Collage

di Paola Gea

La domenica di Pentecoste il Papa è apparso in San Pietro con un paio di baffi scuri e al microfono ha rivelato: «Dio è morto»

una donna presente alla cerimonia è svenuta e lo Spirito Santo è sceso in piazza con il Ponentino per rianimarla

migliaia di fedeli hanno dichiarato di essere stati sfiorati dalla brezza angelica

una reporter ha denunciato di essere stata sfiorata dalla mano di un gendarme vaticano

lo stesso giorno la giornalista è stata accusata di vilipendio sui social

l’ex presidente della Camera dei deputati ha twittato in merito alla vicenda che «certe donne sono solo capaci di lamentarsi invece di lavorare”»

NonUnaDiMeno ha commentato il tweet proclamando per il 15 agosto uno sciopero nazionale di tutte le lavoratrici

negli stessi giorni il Ministro degli Interni in visita al campo rom di via Salviati ha annunciato davanti alle telecamere «boia chi sfolla»

nel silenzio di giornalisti e spettatori dei telegiornali sono esplosi i festeggiamenti del campo accompagnati con musiche dallo spirito ruspante

il Ministro ha spiegato l’accaduto con un’indigestione dovuta alla merenda con pecorino inviato al Viminale da due anonimi pastori sardi il giorno prima

sono immediatamente partite le indagini per tentativo di avvelenamento

il Ministro ha parlato di «ferita al cuore» e la sera stessa ha dichiarato su La7 di avere accettato per addolcire il colpo ricevuto di diventare testimonial per la futura campagna pubblicitaria della Ferrero

su Rai3 lo scrittore e giornalista esperto di mafia ha dichiarato che «sinceramente preferisco salvare i rifugiati e i miei fratelli clandestini piuttosto che aiutare qualche terremotato italiano piagnucolone e viziato»

roghi e processioni che invocano la morte del giornalista soprannominato “L’anticristo” stanno infuocando il centro Italia in queste ore

alcuni parlamentari del Partito democratico a bordo della Ong indagata per favoreggiamento dell’immigrazione hanno invece invitato il giornalista a salpare con loro e festeggiare il neo-segretario con un banchetto in gommone

«ha nominato un rom per la gestione di 800 milioni di euro», finalmente «un segnale forte di apertura dalla sinistra»

nel frattempo, più a Nord alcuni nostalgici dell’Indipendentismo padano mentre il governo perde tempo con l’autonomia differenziata hanno deciso di fare terra bruciata nei territori immediatamente a sud del Po perché «la pacchia è finita per i terroni»

il Ministro del Lavoro ha alzato la tensione condannando il progetto secessionista e rivendicando le sue origini

nella stessa conferenza stampa si è espresso a favore della Flop tax, ha confuso le due “montagne di merda” No Tav e No Tap e ha parlato di un confine francese-adriatico

un insigne studioso dell’Accademia della Crusca lo ha difeso davanti a giornalisti confusi facendo appello a «licenza poetica e stream of consciousness»

ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è forse puramente casuale

Boom, baby: Italia, crollo della natalità e difficile ricostruzione

di Paola Gea

474mila nel 2016, 458mila nel 2017, 449mila nascite nel 2018. Si potrebbe ripercorrere la scala dei dati Istat all’indietro, anno dopo anno, fino a raggiungere il cosiddetto baby boom, ovvero il triennio 1963-1965 in cui è stato registrato un incremento demografico significativo in Europa e negli Stati Uniti. Ma sono altri gli anni, più vicini alla soglia del XIX secolo, a fare da anticamera all’attuale fenomeno del continuo calo delle nascite, o dell’invecchiamento della popolazione – a seconda del punto di vista. Nel rapporto Istat su natalità e fecondità del novembre 2018 si legge che, da una parte, le cosiddette baby-boomers (le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase fertile; dall’altra, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti. Queste generazioni scontano l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995. Negli anni immediatamente successivi allo scoppio della crisi del 2008 si è registrata un’inversione di rotta: se dal 1995 il numero delle nascite per anno aveva ripreso ad aumentare, dal 2010 fino a oggi è precipitato, tanto che ogni anno si parla di “minimo storico”; e forse è stato proprio l’aver collezionato tanti minimi storici ad aver spinto, nel 2016, la ministra della salute Beatrice Lorenzin a prognosticare un “crac demografico” per gli anni a venire.

Questa discesa nella palude della natalità, dove le acque della fertilità ristagnano e sembra che nessuna politica sia in grado di bonificare efficacemente la situazione, non riguarda però solo l’Italia: se spostiamo lo sguardo più in là, ad oggi nessuno Stato membro dell’Unione Europea ha un tasso di fecondità che supera il cosiddetto “tasso di ricambio”,ovunque inferiore a 2,1 figli per donna – soglia che permetterebbe di mantenere le dimensioni della popolazione costanti nel tempo. In questa condizione si trovano quasi tutti i Paesi dell’OCSE, anche se l’entità del problema varia da Paese a Paese. Ma c’è qualcuno in particolare che è riuscito a invertire questa tendenza negativa meglio di tutti:la Svezia.

Nonostante il Paese scandinavo registrasse durante il baby-bust le stesse cifre a ribasso degli altri paesi, negli anni ‘90 è stato raggiunto un tasso di fecondità di 2,13: un punto di svolta, grazie all’adozione di efficaci misure di spesa pubblica per la natalità. Se guardiamo agli anni più recenti può essere utile un confronto con l’Italia: secondo le analisi di dati Eurostat, soltanto nel 2016 la Svezia ha speso per “social protection for family/children” il 3 % del PIL, contro l’1,8 % italiano e il 2,4 % medio dei paesi UE. In termini di euro pro capite, la Svezia si attesta su una spesa annua per persona quasi tripla rispetto a quella italiana (di 490 euro). Ciò significa che i benefici per le famiglie con figli assorbono il 10% della spesa pubblica totale svedese, contro il 6 % di quella italiana. Sebbene sia necessario sottolineare che la Svezia parte avvantaggiata per almeno due motivi – il debito pubblico è molto più basso di quello italiano e di conseguenza la spesa per interessi è molto limitata rispetto alla nostra, e inoltre l’evasione fiscale è quasi inesistente, mentre in Italia è intorno all’8 % del PIL – c’è un altro fattore da considerare oltre alla maggiore quantità di risorse a disposizione, un fattore probabilmente più pregnante dei numeri. Si tratta della qualità delle misure.

Il “modello Svezia”, coerente con il modello scandinavo di welfare, si caratterizza per poche e semplici misure rivolte a tutta la popolazione. L’unica condizione per poter richiedere il sostegno economico riguarda solitamente l’età del figlio a carico. Le prestazioni sono erogate in forma di sussidi monetari o di agevolazioni nella fruizione di servizi pubblici (per esempio asili nido o trasporto pubblico locale), mentre sono totalmente assenti interventi dal lato della tassazione. Al contrario, il sistema italiano è frammentato in tante piccole misure di importo e durata limitati, spesso riservate solo ai nuclei familiari in condizioni di disagio economico.

Il congedo parentale svedese è tra i più generosi al mondo: 480 giorni complessivi a disposizione dei due genitori, di cui 390 retribuiti all’80 % dello stipendio medio incassato negli otto mesi precedenti la richiesta. In Italia, invece, il congedo parentale – da cui sono esclusi disoccupati e lavoratori domestici – si può ottenere per un massimo di 300 giorni, con un’indennità pari soltanto al 30 % dello stipendio. A differenza di quanto avviene in Italia, inoltre, la percentuale di padri che usufruiscono del congedo parentale in Svezia è molto elevata.

Per quanto riguarda il “bonus bebè”,in Svezia le cifre si aggirano attorno ai 1.455 euro annui per ogni figlio al di sotto dei 16 anni; l’equivalente italiano – introdotto a partire dal 2015 – prevede invece un assegno di 960 euro annui, destinato per un solo anno alle famiglie con indicatore ISEE inferiore a 25mila euro (il doppio dell’importo per le famiglie con ISEE inferiore a 7 mila euro).
Anche in merito agli asili nido la Svezia si distingue considerevolmente dall’Italia. Grazie al tetto imposto alle rette degli asili (che varia da zero a 134 euro al mese in base al reddito familiare, mentre in Italia, a Lecco, è stata toccata la vetta di 650 euro), secondo i dati OCSE del 2015 una famiglia svedese con due figli al di sotto dei 3 anni e in cui entrambi i genitori lavorano spende mediamente soltanto il 4 % del proprio reddito per pagare le rette. Considerando inoltre l’azione propulsiva degli asili aziendali, non stupisce che in Svezia, secondo i dati Eurostat del 2017, oltre il 50 % dei bambini fino a 3 anni frequenti una struttura per l’infanzia, mentre l’Italia si ferma al 29 %, un dato che si espande e si comprime lungo il divario tra nord e sud, fino ad arrivare al 33 % dell’Emilia-Romagna contro l’8 % della Campania. Oltre alla mancanza di una cultura dell’asilo nido, le ragioni dietro questi dati sono numerose: l’unico strumento di sostegno introdotto in Italia, il “bonus asilo nido”, prevede un rimborso delle spese sostenute per un importo pari a 1.000 euro annui per 3 anni; la carenza di asili nido e le rette elevate orientano le scelte delle famiglie verso contesti abusivi (soprattutto nel Sud) o verso l’aiuto informale dei parenti.

Oggi, il ministro della famiglia Lorenzo Fontana indica tra le cause principali del calo di natalità l’aborto, ma non può nascondersi dietro questo fantoccio per legittimare l’incessante invecchiamento della popolazione, perché se guardasse ai numeri del contesto internazionale si accorgerebbe che più aborti non significano necessariamente meno nascite. Secondo dati Eurostat, i tassi di natalità netti più alti del 2016 sono stati registrati in Irlanda, Svezia, Regno Unito e Francia. Al contrario, i più bassi si registrano negli Stati membri del Sud – tra cui Italia, Portogallo e Spagna. Nello stesso anno il maggior tasso di abortivitàogni 1.000 donne in età fertile (15-44 anni circa) si è registrato in Svezia, Regno Unito e Francia, mentre i tassi più bassi sono stati registrati in Italia, Portogallo e Spagna.

Il ministro Fontana dovrebbe, piuttosto, chiedersi quali possano essere le reali misure da adottare per invertire la tendenza di crisi demografica. Oltre a quelle generali volte alla ripresa economica, infatti, sarebbero imprescindibili delle politiche adeguate disupporto alla genitorialitàfinora mancate negli ultimi anni. Oltre alle invettive contro l’aborto e alla sacralizzazione della “famiglia naturale”, la manovra del governo gialloverde non ha fatto, per ora, che confermare le misure esistenti – ad eccezione del “voucher babysitter”. Le novità previste per il 2019 sono minime: l’importo del “bonus bebè” viene aumentato del 20 % a partire dal secondo figlio; il “bonus asilo nido” sale da 1.000 a 1.500 euro annui; il congedo obbligatorio di paternità passa da 4 a 5 giorni, mentre quello di maternità può essere posticipato fino al giorno del parto in presenza di una apposita autorizzazione del medico. È difficile credere che piccole variazioni di misure già in vigore possano avere un impatto positivo e significativo sui livelli di natalità. Per cominciare, sarebbe forse più opportuno provare a introdurre congedi sul modello svedese e maggiori sussidi per i servizi di cura per l’infanzia.

Lei, lui

di Paola Gea

Si ricorda molta luce, lunghi rettangoli di luce sul pavimento simili a strascichi di abiti da sposa. Aveva infilato il mozzicone della sigaretta nella bottiglia di whiskey di suo marito, aperto fin dal primo mattino. Era entrata nella luce della finestra più grande, quasi danzando, con frammenti del suo matrimonio nella testa ad ogni passo. Lucida – a dispetto dell’alcool inghiottito durante il giorno, per dare sangue alla metamorfosi, non si era mai sentita così determinata. Mancava solo il corpo, che non era cambiato molto dal giorno in cui se l’era trascinato sull’altare quasi fosse un manichino, ricoperto tutto di bianco perché non si vedessero i lividi. La stoffa era tanto spessa che la faceva sembrare farcita come la torta nuziale. A quel pensiero aveva riso da sola, alla finestra.

Si ricorda che intanto lungo il vialetto sfilava la vicina di casa. Una cascata di capelli posticci, un cappotto blu elettrico che non riusciva a rimpicciolire spalle e braccia, un metro e novanta per via degli stivali alti. Si faceva chiamare Wanda, e quando si presentava pronunciava il suo nome con accento francese, stringendo le labbra a forma di culo. I ragazzi la prendevano in giro. Ma il nome non era nulla, alla gente infastidiva di più tutto il resto: i vestiti sgargianti, il trucco, il seno finto e i muscoli, il profumo acre. Ogni tanto, Wanda usciva a fumare sul pianerottolo mentre lei stendeva o ritirava i panni. Le raccontava sciocchezze, tanti pettegolezzi, sempre con quella voce nasale e buffa tranne quando rideva. Quando rideva, il suo timbro sprofondava in suoni rauchi e scuri. Una volta Wanda le aveva detto se tu fossi un uomo mi innamorerei di te, e lei aveva sorriso, e prima di rientrare Wanda aveva aggiunto mi piaci perché mi chiedi se sto bene ma non vuoi sapere nulla di questa mia vita del cazzo.

Si ricorda che anche quel giorno aveva guardato Wanda entrare in casa, ma che poi era trasalita pensando che se Wanda era tornata dovevano essere quasi le sette. Del velo da sposa per terra non restava che qualche brandello di luce, mentre il sole tramontava segnando il ritorno del marito. Allora era corsa all’armadio e si era sollevata in punta di piedi per prendere la camicia. La stoffa era spessa e ruvida e aveva il suo odore. Se l’era messa, arrotolando le maniche enormi. Poi aveva preso un paio di pantaloni e una cintura, se li era infilati e ci aveva infilato dentro la camicia. Si era infagottata in quell’armatura calda e pungente. La mattina si era tagliata i capelli, li aveva lasciati lunghi solo due dita, come lui. Li aveva sporcati con del dopobarba perché odorassero.

Si ricorda che all’ultimo aveva preso del grasso per scarpe e se l’era spalmato sul viso con i gesti di chi si rade. Si era guardata allo specchio: nella penombra, gli assomigliava. Era tornata in salotto e aveva acceso un’altra sigaretta; qualche minuto dopo il marito era sulla soglia ubriaco.

Si ricorda che le aveva gridato hai fumato le mie sigarette, stronza, c’è odore di fumo – l’odore di alcool non avrebbe potuto notarlo tanto ne era immerso. Poi si era avvicinato, con i muscoli del braccio già tesi a sbatterla contro qualcosa, ma ecco che un altro odore familiare, troppo familiare l’aveva raggiunto prima che riuscisse a colpirla. Era l’odore del suo dopobarba, misto a sudore e tabacco. All’improvviso l’aveva guardata. L’aveva guardato. Erano uno di fronte all’altra, entrambi con una camicia a quadrettoni e confusi. Lei ad ogni respiro sentiva il proprio petto irrobustirsi – le pareva di essere alla stessa altezza del marito e di poterlo guardare dritto negli occhi. Lui aveva ancora la mano alzata, di colpo irrigidita. Chi sei, sei venuto per punirmi, aveva biascicato dopo un lungo silenzio. Dovresti vergognarti, aveva esordito lei e lui aveva sussultato – era il suo ritornello. Lei avrebbe potuto continuare il copione a memoria: dovresti vergognarti, non sei buona a nulla, nemmeno a darmi un figlio, sei una parassita e neanche sei riuscita a tenerti stretta i soldi di tua madre, io mi rompo la schiena in fabbrica ogni giorno e tu mi aspetti qui a casa con quel cazzo di sguardo, come se fosse colpa mia. Dopo quelle parole, di solito, lei si proteggeva la faccia con le mani e piangeva dando fuoco alla rabbia del marito con le lacrime. Ma quel giorno lui si era accucciato maldestramente sul pavimento e non osava guardarla. Da lì sentiva l’odore dei suoi scarponi di cuoio e immaginava la suola dura calciarlo più volte. Invece, lei si era piegata su di lui e, vinto l’impulso di strappargli braccia e gambe e rovinare la sua faccia fino a non riconoscerlo più, aveva iniziato a strappargli solo i vestiti. Questo momento, di solito, arrivava dopo i calci. Il marito la stendeva per terra e bloccandola con il suo peso la spogliava rudemente. Quel giorno lui si era sdraiato da solo, piangendo e lei seduta sopra di lui a cavalcioni gli ripeteva come una ninna nanna sanguisuga, puttana, testa di cazzo, stronza. Quando poi aveva visto la sua pelle nuda, bianca e integra, le era salito il sangue alla testa. Forse era la sbronza, o forse non era più lei a gridare e a graffiare, a tirare pugni come aveva sempre visto e sentito fare su di sé. Il marito si proteggeva il petto con le braccia, la bocca con le mani. Quella bocca che le aveva lasciato tumefatta tante volte, ora lei l’aveva sotto di sé. E proprio quando avrebbe potuto rompere il muso alla bestia aveva incrociato il suo sguardo e si era bloccata. Era il suo sguardo, che ora il marito le aveva rubato. Umido e spento quasi come gli occhi di un micio ancora cieco.

Allora si era alzata e aveva trascinato il marito con rabbia fredda verso gli avanzi della torta nuziale, non sazia ma con l’impressione di aver fatto indigestione per sempre, l’aveva tirato fino alla porta di casa e l’aveva sollevato con forza.

Non si ricorda se, una volta sul pianerottolo, era stata lei a spingerlo o se lui si era lasciato rotolare giù in strada. Wanda era uscita e lo guardava. Appoggiata alla porta di casa l’aveva osservata rientrare, prendere le bottiglie vuote e scaraventarle per terra, vicino al corpo del marito. Ma i gesti erano talmente aggraziati che sembrava stesse lanciando del riso.

En guerre

di Paola Gea

Chi combatte rischia di perdere

Ma chi non combatte ha già perso

Quale sia l’impotenza di una lotta che potremmo definire senza anacronismi lotta di classe, il regista francese Stéphane Brizé l’ha mostrato nel suo ultimo film, En guerre. Ma quanta sia la potenza di quella stessa lotta possiamo scoprirlo ad ogni angolo della trama e perfino nei suoi fondi chiusi. Da Brizé fino al britannico Ken Loach – per quanto riguarda l’Europa, ma si potrebbe andare ben oltre – uno dei pregi del cinema militante è proprio il testimoniare contro l’impunità di chi sfrutta il lavoro del più debole che gli sta sotto, in qualsiasi regione e a qualsiasi livello delle gerarchie di potere.

En guerre racconta una storia di conflitto sindacale: 1100 operai di una filiale rischiano di rimanere senza lavoro nonostante un accordo con la dirigenza, di due anni precedente, che avrebbe dovuto garantire loro un’occupazione di almeno cinque anni. Ad inasprire le rivendicazioni degli operai, inoltre, i profitti da record che l’azienda madre continua a registrare.

Brizé sceglie di seguire i lavoratori in assemblea o negli incontri con i dirigenti: attacchi e contrattacchi nel film avvengono spesso attraverso il dialogo. Tuttavia, fin dall’esordio, alle parole degli operai fa eco l’impasse del conflitto. In una delle prime scene il protagonista Laurent Amédéo, portavoce dei dipendenti organizzati, è seduto a un tavolo insieme ad alcuni lavoratori. Dall’altro lato siede la dirigenza. Entrambe le parti lottano con i numeri – la differenza è che dietro le cifre riportate dagli operai c’è sempre l’ombra di persone reali, di corpi in gioco per la sopravvivenza. Le loro proteste sono pertinenti, ma si scontrano con leggi del mercato pronunciate nel linguaggio sordo del profitto e della competitività.

Ad un certo punto, come spesso in guerra, occorre allora cambiare strategia: bisogna trincerarsi con i propri corpi, scioperare, negare la propria forza lavoro – unica arma che un operaio, in quanto operaio, può opporre al potere di chi maneggia quotidianamente la logica del mercato.

La tensione fra le parti in lotta, ma anche quella interna fra scioperanti e crumiri, stringe e innerva di pathos ogni scena, tanto da riuscire a preoccupare lo spettatore per più di un’ora e mezza. Non ci troviamo mai immersi nelle retrovie esistenziali del dramma di chi ha perso il lavoro: lungo quasi tutto il film, Brizé rimane sul lido di guerra, nel mezzo del continuo infrangersi dei cortei contro la macchina da presa. La rabbia è tutta lì, non nel ripiegamento doloroso di chi si rassegna.

Soltanto nell’epilogoil protagonista Laurent, in solitario, oltrepassa il campo di battaglia. E, paradossalmente, la sua azione è l’unica in grado didetronizzare i dirigenti, apparenti vincitori seduti sullo scranno del potere. È l’azione estrema – nel senso di terminale e di insuperabile: il martirio.

La scena è urtante, esce dichiaratamente dalla finzione. Sono gli ultimi minuti e Brizé ha passato il testimone a un’altra sceneggiatura: stiamo guardando il video di un cellulare anonimo. All’improvviso, le immagini escono dallo schermo e non c’è più la traduzione dell’arte, non c’è firma perché non c’è autore: è solo realtà che divampa in violenza. Viene da sospettare che Brizé abbia prestato il suo nome a questa storia perché fosse ascoltata, e per poi lasciare che franasse sul pubblico senza paraurti. Nessuno fa in tempo a chiudere gli occhi, o forse nessuno vuole, e infine la guerra deborda senza pudore oltre i confini dell’inquadratura, inondandoci dell’insindacabile testimonianza di come la massima impotenza è il potere più disarmante.

Passi Roventi

di Paola Gea

Nasce nella periferia isolata e consacrata è la sua sorte: 

negli anni bui e senza miti, con i fratelli di quartiere  

ad altari criminali lega le sue mani, sposa l’anima e la morte  

cresce con un solo dolore: a scuola dello spaccio non c’è amore 

solo cenere di mozzicone e polveri bianche sotto la luna  

ninna nanna che ti sveglia in prigione: esce rientra, si perde per strada  

ma una è la spada, la miccia che indossa il giorno in cui si scava la fossa, una 

è la pista del terrorista. Quel giorno prende il Corano per mano 

si reca dal vecchio predicatore, bussa e gli chiede: “Dov’è il redentore?” 

l’imam gli sussurra in segreto: “Impara a cercare l’onore e raggiungi i tuoi veri fratelli”  

lui va, si osserva allo specchio, sente un cuore che vorrebbe rispetto 

a scaldarlo non è stato l’affetto, ma una fenice che chiede vendetta 

con le sue ali si invola: impara a pregare il vento divino, un mattino raggiunge la vetta  

del monte vicino alla Mecca. Allah sfiora il suo caldo petto  

“L’alba porterà con sé un nuovo sole, sei pronto a bruciare da vero messia 

io intanto ti aspetto nel cielo, e quando compirai la liturgia 

sempre il tuo nome sarà ricordato e sarà il tuo volto lodato”. 

Ritorna a ovest la sera stessa, saluta la madre gli amici del cuore 

dalla periferia francese, con passi roventi e con il sangue di un divino rancore  

bussa alle porte del traditore: lo spoglia nella sua camera ardente,  

notti di fuoco ad Occidente. Si fa esplodere, con l’odio  

accende benzina nel mattatoio. Ogni volta che brucia è un macello 

poi rinasce dalle ceneri e affila il coltello: è la jihad del musulmano,  

si scontra col lusso pagano. Grida il kamikaze il canto del cigno, ultima e violenta preghiera  

di un corpo che si fa polveriera: l’omicidio si giustifica con il suicidio del martire  

e solo il sacrificio farà ricordare all’occidentale  

quale sia il peccato originale: libertà, libertà di fare del male.  

La Scuola di Gomme

di Paola Gea

Al Khan Al Ahmar – Gerusalemme Est, Territorio Occupato Palestinese

Nel 2009, per il diritto all’istruzione dei beduini palestinesi che vivono in Area C, l’ONG Vento di Terra ha coordinato la costruzione di una scuola nel campo profughi di Khan al-Ahmar. Oggi, nella comunità beduina Jahalin circondata dagli insediamenti israeliani, la Scuola di Gomme ospita più di un centinaio di minori provenienti dal campo e dai territori limitrofi.

La continuità della tradizione orale Jahalin è a rischio fin dagli anni ‘50: il conflitto con Israele comporta la permanenza di uno stato di emergenza, minando la scolarizzazione delle nuove generazioni. La costruzione della scuola elementare nel deserto della Giudea ha perciò rappresentato uno spartiacque di resistenza passiva. Come le altre scuole dislocate nei campi profughi informali, il progetto è diventato un’oasi contro la progressiva desertificazione operata da Israele nei confronti della terra e della cultura beduina.

Prima del 2009, per andare a scuola occorreva percorrere a piedi diversi chilometri e attraversare l’autostrada di Jericho. I bambini, e soprattutto le bambine[1], erano disincentivati a frequentare a causa dei pericoli connessi alla lontananza delle strutture.

Gli obiettivi principali di chi lavora per la scuola sono la garanzia del diritto all’istruzione dei minori[2] e il sostegno all’autodeterminazione delle comunità locali. Secondo l’operatore umanitario M. A. Rossi, ex presidente di Vento di Terra, uno dei modi per far fronte alla discriminazione dei profughi palestinesi è “dare legittimità all’infanzia” all’interno dei campi.

Per ovviare alla mancanza di edifici adibiti all’istruzione – un problema comune ai territori dislocati e di conflitto – il gruppo ARCò (Architettura e Cooperazione) ha immaginato e realizzato una scuola in architettura bioclimatica. Come riportato sul sito di Vento di Terra, il contesto entro cui nasceva la Scuola di Gomme imponeva vincoli complessi: il clima desertico; la normativa israeliana vigente per la quale ai Palestinesi è precluso, di fatto, il diritto di costruire infrastrutture in muratura; la necessità di lavorare anche in mancanza di manovalanza specializzata; l’uso di materiali locali; le scarse risorse finanziarie. Si è arrivati così alla scelta di riutilizzare vecchi pneumatici riempiti di terra, poi ricoperti da un’intonacatura in argilla. Materiali semplici e con un’elevata prestazione termica e statica. La struttura non è permanente, ma procura elettricità attraverso pannelli solari e si adatta con efficacia alle esigenze degli interventi educativi.

Più che di emergenza educativa[3], la formazione a Khan al-Ahmar si declina come educazione nell’emergenza. A studenti e studentesse, oltre a pratiche di supporto psicosociale come la riduzione dell’aggressività e l’elaborazione dei traumi legati al conflitto[4], viene assicurato un incontro con le proprie potenzialità.

La Scuola di Gomme è continuamente sotto la minaccia di demolizione da parte del governo israeliano, che vorrebbe dislocare la comunità nei pressi di una discarica di Gerusalemme per unire due insediamenti ebraici nella zona strategica E1. La pianificazione urbanistica è da sempre nelle mani dell’esercito israeliano. Questo settembre, in seguito all’iniziale decisione della Corte Suprema di avviare la demolizione, alcuni attivisti hanno dormito sotto un tendone vicino alla scuola per proteggere le aule e le 35 famiglie del villaggio. Per scongiurare lo sgombero, è stato anche creato un avamposto di cinque container poco distanti. Durante questi mesi minacce e scontri hanno tempestato quotidianamente il porto sicuro di Khan al-Ahmar, ma grazie alla pressione internazionale del Parlamento europeo e alle dimissioni del Ministro per la Difesa israeliano Lieberman, l’ordine di demolizione è stato per ora rinviato. Sulle pareti della scuola si può leggere in arabo: “Rimarremo qui finché lo za’atar e le olive rimarranno”.


[1]Una delle maggiori difficoltà dell’educazione all’interno dei campi profughi informali, secondo un documento del 2016 redatto da UNHCR e Global Education Monitoring Report, è l’ulteriore marginalizzazione di categorie normalmente già più svantaggiate.

[2] Nell’agosto 2009 il Ministero dell’Istruzione palestinese ha riconosciuto ufficialmente l’edificio.

[3] Dispositivo che si attiva tipicamente in seguito a situazioni emergenziali causate da catastrofi naturali, per esempio nel caso delle zone terremotate.

[4]Traumi da guerra sono frequenti soprattutto tra i bambini. Le famiglie si trovano in mezzo ai combattimenti, a volte per settimane, e la sindrome più comune è l’agorafobia. I bambini hanno il terrore di uscire allo scoperto, non riescono a socializzare e soffrono di enuresi.

Prospettive – Guerra

Il disertore

di Paola Gea

Ospedale Militare della provincia di Milano, 2 aprile 1916

Lisa avvolge la mano intorno alla mia nuca e la recita comincia. Mi scorta lungo il corridoio del reparto, avanti e indietro – io ci metto un minuto per ogni passo, lei è all’erta per regalare un saluto a chiunque, come si addice alle crocerossine in licenza. Quando Lisa incrocia un dottore o una persona importante, sento una leggera pressione sul collo: comprimo il torace per mozzarmi il respiro, così da emettere un rantolo significativo soffocatevi, maggiori, con tutti i vostri ardori, noi siamo i disertori!

Lisa ripete per me: mi hanno trovato a qualche centinaio di metri dal mio compagno. Lui disertore, crivellato dal nemico, io in trappola come lui – non con lui. Ero già ammattito quando ci avevano affidato la missione, non ero cosciente, perciò non avevo volontariamente abbandonato il reparto e la trincea che fetore di carogna, carne logora alla gogna!

Lisa dice che ha corrotto un paio di soldati della mia stessa unità a testimoniare per la mia pazzia. La vedo, dopo che mi ha rimboccato le coperte, scivolare fra le altre brandine e accendere il languore dei loro ospiti mentre io raglio alla luna per la fame mia bella non ti porto rancore, non credo all’onore, ma solo il disertore lo sa come fare l’amore!

Finirà per mandarmi in manicomio e non a casa, di questo passo. Dice che è venuta per aiutarmi, perché solo come pazzo posso salvarmi. Ma io sono già salvo, mi sono salvato quando li ho abbandonati e lasciati a crepare. Giovanni è stato sfortunato… l’hanno ammazzato, ma so che non ha rimorsi, lo so perché lo sento ancora sbeffeggiare il mondo con la sua voce infantile. Non ne potevamo più dell’Italia, volevamo strisciare fuori dal suo grembo matrigno. Di quell’utero non rimanevano che muscoli e viscere putrefatti, i soldati morti per lei figli del diavolo, i commilitoni, e per Dio da sempre tutti coglioni!

Il generale

di Elisa Morlotti

Di quella battaglia sono stato uno dei pochi spettatori. Dall’alto della collina, su cui si trovava il quartier generale della nostra divisione, si poteva osservare uno spettacolo grandioso: i due eserciti avanzavano da parti opposte della spianata, fra gli scoppi delle granate e i colpi delle mitragliatrici. Il frastuono della cavalleria e il rombo degli aerei impedivano di pensare, si poteva solo stare ad ammirare lo slancio di uomini coraggiosi che, per guadagnare anche solo un metro di terreno, si buttavano nel mezzo del combattimento. In quel sacrificio ho visto, con orgoglio, la fedeltà dei miei uomini alla Patria.

Dopo il combattimento, la pianura era ricoperta di corpi privi di anima e l’infermeria era più affollata di un mercato. Avevamo vinto, ma nessuno dei soldati riusciva ad esserne felice. Noi, che in quell’inferno non eravamo entrati, avevamo festeggiato velocemente il successo e pensavamo solo ad organizzare la nostra strategia e il prossimo attacco. Dovevamo sfruttare il vantaggio sul nemico, prevedere le sue mosse e colpire il suo punto debole. Attaccare, attaccare di nuovo, ancora attaccare, anche se il nostro esercito era stremato e i caduti aumentavano sempre di più. Quella guerra si doveva vincere, costasse quel che costasse: ne andava dell’onore della Patria. E del mio.

Anch’io sono stato un soldato semplice, quando ero giovane. Non so se per merito mio oppure per fortuna, sono riuscito a sopravvivere a diverse battaglie e a scalare la gerarchia militare. Ogni volta che salivo di un gradino, mi allontanavo di un po’ dalle sofferenze dei miei uomini e dimenticavo l’orrore di combattere in una battaglia. Adesso, da generale, non credo di avere più una coscienza: vedo solo l’obiettivo, i miei uomini ormai sono solo pedine per poter vincere questo gioco.

La guerra in una stanza

di Rosamarina Maggioni

Diario di Francesca Damasso, Piemonte.

24 maggio 1915

Oggi è un giorno funesto per l’Italia: siamo entrati in guerra.

17 giugno 1915

Il mio amato Alberto è partito. Il villaggio si è svuotato: sono rimasti sono vecchi, bambini e noi donne. Nulla sarà più come prima.

15 agosto 1915

È ferragosto ma questa sera non ci saranno festeggiamenti. I nostri uomini non sono qui per ballare con noi. Con le altre donne però abbiamo deciso di andare a tagliare la legna in mattinata e fare un grande falò nel centro del villaggio in memoria dei nostri caduti. Ieri sono arrivati dei soldati che hanno comunicato la morte del marito di Loredana e del fratello di Francesca. Prego Iddio che protegga Alberto.

30 agosto 1915

Ho scoperto di essere incinta. Sono passati due mesi da quando Alberto se n’è andato. Vorrei tanto scrivergli per comunicargli la bella notizia ma non ho idea di dove si trovi.

21 dicembre 1915

È inverno. La neve ha ricoperto tutto e arrivare al mercato per me è sempre più difficile. Luca ha solo otto anni ma gli ho spiegato come vendere le poche cose che sono riuscita a raccattare. La legna è pagata molto ma non voglio rischiare di rimanere senza. Il freddo entra in casa come niente.

3 marzo 1916

I gemelli sono nati: Anna e Carlo. È stato un parto difficile… la levatrice è rimasta bloccata nella neve e ho dovuto fare da sola. Hanno il mio naso e gli occhi di Alberto. Quanto vorrei fosse qui per vederli. Sono passati nove mesi e ancora non ho avuto notizie.

24 maggio 1916

Un anno dall’inizio della guerra. Nessuna notizia.

17 giugno 1916

Un anno dalla partenza di Alberto. Nessuna notizia.

2 luglio 1916

Il nonno Franco è morto, la febbre lo ha portato via. Nessuna notizia.

13 agosto 1916

Oggi è arrivato un messaggero: Alberto è morto.