Dei delitti delle pene

di Elisa Morlotti

Dead man walking è un film di Tim Robbins, girato nel 1995, che racconta le vicende di un condannato alla pena di morte e di una suora, la sua guida spirituale. Matthew Poncelet è un cittadino statunitense colpevole di violenza sessuale e omicidio, e per questo viene condannato a morte. Accompagnato da suor Helen Preajan, Matthew confessa le sue colpe e chiede perdono alle famiglie delle vittime quando ormai si trova sul lettino per l’iniezione letale. Quello che stupisce del film è l’empatia che riesce a farci provare per il condannato, sebbene sia autore di un crimine tremendo e sia estremamente arrogante sia durante sia dopo il processo. I temi trattati dal film sono impegnativi e pieni di risvolti morali e sociali: la pellicola ci fa riflettere sulla crudeltà e sulla legittimità della pena di morte, sull’importanza per le famiglie delle vittime di una risposta penale a un delitto, sul valore rieducativo della detenzione e della pena in generale.

Il titolo del film è dato dalle parole con cui negli Stati Uniti un condannato nel braccio della morte viene accompagnato dalla sua cella alla sala dell’esecuzione. Negli ultimi decenni le esecuzioni e le condanne alla pena capitale sono diminuite di molto e durante la presidenza Obama molti condannati hanno potuto ottenere la grazia oppure una commutazione della pena all’ergastolo senza condizionale. Eppure non possiamo parlare di un progressivo abbandono della pena di morte. Infatti, nel luglio 2019, il ministro della Giustizia William Barr ha annunciato che riprenderanno le esecuzioni federali, sospese de facto da una quindicina d’anni. Il ministro ha giustificato la sua decisione dicendo di voler “sostenere lo stato di diritto americano, in rispetto alle vittime e alle loro famiglie.” Queste parole fanno sorgere spontanee due questioni. Anzitutto, se non si può negare la legittimità della pena, che è prevista appunto dall’ordinamento giuridico statunitense, di sicuro è bene chiedersi se la pena di morte possa essere considerata rispettosa degli ideali costituzionali e se non sia necessario riscrivere e correggere il codice penale. I cittadini americani sono spaccati a proposito di questo argomento: secondo i sondaggi, circa la metà dei cittadini è favorevole alla pena capitale, mentre poco più della metà vorrebbe che venisse abolita. L’altra questione che le parole di Barr sollevano è la seguente: l’esecuzione dell’autore del delitto può in qualche modo lenire il dolore delle vittime e delle loro famiglie? Il rispetto di cui Barr parla non dovrebbe piuttosto passare attraverso azioni di sensibilizzazione e di sostegno sociale alle vittime?

Oltre ad essere prevista a livello federale, la pena capitale è attualmente in vigore in 32 Stati degli USA, ma in 9 di essi viene applicata una moratoria. Nei restanti 18 Stati questo tipo di pena è stato abolito e non è previsto dall’ordinamento giuridico. Il dibattito a proposito della validità della pena di morte all’interno della società statunitense è ancora aperto. I sostenitori argomentano la propria tesi con la necessità di maggiore sicurezza sociale e con l’effetto deterrente della pena. In realtà non è mai stato provato che la certezza della pena di morte faccia desistere da un proposito criminale e non si nota nessuna differenza fra il tasso di criminalità negli Stati abolizionisti e in quelli in cui la pena capitale è ancora in vigore. Negli Stati Uniti inoltre la questione della pena di morte è strettamente legata a quella del razzismo. Anche se la forbice si sta riducendo negli ultimi decenni, c’è una netta sproporzione, in percentuale, fra il numero di neri condannati a morte e giustiziati e quello dei bianchi. La pena di morte, oltre ad essere una punizione irrevocabile e che viola il diritto alla vita, è anche molto spesso sinomino di discriminazione e repulsione sociale.

È indiscutibile la necessità di una punizione dopo un reato: una società democratica si basa su un patto sociale ed è giusto punire chi trasgredisce le leggi che garantiscono una convivenza pacifica. La giustizia gioca quindi un ruolo fondamentale nel mantenere coesa e pacifica la società. La sua sfida più grande sta nel punire chi commette un reato senza dimenticare che la pena ha una funzione essenzialmente rieducativa e riabilitativa: ogni pena che non abbia lo scopo di educare il punito alla vita sociale e di reinserirlo nella comunità è semplicemente una vendetta e un delitto legalizzato.

Prospettive – Ambientalismo

Splendore

di Elisa Morlotti

Ci sono solo tre cose che riescono a calmarmi durante i miei attacchi di panico: l’abbraccio della mia ragazza, una corsa a perdifiato e le stelle.

Sto per chiudere la valigia prima di partire, ma la solita ansia inizia a schiacciarmi il petto e a impedirmi di respirare. Saluto velocemente i miei amici: «Esco un attimo», e corro qui, sulla spiaggia. Mi rannicchio nella sabbia, accendo una sigaretta e alzo gli occhi al cielo. Speriamo che passi in fretta.

Cullato dal rumore del mare, inizio a riconoscere in quel miscuglio di puntini luminosi, una per una, le mie costellazioni. Ecco l’Orsa Maggiore, lì accanto la sorella minore, con la stella polare, mio riferimento; poi da lì abbasso lo sguardo, vedo Cassiopea, appena sopra l’orizzonte; con un po’ di pazienza trovo il Drago, anche questa notte sta combattendo con Ercole… In una decina di minuti ho riconosciuto tutto il cielo, ora mi sento davvero a casa. Sono una magia, le stelle: belle, silenziose, sempre più nascoste dalle luci delle città ma sempre presenti, uguali ogni notte eppure ad ogni sguardo così diverse. Mi ricordano che non sono altro che un granello di sabbia nell’universo e mi dicono che anche questa volta andrà tutto bene. Che meraviglia è la nostra Terra!

Butto a terra la mia sigaretta e osservo la sua luce che muore lentamente nella sabbia. Respiro profondamente: ora posso rientrare.

Mare e Terra

di Rosamarina Maggioni

È ancora notte fonda. All’orizzonte si perde il Mare, un’infinita distesa di acqua salata che cinge dolcemente le coste della Terra, come un amante fedele. Lui, il Mare, passa il suo tempo a coccolare la sua amata, accarezzandone le forme, alla ricerca di nuove anse del suo corpo mutevole da poter scoprire.

Le spiagge sono i luoghi preferiti del Mare, su di esse può sempre trovare nuovi tesori che la Terra gli dona: adora accogliere nel suo ventre le piccole tartarughine appena nate o trasportare lentamente sui suoi fondali alcune delle pietre dai mille colori che trova fra i granelli di sabbia.

Capita a volte che il Mare trovi dei regali che però non sono da parte di Terra. Sono oggetti malvagi, che il Mare tenta disperatamente di distruggere per evitare che feriscano la Vita che conserva amorevolmente. Ma ciò di cui sono fatti è a lui sconosciuto e non ci sono modi di liberarsi di questi intrusi. Da quando questo evento ha iniziato a ripetersi sistematicamente il Mare si è ammalato e con lui la Vita.

Ora è mattina e un pesciolino si è appena svegliato per andare a cercare qualcosa da mangiare. Il Mare lo segue preoccupato con lo sguardo. Nuota lentamente e si guarda attorno. Vede qualcosa sul fondale e si avvicina. Sembra un’alga, ma non lo è. È uno di quegli oggetti malvagi. Ma il pesciolino non lo sa. Si avvicina, e lo mangia.

“Occhio alle lische!”

di Samuele Togni

«Gigino, occhio alle lische!»

«Munf!», Gigino non ascolta la mamma, Gigino è una macchina tritura tutto che non teme nulla e nessuno. Lisca, squama, testa, occhio… tutto si sgretola senza reticenze nell’ugola sminuzzatrice dell’ottenne. «Arrr!», ora anche i finocchi gratinati, la mollica del pane e il culo acerbo della pera (c’è forse anche la ceramica del piatto?) si mescolano all’immiscibile nella bocca imparziale di Gigino.

«Bleah!», le verdi guance di Luisetta, ancora a digiuno per l’orribile spettacolo, parlano chiaro; non altrettanto esplicito è il volto del padre, che rassomiglia alquanto alla testata del Corriere (ma ovviamente non ricordiamo che giornale fosse).

Deve intervenire la madre: «Caro, per caso le notizie di oggi fanno meno schifo della tua prole?»

«Scusa, cara?»

«Digli qualcosa!»

«Ehm, sì certo… ehm, ecco…», il signor Mozzi impanicato scandaglia indagatore lo sguardo “Sesbaglitiammazzo” della moglie, prende una decisione e…

«Luisetta, mangia da brava. Pensa a chi muore di fame.»

Luisetta ascolta il padre, ingoia un mozzicone dimenticato nello stomaco del pesce, lo sputa addosso al fratello, Gigino cade dalla sedia, la signora Mozzi se la prende con l’unico fumatore della famiglia.

Il grande insegnamento della storiella: leggere un quotidiano quotidianamente non significa essere colti, altrimenti mister Mozzi, con il fonema “Digli” avrebbe dovuto capire di dover affrontare il figlio e non la figlia. E che i pesci che fumano stizze sono pesci morti.

Beyond the limits

di Elisa Morlotti

Siamo negli anni ’60. Dopo un periodo di grande crescita economica e di diffusione del benessere in molti Paesi del mondo, iniziano a farsi evidenti le problematiche causate dalle attività umane e il degrado dell’ambiente assume i caratteri di una vera e propria emergenza. In questi anni inizia a diventare condivisa la critica alla modifica dell’ambiente da parte dell’uomo: un po’ ovunque nascono gruppi che si propongono di lottare a favore della tutela degli ambienti naturali e delle specie animali in via d’estinzione (solo per citarne alcuni, il WWF -World Wildlife Fund- viene fondato nel 1961, l’associazione Greenpeace nel 1971). Poiché il crescente sviluppo industriale e tecnologico necessita di un uso sempre maggiore di energia, negli anni ’70 risulta chiaro che per sostenere la crescita economica è necessario utilizzare fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, che nel XX secolo rappresentano la principale fonte di energia e la prima causa dell’inquinamento atmosferico. Nasce l’idea dello sviluppo sostenibile, ossia di una crescita economica rispettosa dell’integrità dell’ambiente e delle risorse.

È in questo contesto che viene fondato il Club di Roma. Nato nell’aprile del 1968 dall’incontro di una trentina di scienziati, economisti, industriali e umanisti, il Club di Roma è un’organizzazione informale che si propose di comprendere le componenti economiche, sociali e naturali che caratterizzavano il sistema globale di allora e di “discutere di un argomento di impressionante portata – i dilemmi, presenti e futuri, dell’uomo”[1]. Per questo motivo il Club commissionò a una equipe di studiosi del MIT (Massachusetts Institute of Technology) una ricerca volta a costruire delle linee di tendenza di fattori determinanti per la vita sulla Terra, al fine di trovare un’eventuale soluzione alla “World problematique” (“problematica globale”), di cui sono aspetti preoccupanti la povertà, il degrado dell’ambiente, la perdita di fiducia nelle istituzioni statali, la precarietà del lavoro, l’inflazione e ogni crisi monetaria ed economica. I risultati di questa ricerca furono esposti nel cosiddetto “Rapporto Meadows”, dal nome della coordinatrice del progetto, pubblicato nel 1972 con il nome The limits to growth.

Il rapporto steso dal MIT analizza le relazioni fra i cinque fattori base (la crescita della popolazione, la mancanza di cibo, il consumo di risorse naturali non rinnovabili, la produzione industriale e il degrado ambientale) che determinano, e quindi possono limitare, lo sviluppo su questo pianeta. Le conclusioni a cui giunse il team di scienziati che si occupò della ricerca possono essere riassunte brevemente in tre concetti chiave. Anzitutto, se la crescita della popolazione mondiale, dell’industrializzazione e dell’inquinamento, la produzione di cibo e il consumo di risorse continuerà invariato, entro un centinaio di anni si raggiungeranno i limiti allo sviluppo del nostro pianeta. In secondo luogo, è possibile modificare questi ritmi di crescita e stabilire una condizione di stabilità ecologica ed economica che sia sostenibile anche nel futuro. Questo potrebbe fare in modo che ogni persona veda soddisfatti i propri bisogni primari e abbia le identiche possibilità di realizzare il proprio potenziale umano. Infine, tanto prima la comunità umana inizierà ad impegnarsi in questa direzione, tanto maggiori saranno le possibilità di raggiungere risultati soddisfacenti.

Nonostante le tesi espresse nel rapporto del MIT siano gravi e angoscianti, troppo poco è stato fatto per risolvere la problematica globale. Nei due aggiornamenti del rapporto del MIT del 1992 (Byond the limits) e del 2004 (Limits to Growth: The 30-Year Update) emerge chiaramente che i limiti di produttività del nostro pianeta sono stati già superati e che è sempre più urgente modificare il nostro modo di abitarlo. È indispensabile mettere in atto quella “rivoluzione sostenibile” che gli autori auspicano, grazie all’impegno di tutti, cittadini, politici ed economisti: non possiamo indugiare più.


[1] D. H. Meadows, D. L. Meadows, J. Randers, W. W. Behrens, The limits to growth. A report for the Club of Rome’s project on the predicament of mankind, Universe Books, 1972.

Una cura per Sansone

di Elisa Morlotti

Con il passare degli anni, i ragazzi giovani temono sempre più quel difetto fisico che viene detto comunemente “pelata”. Intorno ai trent’anni circa, moltissimi uomini iniziano a vedere i propri capelli cadere e non ricrescere più, per un processo fisiologico denominato scientificamente Alopecia androgenetica. La causa di questo fenomeno è nota e risiede in un enzima chiamato 5-alfa reduttasi di tipo 2. Questo enzima trasforma il testosterone (l’ormone tipico del sesso maschile, responsabile dello sviluppo di tutte le caratteristiche proprie di un uomo) in una sostanza leggermente diversa, il DHT, o diidrotestosterone, il quale provoca l’atrofizzazione e la conseguente morte dei follicoli dei capelli.

Alcuni metodi per combattere la calvizie sono universalmente conosciuti, il più efficace dei quali è sicuramente l’autotrapianto di cuoio capelluto. Recentemente, si è scoperto che due farmaci, la finasteride e il monoxidil, già concepiti per altri scopi, permettono di ridurre il processo di atrofizzazione dei follicoli. Il problema di queste sostanze farmacologiche sono gli effetti collaterali dovuti ad un’assunzione prolungata nel tempo: ipertensione, infiammazioni diffuse e croniche, impotenza, depressione.

Un’importante novità su questo fronte viene da Mia Rosselli, giovane ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università di Bolzano. In una sua recentissima pubblicazione, ancora oggetto di studio per la comunità scientifica, Rosselli presenta una cura preventiva per l’Alopecia. Si tratta di un antico metodo ideato dai nonni della ricercatrice, farmacisti ed erboristi, che sfrutta esclusivamente molecole e principi attivi naturali. La cura consiste nell’applicazione sulla cute e i capelli di tutto il capo una lozione a base di limone, banana, ginepro e foglie di aloe. Gli impacchi devono essere ripetuti tre volte al mese per tre mesi, e ogni volta bisogna lasciar agire la lozione sul capo per almeno tre ore. Tutti i clienti dei nonni di Rosselli si ritengono soddisfatti di questa cura, che sembra essere efficace nella quasi totalità dei casi.

Il merito di Rosselli sta nell’aver dato un fondamento scientifico ad un metodo già considerato utile e sicuro da tutti coloro che ne conoscono l’esistenza. Grazie alle svariate conoscenze nell’ambito della biologia e della chimica, la giovane ricercatrice è stata in grado di spiegare il motivo per cui questa cura può davvero prevenire la calvizie: l’acido citrico del limone, se combinato con l’acetato di isoamile della banana e con i flavonoidi del ginepro e dell’aloe, produce una sorta di barriera organica che avvolgerebbe il follicolo e lo proteggerebbe dall’attacco del DHT.

Se la comunità scientifica dovesse ritenere la ricerca sufficientemente attendibile e precisa, probabilmente questo nuovo farmaco, completamente naturale e senza effetti collaterali, sarebbe la soluzione al problema della calvizie maschile. «Problema che spesso viene sottovalutato» spiega il dottor Francesco Migoni, professore ordinario di Psicologia all’Università di Camerino. «La maggior parte degli uomini, quando perde i capelli, subisce un trauma emotivo simile a quello dovuto al tradimento di un amico.» Oltre ad essere un segno visibile dell’età che avanza, per il subconscio dell’uomo la calvizie rappresenta la perdità di mascolinità e di autorità. Anche se spesso questo non è percepito dalla sua coscienza, la calvizie provoca in un uomo un malessere diffuso, malinconia, insicurezza, svilimento e, in alcuni casi, perfino depressione. «Questa nuova cura, se confermata, potrà aiutare i molti uomini che soffrono della cosiddetta Sindrome di Sansone, donando loro sicurezza e tranquillità nel loro percorso di crescita e invecchiamento. È per questo che questa ricerca è così importante e interessante: fra qualche anno probabilmente Rosselli godrà di grande fama nel mondo scientifico», conclude il professore.

Io, vecchia opera d’arte

di Elisa Morlotti

Wang Suzhong è un uomo che vive, ormai da anni, solo, in una casa popolare di Chengdu, nel sud-ovest della Cina. Estremamente attento alla cura della sua persona e alla sua apparenza, si guadagna da vivere posando nudo per gli studenti delle scuole d’arte e delle università della sua città diversi giorni a settimana, anche più di una volta al giorno. Quello che stupisce di quest’uomo è che ha quasi novant’anni.

Per quasi tutta la vita, Wang ha lavorato come sarto nell’industra della moda e, facilitato anche dalla sua professione, è sempre stato attratto dalle forme d’arte che vedono come protagonista il corpo umano. Ha iniziato a lavorare come modello nel 2012. Se da una parte questo impiego ha rappresentato per lui il coronamento di un sogno, dall’altra è un ottimo antidoto alla solitudine e alla malinconia. Wang è uno dei cosiddetti empty nester cinesi, cioè un padre i cui figli hanno lasciato la casa e che è quindi costretto a vivere solo l’ultima parte della sua vita. Gli empty nester sono considerati una piaga sociale per la Cina, tanto che, nel 2013, il governo cinese ha approvato una legge che obbliga i figli che vivono lontani dai genitori a chiamarli o far loro visita frequentemente. In un contesto che considera l’anziano come un peso per la società, e che quindi lo spinge a sentirsi inutile ed escluso, Wang insegna che a qualsiasi età si può essere partecipi della vita sociale e ci si può rendere utile per la comunità. Il messaggio che Wang lancia a tutti gli empty nester della sua provincia è chiaro: nella nostra società c’è un posto anche per voi, non abbiate paura di farne parte. Wang è un esempio e uno stimolo per tutti quegli anziani cinesi che non si sentono più coinvolti e accettati da una comunità a cui hanno dedicato tutta la vita. In questo senso, la storia di Wang è anzitutto la storia di un riscatto sociale.

Wang svolge un lavoro che molti si rifiuterebbero di fare, ma che è estremamente utile per i giovani artisti. Anche se, secondo la mentalità cinese, essere un modello di nudo è ancora disonorevole, ha dato un senso nuovo ed interessante alla sua vita grazie a questa attività.

La sua storia ha tanto altro da insegnarci. Wang ci ricorda che un vecchio non è solo saggezza, nostalgia del passato oppure confusione mentale, ma anche fisicità, e che il corpo di un anziano è un degno soggetto dell’arte. Lo ricorda soprattutto a noi occidentali, che ci vergogniamo di fronte ad un corpo segnato dal tempo e ricorriamo spesso alla chirurgia estetica per sembrare eternamente giovani. Invece, forse con un po’ di coraggio e di spirito di ribellione, Wang si fa dipingere così com’è, con le sue rughe, le cicatrici e la pelle cascante, senza alcun imbarazzo. Ed è bello che lui commenti così: «Questo mi fa sentire come un’opera d’arte».

Prospettive – Vecchiaia

Il deambulatore

di Samuele Togni

‘Un piccolo supereroe blu che se ne va via in cielo per non ritornare perché mai più si ripresenterà l’occasione dei suoi servigi’, probabilmente è questa l’ultima immagine che ricordò il vecchio romanticone, prima di entrare in coma.

Sindy, Luisa, Marinetta o Comelaseciama, quella sciura non la sopporto mica!

Coi suoi occhi da bambolina di ottant’anni continua ad ammiccare al mio padrone e quello, anziché passare le giornate in stanza a riposare, come dovrebbe, si spacca la schiena per alzarsi dal letto e farle pure lui il sorrisetto.

E soprattutto spacca la schiena a me, il deambulatore (anche se preferisco chiamarmi badante), obbligandomi a deambularlo a spasso per la casa di riposo. Non si rende conto di quanto il suo peso non sia più così dolce come ai tempi d’oro. Di qui, di là, di su… mi costringe a camminare e a faticare, e per un’ochetta poi!

Che brontolona che sono, direte, ma non lo sanno mica lor signori che io c’ho pure un’ernia.

Sapessero poi, quel che ha fatto oggi quel bambo, altroché se mi compatirebbero! Stamattina gli è saltato in zucca di pigliarsi una di quelle pillole blu che dicano facciano miracoli. Infarti, altro che miracoli! Ne ha presa giù una dopo la minestrina e TAC subito mi prende su, e via di corsa sulle mie spalle verso la camera della SindyLuisaMarinetta, tre rampe di scale!

Ma stavolta mi sono opposta eh, mica gliel’ho fatta passar liscia: TAC, un sgambettino e PATAPAM, eccolo lì con le gambe all’aria, ha preso una botta che almeno per tre mesi se ne sta lì buono a riposare… come dovrebbe.

Per farvi capire, è cascato in terra così forte che la pillola gli è uscita dalla bocca per fare almeno tre, quattro, ma che dico, almeno dieci metri di volo!

‘Addio super V’ (V for Virile).

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La pillola magica

di Rosamarina Maggioni

Finalmente volo! Verso l’infinito e oltreee!!

Come sembrano piccole le cose da quassù, povero vecio, sperava in una nottata di fuoco con la dolce Sindy… eh ti è andata male questa volta amico mio, senza di me non so quanto vi possiate divertire…

Il grande Bob, prepotente coi bimbi e sempre incazzato con gli inservienti, quando vede la vecchietta coi capelli tinti di blu diventa un orsacchiotto cuccioloso e le vecchie nottate di gloria gli tornano alla mente ma… potete capire… la difficoltà diciamo… pratica della cosa… senza un… ehm… aiutino ecco!

Però non ho certo voglia di andare a finire sotto il letto in mezzo alla polvere, che schifo! Io sono il Viagra! Mica una tachipirina da due soldi insomma, ho la mia dignità!

Vediamo un po’ a cosa potrei dare una scossa stasera… mmm…

Perché no, andiamo a fare un salto dalla cara dentiera… ci facciamo due risatine!

Parole, parole

di Elisa Morlotti

Ma voi avete idea di quante parole escano dalla bocca di un vecchio? Anche non considerando gli eroici aneddoti di gioventù, è chiaro quanto siano interessanti le discussioni fra i nostri anziani. Commentano per ore un’infinità di episodi: la giocata pessima del socio a scopone, la scomparsa delle mezze stagioni, la predica della messa delle sette, la frecciatina della moglie alla nuora… Vi assicuro che è estremamente divertente assistere a queste chiacchierate. Certo, a volte è un po’ difficile seguire il filo logico del discorso, ma se ne sentono sempre delle belle!

Eppure, la vita è dura per chi, come me, dedica tutta se stessa alla nobile causa di far uscire dalla solitudine i nostri amici sdentati. Pezzi di cibo perennemente fra le mie membra, botte insistenti da parte della lingua, nausea costante per il continuo oscillare della mandibola… Non ho mai chiesto onori o grandi ringraziamenti, ma almeno un po’ di rispetto, per cortesia! Per non parlare del bagno notturno: sei ore (se proprio mi va bene) in apnea in una vasca strettissima piena di acqua amara, dal sapore tremendo, come di disinfettante.

Ma… Questa sera è diverso! Che il nonnino abbia deciso finalmente di farmi fare un bell’idromassaggio nell’acqua frizzante? Aaah, però, che bella sensazione! Forse è questo che provano gli uomini con il vino: mi sento fortissima, stasera non mi ferma più nessuno! Basta stare agli ordini della mascella e della mandibola, da oggi comando io!!! Appena il nonno mi mette in bocca, ci divertiamo! Credo proprio che il mio Bob abbia qualche conto in sospeso con la sua dolce Sindy…

Hum aurat

di Elisa Morlotti

Unite dallo slogan “hum aurat” (tradotto, “noi donne”), migliaia di pakistane hanno manifestato lo scorso 8 marzo per denunciare le ingiustizie e le violenze che molte di loro devono subire abitualmente. La Aurat march non è stata organizzata da alcuna associazione o movimento particolari, ma è frutto dell’ondata di femminismo che si sta diffondendo negli ultimi anni in Pakistan, Paese in cui la condizione della donna è fra le peggiori al mondo. Purdah (la pratica che vieta alle donne di mostrarsi agli uomini in determinate occasioni e le obbliga a indossare il burqa), matrimonio infantile, violenze e molestie, delitti d’onore mai adeguatamente puniti sono solo alcuni esempi di ingiustizia nei confronti di moltissime donne. Portavoce e difensori di questo aspetto della cultura pakistana sono soprattutto i gruppi religiosi islamici presenti sul territorio, che interpretano alcune pagine del Corano leggendovi la superiorità dell’uomo rispetto alla donna. Anche per questo motivo, la marcia delle donne è stata vista come un attacco ai valori culturali e tradizionali del Pakistan ed è stata oggetto di critica da parte di molti leader religiosi e politici; alcune attiviste e organizzatrici dell’evento sono state contattate su internet e minacciate di stupro e di morte.

Considerata la situazione, stupisce il fatto che, negli ultimi anni, una parte del corpo di polizia della regione di Khyber Pukhtunkhwa, regione fra le più conservatrici del Pakistan, sia composta da donne. In realtà, la scelta di arruolarle nella polizia, specialmente nei nuclei antiterrorismo, è solo strumentale e non è dovuta ad alcun ideale di parità di genere o di uguaglianza. In poche parole, la presenza femminile fra le forze armate è necessaria per poter operare e compiere arresti senza inimicarsi la popolazione locale. Infatti, per la cultura pashtun, gli agenti maschi non possono perquisire una donna con il burqa, né entrare in qualsiasi ambiente di un’abitazione in cui non ci siano solo uomini. La partecipazione femminile alle operazioni militari, quindi, ha semplificato molto gli arresti di terroristi e integralisti armati: solitamente, i primi agenti ad entrare in un’abitazione durante un’irruzione sono donne, che allontanano le ragazze presenti e permettono ai colleghi di intervenire. Se non si operasse così, probabilmente la popolazione locale, molto legata alle tradizioni pashtun, si ribellerebbe alle forze di polizia, favorendo i gruppi terroristici presenti in Pakistan.

La necessità di arruolare delle poliziotte è nata dopo il 2007, anno in cui molti gruppi armati integralisti si sono uniti sotto la bandiera del Ttp (Tehrik-i-taliban Pakistan). Nei tre anni successivi, il Ttp ha rivendicato 240 attentati, che hanno causato tremila morti e più di ottomila feriti. La presenza di organizzazioni terroristiche in questa regione, che confina con l’Afghanistan, è una conseguenza dell’intervento armato statunitense sul suolo afghano dopo l’11 settembre 2001. Molti integralisti afghani si sono rifugiati in Pakistan, trovando accoglienza e appoggio fra i leader religiosi più estremisti, in particolare quelli legati alla Lal Masjid (la moschea rossa) di Islamabad. Gli estremisti hanno iniziato a sfruttare alcuni aspetti della cultura del posto per attaccare bersagli istituzionali e statali. Anche le donne hanno contribuito agli attacchi: per loro era estremamente facile nascondere armi o esplosivi sotto il burqa. Da qua, appunto, la necessità di avere nei corpi di polizia anche delle figure femminili, che potessero quindi perquisire donne senza mancare di rispetto alla cultura locale.

Le poliziotte pakistane vedono nei loro confronti un atteggiamento positivo, poiché i colleghi si dimostrano gentili, aperti e persino protettivi. Il dubbio è che questa accoglienza non sia dovuta ad una nuova mentalità riguardo alla questione femminile, ma piuttosto semplicemente al fatto che ormai le donne sono necessarie e indispensabili per le forze armate del Pakistan. A proposito del suo lavoro, Rizwana Hameed, la prima donna a capo di una stazione di polizia di soli uomini, ha affermato: «Non ha senso sbattere la testa contro il muro per cancellare la differenza. Noi trasformiamo la differenza in un’arma». La speranza è che quest’arma, oltre che a livello militare, funzioni sul piano sociale; che vedere anche solo poche donne rispettate e tenute in considerazione aiuti i pakistani a capire che le loro connazionali devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità.

Fratelli (d’Italia)

di Elisa Morlotti

«Uniamoci, amiamoci,/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore»: queste parole non sono tratte da un canto religioso, come ci si potrebbe naturalmente aspettare, bensì costituiscono i primi quattro versi della terza strofa del Canto degli Italiani, meglio conosciuto con il nome di Inno di Mameli. Quando cantiamo il nostro inno nazionale infatti, ci dimentichiamo ogni volta di ben 44 versi.

Composto nel 1847 dal giovane mazziniano Goffredo Mameli, il testo di questo canto vede la luce in un contesto storico caratterizzato da un fervente patriottismo, che avrebbe poi portato, durante l’anno seguente, alla prima guerra d’indipendenza. Il forte desiderio di costruire un’identità nazionale si legge in molti passi del canto e, in effetti, tutto l’inno è un incitamento a combattere per la liberazione e l’unità della penisola italiana (il famoso ritornello «Stringiamoci a coorte,/ siam pronti alla morte;/ l’Italia chiamò» ne è la prova più evidente). Leggendo anche solo la prima strofa, quella cantata abitualmente, si nota come il testo sia carico di riferimenti classici, che spaziano dalla mitologia alla storia, con il ricordo della dea Vittoria, del comandante Scipione e delle legioni romane. Ricordando la vicenda illustre di Roma, Mameli intende forse presentarci il nostro Paese come il naturale erede dell’Impero: dopo un periodo di buio e di torpore, l’Italia è pronta a rivendicare la propria grandezza e importanza fra gli altri Stati europei. L’intento di questo inno è, appunto, quello di destare orgoglio e determinazione nel lettore (o meglio, nell’ascoltatore, grazie al contributo compositore Michele Novaro). Per questo, se da una parte Mameli ci ricorda che «Noi siamo da secoli/ calpesti e derisi», dall’altra ci mostra che siamo capaci di reagire e combattere, attraverso la celebrazione di molti episodi di lotta contro la dominazione straniera. Anche la musica contribuisce a questo, in quanto rende il canto un vero e proprio inno marziale: in questo senso, il «sì» finale, aggiunto da Michele Novaro, risuona nelle nostre orecchie come un grido di guerra.

I sentimenti che suscita il Canto degli italiani oggi ci sono poco familiari, quasi estranei, soprattutto perché non sentiamo più il bisogno di costruire una nostra identità nazionale. Eppure questo inno può dirci ancora tanto, come ha voluto anche mostrarci Benigni sul palco di Sanremo nel 2011. Il Canto degli italiani ci ricorda, anzitutto, che il nostro Paese e le nostre libertà hanno un enorme valore, in quanto frutti di un grande sogno e del sacrificio di tanti uomini. Ci richiama alle nostre responsabilità di cittadini, all’unione e alla solidarietà. Soprattutto, ci dice che, prima ancora di sentirci e proclamarci italiani, è fondamentale essere fratelli d’Italia.

Prospettive – Potere

La cella elementare

di Francesco Marinoni

È un’esistenza complicata, quella dell’elettrone. Provate a immaginare di vivere perennemente attratto da una forza che vi vincola ma che allo stesso tempo vi tiene distanti, lasciandovi in un limbo perenne. E tutto questo mentre siete allo stesso tempo onda e particella e vi muovete a velocità che nemmeno potete immaginare.

Ecco, questa è la mia vita. Da quando l’ultimo nucleo mi ha adottato sono diventato parte di un atomo, un’entità su cui non ho alcun controllo, governata da leggi millenarie e che solo pochi di voi umani conoscono. Gli altri miei compagni, che versano nella ma stessa condizione, li incontro continuamente, ma non ho mai tempo di scambiare una parola, uno sguardo con loro. La mia attenzione infatti è sempre fissata altrove, a quell’agglomerato di protoni e neutroni di cui sono schiavo. Ne ho cambiati tanti di nuclei nel corso della mia interminabile esistenza e con tutti ho vissuto la stessa sensazione di impotenza, di cieca venerazione, senza potere fare nulla di diverso dal ruotare ininterrottamente, seguendo le complicate orbite che il destino mi ha assegnato.

Non mi tratterrò ancora a lungo, il mio dovere di servo mi chiama. Forse un giorno tornerete a sentire parlare di me, il giorno in cui mi distinguerò da tutti gli altri: il primo elettrone che scelse di disobbedire.

Mio padre

di Elisa Morlotti

È bellissimo il mondo visto dall’alto: tutte le volte che il mio papà mi prende sulle spalle mi sento come un eroe potentissimo pronto a vincere qualsiasi battaglia e a sconfiggere anche il più terribile nemico. Il mio papà è fortissimo, è un gigante buono. Ha le mani grandi e la voce profonda, ma anche un sorriso gentile e gli occhi brillanti. So di essere un bambino fortunato, perché sono sicuro che lui mi proteggerebbe da qualsiasi cosa e che accanto a lui sarò sempre al sicuro. Anche se ogni tanto lo faccio arrabbiare, lui mi perdona sempre. Io da grande spero di essere come lui, e vorrei che lui fosse orgoglioso di me come io lo sono di lui: sarò per sempre il suo ometto preferito e il mio papà sarà per sempre il mio eroe.

È da due giorni che non parlo con mio padre. Ieri ha trovato le mie sigarette nella tasca della giacca e mi ha fatto una predica che non finiva più. Il fumo fa male alla salute, io mi preoccupo per te, ma chi ti credi di essere… Ma vi sembra normale che a sedici anni io non possa ancora decidere cosa fare della mia vita? Mi sento in gabbia in casa mia, a volte penso che la relazione con i miei sia asfissiante. Io voglio bene a mio padre, ma non può continuare così. Avrei voglia di scappare e di poter finalmente essere libero di fare quello che voglio! Non capisco come da piccolo potessi avere così tanta stima per lui.

La prima volta che ho realizzato che mio padre era anziano ho avvertito una stretta al cuore. Lui, che ha dedicato tanti anni della mia vita a me, ormai è debole e ha bisogno ogni giorno delle nostre cure. A volte rimpiango non aver passato più tempo con lui, a scherzare e a divertirci oppure a parlare della sua giovinezza e a conoscerci meglio. Sarà dura doversi separare dalla persona che, nel bene e nel male, nelle risate e nei litigi, ha rappresentato per me un porto sicuro, una guida e un esempio.

Impotenza

di Rosamarina Maggioni

Lei è lì, stesa sul letto, bella come il sole. Mi guarda con un sorriso, mi chiama a sé, mi bacia, mi accarezza. La stringo forte, il suo profumo mi inebria, la pelle morbida scorre dolce sotto le mie dita. La desidero, la desidero con tutto me stesso. Anche lei mi vuole, mi sussurra “stavolta andrà bene” e mi spoglia dolcemente. Ti prego, ti prego fa che vada bene. Sgombero la mente e cerco solo di pensare a lei e a quanto la amo, dio se la amo, ti prego, ti prego, ti prego ti prego…

E invece è un disastro, come sempre. Dalle stelle alle stalle. Il mio amichetto sotto non ha intenzione di collaborare, quanto lo odio… Forse dovrei andare da un medico o forse da uno psicologo? Non lo so, ma come posso dirmi uomo se non riesco neanche ad avere un’erezione? Se non riesco a soddisfare la donna che amo? Povera, anche lei rimane sempre spiazzata, cerca di fare qualcosa, si mette d’impegno ma nulla, niente da fare. Ho fatto cilecca di nuovo, ho 25 anni e mi sento un uomo inutile.

Cosa c’è che non va in me? Eppure di porno ne guardo e quando sono da solo va tutto bene, ma appena mi trovo davanti ad una ragazza non so che mi succede. La mia virilità se ne vola via e io rimango lì, come uno scemo, incapace anche solo di trovare una scusa: impotente davanti alla mia frustrante condizione.

Tutto questo ha sapore di pane

di Elisa Morlotti

Di Pablo Neruda, che fu ricordato da Gabriel García Márquez come «il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua», spesso ricordiamo solamente la lirica amorosa. In realtà, la produzione di questo autore è molto vasta e gli argomenti toccati dalla sua poesia sono decisamente variegati: Neruda ci parla di amore, appunto, di politica, di natura, di società, di vita quotidiana.

La vita di Neruda non fu facile, né tranquilla. Perse la madre ancora bambino e, almeno nei primi tempi, dovette scrivere e pubblicare le proprie poesie di nascosto dal padre. Impegnato politicamente sul fronte comunista, ricoprì diversi incarichi diplomatici per il suo Paese in molti Stati del mondo e, dopo l’ascesa al potere del dittatore Videla, fu costretto a lasciare il suo amato Cile e fuggire in esilio per qualche anno. Una leggenda vuole che la sua morte, avvenuta pochi giorni dopo il golpe di Pinochet, fosse stata provocata dal dolore per la sua patria, bagnata di sangue e obbligata ad obbedire ad un dittatore.

Quello che stupisce di Neruda è che, nonostante l’attivismo politico e sociale e il costante impegno per questioni di grande importanza, non smise mai di apprezzare le cose semplici, “elementari” della vita. Fra raccolte come Crepuscolario, che contiene le poesie giovanili e sentimentali dell’autore, e Canto general, un’opera epica sulla storia e sulle bellezze dell’America latina, intrisa di riferimenti alla storia contemporanea, troviamo le Odi elementari. In quest’opera Neruda si propone di celebrare le piccole cose della vita di ogni giorno, che rendono gioiosa e preziosa la quotidianità. Così, accanto all’Ode agli uccelli del Cile e all’Ode all’allegria, sono presenti l’Ode al pomodoro e l’Ode alla castagna. Sono molte le poesie di questa raccolta ad essere dedicate al cibo: Neruda mette in versi il sapore della cipolla, l’asprezza del limone, la dolcezza della prugna, la consistenza della patata… In queste odi, ogni pietanza prende vita e assume una propria personalità, tanto che il carciofo non è più un ortaggio ma diventa un orgoglioso soldato pronto ad una battaglia e nell’Ode alla cipolla sembra di leggere la descrizione di una bellissima fata. È interessante notare che spesso Neruda parla del cibo come se parlasse di amore: il ritratto che fa di alcuni ortaggi sembra riferito alla sua donna e nelle odi sono frequenti termini del lessico amoroso. D’altra parte, il cibo ha uno stretto rapporto con l’amore e con gli affetti, in quanto capace di creare un’atmosfera di gioiosa e serena convivialità. La gioia della condivisione e la bellezza dell’amicizia e dell’affetto sono, in effetti, una costante di questa raccolta. È per questo che le Odi elementari ci lasciano in bocca il sapore dolce della vita di ogni giorno insieme ai nostri cari.

Ma per tutti,

il pane, il pane

per tutti i popoli

e con esso ciò che ha

forma e sapore di pane

divideremo:

la terra,

la bellezza,

l’amore,

tutto questo ha sapore di pane.