Festa

di Francesco Marinoni

Dicembre porta subito alla mente un pensiero: le feste. Quei giorni in cui la maggior parte di noi può staccarsi dal proprio lavoro per dedicarsi alla celebrazione di ricorrenze religiose e non solo. Fra tradizione e adattamenti alla modernità, regolarmente il periodo delle vacanze di Natale ci accompagna verso la fine di ogni anno solare; perciò diventa un momento particolare che si guadagna uno spazio tutto suo nel ciclico scorrere dei nostri giorni. C’è chi è convinto che, nello spirito della festa, tuttə diventiamo più buonə e chi invece, al contrario, mal sopporta l’atmosfera impregnata di consumismo e canzoncine che pervade ogni strada delle nostre città. Parlando più in generale, però, possiamo dire che festa è una parola che normalmente associamo alla gioia, allo stare insieme con le persone a cui più teniamo e, di per sé, è un concetto che si tende a dare per scontato, come se esistesse, immutabile, da sempre. In realtà, dietro di essa si nascondono molti spunti di riflessione ed è proprio per questo motivo che abbiamo scelto di dedicare il numero del mese a questo tema. Fra cinepanettoni, rivoluzione francese e polemiche (più o meno serie), vi accompagneremo con i nostri articoli fino ai primi fuochi d’artificio del 2022. Così, fra un boccone e l’altro, cercheremo, come sempre, di conquistare la vostra attenzione: buona lettura!

A mente fredda

di Francesco Marinoni

Il giornalismo, solitamente, ha lo sguardo rivolto al presente, per analizzare il quotidiano e raccontare in parole il mondo. Che sia un inviato speciale della BBC o un redattore di Altro, il giornalista deve sempre in qualche modo inseguire i fatti, provando a stare al passo con il tempo. In questa operazione delicata succede facilmente di perdersi dei pezzi, e sarebbe irragionevole pensare che il contrario sia possibile: chi scrive non è immune alle debolezze umane, soprattutto quando il tempo per riflettere è poco. Quando poi il momento che si sta attraversando appare subito essere un qualcosa di storico su cui tutti, a modo loro, avrebbero qualcosa da dire, trovare la propria voce diventa estremamente complesso.

Per questo abbiamo scelto, come redazione, di ignorare per molti mesi l’elefante nella stanza che da ormai quasi due anni ci accompagna: la pandemia. Ci siamo detti che, forse, avendo più tempo per ragionarci avremmo potuto produrre qualcosa di più significativo su questo tema, un punto di vista davvero Altro, che è quello che speriamo di portarvi in questo numero di novembre. 

L’obiettivo che ci siamo posti è certamente ambizioso: solo voi che ci leggerete potrete dire se l’abbiamo raggiunto o meno. In questi mesi abbiamo avuto anche modo di conoscervi meglio, tramite il questionario a cui molti di voi hanno partecipato e che ci ha permesso di trovare le parole di cui avevamo bisogno. Speriamo davvero che con i nostri articoli possiamo in qualche modo ricambiare questo dono prezioso che ci avete fatto.

Il lavoro femminile ai tempi del covid

di Francesco Marinoni

Mi ha sempre dato fastidio la retorica che, di fronte a problemi grandi o situazioni particolarmente complesse, tende ad appiattire, generalizzare e inevitabilmente banalizzare con l’intramontabile detto “siamo tuttə nella stessa barca”. Certo, è innegabile che quando ci siamo trovatə ad affrontare la prima vera pandemia del mondo globalizzato l’idea di sentirsi in qualche modo meno solə, in un certo senso tuttə vittimə, potesse in un certo senso essere consolatrice, ma non interrogarsi sull’effettiva veridicità di questa sensazione porta a trascurare l’evidenza delle disuguaglianze, tutt’altro che assenti.

Uno sguardo rivelatore è in questo senso quello rivolto al mondo del lavoro. Siamo tuttə a conoscenza  dell’impatto devastante che la pandemia ha avuto sull’occupazione, anche e soprattutto in Italia; quello che forse non è stato abbastanza sottolineato è che, anche in un momento così difficile per tante persone, il prezzo più caro l’ha pagato soprattutto una fetta ben precisa della società. Nello specifico mi riferisco a donne, giovani (fra 15 e 24 anni) e stranierə. In questo articolo ci occuperemo approfonditamente delle lavoratrici, vittime anche di problematiche strutturali preesistenti che la pandemia ha certamente contribuito ad amplificare.

Un primo dato utile su cui riflettere è quello che dà il quadro più generale possibile: in Italia, l’occupazione femminile è passata, fra 2019 e 2020, dal 50 al 48.6 %. Forse la differenza percentuale non sembra poi così grande, ma si sta parlando di circa 171mila donne (per confronto, è circa il doppio dei posti di lavoro femminili creati fra 2008 e 2019), un numero spaventoso. È utile osservare che lo stesso dato per gli uomini mostra percentuali decisamente diverse: si passa dal 67.9 al 67.5 %. Si nota subito quindi come già prima della pandemia la differenza di occupazione fra donne e uomini in Italia era molto elevata, soprattutto per il valore estremamente basso della prima (la media UE è del 63 %), e come nel 2020 questo divario si sia ulteriormente allargato. Vale la pena quindi di interrogarsi su quali siano i meccanismi sottostanti a questi dati così poco confortanti.

I problemi legati al mondo del lavoro femminile, in parte, li conosciamo già molto bene. Nel nostro Paese i lavori domestici e di cura della famiglia sono svolti prevalentemente dalle donne e questo non è cambiato anche nel momento in cui quasi tuttə erano costrettə al lavoro da casa: anzi, un’indagine riporta che più di due donne lavoratrici su tre durante il lockdown hanno dedicato più tempo a questi rispetto a quanto facessero prima. Per quanto tutto questo sia ben noto, l’Italia non ha ancora fatto abbastanza per risolvere tale squilibrio. Mancano, oltre naturalmente ad un auspicabile cambio culturale diffuso, misure e strutture essenziali che hanno dimostrato altrove, dove sono state introdotte, la loro efficacia: un vero congedo parentale anche per gli uomini (ad oggi vengono concessi ben DIECI giorni) e l’ampliamento della rete degli asili nido, rendendoli veramente accessibili per tuttə, giusto per fare alcuni esempi.

Ma mettiamo da parte per il momento queste considerazioni che, come detto, si facevano anche prima della pandemia, cercando di analizzare meglio i problemi specifici dell’ultimo anno. Si diceva, all’inizio, che non siamo tuttə nella stessa barca: in questo senso si può osservare che le misure restrittive non hanno colpito allo stesso modo tutti i settori lavorativi. Fra i più penalizzati troviamo per esempio i servizi domestici e il mondo degli alberghi e della ristorazione, che hanno in comune il fatto di occupare una grossa fetta della forza-lavoro femminile. Abbiamo trovato quindi una prima risposta alla nostra domanda: un ruolo importante nello spiegare i numeri visti in precedenza l’ha avuto la diversificazione negli ambiti lavorativi fra uomini e donne.

Se questa prima risposta ci ha disegnato un quadro che vede le donne sostanzialmente “sfortunate” per essersi trovate occupate nei settori più colpiti, andando oltre il disegno che si forma assume tinte ben diverse. Si può quindi riscontare che l’occupazione femminile dipendente è caratterizzata da un maggior ricorso a contratti a termine (16.78 %) rispetto a quella maschile (14.96 %), con la conseguenza che anche l’introduzione del blocco dei licenziamenti nel 2020 non è riuscito ad arginare la scadenza del contratto per tante donne lavoratrici, che si sono trovate di fatto licenziate. Questo dato ha ancora più peso se si considera che la percentuale di queste che è riuscita ad ottenere un nuovo lavoro nel corso dell’anno è solo del 42.6 %, mentre per gli uomini lo stesso dato è al 52.7 %. Risulta chiaro quindi come in Italia il mondo del lavoro dia sostanzialmente meno sicurezze alle donne, che si trovano in posizioni fragili, molto più a rischio in tempi di crisi. Ulteriore conferma di questa minore presenza di tutele è l’accesso alla cassa integrazione, strumento che nello scorso anno è stato largamente utilizzato per arginare l’emorragia nel mondo del lavoro: considerando che le donne con contratti di lavoro dipendente sono il 42.1 % del totale, solo il 27 % ha avuto accesso alle risorse della cassa. Le motivazioni risiedono naturalmente anche nei settori in cui le donne sono maggiormente occupate, aspetto che abbiamo considerato precedentemente, ma non per questo il dato perde di valore: è un ulteriore sintomo che dovrebbe lanciare un segnale di allarme.

Cosa possiamo quindi dire, in conclusione, sul ruolo della pandemia nell’occupazione femminile? Come per tanti altri aspetti, il covid ha in gran parte aggravato, esasperandole, problematiche già presenti nella nostra società, le cui soluzioni al momento sembrano ancora piuttosto lontane. È importante però riconoscere che questi problemi esistono e sono parte di un divario di genere che si manifesta in tantissimi altri ambiti e che, purtroppo, persiste ancora. Conoscere e approfondire le tematiche non risolverà nulla, ma sicuramente è un passo imprescindibile da fare, quanto meno per avviarsi sulla strada giusta. Tradotto: significa, per gli uomini, riconoscere un privilegio strutturale che essi hanno in quanto tali.

A proposito, a marzo 2020 le richieste di aiuto da parte di donne per violenza domestica sono aumentate del 33 %: ecco un altro esempio di come la pandemia abbia peggiorato ciò che già era presente. La violenza domestica esisteva prima ed esiste anche oggi: ad ogni giorno che passa non affrontarla significa più maltrattamenti, più abusi, più femminicidi. Un prezzo che nessunə di noi dovrebbe essere dispostə a pagare.

Qui trovate gli articoli da cui ho tratto i dati citati nell’articolo:

https://www.ingenere.it/articoli/pandemia-ha-colpito-lavoro-donne

Per approfondire potete anche leggere lo studio completo che viene citato nel primo articolo, COVID: la crisi più dura per le donne in un Paese ancora senza parità:

Pandemia e DaD: testimonianze dai giovani

di Francesco Marinoni

I “giovani”: quante volte vi è capitato di sentire usi (e soprattutto abusi) di questa categoria? Mai abbastanza intraprendenti ma allo stesso tempo troppo esuberanti, irrispettosi, indisciplinati, maleducati e chi più ne ha più ne metta. E, naturalmente, con l’arrivo della pandemia una nuova categoria si è aggiunta alla lista: untori per eccellenza. Capita, per esempio, che sul Corriere della Sera si possano leggere pensieri illuminati di editorialisti storici che propongono ragionamenti di questo tipo:

«Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla? Ormai è diventato un rito. Al calar d’ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d’infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società «per bene» insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere.»

Ma se forse parole come queste rappresentano un apice particolarmente delirante (e classista) del profondo disprezzo di cui i famosi “giovani” godono in questo Paese, non è certo difficile trovare altri esempi simili. L’intera retorica iniziata nell’estate 2020, e portata avanti anche in quella appena trascorsa, della movida pericolosa, condita da varie ordinanze per promuovere il “decoro” e combattere il “degrado”, si è alimenata sull’addossare responsabilità per una pandemia in corso solo ed esclusivamente a una fetta (per altro in costante diminuzione nel nostro Paese) della popolazione, che ha permesso tra le altre cose di dimenticare e nascondere alcuni aspetti cruciali.

Pensiamo alla gestione della scuola e dell’università nella prima e soprattutto nella seconda ondata della pandemia. Si è parlato molto di DAD, certo, e sarebbe ingeneroso dire che non siano stati sottolineati gli aspetti negativi e problematici ad essa connessi, ma molto spesso si è dimenticato di considerare il punto di vista fondamentale di chi l’ha vissuta in prima persona. Quanto spazio è stato dato a studenti e studentesse per dire la loro? Secondo noi di Altro, sicuramente non abbastanza.

Per questo motivo abbiamo scelto di cercare delle voci per aiutarci a raccontare meglio cosa è stato davvero affrontare la pandemia dal loro punto di vista. Abbiamo fatto circolare, alla fine dello scorso anno scolastico, un questionario rivolto a ragazzi e ragazze delle scuole superiori grazie a cui abbiamo raccolto molte risposte su cui vale la pena di riflettere (e di cui tratteremo in un articolo a parte), e siamo riusciti anche a realizzare alcune interviste per approfondire meglio domande che, inevitabilmente, non potevano risolversi in una semplice risposta a crocette.

Chiacchierando sono emerse molte prospettive interessanti. C’è chi, per esempio, nel corso di quest’anno non ha perso la fiducia nel ruolo della politica e ha scelto di iscriversi a un partito, con la voglia di mettersi in gioco in prima persona e dire la propria. C’è la consapevolezza sempre più crescente dell’importanza della salute mentale, che non può essere trascurata e messa in secondo piano. Abbiamo incontrato persone che, nonostante abbiano trovato difficoltà nel cambiare radicalmente le proprie abitudini, erano ben consapevoli della situazione e sono riusciti ad adattare la propria vita sociale anche grazie ai mezzi tecnologici.

Naturalmente, ogni esperienza è personale e non si può certo pretendere di trarre delle conclusioni definitive da alcune opinioni. Personalmente però credo che le parole siano fondamentali: nel questionario, alla fine, abbiamo chiesto di pensare alla prima parola che venisse in mente ripensando all’esperienza passata. Le abbiamo raccolte in questa immagine:

Già solo da qui lo spazio di riflessione è immenso. Dietro a queste parole ci sono ragazzi e ragazze, tante personalità e storie di vita diverse che arrivano a questo quadro impietoso e preoccupante. Come qualcuno ci ha raccontato nelle interviste, l’impressione che la pandemia e la sua gestione abbiano segnato le esistenze di tanti e di tante è forte. Forse non è il caso di suonare troppo disfattisti, ma i numeri del 2020 e del 2021 sulla salute mentale sono decisamente poco incoraggianti.

Quel che è certo è che riconoscere i problemi è sicuramente un buon modo per provare ad arginare i danni. Archiviare il 2020 come semplice “incidente di percorso” non può essere una soluzione: al contrario, la testimonianza di ciò che ha significato sarà una risorsa fondamentale affinchè in futuro si rifletta in modo più approfondito e consapevole su certe scelte e sulle loro conseguenze

Per concludere, vorrei lasciare qui sotto i tantissimi commenti che ci sono arrivati al termine del questionario: queste righe raccontano molto più di quanto è stato possibile sintetizzare in questo articolo. Tanti pensieri saranno stati probabilmente lasciati da voi che state leggendo: colgo l’occasione per ringraziarvi ancora una volta, a nome di tutta la redazione, per la straordinaria partecipazione.

«Una mala gestione di un contagio permette a professori tecnicamente impreparati di valutarti anche solo per le facce che normalmente faresti durante le lezioni e il tutto mentre tutti i contatti con l’esterno si allontanano e quelle vecchie amicizie che ti rimanevano si distruggono per inezie.»

«Sono d’accordo sulla prudenza, ma alcune restrizioni erano inutili e l’unica cosa che facevano era danneggiare la salute mentale dei giovani. Non hanno considerato i ragazzi delle superiori e quelli delle università per niente, credendoli abbastanza maturi da affrontare una cosa del genere, ma così facendo ci hanno totalmente trascurati. Non vediamo l’ora di fare il vaccino e lasciarci tutto alle spalle e se questo vuol dire andare a scuola tutti i giorni e fare anche più verifiche non fa niente, sempre meglio di stare in casa attaccati a un computer tutto il giorno.»

«Molto triste, noioso, disumano.»

«Vorrei non fosse mai accaduta.»

«Sicuramente ci sono pro e contro di ogni esperienza. La pandemia ha creato paura e timore, ma allo stesso tempo ha aiutato ad unire le persone. La DAD può essere un buon mezzo per il futuro, ma non siamo ancora in grado di utilizzarlo al meglio.»

«Spero di non fare mai più DAD.»

«Spero finisca completamente tutto al più presto.»

«Penso sia un esperienza che non abbia voglia di ripetere, soprattutto il fatto di rimanere chiusa in casa senza poter vedere amici e parenti o fare le solite attività che facevo per distrarmi un po’ dalla scuola. Ho detestato il lockdown, ma ho la fortuna di avere una famiglia numerosa e quindi è stato bello anche riscoprire quanto sia bello stare anche in famiglia.»

«Io sono in una quarta ginnasio al liceo classico, non ho potuto legare e conoscere i miei compagni, non ho potuto condividere emozioni con loro, solo nell’ultimo periodo prima della fine della scuola sono riuscita a creare dei legami anche con ragazzi al di fuori della mia classe; quando ero in DAD mi sentivo isolata dal mondo, come in una bolla impenetrabile, mi sentivo soffocata e ovattata.»

«Mi ha rovinato, prima riuscivo a studiare come ogni persona ma adesso non ho più la voglia degli anni passati.»

«Ansia.»

«Inevitabile.»

«É stato tutto molto pesante, ha portato molti a chiudersi in sè stessi, la fiducia nei confronti degli altri è diminuita.»

«È stata una situazione pesante e difficile per tutti sotto tutti i punti di vista. Penso che la DAD sia stata la migliore delle conseguenze della pandemia, ma è stata comunque una cosa negativa per molti studenti (se non per tutti) e spero che si torni alla normalità dall’anno prossimo.»

«Non ne potevo più della DAD: professori che facevano fatica a fare lezione perchè c’era sempre un problema (es. non funzionava il microfono), salti della corrente, problemi con i link per entrare nelle lezioni… ma, soprattutto, mancava la socialità; il contatto, lo stare per davvero tutti insieme. Ho fatto fatica a conoscere i miei compagni, con la DAD: come si fa a conoscere una persona tramite uno schermo? A me è parso impossibile. Ora, ovviamente ci sono gli aspetti negativi, ma anche quelli positivi: sono una persona molto ansiosa, e quando ci sono interrogazioni vado nel panico; con la pandemia e la conseguente DAD, non ho avuto particolari problemi con le interrogazioni, proprio a causa di quella distanza dal docente che mi permetteva di stare più tranquilla. Quando poi però siamo tornati in presenza, da questo punto di vista è stato un disastro. In generale, non mi è piaciuta la DAD e spero davvero che, se ci sarà, l’anno prossimo sia limitata.»

«Sono cambiata molto nell’ultimo anno. Forse il fatto di ritrovarmi a casa da sola, distante dalla costante condivisione con amici e compagni, mi ha permesso di concentrarmi maggiormente su me stessa, capirmi e ritrovarmi. Per questo direi che, nonostante tutto, per me è stata anche un’esperienza costruttiva e, paradossalmente, “ringrazio” che ci sia stata.»

«Nonostante sia stato molto faticoso e stressante è stato necessario per provare a far fronte all’emergenza.»

«Sotto alcuni aspetti mi è serita a capire meglio me stessa e chi mi vuole davvero bene e che tiene veramente a me, sotto altri è stata tosta non avere persone molto importanti per un semplice abbraccio, pizza o divertimento.»

«Spero di non dover trascorrere un altro anno di fronte al computer, sento il bisogno di andare a scuola e vivere questi anni di Liceo. Non riesco più a reggere l’idea di trascorrere sempre meno tempo con i miei amici o l’idea di passare le ore a vedere persone uscire dalla lezione/fingere di avere problemi di connessione pur di non fare verifiche/interrogazioni. A fine Liceo mi piacerebbe guardare indietro e ricordare tanti bei momenti vissuti in presenza (il confronto con i compagni pre e post interrogazione/verifica, le lezioni dal vero, le risate, le gite e le colazioni con gli amici), non giornate trascorse in casa, seduta davanti a uno schermo ad aspettare la fine di questa situazione.»

«È stato un periodo difficile per tutti e passerà nella storia, e forse sarà difficile tornare alla normalità dopo tutto quello che è successo.»

«Mi ha fatto fondere la PlayStation 4.»

«Penso sinceramente che la DAD sia stata una presa per il culo da parte di tutti, dagli alunni agli insegnanti a dietro le quinte della scuola. La pandemia è stata una merda per tutti, non lo metto in dubbio, eppure c’è chi si è fregato il cazzo della situazione e ha vissuto la sua vita felicemente, mentre coglioni come me sono rimasti a casa anche quando si poteva uscire tranquillamente. Ma alla fine di tutto, questo non è successo solo col lockdown, ma succede in qualsiasi situazione, perchè non sono furbo abbastanza come loro.»

«Non mi piace.»

«Secondo me siamo stati molto pigri nel svolgere la DAD. Alcuni dormivano, alcuni mangiavano etc… Però i professori potevano almeno renderle interessanti. Ogni volta mi devo svegliare con il brutto vizio di non seguire perchè è noioso, anche dal fatto che è un dispositivo elettronico e si ha la libertà di giocare a giochi che ti piacciono senza che ti becchino.»

«Penso che la prima pandemia abbia preso di sprovvista e che quindi non fosse possibile essere preparati ma per quanto riguarda la seconda ondata penso sia stata gestita male, per esempio l’idea dei banchi con le rotelle su cui sono stati investiti molti soldi è stata un fallimento anche perché molte scuole come la mia non li hanno neanche ricevuti.»

«È stato un momento di riflessione, che mi ha portato però a conoscere anche nuove persone attraverso il maggiore utilizzo dei social.»

«Venne e continua a essere una situazione gestita malissimo. Ci si ammala di più a stare in casa, isolati e con il terrorismo psicologico fatto dalle televisioni che per il virus. Serviranno molti più psicologi che “dottori”.»

«Sono tutte o cause o conseguenze di questa situazione “emergenziale” in cui ci troviamo. Di sicuro nuociono al nostro benessere psico fisico. (Sono presenti le virgolette perché di questa situazione se ne sta facendo un abuso oramai).»

«Penso che le continue chiusure, restrizioni abbiano reso più fragili coloro che non avevano problemi, abbiano distrutto le persone già in difficoltà. Capisco che nel 2020 ci si è ritrovati spiazzati da una nuova malattia, assurdo che dopo l’estate sia stata trattata la situazione allo stesso modo, senza prestare attenzione a quelli che magari il virus non l’hanno contratto, ma che hanno dovuto affrontare situazioni difficili, per esempio in famiglia.»

«Disorganizzata, studenti e scuole lasciate allo sbaraglio, norme e regole assurde.»

«Credo sia stata un’esperienza difficile per alcuni aspetti e che ha costretto tutti a cambiare le proprie abitudini per il bene comune. Tuttavia, le lezioni in DAD hanno dato la possibilità di imparare a sfruttare in maniera produttiva la tecnologia e hanno messo a disposizione più tempo per sè stessi.»

«Ha cambiato il mio pensiero e modo di pensare e affrontare difficoltà.»

Chi è senza vizi scagli la prima pietra

di Francesco Marinoni

Per quanto si cerchi di resistervi, il fascino del Male è sempre presente, almeno in parte, in tutti noi. Dalla tentazione del serpente nel giardino dell’Eden fino ad oggi, gli ostacoli posti lungo la strada dell’uomo verso il Bene sono stati innumerevoli e, spesso, difficili da evitare: l’essere umano è, da sempre, vizioso.

Certo, questo non gli ha impedito di elaborare regole di vita per cercare di esserlo sempre meno, tentando disperatamente di piegare la curva della propria esistenza fino a tangere la perfezione, la santità. Dividere il Bene dal Male, ciò che è morale da ciò che non lo è, Halāl da Harām. Naturalmente non sempre è facile mettersi d’accordo su questioni di questo calibro; anzi, si potrebbe tranquillamente affermare che non sarà mai davvero possibile raggiungere un vero consenso.

E allora perché affannarsi tanto? Secoli e secoli di condanna dei vizi non sono certo riusciti ad eliminarli; e forse questo dovrebbe suggerirci che sarebbe meglio dedicarsi a qualcosa di diverso. Cogliere le imperfezioni nell’altro, guardarle dentro e, piuttosto che condannarle, riconoscervi le proprie, perché ognuno ha le sue.

Parliamo quindi del vizio da una prospettiva differente, che si allontana dal giudizio morale per avvicinarsi, invece, alla comprensione empatica. Perché, in questo caso, è giunta l’ora di smettere di nascondersi. Dopotutto, cosa sarebbe il nostro giornale, Altro, se non la manifestazione del nostro incorreggibile vizio di scrivere?

Prospettive – Vizio

Lussuria

di Rosamarina Maggioni

A volte mi chiedo come la gente faccia a trattenersi dal fare sesso tutto il giorno, per poi forse concedersi una scopata scarsa alla settimana. Se fosse per me a ogni angolo della strada ci sarebbero dei motel a ore, giusto in caso servisse un luogo dove appartarsi con quello sconosciuto incontrato al bar della stazione dieci minuti prima, o con la compagna di università che ti sbava dietro da settimane.

Il sesso è la miglior cosa che si possa fare, un contorcersi di corpi sudati che si toccano, si baciano, si leccano, si mordono, si compenetrano, consumati dal fuoco del desiderio che non si placa.

Basta uno sguardo, un tocco, un sospiro, una vibrazione nell’aria, una parola che vuol dire più di quello che si pensa e qualcosa dentro, nel profondo, scatta; nulla ha più senso e qualsiasi cosa stessi facendo non ha più importanza. Ciò che conta è soddisfare quella voglia, possedere quella persona ed essere posseduto, godere e far godere: non tra un po’, ora; non nel luogo adatto, qui. La società mi definisce deviato, vizioso, Lussurioso ma a me non importa delle etichette, di quello che si pensa e si dice di me: a me interessa una sola cosa, e tu sai qual è.

Superbia

di Francesca Ariano

Non sono mai stata come tutti gli altri.

Sin da piccola, ho sempre saputo di avere qualcosa di speciale: un’intelligenza fuori dal comune, una prontezza d’ingegno, una facilità nell’apprendere che pochi posseggono. Naturalmente non tutti sono in grado di riconoscere queste doti e se le vedono preferiscono negare l’evidenza anziché ammettere la propria mediocrità.

Se solo ne avessi avuto la possibilità, sarei diventata una grande musicista. Ma si sa, spesso i geni rimangono incompresi e così, per colpa di quegli idioti che mi hanno fatto da maestri, non potrò far conoscere al mondo la mia arte.

Ma non importa. Il mio talento naturale rimarrà sempre in potenza, il mio dono sarà come un bellissimo fiore che per l’incuria e l’ottusità altrui non è potuto sbocciare.

Gli altri non vedono, ma io lo so, e questo è quel che conta: io sono migliore di loro.

Avarizia

di Francesco Ronzoni

Eppure non li comprendo. Tutti si lamentano di quanto denaro io possegga facendolo sembrare un’infinità; e poi, non contenti, mi attaccano dicendo che dovrei imparare ad essere più generoso con gli altri.

Quindi loro non sanno che i miei soldi io me li sono guadagnati col duro lavoro, piegato sulla scrivania giorno e notte da quando ero un ragazzino? Ma poi io dico, se questi sperperano tutti i loro averi subito, senza tenerne qualcuno da parte per sicurezza come me, cosa faranno mai nel momento in cui ne avranno davvero bisogno? Cioè, se tutti gli altri sono incauti, perché dovrei essere io quello che viene preso di mira per il suo buon senso? Anche perché in fin dei conti io sono una persona generosa. Dopotutto, come si definirebbe altrimenti qualcuno che lascia una mancia all’edicolante ogni settimana? Ben 10 centesimi. Per 52 settimane all’anno diventano 5,2€! Regalati! Vedete?

Ma adesso devo concludere in fretta, che ho già sprecato troppa batteria del portatile.

Gola

di Andrea Riva

Madonna quanto ho mangiato… mega! Mi sento proprio pieno, gonfio, saturo… ancora un boccone e… potrei esplodere! Ora tornerò a studiare, dovrò pure far qualcosa oggi.

Uff… non riesco a concentrarmi bene… ho bisogno di una pausa. Beh ci sono quei biscottini in cucina, molto buoni; ne prenderò un paio! Si, esatto solo 4/5, niente di più. Ho mangiato molto a pranzo però sai… alla fine un dolce ci vuole… un dolce una volta al giorno è parte essenziale di qualsiasi dieta equilibrata. Sì dai, mangio questa decina di biscotti, van via che non te ne accorgi nemmeno. Ecco mi sento già meglio, sì sì. Un po’ di calorie mi servivano.

Però qualcosina potrei mangiarlo mentre studio… quelle patatine nella dispensa magari… sono così sfiziose. Si dai, lo sanno tutti, studiare è come andare al cinema… se non hai qualcosa da sgranocchiare non è la stessa cosa.

Grande! Per oggi ho fatto quello che c’era da fare, sono stato molto molto diligente. Complimenti.  Mi merito un premio! C’è quel gelato cosi buono… strabuono. Ora vado a prenderlo.
Ma perché usare una tazzina? È molto più comodo mangiarlo direttamente dalla scatola…

Invidia

di Francesco Marinoni

Io questa prospettiva non la volevo scrivere. Quanto sarebbe stato più semplice se mi fosse stata assegnata l’ira, l’accidia, la gola o qualsiasi altro vizio capitale? No, mi è toccata l’invidia: i compiti più difficili spettano sempre a me. È la mia maledizione, trascorrere le giornate consumando la mia esistenza nella certezza che le persone che mi circondano abbiano avuto dalla vita molto più di me. Loro con una bella casa, una famiglia, un lavoro; io che vivo in un buco, solo e rifiutato dalla società.

È colpa mia se quando mi guardo attorno vedo solo ciò che a me manca? È forse un peccato desiderare qualcosa di meglio per sé stessi? Ma è inutile che provi a spiegarmi, nessuno è in grado di capire la mia pena. Voi che state leggendo queste righe sarete certo sdraiati su un comodo divano, a farvi beffe di me: sarò solo una momentanea distrazione prima di trovare qualcosa di più divertente da fare. Un povero, patetico invidioso.

Ira

di Lorenzo Caldirola

Madonna sti gabbiani finiscono tutti sdraiati, sgabellati, stesi, mortiuccisi se mi deflagrano di nuovo i gioielli. Sono arrabbiato, inalberato, adirato, si fossi foco arderei le madri di tutti gli infami.

Dovete sapere che nel mondo ci sono due tipi di persone: quelle dotate di raziocinio e quelle che la sera tornano a casa in verticale, quelle sempre pacate e pazienti e quelle coi pugni nelle mani 24/7, quelle col cappotto di piume d’oca e quelli col cappotto di frassino. Insomma guardami appena appena storto, con quel fare da damerino, e ti ritrovi il cervello carotato e la testa nel buco del culo.

Intendiamoci, sono una persona a modo, se non mi pesti i piedi, ma davvero ci metto meno due secondi a cambiarti i connotati se poco poco mi fai perdere il pochissimo autocontrollo che mi rimane in questa vita terribile costellata da idioti.

Dov’ero rimasto? Ah sì sì, un caffè macchiato lungo, tiepido, in tazza grande, con latte di soia a parte e una spolverata di cannella per favore.

Accidia

di Redazione di Altro

Avremmo dovuto scrivere qualche riga sull’accidia… ma avrete già capito come è andata a finire.

Tutto quello che dovresti sapere sulle sigarette elettroniche

di Francesco Marinoni

Fra le diverse abitudini che portano a danni per la salute, il fumo di sigaretta rappresenta sicuramente uno dei vizi più radicati: per impatto, è il primo fattore di rischio evitabile causa di malattie cardiovascolari e di tumori. Ad oggi, i fumatori rappresentano circa il 18.6 % della popolazione italiana sopra i 14 anni; va comunque osservato che, in seguito alle sempre più diffuse campagne di sensibilizzazione e all’introduzione delle norme che proibiscono il fumo nella maggior parte dei luoghi chiusi, questa percentuale è ormai in calo da molti anni, in tutte le fasce di età (nel 2001, per esempio, si attestava al 23.7 %). In particolare, un altro fattore che ha sicuramente contribuito all’abbassamento di questo numero è l’introduzione di nuove alternative alla sigaretta tradizionale, come per esempio le cosiddette sigarette elettroniche. Tuttavia, nel tempo sono stati sollevati numerosi dubbi sull’efficacia e la sicurezza di questi strumenti, che inizialmente venivano presentati come un’alternativa quasi priva di effetti nocivi al consumo di tabacco.

Introdotta per la prima volta in Cina nel 2003 e diffusasi in Occidente a partire dal 2006, la sigaretta elettronica (“svapo” per gli amici) funziona vaporizzando un liquido a base di acqua che contiene glicerolo, glicole propilenico e diverse sostanze aromatizzanti, oltre a un quantitativo di nicotina che varia a seconda del prodotto scelto, anche se è possibile acquistare liquidi in cui quest’ultima è assente. Il motivo per cui per molti questa è stata considerata fin da subito un’ottima alternativa alla sigaretta tradizionale è evidente: pur mantenendo la gestualità e il meccanismo, il fumatore non è esposto alle numerose sostanze tossiche e cancerogene rilasciate dalla combustione del tabacco; e poi, può regolare la quantità di nicotina assunta, riducendo così il fattore di dipendenza che questa sostanza genera. Data questa premessa quindi, naturalmente, tutte le principali aziende produttrici di questo tipo di prodotto si sono affrettate a pubblicizzarle come un efficace metodo per smettere di fumare, alimentando un mercato che, seppure ancora piuttosto ristretto (riguarda meno del 2.4 % della popolazione in Italia, al 2020), è in costante crescita, soprattutto nella fascia dei più giovani.

Per cercare di fare più chiarezza sull’argomento ed individuare possibili rischi per la salute dei consumatori sono stati effettuati numerosi studi sull’utilizzo della sigaretta elettronica. In particolare, di recente pubblicazione è il parere presentato dal Comitato scientifico per la salute, l’ambiente e i rischi emergenti della Commissione Europea (SCHEER), che permette di abbozzare un quadro piuttosto completo rispondendo in parte ai numerosi interrogativi che sono sorti in questi anni. Un primo aspetto messo in luce è che questi prodotti possono rappresentare una porta d’accesso per i non fumatori al consumo di prodotti a base di tabacco, data la facile reperibilità e l’aspetto accattivante cui contribuiscono anche i diversi aromi utilizzabili. Inoltre, così come le sigarette tradizionali, quelle elettroniche possono portare alla dipendenza da nicotina, in quanto, come già detto, questa sostanza è spesso presente nel liquido vaporizzato. Per quanto riguarda altri danni alla salute (escludendo effetti a lungo termine che, data la commercializzazione relativamente recente, non possono ad oggi essere valutati con certezza), ci sono moderate evidenze di effetti limitati sulle vie respiratorie (prevalentemente irritazione) e sul sistema cardiovascolare, mentre per quanto riguarda la cancerogenicità, gli effetti negativi sul sistema nervoso centrale e sulla riproduzione le prove sono più deboli (a differenza di quelle, ormai ben note, per le sigarette tradizionali). La maggiore pericolosità evidenziata è in realtà legata alla possibilità di difetti di fabbrica o utilizzi non corretti, che possono portare a entrare in contatto direttamente con il liquido contenuto all’interno. In questo senso quindi, allo stato attuale della conoscenza, si può affermare con relativa certezza che i danni alla salute provocati dalle sigarette elettroniche sono minori rispetto a quelli delle loro “cugine”.

L’altro aspetto da considerare è però l’efficacia delle “svapo” nell’aiutare i fumatori a smettere: in questo senso le prove a sostegno, al momento, sono piuttosto deboli. Però, come minimo, sembra esserci un contributo nella riduzione del quantitativo di tabacco fumato, dato che spesso i consumatori fanno un uso combinato di sigarette elettroniche e tradizionali. Chi propone quindi questi prodotti come percorso semplice per liberarsi del vizio del fumo, che poi nella maggior parte dei casi sono le stesse aziende che li producono, non basa le proprie affermazioni su un’evidenza scientifica consolidata. Proprio per questo motivo attualmente le sigarette elettroniche non sono commercializzate (nella maggior parte dei Paesi) come prodotti di tipo farmaceutico, che richiederebbero un’analisi ben più dettagliata e solida dei benefici portati.

Ancora più complessa è l’analisi di un’altra alternativa che si sta diffondendo sempre maggiormente, ovvero le sigarette a riscaldamento di tabacco. In questi prodotti, a differenza delle sigarette elettroniche, è presente il tabacco e il consumatore aspira il vapore prodotto dal riscaldamento ad elevata temperatura (ma senza combustione) delle foglie. Questo vapore, oltre ovviamente alla nicotina, contiene (a differenza di quello prodotto dalle “svapo”) una serie di sostanze cancerogene presenti anche nel fumo di sigaretta tradizionale, seppure in quantità minori. Il grosso problema di questi prodotti al momento è che quasi tutti gli studi effettuati su di essi sono stati promossi dalle stesse compagnie che li producono, il che fa inevitabilmente sospettare della loro affidabilità: infatti, sebbene sia certo che la minore concentrazione di molte sostanze cancerogene nel fumo generato dal riscaldamento rispetto a quello generato dalla combustione del tabacco lo renda meno tossico, non si hanno dati abbastanza sicuri sui danni che comunque si provocano, inevitabilmente, nel fumatore.  A questo proposito l’Istituto Superiore di Sanità ha segnalato la debolezza degli studi promossi dall’azienda Philip Morris, che commercializza le IQOS oltre ad essere il maggiore produttore di sigarette al mondo.

In conclusione, è importante tenere a mente tutti questi aspetti nel bilancio dei rischi e benefici delle alternative moderne alla sigaretta, che non andrebbero in ogni caso considerate come metodi efficaci per smettere di fumare: a questo scopo, oltre al supporto farmacologico (disponibile per esempio nella forma dei cerotti alla nicotina), è invece raccomandabile un percorso di aiuto psicologico, che può fornire un importante sostegno ai fumatori desiderosi di abbandonare il loro vizio.

Di seguito potete trovare le fonti di cui mi sono servito in questo articolo:

http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=15512#
https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/la-sigaretta-elettronica-e-meno-pericolosa-della-sigaretta-di-tabacco
https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1882_allegato.pdf
https://www.salute.gov.it/portale/fumo/dettaglioContenutiFumo.jsp?lingua=italiano&id=5589&area=fumo&menu=vuoto
https://www.nbst.it/1009-sigarette-elettroniche-il-parere-finale-della-commissione-europea-ma-ancora-dubbi-su-svapo-e-covid-19.html
https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/sigaretta-a-riscaldamento-di-tabacco
https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/fumo/le-iqos-potrebbero-essere-dannose-quanto-le-sigarette-tradizionali
https://www.altroconsumo.it/salute/cura-della-persona/speciali/rischio-fumo-sigarette-elettroniche

Qualcuno pensi ai bambini

di Francesco Marinoni

Altro, fin dalla sua nascita, è sempre alla ricerca di punti di vista e sguardi diversi: la scrittura, nella nostra modesta interpretazione, è anche un modo per andare oltre la propria visione personale e rendere chi legge partecipe di questo. È con questa idea in mente che abbiamo scelto come tema per questo numero l’infanzia.

Lo sguardo del bambino è un’immagine che spesso si utilizza e in sé contiene diversi aspetti che normalmente associamo a questa fascia di età: l’innocenza, la spensieratezza, l’inconsapevolezza, la curiosità insaziabile. Dalla prospettiva di un adulto naturalmente è difficile immedesimarsi in questo, anche perché spesso i ricordi della propria infanzia sono pochi e confusi: inevitabilmente, l’idea di essere bambino che ognuno ha è quella che gli è stata raccontata da chi l’ha visto crescere.

Consapevoli dell’inevitabile limite dell’essere adulti, abbiamo comunque scelto di parlare di bambini cercando di non limitare il nostro sguardo all’infanzia che la maggior parte di noi, nata nella parte fortunata del mondo, ha vissuto. Altro cerca anche in questo di non fermarsi al qui e ora, ripercorrendo all’indietro la linea del tempo ed espandendo gli orizzonti oltre il mondo occidentale.

La politica del figlio unico in Cina: storia, controversie ed effetti del più grande esperimento di controllo delle nascite

di Francesco Marinoni

Il mondo odierno presenta numerose questioni e sfide difficili da analizzare e ancor più complicate da risolvere: probabilmente la prima che viene in mente è il cambiamento climatico, con tutte le annesse conseguenze, ma si potrebbe pensare anche all’evoluzione dello scacchiere geopolitico, con i rapporti di forza fra i Paesi che inevitabilmente cambiano nel tempo, rompendo alcuni equilibri e creandone di nuovi, oppure alle tante rivendicazioni per i diritti delle minoranze, che ormai interessano, seppure su piani diversi, tutto il mondo. Un altro esempio particolarmente calzante, e soprattutto sempre più attuale, è quello dell’aumento della popolazione mondiale; se da un lato si tratta di un argomento su cui si dibatte da molto tempo (le teorie di Malthus, uno dei nomi che più facilmente si associa a questo tema, risalgono all’inizio del XIX secolo), non si può certo dire che si siano raggiunte conclusioni incoraggianti su come affrontare i problemi ad esso connessi, fra cui la questione alimentare e l’impatto crescente dell’attività umana sull’ambiente.

A questo proposito però la storia recente ci offre un vero e proprio “caso di studio” da manuale, ovvero la politica del figlio unico, adottata dalla Cina a partire dal 1979 e, si può dire, ad oggi quasi completamente superata (avremo modo di approfondirne l’evoluzione più nel dettaglio in seguito). Si tratta probabilmente del più celebre ed esteso tentativo di controllo delle nascite mai operato da un Paese e ,proprio per questo motivo, studiarne l’implementazione e gli effetti può aiutare a trarre numerose conclusioni economiche, sociali e politiche.

Partiamo cercando di contestualizzare a grandi linee la situazione cinese nel periodo antecedente al 1979. Il Paese si trovava in una complessa fase di evoluzione, decisamente accelerata, da un’economia prevalentemente agricola a un’industrializzazione massiccia e forzata e accompagnata da un enorme aumento della popolazione (dai 542 milioni di abitanti del 1949 ci si avvicinò alla soglia del miliardo alla fine degli anni ’70). Durante questa transizione, data la grande rapidità del fenomeno, lo Stato non era in grado di garantire una vita sostenibile a tutti e il Grande Balzo in avanti (il piano economico messo in atto da Mao dal 1958 al 1961) ebbe come conseguenza emblematica una terribile carestia, che portò alla morte di un numero imprecisato di persone, nell’ordine delle decine di milioni. Il tasso di natalità, che arrivò a superare addirittura i 6 figli per donna nel corso degli anni ’60, seppur assestatosi su un trend discendente, si mantenne a livelli piuttosto elevati anche nel decennio seguente. Il problema dell’esplosione demografica era quindi presente da molto tempo quando, nel 1979, il presidente Deng Xiaoping decise di introdurre una misura drastica, la politica del figlio unico, che nelle previsioni del governo sarebbe servita ad evitare un eccesso di 400 milioni di ulteriori nascite che avrebbero messo a rischio la crescita economica negli anni a seguire. Ma di cosa si tratta esattamente?

Inizialmente presentata come una soluzione temporanea, la politica del figlio unico prevedeva, come suggerisce il nome, che ogni donna potesse generare al massimo un figlio. Erano previste alcune deroghe, modificate poi nel corso degli anni e applicate in modo diverso nelle regioni del Paese. Era concesso per esempio di avere più di un figlio in caso di parto gemellare: non sorprende, a questo proposito, che alcune indagini indichino come molte donne in quegli anni assumessero farmaci per aumentare la fertilità, nella speranza che questo evento si verificasse. Altre eccezioni riguardavano le famiglie rurali la cui prima figlia fosse stata femmina, vista l’importanza in questi contesti di un erede maschio (torneremo su questo punto più avanti), e alcune minoranze etniche.

Al di là dei criteri precisi (che potevano arrivare ad essere talmente intricati che alcune famiglie si trovavano involontariamente a violare le norme), è più interessante analizzare il modo in cui queste politiche sono state portate avanti. Alla base di tutto, oltre a una diffusione massiccia di contraccettivi, è stato posto un sistema di incentivi e disincentivi: alle famiglie “obbedienti” venivano concessi benefici economici e sostegno nella crescita del figlio, mentre quelle “disobbedienti” venivano punite con multe (il che ha permesso ai più ricchi di evadere di fatto la regola). A questo però vanno purtroppo aggiunti altri aspetti, decisamente più disturbanti. Innanzitutto, come prevedibile, molti figli sono nati comunque, nonostante i divieti, e si trovano tuttora a vivere a tutti gli effetti in uno status di clandestinità nel loro stesso Paese: non hanno potuto accedere al sistema educativo e sono sprovvisti di documenti, trovandosi quindi impossibilitati anche a lasciare la Cina per vie legali. Ma le conseguenze più scabrose della politica del figlio unico sono sicuramente i numerosissimi casi, solo in parte denunciati, di sterilizzazioni e aborti forzati, oltre a un numero imprecisato di neonati dati in adozione all’estero senza il consenso dei genitori. Le modalità con cui avvenivano queste adozioni, in particolare, sono state tenute nascoste dal governo per molto tempo, sia ai cinesi sia al resto del mondo (comprese le stesse famiglie adottive): la propaganda statale infatti da un lato promuoveva le nuove politiche di natalità con forza, tanto che molte persone sono cresciute con l’idea che fosse una misura necessaria e ignare dei suoi effetti, mentre dall’altro silenziava chi, per diversi motivi, non voleva adeguarvisi. Il livello di questa operazione di occultamento fu tale che ad oggi non si hanno stime precise sul numero di persone coinvolte in queste procedure.

Naturalmente, in un Paese vasto come la Cina, sarebbe ingenuo pensare che le direttive dello Stato siano state applicate in modo uniforme su tutto il territorio. Al netto delle diverse legislazioni delle regioni (che hanno un certo grado di autonomia decisionale rispetto al governo centrale), la differenza principale che si può osservare è fra le città e le aree rurali. Nei contesti urbani infatti la politica del figlio unico è stata portata avanti con molto più successo, sfruttando anche come leva fondamentale la minaccia di perdere il lavoro: quando infatti non venivano scelte soluzioni più estreme, come quelle illustrate in precedenza, ricatti di questo tipo risultavano particolarmente efficaci. Anche nelle campagne potevano verificarsi episodi di questo tipo, ma data la lontananza dai centri di potere veri e propri il rispetto della legge si basava più che altro sulle autorità, più o meno ufficiali, dei singoli villaggi: sono riportati casi, ad esempio, in cui le famiglie ribelli venivano ricattate con il furto di oggetti di valore o anche solo con l’isolamento all’interno della comunità. Tuttavia si può ragionevolmente pensare che non in tutto il Paese ci fosse questo livello di controllo (che di fatto non era altro che un autocontrollo della popolazione stessa), soprattutto nei contesti più isolati, dove inoltre risultava decisamente più semplice nascondere le gravidanze o i figli stessi con la complicità di amici e parenti.

Essendoci addentrati più nel dettaglio nella politica del figlio unico, è ora tempo di analizzarne le conseguenze, a breve e lungo termine, sull’economia e sulla società cinesi. La prima domanda che sorge spontanea è: questo sforzo, sia in termini di sacrificio per la popolazione sia di risorse investite per l’applicazione della legge, è servito a raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero a garantire la crescita del Paese? Da uno sguardo molto superficiale ai dati macroeconomici si potrebbe dire che l’effetto è stato complessivamente positivo, dato che l’espansione del PIL cinese non si è di fatto mai fermata dagli anni ’80 e viaggia tuttora a ritmi che nel mondo occidentale fanno ormai parte del passato. Tuttavia stabilire una diretta consequenzialità fra il controllo delle nascite e lo sviluppo cinese non tiene conto anche di numerosi altri fattori che hanno contribuito allo stesso effetto, oltre ad essere questo estremamente difficile da stimare a livello quantitativo (secondo uno studio dell’ONU, la favorevole distribuzione di età della popolazione negli ultimi due decenni del secolo scorso ha pesato per circa il 15 % della crescita economica). Sorgono dei dubbi anche sull’efficacia stessa della legge sul figlio unico nel raggiungere il suo scopo immediato, ovvero il controllo delle nascite: come accennato in precedenza infatti il tasso di natalità cinese, seppur ancora molto elevato nel 1979, era già in discesa prima dell’introduzione della norma, secondo un normale andamento tipico dei Paesi in via di sviluppo. Naturalmente è impossibile sapere se questa diminuzione sarebbe stata la stessa in assenza del provvedimento ed è allo stesso modo impensabile che esso non abbia avuto un qualche effetto (seppure, anche in questo caso, difficilmente quantificabile), ma queste considerazioni dimostrano sicuramente come l’utilità della politica del figlio unico sia quanto meno discutibile, anche volendola analizzare da una prospettiva estremamente cinica.

Volgendo lo sguardo alla situazione attuale della Cina, il giudizio sul controllo forzato delle nascite non può che farsi più critico. Due infatti sono le conseguenze più importanti a livello socioeconomico, le quali minacciano il presente e soprattutto il futuro del Paese, entrambe sicuramente riconducibili almeno in parte alla politica del figlio unico: l’enorme disparità di genere e l’invecchiamento squilibrato della popolazione.

Partiamo dalla prima. Attualmente in Cina ci sono circa 30 milioni di uomini in più rispetto alle donne, con previsioni che stimano come questo numero possa crescere fino a 60 milioni in futuro. Come si è arrivati a questo e soprattutto quale è stato il contributo della politica del figlio unico? Il motivo principale è che     molti genitori, obbligati dallo Stato ad avere un solo figlio, hanno preferito che questo fosse maschio: questo perché tradizionalmente le figlie femmine sono quelle che, una volta trovato marito, lasciano la famiglia, mancando quindi di fornire quel supporto che, soprattutto in contesti rurali, era fondamentale per sostenere i genitori nell’invecchiamento. Per questo motivo i casi di abbandono e, una volta che le tecnologie per conoscere il sesso dei nascituri divennero più diffuse, di aborti delle figlie femmine furono diffusissimi, arrivando al punto di generare situazioni paradossali in cui villaggi interi sono popolati solo da uomini. Naturalmente lo squilibrio generato da queste scelte nel corso dei decenni ha portato oggi ad avere un enorme platea di uomini che sono destinati a non sposarsi (in cinese sono identificati dal termine guang guan, traducibile approssimativamente come rami spezzati, in riferimento alle linee genealogiche che si interrompono), il che per una società come quella cinese (come del resto anche nel mondo occidentale, nella tradizione cattolica) significa essere condannati a un’incompiutezza della propria vita, che dovrebbe invece assumere pieno significato solo nel matrimonio. Il problema è estremamente evidente, tanto che l’equivalente cinese del Black Friday (la “festività dello shopping”) corrisponde al “Single’s Day”: giganti del commercio come Alibaba sfruttano questa situazione in cui versano moltissimi abitanti per alimentare le vendite. Un altro effetto visibile della disparità di genere è l’aumento del prezzo delle case nelle grandi città, che stanno diventando sempre di più una sorta di “dote” che la famiglia lascia al proprio figlio maschio nella speranza che lo renda più “appetibile” per essere fra i pochi che si sposeranno.

Purtroppo, la presenza di tanti uomini soli impossibilitati a trovare una compagna sta alimentando anche fenomeni decisamente più inquietanti, come il rapimento e la “compravendita” di donne provenienti dai Paesi confinanti con la Cina, che diventano vittime di questo terribile circolo vizioso diventando loro malgrado mogli. Le statistiche ufficiali non raccontano fino in fondo l’entità di questo traffico, sia per la volontà del governo cinese di occultare il problema (per cui si fanno anzi campagne per promuovere l’immigrazione femminile da Stati confinanti, dipingendola come un’opportunità e nascondendone i rischi) sia per la sudditanza, politica ed economica, degli stessi Paesi di provenienza delle ragazze (principalmente Indonesia, Corea del Nord, Pakistan, Myanmar), che non osano denunciare pubblicamente queste pratiche per paura di ritorsioni. Per i cinesi single che hanno denaro da spendere questa soluzione sta diventando sempre più diffusa e sicuramente si tratta di una delle conseguenze più disturbanti e oscure del marcato divario di genere.

Passiamo ad analizzare la seconda importante conseguenza: ci sono grosse fette di popolazione che stanno progressivamente invecchiando, avendo però un numero di lavoratori che, in proporzione, sta diminuendo drasticamente. Attualmente in Cina ci sono circa 5 adulti lavoratori per ogni pensionato, ma questo numero secondo le stime è destinato a scendere a 1.6 in 20 anni. È un problema molto familiare da una prospettiva italiana (nel nostro Paese questo rapporto vale poco più di 2), ma se nel mondo occidentale l’invecchiamento dei cittadini è noto da anni non sta assolutamente procedendo a ritmi paragonabili a quello cinese: per avere un’idea, si ipotizza che entro il 2050 più di un quarto della popolazione avrà più di 65 anni, il che significa che i pensionati cinesi, se vivessero in una nazione a sé, sarebbero il terzo Paese più popoloso al mondo. Non è un caso che si stia parlando di innalzamento dell’età pensionabile, attualmente a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne, per la prima volta in 40 anni. Questi numeri naturalmente non sono solo un effetto della politica del figlio unico ma piuttosto del miglioramento delle condizioni di salute, con la speranza di vita che è cresciuta notevolmente rispetto al secolo scorso. Il vero problema sta nella mancanza di persone giovani che si prendano cura dei loro genitori e allo stesso tempo possano garantire un numero sufficiente di nuove nascite.

Questo genera inoltre un enorme disagio per le tante famiglie (al 2010 sono circa un milione) che hanno perso il loro unico figlio, il quale, oltre all’evidente legame affettivo, rappresenta una sicurezza fondamentale per i genitori che invecchiano. Questa triste condizione è molto riconosciuta, tanto da essere etichettata da un termine specifico, shidu. Queste persone, oltre a dover affrontare in alcuni contesti uno stigma sociale, hanno difficoltà ad accedere alle residenze per anziani e alle cure, che tradizionalmente sono a carico dei figli e parte del loro dovere nei confronti della famiglia (citato anche nella Costituzione). Addirittura ci sono persone che si sono viste negare la possibilità di garantirsi spazio nei cimiteri, non avendo nessuno a garantire che le spese funerarie verranno pagate. In questo senso, dal 2013 il governo cinese ha avviato programmi per sostenere gli anziani soli e in generale offrire più servizi di accompagnamento della vecchiaia, ma per molti questi sforzi sono ancora insufficienti e non bastano a coprire le spese per le cure e l’assistenza di cui sempre più persone avranno bisogno.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto: che politiche sta pensando di intraprendere lo Stato cinese per porre rimedio, almeno in parte, a tutti questi problemi? Ironicamente, la soluzione che sembra essere stata scelta è quella di fare retromarcia: l’obiettivo si è improvvisamente spostato sull’incoraggiare le donne a fare figli. Nella versione ufficiale propagandistica questo non è assolutamente in contraddizione con la politica del figlio unico: si tratta semplicemente di fasi storiche diverse e quindi se in precedenza bisognava limitare le nascite per il bene dello Stato allo stesso modo adesso è necessario incentivarle. Molto rapidamente si è quindi arrivati a una prima abolizione della legge del figlio unico nel 2015 (in cui si è aperta la possibilità di avere un secondo figlio) e alla recentissima apertura anche al terzo, annunciata proprio quest’anno, accompagnate da stimoli e incentivi alla natalità in modo esattamente speculare a quanto visto nei decenni scorsi. Il naturale seguito sarà, molto probabilmente, una rimozione completa delle limitazioni sul numero di figli per coppia, attesa negli anni a venire.

I numeri del resto sono impietosi: il tasso di fertilità si attesta ora all’1.3, molto lontano dalla soglia che garantisce un futuro sostenibile, e si prevede che i nuovi nati saranno sempre meno in Cina ad ogni anno che passa. Sarà possibile invertire questa spirale con politiche analoghe a quelle che l’hanno generata? È ragionevole pensare che, per quanto la propaganda e gli incentivi siano determinanti, non basteranno a mettere una pezza ad un buco che è destinato invece ad allargarsi sempre di più. Moltissime famiglie infatti non sono interessate in alcun modo ad avere altri figli, per diversi motivi. Una prima ragione è che, in un Paese sempre meno povero, fare un figlio sta passando sempre di più dall’essere una risorsa all’essere un costo che molti genitori non possono più permettersi: anche qui è facile riconoscere un problema con cui siamo molto familiari nel mondo occidentale. Dai sondaggi prodotti dallo stesso governo risulta, per esempio, che solo l’11.2 % delle famiglie in contesti rurali sarebbe disposta ad avere un terzo figlio e la percentuale scende al 4.3 % se ci si sposta nelle città. Un secondo importante fattore da tenere in considerazione è di tipo socioculturale: una società che per decenni è stata abituata ad avere un solo figlio si è adattata a questo scenario, il che significa per esempio aver pianificato le risorse economiche in modo da concentrarle per una sola persona. Non è un caso che molti genitori siano letteralmente ossessionati dal crescere figli che eccellano in tutti i campi, dallo studio agli sport, il che ha portato anche all’idea stereotipata che spesso si ha dei “bambini cinesi” in grado di fare qualsiasi cosa, oltre a infanzie spesso rovinate e passate in collegi in cui fin dalla tenera età si è sottoposti alla disciplina più ferrea.

Insomma, si potrebbe dire che la politica del figlio unico cinese ha contribuito in definitiva a modificare radicalmente la società e la cultura di una nazione intera, portando con sé anche una serie di conseguenze orribili. Di fronte alle sfide poste dall’aumento della popolazione a livello globale, essa rappresenta sicuramente un monito sulle conseguenze che certe politiche possono avere a lungo termine  e allontana da soluzioni semplicistiche che, a volte, vengono proposte per risolvere problemi di una complessità enorme.

Per approfondire, allego le fonti utilizzate per la stesura dell’articolo:

https://www.vice.com/it/article/4avpww/cina-adozione-politica-figlio-unico?fbclid=IwAR0OJuXX4zrWHujVF5HTpRRwaIA1jRYNhQ1gMVxXujCRyCrxayo7jA6ic08

https://www.vice.com/en/article/nem7az/chinas-gender-imbalance-is-fueling-a-market-for-kidnapped-indonesian-brides

https://www.hrw.org/news/2019/10/31/chinas-bride-trafficking-problem

https://www.vice.com/en/article/zm7399/china-just-scrapped-its-one-child-policy

https://www.vice.com/en/article/wjwqnb/the-kids-of-chinas-80s-one-child-policy-still-feel-its-pain

https://www.npr.org/2016/02/01/465124337/how-chinas-one-child-policy-led-to-forced-abortions-30-million-bachelors?t=1629280477902

https://www.bbc.com/news/world-asia-china-34667551

http://www.chinadaily.com.cn/china/2007-07/11/content_5432238.htm

https://www.globaltimes.cn/page/202108/1232046.shtml

https://theconversation.com/chinas-one-child-policy-left-at-least-1-million-bereaved-parents-childless-and-alone-in-old-age-with-no-one-to-take-care-of-them-162414

https://www.theguardian.com/world/2019/mar/02/china-population-control-two-child-policy

https://www.npr.org/2021/06/21/1008656293/the-legacy-of-the-lasting-effects-of-chinas-1-child-policy?t=1631533141903

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3135510/chinas-one-child-policy-what-was-it-and-what-impact-did-it

https://www.investopedia.com/terms/o/one-child-policy.asp

.

Prospettive – Infanzia

Jerry l’orsacchiotto peluche

di Francesco Ronzoni

Il mio umano era un tipo timido, a volte anche un po’ strano. Tutto sommato il suo rapporto con me non è mai stato particolarmente intimo. Se mi teneva a letto, riposto lì accanto a lui o anche abbracciato, era soltanto perché tentava in tutti i modi di essere il bambino che tutti i grandi si aspettavano lui fosse. Massì! Era così. Vedeva sempre suo fratello minore legato al suo peluche di lunga data, persino più lunga della mia, e riconosceva in quel legame infantile ciò che tutti i bambini, per quello che aveva inteso dagli adulti, avrebbero dovuto avere con i propri giocattoli. Chissà dove l’aveva sentito. Chissà, poi, perché ci ha sempre creduto al punto tale da rammaricarsene tanto con sé stesso se effettivamente non andava a quel modo. Semplicemente era un tipo solitario.

Io gli piacevo, è vero; ma significava poco: a lui piacevano tutti i giochi. In realtà era soltanto incredibilmente bravo a farsi piacere tutto. Non avrebbe mai saputo dire di no ad un adulto. A ripensarci adesso potrei scommettere che, mentre lo osservavo con e senza persone attorno, spesso sia addirittura riuscito ad autoconvincersi che ciò che faceva fosse anche ciò che gli piaceva davvero. Invece, vi dirò, non sapeva far altro che quello che i grandi gli dicevano.

Una Barbie frustrata

di Francesca Ariano

La mia proprietaria è davvero insopportabile.

Ogni volta che una sua amica viene a trovarla mi tira fuori dalla scatola in cui, noncurante, mi ha accatastata con gli altri giocattoli. Poi incomincia il suo abituale rito: prende la casa delle barbie, tira fuori il tavolino, le sedie, i cuscini, le posate, i piatti, il letto, la radio, insomma tutto ciò che usano gli umani ma in miniatura, e con zelo si impegna a sistemarli. Quando, dopo ore, lei e la sua amica terminano finalmente la meticolosa operazione, si è ormai fatto tardi e la bimba, soddisfatta, mi getta di nuovo in quel claustrofobico scatolone.

E le torture non finiscono qui. Ieri la bambina ha deciso che i capelli lunghi non le piacciono più, che vuole avere una barbie originale, con i capelli corti. E così mi ha privata dei miei meravigliosi capelli biondi. ZAC! E con una sforbiciata mi ha sottratto un pezzo di me.
Oggi, non contenta, mi ha persino disegnato un tatuaggio sul braccio.

Se la mia vita amorosa finora era stata praticamente inesistente (corre voce che ci sia un tale Ken, mio fidanzato, ma chi l’ha mai visto?!), con questo aspetto orrendo posso considerarmi definitivamente senza speranze.

Perciò, cari genitori, smettete di regalarci alle vostre adorate figliole e liberateci una volta per tutte dalle grinfie di queste sadiche carceriere! Lasciateci piuttosto sugli scaffali dei supermercati, dove almeno tutti possano ammirarci!

Un joystick per amico

di Francesco Marinoni

Si accende lo schermo. Anche oggi. Non che la cosa mi sorprenda, si potrebbe dire che io e la televisione siamo fatti l’uno per l’altra. Devo dire però che prima di essere acquistato non mi aspettavo una vita così frenetica: quasi tutti i giorni passo le ore a farmi schiacciare dalle dita del bambino, cercando di interpretare al meglio i suoi ordini. Spara, abbassati, corri, salta. Può essere molto stressante a volte.

È successo anche di peggio qualche volta, come quando apparentemente non avevo eseguito correttamente la richiesta e, non essendomi spostato a destra in tempo, la missione era fallita. Naturalmente il bambino non aveva schiacciato bene il tasto, ma provate voi a spiegarglielo: mi ha lanciato dall’altra parte della stanza e si può dire che sono ancora funzionante per miracolo.

È incredibile come io, oggetto così semplice e insignificante, possa essere vittima di una tale rabbia. Certo, capisco che con i genitori al lavoro e nessuno con cui parlare per tutto il pomeriggio sia inevitabile scatenarsi giocando ai videogiochi. Sarebbe bello però ogni tanto che qualcuno riconoscesse il mio valore e si rendesse conto della mia importanza. Ma, del resto, chi mai si affezionerà a un joystick?