La nuova frontiera dei live: i concerti virtuali

di Andrea Riva

Come ben sappiamo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia è stato quello musicale, in particolare per quanto riguarda i concerti dal vivo. Per far fronte a questa emergenza, il mondo dei live ha provato in vari modi ad adattarsi alla nuova ed inaspettata circostanza. Tra tutte le soluzioni, quella che sicuramente ha destato in me più interesse e curiosità è stata quella dei concerti virtuali, organizzati su piattaforme videoludiche.
A dir la verità, questo fenomeno nasce in modo indipendente dalla pandemia. Il primo evento di questo tipo, infatti, risale al 2 febbraio 2019 (anche se, per essere ancora più precisi, si deve considerare anche un’incursione degli U2 e una dei Duran Duran nel gioco Second Life, rispettivamente nel 2009 e nel 2011), quando il dj e producer Marshmello, in collaborazione con la casa di sviluppo americana Epic Battle, si è esibito in una città virtuale (Pleasant Park) del celeberrimo videogioco Fortnite. Un evento che ha riscosso un enorme successo, dato che è stato capace di attirare più di 10 milioni di persone. Anche in questo scenario così nuovo e inusuale però gli organizzatori hanno cercato di mantenere comunque la componente “dal vivo” del concerto, dato che l’artista si è effettivamente esibito in tempo reale e non tramite registrazioni.

É innegabile che la pandemia sia stata un forte incentivo all’organizzazione di questi spettacoli, data l’ovvia impossibilità di partecipare ad eventi reali.  Se già il concerto virtuale di Marshmello era stato un grandissimo successo, sempre su Fortnite lo show Astronomical, con protagonista Travis Scott, uno degli artisti trap più influenti degli ultimi anni, ha riunito nel maggio 2020 più di 12 milioni di utenti. Numeri simili sono stati raggiunti recentemente dalla popstar Ariana Grande con il suo Fortnite Rift Tour. Fortnite non è però l’unico videogioco che ha organizzato questo tipo di eventi: su Roblox, ad esempio, si è esibito il giovane rapper Lil Nas X, mentre la band nu metal Korn ha messo in scena un live su Adventure Quest 3d.

In poche parole, i live virtuali non sono solo un evento sporadico e occasionale, ma qualcosa di stabile che si sta ritagliando sempre più spazio sia nell’industria musicale che in quella videoludica. Difficile valutare se questo fenomeno spopolerà anche quando riprenderanno a pieno regime i concerti “tradizionali”; tuttavia, non credo sia stupido ritenere che i live digitali risentiranno solo parzialmente dell’atteso ritorno alla normalità. I live virtuali, per quanto nominalmente vengano equiparati ai concerti tradizionali, sono qualcosa di completamente diverso. E dicendo ciò non penso solo ad ovvi discorsi del tipo “dal vivo è tutta un’altra cosa”, quanto piuttosto al fatto che gli eventi come quelli di Travis Scott o Ariana Grande sono soprattutto il risultato della rilevanza che le realtà virtuali stanno acquistando nelle nostre vite e di un nuovo modo di concepire l’intrattenimento, un modo che non per forza deve sostituire la fruizione tradizionale di qualsiasi prodotto dell’industria culturale.  In tutto ciò, il ruolo della pandemia in questo ambito probabilmente è stato più che altro quello di accelerare un fenomeno già preesistente, che forse sarà capace di crescere ed evolversi anche quando sarà possibile tornare a cantare ed urlare sotto il palco del nostro artista preferito.

Raccontare le proprie dipendenze: Le confessioni di un mangiatore d’oppio di Thomas De Quincey

di Andrea Riva

«Eccoti qua, cortese lettore, la storia di un notevole periodo della mia vita: e confido che sarà per te, come è stata per me, non solo una storia interessante, ma in qualche modo anche utile e istruttiva. L’ho scritta con questa speranza, e questa sia la mia scusa se sono venuto meno a quel delicato, dignitoso riserbo che per lo più ci trattiene dall’esporre in pubblico i nostri errori e le nostre debolezze».

Così si aprono le Confessioni di un mangiatore d’oppio, l’autobiografia di Thomas De Quincey, scrittore, saggista e giornalista inglese della prima metà del XVIII secolo. Come si può desumere facilmente dal titolo, nucleo centrale dell’autobiografia dell’autore è il suo rapporto di dipendenza dall’oppio, o meglio dal laudano, una soluzione ottenuta tramite macerazione dell’oppio in alcool, utilizzata molto nell’800 come antidolorifico ma dagli ovvi effetti collaterali. Le Confessioni sono un’opera cardine del romanticismo inglese e hanno contribuito in modo significativo alla creazione della figura del poeta decadente che tanto seguito avrà nell’avvenire (non a caso Charles Baudelaire farà una traduzione parziale delle Confessioni in francese).
Come viene dichiarato nell’incipit del libro, riportato all’inizio dell’articolo, lo scopo di De Quincey è raccontarsi senza filtri, mettersi a nudo, mostrare la propria storia senza condanne e giudizi moralistici. Lo scrittore non vuole incolparsi, non vuole lanciare strali contro sé stesso e nemmeno contro i molti suoi contemporanei (tra i più noti il collega Coleridge) che fecero uso di questa sostanza, ma vuole essere trasparente, raccontare in modo imparziale tutto ciò che riguarda il suo contrastante rapporto con il laudano.
Ecco dunque che da una parte De Quincey esalta i poteri e le “divine gioie” dell’oppio, capace di spingere l’immaginazione umana oltre ogni limite e di rendere finalmente l’uomo libero da ogni vincolo spirituale. Scrive a tal proposito: «Ecco il segreto della felicità, intorno al quale i filosofi avevano disputato per tanti secoli! Eccolo scoperto d’un tratto: la gioia si può comperare con due soldi, si può tenere nel taschino del panciotto: estasi portatile che si può imbottigliare a litri, pace dell’anima che si può spedire per posta». Dall’altra però non può esimersi dal mostrare le terribili conseguenze a cui conduce l’abuso della sostanza stupefacente: la libertà spirituale tanto agognata si trasforma gradualmente nella schiavitù della dipendenza.
Le Confessioni di un mangiatore d’oppio sono dunque un’opera unica nel suo genere che vale la pena di conoscere, pur non essendo sicuramente il prototipo di una lettura leggera e scorrevole: questa autobiografia non è solo il racconto della vicenda personale di un poeta romantico, ma è anche, e soprattutto, uno sguardo più ampio sull’essere umano, sulla sua natura, sui suoi lati più oscuri e in fondo sulla sua intrinseca umanità.   

Prospettive – Vizio

Lussuria

di Rosamarina Maggioni

A volte mi chiedo come la gente faccia a trattenersi dal fare sesso tutto il giorno, per poi forse concedersi una scopata scarsa alla settimana. Se fosse per me a ogni angolo della strada ci sarebbero dei motel a ore, giusto in caso servisse un luogo dove appartarsi con quello sconosciuto incontrato al bar della stazione dieci minuti prima, o con la compagna di università che ti sbava dietro da settimane.

Il sesso è la miglior cosa che si possa fare, un contorcersi di corpi sudati che si toccano, si baciano, si leccano, si mordono, si compenetrano, consumati dal fuoco del desiderio che non si placa.

Basta uno sguardo, un tocco, un sospiro, una vibrazione nell’aria, una parola che vuol dire più di quello che si pensa e qualcosa dentro, nel profondo, scatta; nulla ha più senso e qualsiasi cosa stessi facendo non ha più importanza. Ciò che conta è soddisfare quella voglia, possedere quella persona ed essere posseduto, godere e far godere: non tra un po’, ora; non nel luogo adatto, qui. La società mi definisce deviato, vizioso, Lussurioso ma a me non importa delle etichette, di quello che si pensa e si dice di me: a me interessa una sola cosa, e tu sai qual è.

Superbia

di Francesca Ariano

Non sono mai stata come tutti gli altri.

Sin da piccola, ho sempre saputo di avere qualcosa di speciale: un’intelligenza fuori dal comune, una prontezza d’ingegno, una facilità nell’apprendere che pochi posseggono. Naturalmente non tutti sono in grado di riconoscere queste doti e se le vedono preferiscono negare l’evidenza anziché ammettere la propria mediocrità.

Se solo ne avessi avuto la possibilità, sarei diventata una grande musicista. Ma si sa, spesso i geni rimangono incompresi e così, per colpa di quegli idioti che mi hanno fatto da maestri, non potrò far conoscere al mondo la mia arte.

Ma non importa. Il mio talento naturale rimarrà sempre in potenza, il mio dono sarà come un bellissimo fiore che per l’incuria e l’ottusità altrui non è potuto sbocciare.

Gli altri non vedono, ma io lo so, e questo è quel che conta: io sono migliore di loro.

Avarizia

di Francesco Ronzoni

Eppure non li comprendo. Tutti si lamentano di quanto denaro io possegga facendolo sembrare un’infinità; e poi, non contenti, mi attaccano dicendo che dovrei imparare ad essere più generoso con gli altri.

Quindi loro non sanno che i miei soldi io me li sono guadagnati col duro lavoro, piegato sulla scrivania giorno e notte da quando ero un ragazzino? Ma poi io dico, se questi sperperano tutti i loro averi subito, senza tenerne qualcuno da parte per sicurezza come me, cosa faranno mai nel momento in cui ne avranno davvero bisogno? Cioè, se tutti gli altri sono incauti, perché dovrei essere io quello che viene preso di mira per il suo buon senso? Anche perché in fin dei conti io sono una persona generosa. Dopotutto, come si definirebbe altrimenti qualcuno che lascia una mancia all’edicolante ogni settimana? Ben 10 centesimi. Per 52 settimane all’anno diventano 5,2€! Regalati! Vedete?

Ma adesso devo concludere in fretta, che ho già sprecato troppa batteria del portatile.

Gola

di Andrea Riva

Madonna quanto ho mangiato… mega! Mi sento proprio pieno, gonfio, saturo… ancora un boccone e… potrei esplodere! Ora tornerò a studiare, dovrò pure far qualcosa oggi.

Uff… non riesco a concentrarmi bene… ho bisogno di una pausa. Beh ci sono quei biscottini in cucina, molto buoni; ne prenderò un paio! Si, esatto solo 4/5, niente di più. Ho mangiato molto a pranzo però sai… alla fine un dolce ci vuole… un dolce una volta al giorno è parte essenziale di qualsiasi dieta equilibrata. Sì dai, mangio questa decina di biscotti, van via che non te ne accorgi nemmeno. Ecco mi sento già meglio, sì sì. Un po’ di calorie mi servivano.

Però qualcosina potrei mangiarlo mentre studio… quelle patatine nella dispensa magari… sono così sfiziose. Si dai, lo sanno tutti, studiare è come andare al cinema… se non hai qualcosa da sgranocchiare non è la stessa cosa.

Grande! Per oggi ho fatto quello che c’era da fare, sono stato molto molto diligente. Complimenti.  Mi merito un premio! C’è quel gelato cosi buono… strabuono. Ora vado a prenderlo.
Ma perché usare una tazzina? È molto più comodo mangiarlo direttamente dalla scatola…

Invidia

di Francesco Marinoni

Io questa prospettiva non la volevo scrivere. Quanto sarebbe stato più semplice se mi fosse stata assegnata l’ira, l’accidia, la gola o qualsiasi altro vizio capitale? No, mi è toccata l’invidia: i compiti più difficili spettano sempre a me. È la mia maledizione, trascorrere le giornate consumando la mia esistenza nella certezza che le persone che mi circondano abbiano avuto dalla vita molto più di me. Loro con una bella casa, una famiglia, un lavoro; io che vivo in un buco, solo e rifiutato dalla società.

È colpa mia se quando mi guardo attorno vedo solo ciò che a me manca? È forse un peccato desiderare qualcosa di meglio per sé stessi? Ma è inutile che provi a spiegarmi, nessuno è in grado di capire la mia pena. Voi che state leggendo queste righe sarete certo sdraiati su un comodo divano, a farvi beffe di me: sarò solo una momentanea distrazione prima di trovare qualcosa di più divertente da fare. Un povero, patetico invidioso.

Ira

di Lorenzo Caldirola

Madonna sti gabbiani finiscono tutti sdraiati, sgabellati, stesi, mortiuccisi se mi deflagrano di nuovo i gioielli. Sono arrabbiato, inalberato, adirato, si fossi foco arderei le madri di tutti gli infami.

Dovete sapere che nel mondo ci sono due tipi di persone: quelle dotate di raziocinio e quelle che la sera tornano a casa in verticale, quelle sempre pacate e pazienti e quelle coi pugni nelle mani 24/7, quelle col cappotto di piume d’oca e quelli col cappotto di frassino. Insomma guardami appena appena storto, con quel fare da damerino, e ti ritrovi il cervello carotato e la testa nel buco del culo.

Intendiamoci, sono una persona a modo, se non mi pesti i piedi, ma davvero ci metto meno due secondi a cambiarti i connotati se poco poco mi fai perdere il pochissimo autocontrollo che mi rimane in questa vita terribile costellata da idioti.

Dov’ero rimasto? Ah sì sì, un caffè macchiato lungo, tiepido, in tazza grande, con latte di soia a parte e una spolverata di cannella per favore.

Accidia

di Redazione di Altro

Avremmo dovuto scrivere qualche riga sull’accidia… ma avrete già capito come è andata a finire.

La trasfigurazione infantile nelle opere di Paul Klee

di Andrea Riva

Molti sono gli artisti che hanno portato il tema dell’infanzia all’interno delle loro opere, basti pensare all’arcinota poetica del fanciullino di Giovanni Pascoli. Tra questi possiamo annoverare certamente Paul Klee, prolifico pittore novecentesco che, attraverso uno stile unico e personale, è stato capace di integrare nella sua arte diversi elementi provenienti dalle più celebri correnti artistiche del XX secolo.       
Tra tutte è però l’Astrattismo l’avanguardia a cui il nome di Klee viene solitamente associato. La sua adesione nel 1911 al gruppo espressionista del “Cavaliere Azzurro” di Vasilij Kandinskij e Franz Marc segna per lui il primo decisivo passo verso un’arte sganciata da ogni preciso riferimento figurativo alla realtà esterna.
«L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile»: con queste parole Klee dichiara per l’appunto di voler considerare l’arte non come uno strumento con il quale descrivere e rappresentare la realtà circostante, quanto, piuttosto, come un mezzo per rivelarne i suoi meccanismi più reconditi. Questa concezione dell’arte ben si sposa con un altro tema della pittura di Klee, che è quello che ci riguarda: quello dell’infanzia.

Poster Premium Castello e sole

Paul Klee, Castello e Sole, 1928

L’interesse di Klee per il disegno infantile nasce già nel 1902, quando casualmente s’imbatté in alcuni suoi disegni realizzati da bambino.  Di queste piccole opere primordiali Klee ammira soprattutto la capacità di guardare il mondo in modo innocente e senza filtri. Scriveva Klee «I signori critici  dicono spesso che i miei quadri assomigliano agli scarabocchi dei bambini. Potesse essere davvero così! I quadri che mio figlio Felix ha dipinto sono migliori dei miei». Ecco quindi che la visione astratta della sua pittura passa proprio da questa innocenza puerile, da questo sguardo infantile.

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932 

Un altro evento significativo per la maturazione artistica di Klee sarà un viaggio in Tunisia nel 1914 dove il pittore, rimasto particolarmente colpito dal colore e dall’atmosfera dei paesaggi nordafricani, prenderà una nuova consapevolezza dell’utilizzo del colore proprio con lo scopo di raggiungere quella trasfigurazione della realtà. Le sue opere quindi, i cui soggetti non sono mai comunque totalmente astratti, a differenza di quelli di Kandinskij, sono caratterizzate dall’utilizzo di forme e figure primitive ed infantili e da una significativa valorizzazione dei colori.  

Un esempio emblematico di tutto ciò è il suo dipinto Villa R., dove un’abitazione proveniente da qualche remoto ricordo d’infanzia viene trasfigurata in un luogo magico, formato da coloratissime forme geometriche che ricordano alcuni giochi per bambini.

Paul Klee, Villa R., 1919

Salviamo il bidet!

di Andrea Riva

Pensavate di esservi liberati del matto almeno fino a settembre eh??? Vi sbagliavate cari miei!
Nonostante il mio bollettino mensile sia arrivato non molto tempo fa, le imminenti vacanze mi spingono a tornare a scuotere le vostre coscienze e a pungolare le vostre pigre menti già obnubilate dai suoni di qualche hit estiva.

Vi avevo già esortato a prendere le distanze dal linguaggio tecnico atlantista che spopola ormai da anni e a riprendere coscienza della vostra straordinaria identità linguistica. Beh… purtroppo la sacra lingua italica di Petrarca e Boccaccio non ha ancora ricacciato la piaga degli inglesismi che già dalla testa dell’idra spunta un altro temibile nemico. Ma, grazie a me e alla mia innata abilità nel prevedere le catastrofi che incombono sulle nostre teste, forse abbiamo ancora qualche flebile speranza di mantenere salde e forti le nostre radici linguistiche.

Mi è infatti giunta voce che, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, non sazi di aver appiattito per decenni le varietà linguistiche delle nazioni, un nuovo idioma sta per essere imposto a tutti noi dai potenti del globo. Sto parlando del Francese! Eh sì, cari miei… il presidente Macron ha deciso infatti che durante la loro presidenza di turno semestrale del parlamento europeo prevista per il 2022 tutti i documenti saranno redatti in francese e non in inglese. Quale offesa! Quale superbia! Questo è un chiaro segno dell’arroganza dei nostri cugini d’Oltralpe che, non paghi di aver imposto la loro lingua per secoli e secoli, vogliono riportare in auge la loro irritantissima vibrante uvulare.

Ma d’altronde che cosa ci si poteva aspettare da loro? Da sempre cercano di imporre il loro dominio sul Bel Paese e sul resto d’Europa. Come non ricordare il cruento assedio di Roma del 390 a. C. da parte di quei maledetti Galli guidati dal sanguinario Brenno…. l’aggressiva politica di Luigi XIV… le conquiste di Napoleone, tutte mirate a portarci via le nostre opere d’arte, compresa la nostra cara Gioconda.

Quindi, cari miei, vigilate, non assopitevi sotto l’ombrellone… inglese e francese non solo minacciano la nostra amata favella ma minacciano anche la nostra nobile cultura… non vorrei un giorno svegliarmi e vedere gli italiani trasformati in un popolo di mangia-lumache e dal culetto sporco.

Quando la poesia incontra il dialetto: Raffaello Baldini

di Andrea Riva

Si compie spesso l’errore di considerare i moltissimi dialetti presenti in Italia come degli idiomi di rango e qualità inferiori rispetto alla lingua italiana, come se tra romano, napoletano, milanese ed italiano ci fosse qualcosa di intrinsecamente differente. In realtà non è così. I dialetti, alla stregua dell’italiano, sono dei mezzi di comunicazione, con i propri suoni, con il proprio lessico, più o meno ricco, e con le proprie forme grammaticali. Di certo i dialetti e la lingua italiana non sono la stessa cosa, altrimenti non li indicheremmo con due termini distinti: la differenza, come abbiamo detto, non sta nella lingua in sé ma nel prestigio socio-politico di cui godono. La Treccani descrive infatti così il dialetto: «Un sistema linguistico di ambito geografico o culturale limitato, che non ha raggiunto o che ha perduto autonomia e prestigio di fronte a un altro sistema divenuto dominante e riconosciuto come ufficiale».

Se dunque a differenziare i dialetti dall’italiano è solo una questione di prestigio, è evidente come anche ai dialetti non sia chiusa la porta ad un loro utilizzo in chiave letteraria. Certo, le opere letterarie in dialetto sono decisamente poco conosciute, sia perché solitamente non incluse nei programmi scolastici sia per ovvi motivi di difficile comprensione. Nonostante ciò, molti sono gli scrittori che hanno legato indissolubilmente la propria produzione letteraria al dialetto; tra i più celebri possiamo annoverare Carlo Porta, Giuseppe Giusti, Cesare Pascarella, Trilussa, Salvatore Di Giacomo e Franco Loi.

Un poeta dialettale che mi ha incuriosito particolarmente durante i miei studi universitari e di cui voglio parlarvi brevemente è Raffaello Baldini. Nato nel 1924 a Santarcangelo di Romagna e laureatosi in filosofia a Bologna, si darà alla poesia solo dal 1976 con la sua prima raccolta E’ solitèri. Fin da questa prima opera sarà il dialetto della sua cittadina, Santarcangelo, il suo mezzo di comunicazione prediletto. Questa scelta deriva dalla volontà di raccontare situazioni e dialoghi quotidiani che cercano di dar voce alla piccola comunità di un paese di provincia. Proprio per questo Baldini rinuncia spesso all’utilizzo di un “io” lirico riconoscibile per dar voce invece a un’infinità di persone che, attraverso i loro pensieri e le loro parole, ci appaiono in tutte le loro idiosincrasie e particolarità. Quello che ne risulta è un quadro di immagini popolari che l’italiano non sarebbe stato capace di trasmettere nella loro pienezza. Baldini descriveva con queste parole la scelta dell’utilizzo del dialetto santarcangiolese: “Dalle mie parti ci sono ancora cose, paesaggi, persone, storie, che succedono in dialetto. Raccontarle in italiano vorrebbe dire tradurle”; e ancora: “l’italiano è sull’attenti e il dialetto nella posizione di riposo, in italiano sei in servizio, in dialetto sei in libera uscita”.

La scelta di una determinata lingua in letteratura è fondamentale: ognuna ha delle caratteristiche che la rendono speciale e che le permettono di descrivere persone, situazioni ed eventi in modo unico.

Cambiare l’immaginario collettivo: la mitopoiesi di Luther Blissett

di Andrea Riva

Come è già stato sottolineato nel nostro editoriale, parlare di eroi significa parlare di modelli, di punti di riferimento, di esempi da cui trarre ispirazione. Qualsiasi comunità, nel corso della storia, ha popolato il proprio immaginario collettivo con queste figure esemplari, che altro non sono che l’incarnazione dei valori e dei principi su cui i membri delle comunità stesse hanno poi basato la propria convivenza. Un tempo la trasmissione di questi modelli avveniva tramite i miti, le leggende tramandate oralmente da aedi, rapsodi, bardi, cantastorie, ecc… Oggi tutto ciò si realizza in modalità completamente differenti: sono i mass media i nuovi mezzi attraverso i quali vengono raccontati i miti del mondo contemporaneo. Tuttavia, nonostante questi cambiamenti ne abbiano radicalmente trasformato le modalità di diffusione, queste figure eroiche permangono stabilmente nel nostro immaginario collettivo.

Proprio partendo dalla constatazione di quanta importanza abbiano rivestito e rivestano tutt’oggi questi personaggi all’interno del nostro orizzonte culturale, negli anni Novanta, sia in Italia che all’estero, negli ambienti underground caratterizzati da un forte impulso rivoluzionario si è iniziato a ragionare sul tema della mitopoiesi. Con  questo termine – letteralmente “creazione del mito” –  s’intende per l’appunto la produzione di nuove figure mitiche e la manipolazione di quelle già esistenti con lo scopo di agire direttamente sull’immaginario collettivo e sulla nostra visione della realtà.
È in quest’ottica che nasce la misteriosa figura di Luther Blissett.

Questo nome, preso in prestito da quello di un ex-calciatore inglese di origini giamaicane, noto nel nostro Paese soprattutto per una deludente militanza al Milan nella stagione calcistica 1983-84, ha iniziato a diffondersi agli inizi degli anni ’90; sotto questa sigla, sia in Italia che all’estero, sono state firmate e/o rivendicate truffe/operazioni di sabotaggio mediatico, azioni politico-culturali, scritti teorici e polemici, inchieste, opere di narrativa e molto altro ancora (recentemente ad esempio mi è capitato di veder firmata con questo pseudonimo la regia di alcuni video musicali di musica hip hop!).  In particolare la fama di Luther Blissett in Italia ha raggiunto il suo apice nel 1999 con la pubblicazione di Q, un romanzo storico finalista al premio Strega  capace di riscuotere un largo successo sia in Italia che all’estero. Dietro tutto ciò naturalmente non vi è la presenza di un unico personaggio: Luther Blissett non è un nome d’arte, come spesso viene erroneamente pensato, bensì un nome multiplo, un nome che chiunque può iniziare ad utilizzare semplicemente firmandosi come tale.

A questo punto però è giunto il momento di chiedersi il perché della creazione e della diffusione di questa figura e in quale modo questo Luther Blissett possa agire nella chiave mitopoietica di cui vi abbiamo parlato in precedenza.

Secondo gli attuali membri del collettivo di scrittura Wu Ming, gli effettivi autori di Q e i principali promotori ed esponenti del Luther Blissett Project in Italia, con la figura di Luther Blissett si è voluto dar vita ad un nuovo eroe popolare simbolo di rivoluzione e di rivolta, della lotta degli oppressi contro il potere precostituito. In poche parole, utilizzando un paragone suggerito dagli stessi Wu Ming, Blissett può essere visto come una specie di Robin Hood dei giorni nostri che opera a livello culturale e sociale nelle modalità di cui abbiamo fatto cenno in precedenza. La lotta di Blissett, si capisce, ha un carattere estremamente politico: il potere da sconfiggere viene identificato nel sistema capitalistico che determina e condiziona pesantemente il nostro modo di vedere ed interpretare il mondo che ci circonda. Con l’introduzione di questo nuovo eroe si vuole dunque agire sull’immaginario collettivo del mondo occidentale, intossicato dal pensiero capitalista, proponendo una figura che contrapponga all’individualismo borghese la pluralità di Luther Blissett che, proprio per il suo essere multiplo incarna in sé valori di comunanza e collettività tipici del comunismo. Proporre questa nuova figura eroica significa quindi dare un nuovo modello, una nuova visione del mondo nella quale tutti gli aderenti al progetto possano identificarsi.

Questa breve presentazione non vuole essere naturalmente esaustiva dell’argomento Luther Blissett; ci sarebbe tanto da dire e non è sicuramente nelle intenzioni di chi scrive tediarvi con un’approfondita trattazione della storia di questo “eroe popolare”. Tuttavia ci piacerebbe che questo caso di mitopoiesi  contemporanea potesse diventare uno spunto di riflessione sui modelli che quotidianamente ci vengono trasmessi attraverso i mass media. Questi “eroi”, spesso a nostra insaputa, svolgono un ruolo fondamentale per ciò che riguarda il modo attraverso cui concepiamo noi stessi e le persone che ci circondano; ridiscutere queste figure, e magari crearne di nuove come è accaduto con Luther Blissett, può essere un’importante operazione, innanzitutto perché ci permette di comprendere meglio il modello di società in cui viviamo e, in secondo luogo, perché può essere un modo per indirizzare questo stesso modello verso nuovi orizzonti e nuove possibilità.

Quando l’arte progetta il futuro: La Città Nuova di Antonio Sant’Elia

di Andrea Riva

L’arte ha insita in sé la stupefacente capacità di rendere visibili le astratte creazioni dell’immaginazione e della fantasia umana. Rappresentare con linee e colori ciò che altrimenti esisterebbe solo nella nostra mente ci permette di creare nuovi mondi e nuovi spazi. Tali realtà virtuali, come abbiamo detto più volte nel numero di questo mese, sono innanzitutto un modo per evadere da quella che invece è la nostra realtà, realtà  in cui siamo immersi e che ogni giorno ci circonda. Ma non è solo questo. Rappresentare queste realtà vuol dire anche renderle in qualche modo più concrete, meno sfuggenti.
D’altronde, chi ha mai detto che una realtà virtuale debba per forza rimanere tale? A volte un mondo immaginario può diventare una fonte d’ispirazione, un modello a cui possiamo guardare per riplasmare e trasformare il reale.

Parlando di realtà virtuali, molto spesso ci siamo collegati al tema delle nuove tecnologie e del progresso scientifico. Proprio per questo motivo, per questa rubrica mi è sorto spontaneo trattare del movimento artistico che ha fatto del progresso il soggetto prediletto delle sue opere, ossia il futurismo. In particolare, un esponente di questa avanguardia artistica che ha saputo dar vita ad un’interessante realtà virtuale è stato Antonio Sant’Elia.
Pittore e architetto nato a Como nel 1888, Sant’Elia è divenuto celebre in particolare per la realizzazione tra il 1913 e il 1914 della serie di tavole della Città nuova, in cui vengono rappresentati gli imponenti edifici di una visionaria metropoli moderna. Ad animare queste costruzioni immaginarie sono i principi di cui l’architetto parla nel Manifesto dell’architettura futurista, di cui riportiamo il primo punto: «Che l’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza».
Nei suoi disegni (tra i più celebri annoveriamo il Disegno di una centrale elettrica e Stazioni d’aeroplani e treni ferroviari) vengono quindi ricreate ambientazioni quasi fantascientifiche (proprio le tavole di Sant’Elia hanno ispirato Fritz Lang nella realizzazione delle architetture del suo capolavoro cinematografico Metropolis) dove ogni ornamento architettonico viene bandito per lasciare invece spazio all’uso spregiudicato delle tecnologie e alla «meccanica semplicità» delle dinamiche linee dei nuovi monumenti.
Nella realizzazione delle sue tavole Sant’Elia sa bene che le sue città sono irrealizzabili; i suoi progetti vogliono essere profezie, sollecitazioni, provocazioni per l’avvenire. Proprio come dicevamo in precedenza, si tratta di una realtà virtuale che vuole fornire spunti, in questo caso per la realizzazione dei paesaggi urbani del futuro.
Effettivamente, ad oltre un secolo di distanza, volgendo il nostro sguardo agli skyline delle più grandi metropoli dell’epoca contemporanea, non possiamo non notare come le città futuriste di Sant’Elia, più che utopiche visioni, siano diventate concrete realizzazioni. Ecco dunque che quella che ad una primo sguardo poteva essere solo un’immaginaria realtà virtuale si è infine tramutata nella “realtà reale” dei nostri tempi.