Lingua

di Francesco Marinoni

Parlare di linguaggio non è un compito semplice. Innanzitutto, per poter pensare di dire qualcosa a riguardo bisogna servirsi di una forma del linguaggio stesso, quella verbale, che è il mezzo imprescindibile attraverso cui noi esseri umani comunichiamo, tramite la parola scritta o parlata. Si potrebbe quindi affermare che scegliere un tema di questo tipo sia quantomeno presuntuoso, a maggior ragione per la redazione di un modesto mensile come Altro. Tuttavia, come sempre, il dialogo e lo scambio di idee per preparare la stesura degli articoli ci hanno portati ad evidenziare molti aspetti che abbiamo ritenuto interessanti e ci siamo detti che, per quanto fosse complesso, sarebbe valsa la pena di affrontare questo tema. 

Abbiamo analizzato il linguaggio dal punto di vista strettamente tecnico, per mostrare come la scelta delle parole da usare per veicolare un messaggio abbia inevitabilmente una ricaduta sul contenuto del messaggio stesso. Adottando poi un punto di vista diverso, abbiamo osservato la lingua come espressione della cultura che la adopera: gli idiomi nazionali, quindi, ma anche e soprattutto i dialetti, il cui ruolo in particolare in alcune comunità locali è (percepito come) imprescindibile. Ci siamo spinti anche a ragionare su come sia possibile creare una lingua nuova dal nulla, analizzando l’operazione compiuta da Tolkien all’interno dell’universo fantasy in cui si sviluppa la sua produzione letteraria.

L’operazione, come detto, non era sicuramente semplice, ma siamo convinti di avere fatto del nostro meglio. Nel corso del mese di luglio vi accompagneremo quindi con questo nuovo numero di Altro, con la speranza che il tema, solo accennato in questo primo articolo, vi abbia già incuriosito in attesa dei prossimi. Buona lettura!

Salviamo il bidet!

di Andrea Riva

Pensavate di esservi liberati del matto almeno fino a settembre eh??? Vi sbagliavate cari miei!
Nonostante il mio bollettino mensile sia arrivato non molto tempo fa, le imminenti vacanze mi spingono a tornare a scuotere le vostre coscienze e a pungolare le vostre pigre menti già obnubilate dai suoni di qualche hit estiva.

Vi avevo già esortato a prendere le distanze dal linguaggio tecnico atlantista che spopola ormai da anni e a riprendere coscienza della vostra straordinaria identità linguistica. Beh… purtroppo la sacra lingua italica di Petrarca e Boccaccio non ha ancora ricacciato la piaga degli inglesismi che già dalla testa dell’idra spunta un altro temibile nemico. Ma, grazie a me e alla mia innata abilità nel prevedere le catastrofi che incombono sulle nostre teste, forse abbiamo ancora qualche flebile speranza di mantenere salde e forti le nostre radici linguistiche.

Mi è infatti giunta voce che, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, non sazi di aver appiattito per decenni le varietà linguistiche delle nazioni, un nuovo idioma sta per essere imposto a tutti noi dai potenti del globo. Sto parlando del Francese! Eh sì, cari miei… il presidente Macron ha deciso infatti che durante la loro presidenza di turno semestrale del parlamento europeo prevista per il 2022 tutti i documenti saranno redatti in francese e non in inglese. Quale offesa! Quale superbia! Questo è un chiaro segno dell’arroganza dei nostri cugini d’Oltralpe che, non paghi di aver imposto la loro lingua per secoli e secoli, vogliono riportare in auge la loro irritantissima vibrante uvulare.

Ma d’altronde che cosa ci si poteva aspettare da loro? Da sempre cercano di imporre il loro dominio sul Bel Paese e sul resto d’Europa. Come non ricordare il cruento assedio di Roma del 390 a. C. da parte di quei maledetti Galli guidati dal sanguinario Brenno…. l’aggressiva politica di Luigi XIV… le conquiste di Napoleone, tutte mirate a portarci via le nostre opere d’arte, compresa la nostra cara Gioconda.

Quindi, cari miei, vigilate, non assopitevi sotto l’ombrellone… inglese e francese non solo minacciano la nostra amata favella ma minacciano anche la nostra nobile cultura… non vorrei un giorno svegliarmi e vedere gli italiani trasformati in un popolo di mangia-lumache e dal culetto sporco.

Il genovese di De André: la Lingua del mare nostrum

di Francesca Ariano

Fabrizio De André è stato un cantautore che non amava le scelte facili, tanto che nella sua esperienza artistica è sempre voluto andare controcorrente. Il long playing intitolato Creuza de mä, un’espressione genovese che si può tradurre come mulattiera di mare, rappresentò uno “strappo” nel panorama musicale italiano di quei tempi. Come raccontò lo stesso De André, nacque dalla volontà di recuperare la funzione primitiva del canto, quella di esorcizzare il male e alleviare la sofferenza, e dal progetto, audace quanto originale, di creare una musica mediterranea.

Fondamentale per l’ideazione e la realizzazione di questo progetto fu Mauro Pagani, un polistrumentista che Faber conobbe durante la creazione de La buona novella. Pagani già da tempo si era appassionato ai suoni della musica etnico-mediterranea e aveva studiato anche la musica araba e orientale. Da questo incontro nacque una proficua collaborazione tra i due artisti, che nel 1984 portò alla creazione di un long playing unico nel mercato discografico dell’epoca, sia musicalmente che linguisticamente.

De André e Pagani volevano fare una musica che potesse richiamare l’atmosfera del Mediterraneo, dove per Mediterraneo si intende il mare nostrum in senso lato: il Mediterraneo che va dal Bosforo a Gibilterra; quello che è stato la culla delle civiltà antiche e che da sempre è luogo di incontro, di scambio, di ricchezza.

Il primo passo verso la realizzazione di Creuza de mä lo fece Mauro Pagani: recuperò strumenti di antica tradizione, quali l’oud arabo (il liuto arabo), il bouzouki greco, le mandole, i mandolini e le zampogne trace, e li utilizzò per mettere in musica i suoni del Mediterraneo.

La sfida per Faber fu invece trovare una lingua che potesse essere altrettanto evocativa del mare nostrum. La scelta ricadde sul dialetto di De André, il genovese: una lingua ricca di dittonghi, iati, sostantivi e aggettivi tronchi e che all’artista pareva “il meno neolatino degli idiomi e quindi il più mediterraneo, quasi il più neoarabo”. Infatti il genovese, che contiene più di mille fonemi di origine turca e araba, nell’epoca in cui Genova era una Repubblica marinara veniva parlato in tutto il bacino del Mediterraneo.

Il genovese di Creuza de mä va ben oltre i confini della Liguria e del Tirreno per elevarsi a “summa degli idiomi mediterranei”, diventando la Lingua delle lingue, il simbolo di tutte le civiltà che nei secoli hanno abitato il Mediterraneo, un linguaggio non locale bensì universale. Occorre inoltre precisare che la lingua di questo long playing non corrisponde al genovese moderno, ma è un idioma nuovo, ispirato al genovese e tuttavia plasmato da De André, che lo definì un linguaggio “del sogno”.

A dispetto dello scetticismo del direttore della Ricordi, che esclamò “Speriamo di venderne almeno qualche copia a Genova!”, Creuza de mä ebbe un riscontro molto positivo presso il pubblico italiano. Tra tutti, spicca il commento di David Byrne, cantante dei Talking Heads, che lo definì uno dei dieci album più importanti degli anni ’80.

Quando la poesia incontra il dialetto: Raffaello Baldini

di Andrea Riva

Si compie spesso l’errore di considerare i moltissimi dialetti presenti in Italia come degli idiomi di rango e qualità inferiori rispetto alla lingua italiana, come se tra romano, napoletano, milanese ed italiano ci fosse qualcosa di intrinsecamente differente. In realtà non è così. I dialetti, alla stregua dell’italiano, sono dei mezzi di comunicazione, con i propri suoni, con il proprio lessico, più o meno ricco, e con le proprie forme grammaticali. Di certo i dialetti e la lingua italiana non sono la stessa cosa, altrimenti non li indicheremmo con due termini distinti: la differenza, come abbiamo detto, non sta nella lingua in sé ma nel prestigio socio-politico di cui godono. La Treccani descrive infatti così il dialetto: «Un sistema linguistico di ambito geografico o culturale limitato, che non ha raggiunto o che ha perduto autonomia e prestigio di fronte a un altro sistema divenuto dominante e riconosciuto come ufficiale».

Se dunque a differenziare i dialetti dall’italiano è solo una questione di prestigio, è evidente come anche ai dialetti non sia chiusa la porta ad un loro utilizzo in chiave letteraria. Certo, le opere letterarie in dialetto sono decisamente poco conosciute, sia perché solitamente non incluse nei programmi scolastici sia per ovvi motivi di difficile comprensione. Nonostante ciò, molti sono gli scrittori che hanno legato indissolubilmente la propria produzione letteraria al dialetto; tra i più celebri possiamo annoverare Carlo Porta, Giuseppe Giusti, Cesare Pascarella, Trilussa, Salvatore Di Giacomo e Franco Loi.

Un poeta dialettale che mi ha incuriosito particolarmente durante i miei studi universitari e di cui voglio parlarvi brevemente è Raffaello Baldini. Nato nel 1924 a Santarcangelo di Romagna e laureatosi in filosofia a Bologna, si darà alla poesia solo dal 1976 con la sua prima raccolta E’ solitèri. Fin da questa prima opera sarà il dialetto della sua cittadina, Santarcangelo, il suo mezzo di comunicazione prediletto. Questa scelta deriva dalla volontà di raccontare situazioni e dialoghi quotidiani che cercano di dar voce alla piccola comunità di un paese di provincia. Proprio per questo Baldini rinuncia spesso all’utilizzo di un “io” lirico riconoscibile per dar voce invece a un’infinità di persone che, attraverso i loro pensieri e le loro parole, ci appaiono in tutte le loro idiosincrasie e particolarità. Quello che ne risulta è un quadro di immagini popolari che l’italiano non sarebbe stato capace di trasmettere nella loro pienezza. Baldini descriveva con queste parole la scelta dell’utilizzo del dialetto santarcangiolese: “Dalle mie parti ci sono ancora cose, paesaggi, persone, storie, che succedono in dialetto. Raccontarle in italiano vorrebbe dire tradurle”; e ancora: “l’italiano è sull’attenti e il dialetto nella posizione di riposo, in italiano sei in servizio, in dialetto sei in libera uscita”.

La scelta di una determinata lingua in letteratura è fondamentale: ognuna ha delle caratteristiche che la rendono speciale e che le permettono di descrivere persone, situazioni ed eventi in modo unico.

Senza offesa, io odio esprimermi

di Francesco Ronzoni

A lungo volli

che i miei sghembi versi

m’aiutassero un poco

ad intender la vita.

Ragionai molto e tanto scrissi. Vuoto:

non fu mai altra

la risposta al mio cieco domandare.

Ché non si quadra un cerchio

senza l’irrazionale. E di ragione

io di sola ragione

son capace di vivere. E la lingua

mia muore in gola. È secca, è cruda, è rozza

oggi di nuovo.

E scrivere m’illude. Già. M’illude

che esistano per me delle parole,

fors’anche piene,

e forti abbastanza

da dir ch’io sia davvero.

Però io già me ne convinsi a tempo,

sebben lo scordi presto,

di quanto la poesia

per me non valga nulla quando è mia.

Allora taccio

e il mio silenzio non vale di più.

Vent’anni da Genova: i ricordi di chi non c’era

di Francesco Marinoni

Raccontare Genova 2001 dal punto di vista di chi come me non c’era, in quei giorni di luglio di ormai vent’anni fa, sembrerebbe un’operazione senza senso: all’epoca dei fatti ero solo un bambino e i miei ricordi di quei momenti sono praticamente assenti. Eppure mi ritrovo comunque a scrivere queste righe su un avvenimento che, nonostante queste premesse, ho sempre sentito molto vicino e su cui sento di voler aggiungere qualcosa di personale.

L’anniversario, intanto. È vero che un anno passato in più è solo un numero come un altro, l’ennesimo foglio che si stacca dal calendario per lasciare il posto al successivo; tuttavia, le cifre tonde hanno sempre un effetto diverso, sembrano in qualche modo appesantire ulteriormente il ricordo, soprattutto in casi come questo dove il fardello di memoria è già, di per sé, estremamente doloroso da portare. Vent’anni sono tanti e il tempo trascorso si fa sentire, con i ricordi e i fatti che inevitabilmente si mischiano alle ricostruzioni parziali e alla disinformazione che, alimentando narrazioni lontane dalla realtà, tendono ancora adesso a sminuire o ribaltare gli eventi che hanno accompagnato il G8 di Genova.

Di quei giorni ci sarebbero tante immagini e vicende da raccontare. Ci sarebbe il corpo di Carlo Giuliani steso a terra in Piazza Alimonda, dopo essere stato ucciso da un carabiniere con un colpo di pistola alla testa; ci sarebbe la caserma di Bolzaneto, con le manganellate, le umiliazioni e i soprusi della polizia sui tanti fermati raccattati a casaccio nelle piazze e pestati a sangue; ci sarebbe l’irruzione nella scuola Diaz, con quelle scene che verranno descritte in seguito con l’emblematica espressione “macelleria messicana”; ci sarebbero i cortei di manifestanti inermi caricati coi blindati, spezzati a bastonate e inondati di lacrimogeni. Ma di tutte queste cose non è giusto che sia io a parlarne perché negli anni fortunatamente tanti altri hanno voluto raccontarle, con testimonianze dirette che più di ogni altra cosa permettono di tenere vivo il ricordo di una violenza di Stato che ha rappresentato una macchia indelebile nella storia del nostro Paese.

Come dicevo, tutto quello che so di Genova l’ho sentito raccontare. Dai miei genitori, innanzitutto, di cui ricordo distintamente, anche a distanza di tanto tempo, la preoccupazione e lo sgomento vissuti in quei giorni, quando ciò che stava succedendo divenne noto agli occhi del mondo. Ricordo di come seguirono in diretta l’irruzione nella sede di radio GAP, con il racconto di ciò che stava accadendo nella Diaz attraverso le voci incredule dei conduttori della trasmissione, poco prima che venisse interrotta. Negli anni poi il desiderio di saperne di più mi ha portato ad approfondire molto la vicenda, facendo crescere in me un misto di disgusto e rabbia, oltre a una consapevolezza sempre maggiore di come dietro alla facciata pulita di uno Stato democratico possa nascondersi la violenza squadrista degna di un regime.

Si dice spesso che Genova sia stata uno spartiacque, che da allora sia inevitabilmente necessario parlare di un prima e di un dopo. Per certi versi quell’evento si potrebbe dipingere come l’inizio della fine di un movimento, quello no global, che da allora è riuscito sempre meno ad imporsi con la stessa forza, né in Italia né altrove, quando proprio all’epoca del G8 del 2001 era forse nel suo momento più florido. Se così fosse, verrebbe da dire che alla fine le istituzioni hanno vinto e che un movimento capace di radunare centinaia di migliaia di persone in una città è stato represso con successo nel sangue per una precisa volontà politica di chi, in quei giorni, tesseva le fila dietro agli alti vertici della polizia.

Se è innegabile che dopo quei giorni qualcosa in un certo senso si sia rotto, non si può certo dire che ciò che è successo sia stato dimenticato. Per quanto la politica, da tutti i lati, non abbia mai problematizzato fino in fondo la gravità degli avvenimenti, il ricordo è rimasto vivo e si è tramandato da chi nelle strade di Genova correva inseguito dalla polizia a tutti coloro che non c’erano o sono nati dopo. È sopravvissuto nonostante tutti i tentativi di insabbiare e nascondere la verità, con la protezione dei responsabili delle violenze che in molti casi hanno anche ricevuto promozioni e continuano ad occupare posizioni di potere. La violenza delle forze dell’ordine esiste e persiste ancora oggi (le recenti immagini di Santa Maria Capua Vetere sono solo un’ulteriore conferma) e quelle giornate servono anche a ricordarlo, sempre. Nelle piazze virtuali del web oggi si può dire che quelle istanze date per morte in verità resistono ancora, seppure in forme e modi diversi: sono l’eredità indelebile di un sogno spezzato che però non è stato cancellato, che può continuare a resistere anche nella memoria delle violenze che hanno provato ad affossarlo.

Per tutti questi motivi ho pensato che, nel mio piccolo ruolo di presunto giornalista, fosse importante condividere i miei pensieri in questi giorni in cui ricorre il ventesimo anniversario. Forse perché mi sono sempre detto che, se fossi stato più grande, sarei stato anche io a Genova in quel luglio del 2001, che è poi il motivo per cui mi sento così affettivamente legato a tutti coloro che invece quelle piazze e quelle strade le hanno occupate con i loro corpi. Gli anniversari, come dicevo, non dovrebbero essere giorni speciali, ma possono e devono essere un’occasione in più per ribadire i propri ideali e raccontare ciò che, anche se fa parte del nostro passato, continua a formare il nostro presente. Sta a noi, giovani e meno giovani, il dovere di raccontare e di non dimenticare.

Wake up burattini

di Lorenzo Caldirola

Ehi! Fino ad ora ti eri salvato vero? Pensavi ormai di essere immune alla gogna del matto? Ti crogiolavi nella tua condizione favorita di uomo bianco etero cis? Ebbene temo che adesso sia arrivato il tuo turno.

Sì, perché oggi vi parlo di quanto hanno rotto le palle quelli che non riescono a portare a termine un discorso senza aver infilato uno o due termini in inglese per frase. Sì, dico proprio a te milanese imbruttito, che con i tuoi easy, business, cash, meeting, smartphone e mission sei la rovina di questo paese. Per non parlare dei verbi jumpare, skippare, callare, castare, scammare e baitare, ma ditemi che senso ha.

E non sto esagerando, questo progressivo abbandono dell’italiano non è una cosa su cui si può chiudere un occhio. Fa tutto parte di un piano, enorme e terribile, messo in moto dalla massoneria più di 70 anni fa.

Quando è finita la seconda guerra mondiale infatti i burattinai del nuovo ordine mondiale hanno fatto in modo di estendere il proprio dominio su tutto il mondo occidentale, da un lato una globalizzazione economica pervasiva e dilagante, dall’altro una subdola sostituzione delle altre lingue europee, floride di storia, cultura e tradizione con l’asettico linguaggio turboatlantista, privo di ogni spessore e teso a trasformarci anche culturalmente in automi acritici, facili da controllare e manovrare.

Basta che ci si capisca direte voi, alcune cose dette in italiano suonano ridicole commenterete, be’ sapete che vi dico? Avete già subito il lavaggio del cervello, avete perso la guerra prima ancora di combatterla, avete iniziato a parlare il linguaggio dei conquistatori, siete diventati schiavi senza nemmeno accorgervene e come gli schiavi vi esprimete un po’ con le parole con cui siete cresciuti e un po’ con quelle con cui vi urlano gli ordini.

Ma ringraziate il cielo che sono arrivato a redimervi, a svegliare le vostre coscienze sopite, a mostrarvi che c’è un’altra via, a ricordarvi che l’identità linguistica non è una formalità, ma un valore fondamentale per la creazione e il mantenimento di un popolo fiero difensore delle proprie radici, figlio di Dante e Petrarca, non di Rockfeller e Zuckerberg, un popolo che il fine settimana lascia nell’ufficio il calcolatore elettronico, dimentica gli affari, spegne il telefonino e prende la corriera per andare a godersi i magnifici paesaggi delle Sue terre!!

Il ruolo delle lingue nazionali nella caratterizzazione dei regimi autoritari

di Francesco Marinoni

La lingua è uno strumento fondamentale che garantisce la possibilità di comunicare fra le persone che la conoscono: ciò permette per un verso di unire i parlanti dello stesso idioma, ma allo stesso tempo inevitabilmente di escludere chi invece non lo padroneggia. Questo dualismo non va mai dimenticato quando si parla di lingue nazionali, che sono sia un aspetto fondamentale della cultura di un Paese sia un modo per ribadire la propria diversità rispetto agli altri.

Inevitabilmente, quindi, parlare di lingua nazionale non può prescindere da un approccio strettamente politico. Un primo esempio che si può considerare in questo senso è quanto avvenuto nella storia del colonialismo europeo: in tutti i Paesi colonizzati, oltre naturalmente alla dominazione militare, è stata fondamentale l’imposizione ai coloni della lingua parlata dai colonizzatori, in un processo di appropriazione completa e sottomissione della popolazione indigena. Il fatto che ancora oggi in molti Paesi africani si parlino lingue come l’inglese o il francese o che in America latina si parlino spagnolo e portoghese è segno del lungo strascico che l’imposizione linguistica ha lasciato anche a distanza di decenni (o secoli in alcuni casi) dall’indipendenza, senza naturalmente dimenticare che questo è dovuto in gran parte anche alla condizione di sudditanza economica in cui molte ex colonie versano tuttora nei confronti degli ex Paesi colonizzatori. La lingua nazionale è quindi sicuramente un potente strumento di sottomissione culturale e la sua imposizione è un modalità da sempre utilizzata per manifestare la propria superiorità.

È interessante vedere anche come il ruolo della lingua nazionale sia stato centrale in molti Paesi durante alcune parentesi dittatoriali. In questo senso la Spagna è un esempio particolarmente calzante, data la presenza al suo interno di forti minoranze linguistiche, come la lingua catalana e quella basca, simboli ed espressioni di comunità locali che da sempre (e ancora oggi) hanno rivendicato la propria autonomia. Negli anni del regime di Franco venne portato avanti il castigliano come lingua unica, simbolo dell’unità nazionale, imponendone l’insegnamento all’interno delle scuole e l’utilizzo in tutti i contesti pubblici. Lo stesso termine castigliano è indice della forzatura di questo processo: quello che viene normalmente considerato spagnolo è in effetti l’idioma prevalente e originario della regione della Castiglia, che comprende la capitale Madrid. È chiaro quindi che l’imposizione del castigliano in regioni del Paese, in cui vi erano altre lingue prevalenti, e la sua identificazione con lo spagnolo stesso siano stati tentativi del regime di costituire una forte identità nazionale, da contrapporre a tutto ciò che invece provenisse dall’estero. Negli anni del franchismo infatti, a questo processo di soppressione delle minoranze linguistiche si accompagna una marcata xenofobia rispetto alle altre lingue, con la creazione di improbabili traduzioni forzate (che in alcuni casi sopravvivano ancora oggi) per soppiantare i termini stranieri, soprattutto inglesi, che, come in molti altri Paesi, erano già piuttosto diffusi in molti contesti. « Los pueblos más dotados de facilidad para aprender lenguas son el eslavo y el judío; y los menos, el inglés y el español »: così affermava Ramón Carnicer a metà degli anni Sessanta, quando ricopriva l’incarico di segretario della Escuela de Idiomas Modernos dell’Università di Barcellona; l’essere refrattari all’apprendere lingue straniere viene qui presentato come un segno di orgoglio nazionale e superiorità.

Nel passaggio dalla dittatura alla democrazia, uno dei punti chiave della scrittura della Costituzione spagnola del 1978 è quindi inevitabilmente stato la definizione della lingua nazionale. È interessante vedere la formula scelta a questo proposito, nell’articolo 3.1: « El castellano es la lengua española oficial del Estado (…) Las demás lenguas españolas serán también oficiales en las respectivas comunidades autónomas de acuerdo con sus estatutos ». Il messaggio, in questo caso, è sicuramente contorto, ma permette di superare la spinosa questione dell’identificazione univoca dello spagnolo con il castigliano: quest’ultimo è indicato sì come lingua spagnola ufficiale dello Stato, ma allo stesso modo sono definite “lingue spagnole” anche le altre lingue parlate nelle comunità autonome. Naturalmente, come noto, questa apertura non ha significato la risoluzione di molti altri problemi fra le autonomie e lo Stato centrale, ma ha sicuramente segnato un fondamentale elemento di rottura con il periodo di Franco.

A livello strettamente linguistico, l’operazione del regime spagnolo aveva inoltre creato problemi nell’uso di vocaboli castigliani, sostituiti con perifrasi contorte che nascondessero alcuni significati ritenuti pericolosi: questo ha comportato, con la fine della dittatura, la necessità di creare un nuovo “vocabolario politico” per sostituire quello precedente, che permettesse davvero al Paese di voltare pagina. Questa espressione viene utilizzata da Otello Lottini in “Democrazia linguistica e postfranchismo”, lavoro da cui ho tratto anche numerose informazioni per la stesura di questo articolo.

La questione del vocabolario politico si può ritrovare anche in altri contesti, come per esempio quello del regime nazista. Risulta infatti problematico l’utilizzo di alcuni termini in lingua tedesca in Germania in quanto, pur se associabili a significati comuni, richiamano inevitabilmente ben altri concetti legati al passato oscuro del Paese: la parola “Anschluss”, che può per esempio essere utilizzata per indicare l’allacciamento a una rete elettrica o telefonica, non può che rievocare quella che, per tutti, è l’inizio dell’espansione nazista in Europa, con l’annessione dell’Austria. Un tentativo che è stato fatto per porre questi problemi è la stesura di un dizionario per ricordare i significati di queste parole nel passato, con l’obiettivo principale di rendere consapevoli di questi equivoci soprattutto tutti coloro che, per motivi anagrafici, non hanno potuto avere esperienza diretta o indiretta del nazismo. La lingua in questo caso ha assunto connotati talmente legati a ciò che la nazione tedesca ha rappresentato in un determinato periodo storico da rendere alcuni termini problematici da utilizzare in contesti diversi dal riferimento al passato. Naturalmente non è semplice risolvere questi problemi, ma è sicuramente importante rendersene conto per sviluppare un dialogo costruttivo attorno alla questione.

Parlare delle eredità e del ruolo oppressivo che le lingue (fra cui non va dimenticata anche la lingua italiana, per esempio nei processi di italianizzazione forzata di regioni come Istria e Alto Adige) hanno assunto nel tempo non cancellerà mai le peculiarità e la bellezza che racchiude ogni idioma, unico e importante per la cultura del proprio Paese: significa semplicemente rendersi conto della potenza di uno strumento che utilizziamo tutti i giorni, spesso senza pensarci, soprattutto dalla prospettiva privilegiata di chi non ha mai subito questi fenomeni sulla propria pelle.

Doppiaggio e lingua originale

di Rosamarina Maggioni

Molto spesso mi sono ritrovata a discutere con il mio ragazzo se il film che avevamo deciso di vedere la sera sdraiati sul divano lo avremmo visto in italiano o in lingua originale. Parto subito dicendovi che alla fine della discussione ho sempre vinto io e che i film li abbiamo sempre visti con il sublime doppiaggio italiano, mio adorato. Non fraintendetemi, comprendo e rispetto appieno la decisione di chi preferisce guardare i film in lingua originale, con o senza sottotitoli (anche se sfido qualsiasi non madre lingua a capire davvero fino in fondo i dialoghi e le sfumature di espressione in una lingua che non è la sua).

Ma sorvolando sulla capacità di comprensione di una lingua straniera, che non è dote di tutti, me compresa, andiamo un po’ a parlare di questo annoso argomento che ritorna ciclicamente nel dibattito italiano; dico italiano perché la maggior parte dei Paesi europei propongono in lingua originale i film proiettati nelle sale cinematografiche (sarà forse perché non hanno dei doppiatori capaci?).

In ogni caso, direi che è cosa buona e giusta spezzare una lancia a favore di entrambe le parti coinvolte: doppiaggio e lingua originale. Partiamo dal presupposto che chi scrive è nettamente schierato per il doppiaggio e quindi questa non sarà un’analisi imparziale ed oggettiva, affatto. Bene, ora che abbiamo messo le cose in chiaro parliamo della lingua originale: posso riconoscere che ascoltare la voce reale dell’attore, con tutte le sue sfumature e tonalità, con la cadenza e la recitazione ci permette di apprezzare al meglio la sua performance e la capacità di rendere personale l’interpretazione della psicologia profonda del personaggio. Tuttavia, non posso non pensare al fatto che solo chi è madre lingua, e in particolare chi appartiene alla cultura linguistica dell’attore in questione, riesca davvero a percepire tutte quelle sfumature che dovrebbero darci quel qualcosa in più. Un esempio di ciò che sto dicendo è la netta differenza tra la recitazione di un attore inglese ed uno americano: dubito che una persona che conosce l’inglese, magari anche non a livello base, riesca davvero a percepire le sottigliezze della lingua in cui l’attore recita; capirà le singole parole, il senso dei dialoghi, forse qualche slang o modo di dire, ma non certo le sfumature profonde del parlato. Credo che ogni lingua sia un mondo a sé stante e che solo chi ne fa parte riesca davvero a comprenderlo.

Passiamo ora all’altro capo del discorso, parliamo di doppiaggio: questo è il procedimento tecnico e artistico mediante il quale nei prodotti audiovisivi si sostituisce alla colonna sonora originale, sia parlata sia musicata, del prodotto stesso un’altra tradotta, per renderla comprensibile nel Paese di diffusione. Lo scopo principale del doppiaggio è quindi quello di rendere comprensibile un prodotto che contiene del parlato, in modo che anche chi non conosce la lingua originale in cui è stato creato il prodotto possa fruirne. Quindi alla base del doppiaggio c’è la volontà di rendere l’arte (nel nostro caso il cinema) accessibile a tutti, senza distinguere tra nazionalità (e quindi tra lingue). Già questo rende onore e, a mio parere, conferisce un valore aggiunto a questa scelta. Oltre a permettere a tutti di capire, il doppiaggio viene utilizzato per migliorare la qualità del suono di un film, che spesso è scarsa o disturbata, essendo che la regia non riesce mai ad eliminare tutti i rumori di fondo durante le riprese, permettendoci di vivere un’esperienza ancora più intensa, più viva. Personalmente io odio i rumori di fondo dei film non doppiati: mi basta dirvi che per come piace a me vedere i film, anche quelli italiani andrebbero doppiati. Lo so, sono un po’ estremista, ma nel cinema amo il suono pulito; per un’esperienza più vera, se così si può dire, c’è il teatro apposta. Ricordiamo inoltre che quello italiano è il doppiaggio migliore, riconosciuto e premiato in tutto il mondo: non a caso nel nostro Paese sono presenti le migliori scuole di doppiaggio.

Ritengo, in conclusione, che il doppiaggio stesso sia un’arte, paragonabile alla recitazione, che io amo profondamente e che continuerò a sostenere, nonostante il mio ragazzo e i miei amici siano di tutt’altro parere. Mi spiace per loro, ma con me continueranno a vedere film doppiati (faccina compiaciuta).

Un linguaggio che conoscono in pochi

di Francesco Ronzoni

Il viaggio si prospettava ancora molto lungo e la strada sempre più impervia davanti ai due. Divenuti fortunosi compagni qualche giorno prima, avevano ormai percorso insieme decine e decine di chilometri, senza dirsi molto. Non parlavano granché. In realtà, si capivano poco. Uno era un signore di mezza età, di un fisico piuttosto magro e duro, visibilmente avvezzo a lunghe e pericolose spedizioni nella natura più inaccessibile ed incontaminata; nonostante fosse un forestiero in quei luoghi, mentre procedeva a passo sicuro su per la montagna pareva quasi che fosse consapevole di ogni sentiero che gli si snodava di fronte e di ogni anfratto nelle pareti della roccia che arrampicava. A volte, lo si sentiva borbottare qualcosa sottovoce e si poteva essere certi che la montagna fosse sempre pronta a rispondere ai suoi richiami. L’altro era affascinato da questo signore. Lui era un giovane del posto. Era nato su quelle montagne, ma non era mai riuscito a farci l’abitudine. In effetti, quando qualche giorno prima quell’incredibile signore era passato dal suo villaggio, i saggi anziani avevano proposto proprio lui come accompagnatore e guida; ma non perché potesse davvero essere utile in qualche modo a quel signore, anzi: al contrario, gli anziani avevano visto in quest’incontro un’opportunità per allenare il ragazzo, che era sempre stato così poco pratico della montagna. Non avevano avuto molti dubbi sul fatto che un qualsiasi signore in grado di raggiungere da solo il loro villaggio non avesse bisogno di alcun accompagnatore che gli mostrasse la via. Uno con quella sua cruda e seria espressione sul volto, poi, non lasciava spazio alcuno ad incertezze. Proprio per questo si erano convinti che, forse, a seguire quell’uomo il loro ragazzo avrebbe potuto apprendere meglio la montagna.

In fin dei conti, non serviva a nulla parlare. Un po’ perché il signore sapeva a malapena due frasi della lingua del ragazzo, che ovviamente non sapeva altre lingue, e un po’ perché la vera lingua che il signore parlava, e che il ragazzo ora stava cercando di apprendere con sbalordito interesse, era quella della natura. Sempre velata di una certa dose di mistero, sempre un pelo indecifrabile, nemmeno il signore poteva dire di essere capace di capirla del tutto. Sicuramente, però, la comprendeva a sufficienza per potersi districare in ogni luogo che gli si presentasse davanti senza uscirne troppo trasandato. La sua meta, però, era sconosciuta e il giorno della sua partenza, ormai, si perdeva via nel tempo; ma lui continuava dritto, mentre la natura iniziava a rispondere anche ai suoi richiami più impercettibili.

Nel cammino, ogni tanto si voltava dietro a vedere se il ragazzo ancora lo seguiva. Il ragazzo era sempre lì, e non cedeva di un passo. Il signore allora guardava di nuovo avanti a sé e ricordava. Fin dall’inizio delle sue prime disavventure aveva deciso di viaggiare solo; ma adesso si rendeva conto di quanto fosse apprezzabile la compagnia di quel giovane. Stava imparando in fretta, molto più in fretta di quanto non avesse creduto. Lo ricordava bene, il giorno in cui gli anziani di quel villaggio avevano cercato di costringergli il ragazzo alle spalle. Aveva ceduto solo dopo aver fissato a lungo nei suoi occhi. Non sapeva dire cosa, ma l’aveva visto. Forse, si era trattato di un richiamo della natura a cui lui doveva rispondere. Perciò, era ripartito e si era tirato dietro il ragazzo; e quando dopo una settimana quello gli aveva detto di volerlo seguire nel suo viaggio fino alla sua meta, per quanto lontana potesse ancora essere, lui aveva accettato senza timore. Così, erano tornati indietro al villaggio dove il ragazzo aveva salutato la famiglia e gli anziani e, poi, erano ripartiti: parlando poco, ma comunicando costantemente attraverso quell’arcano linguaggio che pochi oltre a loro ormai conoscono così bene.