XXI secolo

di Francesco Marinoni

Il destino del nostro pianeta è sempre più sulla bocca di tutti. Se fino a poco tempo fa le questioni legate all’ambientalismo erano circoscritte ad un nucleo abbastanza ristretto di persone, solitamente quelle impegnate nell’attivismo, oggi il climate change è entrato a tutti gli effetti nel dibattito pubblico, con tutte le conseguenze del caso. Se da un lato questo ha permesso che certe questioni venissero portate alla conoscenza dalla maggior parte delle persone, dall’altro ha generato diverse diatribe su come si debba affrontare quello che probabilmente sarà il grande tema del nostro secolo.

Il mondo occidentale in particolare è sempre più coinvolto in questi discorsi, a livello sia politico che sociale: con il termine green new deal che ormai sta diventando un mantra nelle politiche economiche in molti Stati e personaggi “pop” come Greta Thunberg, in grado di coinvolgere attivamente milioni di ragazzi, la questione del clima e dell’inquinamento entra in moltissimi aspetti anche della vita quotidiana.

Non è facile orientarsi in un panorama così ampio e complesso. Noi di Altro proviamo a proporvi alcuni spunti, che inevitabilmente presentano solo una piccola parte di tutto quello che si potrebbe dire e pensare riguardo al climate change e ciò che vi ruota attorno. L’invito è sempre quello di informarsi su questo tema fondamentale, cercando anche di spostare lo sguardo al di là dei luoghi comuni e ai clichè che vengono spesso venduti come verità inattaccabili: mai come adesso non possiamo permetterci di restare indifferenti.

New Period

di Sofia Burini

La coppetta mestruale è davvero eccezionale come si sente dire? Sì. La coppetta permette di ridurre molte delle scomodità che si possono affrontare utilizzando i più tradizionali assorbenti o tamponi. Certo, un argomento come quello dei prodotti mestruali, che difficilmente riesce a farsi strada nel dibattito politico italiano e non viene preso sul serio dalle istituzioni quando si tratta di discutere un punto di vista molto più comprensibile come quello della tassazione, non sembra rientrare tra le priorità del nostro Paese. Dovrebbe invece essere tra le priorità del nostro pianeta, e sicuramente sta guadagnando spazio a livello internazionale, per quel che riguarda l’evoluzione delle possibilità di gestione delle mestruazioni, questione che riguarda, almeno per un certo periodo della vita, più della metà della popolazione.

Progettata per la prima volta da Leona Chalmers nel 1937 e presentata per la seconda volta all’industria della gomma negli anni ’60, la coppetta mestruale ha una storia poco recente rispetto ad altri prodotti progettati per lo stesso scopo, anche se ha subito notevoli innovazioni, come l’essere prodotta, a partire dal 2001, in silicone.

Avere uno strumento che ci garantisce fino a dodici ore di contenimento delle mestruazioni dà una sicurezza e permette di svolgere senza preoccupazioni le proprie attività per tutta la giornata. Ciò può apparire auto evidente per quel che riguarda la vita di una donna (o di una persona trans) che lavora fuori casa tutto il giorno, ma assume un’importanza fondamentale per le donne che vengono escluse dalle attività sociali e dall’istruzione per una settimana al mese in molti paesi del mondo. E, tutto sommato, anche evitare di dover indossare un assorbente multistrato in plastica in una giornata estiva o di doversi preoccupare dei cattivi odori sono aspetti che hanno il loro piccolo impatto nella vita di tutti i giorni.

Quello che però maggiormente colpisce della coppetta è l’impatto dal punto di vista economico ed ambientale che questo semplicissimo oggetto ha. La necessità di evolvere, come società, verso un futuro più green riguarda ogni aspetto della nostra vita, incluso quello, ampiamente dibattuto sotto diversi punti di vista, delle mestruazioni.

Si stima che l’utilizzo di tamponi e assorbenti vada a produrre circa il 3% dei rifiuti solidi urbani, in particolare per quel che riguarda la plastica, componente principale di questi prodotti (circa il 90% degli assorbenti e l’intero applicatore dei tamponi). L’utilizzo di una coppetta, la cui durata è solitamente di 5-10 anni, se tenuta correttamente, permette di ridurre notevolmente la spesa pro capite in prodotti per le mestruazioni (il costo di una coppetta è equivalente a meno di quel che in media si spende in sei mesi in assorbenti o tamponi). Il risparmio dal punto di vista ambientale è, in proporzione, ancora maggiore: si parla di 30-40 kg di rifiuti in meno prodotti durante il proprio periodo di fertilità utilizzando una coppetta mestruale rispetto all’alternativa di assorbenti e tamponi, senza considerare l’inquinamento derivante dalla produzione di questi prodotti.

Certo non si può ignorare, tuttavia, l’obiezione che sorge spontanea: è davvero confortevole per tutt* utilizzare una coppetta mestruale? No. Molte persone non hanno sufficiente dimestichezza con questo tipo di prodotto o si trovano in una condizione di salute che impedisce di utilizzare una coppetta mestruale. Va quindi presa in considerazione, sulla strada di un’alternativa ecologica con la quale ci si può sentire a proprio agio, quella degli assorbenti lavabili, delle mutande assorbenti (da alcuni anni anche come boxer), dei tamponi con un applicatore riutilizzabile, o, infine di prodotti creati da aziende che garantiscono un impegno per ridurre l’impatto ambientale ed utilizzano materiali più sostenibili della plastica.

Di argomenti a proposito di mestruazioni ne abbiamo, non ci resta che iniziare il dibattito.

Navigator dell’oceano

di Francesco Ronzoni

Eri un grande esplorator, o bambino,

quando vagavi senza alcuna meta,

curioso di svelar mare e pineta

a tutti gli uomini al tavolino;

raccontavi un’eternità segreta

nascosta all’ombra d’un antico pino

la qual si celava al millantatore,

per esser vista sol dal viaggiatore.

Allor tu cavalcasti onde propizie,

ti lanciasti nell’oceano aperto

per sentir d’alba e tramonto il concerto,

e ascoltando il vento portar notizie

conoscesti un isolotto deserto,

dove non giungevano mai blandizie

di gioviali delfini e dolci mante,

che pian ti portaron fino a levante.

Pagaiavi sulla barchetta a remi

ed increspavi quel limpido specchio

quando posi la bottiglia nel secchio

iniziando a raccogliere quei semi

d’una cultura incivile parecchio,

la qual rovinò molti ecosistemi

dando plastica a mangiare ai pesci

e poi facendo bravamente il nesci.

Uno ad uno, tu, coglievi i rifiuti

colmando pian piano uno dei sacchetti,

e finisti col riempirlo di oggetti;

caricati a bordo anche gli sperduti,

t’avviasti al porto osservando i merletti

delle onde come schiumosi velluti,

mentre balene scortavan il passo

e a lato un marlin volteggiava basso.

Ed ora, ben cresciuto, ancora salpi

verso l’isola ch’ogni dì riduci

con l’aiuto del faro e di sue luci,

percorrendo in lungo, dall’Ande all’Alpi;

pezzo dopo pezzo, a terra conduci,

recidendo dal monte i tuoi scalpi,

e grazie a te risplende il gran mistero

del bacino blu ch’è tuo battistero.

Olimpiadi per tutti

di Francesco Marinoni

Lo scorso 24 giugno il mondo sportivo e la classe politica tutta, unita per l’occasione, hanno festeggiato l’assegnazione all’Italia delle olimpiadi invernali 2026, che si svolgeranno fra Milano e Cortina d’Ampezzo. Nel nostro Paese le olimpiadi tornano dopo esattamente 20 anni, quando fu Torino a ospitare la XX edizione invernale. Forse non tutti ricorderanno come è andata l’ultima volta.

L’evento ha lasciato sul bilancio del comune di Torino un debito che arriva quasi a 4 miliardi di euro, con una spesa complessiva per l’organizzazione di 4.37 miliardi, l’80 % in più di quanto preventivato (un dato che non sorprende più di tanto, dato che dal 1994 lo sforamento medio del budget è stato del 123 %). Quasi tutte le strutture sportive sono state segnalate più volte da varie trasmissioni per lo stato di abbandono totale in cui versano: molte di queste necessiterebbero di manutenzioni per cui non ci sono i fondi e pertanto giacciono inutilizzate, non essendo adatte a ospitare competizioni sportive. Recentemente è stato poi sgomberato il complesso abitativo dell’ex villaggio olimpico, che da anni era diventato un rifugio per molti senzatetto.

Se queste sono le premesse, vediamo di considerare le stime di costo per Milano – Cortina. Dopo una prima previsione decisamente utopistica, di 350 milioni, attualmente si ipotizza un investimento di 1.7 miliardi, senza che sia stato ben chiarito da dove verranno presi. Oltre ai circa 900 milioni che arriveranno dal CIO, in buona parte frutto dei diritti televisivi RAI, l’ex governo gialloverde non si era mostrato troppo favorevole per la concessione di fondi ulteriori, così come il comune di Milano e le stesse regioni coinvolte (Lombardia e Veneto). Da dove verranno tratte le risorse mancanti? Una domanda che al momento non ha ancora una risposta.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è sicuramente quello ambientale: quanto incideranno le olimpiadi sull’ecosistema alpino? Un primo elemento sono le risorse idriche: per il funzionamento degli impianti e lo svolgimento delle competizioni (in particolare per la neve artificiale), sarà inevitabilmente necessaria una grande quantità di acqua, con conseguente prelievo massiccio dalla rete pubblica e la probabile costruzione di nuovi bacini artificiali. Questo in un contesto tristemente noto per le grandi alluvioni che, soprattutto in Veneto, hanno devastato il territorio negli ultimi anni: non proprio una zona idrogeologica ideale.

In secondo luogo, come spesso avvenuto in passato, i grandi eventi sono una delle migliori occasioni per la realizzazione delle cosiddette “grandi opere”, in particolare a livello infrastrutturale, che poi in tanti casi si sono rivelate complessivamente poco utili (vedi alla voce Brebemi). Milano – Cortina non fa eccezione, con progetti di strade e ferrovie nuove in alcuni casi già pronti e che ora risultano inevitabilmente più appetibili, per la gioia dei costruttori e, probabilmente, degli speculatori edilizi. Certamente questo porterà anche alla creazione di numerosi posti di lavoro, ma il prezzo da pagare a livello di impatto sul territorio potrebbe comunque essere molto alto.

Infine, non è un caso che negli ultimi anni molti Paesi non sembrano più così attratti dall’idea di ospitare un’olimpiade: le città per cui c’è stato un referendum (Calgary, Sion e Innsbruck) hanno tutte bocciato la proposta di candidatura.

Insomma, in un contesto in cui tutti sembrano tifare per l’olimpiade, le voci critiche, che pure ci sarebbero, sono nascoste e non vengono ascoltate. L’obiettivo di questa analisi era mostrare un altro punto di vista, diverso dall’unico che finora è stato presentato all’opinione pubblica: per provare, almeno una volta, a fare certe riflessioni a priori e non, come sempre, a posteriori.

Per approfondire si invita alla lettura del Pieghevole Olimpico realizzato da OffTopic – Lab. politico

Prospettive – Ambientalismo

Splendore

di Elisa Morlotti

Ci sono solo tre cose che riescono a calmarmi durante i miei attacchi di panico: l’abbraccio della mia ragazza, una corsa a perdifiato e le stelle.

Sto per chiudere la valigia prima di partire, ma la solita ansia inizia a schiacciarmi il petto e a impedirmi di respirare. Saluto velocemente i miei amici: «Esco un attimo», e corro qui, sulla spiaggia. Mi rannicchio nella sabbia, accendo una sigaretta e alzo gli occhi al cielo. Speriamo che passi in fretta.

Cullato dal rumore del mare, inizio a riconoscere in quel miscuglio di puntini luminosi, una per una, le mie costellazioni. Ecco l’Orsa Maggiore, lì accanto la sorella minore, con la stella polare, mio riferimento; poi da lì abbasso lo sguardo, vedo Cassiopea, appena sopra l’orizzonte; con un po’ di pazienza trovo il Drago, anche questa notte sta combattendo con Ercole… In una decina di minuti ho riconosciuto tutto il cielo, ora mi sento davvero a casa. Sono una magia, le stelle: belle, silenziose, sempre più nascoste dalle luci delle città ma sempre presenti, uguali ogni notte eppure ad ogni sguardo così diverse. Mi ricordano che non sono altro che un granello di sabbia nell’universo e mi dicono che anche questa volta andrà tutto bene. Che meraviglia è la nostra Terra!

Butto a terra la mia sigaretta e osservo la sua luce che muore lentamente nella sabbia. Respiro profondamente: ora posso rientrare.

Mare e Terra

di Rosamarina Maggioni

È ancora notte fonda. All’orizzonte si perde il Mare, un’infinita distesa di acqua salata che cinge dolcemente le coste della Terra, come un amante fedele. Lui, il Mare, passa il suo tempo a coccolare la sua amata, accarezzandone le forme, alla ricerca di nuove anse del suo corpo mutevole da poter scoprire.

Le spiagge sono i luoghi preferiti del Mare, su di esse può sempre trovare nuovi tesori che la Terra gli dona: adora accogliere nel suo ventre le piccole tartarughine appena nate o trasportare lentamente sui suoi fondali alcune delle pietre dai mille colori che trova fra i granelli di sabbia.

Capita a volte che il Mare trovi dei regali che però non sono da parte di Terra. Sono oggetti malvagi, che il Mare tenta disperatamente di distruggere per evitare che feriscano la Vita che conserva amorevolmente. Ma ciò di cui sono fatti è a lui sconosciuto e non ci sono modi di liberarsi di questi intrusi. Da quando questo evento ha iniziato a ripetersi sistematicamente il Mare si è ammalato e con lui la Vita.

Ora è mattina e un pesciolino si è appena svegliato per andare a cercare qualcosa da mangiare. Il Mare lo segue preoccupato con lo sguardo. Nuota lentamente e si guarda attorno. Vede qualcosa sul fondale e si avvicina. Sembra un’alga, ma non lo è. È uno di quegli oggetti malvagi. Ma il pesciolino non lo sa. Si avvicina, e lo mangia.

“Occhio alle lische!”

di Samuele Togni

«Gigino, occhio alle lische!»

«Munf!», Gigino non ascolta la mamma, Gigino è una macchina tritura tutto che non teme nulla e nessuno. Lisca, squama, testa, occhio… tutto si sgretola senza reticenze nell’ugola sminuzzatrice dell’ottenne. «Arrr!», ora anche i finocchi gratinati, la mollica del pane e il culo acerbo della pera (c’è forse anche la ceramica del piatto?) si mescolano all’immiscibile nella bocca imparziale di Gigino.

«Bleah!», le verdi guance di Luisetta, ancora a digiuno per l’orribile spettacolo, parlano chiaro; non altrettanto esplicito è il volto del padre, che rassomiglia alquanto alla testata del Corriere (ma ovviamente non ricordiamo che giornale fosse).

Deve intervenire la madre: «Caro, per caso le notizie di oggi fanno meno schifo della tua prole?»

«Scusa, cara?»

«Digli qualcosa!»

«Ehm, sì certo… ehm, ecco…», il signor Mozzi impanicato scandaglia indagatore lo sguardo “Sesbaglitiammazzo” della moglie, prende una decisione e…

«Luisetta, mangia da brava. Pensa a chi muore di fame.»

Luisetta ascolta il padre, ingoia un mozzicone dimenticato nello stomaco del pesce, lo sputa addosso al fratello, Gigino cade dalla sedia, la signora Mozzi se la prende con l’unico fumatore della famiglia.

Il grande insegnamento della storiella: leggere un quotidiano quotidianamente non significa essere colti, altrimenti mister Mozzi, con il fonema “Digli” avrebbe dovuto capire di dover affrontare il figlio e non la figlia. E che i pesci che fumano stizze sono pesci morti.

OGM, una win-win situation

di Lorenzo Caldirola

Ok, oggi per la serie rivanghiamo vecchi argomenti fuori moda parleremo di fame nel mondo.

Per essere più precisi parleremo di una delle possibili soluzioni a questo eterno problema: la diffusione su scala globale di culture OGM ad alto rendimento.

So cosa vi state chiedendo e la risposta è sì, il signor Monsanto ha pagato ogni singolo carattere di questo articolo e ha insistito personalmente affinché fosse il sottoscritto a scriverlo in quanto condivide le mie idee e sa bene che non vi possono essere verità e progresso se non scevre da ogni morale.

Tornando a noi, molti sono dubbiosi sulla diffusione degli OGM, i benefici nel breve periodo sono stati ampliamente dimostrati ma ancora ci sono preoccupazioni sui possibili effetti negativi alla lunga in termini di salute e biodiversità. Ebbene, sono qui a dirvi chissenefrega! Vedetela così, non vi assicuro che gli OGM non facciano male, vi chiedo invece di sperare che, nel caso, facciano il peggio possibile.

Probabilmente il discorso ancora non è chiaro ma proviamo ad affrontare il problema della fame nel mondo più malthusianamente. Se gli OGM permetteranno di duplicare, triplicare, che ne so, decuplicare i raccolti senza malus il problema non solo sarà risolto ma avremo tanta sovrapproduzione da far fallire un sacco di piccoli imprenditori del settore agricolo (è un mondo difficile bro, Don Monsanto manda i suoi saluti), se invece si scoprisse che nel lungo periodo questi famigerati OGM causano che so, il cancro? sterilità? piogge di meteoriti? il risultato sarà meno bocche da sfamare e, nuovamente, problema risolto.

Semplice no? Dopotutto sicuramente ogni cosa andrà per il verso giusto e se anche le cose andassero male che sarà mai, l’umanità è sopravvissuta a millenni di guerre e epidemie, che saranno mai un paio di malati più del solito, qualche pistolino che spara a salve e un sassolino ogni tanto che cade da molto molto in alto? Quindi amici bando alle ciance, levate gli ormeggi, andate e spargete il seme e non dimenticate di incrociare le dita!!!

Beyond the limits

di Elisa Morlotti

Siamo negli anni ’60. Dopo un periodo di grande crescita economica e di diffusione del benessere in molti Paesi del mondo, iniziano a farsi evidenti le problematiche causate dalle attività umane e il degrado dell’ambiente assume i caratteri di una vera e propria emergenza. In questi anni inizia a diventare condivisa la critica alla modifica dell’ambiente da parte dell’uomo: un po’ ovunque nascono gruppi che si propongono di lottare a favore della tutela degli ambienti naturali e delle specie animali in via d’estinzione (solo per citarne alcuni, il WWF -World Wildlife Fund- viene fondato nel 1961, l’associazione Greenpeace nel 1971). Poiché il crescente sviluppo industriale e tecnologico necessita di un uso sempre maggiore di energia, negli anni ’70 risulta chiaro che per sostenere la crescita economica è necessario utilizzare fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, che nel XX secolo rappresentano la principale fonte di energia e la prima causa dell’inquinamento atmosferico. Nasce l’idea dello sviluppo sostenibile, ossia di una crescita economica rispettosa dell’integrità dell’ambiente e delle risorse.

È in questo contesto che viene fondato il Club di Roma. Nato nell’aprile del 1968 dall’incontro di una trentina di scienziati, economisti, industriali e umanisti, il Club di Roma è un’organizzazione informale che si propose di comprendere le componenti economiche, sociali e naturali che caratterizzavano il sistema globale di allora e di “discutere di un argomento di impressionante portata – i dilemmi, presenti e futuri, dell’uomo”[1]. Per questo motivo il Club commissionò a una equipe di studiosi del MIT (Massachusetts Institute of Technology) una ricerca volta a costruire delle linee di tendenza di fattori determinanti per la vita sulla Terra, al fine di trovare un’eventuale soluzione alla “World problematique” (“problematica globale”), di cui sono aspetti preoccupanti la povertà, il degrado dell’ambiente, la perdita di fiducia nelle istituzioni statali, la precarietà del lavoro, l’inflazione e ogni crisi monetaria ed economica. I risultati di questa ricerca furono esposti nel cosiddetto “Rapporto Meadows”, dal nome della coordinatrice del progetto, pubblicato nel 1972 con il nome The limits to growth.

Il rapporto steso dal MIT analizza le relazioni fra i cinque fattori base (la crescita della popolazione, la mancanza di cibo, il consumo di risorse naturali non rinnovabili, la produzione industriale e il degrado ambientale) che determinano, e quindi possono limitare, lo sviluppo su questo pianeta. Le conclusioni a cui giunse il team di scienziati che si occupò della ricerca possono essere riassunte brevemente in tre concetti chiave. Anzitutto, se la crescita della popolazione mondiale, dell’industrializzazione e dell’inquinamento, la produzione di cibo e il consumo di risorse continuerà invariato, entro un centinaio di anni si raggiungeranno i limiti allo sviluppo del nostro pianeta. In secondo luogo, è possibile modificare questi ritmi di crescita e stabilire una condizione di stabilità ecologica ed economica che sia sostenibile anche nel futuro. Questo potrebbe fare in modo che ogni persona veda soddisfatti i propri bisogni primari e abbia le identiche possibilità di realizzare il proprio potenziale umano. Infine, tanto prima la comunità umana inizierà ad impegnarsi in questa direzione, tanto maggiori saranno le possibilità di raggiungere risultati soddisfacenti.

Nonostante le tesi espresse nel rapporto del MIT siano gravi e angoscianti, troppo poco è stato fatto per risolvere la problematica globale. Nei due aggiornamenti del rapporto del MIT del 1992 (Byond the limits) e del 2004 (Limits to Growth: The 30-Year Update) emerge chiaramente che i limiti di produttività del nostro pianeta sono stati già superati e che è sempre più urgente modificare il nostro modo di abitarlo. È indispensabile mettere in atto quella “rivoluzione sostenibile” che gli autori auspicano, grazie all’impegno di tutti, cittadini, politici ed economisti: non possiamo indugiare più.


[1] D. H. Meadows, D. L. Meadows, J. Randers, W. W. Behrens, The limits to growth. A report for the Club of Rome’s project on the predicament of mankind, Universe Books, 1972.

Piccolo discorso sull’industria alimentare

di Ludovica Sanseverino

Era il 20 agosto del 2018 quando l’allora quindicenne Greta Thunberg, attivista ambientalista svedese, decise di scioperare ogni venerdì durante l’orario scolastico davanti al Parlamento del suo paese per chiedere al governo di diminuire le emissioni di anidride carbonica. Successivamente Greta continuò la sua battaglia dando luogo al movimento giovanile Fridays for Future, un’organizzazione di protesta formata principalmente da giovani studenti che deliberatamente decidono di non frequentare le lezioni scolastiche per scendere in piazza a manifestare, chiedendo e rivendicando azioni atte a fermare il riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Anche a Bergamo, lo scorso 27 settembre del 2019, si è svolto il Friday for future,che ha visto scendere in piazza più o meno 5mila studenti e studentesse.

In tutto il mondo la questione ambientale sta prendendo le redini delle amministrazioni, o almeno ci prova, ma tra tutti gli slogan urlati dai manifestanti ne manca decisamente uno: quello contro il settore alimentare. Il business del cibo consiste uno dei più grandi capitali al mondo e, in Italia, il suo fatturato nel 2018 ha raggiunto i 140 miliardi di euro segnando una crescita del 2% sui 137 miliardi registrati nel 2017. Un settore, insomma, sempre più in crescita dato che, con la popolazione mondiale in costante aumento, c’è sempre più richiesta.

Avendo partecipato personalmente alle manifestazioni per la salvaguardia dell’ambiente, l’occhio mi cade decisamente su cartelloni che hanno come slogan “Non c’è ambientalismo senza anticapitalismo”. Il primo pensiero che mi viene in mente è che lo slogan è veritiero, ma non esisterebbero capitalismo e capitalisti senza GRANDI consumatori. E noi facciamo parte della sfera dei GRANDI consumatori alimentari. Basti pensare che nel mondo si spreca oltre un terzo del cibo prodotto, di cui l’80% sarebbe ancora consumabile, e con il cibo che viene buttato via vengono sprecati anche terra, acqua e fertilizzanti.Soprattutto bisogna prendere in seria considerazione le emissioni di gas serra che sono necessarie per la produzione alimentare. In una ricerca che è stata condotta dall’University of Chicago è stato rivelato che le nostre scelte alimentari incidono sul riscaldamento globale quanto le nostre scelte in materia di trasporti e, secondo dati ancora più recenti, con ricerche effettuate dall’ ONU e dalla Pew Commission (commissione nata per far fronte ai problemi dell’industria della carne), l’allevamento intensivo e il suo bestiame contribuiscono ai cambiamenti climatici ad un livello molto più alto rispetto ai mezzi di trasporto. Difatti, si afferma che: «l’allevamento di animali è responsabile del 37% delle emissioni antropogeniche di metano, che ha un potenziale di riscaldamento globale (GWP) 23 volte superiore a quello della CO2, e del 65% delle emissioni antropogeniche di ossido nitroso, il cui GWP è 296 volte quello della CO2. I dati attuali quantificano anche il ruolo della dieta: gli onnivori contribuiscono alle emissioni di gas serra sette volte più dei vegani.”[1]

In sostanza, mangiare carne e derivati animali va contro l’idea di ambientalismo. Ma il dito, in questo senso, non deve essere puntato sui giovani. Bisogna puntarlo invece sulle istituzioni scolastiche, che non fanno il proprio dovere ed evitano di parlare di alimentazione e di come funziona esattamente un’industria alimentare, non educando i ragazzi e le ragazze a delle scelte alimentari consapevoli. Non si parla neanche a fondo di quanto questo tipo di industria sfrutti i propri dipendenti nell’intensiva produzione di carne e derivati animali, limitando sempre più la produzione autonoma di contadini e allevatori.

Ma non si parla solo di carne e bestiame; anche alcuni alimenti vegetali come il mais e la soia impoveriscono il nostro pianeta dato che l’incremento esponenziale della loro produzione sta portando allo sfruttamento di una fetta sempre maggiore della superficie terrestre, divorando intere foreste e praterie. Ma questa crescita deriva soprattutto dalla inarrestabile richiesta di mangimi destinati agli allevamenti intensivi animali. I fattori dannosi che vengono messi in atto da queste tipologie d’industrie devono essere resi noti e, soprattutto, bisogna consapevolizzare i consumatori sul mondo che c’è dietro la produzione di ogni alimento; sugli ingredienti che vengono utilizzati nella loro fabbricazione (che per la maggior parte delle volte sono dannosi alla salute), su dove vengono prodotti, su quanta energia viene sprecata e su quante risorse vengono rubate al nostro pianeta. Le nostre piccole ma grandi scelte alimentari influirebbero in maniera sostanziale sul cambiamento ambientale ma trovo molto facile dichiarare guerra alle amministrazioni da un computer. Non è facile, invece, cambiare le proprie abitudini.

Consiglio la lettura di questi testi nella speranza di renderci consumatori più consapevoli:

J. Safran Foer, Se niente importa; perché mangiamo gli animali

E. Schlosser, Fast Food Nation; il lato oscuro del cheeseburger globale

Fonti web

http://www.oneplanetfood.info/sprechi-alimentari/

https://www.beverfood.com/industria-alimentare-italiana-fatturato-2018-140-miliardi-crescita-2-wd/

https://ilmanifesto.it/la-soia-una-monocoltura-che-impoverisce-il-mondo/


[1] J. Safran Foer, Se niente importa; perché mangiamo gli animali, Ugo Guanda editore, Milano, 2017, p. 67

Intervista a Fridays for future Bergamo

di Lorenzo Caldirola

Fridays for future è un’iniziativa politica ma apartitica che dal novembre del 2018 porta studenti di tutto il mondo a scioperare il venerdì manifestando in favore dell’ambiente e contro il surriscaldamento climatico. Altro ha avuto l’occasione di intervistare due giovani membri del coordinamento bergamasco del movimento per scoprire cosa si cela dietro l’organizzazione delle manifestazioni che hanno fatto tanto discutere nel maggio e nel settembre del 2019.

Il gruppo conta quasi un centinaio di studenti, quasi tutti delle superiori, ma anche universitari e qualche ragazzo delle medie. Tutto ciò che il gruppo organizza è interamente pensato e gestito dai ragazzi, i quali, con ammirevoli sforzi e inventiva, non solo tirano insieme manifestazioni gigantesche come quella di settembre ma si occupano anche di molte attività di salvaguardia ambientale come, ad esempio, la raccolta di rifiuti nel territorio.

Le manifestazioni hanno già ottenuto i primi successi, riuscendo a far firmare al comune la Dichiarazione di emergenza climatica, sebbene in una versione più blanda. Gli intervistati riconoscono l’impegno della giunta e si dicono fiduciosi riguardo al futuro.

Parlando nello specifico della manifestazione di settembre e dello straordinario successo di affluenza i ragazzi si dicono entusiasti e riconoscono alle scuole il merito di aver concesso agli studenti di partecipare alla manifestazione senza essere considerati assenti a lezione. Questo da un lato è positivo poiché ha appunto consentito un’affluenza senza precedenti, d’altra parte questa scelta in buona fede da parte delle istituzioni ha smorzato il lato più ribelle del movimento, quello degli scioperi e dei disagi, e perciò da alcune personalità vicine è stato visto con sospetto.

Quello che per gli intervistati è certo è che la scuola ha cominciato a prendere coscienza dell’emergenza che ci troviamo a vivere, e questo è un importante passo avanti. La strada però resta ancora molto lunga. Gli scioperi infatti perdono buona parte della loro efficacia se non provocano disagi, ma perché questo avvenga non bastano gli studenti, serve che scendano in piazza anche i lavoratori. La cosa non sembra così immediata; forse per disinteresse, forse per sfiducia verso i più giovani, i sindacati hanno appoggiato solo timidamente gli scioperi per il clima non invitando a conti fatti i lavoratori a partecipare alla manifestazione se non in casi limitati e poco chiari.

Questo carica sulle spalle dei soli ragazzi l’intera organizzazione di eventi così importanti. Stiamo parlando di mesi e mesi di intensa attività di organizzazione e finanziamento. È doveroso sottolineare infatti che queste manifestazioni non sono sponsorizzate in alcun modo, sono i ragazzi a organizzare campagne di autofinanziamento, e che l’impatto ambientale di tutto quanto viene tenuto il più basso possibile, con ogni espediente che i mezzi a disposizione di Fridays for future consentono e non senza ingegno.

Nel complesso i ragazzi mi sono parsi seri e appassionati, con tanta voglia di fare e idee abbastanza chiare in testa. Certo, non è facile scontrarsi col mondo degli adulti e degli interessi dei singoli e la strada è ancora lunga, ma impegno e buona volontà non mancano perciò non posso che augurare loro buona fortuna.

Roma, la capitale dei rifiuti

di Francesco Marinoni

Certi problemi ci accompagnano da talmente tanti anni che ormai nessuno si preoccupa più di capire cosa li abbia generati. Ci comportiamo come se esistessero da sempre, come se ormai si fosse messa in atto qualsiasi soluzione, senza esito, e allora tanto vale rassegnarsi. Quando ciclicamente queste problematiche tornano a fare notizia, in occasione di particolari emergenze, infiammano l’opinione pubblica e il dibattito politico, con tutti che si riempiono la bocca di grandi parole e regolarmente finiscono per non fare nulla di concreto, alimentando il circolo vizioso.

Ecco, cosa c’è di più ricorrente e cronico dell’emergenza rifiuti? Tantissime città italiane sono finite a turno sotto esame per le situazioni invivibili in cui i cittadini si ritrovavano a vivere, con le strade invase di scarti di ogni tipo, spesso anche tossici. Napoli, Palermo e soprattutto Roma sono sicuramente fra le più citate, ma è proprio la capitale a far parlare più spesso di sé, tanto che persino il New York Times si è occupato del caso con un conseguente notevole danno d’immagine.

Cerchiamo quindi di capire come mai, dopo decenni di crisi rifiuti e amministrazioni di qualsiasi colore politico, ancora oggi siamo qui ad assistere all’ennesima imbarazzante emergenza. Il primo grande nodo da cui bisogna inevitabilmente partire è un dato fondamentale: il comune di Roma è di gran lunga il primo per numero di abitanti (per avere un’idea, non basta sommare i cittadini di Napoli e Milano per eguagliare i romani) ed ha un’estensione territoriale enorme, quasi 1300 km2. Ne consegue che qualsiasi tipo di servizio opera su una scala completamente diversa dal resto d’Italia e, soprattutto, il quantitativo di rifiuti prodotto è impressionante: 1.7 milioni di tonnellate (quasi il 6 % del totale nazionale)[1] escono dalla capitale ogni anno, di cui solo 700mila è differenziato.

A questo punto è chiaro quale sia il prossimo nodo: 700mila su 1.7 milioni significa circa il 40 % di raccolta differenziata. Non proprio una cifra invidiabile, ma in realtà da questo punto di vista Roma non è nemmeno messa troppo male se raffrontata con il resto del Paese. Seppur ben lontana dai comuni “ricicloni”, soprattutto nel Nord Italia, da questo punto di vista riesce a fare meglio di altre città come Palermo, ferma al 20 % di differenziata. Da questo punto di vista dei progressi si stanno facendo con l’incremento della raccolta porta a porta, ma la scarsa educazione al riciclo dei cittadini e le inadempienze della disastrata AMA (la partecipata che si occupa della raccolta a Roma) fanno sì che togliere i rifiuti dalle strade sia di per sé già complicato.

Ciò che ha fatto scattare l’emergenza, tuttavia, non è la semplice incuria ma un evento ben preciso, ovvero l’incendio del Tmb sulla Salaria[2]. Per capire come questo sia un elemento fondamentale bisogna innanzitutto capire cosa sia un Tmb: si tratta di centri per il trattamento meccanico-biologico dei rifiuti, destinati per lo più ad ospitare la grossa fetta di indifferenziato, ma che di fatto non smaltiscono nulla. Si limitano a pretrattare ed essiccare i rifiuti, che dovrebbero poi concludere il loro ciclo in altri luoghi ma che spesso finiscono per stanziarsi e mettere radici in questi punti di raccolta intermedi (vi ricordate le famose ecoballe in Campania? La maggior parte non si è mossa da lì). Ecco, in Italia i Tmb sono 130 e ricevono ogni anno più del 30 % dei rifiuti urbani, fra frazione secca e umido non compostabile: vediamo quindi che il problema è in realtà in gran parte nazionale, dato che questa è stata la scelta adottata ovunque per lo smaltimento dell’indifferenziato.

Dove finiscono queste 10 milioni di tonnellate? Solo 1.7 viene smaltita in inceneritori a produzione energetica, mentre il 54.2 % termina il suo viaggio in una deliziosa discarica. Con un costo dai 40 agli 80 euro a tonnellata, spendiamo ogni anno dai 200 ai 400 milioni di euro per portare rifiuti destinati alla discarica in un centro che non li smaltisce. Non proprio un affarone, quantomeno per le tasche dei comuni.

Ma torniamo a Roma e al Tmb di Via Salaria. Già prima del rogo la città spediva buona parte dei rifiuti in altri Tmb, sovraccarichi e non in grado di gestire questa mole, e va tenuto conto che mancano centri di compostaggio, per cui all’indifferenziato si aggiunge buona parte dell’umido. Chiaramente, partendo da questa situazione, l’improvvisa chiusura di uno snodo fondamentale ha mandato completamente in tilt il sistema di raccolta, con i risultati che tutti abbiamo visto e letto sui giornali.

Comune e Regione, guidati rispettivamente da Virginia Raggi (Movimento 5 Stelle) e Nicola Zingaretti (Partito Democratico), hanno posizioni opposte su come risolvere la crisi. Mentre il secondo chiede l’apertura di una discarica in città, la prima resta dell’idea che la città non è autosufficiente e mai lo sarà da questo punto di vista, perciò sarà sempre inevitabile spedire una parte dei rifiuti prodotti altrove. Raggi inoltre evoca lo spettro di Malagrotta, l’ultima discarica operante a Roma che finì al centro di un grosso scandalo e venne chiusa dall’allora primo cittadino Marino nel 2009.

Difficile preferire una delle due posizioni, in quanto nessuna di esse può rappresentare una soluzione a lungo termine, e soprattutto difficile pensare che uno stallo sulle proprie posizioni dettate dalla contrapposizione politica possa giovare alla città. La via maestra da seguire è sicuramente aumentare sempre più la quantità e la qualità della raccolta differenziata, con la realizzazione di impianti di smaltimento specifici. Ma questo, come già visto, non è un problema solo di Roma. L’Italia deve iniziare a pensare seriamente a nuovi piani per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, oppure rischierà in ogni momento di ritrovarsi all’improvviso sommersa dalla “monnezza”.


[1] Questo e i successivi dati sono presi da un’analisi di Chicco Testa, presidente di FISE-Assoambiente, su Start Magazine

[2] Per un approfondimento sull’incendio e su questo specifico Tmb si rimanda all’inchiesta di Marina Forti per Internazionale