Cinquanta

di Francesco Marinoni

Ci sono numeri un po’ più importanti di altri. Non si sa bene perché, ma le cifre tonde affascinano sempre e per questo, quando ci siamo messi a pensare a questo numero cinquanta, ci siamo chiesti come renderlo diverso dagli altri, unico. Fra le tante idee emerse alla fine abbiamo scelto un tema che è un po’ l’essenza stessa del nostro giornale e, in generale, di chiunque prenda in mano una penna o una tastiera e provi a scrivere un articolo: la notizia.

Tutti i giorni sentiamo la celebre espressione fake news, diventata di moda da quando ci si è resi conto che, progressivamente, l’informazione si è spostata su internet, con tutte le diversità e problematiche del caso. Come si può verificare una notizia correttamente? Esistono davvero fonti affidabili nell’epoca in cui le informazioni volano a una velocità troppo elevata per poter essere trattate con la dovuta cautela?

Queste erano solo alcune delle domande che avevamo in niente quando abbiamo immaginato il nostro numero cinquanta. Abbiamo cercato di mettere nero su bianco tutta le problematicità della verità e della post-verità, con l’intento di stimolare il lettore a mettere in dubbio ogni cosa di quello che sta leggendo. Altro 50 è un numero da leggere con una certa attenzione e di cui è bene fidarsi poco.

Fare i burloni è divertente e anche per questo abbiamo scelto di provare questo esperimento. Ma il messaggio che vorremmo far passare è di avere sempre in mente che ciò che leggiamo, spesso, è molto meno vero di quanto siamo portati a credere.

Collage

di Paola Gea

La domenica di Pentecoste il Papa è apparso in San Pietro con un paio di baffi scuri e al microfono ha rivelato: «Dio è morto»

una donna presente alla cerimonia è svenuta e lo Spirito Santo è sceso in piazza con il Ponentino per rianimarla

migliaia di fedeli hanno dichiarato di essere stati sfiorati dalla brezza angelica

una reporter ha denunciato di essere stata sfiorata dalla mano di un gendarme vaticano

lo stesso giorno la giornalista è stata accusata di vilipendio sui social

l’ex presidente della Camera dei deputati ha twittato in merito alla vicenda che «certe donne sono solo capaci di lamentarsi invece di lavorare”»

NonUnaDiMeno ha commentato il tweet proclamando per il 15 agosto uno sciopero nazionale di tutte le lavoratrici

negli stessi giorni il Ministro degli Interni in visita al campo rom di via Salviati ha annunciato davanti alle telecamere «boia chi sfolla»

nel silenzio di giornalisti e spettatori dei telegiornali sono esplosi i festeggiamenti del campo accompagnati con musiche dallo spirito ruspante

il Ministro ha spiegato l’accaduto con un’indigestione dovuta alla merenda con pecorino inviato al Viminale da due anonimi pastori sardi il giorno prima

sono immediatamente partite le indagini per tentativo di avvelenamento

il Ministro ha parlato di «ferita al cuore» e la sera stessa ha dichiarato su La7 di avere accettato per addolcire il colpo ricevuto di diventare testimonial per la futura campagna pubblicitaria della Ferrero

su Rai3 lo scrittore e giornalista esperto di mafia ha dichiarato che «sinceramente preferisco salvare i rifugiati e i miei fratelli clandestini piuttosto che aiutare qualche terremotato italiano piagnucolone e viziato»

roghi e processioni che invocano la morte del giornalista soprannominato “L’anticristo” stanno infuocando il centro Italia in queste ore

alcuni parlamentari del Partito democratico a bordo della Ong indagata per favoreggiamento dell’immigrazione hanno invece invitato il giornalista a salpare con loro e festeggiare il neo-segretario con un banchetto in gommone

«ha nominato un rom per la gestione di 800 milioni di euro», finalmente «un segnale forte di apertura dalla sinistra»

nel frattempo, più a Nord alcuni nostalgici dell’Indipendentismo padano mentre il governo perde tempo con l’autonomia differenziata hanno deciso di fare terra bruciata nei territori immediatamente a sud del Po perché «la pacchia è finita per i terroni»

il Ministro del Lavoro ha alzato la tensione condannando il progetto secessionista e rivendicando le sue origini

nella stessa conferenza stampa si è espresso a favore della Flop tax, ha confuso le due “montagne di merda” No Tav e No Tap e ha parlato di un confine francese-adriatico

un insigne studioso dell’Accademia della Crusca lo ha difeso davanti a giornalisti confusi facendo appello a «licenza poetica e stream of consciousness»

ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è forse puramente casuale

Chi di penna ferisce di bufala perisce

di Lorenzo Caldirola

Come avrete sentito, uno dei primi provvedimenti approvati dal neoeletto parlamento europeo è stata l’istituzione di quello che poi è stato sensazionalisticamente chiamato “reato di bufala”.

A spingere molto per l’introduzione di tale normativa sono stati grandi gruppi come Bilderberg e Rotary, i quali hanno messo molta pressione ai vertici UE perché ponessero un freno alle disdicevoli calunnie spesso rivolte ai cosiddetti “poteri forti”.

Queste le parole del Gran Maestro di Bilderberg George Soros l’indomani della decisione dell’europarlamento. «Quello di oggi è un gran giorno per la vera libertà di espressione […] Seguendo l’esempio della Cina e liberandosi dal giogo della menzogna l’Europa può finalmente iniziare davvero a crescere potente e unita senza più tendenziosi e calunniatori che mettano freno al suo imminente splendore.»

Il provvedimento, che deve essere ancora recepito dai singoli Stati membri, prevede la creazione di un BOT ossia di un algoritmo di intelligenza artificiale, in grado di attuare una verifica incrociata delle fonti di ogni articolo pubblicato sul web e segnalare eventuali non conformità alle autorità competenti. Facebook e Google, che da anni stanno sviluppando tecnologie simili, dovrebbero entro novembre firmare un contratto di fornitura esclusiva con l’UE dal valore approssimativo di 7 miliardi di euro.

Le pene per il reato di bufala saranno incrementali e passeranno dall’oscuramento temporaneo del sito che ha diffuso la notizia all’incarcerazione fino a 7 anni dell’autore dell’articolo incriminato. Sarà inoltre, similmente al reato di calunnia, possibile la richiesta di una somma di denaro proporzionale al danno arrecato.

Le parole del giurista italiano Massimo Della Pena: «Data l’evidente discrepanza tra i tempi della giustizia italiana e quelli della rete, per garantire la salvaguardia degli utenti l’iter legale prevederà il blocco preventivo della piattaforma incriminata in seguito ad una segnalazione fino alla decisione del tribunale. È comprensibile il timore delle testate giornalistiche ma dobbiamo pensare innanzitutto ai cittadini, e poi se si comporteranno onestamente non avranno nulla da temere.»

Questa decisione dell’UE non è stata però univocamente ben accolta, non sono infatti mancati i cortei di protesta fuori dalla sede dell’Europarlamento a Francoforte per difendere la libertà di espressione.

Sara, 27 anni, studentessa di lettere: «Se c’è una cosa che odio più delle fake news sono i poteri forti. Non possono averla vinta come e quando vogliono e poi chi l’ha detto che se una cosa non è vera allora deve essere per forza falsa, cioè a volte sono plausibili, verosimili, e poi non è che uno deve per forza verificare tutte le fonti ogni volta che scrive altrimenti la cultura resta nelle mani solo dei professoroni.»

E voi cosa ne pensate? È la strada giusta per combattere la disinformazione? Io nel dubbio da novembre eviterò di condividere online i miei articoli.

The Truman Show

di Rosamarina Maggioni

Truman è un trentenne che conduce una vita apparentemente perfetta: è sposato con una bionda e sorridente infermiera, lavora in una società di assicurazioni e ogni mattina si dirige al lavoro sorridente e affabile con tutte le persone che regolarmente incontra.
Sembra felice e tutto intorno a lui appare perfetto, fino a quando comincia ad accorgersi che c’è qualcosa di strano nella vita che conduce, di ripetitivo e di artificioso. Inizia a riprendere in mano vecchie fotografie di quando era più giovane per cercare di capire qualcosa di più sul suo passato, ma non riesce a venirne a capo. Infatti, è difficile arrivare a capire cosa è stata la sua vita fino a quel momento: una grande finzione. Truman è il protagonista di uno show televisivo iniziato proprio dalla sua nascita, dopo che è stato abbandonato e adottato dagli studi di produzione. Tutto attorno a lui è finzione: vive su una grande isola che in realtà è uno studio televisivo dove tutte le persone che Truman vede sono attori, il cielo è disegnato, la notte e il giorno sono date dalle luci degli studi di produzione e così anche le condizioni atmosferiche.
Gli spettatori amano il Truman Show e da trent’anni non riescono a farne a meno: seguono Truman fin dalla nascita, verso i suoi primi passi, la perdita (finta) del padre in mare, la sua adolescenza e il suo primo vero amore, una ragazza contraria allo show che ha cercato fin dall’inizio di avvisarlo della vita che gli stavano facendo vivere e proprio per questo viene allontanata da Truman.

The Truman show è stato prodotto un anno prima dell’affermarsi del primo reality show americano, la versione statunitense de Il grande fratello,e quindi anticipa ampiamente la tendenza della società contemporanea di mettere la vita degli altri sotto i riflettori, di manipolarla e renderla meno vera.
Il film non solo anticipa un’abitudine pressante dei media della società contemporanea, ma parla direttamente allo spettatore, che spesso si sente vivere in un mondo finto e qualche volta vorrebbe, come Truman, prendere una barca, scappare tra le acque e cercare una via d’uscita dal mondo finto che gli è stato costruito attorno.

Ci resta solo da pensare: la nostra vita è vera o siamo solo protagonisti di un grande mondo fittizio creato da un Dio per sentirsi onnipotente? Lo scopriremo nella prossima puntata.

Il negazionismo storico mette a rischio i rapporti atlantici tra Giappone e Stati Uniti

di Brian Arnoldi

Il 13 dicembre 1937 le truppe giapponesi entrano a Nanchino, allora capitale della Cina, dopo aver messo a ferro e fuoco il nord del Paese per cinque mesi, in quello che fu il più sanguinoso atto del preambolo asiatico alla Seconda guerra mondiale, la Seconda guerra sino-giapponese. L’occupazione giapponese della capitale si protrasse per anni, ma furono i primi mesi a vedere il maggior numero di crimini di guerra: un terzo della città fu dato alle fiamme, mentre l’esercito si insediò nei palazzi governativi e praticò furti e razzie nel resto della città passando in rassegna ogni abitazione. I funzionari cinesi vennero catturati ed insieme a loro tutto il ceto politico e militare della città, oltre ad altre migliaia di cittadini, bambini compresi: la mancanza di campi di prigionia in Giappone ed in Manciuria tuttavia portò all’uccisione dei prigionieri, che vennero massacrati a migliaia nell’arco di poche settimane. Le donne tuttavia furono la categoria sociale colpita con più brutalità: a Nanchino i soldati stuprarono in massa le donne cinesi, torturandole tagliando loro i seni ed arrivando persino ad ucciderle, dopo averle violentate, impalandole con le loro stesse baionette. Proprio per via della brutalità con cui vennero trattate le donne durante l’assedio della città, il saccheggio della capitale cinese ed i crimini di guerra annessi sono spesso indicati con il termine stupro di Nanchino.

Eppure, consultando un libro di Storia edito in Giappone o un manuale storico per le scuole, della locuzione stupro di Nanchino non vi è neanche traccia. Molti manuali non parlano nemmeno degli avvenimenti, annoverandoli tra i fatti di secondaria importanza che prepararono il teatro per la Seconda guerra mondiale, che certamente non mancò di dare prova al mondo dell’efferatezza di altri popoli. Non è però qui che si fermano il negazionismo ed il revisionismo storico del Giappone: la Guerra sino-giapponese e la Seconda guerra mondiale vengono spesso trattate in maniera parziale e distorta, arrivando persino a mentire ai cittadini in merito alla natura dell’attacco a Pearl Harbor. La guerra viene travisata asserendo una finalità anticoloniale del Giappone, che non intendeva conquistare le zone che ha strappato al governo degli inglesi, dei francesi o degli olandesi, ma liberarle dal dominio coloniale. In realtà invece il Giappone collaborò con l’amministrazione francese di Vichy e con le élite inglesizzate, respingendo gli inglesi di discendenza o nazionalità britannica solo perché schierati nella fazione opposta durante la guerra. Agli ex-domini inglesi e francesi comunque i giapponesi concessero un certo autogoverno, facendo anche promesse per un’indipendenza che non si verificò mai: solo nel 1945 infatti l’Indocina Francese divenne indipendente, a guerra praticamente finita e mentre il potere giapponese sulla regione era pressoché nullo. Al contempo, il Giappone aveva però invaso la Thailandia ed aveva sottoposto l’Indonesia ad un regime ancora più stringente di quello dei Paesi Bassi, trattando dunque l’arcipelago indonesiano come una vera e propria colonia.

La visione che il Giappone dà della Seconda guerra mondiale è dunque storicamente ed ideologicamente scorretta, ideata per plagiare le menti dei giovani studenti e per fomentare il nazionalismo nel Paese. E non è dunque un caso che i principali editori di libri scolastici del Giappone siano tutti uomini del PLD (Partito Liberal-Democratico) molto vicini all’attuale primo ministro Shinzo Abe, che rappresenta l’ala più conservatrice e nazionalista del Partito. Questa narrazione, che secondo Makoto Sakurai, leader politico del JFP (Japan First Party, l’Estrema Destra giapponese), ha il fine di «rendere i bambini giapponesi fieri della propria Storia al pari di quelli del resto del mondo», crea però un grande interrogativo: se il Giappone è una delle vittime della Seconda guerra mondiale, chi fu il carnefice del Teatro del Pacifico nella Seconda guerra mondiale? La risposta a questo interrogativo è semplice: gli Stati Uniti d’America. La convinzione che vede gli americani come l’Impero del male che avrebbe aggredito i liberatori nipponici, è oggi condivisa presso una parte cospicua del ceto medio giapponese e non solo dagli estremisti e dai neonazisti, ma viene solo sussurrata nelle stanze del potere della destra sovranista: i suoi esponenti temporeggiano, non ne prendono le distanze procedendo verso una maggiore accuratezza storica ma nemmeno la abbracciano.

Questo avviene perché la collocazione geopolitica del Giappone non può che essere quella atlantica all’interno della NATO: il Sol Levante è circondato da nemici troppo forti, come la Russia e la Cina, per non necessitare dell’aiuto militare e politico americano. Inoltre, il Presidente americano Donald Trump è il modello a cui molti politici della destra nazionalista fanno riferimento: non a caso il nome Japan First Party scimmiotta il motto America First, mentre Trump ed Abe hanno ottimi rapporti personali e politici. Riportare in auge un dibattito vecchio di mezzo secolo sull’interpretazione della Seconda guerra mondiale sarebbe sconveniente per i giapponesi, che si guardano bene dal farlo: allentare i rapporti atlantici significherebbe perdere gli accordi economici di libero scambio con gli Stati Uniti e potenzialmente quelli con i ricchi Paesi NATO, mentre il possibile ritiro delle navi da guerra americane dal Mar del Giappone potrebbe portare a nuove tensioni con la Cina oppure spostare gli equilibri in favore della Corea del Nord. È per questo che il negazionismo revisionista giapponese non viene ancora sbandierato al mondo, ma rimane sopito, pur scalando i consensi del ceto medio e venendo utilizzato dalla classe politica per fare propaganda politica propugnando l’idea di una nuova era di splendore per il Paese. Ed è proprio a questa nuova epoca di splendore che si è rifatto l’Imperatore Naruhito, nipote di Hirohito, l’Imperatore dell’aggressione giapponese a Nanchino: l’era che Naruhito ha inaugurato per il Giappone è infatti chiamata Reiwa, ovvero “splendente armonia”, ammiccando pericolosamente ai nazionalisti giapponesi, che dalla grande e commossa partecipazione popolare all’incoronazione imperiale non hanno fatto altro che ottenere consensi su consensi sul piano elettorale, segnando probabilmente l’inizio della ricaduta del Giappone verso le stesse spire dell’autoritarismo e del nazionalismo che lo portarono, poco più di ottant’anni fa, ad inaugurare la Daitowa Senso, ovvero la Grande guerra dell’Oriente.

Merda d’artista

di Ludovica Sanseverino

Ci troviamo nei prorompenti anni ’60. Gli anni dell’ascesa della tecnologia, della comunicazione di massa e della globalizzazione. Un tempo in cui l’arte ha bisogno, soprattutto, di essere rivalutata anche in campo tecnologico, mettendo in campo artisti che si impegneranno nel porre la tecnologia e la manipolazione dei media al centro delle loro opere, cercando di esercitare un’azione non solo estetica ma politica e sociale. Stiamo parlando di un’epoca in cui la libertà individuale e d’espressione viene richiesta a gran voce, sia agli inizi degli anni 60, simboleggiati dall’America di Kennedy, sia alla fine del decennio con le rivoluzioni culturali del ’68. Gli artisti conseguentemente si rifiutano di adottare metodi “tradizionali”, definiti “ricchi e borghesi”, per creare le loro opere, preferendo materiali poveri e presenti in natura.

Vediamo la nascita di un’arte definita “del consumo”, denominata poi all’inglese popular art (Pop art) dall’inglese e critico Lawrence Alloway, che già aveva iniziato a nascere anche prima dell’inizio del decennio. Un’arte riproducile in serie che in Italia viene presa assolutamente alla lettera da Piero Manzoni e la sua Merda d’artista; un artista che cavalca l’onda dell’arte concettuale dove, appunto, l’idea viene molto prima della realizzazione dell’opera stessa. L’opera di Manzoni fu creata nel 1961 e in sé sigilla un vero e proprio concetto provocatorio: Manzoni confezionò esattamente 90 scatolette (la dicitura esterna di ogni scatoletta recita: “Merda d’artista. Contenuto netto gr 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961”) al cui interno dovrebbe essere presente ciò che viene dichiarato nell’etichetta. Le opere sono pensate per essere vendute a seconda delle quotazioni di mercato raggiunte dall’oro.

Ovviamente, le suddette scatolette non possono essere aperte, ergo bisogna fidarsi della parola dell’artista, che da solo l’ha eletta a opera d’arte. Al suo interno dovrebbe esserci del materiale da lui definito intimo, ma nessuno saprà mai esattamente cosa conterranno. Nel 2007, in un articolo del Corriere della sera, Agostino Bonalumi, amico di Manzoni, afferma che all’interno del barattolo è contenuto solo del gesso. Invece, nel 2008, Bernard Bazile esibì a Parigi una delle lattine aperte e all’interno era presente una lattina più piccola avente al suo esterno la stessa dicitura. Insomma, come si suol dire, una gran presa per il culo. Basti pensare che Vittorio Sgarbi, in una puntata de L’aria che tira, definì le suddette scatolette come “scatolette di merda”, associandole in parallelo al concetto delle fake news. E se lo dice Sgarbi…

Il vasto oceano nero

di Rosamarina Maggioni

Alcuni scienziati svizzeri, che hanno recentemente attirato l’attenzione dell’intera comunità scientifica, sostengono di poter dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la città perduta di Atlantide si trovava su Marte e che i suoi astronauti commerciavano con l’antico Egitto, creando una relazione di scambio commerciale e culturale. Ancora più incredibile è la teoria secondo cui il leggendario Re Tutankhamon morì in un incidente aereo mentre si trovava su una navetta spaziale con equipaggio alieno.

«La civiltà marziana è stata distrutta da un meteorite, mentre l’Egitto era ancora ai suoi inizi», ha detto il Dott. Stephan Weisz ad un raduno di giornalisti e scienziati a Berna, in Svizzera. Ma gli Atlantidei hanno lasciato il segno sia sulla Terra che su Marte. Le fotografie top secret scattate sul pianeta rosso da sonde americane mostrano chiaramente i resti di templi sulla superficie.

«Le Piramidi d’Egitto e la capacità di mummificare il corpo umano sono sicuramente il frutto di tecnologie che non hanno avuto origine sulla Terra, ma da qualche altra parte, in questo caso Marte. È nostra convinzione che gli Atlantidei abbiano donato queste tecnologie agli egiziani in cambio di oro.»

Il Dr. Weisz e un suo collega, l’egittologo Conrad Vetsch, hanno affermato che una pergamena egiziana recentemente decifrata li ha portati a credere che Atlantide fosse situata su Marte: il rotolo descrive una civiltà tecnologicamente avanzata esistente oltre il nostro pianeta «nel vasto oceano nero dello spazio.»

«I ricercatori sanno da tempo che gli egiziani sono stati esposti al volo, infatti un modello elaborato di quello che loro chiamano aliante è stato trovato nella tomba di Tutankhamon», ha detto il Dott. Weisz al gruppo. «Alla luce delle informazioni raccolte dalle pergamene, ora vediamo che l’aliante era infatti la replica di una navetta spaziale; ed è proprio questa navicella spaziale ad essersi schiantata con a bordo il faraone egiziano.»

Non tutti i presenti alla conferenza hanno concordato totalmente con le teorie degli esperti, ma pochi hanno escluso categoricamente la possibilità che sia fondata. Il Dr. Seth Rausch, uno storico tedesco, crede che i ricercatori svizzeri siano andati troppo in là, chiamando la civiltà marziana Atlantide: «Non dubito che gli Egiziani fossero in contatto con gli extraterrestri», ha detto l’esperto, «ma fino a quando non ispezioneremo le rovine su Marte, non c’è modo di sapere se sono i resti di AtlantideA mio parere, se Atlantide è esistita, è esistita qui sulla Terra.»

L’astronomo norvegese Elling Gade ha concordato che: «É possibile che Atlantide sia stata una colonia di una civiltà aliena, ma sicuramente si trovava su questo pianeta».

A questo punto non sarebbe ingenuo pensare che il progetto della NASA di mandare un equipaggio umano sul pianeta rosso sia un pretesto per cercare di confermare queste tesi. Non ci resta che aspettare il primo uomo su Marte.

Una cura per Sansone

di Elisa Morlotti

Con il passare degli anni, i ragazzi giovani temono sempre più quel difetto fisico che viene detto comunemente “pelata”. Intorno ai trent’anni circa, moltissimi uomini iniziano a vedere i propri capelli cadere e non ricrescere più, per un processo fisiologico denominato scientificamente Alopecia androgenetica. La causa di questo fenomeno è nota e risiede in un enzima chiamato 5-alfa reduttasi di tipo 2. Questo enzima trasforma il testosterone (l’ormone tipico del sesso maschile, responsabile dello sviluppo di tutte le caratteristiche proprie di un uomo) in una sostanza leggermente diversa, il DHT, o diidrotestosterone, il quale provoca l’atrofizzazione e la conseguente morte dei follicoli dei capelli.

Alcuni metodi per combattere la calvizie sono universalmente conosciuti, il più efficace dei quali è sicuramente l’autotrapianto di cuoio capelluto. Recentemente, si è scoperto che due farmaci, la finasteride e il monoxidil, già concepiti per altri scopi, permettono di ridurre il processo di atrofizzazione dei follicoli. Il problema di queste sostanze farmacologiche sono gli effetti collaterali dovuti ad un’assunzione prolungata nel tempo: ipertensione, infiammazioni diffuse e croniche, impotenza, depressione.

Un’importante novità su questo fronte viene da Mia Rosselli, giovane ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università di Bolzano. In una sua recentissima pubblicazione, ancora oggetto di studio per la comunità scientifica, Rosselli presenta una cura preventiva per l’Alopecia. Si tratta di un antico metodo ideato dai nonni della ricercatrice, farmacisti ed erboristi, che sfrutta esclusivamente molecole e principi attivi naturali. La cura consiste nell’applicazione sulla cute e i capelli di tutto il capo una lozione a base di limone, banana, ginepro e foglie di aloe. Gli impacchi devono essere ripetuti tre volte al mese per tre mesi, e ogni volta bisogna lasciar agire la lozione sul capo per almeno tre ore. Tutti i clienti dei nonni di Rosselli si ritengono soddisfatti di questa cura, che sembra essere efficace nella quasi totalità dei casi.

Il merito di Rosselli sta nell’aver dato un fondamento scientifico ad un metodo già considerato utile e sicuro da tutti coloro che ne conoscono l’esistenza. Grazie alle svariate conoscenze nell’ambito della biologia e della chimica, la giovane ricercatrice è stata in grado di spiegare il motivo per cui questa cura può davvero prevenire la calvizie: l’acido citrico del limone, se combinato con l’acetato di isoamile della banana e con i flavonoidi del ginepro e dell’aloe, produce una sorta di barriera organica che avvolgerebbe il follicolo e lo proteggerebbe dall’attacco del DHT.

Se la comunità scientifica dovesse ritenere la ricerca sufficientemente attendibile e precisa, probabilmente questo nuovo farmaco, completamente naturale e senza effetti collaterali, sarebbe la soluzione al problema della calvizie maschile. «Problema che spesso viene sottovalutato» spiega il dottor Francesco Migoni, professore ordinario di Psicologia all’Università di Camerino. «La maggior parte degli uomini, quando perde i capelli, subisce un trauma emotivo simile a quello dovuto al tradimento di un amico.» Oltre ad essere un segno visibile dell’età che avanza, per il subconscio dell’uomo la calvizie rappresenta la perdità di mascolinità e di autorità. Anche se spesso questo non è percepito dalla sua coscienza, la calvizie provoca in un uomo un malessere diffuso, malinconia, insicurezza, svilimento e, in alcuni casi, perfino depressione. «Questa nuova cura, se confermata, potrà aiutare i molti uomini che soffrono della cosiddetta Sindrome di Sansone, donando loro sicurezza e tranquillità nel loro percorso di crescita e invecchiamento. È per questo che questa ricerca è così importante e interessante: fra qualche anno probabilmente Rosselli godrà di grande fama nel mondo scientifico», conclude il professore.

Sottozero

di Susanna Finazzi

Come si capisce se una persona è ancora viva? Di solito si controllano le reazioni agli stimoli, il battito cardiaco o la respirazione, ma questi metodi non sono considerati validi per tutte le situazioni. Apparentemente, il caso di Shri Maharaj, un leader spirituale indiano, è uno di questi: i suoi seguaci credono che sia in uno stato di profonda meditazione fin dal 2014 e rifiutano di accettare i segnali che dimostrano che l’uomo è inequivocabilmente morto.

Per la religione induista la meditazione è uno dei momenti più importanti dell’intero percorso spirituale di una persona. Meditando si dovrebbe avere accesso agli stadi più alti della coscienza e, dopo un lungo allenamento che dura tutta una vita, si può aspirare al raggiungimento dell’illuminazione.

Maharaj era – o è, a seconda dei punti di vista – uno dei guru più famosi di tutta l’India. Il fatto di essere nato in una famiglia di bramini benestanti gli ha permesso di studiare in Germania e, qualcuno dice, farsi una famiglia, prima di lasciare tutto per andare alla ricerca della propria realizzazione. Ha incontrato i maggiori leader spirituali asiatici, compiendo pellegrinaggi nel nord dell’India e in Nepal. Sulla catena dell’Himalaya è rimasto in meditazione per diversi giorni di seguito, incurante delle bassissime temperature, senza mangiare né bere. Per questo, quando nel 2014 non è più riemerso dallo stato meditativo, i suoi seguaci hanno pensato che fosse sulla strada giusta per raggiungere l’illuminazione e hanno deciso di non disturbarlo. Per molto tempo hanno impedito le analisi mediche, finché il caso non è passato alla corte del Punjab, una divisone della Corte Suprema indiana, che si è trovata di fronte al dilemma di dover stabilire se Shri Maharaj era vivo o morto. I medici incaricati dell’accertamento hanno riscontrato un arresto cardiaco e confermato la versione della polizia del Punjab, che aveva dichiarato che il guru era morto da un pezzo.

La Corte Suprema, invece, ha affermato che essendo “una questione di spiritualità” si doveva “rispettare la convinzione dei suoi seguaci che lui fosse ancora vivo”. A questo punto è iniziata una battaglia tra i fedeli di Maharaj e la sua famiglia, che lui apparentemente aveva abbandonato per seguire la vocazione religiosa. I seguaci della setta fondata dal guru affermano che lui non si è mai sposato e non ha mai avuto il figlio che invece, presentandosi come tale, è comparso davanti alla Corte Suprema per veder riconosciuto il decesso di suo padre. Affidandosi alle perizie mediche, l’uomo si è opposto all’idea che il leader spirituale potesse essere ancora vivo e ha protestato contro l’iniziativa di conservare il corpo in un apposito frigorifero. I fedeli, infatti, sono convinti che esponendo Maharaj alle stesse temperature che ha affrontato in Nepal lui possa concludere il suo stato meditativo e “ritornare quando vuole” senza conseguenze.

Il figlio del guru sostiene che questa sollecitudine nel negare la morte di suo padre sia dovuta all’enorme ricchezza da lui accumulata negli anni, su cui la setta perderebbe la presa se fosse riconosciuto non solo il decesso ma anche la presenza di una famiglia. Maharaj ha fondato uno degli ordini religiosi induisti più famosi, con milioni di fedeli sparsi per l’India e per il resto dell’Asia, fedeli che non hanno intenzione di credere che un guru così importante possa essere semplicemente morto.

Oggi il corpo di Maharaj è ancora conservato in un frigorifero, a temperature molto sotto lo zero, mentre molti induisti attendono che la meditazione più lunga del mondo possa finalmente arrivare alla fine.

Democrazie al limite

di Francesco Marinoni

Quando si pensa a un colpo di Stato, la nostra mente evoca probabilmente immagini di militari, palazzi in fiamme e guerriglia nelle strade. La storia tuttavia, in particolare quella contemporanea, ci insegna che non sempre le cose accadono in questo modo. I golpe striscianti e subdoli, le prese di potere attraverso mezzi diversi dalla forza bruta avvengono e spesso, proprio per questo motivo, tendono a passare pericolosamente in sordina. Anche in una democrazia infatti, specie se giovane e fragile, non sempre i passaggi politici sono del tutto cristallini e il rischio di derive autoritarie non è mai del tutto escluso. Senza scomodare gli esempi del ‘900 (Hitler, ricordiamolo, passò dalle elezioni prima di assumere pieni poteri), concentriamoci su un caso molto più recente: il Brasile. Un Paese, in cui solo dal 1988 è stata ristabilita la democrazia dopo gli anni della dittatura militare, che ha sperimentato sulla propria pelle quanto possa essere difficile la transizione da un ordinamento politico a un altro. E quanto questo processo possa portare con sé molte insidie.

Il Brasile, come ben noto, fa parte dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ovvero quelle nazioni considerate come le nuove potenze nascenti in rapido sviluppo. Grazie infatti alla enorme disponibilità di materie prime e forza lavoro, il Paese ha attirato su di sé l’attenzione delle grandi multinazionali, con un conseguente enorme flusso di capitali investiti. Questo, naturalmente, ha fatto gola alla nascente classe politica brasiliana, che fin da subito è stata coinvolta in numerosi casi di corruzione sistematica: nei primi mandati i partiti principali (MDB, PTC e PSDB) si sono spartiti ad ogni elezione le posizioni di potere e con esse le grosse fette di denaro delle grandi aziende.

La conseguenza, naturalmente, è stato un progressivo aumento delle disuguaglianze, con una massa sempre crescente di popolazione in condizioni di povertà estrema. In quegli anni fa il suo esordio sulla scena politica un personaggio nuovo, che promette idee rivoluzionarie e si batte per i diritti degli ultimi: è Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori), che diventerà un personaggio chiave delle vicende politiche brasiliane. Nel 2002, dopo diversi tentativi, vince le elezioni e diventa Presidente. Durante i suoi due mandati mette in atto riforme di vitale importanza, che aiutano molte persone in condizioni disperate a raggiungere condizioni di vita dignitose.

A succedergli è Dilma Rousseff, con un passato da oppositrice del regime, scelta da Lula come candidata del PT per le elezioni del 2010. Uno degli impegni principali della nuova Presidente è la lotta alla corruzione dilagante. Con il lancio della cosiddetta Operazione Autolavaggio nel 2014, anno in cui Dilma viene rieletta per il suo secondo mandato, la magistratura ottiene mezzi d’indagine, strumenti punitivi e libertà d’azione per incriminare moltissimi esponenti politici, scoperchiando il vaso di Pandora delle tangenti che sistematicamente coinvolgono tutti i principali partiti. In particolare, lo scandalo riguardante la compagnia petrolifera Petrobas è uno dei più importanti e diventa l’occasione perfetta per il candidato Presidente sconfitto, Aécio Neves del PSDB, di rivalersi sulla sua avversaria.

Infatti, anche il partito di Lula viene coinvolto nelle indagini: spunta un appartamento, apparentemente donato all’ex Presidente da persone coinvolte nello scandalo. Le indagini continuano e si distingue particolarmente un magistrato, Moro, che accusa direttamente Lula di corruzione e riciclaggio di denaro. Il consenso popolare di Dilma subisce un notevole calo: pur non essendo coinvolta in prima persona, la sua immagine è infangata da quella del partito. Le piazze iniziano a riempirsi di manifestanti che chiedono la deposizione della Presidente, spinte dalle opposizioni che si appellano a Moro come salvatore del Paese. Gli altri partiti infatti approfittano della situazione per attaccare tutte le politiche portate avanti da Dilma, arrivando (nel 2016) a una richiesta di impeachment, che viene fatta arrivare al Senato.

La Presidente viene deposta anche con i voti dei deputati alleati di governo, pur non essendo di fatto coinvolta in nessuna indagine, e il suo posto viene preso dal vice Temer, esponente dell’MDP. I senatori durante il voto si riempiono la bocca di parole in difesa della legalità, ma la manovra che avviene è strettamente legata a motivi politici. Lo strumento prezioso della Operazione Autolavaggio è ormai una vera e propria arma che i partiti utilizzano per infiammare le piazze e manovrare i consensi. Il colpo di grazia, però, arriva durante la campagna elettorale seguente.

Lula, ricandidatosi, è dato ancora avanti nei sondaggi. Il suo principale avversario è Jair Bolsonaro, ex capitano dell’esercito ai tempi del regime, che rivendica con orgoglio il suo passato e spinge per un Brasile che svolti pericolosamente a destra. È proprio in questo momento che il processo dell’ex presidente arriva a una conclusione: Lula viene condannato, pur in assenza di prove effettive riguardanti lo scandalo dell’appartamento, ed è costretto a ritirarsi dalla corsa, lasciando al suo avversario la strada completamente spianata.

Il seguito già lo conoscete: Bolsonaro diventa il nuovo presidente del Brasile nel 2018, nonostante fino all’ultimo il Paese sia diviso fra le manifestazioni dei suoi sostenitori e quelle in favore di Lula. I messaggi nostalgici lanciati sono molto chiari e hanno fatto il giro del mondo. Con la sua elezione, il Brasile ha dimostrato quanto una fragile democrazia sia costantemente in pericolo e come un regime militare sconfitto possa tornare anche senza un esercito.

Per approfondire le vicende politiche brasiliane consiglio la visione di Democrazie al limite, documentario disponibile su Netflix.