Qualcuno pensi ai bambini

di Francesco Marinoni

Altro, fin dalla sua nascita, è sempre alla ricerca di punti di vista e sguardi diversi: la scrittura, nella nostra modesta interpretazione, è anche un modo per andare oltre la propria visione personale e rendere chi legge partecipe di questo. È con questa idea in mente che abbiamo scelto come tema per questo numero l’infanzia.

Lo sguardo del bambino è un’immagine che spesso si utilizza e in sé contiene diversi aspetti che normalmente associamo a questa fascia di età: l’innocenza, la spensieratezza, l’inconsapevolezza, la curiosità insaziabile. Dalla prospettiva di un adulto naturalmente è difficile immedesimarsi in questo, anche perché spesso i ricordi della propria infanzia sono pochi e confusi: inevitabilmente, l’idea di essere bambino che ognuno ha è quella che gli è stata raccontata da chi l’ha visto crescere.

Consapevoli dell’inevitabile limite dell’essere adulti, abbiamo comunque scelto di parlare di bambini cercando di non limitare il nostro sguardo all’infanzia che la maggior parte di noi, nata nella parte fortunata del mondo, ha vissuto. Altro cerca anche in questo di non fermarsi al qui e ora, ripercorrendo all’indietro la linea del tempo ed espandendo gli orizzonti oltre il mondo occidentale.

La politica del figlio unico in Cina: storia, controversie ed effetti del più grande esperimento di controllo delle nascite

di Francesco Marinoni

Il mondo odierno presenta numerose questioni e sfide difficili da analizzare e ancor più complicate da risolvere: probabilmente la prima che viene in mente è il cambiamento climatico, con tutte le annesse conseguenze, ma si potrebbe pensare anche all’evoluzione dello scacchiere geopolitico, con i rapporti di forza fra i Paesi che inevitabilmente cambiano nel tempo, rompendo alcuni equilibri e creandone di nuovi, oppure alle tante rivendicazioni per i diritti delle minoranze, che ormai interessano, seppure su piani diversi, tutto il mondo. Un altro esempio particolarmente calzante, e soprattutto sempre più attuale, è quello dell’aumento della popolazione mondiale; se da un lato si tratta di un argomento su cui si dibatte da molto tempo (le teorie di Malthus, uno dei nomi che più facilmente si associa a questo tema, risalgono all’inizio del XIX secolo), non si può certo dire che si siano raggiunte conclusioni incoraggianti su come affrontare i problemi ad esso connessi, fra cui la questione alimentare e l’impatto crescente dell’attività umana sull’ambiente.

A questo proposito però la storia recente ci offre un vero e proprio “caso di studio” da manuale, ovvero la politica del figlio unico, adottata dalla Cina a partire dal 1979 e, si può dire, ad oggi quasi completamente superata (avremo modo di approfondirne l’evoluzione più nel dettaglio in seguito). Si tratta probabilmente del più celebre ed esteso tentativo di controllo delle nascite mai operato da un Paese e ,proprio per questo motivo, studiarne l’implementazione e gli effetti può aiutare a trarre numerose conclusioni economiche, sociali e politiche.

Partiamo cercando di contestualizzare a grandi linee la situazione cinese nel periodo antecedente al 1979. Il Paese si trovava in una complessa fase di evoluzione, decisamente accelerata, da un’economia prevalentemente agricola a un’industrializzazione massiccia e forzata e accompagnata da un enorme aumento della popolazione (dai 542 milioni di abitanti del 1949 ci si avvicinò alla soglia del miliardo alla fine degli anni ’70). Durante questa transizione, data la grande rapidità del fenomeno, lo Stato non era in grado di garantire una vita sostenibile a tutti e il Grande Balzo in avanti (il piano economico messo in atto da Mao dal 1958 al 1961) ebbe come conseguenza emblematica una terribile carestia, che portò alla morte di un numero imprecisato di persone, nell’ordine delle decine di milioni. Il tasso di natalità, che arrivò a superare addirittura i 6 figli per donna nel corso degli anni ’60, seppur assestatosi su un trend discendente, si mantenne a livelli piuttosto elevati anche nel decennio seguente. Il problema dell’esplosione demografica era quindi presente da molto tempo quando, nel 1979, il presidente Deng Xiaoping decise di introdurre una misura drastica, la politica del figlio unico, che nelle previsioni del governo sarebbe servita ad evitare un eccesso di 400 milioni di ulteriori nascite che avrebbero messo a rischio la crescita economica negli anni a seguire. Ma di cosa si tratta esattamente?

Inizialmente presentata come una soluzione temporanea, la politica del figlio unico prevedeva, come suggerisce il nome, che ogni donna potesse generare al massimo un figlio. Erano previste alcune deroghe, modificate poi nel corso degli anni e applicate in modo diverso nelle regioni del Paese. Era concesso per esempio di avere più di un figlio in caso di parto gemellare: non sorprende, a questo proposito, che alcune indagini indichino come molte donne in quegli anni assumessero farmaci per aumentare la fertilità, nella speranza che questo evento si verificasse. Altre eccezioni riguardavano le famiglie rurali la cui prima figlia fosse stata femmina, vista l’importanza in questi contesti di un erede maschio (torneremo su questo punto più avanti), e alcune minoranze etniche.

Al di là dei criteri precisi (che potevano arrivare ad essere talmente intricati che alcune famiglie si trovavano involontariamente a violare le norme), è più interessante analizzare il modo in cui queste politiche sono state portate avanti. Alla base di tutto, oltre a una diffusione massiccia di contraccettivi, è stato posto un sistema di incentivi e disincentivi: alle famiglie “obbedienti” venivano concessi benefici economici e sostegno nella crescita del figlio, mentre quelle “disobbedienti” venivano punite con multe (il che ha permesso ai più ricchi di evadere di fatto la regola). A questo però vanno purtroppo aggiunti altri aspetti, decisamente più disturbanti. Innanzitutto, come prevedibile, molti figli sono nati comunque, nonostante i divieti, e si trovano tuttora a vivere a tutti gli effetti in uno status di clandestinità nel loro stesso Paese: non hanno potuto accedere al sistema educativo e sono sprovvisti di documenti, trovandosi quindi impossibilitati anche a lasciare la Cina per vie legali. Ma le conseguenze più scabrose della politica del figlio unico sono sicuramente i numerosissimi casi, solo in parte denunciati, di sterilizzazioni e aborti forzati, oltre a un numero imprecisato di neonati dati in adozione all’estero senza il consenso dei genitori. Le modalità con cui avvenivano queste adozioni, in particolare, sono state tenute nascoste dal governo per molto tempo, sia ai cinesi sia al resto del mondo (comprese le stesse famiglie adottive): la propaganda statale infatti da un lato promuoveva le nuove politiche di natalità con forza, tanto che molte persone sono cresciute con l’idea che fosse una misura necessaria e ignare dei suoi effetti, mentre dall’altro silenziava chi, per diversi motivi, non voleva adeguarvisi. Il livello di questa operazione di occultamento fu tale che ad oggi non si hanno stime precise sul numero di persone coinvolte in queste procedure.

Naturalmente, in un Paese vasto come la Cina, sarebbe ingenuo pensare che le direttive dello Stato siano state applicate in modo uniforme su tutto il territorio. Al netto delle diverse legislazioni delle regioni (che hanno un certo grado di autonomia decisionale rispetto al governo centrale), la differenza principale che si può osservare è fra le città e le aree rurali. Nei contesti urbani infatti la politica del figlio unico è stata portata avanti con molto più successo, sfruttando anche come leva fondamentale la minaccia di perdere il lavoro: quando infatti non venivano scelte soluzioni più estreme, come quelle illustrate in precedenza, ricatti di questo tipo risultavano particolarmente efficaci. Anche nelle campagne potevano verificarsi episodi di questo tipo, ma data la lontananza dai centri di potere veri e propri il rispetto della legge si basava più che altro sulle autorità, più o meno ufficiali, dei singoli villaggi: sono riportati casi, ad esempio, in cui le famiglie ribelli venivano ricattate con il furto di oggetti di valore o anche solo con l’isolamento all’interno della comunità. Tuttavia si può ragionevolmente pensare che non in tutto il Paese ci fosse questo livello di controllo (che di fatto non era altro che un autocontrollo della popolazione stessa), soprattutto nei contesti più isolati, dove inoltre risultava decisamente più semplice nascondere le gravidanze o i figli stessi con la complicità di amici e parenti.

Essendoci addentrati più nel dettaglio nella politica del figlio unico, è ora tempo di analizzarne le conseguenze, a breve e lungo termine, sull’economia e sulla società cinesi. La prima domanda che sorge spontanea è: questo sforzo, sia in termini di sacrificio per la popolazione sia di risorse investite per l’applicazione della legge, è servito a raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero a garantire la crescita del Paese? Da uno sguardo molto superficiale ai dati macroeconomici si potrebbe dire che l’effetto è stato complessivamente positivo, dato che l’espansione del PIL cinese non si è di fatto mai fermata dagli anni ’80 e viaggia tuttora a ritmi che nel mondo occidentale fanno ormai parte del passato. Tuttavia stabilire una diretta consequenzialità fra il controllo delle nascite e lo sviluppo cinese non tiene conto anche di numerosi altri fattori che hanno contribuito allo stesso effetto, oltre ad essere questo estremamente difficile da stimare a livello quantitativo (secondo uno studio dell’ONU, la favorevole distribuzione di età della popolazione negli ultimi due decenni del secolo scorso ha pesato per circa il 15 % della crescita economica). Sorgono dei dubbi anche sull’efficacia stessa della legge sul figlio unico nel raggiungere il suo scopo immediato, ovvero il controllo delle nascite: come accennato in precedenza infatti il tasso di natalità cinese, seppur ancora molto elevato nel 1979, era già in discesa prima dell’introduzione della norma, secondo un normale andamento tipico dei Paesi in via di sviluppo. Naturalmente è impossibile sapere se questa diminuzione sarebbe stata la stessa in assenza del provvedimento ed è allo stesso modo impensabile che esso non abbia avuto un qualche effetto (seppure, anche in questo caso, difficilmente quantificabile), ma queste considerazioni dimostrano sicuramente come l’utilità della politica del figlio unico sia quanto meno discutibile, anche volendola analizzare da una prospettiva estremamente cinica.

Volgendo lo sguardo alla situazione attuale della Cina, il giudizio sul controllo forzato delle nascite non può che farsi più critico. Due infatti sono le conseguenze più importanti a livello socioeconomico, le quali minacciano il presente e soprattutto il futuro del Paese, entrambe sicuramente riconducibili almeno in parte alla politica del figlio unico: l’enorme disparità di genere e l’invecchiamento squilibrato della popolazione.

Partiamo dalla prima. Attualmente in Cina ci sono circa 30 milioni di uomini in più rispetto alle donne, con previsioni che stimano come questo numero possa crescere fino a 60 milioni in futuro. Come si è arrivati a questo e soprattutto quale è stato il contributo della politica del figlio unico? Il motivo principale è che     molti genitori, obbligati dallo Stato ad avere un solo figlio, hanno preferito che questo fosse maschio: questo perché tradizionalmente le figlie femmine sono quelle che, una volta trovato marito, lasciano la famiglia, mancando quindi di fornire quel supporto che, soprattutto in contesti rurali, era fondamentale per sostenere i genitori nell’invecchiamento. Per questo motivo i casi di abbandono e, una volta che le tecnologie per conoscere il sesso dei nascituri divennero più diffuse, di aborti delle figlie femmine furono diffusissimi, arrivando al punto di generare situazioni paradossali in cui villaggi interi sono popolati solo da uomini. Naturalmente lo squilibrio generato da queste scelte nel corso dei decenni ha portato oggi ad avere un enorme platea di uomini che sono destinati a non sposarsi (in cinese sono identificati dal termine guang guan, traducibile approssimativamente come rami spezzati, in riferimento alle linee genealogiche che si interrompono), il che per una società come quella cinese (come del resto anche nel mondo occidentale, nella tradizione cattolica) significa essere condannati a un’incompiutezza della propria vita, che dovrebbe invece assumere pieno significato solo nel matrimonio. Il problema è estremamente evidente, tanto che l’equivalente cinese del Black Friday (la “festività dello shopping”) corrisponde al “Single’s Day”: giganti del commercio come Alibaba sfruttano questa situazione in cui versano moltissimi abitanti per alimentare le vendite. Un altro effetto visibile della disparità di genere è l’aumento del prezzo delle case nelle grandi città, che stanno diventando sempre di più una sorta di “dote” che la famiglia lascia al proprio figlio maschio nella speranza che lo renda più “appetibile” per essere fra i pochi che si sposeranno.

Purtroppo, la presenza di tanti uomini soli impossibilitati a trovare una compagna sta alimentando anche fenomeni decisamente più inquietanti, come il rapimento e la “compravendita” di donne provenienti dai Paesi confinanti con la Cina, che diventano vittime di questo terribile circolo vizioso diventando loro malgrado mogli. Le statistiche ufficiali non raccontano fino in fondo l’entità di questo traffico, sia per la volontà del governo cinese di occultare il problema (per cui si fanno anzi campagne per promuovere l’immigrazione femminile da Stati confinanti, dipingendola come un’opportunità e nascondendone i rischi) sia per la sudditanza, politica ed economica, degli stessi Paesi di provenienza delle ragazze (principalmente Indonesia, Corea del Nord, Pakistan, Myanmar), che non osano denunciare pubblicamente queste pratiche per paura di ritorsioni. Per i cinesi single che hanno denaro da spendere questa soluzione sta diventando sempre più diffusa e sicuramente si tratta di una delle conseguenze più disturbanti e oscure del marcato divario di genere.

Passiamo ad analizzare la seconda importante conseguenza: ci sono grosse fette di popolazione che stanno progressivamente invecchiando, avendo però un numero di lavoratori che, in proporzione, sta diminuendo drasticamente. Attualmente in Cina ci sono circa 5 adulti lavoratori per ogni pensionato, ma questo numero secondo le stime è destinato a scendere a 1.6 in 20 anni. È un problema molto familiare da una prospettiva italiana (nel nostro Paese questo rapporto vale poco più di 2), ma se nel mondo occidentale l’invecchiamento dei cittadini è noto da anni non sta assolutamente procedendo a ritmi paragonabili a quello cinese: per avere un’idea, si ipotizza che entro il 2050 più di un quarto della popolazione avrà più di 65 anni, il che significa che i pensionati cinesi, se vivessero in una nazione a sé, sarebbero il terzo Paese più popoloso al mondo. Non è un caso che si stia parlando di innalzamento dell’età pensionabile, attualmente a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne, per la prima volta in 40 anni. Questi numeri naturalmente non sono solo un effetto della politica del figlio unico ma piuttosto del miglioramento delle condizioni di salute, con la speranza di vita che è cresciuta notevolmente rispetto al secolo scorso. Il vero problema sta nella mancanza di persone giovani che si prendano cura dei loro genitori e allo stesso tempo possano garantire un numero sufficiente di nuove nascite.

Questo genera inoltre un enorme disagio per le tante famiglie (al 2010 sono circa un milione) che hanno perso il loro unico figlio, il quale, oltre all’evidente legame affettivo, rappresenta una sicurezza fondamentale per i genitori che invecchiano. Questa triste condizione è molto riconosciuta, tanto da essere etichettata da un termine specifico, shidu. Queste persone, oltre a dover affrontare in alcuni contesti uno stigma sociale, hanno difficoltà ad accedere alle residenze per anziani e alle cure, che tradizionalmente sono a carico dei figli e parte del loro dovere nei confronti della famiglia (citato anche nella Costituzione). Addirittura ci sono persone che si sono viste negare la possibilità di garantirsi spazio nei cimiteri, non avendo nessuno a garantire che le spese funerarie verranno pagate. In questo senso, dal 2013 il governo cinese ha avviato programmi per sostenere gli anziani soli e in generale offrire più servizi di accompagnamento della vecchiaia, ma per molti questi sforzi sono ancora insufficienti e non bastano a coprire le spese per le cure e l’assistenza di cui sempre più persone avranno bisogno.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto: che politiche sta pensando di intraprendere lo Stato cinese per porre rimedio, almeno in parte, a tutti questi problemi? Ironicamente, la soluzione che sembra essere stata scelta è quella di fare retromarcia: l’obiettivo si è improvvisamente spostato sull’incoraggiare le donne a fare figli. Nella versione ufficiale propagandistica questo non è assolutamente in contraddizione con la politica del figlio unico: si tratta semplicemente di fasi storiche diverse e quindi se in precedenza bisognava limitare le nascite per il bene dello Stato allo stesso modo adesso è necessario incentivarle. Molto rapidamente si è quindi arrivati a una prima abolizione della legge del figlio unico nel 2015 (in cui si è aperta la possibilità di avere un secondo figlio) e alla recentissima apertura anche al terzo, annunciata proprio quest’anno, accompagnate da stimoli e incentivi alla natalità in modo esattamente speculare a quanto visto nei decenni scorsi. Il naturale seguito sarà, molto probabilmente, una rimozione completa delle limitazioni sul numero di figli per coppia, attesa negli anni a venire.

I numeri del resto sono impietosi: il tasso di fertilità si attesta ora all’1.3, molto lontano dalla soglia che garantisce un futuro sostenibile, e si prevede che i nuovi nati saranno sempre meno in Cina ad ogni anno che passa. Sarà possibile invertire questa spirale con politiche analoghe a quelle che l’hanno generata? È ragionevole pensare che, per quanto la propaganda e gli incentivi siano determinanti, non basteranno a mettere una pezza ad un buco che è destinato invece ad allargarsi sempre di più. Moltissime famiglie infatti non sono interessate in alcun modo ad avere altri figli, per diversi motivi. Una prima ragione è che, in un Paese sempre meno povero, fare un figlio sta passando sempre di più dall’essere una risorsa all’essere un costo che molti genitori non possono più permettersi: anche qui è facile riconoscere un problema con cui siamo molto familiari nel mondo occidentale. Dai sondaggi prodotti dallo stesso governo risulta, per esempio, che solo l’11.2 % delle famiglie in contesti rurali sarebbe disposta ad avere un terzo figlio e la percentuale scende al 4.3 % se ci si sposta nelle città. Un secondo importante fattore da tenere in considerazione è di tipo socioculturale: una società che per decenni è stata abituata ad avere un solo figlio si è adattata a questo scenario, il che significa per esempio aver pianificato le risorse economiche in modo da concentrarle per una sola persona. Non è un caso che molti genitori siano letteralmente ossessionati dal crescere figli che eccellano in tutti i campi, dallo studio agli sport, il che ha portato anche all’idea stereotipata che spesso si ha dei “bambini cinesi” in grado di fare qualsiasi cosa, oltre a infanzie spesso rovinate e passate in collegi in cui fin dalla tenera età si è sottoposti alla disciplina più ferrea.

Insomma, si potrebbe dire che la politica del figlio unico cinese ha contribuito in definitiva a modificare radicalmente la società e la cultura di una nazione intera, portando con sé anche una serie di conseguenze orribili. Di fronte alle sfide poste dall’aumento della popolazione a livello globale, essa rappresenta sicuramente un monito sulle conseguenze che certe politiche possono avere a lungo termine  e allontana da soluzioni semplicistiche che, a volte, vengono proposte per risolvere problemi di una complessità enorme.

Per approfondire, allego le fonti utilizzate per la stesura dell’articolo:

https://www.vice.com/it/article/4avpww/cina-adozione-politica-figlio-unico?fbclid=IwAR0OJuXX4zrWHujVF5HTpRRwaIA1jRYNhQ1gMVxXujCRyCrxayo7jA6ic08

https://www.vice.com/en/article/nem7az/chinas-gender-imbalance-is-fueling-a-market-for-kidnapped-indonesian-brides

https://www.hrw.org/news/2019/10/31/chinas-bride-trafficking-problem

https://www.vice.com/en/article/zm7399/china-just-scrapped-its-one-child-policy

https://www.vice.com/en/article/wjwqnb/the-kids-of-chinas-80s-one-child-policy-still-feel-its-pain

https://www.npr.org/2016/02/01/465124337/how-chinas-one-child-policy-led-to-forced-abortions-30-million-bachelors?t=1629280477902

https://www.bbc.com/news/world-asia-china-34667551

http://www.chinadaily.com.cn/china/2007-07/11/content_5432238.htm

https://www.globaltimes.cn/page/202108/1232046.shtml

https://theconversation.com/chinas-one-child-policy-left-at-least-1-million-bereaved-parents-childless-and-alone-in-old-age-with-no-one-to-take-care-of-them-162414

https://www.theguardian.com/world/2019/mar/02/china-population-control-two-child-policy

https://www.npr.org/2021/06/21/1008656293/the-legacy-of-the-lasting-effects-of-chinas-1-child-policy?t=1631533141903

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3135510/chinas-one-child-policy-what-was-it-and-what-impact-did-it

https://www.investopedia.com/terms/o/one-child-policy.asp

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I giannizzeri

di Lorenzo Caldirola

Nonostante si tratti di uno degli imperi più importanti a livello eurasiatico per più di 600 anni, non sono in molti in Italia ad essere informati su cosa fosse e come fosse organizzato l’Impero ottomano.

Siccome è più che evidente che un articolo non sarebbe mai in grado di spiegare tutta la complessa storia di un regno centenario, mi limiterò ad analizzare un singolo elemento ad esso legato: il corpo dei giannizzeri.

Volendo riassumere tutto in poche parole, i giannizzeri erano bambini cristiani che venivano prelevati dai loro villaggi entro il decimo anno di età e condotti a Costantinopoli, dove sarebbero stati formati per diventare soldati d’élite o funzionari governativi, a seconda delle proprie capacità.

Di primo acchito verrebbe da compatire questi poveri bambini, strappati alle loro famiglie e alla loro fede e condotti a chilometri e chilometri di distanza per ricevere un rigido addestramento militare (o peggio, le “attenzioni” del sultano).

Effettivamente si tratta di un pensiero legittimo; tuttavia, va tenuto in considerazione che in quel contesto le possibilità per un cristiano (e per tutta la sua famiglia, perché il nepotismo non l’abbiamo inventato mica noi) di fare carriera era appunto quella di entrare da bambino nel corpo dei giannizzeri. Ebbene sì, perché non si parla di briciole: i più dotati tra i prescelti ottenevano le cariche più importanti del governo ottomano, financo quella di Visir, il secondo uomo più importante dell’impero, nonché reale burattinaio delle sue politiche. Capirete come mai vi fossero famiglie e interi villaggi che pagavano fior di tangenti ai funzionari imperiali perché scegliessero proprio i loro figli (no, nemmeno la corruzione abbiamo inventato).

Ma cosa possiamo dire allora di un impero che basava la sua politica e il suo esercito su bambini strappati alle proprie radici geografiche e culturali ed educati appositamente per diventare temibili guerrieri e astuti politicanti? Da un lato possiamo vedere lo sforzo immenso compiuto dagli ottomani per integrare delle minoranze etniche e religiose ai più alti livelli possibili; dall’altro non possiamo che denunciare un sistema cinico che prende dei bambini ancora innocenti, li lobotomizza e li trasforma in obbedienti ingranaggi di un sistema complesso e raffinato, ma fondato sulla violenza.

Se posso permettermi di dare un consiglio generale, la storia dell’Impero ottomano è molto interessante e troppo poco nota, considerando quanto ha coinvolto in realtà anche noi italiani nei secoli. Se questo articolo scritto così un po’ a braccio ha suscitato il vostro interesse dovete assolutamente recuperare la puntata del podcast di Alessandro Barbero dedicata all’argomento al link: https://www.spreaker.com/user/fabb/134-impero-ottomano-alessandro-barbero

Parlo da fanboy, ma vi assicuro che non ve ne pentirete!

La trasfigurazione infantile nelle opere di Paul Klee

di Andrea Riva

Molti sono gli artisti che hanno portato il tema dell’infanzia all’interno delle loro opere, basti pensare all’arcinota poetica del fanciullino di Giovanni Pascoli. Tra questi possiamo annoverare certamente Paul Klee, prolifico pittore novecentesco che, attraverso uno stile unico e personale, è stato capace di integrare nella sua arte diversi elementi provenienti dalle più celebri correnti artistiche del XX secolo.       
Tra tutte è però l’Astrattismo l’avanguardia a cui il nome di Klee viene solitamente associato. La sua adesione nel 1911 al gruppo espressionista del “Cavaliere Azzurro” di Vasilij Kandinskij e Franz Marc segna per lui il primo decisivo passo verso un’arte sganciata da ogni preciso riferimento figurativo alla realtà esterna.
«L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile»: con queste parole Klee dichiara per l’appunto di voler considerare l’arte non come uno strumento con il quale descrivere e rappresentare la realtà circostante, quanto, piuttosto, come un mezzo per rivelarne i suoi meccanismi più reconditi. Questa concezione dell’arte ben si sposa con un altro tema della pittura di Klee, che è quello che ci riguarda: quello dell’infanzia.

Poster Premium Castello e sole

Paul Klee, Castello e Sole, 1928

L’interesse di Klee per il disegno infantile nasce già nel 1902, quando casualmente s’imbatté in alcuni suoi disegni realizzati da bambino.  Di queste piccole opere primordiali Klee ammira soprattutto la capacità di guardare il mondo in modo innocente e senza filtri. Scriveva Klee «I signori critici  dicono spesso che i miei quadri assomigliano agli scarabocchi dei bambini. Potesse essere davvero così! I quadri che mio figlio Felix ha dipinto sono migliori dei miei». Ecco quindi che la visione astratta della sua pittura passa proprio da questa innocenza puerile, da questo sguardo infantile.

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932 

Un altro evento significativo per la maturazione artistica di Klee sarà un viaggio in Tunisia nel 1914 dove il pittore, rimasto particolarmente colpito dal colore e dall’atmosfera dei paesaggi nordafricani, prenderà una nuova consapevolezza dell’utilizzo del colore proprio con lo scopo di raggiungere quella trasfigurazione della realtà. Le sue opere quindi, i cui soggetti non sono mai comunque totalmente astratti, a differenza di quelli di Kandinskij, sono caratterizzate dall’utilizzo di forme e figure primitive ed infantili e da una significativa valorizzazione dei colori.  

Un esempio emblematico di tutto ciò è il suo dipinto Villa R., dove un’abitazione proveniente da qualche remoto ricordo d’infanzia viene trasfigurata in un luogo magico, formato da coloratissime forme geometriche che ricordano alcuni giochi per bambini.

Paul Klee, Villa R., 1919

E perché?

di Francesco Ronzoni

Si immagini la conversazione svolgersi lungo una tranquilla e silenziosa passeggiata serale d’autunno. Un bambino a fianco di un giovane a lui molto simile.

Franci! Franci! Perché noi siamo vivi?

– Non ne sono sicuro… –

Perché no? La maestra

Me l’ha detto. E la mamma,

E anche il papà.

– Io non lo so. –

Perché no? La mia nonna dice che anche io

Da grande lo saprò. E io lo voglio

sapere. Tu non vuoi?

– Lo so benissimo quanto ti piaccia.

Io ero te non troppo tempo fa.

Ma una risposta…

che suonasse vera non l’ho trovata. –

Ma perché? Tutti gli altri

Ce l’avevano la risposta. Eh sì.

– … –

 … ehi, Franci…

– Sì? –

Perché esiste il male?

– Da dove salta fuori la domanda? –

La mamma… no, la nonna

Me l’ha detto. Che noi

Siamo vivi per fare solo del bene.

Ma il male perché c’è?

– … non ne sono sicuro

Del perché esista il male. –

 … e perché i vicini sono poveri?

– Non son sicuro nemmeno di quello. –

E del perché si muore

Almeno sei sicuro?

– No… di quello io proprio

Non son sicuro. –

Argh! Ma tu non sei sicuro proprio di niente!

– Mi dispiace Francesco. –

 …

– So che ti ho deluso… però devi

Sapere ch’io non ho mai smesso… –

 … smesso che cosa?

– Di far domande. Queste tue domande…

queste nostre domande. –

 … ma allora le risposte?

– … io non le so… –

 …

Il Pinocchio di Garrone

Di Francesca Ariano

Pinocchio è il titolo di una pluripremiata pellicola diretta da Matteo Garrone, uscita nelle sale nel 2019 e ispirata al celeberrimo romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi.

Tutti conosciamo la storia di Pinocchio, eppure il film di Garrone riesce a darle nuova vita, restituendo al pubblico un senso di stupore, di appagamento, di gusto per l’arte del raccontare storie. Ben lontano dall’edulcorata versione della Disney, il Pinocchio di Garrone si mantiene molto fedele alla fiaba originale di Collodi e non manca di elementi orrorifici, macabri, grotteschi, inquietanti. Basti pensare ad alcune scene ambientate nel palazzo della Fatina, dove diversi personaggi scivolano sulla scia di bava che la Lumaca ha lasciato sul pavimento, ma anche ai toni cupi che caratterizzano l’impiccagione di Pinocchio e alla terrificante immagine del burattino e di Lucignolo trasformati in asini.

Uno dei tratti distintivi di questo film è il realismo con cui rappresenta le vicende e i personaggi, umani e non. Fondamentale per il realismo visivo della pellicola è il trucco, realizzato da Mark Coulier, che senza effetti speciali è riuscito a dare grande credibilità ai personaggi.

È stata particolarmente felice anche la scelta del cast, in primis Federico Ielapi, che ha saputo rendere bene la vivacità ma anche l’ingenuità di Pinocchio. Roberto Benigni si è calato nei panni del suo personaggio con grande maestria, riuscendo a rappresentare un Geppetto che prima ancora di essere un povero falegname “è un babbo, un padre che ama suo figlio alla follia” (come ha detto lo stesso Benigni). Azzeccatissima anche l’interpretazione della Volpe da parte di Massimo Ceccherini, che peraltro ha contribuito ad aggiungere momenti di comicità e leggerezza al film. Una menzione particolare va poi fatta al Grillo Parlante e al suo spiccato accento napoletano.

Il filo conduttore della storia è la musica fiabesca, magica e a tratti malinconica di Dario Marianelli.

Garrone ha detto di aver voluto creare un film “che potesse arrivare a tutti, ai bambini e ai grandi”, e che potesse “essere divertente e avere una leggerezza, una luce”. Credo di poter dire che è riuscito nell’intento, perché il suo Pinocchio non è solo un film per bambini. È una fiaba che incanta, che mescola realismo e magia, orrore e tenerezza. Quando andai a vedere questo film al cinema, alla fine della proiezione uno spettatore seduto davanti a me commentò: “Ho finalmente capito Pinocchio”. E mi sembra la conclusione perfetta per questa recensione.

Pedagogia matta

di Lorenzo Caldirola

“Perché, perché nessuno pensa ai bambini?!” Come al solito i Simpson, questa volta attraverso la voce della signora Lovejoy, ci erano arrivati moltissimi anni fa: la gente ha rotto le palle usando sempre i più piccoli come perno argomentativo di opinioni ipocrite e bacchettone. I bambini capiscono tutto se gli viene spiegato nel modo giusto, per cui non sono loro ad essere fragili e suggestionabili, piuttosto siete voi delle capre che non sanno rendere assimilabili certe cose, ficcatevelo in testa.

“Eh signora mia, alla loro età ormai ne sanno anche più di noi su queste cose…” Se parlate sul serio mi spiace informarvi che non siete poi tanto migliori delle Lovejoy di turno, miei cari dini. È vero, magari ai nostri tempi avevamo accesso a meno informazioni, ma di sicuro non eravamo più innocenti dei ragazzi di oggi. I bambini sono sempre stati molto più svegli di quanto non diano a vedere. Questo non significa che abbiano anche tutti gli strumenti per capire il mondo da soli, quindi magari non diamo troppo per scontato.

Sono bambini, ok? BAMBINI. Non sono né degli idioti suggestionabili, la cui vita sarà per sempre traumatizzata perché “mamma, mamma, come mai quei due signori in TV si stanno baciando?”, né però tantomeno sono degli esperti, scafati su tutte le questioni dell’esistenza e assolutamente indipendenti nella scoperta del mondo.

È così difficile trovare un’aurea mediocritas? Sì? Davvero? E invece no! Siete soltanto voi che fate schifo.

Sono bambini e il mondo lo devono scoprire, tutto quanto, ma non da soli. State loro vicini, rispondete alle loro domande, stemperate se proprio alcune questioni sono un po’ spinose, ma siateci sempre e non nascondete loro niente. Soprattutto dovete esserci. Odio quei genitori che piazzano i propri figli davanti a un cellulare, un tablet o un cartone animato, che nel migliore dei casi li ipnotizza, per avere un po’ di serenità.

Hai voluto un figlio? Ora pedali! Non è mica come avere un cane, che basta non caghi per casa e tutto quello che arriva in più è guadagnato, un figlio è una responsabilità e la sua educazione è un compito prioritario, non dimenticatelo mai.

E ve lo dico da papà, prima che da ministro.

Siglinde

di Francesca Ariano

In un villaggio ai confini del Bosco Selvaggio viveva un falegname, a cui, dopo la morte della moglie, era rimasta un’unica gioia: la figlioletta Siglinde. Siglinde aveva lunghi capelli neri come la notte e bellissimi occhi verdi. Il padre la amava teneramente e tutti gli abitanti del villaggio la trattavano come una figlia, perché era dolce e pura.

Un brutto giorno, mentre il falegname stava tagliando la legna sul limitare del Bosco, una Vipera Rossa spuntò da un cespuglio e gli morse il piede sinistro. Siglinde, disperata, si rivolse al Vecchio del villaggio, il quale le spiegò che il Bosco era sotto l’incantesimo di una perfida strega. L’unico antidoto per il morso di Vipera Rossa era un unguento che la strega possedeva;  tuttavia, ella lo avrebbe ceduto solo a chi avesse superato una prova assai ardua. A nulla servirono le infinite suppliche del falegname e degli abitanti del villaggio: Siglinde decise di partire quella sera stessa alla ricerca della strega, determinata a salvare l’amatissimo padre.

Istruita dal Vecchio del villaggio, la giovane riuscì ad attraversare il Bosco Selvaggio: uccise vipere e api giganti, tagliò rovi e piante carnivore e giunse così all’antro della strega. A causa dell’oscurità dell’antro, Siglinde riuscì a distinguere solo il profilo del suo corpo deforme, quando con voce tenebrosa quella tuonò: «So chi sei e cosa desideri, ma per ottener ciò che vorrai superar tre prove dovrai: la Palude Fangosa attraversare, le Bocche della Morte superare e il drago dell’Alta Rupe sfidare. Se un dente del drago portarmi saprai, il premio sperato ottener potrai.» Quindi la strega diede a Siglinde tre strumenti per superare le prove: uno zufolo, un pezzo di carne e un’accetta.

La giovane si avventurò verso la Palude, un’immensa distesa di fango che ribolliva incessantemente e inghiottiva chiunque tentasse di guadarla. Siglinde pensò al povero falegname ed ebbe un’idea: tagliò due grossi rami dalle querce che limitavano la Palude, usando l’accetta che la strega le aveva dato, e costruì due alti trampoli. Quindi si caricò in spalla altri rami più corti e si accinse ad attraversare la Palude: fece il passo più lungo che poté con il piede destro e, mentre il trampolo iniziava ad affondare, allungò la gamba sinistra e liberò l’altro piede. E così, saltando di trampolo in trampolo, riuscì a giungere alla fine della Palude e a mettere i piedi a terra nel momento esatto in cui l’ultimo ramo sparì nella melma.

Superata la prima prova, Siglinde s’incamminò verso l’Alta Rupe: una volta il Vecchio del villaggio le aveva raccontato che oltre la Rupe si apriva un altissimo crepaccio, dove era accumulato un vasto tesoro custodito da un drago. Prima di salire sulla Rupe, però, occorreva superare le Bocche della Morte: un orrendo mostro a tre teste, con nove occhi, corpo di cane, zampe di leone, artigli d’aquila e coda di scorpione. Siglinde capì subito di essere vicina al mostro quando le arrivò un tale fetore che quasi svenne. Fattasi coraggio al pensiero dell’unguento che avrebbe salvato il padre, la giovane raggiunse la bestia, prese lo zufolo che la strega le aveva dato e suonò una dolce melodia. Il mostro cadde a terra, addormentato.

Non rimaneva che l’ultima prova da affrontare. Quando Siglinde raggiunse la cima dell’Alta Rupe, quella che si aprì davanti ai suoi occhi fu una vista spaventosa: un enorme drago rosso giaceva per terra, addormentato. Siglinde si ricordò dell’ultimo strumento rimastole, il pezzo di carne, e, usando la lama dell’accetta, lo tagliò nel centro. Poi lo riempì con le pietre più grosse e dure che trovò e, postolo vicino all’immensa bocca del drago, si nascose. L’odore del sangue risvegliò il mostro, che subito addentò il pezzo di carne, ma le pietre della rupe in esso nascoste gli fecero cadere un dente: il drago allora ruggì spaventosamente e s’alzò in volo verso il dirupo, temendo che qualcuno avesse tentato di distrarlo per rubare il tesoro. Siglinde afferrò rapidamente il dente, coperto dalla carne sanguinante del drago, e corse giù dall’Alta Rupe.

Trovò il mostro a tre teste ancora addormentato, attraversò la Palude Fangosa servendosi nuovamente dei trampoli e finalmente giunse all’antro della strega. «Dammi, piccina, il dente del drago», le chiese una voce gentile. Siglinde, con stupore, obbedì: il corpo della strega s’illuminò, tanto che la ragazza fu costretta a chiudere gli occhi, e quando li riaprì trovò davanti a sé una bellissima donna.

«Siglinde, tanto tempo fa fui condannata a vivere in un corpo di strega fino al giorno in cui una persona di grande ingegno fosse riuscita a portarmi un dente del drago dell’Alta Rupe. Ora vai, coraggio, ché il padre tuo, ormai guarito, ti aspetta con ansia al villaggio.»

Tornata al villaggio, Siglinde abbracciò il padre e con lui pianse di gioia, mentre la donna poté tornare alla sua antica dimora.

E vissero tutti felici e contenti.                        

Prospettive – Infanzia

Jerry l’orsacchiotto peluche

di Francesco Ronzoni

Il mio umano era un tipo timido, a volte anche un po’ strano. Tutto sommato il suo rapporto con me non è mai stato particolarmente intimo. Se mi teneva a letto, riposto lì accanto a lui o anche abbracciato, era soltanto perché tentava in tutti i modi di essere il bambino che tutti i grandi si aspettavano lui fosse. Massì! Era così. Vedeva sempre suo fratello minore legato al suo peluche di lunga data, persino più lunga della mia, e riconosceva in quel legame infantile ciò che tutti i bambini, per quello che aveva inteso dagli adulti, avrebbero dovuto avere con i propri giocattoli. Chissà dove l’aveva sentito. Chissà, poi, perché ci ha sempre creduto al punto tale da rammaricarsene tanto con sé stesso se effettivamente non andava a quel modo. Semplicemente era un tipo solitario.

Io gli piacevo, è vero; ma significava poco: a lui piacevano tutti i giochi. In realtà era soltanto incredibilmente bravo a farsi piacere tutto. Non avrebbe mai saputo dire di no ad un adulto. A ripensarci adesso potrei scommettere che, mentre lo osservavo con e senza persone attorno, spesso sia addirittura riuscito ad autoconvincersi che ciò che faceva fosse anche ciò che gli piaceva davvero. Invece, vi dirò, non sapeva far altro che quello che i grandi gli dicevano.

Una Barbie frustrata

di Francesca Ariano

La mia proprietaria è davvero insopportabile.

Ogni volta che una sua amica viene a trovarla mi tira fuori dalla scatola in cui, noncurante, mi ha accatastata con gli altri giocattoli. Poi incomincia il suo abituale rito: prende la casa delle barbie, tira fuori il tavolino, le sedie, i cuscini, le posate, i piatti, il letto, la radio, insomma tutto ciò che usano gli umani ma in miniatura, e con zelo si impegna a sistemarli. Quando, dopo ore, lei e la sua amica terminano finalmente la meticolosa operazione, si è ormai fatto tardi e la bimba, soddisfatta, mi getta di nuovo in quel claustrofobico scatolone.

E le torture non finiscono qui. Ieri la bambina ha deciso che i capelli lunghi non le piacciono più, che vuole avere una barbie originale, con i capelli corti. E così mi ha privata dei miei meravigliosi capelli biondi. ZAC! E con una sforbiciata mi ha sottratto un pezzo di me.
Oggi, non contenta, mi ha persino disegnato un tatuaggio sul braccio.

Se la mia vita amorosa finora era stata praticamente inesistente (corre voce che ci sia un tale Ken, mio fidanzato, ma chi l’ha mai visto?!), con questo aspetto orrendo posso considerarmi definitivamente senza speranze.

Perciò, cari genitori, smettete di regalarci alle vostre adorate figliole e liberateci una volta per tutte dalle grinfie di queste sadiche carceriere! Lasciateci piuttosto sugli scaffali dei supermercati, dove almeno tutti possano ammirarci!

Un joystick per amico

di Francesco Marinoni

Si accende lo schermo. Anche oggi. Non che la cosa mi sorprenda, si potrebbe dire che io e la televisione siamo fatti l’uno per l’altra. Devo dire però che prima di essere acquistato non mi aspettavo una vita così frenetica: quasi tutti i giorni passo le ore a farmi schiacciare dalle dita del bambino, cercando di interpretare al meglio i suoi ordini. Spara, abbassati, corri, salta. Può essere molto stressante a volte.

È successo anche di peggio qualche volta, come quando apparentemente non avevo eseguito correttamente la richiesta e, non essendomi spostato a destra in tempo, la missione era fallita. Naturalmente il bambino non aveva schiacciato bene il tasto, ma provate voi a spiegarglielo: mi ha lanciato dall’altra parte della stanza e si può dire che sono ancora funzionante per miracolo.

È incredibile come io, oggetto così semplice e insignificante, possa essere vittima di una tale rabbia. Certo, capisco che con i genitori al lavoro e nessuno con cui parlare per tutto il pomeriggio sia inevitabile scatenarsi giocando ai videogiochi. Sarebbe bello però ogni tanto che qualcuno riconoscesse il mio valore e si rendesse conto della mia importanza. Ma, del resto, chi mai si affezionerà a un joystick?