Ciò che è reale è virtuale

di Francesco Marinoni

Realtà. Semplice, inequivocabile: è una parola sul cui significato è difficile avere dei dubbi. Reale è tutto ciò che ci circonda, il mondo in cui camminiamo e viviamo: l’intero universo, di cui nemmeno conosciamo i confini, è per definizione reale. Sembra però che, in tutta la storia dell’umanità, la nostra specie non si sia mai accontentata di tutto questo ora immaginando, ora sviluppando e infine raccontando modi per fuggire dalla realtà. Luoghi immaginari e universi paralleli, divinità onnipotenti e spiriti maligni sono solo alcuni esempi dei nostri tentativi di evasione dal quotidiano e sono una parte essenziale delle culture, delle religioni e delle società in tutto il mondo.
Se la “realtà reale” non è l’unica ad esistere, allora le cose si dimostrano molto più complicate di come potrebbero apparire a prima vista. Pensando in particolare a tutto quello che è avvenuto negli ultimi decenni, con la rivoluzione digitale che sempre più è entrata a far parte del nostro vivere quotidiano, a maggior ragione in questo periodo di pandemia, la confusione e la complessità nella definizione di ciò che è reale non hanno potuto far altro che accentuarsi.
In questo numero abbiamo deciso di provare a mettere insieme questi aspetti, per provare a raccontare i rapidi cambiamenti nel concetto stesso di realtà che avvengono nella società in cui viviamo, focalizzandoci in parte sull’arte come strumento di evasione, e per il resto sulla tecnologia e su internet come luoghi di opportunità e di rischio. Come sempre, abbiamo cercato di fornire degli spunti interessanti per portare a riflessioni più ampie su temi che diventano ogni giorno più determinanti per ciascuno di noi: speriamo che dalla nostra scrittura, anche questo mese, possiate portarvi a casa qualche elemento in più.

La sessualità nella realtà virtuale: uno scambio di idee

di Rosamarina Maggioni e Francesco Marinoni

Durante una riunione di redazione, come spesso ci accade quando ci troviamo a discutere del tema del mese, ci siamo resi conto di avere punti di vista ed esperienze personali diversi. L’argomento di questo numero è Realtà Virtuale, declinata nelle sue varie accezioni, per cui siamo inevitabilmente arrivati a parlare di internet e, in particolare, dell’influenza che ha avuto e che ha tutt’ora sulla sessualità di chi lo utilizza. In questo articolo vorremmo presentarvi le nostre opinioni, a volte concordanti e a volte no, riguardo alcuni degli aspetti emersi durante il confronto.

Inevitabilmente, uno dei primi aspetti su cui ci siamo confrontati è quello dell’autoerotismo, dato che è una delle modalità principali con cui il mondo di internet e quello della sessualità entrano in contatto. Sicuramente la possibilità di accedere a contenuti online ha permesso a molte persone di superare i tabù spesso associati alla masturbazione, legati sia a contesti familiari in cui, per vergogna magari, non si affrontano questi temi, sia a contesti sociali più ampi, legati anche agli aspetti religiosi. Questo discorso vale a maggior ragione per le ragazze, verso cui gli stereotipi di una sessualità da vivere solo ed esclusivamente nel momento del sesso penetrativo sono forse ancora più limitanti e incisivi: da questo punto di vista internet ha contribuito sicuramente ad avere maggiore possibilità di esplorare innanzitutto il proprio corpo. È anche vero che questo sdoganamento dell’autoerotismo può aver prodotto anche un effetto inverso, per cui il fatto che sia assolutamente normale per tutti praticarlo e parlarne può portare alcune persone a pensare che, sentendo meno o in modo diverso questo bisogno, ci sia qualcosa di sbagliato in loro: è importante infatti ricordare sempre che non per tutti il piacere si manifesta allo stesso modo e che spesso l’idea che si ha della masturbazione è molto rigida, alimentata appunto proprio dal fatto che i modelli più diffusi sono innanzitutto spesso eteronormati, ma anche legati alla stereotipizzazione dei contenuti che mediamente si trovano online. Un altro aspetto critico che internet ha contribuito ad alimentare è lo sviluppo di dipendenze legate all’autoerotismo, che oltre a influire sul benessere personale si riflettono poi anche nelle relazioni sociali e che, data la modalità di fruizione di questi materiali, sono molto più diffuse rispetto al passato.

Il tema dell’informazione, come tutti sappiamo, è un nodo centrale di qualsiasi dibattito legato a internet: le possibilità di accedere a contenuti di approfondimento sono infinite e questo inevitabilmente genera una confusione fra fonti più o meno di qualità. Per quanto riguarda la sfera sessuale questo significa quindi che, per esempio, è molto più facile documentarsi su argomenti come le malattie sessualmente trasmissibili o altre problematiche, senza avere per forza un passaggio di informazioni tramite figure come il medico o il genitore che, per un adolescente o pre-adolescente, facilmente porta a evitare certi argomenti per vergogna. Questo contribuisce anche a parlare più apertamente di tanti disturbi, come l’eiaculazione precoce o il vaginismo, e in generale anche a dare un nome alle condizioni, più o meno diffuse, che le persone vivono sulla propria pelle. Questo discorso vale anche per i gusti e le preferenze sessuali che, con molta più informazione a disposizione, possono essere più facilmente sviluppati e permettono di aprirsi a esperienze nuove che possono risultare molto piacevoli, anche nei contesti di coppia; le comunità online inoltre permettono di incontrare facilmente altri e altre che condividono gli stessi interessi o problemi, con la possibilità quindi di avere un confronto con altre persone e di sentirsi meno soli o sole. L’altro lato della medaglia è naturalmente legato alla qualità delle informazioni che si possono reperire online, con alcuni contesti in cui possono essere anche incoraggiati e portati avanti pensieri e pratiche dannosi per sé e per gli altri. Un esempio di questo sono le comunità incel, in cui discorsi estremamente misogini vengono portati avanti in modo pericoloso e che contribuiscono ad alimentare teorie e idee che, in alcuni casi, sfociano poi anche in episodi gravi di violenza.

Naturalmente, parlare di sessualità online significa considerare l’enorme mondo della pornografia e, anche in questo caso, ci sono sicuramente degli aspetti positivi e negativi. Oltre alla della maggiore accessibilità a stimoli che il porno online permette, non bisogna dimenticare le numerose criticità che la fruizione di questi contenuti implica. Innanzitutto va osservato che l’industria del porno è fortemente dominata dal punto di vista maschile ed eterosessuale, il che si riflette nella standardizzazione dei materiali disponibili e in generale in una visione della sessualità come funzionale al piacere maschile, dove la donna è spesso ridotta a complemento di questo piacere (lo testimonia in modo emblematico il fatto che molti contenuti in cui viene mostrato un rapporto lesbico siano pensati soprattutto per rispondere a fantasie maschili). Inoltre, lo schema della maggior parte dei video ruota intorno al sesso penetrativo e si conclude quasi sempre con l’orgasmo dell’uomo: l’orgasmo femminile, più che come elemento per affermare l’uguale diritto a provare piacere nella coppia, diventa soprattutto un obiettivo per l’uomo che, esaltando la sua virilità, è in grado di “concederlo” anche alla partner, affermandosi comunque come fulcro della scena. Naturalmente bisogna essere consapevoli che nella pornografia lavorano attori e registi a tutti gli effetti, il cui obiettivo non è sicuramente insegnare alle persone come si fa sesso ma creare un prodotto che abbia successo, ma è allo stesso tempo innegabile che questi stessi contenuti giocano un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani e pertanto porta poi a crearsi aspettative profondamente sbagliate quando si prova a mettere in pratica ciò che si è visto online, all’origine di problematiche come l’ansia da prestazione che sono estremamente diffuse. A onor del vero stanno nascendo sempre di più delle produzioni che provano ad allontanarsi dal paradigma del porno classico, con contenuti più inclusivi e realistici per chi li guarda, ma essendo che si tratta in molti casi di contenuti a pagamento ad oggi la competizione con la maggior parte dei video delle grosse piattaforme è assolutamente impari.

Un ultimo aspetto su cui ci siamo soffermati è il ruolo di internet all’interno della relazione genitori-figli: se prima di certi argomenti si parlava solitamente in famiglia, all’età ritenuta più opportuna dai genitori, ora molto spesso i figli già si informano e sperimentano le loro prime volte senza che ci sia il classico dialogo. La conseguenza è che l’educazione sessuale, presente in forma molto ridotta e insufficiente nelle scuole, viene affidata de facto a internet, con tutte le problematiche del caso, o al massimo al confronto con i coetanei, mentre sempre più raramente i genitori hanno un ruolo diretto in questo senso. Anche su questo aspetto naturalmente si può obiettare che ciò ha reso più facile per chi magari vive in contesti familiari rigidi di sviluppare autonomamente la propria sessualità, senza il rischio di repressioni; va detto però chiaramente che l’assenza di un interlocutore per un giovane può portare anche a conseguenze negative e certamente contribuisce molto all’abbassamento dell’età a cui si hanno le prime esperienze, che si è osservato soprattutto negli ultimi anni.

In questo articolo abbiamo cercato di fornire soprattutto alcuni spunti di riflessione: gli argomenti che abbiamo portato sono spesso dibattuti singolarmente, ma una visione di insieme permette di orientarsi meglio su un tema così delicato e importante come la dimensione della sessualità nella realtà virtuale. Speriamo che possa servire come punto di partenza di una maggiore consapevolezza e spinga a una riflessione più elaborata da parte di ciascuno di voi, lettori e lettrici.

Quando l’arte progetta il futuro: La Città Nuova di Antonio Sant’Elia

di Andrea Riva

L’arte ha insita in sé la stupefacente capacità di rendere visibili le astratte creazioni dell’immaginazione e della fantasia umana. Rappresentare con linee e colori ciò che altrimenti esisterebbe solo nella nostra mente ci permette di creare nuovi mondi e nuovi spazi. Tali realtà virtuali, come abbiamo detto più volte nel numero di questo mese, sono innanzitutto un modo per evadere da quella che invece è la nostra realtà, realtà  in cui siamo immersi e che ogni giorno ci circonda. Ma non è solo questo. Rappresentare queste realtà vuol dire anche renderle in qualche modo più concrete, meno sfuggenti.
D’altronde, chi ha mai detto che una realtà virtuale debba per forza rimanere tale? A volte un mondo immaginario può diventare una fonte d’ispirazione, un modello a cui possiamo guardare per riplasmare e trasformare il reale.

Parlando di realtà virtuali, molto spesso ci siamo collegati al tema delle nuove tecnologie e del progresso scientifico. Proprio per questo motivo, per questa rubrica mi è sorto spontaneo trattare del movimento artistico che ha fatto del progresso il soggetto prediletto delle sue opere, ossia il futurismo. In particolare, un esponente di questa avanguardia artistica che ha saputo dar vita ad un’interessante realtà virtuale è stato Antonio Sant’Elia.
Pittore e architetto nato a Como nel 1888, Sant’Elia è divenuto celebre in particolare per la realizzazione tra il 1913 e il 1914 della serie di tavole della Città nuova, in cui vengono rappresentati gli imponenti edifici di una visionaria metropoli moderna. Ad animare queste costruzioni immaginarie sono i principi di cui l’architetto parla nel Manifesto dell’architettura futurista, di cui riportiamo il primo punto: «Che l’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza».
Nei suoi disegni (tra i più celebri annoveriamo il Disegno di una centrale elettrica e Stazioni d’aeroplani e treni ferroviari) vengono quindi ricreate ambientazioni quasi fantascientifiche (proprio le tavole di Sant’Elia hanno ispirato Fritz Lang nella realizzazione delle architetture del suo capolavoro cinematografico Metropolis) dove ogni ornamento architettonico viene bandito per lasciare invece spazio all’uso spregiudicato delle tecnologie e alla «meccanica semplicità» delle dinamiche linee dei nuovi monumenti.
Nella realizzazione delle sue tavole Sant’Elia sa bene che le sue città sono irrealizzabili; i suoi progetti vogliono essere profezie, sollecitazioni, provocazioni per l’avvenire. Proprio come dicevamo in precedenza, si tratta di una realtà virtuale che vuole fornire spunti, in questo caso per la realizzazione dei paesaggi urbani del futuro.
Effettivamente, ad oltre un secolo di distanza, volgendo il nostro sguardo agli skyline delle più grandi metropoli dell’epoca contemporanea, non possiamo non notare come le città futuriste di Sant’Elia, più che utopiche visioni, siano diventate concrete realizzazioni. Ecco dunque che quella che ad una primo sguardo poteva essere solo un’immaginaria realtà virtuale si è infine tramutata nella “realtà reale” dei nostri tempi.

L’Italia del futuro

di Francesco Marinoni

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che contiene le proposte del governo italiano per accedere ai fondi europei pianificati in seguito alla pandemia, è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico. Seppur finora la maggior parte delle riforme e degli investimenti siano stati presentati in modo molto poco dettagliato, limitandosi a linee guida generali che indicano le direzioni che si vorranno intraprendere da qua ai prossimi anni, sono chiare quanto meno le macroaree su cui il Governo è intenzionato a intervenire. Il piano è diviso in sei obiettivi principali, a cui sono state assegnate diverse fette dell’ammontare totale dei fondi: la parte più significativa è prevista per la transizione ecologica (per cui si prevedono circa 70 mld in totale), mentre al secondo blocco, destinato alla digitalizzazione, alla cultura e al turismo, andranno all’incirca 50 mld, ovvero approssimativamente 1/5 del totale.

Nelle intenzioni, tramite investimenti e riforme, si vorrebbe andare a colmare un gap evidente che l’Italia ha rispetto a molti Paesi del mondo occidentale per quanto riguarda l’utilizzo dei sistemi informatici e di internet, in particolare nella Pubblica Amministrazione, cui infatti saranno dedicati ben 11.15 mld. Il problema è in effetti piuttosto evidente e uno sguardo ad alcuni dati aiuta a farsi un’idea più dettagliata della situazione: al 2020 l’87.8 % delle PA locali utilizza ancora strumenti analogici e fra queste circa il 45 % ha protocollato in questo modo oltre la metà della propria documentazione; solo il 28.7 % utilizza una connessione tramite fibra ottica, con velocità oltre i 100 Mbps nel 17.4 % dei casi. Estremamente preoccupante è poi il dato sul numero di dipendenti che hanno seguito corsi di formazione su materie informatiche, che si attesta al 9.5 %. Questo ha un’incidenza evidente anche sulla qualità dei servizi offerti, per cui l’Italia è fra i Paesi europei che registrano la peggiore soddisfazione per l’operato della PA, fra lentezza, scomodità e complicazioni delle procedure.

Insomma, appare evidente che in questo senso degli interventi siano sicuramente necessari e urgenti. Il ministro che avrà un ruolo centrale è Vittorio Colao, il cui dicastero è espressamente dedicato all’innovazione tecnologica e alla transizione digitale. Stando alle sue dichiarazioni, l’obiettivo che si spera di raggiungere è innanzitutto migliorare la possibilità di accesso a internet dei cittadini, sia in termine di velocità di connessione sia di copertura, oltre a un progressivo impiego delle identità digitali (che già ad oggi esistono) per l’accesso ai servizi pubblici. Questo stesso discorso, nelle intenzioni del ministro, si estende anche alla PA, con una maggiore diffusione e condivisione capillare dei dati, aumento della fornitura di servizi in forma digitale e formazione del personale.

A questo punto viene da chiedersi, dato che sostanzialmente chiunque sarebbe d’accordo nell’avere uno Stato che funzioni meglio e fornisca maggiori opportunità di operare all’interno del mondo digitale per tutti, se gli obiettivi che il governo si pone e soprattutto gli strumenti con cui intende perseguirli siano realistici ed effettivamente realizzabili.

Per farlo, torniamo a dare uno sguardo alla situazione del nostro Paese: al 2019 la percentuale di famiglie italiane che hanno almeno un accesso a internet sono il 76.1 % del totale; un dato che, se confrontato con il 2009 (47.3 %), mostra un notevole incremento, a riprova che in un mondo sempre più digitale inevitabilmente cresce il numero di persone che, volenti o meno, utilizzano questi strumenti. Il dato naturalmente è nazionale e riflette solo in parte la situazione locale, che nel nostro Paese, dove il divario fra regioni è un fattore determinante, significa avere una visione solo parziale del problema. A questo andrebbe aggiunta anche un’analisi più dettagliata sul tipo di connessioni utilizzate, ma per non complicare ulteriormente la questione mettiamo da parte queste problematiche, anche perché in questo senso le intenzioni del Governo appaiono piuttosto chiare e vanno appunto nella direzione di ridurre queste disuguaglianze.

Scendiamo invece più nel dettaglio per quanto riguarda le famiglie con accesso a internet: sempre al 2019, appare evidente come siano le nuove generazioni ad avere un forte peso in questa statistica (tra le famiglie con almeno un minorenne è presente una connessione nel 96.3 % dei casi), mentre per le fasce di età più anziane vale il discorso opposto (solo il 35.3 % delle famiglie di soli anziani con più di 65 anni utilizza internet). Chiaramente il dato non sorprende in sé, anche perché è soprattutto la vita dei più giovani ad essere sempre più legata alle nuove tecnologie, sia in termini di lavoro sia per quanto riguarda relazioni sociali e svago. Fa tuttavia riflettere il fatto che, in un Paese che sta inevitabilmente andando verso un rapido invecchiamento della propria popolazione, si possa pensare, nell’arco dei 5 anni in cui i fondi verranno implementati, di operare una digitalizzazione massiccia così velocemente. Questo significherà, come già in regioni come la Lombardia avviene in parte, che per accedere ai servizi sanitari bisognerà utilizzare strumenti digitali, quali app e portali online, che presuppongono, oltre alla possibilità di avere una connessione, un minimo di capacità di utilizzo di questi strumenti, e ad avere in difficoltà in questo senso sono proprio le persone che statisticamente avranno più necessità di ricevere assistenza sanitaria, anche in un’ottica di maggiore utilizzo degli strumenti della telemedicina. Quello su cui si vuole riflettere non è tanto la necessità o l’utilità di accelerare sulla digitalizzazione, ma i necessari step complementari che occorrerà compiere per far sì di non lasciare indietro una grossa fetta della popolazione (ad oggi, quasi 1/4 degli italiani ha più di 65 anni). Pensare di fare tutto questo senza una campagna ben strutturata di accompagnamento e istruzione all’utilizzo delle nuove tecnologie significa lasciare molte di queste persone nel migliore dei casi ad affidarsi ai propri figli e nipoti, quando ci sono, nel peggiore a loro stesse.

Se il problema delle competenze digitali nelle persone più anziane è evidente, anche fra gli adulti in realtà la situazione non è molto migliore. Tornando al dato precedente sull’accesso a internet delle famiglie risulta che nel 56.4 % di quelle che non hanno una connessione il motivo è che nessuno dei componenti sa usare internet. Il dato non si discosta molto da quanto si osserva nelle famiglie di persone sopra i 65 anni (dove si attesta al 68.4 %), mentre è nettamente minore in presenza di minorenni (14.6 %). Per dare un’idea, la mancanza di capacità di utilizzo dello strumento incide nettamente di più rispetto ai costi della connessione stessa e delle apparecchiature necessarie (che spiega il 16.5 % delle famiglie non connesse). Il problema appare quindi evidente e riguarda sostanzialmente tutta la popolazione adulta, non solo in termini di offerta dei servizi pubblici ma anche per i suoi riflessi nel mondo del lavoro: secondo la Corte dei Conti UE più del 50 % della popolazione italiana è priva di competenze digitali e i dati sopra elencati si accompagnano perfettamente con questo scenario.

La domanda che viene da porsi è se, nelle intenzioni di chi darà forma all’Italia per il futuro, ci sia anche quella di avere uno sguardo che voglia essere il più inclusivo possibile verso una realtà del Paese chiarissima e problematica. L’esperienza della DAD, che ha riguardato un altro servizio essenziale come l’istruzione, ha contribuito a mostrare concretamente molte di queste difficoltà, con una crescita delle disuguaglianze (sia di reddito, sia territoriali) che non può e non deve essere ignorata. Per un’Italia che vuole viaggiare veloce non si può prescindere da una pianificazione dettagliata e massiccia dell’educazione digitale, che significa acquisizione delle competenze per la maggior parte della popolazione ma anche consapevolezza su come muoversi in sicurezza su internet, che espone naturalmente a molti rischi un utente poco informato o inesperto. Il punto di partenza non può che essere la scuola pubblica, dove il ruolo dell’informatica è ancora insufficiente, considerando la vitale importanza per la formazione delle nuove generazioni di questo ambito, ma è auspicabile che si estenda anche al di fuori di essa, per coinvolgere il più possibile i cittadini in una transizione che, se affrontata con poco criterio, rischia di generare molti più problemi di quelli che si propone di risolvere.

Dove non altrimenti indicato, i dati presentati sono tutti ISTAT.

Sonetto XXIII

di Francesco Ronzoni

Vi fu, in un evo già e dipoi rimosso,

un parco giovincello il qual soletto

sen ride, a voi cent’anni fa rispetto,

in quel mio casolare pinto ad osso.

Or è, benché al presente allor assente,

recinto dall’astanti a noi: ch’io quivi,

come ertomi ad aedo, ad ei, su olivi,

melodio in versi, e di lor cose, aulente.

Riso l’ebbe, intendiate, per l’or’logio.

Sì, sol pel tuo, ma al men, strambo (al più idiota)

prim concettar, poi confezionar mogio

strumento: e retto! Sarà ver che ruota,

il marchingegno, pur: chi intesse elogio

all’illusion d’un uom cui follia è nota?

Tempo! Linear! Realtà? Seh: virtuale.

Robot – The human project

di Rosamarina Maggioni

La mostra proposta dal MUDEC di Milano saluta l’ingresso nel pianeta Terra di alcuni suoi nuovi abitanti: i robot. Specchio dell’ingegno degli uomini che li hanno creati, i robot ci stanno affiancando sempre di più nelle nostre attività lavorative e in generale nel quotidiano svolgimento della nostra vita; con i robot oggi noi conviviamo. Dopo un’iniziale e lunga inquietudine provocata dal comprensibile timore di un’invasione della tecnologia nel campo della nostra esistenza, oggi prevale un approccio interattivo, in cui comunque è e sempre sarà l’essere umano a dettare e gestire, socialmente ed eticamente, il comportamento delle macchine. Creando nuove macchine sempre più meravigliose impariamo a conoscere sempre meglio noi stessi, sia in quella forma di simbiosi tra uomo e robot che è la bionica, sia nel raccogliere le ultime sfide dell’intelligenza artificiale.

Ma partiamo dal principio: molto tempo prima della nascita della robotica, l’ingegno umano aveva messo a punto delle macchine, gli automi, in grado di imitare gli esseri viventi non solo nel loro aspetto ma anche in alcune loro funzioni vitali. Gli automi producevano un’illusione sensazionale e insieme inquietante: suonavano strumenti musicali, scrivevano, addirittura parlavano. A differenza dei moderni robot, non sollevavano l’uomo dai lavori più faticosi, essendo invece pensati per suscitare meraviglia. I primi automi vennero ideati in età ellenistica. Nei Pneumatica lo scienziato Filone di Bisanzio descrive un’ancella in grado di mescere il vino. Da due contenitori nascosti nel busto il liquido passa, attraverso la mano destra, al bordo della brocca; se si colloca una coppa vuota nel palmo della mano sinistra dell’automa, il peso aggiuntivo fa abbassare la mano e aprire le valvole dell’aria, che entra nel contenitore; a questo punto, grazie ad un sistema di vasi comunicanti da lui messo a punto, la brocca comincia a versare vino e poi acqua. Quando la coppa è piena, la mano che la regge si abbassa ulteriormente, chiudendo le valvole dell’aria e interrompendo il flusso del liquido. Continuiamo sulla linea della storia: attraversando il medioevo arabo e tutte le epoche della cultura occidentale la costruzione di automi prosegue senza interruzione fino alla fine del XIX secolo. Tra Rinascimento e Barocco, queste macchine vengono utilizzate per animare feste spettacolari o per divertire tra le pareti domestiche. Il periodo di massimo fulgore è il XVIII secolo, quando dei geniali artigiani danno vita agli androidi, automi ancora più sofisticati in quanto programmati per svolgere azioni diverse. Nel XIX secolo gli automi divengono sostanzialmente i protagonisti delle più straordinarie produzioni dell’oreficeria e dell’orologeria. Il XX secolo, il secolo dell’elettricità, cambiando radicalmente il nostro quotidiano stile di vita, avrebbe anche aperto alla robotica scenari nuovi e incredibili.

I robot del nostro secolo non provano emozioni, ma per interagire con noi devono poterne generare. A tale scopo non è indispensabile essere umani: basta pensare all’empatia creata dai cuccioli di qualsiasi specie. In quanto artefatto, il robot che interagisce con noi non deve essere squadrato, rettangolare, come tutte le cose destinate all’utilità: per essere socialmente accettabile il robot deve essere inutilmente bello. Tale bellezza può essere prodotta in vari modi, creando un design accattivante, ma anche puntando su un aspetto umanoide, sul massimo realismo possibile. Il ricorso all’immagine umana ha pure il vantaggio di produrre un senso di affinità e prevedibilità che abitualmente non avviene di fronte a una macchina, spesso percepita come potenzialmente pericolosa. Oltre a motivi psicologici, c’è un’altra ragione perché è bene che i robot sociali assomiglino a noi: si muovono in un ambiente antropizzato, nel quale devono essere in grado di agire senza problemi.

Ma cos’è l’intelligenza artificiale che anima queste macchine? Non è la coscienza dei robot: la coscienza sfugge ad una misurazione quantitativa. Non è la sua etica: un’intelligenza artificiale non prende decisioni perché non attribuisce agli eventi dei valori se non li stabiliamo noi per essa. Ma l’intelligenza artificiale è intelligente. Non perché sa compiere correttamente calcoli complessi a una velocità per noi inarrivabile, ma perché è in grado di imparare nel senso più ampio del termine. Perlopiù, impara in due fasi: dapprima viene allenata, cioè le viene fatta ripetere molte volte la stessa azione, poi viene messa alla prova. Questa intelligenza, anche se non necessariamente simile a quella dell’uomo, è flessibile come la nostra, ma per gli stessi obiettivi tende a sviluppare strategie diverse dalle nostre. Loro possono imparare da noi e noi da loro. L’entusiasmo per gli sviluppi di questo filone di ricerca porta alcuni a ritenere che si tratti solo di una questione di tempo affinché l’intelligenza artificiale eguagli quella umana; altri lo ritengono un obiettivo troppo ambizioso. L’era di questi robot, l’era in cui viviamo, viene detta antropocene, a significare che nel cammino evolutivo e nella sua sempre maggiore presenza sulla terra l’uomo va modificando gli equilibri naturali. L’esplosione demografica e lo sfruttamento sempre più intensivo delle risorse del pianeta fanno sì che non sia più possibile separare l’intervento dell’uomo e la natura. La dimensione della ricerca scientifica e della conoscenza da una parte e dall’altra quella della responsabilità umana dovrebbero correre parallele. Nel campo della robotica, il collegamento si fa particolarmente stretto e, per molti versi, inedito. Le nuove finalità pratiche, i nuovi modi di convivenza e le recentissime interazioni con il mondo animale e vegetale, non ultime le crescenti potenzialità della robotica in ambito militare, inaugurano problematiche nuove, sia etiche sia psicologiche, che dovranno essere affrontate dalle presenti e future generazioni.

Tormento d’un mal assonnato

di Francesco Ronzoni

Stava sognando, lo percepiva. Si sentiva in un mondo a metà, dove non era più in grado di controllare i suoi pensieri, sebbene fosse convinto di essere ancora sveglio. Una sensazione di immobilità perpetua e insormontabile lo pervadeva, mentre al di fuori di questa sua realtà il tempo passava, per lui inesorabile, scandito da un orologio a muro inchiodato alla parete al suo fianco. Stava lottando, lottando rintocco dopo rintocco, lottando con foga sempre maggiore contro l’impotenza che lo incatenava. Tentava di risollevarsi da questo inspiegabile incantesimo dimenandosi e dibattendosi, ma, da sdraiato sul letto, ogni movimento rischiava di portarlo a cadere giù e ne consumava ineluttabilmente tutte le energie. Disperatamente perseverava nel suo tentativo di riprendere padronanza dei suoi sensi per riuscire a mantenere viva la coscienza che, si rendeva ormai conto, stava svanendo del tutto nel sogno. A poco a poco, un’ignota nausea iniziò a vorticare nella sua testa, mentre la sua stanza andava man mano sfocandosi in paesaggi svariati, che mutavano rapidamente a seconda delle emozioni che lo attraversavano attimo per attimo. Sporgersi di un capello al di fuori dal materasso gli provocava uno sbilanciamento incomprensibile, che il suo cervello registrava come se il suo corpo avesse concentrato tutta la sua massa in quel solo capello di corpo, e d’improvviso si vedeva precipitare nel vuoto. Con uno sforzo disumano riconquistava il controllo del suo peso e si lanciava sull’altro lato, a cui seguiva nel sogno uno scontro violento con il suolo. Una battuta d’arresto che opprimeva i polmoni e seccava la gola. Un altro repentino scorrere di paesaggi gli fulminava la vista a formare quello più consono all’aridità della sua bocca; quello che meglio giustificasse l’asfissia che lo induceva ad un respiro affannoso in cui era come consapevole di ogni molecola d’ossigeno che entrava; e di quante, traditrici, ne uscivano. Un deserto che per certi tratti ricordava una savana, una desolazione afosa che ardeva nel suo torace, che micidiale lo bruciava da dentro, che inestinguibile procedeva lungo le vie respiratorie su fino al naso, senza via di fuga. Le forze gli venivano e meno e così sveniva del tutto; e per un tempo indefinito si perdeva nell’oscurità che i suoi occhi ottenebrati gli mostravano, fino a rinvenire in un colpo solo. Era ancora sveglio, lo percepiva. Lo percepiva esattamente come il gelo che ora lo attanagliava. Il suo corpo non smetteva di avvampare e lasciava traspirare tutto il suo calore interno; l’ambiente esterno non ne restituiva a sufficienza. Continue scosse di freddo adesso lo trapassavano, aumentandone sussultoriamente la sensibilità e il grado di coscienza. Se prima si era trovato a combattere contro un torpore che lo fondeva e ne discioglieva ogni capacità e volontà di mantenersi desto, ora al contrario non sapeva più come abbandonarsi al sonno, come liberarsi invero dagli spasmi e delle contrazioni muscolari che lo tendevano e l’irrigidivano in quel gelo. Qualcuno lo martellava con una clava di ghiaccio, ci desiderava scommettere tutto se stesso su quella convinzione. Tuttavia, non sapeva distinguerlo quel qualcuno, perché la vista era annebbiata, appannata, opaca, e invece pareva che al suo fianco qualcun altro avesse preso a punzecchiarlo con lunghe viti e pungoli di ferro gelido e penetrante. La coscienza andava; e veniva; andava; e veniva; andava; e veniva. Tutto vorticava, tutto turbinava. Vedeva dei fogli sulla sua scrivania e subito dopo vedeva un avvoltoio girovagare sulla sua testa; vedeva un lampione fuori dalla finestra ed era come se si stesse dirigendo alla volta del Sole; vedeva l’orologio ticchettare e poi… l’orologio girava… e girava lento… e girava con un moto acquietante… che distendeva i pensieri e le membra… finché il sonno non giunse placido, e finalmente lo vinse nella quiete della notte.

Pop corn al 5G

di Lorenzo Caldirola

Proprio ieri mio fratello è venuto da me entusiasta per aver scoperto l’eccezionale velocità di download dei cellulari che sfruttano la rete 5G. Io, che sono un signore, mi sono mostrato interessato e l’ho ascoltato con attenzione e trasporto, ma dentro di me non facevo altro che domandarmi dove avessi sbagliato come fratello maggiore.

Sì, perché i giovani sono troppo facilmente entusiasmati da ciò che è nuovo, da ciò che è smart, da ciò che è fast, ma raramente si pongono il problema di quale sia il prezzo da pagare per tutti questi prodigi.

Fonti autorevoli affermano da anni che le radiazioni elettromagnetiche emesse da smartphone e dispositivi mobili sono la causa numero uno di tumori nei paesi più sviluppati; se a questa terribile realtà, ormai fin troppo radicata, aggiungiamo la recente introduzione di questa nuova rete 5G, che con le sue onde ad altissima intensità pervade ormai buona parte del nostro paese, capirete che non siamo altro che buste di mais in un microonde gigante. Pop-pop.

E questa maglia di fili invisibili, che in ogni momento ci imprigiona e ci attraversa, senza che ce ne accorgiamo, facendo vibrare le nostre cellule come nudisti in mezzo alla neve, non causa solo tumori, ma anche malformazioni di feti e, argomento di scottante attualità, abbatte sempre di più le nostre difese immunitarie, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Fin qui però bastava un po’ di buon senso per arrivarci da soli (magari più persone ne avessero).
Ma ora arriva il bello, quello che non potevi nemmeno lontanamente immaginare, ma dal quale fortunatamente ci hanno messo in guardia alcuni scienziati illuminati. La frequenza delle radiazioni covid, perché tanto vale chiamarle così, è di 868 Megahertz! Non sapete cosa significa? Bene, è per questo che ci sono io.

Una frequenza inferiore al Gigahertz è sufficientemente piccola da consentire alle radiazioni di superare strutture come i muri in mattoni, essenzialmente penetrando a livello atomico la materia solida: questo permette a chi controlla queste radiazioni di ottenere una mappatura 3D estremamente accurata dell’ambiente circostante. Immaginate sostanzialmente un radar sotto steroidi e ora pensate che quel radar è nelle mani del governo e, ancor peggio, sicuramente anche in quelle del governo cinese. Sogni d’oro.

Che dite, alla luce di questo vale la pena mettere a repentaglio la vostra vita e rinunciare definitivamente alla vostra privacy per evitare che i vostri video su Youtube si fermino per caricare a metà riproduzione?

Io sono qui solo per aiutarvi in modo che possiate porvi le domande giuste e darvi gli elementi per trovare le risposte; ora che sapete davvero com’è la storia, a voi l’ultima parola.

Microrobot: una nuova frontiera della medicina

di Francesca Ariano

Fantastic Voyage è il titolo di un visionario film di fantascienza diretto da Richard Fleischer e uscito negli Stati Uniti nel 1966. La pellicola, dalla cui sceneggiatura Asimov trasse la trama per l’omonimo romanzo, racconta il viaggio di un team di scienziati americani a bordo del sottomarino Proteus. Lo scopo della missione è salvare il dottor Jan Benes, in coma a causa di un embolo cerebrale. Il team e il sottomarino vengono rimpiccioliti fino alle dimensioni di un microbo e iniettati nel corpo di Benes, dove avranno soltanto un’ora per distruggere l’embolo.

Racconto allucinato, vagheggiamento fantascientifico, eppure l’idea che sta alla base del film non è poi così lontana dalla realtà attuale. Certamente non siamo in grado di ridurre un gruppo di scienziati a dimensioni microscopiche per operare direttamente nel corpo umano, ma siamo invece capaci di realizzare microrobot. E le potenziali applicazioni in campo medico di questi minuscoli robot mostrano quanto labile sia il confine tra scienza e fantascienza nell’era tecnologica.

La microrobotica è un’affascinante campo della scienza che negli ultimi anni sta vivendo un’evoluzione straordinaria. Cinque anni fa un team di scienziati del MIT ha tratto ispirazione dagli origami per creare un robot in grado di completare un intero ciclo di vita: si piega da solo a partire da un foglio di plastica, se sottoposto a calore, ed è in grado di trasportare oggetti, superare ostacoli e nuotare; terminato il suo compito, si smantella in un liquido. Il robot contiene un piccolo magnete e la sua attività viene controllata dall’esterno tramite un campo magnetico.

Il secondo passo verso il potenziale utilizzo di questi robot all’interno del corpo umano è stato costruirli con materiali biocompatibili. Un team di ricercatori del MIT e di altri istituti ha sviluppato un robot-origami ingeribile all’interno di una capsula di ghiaccio, la quale, raggiunto lo stomaco, si scioglie, liberandolo. Assunta la sua forma funzionante, il robot può quindi essere sfruttato per rimuovere oggetti estranei, riparare ferite o rilasciare farmaci in specifici target; è stato realizzato con materiale biologico ed è anch’esso controllato tramite un campo magnetico.

Attualmente, tanti istituti di ricerca stanno lavorando per realizzare microrobot e perfino nanorobot che operino interventi di chirurgia non invasiva. Da qualche mese è partito un progetto che vede la collaborazione dell’università Sant’Anna e della Chinese University of Hong Kong, il cui scopo è sviluppare microrobot magnetici per il trattamento di tumori del fegato. I microrobot si muoverebbero in sciami nei vasi sanguigni e verrebbero sfruttati per rilasciare farmaci in modo mirato o per occludere selettivamente i vasi sanguigni che vascolarizzano la massa tumorale. Un po’ come nel film di Fleischer.

Dopo tutto questo entusiasmo, è però doveroso fare una precisazione. Ad oggi, la sperimentazione clinica dei microrobot non è ancora iniziata. Per ora, questi piccoli ma affascinanti robot rimangono una promettente risorsa, ma solo il tempo ci permetterà di affermare che il sogno di calarsi dentro al corpo umano, non tramite sottomarini ma attraverso microrobot, è diventato una realtà.

Mr. Robot

di Francesco Marinoni

Siamo abituati, guardando un film o una serie TV, a fidarci istintivamente di ciò che viene raccontato: le immagini scorrono, la trama viene sviluppata nel susseguirsi delle scene e seguiamo i personaggi nel loro arco narrativo, magari con qualche simpatia o antipatia particolare per qualcuno di essi che ci porterà a dar loro più o meno ragione, ma essenzialmente senza porci il dubbio che stiano cercando di fregarci, raccontandoci una storia diversa da quella che sembra apparire sullo schermo. L’idea stessa di personaggio, per quanto possa essere sfaccettata e complessa, si riconduce sempre a una personalità definita, che ha il proprio ruolo all’interno della storia. Certo, siamo abituati a vedere i personaggi evolvere e cambiare, ma quello che risulta più difficile da digerire è quando, condotti inconsapevolmente in una visione distorta della trama, ci rendiamo conto che tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento è stato solo un inganno.

Quando conosciamo Elliot Alderson, il protagonista di Mr. Robot, fin dal primo episodio ci appare come un personaggio che in qualche modo non sta raccontando tutto di sé: i suoi tratti caratteristici, dal tono di voce al vestiario, ci fanno pensare che ci sia qualcosa di occulto in lui. Di giorno lavora in un’azienda che si occupa di sicurezza informatica, la notte la passa seduto alla scrivania del suo appartamento davanti al computer: è chiaro fin da subito che la sua vita ha due facce diverse. Questa divisione è quella che si riflette anche nel suo essere costantemente diviso fra la realtà che lo circonda e il mondo virtuale, fatto di schermi neri e codici scritti in bianco. Se potessimo, probabilmente sceglieremmo un narratore migliore per raccontarci la trama: Elliot è confuso, nei dialoghi con le altre persone e nella sua stessa essenza di personaggio; tuttavia, non avendo alternative, siamo costretti ad affidarci alla sua guida e a seguirlo nello sviluppo della trama. La sensazione, però, resta.

Elliot si rivolge spesso a noi direttamente, “bucando” lo schermo, con un classico espediente per coinvolgere lo spettatore e inserirlo completamente all’interno dell’universo dei personaggi. Nel caso di Mr. Robot ci troviamo trasportati in una New York contemporanea che ha tuttavia, come Elliot, qualcosa di cupo, di innaturale, ed è popolata dagli altri personaggi che incontriamo progressivamente andando avanti nella visione. Quello di cui non ci siamo resi conto è che, già a questo punto, siamo stati ingannati: i sospetti che avevamo all’inizio sul nostro protagonista sono effettivamente fondati, ma è stato comunque troppo astuto perché noi ce ne accorgessimo.

Si potrebbe dire che Mr. Robot è una serie ambientata all’interno del suo stesso protagonista, che apre la sua mente al nostro occhio che, al suo interno, finisce per perdersi. Se in un primo momento, quando finalmente l’inganno ci viene svelato, non possiamo che essere un po’ infastiditi da Elliot, proseguendo e conoscendolo meglio tutto diventa più chiaro. Quel suo essere doppio che fin da subito abbiamo notato in lui non è che la spia di una completa frammentazione dell’io del personaggio, contro cui lui stesso combatte, scoprendola a poco a poco nel corso degli episodi. Il mondo che ci era sembrato così insolito e cupo è effettivamente la rappresentazione più vicina a ciò che lui vive, in una realtà che non è mai (o quasi) quello che sembra.

Mr. Robot non è una visione leggera, né rilassante, né semplice da portare avanti. Come tante opere d’arte può piacere o non piacere, a seconda del gusto personale. Va detto che la regia, l’interpretazione magistrale degli attori (su tutti Rami Malek, nei panni di Elliot) e la sceneggiatura la collocano sicuramente fra le serie TV meglio riuscite dal punto di vista qualitativo, come dimostrano anche i numerosi premi della critica ricevuti. A un ritmo a tratti forse troppo lento in alcune parti della trama rimedia con episodi che si guardano letteralmente tutti d’un fiato, in particolare nella prima e nella quarta (e ultima) stagione, forse le meglio riuscite. Se avrete pazienza per stare al gioco e un certo gusto per immergervi in una realtà della quale vi sembrerà di non capire nulla, Mr. Robot saprà darvi grandi soddisfazioni.