Il negazionismo storico mette a rischio i rapporti atlantici tra Giappone e Stati Uniti

di Brian Arnoldi

Il 13 dicembre 1937 le truppe giapponesi entrano a Nanchino, allora capitale della Cina, dopo aver messo a ferro e fuoco il nord del Paese per cinque mesi, in quello che fu il più sanguinoso atto del preambolo asiatico alla Seconda guerra mondiale, la Seconda guerra sino-giapponese. L’occupazione giapponese della capitale si protrasse per anni, ma furono i primi mesi a vedere il maggior numero di crimini di guerra: un terzo della città fu dato alle fiamme, mentre l’esercito si insediò nei palazzi governativi e praticò furti e razzie nel resto della città passando in rassegna ogni abitazione. I funzionari cinesi vennero catturati ed insieme a loro tutto il ceto politico e militare della città, oltre ad altre migliaia di cittadini, bambini compresi: la mancanza di campi di prigionia in Giappone ed in Manciuria tuttavia portò all’uccisione dei prigionieri, che vennero massacrati a migliaia nell’arco di poche settimane. Le donne tuttavia furono la categoria sociale colpita con più brutalità: a Nanchino i soldati stuprarono in massa le donne cinesi, torturandole tagliando loro i seni ed arrivando persino ad ucciderle, dopo averle violentate, impalandole con le loro stesse baionette. Proprio per via della brutalità con cui vennero trattate le donne durante l’assedio della città, il saccheggio della capitale cinese ed i crimini di guerra annessi sono spesso indicati con il termine stupro di Nanchino.

Eppure, consultando un libro di Storia edito in Giappone o un manuale storico per le scuole, della locuzione stupro di Nanchino non vi è neanche traccia. Molti manuali non parlano nemmeno degli avvenimenti, annoverandoli tra i fatti di secondaria importanza che prepararono il teatro per la Seconda guerra mondiale, che certamente non mancò di dare prova al mondo dell’efferatezza di altri popoli. Non è però qui che si fermano il negazionismo ed il revisionismo storico del Giappone: la Guerra sino-giapponese e la Seconda guerra mondiale vengono spesso trattate in maniera parziale e distorta, arrivando persino a mentire ai cittadini in merito alla natura dell’attacco a Pearl Harbor. La guerra viene travisata asserendo una finalità anticoloniale del Giappone, che non intendeva conquistare le zone che ha strappato al governo degli inglesi, dei francesi o degli olandesi, ma liberarle dal dominio coloniale. In realtà invece il Giappone collaborò con l’amministrazione francese di Vichy e con le élite inglesizzate, respingendo gli inglesi di discendenza o nazionalità britannica solo perché schierati nella fazione opposta durante la guerra. Agli ex-domini inglesi e francesi comunque i giapponesi concessero un certo autogoverno, facendo anche promesse per un’indipendenza che non si verificò mai: solo nel 1945 infatti l’Indocina Francese divenne indipendente, a guerra praticamente finita e mentre il potere giapponese sulla regione era pressoché nullo. Al contempo, il Giappone aveva però invaso la Thailandia ed aveva sottoposto l’Indonesia ad un regime ancora più stringente di quello dei Paesi Bassi, trattando dunque l’arcipelago indonesiano come una vera e propria colonia.

La visione che il Giappone dà della Seconda guerra mondiale è dunque storicamente ed ideologicamente scorretta, ideata per plagiare le menti dei giovani studenti e per fomentare il nazionalismo nel Paese. E non è dunque un caso che i principali editori di libri scolastici del Giappone siano tutti uomini del PLD (Partito Liberal-Democratico) molto vicini all’attuale primo ministro Shinzo Abe, che rappresenta l’ala più conservatrice e nazionalista del Partito. Questa narrazione, che secondo Makoto Sakurai, leader politico del JFP (Japan First Party, l’Estrema Destra giapponese), ha il fine di «rendere i bambini giapponesi fieri della propria Storia al pari di quelli del resto del mondo», crea però un grande interrogativo: se il Giappone è una delle vittime della Seconda guerra mondiale, chi fu il carnefice del Teatro del Pacifico nella Seconda guerra mondiale? La risposta a questo interrogativo è semplice: gli Stati Uniti d’America. La convinzione che vede gli americani come l’Impero del male che avrebbe aggredito i liberatori nipponici, è oggi condivisa presso una parte cospicua del ceto medio giapponese e non solo dagli estremisti e dai neonazisti, ma viene solo sussurrata nelle stanze del potere della destra sovranista: i suoi esponenti temporeggiano, non ne prendono le distanze procedendo verso una maggiore accuratezza storica ma nemmeno la abbracciano.

Questo avviene perché la collocazione geopolitica del Giappone non può che essere quella atlantica all’interno della NATO: il Sol Levante è circondato da nemici troppo forti, come la Russia e la Cina, per non necessitare dell’aiuto militare e politico americano. Inoltre, il Presidente americano Donald Trump è il modello a cui molti politici della destra nazionalista fanno riferimento: non a caso il nome Japan First Party scimmiotta il motto America First, mentre Trump ed Abe hanno ottimi rapporti personali e politici. Riportare in auge un dibattito vecchio di mezzo secolo sull’interpretazione della Seconda guerra mondiale sarebbe sconveniente per i giapponesi, che si guardano bene dal farlo: allentare i rapporti atlantici significherebbe perdere gli accordi economici di libero scambio con gli Stati Uniti e potenzialmente quelli con i ricchi Paesi NATO, mentre il possibile ritiro delle navi da guerra americane dal Mar del Giappone potrebbe portare a nuove tensioni con la Cina oppure spostare gli equilibri in favore della Corea del Nord. È per questo che il negazionismo revisionista giapponese non viene ancora sbandierato al mondo, ma rimane sopito, pur scalando i consensi del ceto medio e venendo utilizzato dalla classe politica per fare propaganda politica propugnando l’idea di una nuova era di splendore per il Paese. Ed è proprio a questa nuova epoca di splendore che si è rifatto l’Imperatore Naruhito, nipote di Hirohito, l’Imperatore dell’aggressione giapponese a Nanchino: l’era che Naruhito ha inaugurato per il Giappone è infatti chiamata Reiwa, ovvero “splendente armonia”, ammiccando pericolosamente ai nazionalisti giapponesi, che dalla grande e commossa partecipazione popolare all’incoronazione imperiale non hanno fatto altro che ottenere consensi su consensi sul piano elettorale, segnando probabilmente l’inizio della ricaduta del Giappone verso le stesse spire dell’autoritarismo e del nazionalismo che lo portarono, poco più di ottant’anni fa, ad inaugurare la Daitowa Senso, ovvero la Grande guerra dell’Oriente.

La battaglia di Cody per una scuola senza armi

di Brian Arnoldi

Cody è una piccola città del Wyoming, fondata sul finire dell’Ottocento da Buffalo Bill ed attualmente uno dei principali centri di produzione di fucili ed armi da grosso calibro negli Stati Uniti. Seguendo la politica di Trump, che ha promesso e continua a promettere semplificazioni nella procedura di ottenimento delle licenze e nell’acquisto delle armi, anche lo Stato del Wyoming ha deciso di concedere maggiori libertà ai propri cittadini: tra le misure portate avanti dal governo statale, oltre ad una serie di concessioni e liberalizzazioni del (già di per sé poco controllato) mercato delle armi, è stata approvata una misura che permette ad ogni distretto scolastico di decidere se dotare o meno i propri insegnanti di armi da fuoco di vario genere per far fronte a situazioni di emergenza entro le mura scolastiche. Numerosi distretti sono stati dunque chiamati a scegliere se permettere o meno l’accesso a pistole e fucili nelle scuole, e, nella grande maggioranza dei casi, la scelta è andata nel verso della riapprovazione del divieto di introdurre armi di qualsiasi genere negli istituti scolastici, anche per via dei numerosi mass shooting che ormai da anni segnano profondamente la società e l’opinione pubblica americana: solo nel 2018 ne sono avvenuti quattro, uno a Santa Fe, uno a Pittsburgh, uno a Thousand Oaks, in California, ed uno a Parkland, in Florida, per un totale di 51 morti e circa 70 feriti.

A Cody, un voto segreto svolto da una commissione di sei membri non eletti ma nominati dalla contea (di cui tre con interessi nel mercato delle armi) ha deliberato che dotare gli insegnanti di pistole fosse il modo migliore per difendere i good guys dai bad guys (che d’altra parte è stato lo slogan con cui Trump stesso ha portato avanti la sua campagna nazionale sul tema delle armi da fuoco). Quello di Cody non è certamente un caso isolato, ma la cittadina del Wyoming è stata il principale campo di battaglia politico sull’entrata di pistole e fucili nelle scuole. Consapevoli dell’importanza dell’industria delle armi da fuoco nella cittadina e dell’influenza che essa ha avuto sul voto, numerosi abitanti, ed in particolare studenti e genitori di ogni estrazione sociale ed orientamento politico, hanno attuato una vasta campagna politica contro l’ingresso delle pistole negli istituti scolastici locali. A tentare di sedare le polemiche è persino intervenuta la segretaria di Stato per l’istruzione, Betsy DeVos, che ha giustificato la scelta per via della necessità di difendere gli studenti dagli orsi grizzly del parco di Yellowstone. L’affermazione della DeVos è sembrata una scusante agli occhi dei cittadini di Cody e non ha fatto altro che rinvigorire le polemiche: gli stessi membri della commissione che votarono a favore dell’uso delle armi nelle scuole della città hanno chiarito, tramite le parole di Jenni Rosencrase, membro della stessa commissione e co-proprietaria insieme al marito di una delle aziende di fucili di Cody, che il voto non ha nulla a che fare con la protezione dei ragazzi dagli orsi.

La campagna di opposizione si è fatta, negli ultimi mesi, sempre più forte, nonostante un sondaggio condotto dalla stessa commissione su 2.400 dei 10.000 abitanti della città abbia dimostrato come il 74% di essi fosse a favore della delibera: la tesi dei contestatori è che i cittadini scelti per il sondaggio fossero stati opportunamente selezionati dalla commissione al fine di perorare la propria causa. I contrasti hanno preso, ormai già da qualche settimana, una connotazione ben peggiore di quella iniziale: alle iniziali proteste studentesche si sono unite quelle delle famiglie e, abbastanza inaspettatamente, anche quelle da parte dei docenti. Per la sua fermezza, la decisione della commissione sembra impossibile da ribaltare e, proprio per questo, nelle scorse settimane alcuni insegnanti hanno deciso di licenziarsi dai propri incarichi a Cody e di trasferirsi altrove, e lo stesso hanno fatto alcune famiglie. Gli studenti che ancora protestano, da parte loro, sono stati oggetto di soprusi, culminati in sempre più frequenti e preoccupanti minacce di morte verso gli organizzatori delle proteste. Molti hanno anche richiesto di trovare una terza via, che potesse coniugare la decisione della commissione con le richieste dei contestatori: tra le proposte avanzate vi sono quella di dotare gli insegnanti di taser o, seguendo il modello della Pennsylvania, di mazze da baseball. La commissione delle scuole di Cody pare tuttavia completamente sorda ad ogni tipo di lamentela o di protesta: appellandosi al tradizionale legame della città con l’industria delle armi da fuoco ed al numero di fucili e pistole detenuti privatamente nelle case, il comitato esecutivo giustifica e ribadisce con sempre più forza la propria decisione, mentre gli studenti scioperano e manifestano per la propria incolumità e intere famiglie lasciano la città per trasferirsi altrove, nel timore che la vita dei loro figli possa essere messa a rischio anche nell’ambiente scolastico.

Se la politica tocca il pallone

di Brian Arnoldi

Campionati del mondo di calcio del 1970. Gli occhi del mondo sono puntati sul Messico, dove dal 31 Maggio al 21 Giugno si fronteggiano sedici tra le migliori nazionali del mondo. Gli italiani sperano in una vittoria che ormai manca da molti anni, soprattutto per via delle enormi aspettative generate dalla squadra composta, tra gli altri, da Gianni Rivera e Sandro Mazzola. La competizione, che per il nostro Paese si chiuse con un secondo posto dopo la sconfitta in finale contro il Brasile, ebbe il suo culmine nella Partita del Secolo, ovvero il match, alle semifinali, in cui si scontrarono la Germania Ovest e l’Italia, che poi ne uscì trionfante accedendo alla finale contro i Carioca.

Accanto a quelli che furono gli eventi dal grande spessore sportivo, il mondiale fu anche protagonista di uno degli avvenimenti di cronaca sportiva più gravi della storia: la Guerra delle Cento Ore. Il conflitto scoppiò infatti proprio a partire da una partita di calcio, disputata tra Honduras ed El Salvador nella fase a gironi del mondiale. Le due nazionali si affrontarono in tre match: uno a Tegucigalpa, in Honduras, uno a San Salvador ed uno, lo spareggio, a Città del Messico. Durante tutte le partite entrambe le tifoserie non si macchiarono solo di comportamenti antisportivi (come il lancio di bombe carta e l’uso di altoparlanti vicino agli hotel dove alloggiavano le squadre avversarie al solo scopo di non far dormire i calciatori), ma anche di violenze di vario genere, culminate nell’uccisione di due tifosi honduregni e lo stupro di una ragazzina, sempre dell’Honduras, durante il secondo match. La rivalità tra le due nazioni non era tuttavia di solo stampo sportivo: l’Honduras era infatti in rotta da mesi con El Salvador, il cui governo semi-dittatoriale aveva espropriato le terre degli immigrati honduregni, che erano stati rispediti nel Paese di origine, causando una grave crisi sociale ed economica per la piccola nazione del Centro America. Le partite furono dunque utilizzate come pretesto da entrambe le nazioni per interrompere i propri rapporti diplomatici e poi, il 14 luglio 1969, per giustificare una guerra vera e propria, iniziata con l’invasione dell’Honduras da parte di El Salvador.

La guerra si concluse in pochissimi giorni (cento ore, da cui il nome della guerra stessa), risolvendosi in un nulla di fatto dopo l’intervento diplomatico delle altre nazioni americane, che mediarono una pace tra i due belligeranti. La guerra, passata perlopiù in sordina in Europa, fu tuttavia il primo esempio di come lo sport potesse essere piegato alla bieca ragione di Stato, politicizzando di fatto un’innocua competizione e causando, per la prima volta, una vera e propria guerra capace di fare un totale di seimila vittime nell’arco di una settimana.

La radice dei conflitti contemporanei

di Brian Arnoldi

L’11 novembre 1918, si concludeva la Grande Guerra. Il più grande conflitto finora affrontato dall’uomo si chiudeva con una netta vittoria delle potenze Alleate, che utilizzarono la propria posizione predominante per farsi giudice, giuria e talvolta persino boia degli Imperi Centrali: gli Alleati infatti non decisero solo di trarre dalla guerra quanti più vantaggi territoriali ed economici possibili, ma anche di umiliare la Germania, l’Austria-Ungheria e l’Impero Ottomano. 

La scelta degli Alleati si sarebbe tuttavia rivelata assolutamente controproducente appena dopo i trattati di pace, se non già durante gli stessi: alla Conferenza di Parigi non vennero mai invitate le potenze sconfitte, che si limitarono a sottoscrivere i trattati sotto la minaccia di una riprese delle ostilità, mentre alcuni Paesi che sedettero tra i vincitori della Grande Guerra, come l’Italia e la Serbia, ne uscirono profondamente delusi e con una forte avversione per i francesi e per gli inglesi. Fu proprio da questo sentimento, o quantomeno anche da questo sentimento, che trassero la propria fortuna i regimi dittatoriali del Novecento: la risoluzione delle questioni territoriali dell’Istria e della Dalmazia fu il motivo che spinse molti ex-soldati a militare per il fascismo, mentre in Germania l’odio per le potenze alleate si era focalizzato sul Corridoio di Danzica, che di fatto separava in due il Paese. 

Le divisioni territoriali operate dagli Alleati ai danni dell’Austria-Ungheria e dell’Impero Ottomano hanno poi avuto conseguenze a lungo termine: la creazione della Yugoslavia si rivelò presto una totale inottemperanza del principio di autodeterminazione dei popoli, dal momento che all’interno del Paese furono costrette a convivere popolazioni ortodosse, cattoliche e islamiche in un costante stato di conflitto interno che sarebbe sfociato in guerra civile solo negli anni Novanta. Un caso simile fu quello dell’Iraq, che fu creato unendo zone sciite e sunnite a zone popolate dai curdi yaziti, mentre non venne nemmeno rispettato l’ordinamento statale preesistente, che era basato sul legami tribali di stampo pseudo-feudale, ma venne imposta un’organizzazione nazionale sotto forma di un protettorato inglese. Da qui nacque poi la questione curda, dal momento che la creazione del Curdistan venne auspicata durante i trattati ma non si concretizzò mai per via dell’incapacità di inglesi e francesi di giungere ad un accordo sulla divisione territoriale della zona. L’ultima questione che sorse in seguito ai trattati di pace fu quella dello Stato di Israele: il nascente nazionalismo ebraico, unitamente al protettorato inglese sulla Palestina, permise a numerosissimi ebrei europei di trasferirsi in quello che essi consideravano essere legittimamente il proprio Stato Nazionale, portando, all’indomani della seconda guerra mondiale, all’apertura di un conflitto ancora insoluto.