all’autoerotismo, che oltre a influire sul benessere personale si riflettono poi anche nelle relazioni sociali e che, data la modalità di fruizione di questi materiali, sono molto più diffuse rispetto al passato.

Il tema dell’informazione, come tutti sappiamo, è un nodo centrale di qualsiasi dibattito legato a internet: le possibilità di accedere a contenuti di approfondimento sono infinite e questo inevitabilmente genera una confusione fra fonti più o meno di qualità. Per quanto riguarda la sfera sessuale questo significa quindi che, per esempio, è molto più facile documentarsi su argomenti come le malattie sessualmente trasmissibili o altre problematiche, senza avere per forza un passaggio di informazioni tramite figure come il medico o il genitore che, per un adolescente o pre-adolescente, facilmente porta a evitare certi argomenti per vergogna. Questo contribuisce anche a parlare più apertamente di tanti disturbi, come l’eiaculazione precoce o il vaginismo, e in generale anche a dare un nome alle condizioni, più o meno diffuse, che le persone vivono sulla propria pelle. Questo discorso vale anche per i gusti e le preferenze sessuali che, con molta più informazione a disposizione, possono essere più facilmente sviluppati e permettono di aprirsi a esperienze nuove che possono risultare molto piacevoli, anche nei contesti di coppia; le comunità online inoltre permettono di incontrare facilmente altri e altre che condividono gli stessi interessi o problemi, con la possibilità quindi di avere un confronto con altre persone e di sentirsi meno soli o sole. L’altro lato della medaglia è naturalmente legato alla qualità delle informazioni che si possono reperire online, con alcuni contesti in cui possono essere anche incoraggiati e portati avanti pensieri e pratiche dannosi per sé e per gli altri. Un esempio di questo sono le comunità incel, in cui discorsi estremamente misogini vengono portati avanti in modo pericoloso e che contribuiscono ad alimentare teorie e idee che, in alcuni casi, sfociano poi anche in episodi gravi di violenza.

Naturalmente, parlare di sessualità online significa considerare l’enorme mondo della pornografia e, anche in questo caso, ci sono sicuramente degli aspetti positivi e negativi. Oltre alla della maggiore accessibilità a stimoli che il porno online permette, non bisogna dimenticare le numerose criticità che la fruizione di questi contenuti implica. Innanzitutto va osservato che l’industria del porno è fortemente dominata dal punto di vista maschile ed eterosessuale, il che si riflette nella standardizzazione dei materiali disponibili e in generale in una visione della sessualità come funzionale al piacere maschile, dove la donna è spesso ridotta a complemento di questo piacere (lo testimonia in modo emblematico il fatto che molti contenuti in cui viene mostrato un rapporto lesbico siano pensati soprattutto per rispondere a fantasie maschili). Inoltre, lo schema della maggior parte dei video ruota intorno al sesso penetrativo e si conclude quasi sempre con l’orgasmo dell’uomo: l’orgasmo femminile, più che come elemento per affermare l’uguale diritto a provare piacere nella coppia, diventa soprattutto un obiettivo per l’uomo che, esaltando la sua virilità, è in grado di “concederlo” anche alla partner, affermandosi comunque come fulcro della scena. Naturalmente bisogna essere consapevoli che nella pornografia lavorano attori e registi a tutti gli effetti, il cui obiettivo non è sicuramente insegnare alle persone come si fa sesso ma creare un prodotto che abbia successo, ma è allo stesso tempo innegabile che questi stessi contenuti giocano un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani e pertanto porta poi a crearsi aspettative profondamente sbagliate quando si prova a mettere in pratica ciò che si è visto online, all’origine di problematiche come l’ansia da prestazione che sono estremamente diffuse. A onor del vero stanno nascendo sempre di più delle produzioni che provano ad allontanarsi dal paradigma del porno classico, con contenuti più inclusivi e realistici per chi li guarda, ma essendo che si tratta in molti casi di contenuti a pagamento ad oggi la competizione con la maggior parte dei video delle grosse piattaforme è assolutamente impari.

Un ultimo aspetto su cui ci siamo soffermati è il ruolo di internet all’interno della relazione genitori-figli: se prima di certi argomenti si parlava solitamente in famiglia, all’età ritenuta più opportuna dai genitori, ora molto spesso i figli già si informano e sperimentano le loro prime volte senza che ci sia il classico dialogo. La conseguenza è che l’educazione sessuale, presente in forma molto ridotta e insufficiente nelle scuole, viene affidata de facto a internet, con tutte le problematiche del caso, o al massimo al confronto con i coetanei, mentre sempre più raramente i genitori hanno un ruolo diretto in questo senso. Anche su questo aspetto naturalmente si può obiettare che ciò ha reso più facile per chi magari vive in contesti familiari rigidi di sviluppare autonomamente la propria sessualità, senza il rischio di repressioni; va detto però chiaramente che l’assenza di un interlocutore per un giovane può portare anche a conseguenze negative e certamente contribuisce molto all’abbassamento dell’età a cui si hanno le prime esperienze, che si è osservato soprattutto negli ultimi anni.

In questo articolo abbiamo cercato di fornire soprattutto alcuni spunti di riflessione: gli argomenti che abbiamo portato sono spesso dibattuti singolarmente, ma una visione di insieme permette di orientarsi meglio su un tema così delicato e importante come la dimensione della sessualità nella realtà virtuale. Speriamo che possa servire come punto di partenza di una maggiore consapevolezza e spinga a una riflessione più elaborata da parte di ciascuno di voi, lettori e lettrici.

Robot – The human project

di Rosamarina Maggioni

La mostra proposta dal MUDEC di Milano saluta l’ingresso nel pianeta Terra di alcuni suoi nuovi abitanti: i robot. Specchio dell’ingegno degli uomini che li hanno creati, i robot ci stanno affiancando sempre di più nelle nostre attività lavorative e in generale nel quotidiano svolgimento della nostra vita; con i robot oggi noi conviviamo. Dopo un’iniziale e lunga inquietudine provocata dal comprensibile timore di un’invasione della tecnologia nel campo della nostra esistenza, oggi prevale un approccio interattivo, in cui comunque è e sempre sarà l’essere umano a dettare e gestire, socialmente ed eticamente, il comportamento delle macchine. Creando nuove macchine sempre più meravigliose impariamo a conoscere sempre meglio noi stessi, sia in quella forma di simbiosi tra uomo e robot che è la bionica, sia nel raccogliere le ultime sfide dell’intelligenza artificiale.

Ma partiamo dal principio: molto tempo prima della nascita della robotica, l’ingegno umano aveva messo a punto delle macchine, gli automi, in grado di imitare gli esseri viventi non solo nel loro aspetto ma anche in alcune loro funzioni vitali. Gli automi producevano un’illusione sensazionale e insieme inquietante: suonavano strumenti musicali, scrivevano, addirittura parlavano. A differenza dei moderni robot, non sollevavano l’uomo dai lavori più faticosi, essendo invece pensati per suscitare meraviglia. I primi automi vennero ideati in età ellenistica. Nei Pneumatica lo scienziato Filone di Bisanzio descrive un’ancella in grado di mescere il vino. Da due contenitori nascosti nel busto il liquido passa, attraverso la mano destra, al bordo della brocca; se si colloca una coppa vuota nel palmo della mano sinistra dell’automa, il peso aggiuntivo fa abbassare la mano e aprire le valvole dell’aria, che entra nel contenitore; a questo punto, grazie ad un sistema di vasi comunicanti da lui messo a punto, la brocca comincia a versare vino e poi acqua. Quando la coppa è piena, la mano che la regge si abbassa ulteriormente, chiudendo le valvole dell’aria e interrompendo il flusso del liquido. Continuiamo sulla linea della storia: attraversando il medioevo arabo e tutte le epoche della cultura occidentale la costruzione di automi prosegue senza interruzione fino alla fine del XIX secolo. Tra Rinascimento e Barocco, queste macchine vengono utilizzate per animare feste spettacolari o per divertire tra le pareti domestiche. Il periodo di massimo fulgore è il XVIII secolo, quando dei geniali artigiani danno vita agli androidi, automi ancora più sofisticati in quanto programmati per svolgere azioni diverse. Nel XIX secolo gli automi divengono sostanzialmente i protagonisti delle più straordinarie produzioni dell’oreficeria e dell’orologeria. Il XX secolo, il secolo dell’elettricità, cambiando radicalmente il nostro quotidiano stile di vita, avrebbe anche aperto alla robotica scenari nuovi e incredibili.

I robot del nostro secolo non provano emozioni, ma per interagire con noi devono poterne generare. A tale scopo non è indispensabile essere umani: basta pensare all’empatia creata dai cuccioli di qualsiasi specie. In quanto artefatto, il robot che interagisce con noi non deve essere squadrato, rettangolare, come tutte le cose destinate all’utilità: per essere socialmente accettabile il robot deve essere inutilmente bello. Tale bellezza può essere prodotta in vari modi, creando un design accattivante, ma anche puntando su un aspetto umanoide, sul massimo realismo possibile. Il ricorso all’immagine umana ha pure il vantaggio di produrre un senso di affinità e prevedibilità che abitualmente non avviene di fronte a una macchina, spesso percepita come potenzialmente pericolosa. Oltre a motivi psicologici, c’è un’altra ragione perché è bene che i robot sociali assomiglino a noi: si muovono in un ambiente antropizzato, nel quale devono essere in grado di agire senza problemi.

Ma cos’è l’intelligenza artificiale che anima queste macchine? Non è la coscienza dei robot: la coscienza sfugge ad una misurazione quantitativa. Non è la sua etica: un’intelligenza artificiale non prende decisioni perché non attribuisce agli eventi dei valori se non li stabiliamo noi per essa. Ma l’intelligenza artificiale è intelligente. Non perché sa compiere correttamente calcoli complessi a una velocità per noi inarrivabile, ma perché è in grado di imparare nel senso più ampio del termine. Perlopiù, impara in due fasi: dapprima viene allenata, cioè le viene fatta ripetere molte volte la stessa azione, poi viene messa alla prova. Questa intelligenza, anche se non necessariamente simile a quella dell’uomo, è flessibile come la nostra, ma per gli stessi obiettivi tende a sviluppare strategie diverse dalle nostre. Loro possono imparare da noi e noi da loro. L’entusiasmo per gli sviluppi di questo filone di ricerca porta alcuni a ritenere che si tratti solo di una questione di tempo affinché l’intelligenza artificiale eguagli quella umana; altri lo ritengono un obiettivo troppo ambizioso. L’era di questi robot, l’era in cui viviamo, viene detta antropocene, a significare che nel cammino evolutivo e nella sua sempre maggiore presenza sulla terra l’uomo va modificando gli equilibri naturali. L’esplosione demografica e lo sfruttamento sempre più intensivo delle risorse del pianeta fanno sì che non sia più possibile separare l’intervento dell’uomo e la natura. La dimensione della ricerca scientifica e della conoscenza da una parte e dall’altra quella della responsabilità umana dovrebbero correre parallele. Nel campo della robotica, il collegamento si fa particolarmente stretto e, per molti versi, inedito. Le nuove finalità pratiche, i nuovi modi di convivenza e le recentissime interazioni con il mondo animale e vegetale, non ultime le crescenti potenzialità della robotica in ambito militare, inaugurano problematiche nuove, sia etiche sia psicologiche, che dovranno essere affrontate dalle presenti e future generazioni.