Giovani dentro

di Francesco Marinoni

Non è mai bello mantenere la stessa prospettiva sul mondo. Cambiare punto di vista, guardare le cose da angolazioni diverse. Anche un giornale come il nostro, scritto da giovani per giovani, ogni tanto si stanca e sente il bisogno di fare qualcosa di diverso. Cosa c’è di meglio di provare a percorrere un cammino completamente nuovo?

Abbiamo deciso di occuparci di chi, per definizione, sta ai nostri antipodi, ovvero della generazione che, nata molto prima di noi, ci guarda e guarda il mondo con occhi molto diversi dai nostri. Nel nostro Paese, come in molti fra i più sviluppati, è inesorabile ormai l’aumento dell’età media, il che porta naturalmente a dei cambiamenti in molti aspetti della società. Pensiamo per esempio al sistema pensionistico, che diventa sempre più insostenibile e oggetto di costanti riforme di adeguamento. In generale, i cambiamenti della società si riflettono sempre in conseguenze su ogni piano: culturale, politico, economico.

Il nostro obiettivo è stato quindi quello di cercare di comprendere e analizzare questi cambiamenti, per poi parlare anche di diversi contesti, nel resto del mondo, dove il ruolo degli anziani è molto diverso da quello a cui siamo abituati. Con l’aggiunta di un pizzico di ironia, il nuovo numero è servito! Buona lettura, a giovani e meno giovani.

Giovane fino all’ultimo

di Francesco Ronzoni

Quando per la prima volta venni sconfitto, mi resi subito conto di essere vecchio. Fu un colpo forte per me, che mi lasciò un sapore amaro in bocca. Il tempo del mio regno era crollato, ormai ero passato in secondo piano, inutile agli altri e a me stesso. Dopo sedici anni di vita, dovetti ammettere che l’esperienza non può vincere la forza dei giovani. Uno spiraglio di quest’idea mi aveva già fulminato nove anni or sono, quando la mia gloria venne per la prima volta cantata in tutta la savana. Avvenne che, mentre sferravo il mio ultimo colpo sulla pellaccia di mio padre, graffiandolo mortalmente, intesi che la mia gioventù era la più forte arma di cui disponessi. Da quel momento in poi, ogni leone seppe riconoscere ed evitare il mio ruggito. Nella savana non c’era anima che non mi conoscesse. Le antilopi e le zebre salutarono molti cari a causa mia; gli elefanti e le giraffe rispettarono il mio territorio con venerazione e sottomissione; i giaguari ed i ghepardi, con il tempo, accettarono di fare banchetto con gli avanzi; mentre per le iene e per gli avvoltoi io fui una grande divinità: capace di procurare ingenti risorse di cibo, lasciavo dietro le mie spalle una montagna di carcasse, che ai loro occhi è il più lauto dei pasti. Ma la vita non mi concedette più di nove anni. Fu uno dei miei stessi figli che mi sfidò: giovane e scriteriato, si contrappose al mio passaggio e poi, ruggendo, mi invitò ad intraprendere uno scontro con lui. I miei istinti tremarono, consci della superiorità del nemico. Non avevo speranze di vincere il combattimento puntando sul fisico, così fui costretto a considerare bene le mie energie e pazientare, in attesa che il mio avversario mi attaccasse. Quando caricò, il suo scatto lo portò in alto sopra di me, a sufficienza da poter raggiungere la mia pelle con i suoi artigli acuminati ed infliggermi ferite superficiali. La mia agilità venne messa a dura prova e altrettanto fu per i miei muscoli. Cercai, allora, di sfruttare il momento di confusione, mentre entrambi rotolavamo ferocemente aggrappati l’uno all’altro, per mordergli il muso, mirando soprattutto ad accecarlo e a ferirlo alla mandibola. Chiusi le mie mascelle su di lui, ma non fui abbastanza veloce nel ritirarmi e i suoi canini affilati seppero raggiungermi ed infierire sul mio collo, aprendo una vecchia ferita. Ci dividemmo dalla nostra presa e, a quel punto, la situazione fu chiara a tutti, in particolare ai giovani leoni che ci osservavano, curiosi. Per me la storia tramontava, segnando l’alba di un nuovo regno; sebbene io fossi stato il più forte: tra tutti, l’unico imbattuto, la vecchiaia giunse anche da me. Fortunatamente questa vecchiaia che mi pesa tanto non durerà molto, giusto il tempo di dissanguarmi, così potrò finalmente ingrassare nuovi avvoltoi, continuando il ciclo della natura; e non potrei chiedere di meglio alla mia morte, se non di essere il principio da cui possa scaturire altra vita. Eppure io, adesso, sono ancora solo un vecchio e come tale mi abbandono nel ricordo e nella memoria, sperando di poter mettere una volta per tutte pace alla mia esistenza.

Non scordatevi del vecchio Chievo

di Francesco Marinoni

Il calcio è un mondo strano, fatto di grandi incertezze e di attimi, momenti. Le stagioni si susseguono una dopo l’altra e quasi sempre ci sono elementi di novità, sorprese, diverse squadre che si contendono i vertici delle competizioni nazionali e mondiali, altre che cadono in disgrazia. Ogni tanto però si creano dei cicli, delle costanti che nel corso degli anni si ripresentano.

Il Chievoverona per me, dai primi ricordi che ho della Serie A, è stata una di quelle. Una squadra modesta, che rappresenta un quartiere di una città in cui la compagine principale è storicamente un’altra (l’Hellas), e che ogni anno riusciva a trovare un modo per salvarsi e restare nel massimo campionato, con un gioco i cui caratteri principali erano la noia e la difesa dello 0-0. Insomma, l’anti-calcio per eccellenza. E proprio per questo da allora non ho potuto fare a meno di affezionarmi a quei colori, per pena e compassione ma allo stesso tempo stupendomi di come riuscissero ogni volta a farla franca. In uno stadio totalmente sproporzionato rispetto al pubblico misero, ogni domenica andava in scena la stessa terrificante partita di catenaccio e sofferenza, condita ogni tanto da gol di rapina o da imbarcate allucinanti. Meraviglioso.

Se poi a questo si aggiunge la serie di calciatori che indossavano (e in alcuni casi indossano ancora) quella maglia, il fascino non può che crescere. Gente come Sergio Pellissier, che ha di recente deciso di appendere gli scarpini al chiodo dopo una vita in gialloblu, legato a doppio filo al Chievo e che, per quanti attaccanti arrivassero, restava sempre lì e ogni tanto sfoderava pure qualche gol. Tra i tanti, due momenti da non dimenticare: forse ricorderete la tripletta alla Juventus a Torino, ma Sergio ha anche giocato una partita con la maglia della Nazionale, segnando pure un gol clamoroso. Figure come Stefano Sorrentino, che nessuno sa più ormai quando smetterà di difendere quella porta, che pur incassando quattro pere riesce ad essere il migliore in campo. E come non dimenticare Luciano, altra bandiera inossidabile, celebre per aver falsificato la sua carta d’identità dichiarandosi più giovane di 3 anni.

Quest’anno però, il vecchio Chievo non ce l’ha fatta. A pochi dispiacerà, ai più farà quasi piacere vederli in Serie B, ma a me mancherà terribilmente. E perciò ho voluto rendergli omaggio proprio nel momento peggiore degli ultimi anni, quando nessuno ormai ne canta più le gesta. Per ricordare quello che, nel suo piccolo, è stato una sorta di miracolo sportivo. Che vi piaccia o no, il calcio è fatto anche di tutto questo.

Levati, non vedo la gru

di Lorenzo Caldirola

Sporadicamente vengo tormentato da una domanda. Non succede spesso, ci mancherebbe impegnato come sono in questioni di capitale importanza, ma quando capita il dubbio mi dilania.

Vorrete dunque sapere quali altissime questioni possano arrovellare la mia limpida mente, solitamente alta sopra i banali problemi mondani. Ecco, quello che più mi turba è sapere cosa cacchio ci sia di così interessante nei cantieri. Perché uomini vecchi e saggi, con le spalle cariche di vite e di esperienze, che hanno già penetrato in buona parte i bui misteri dell’esistenza perdono giornate intere osservando operai al lavoro.

Un ingenuo potrebbe archiviare la questione sostenendo che si tratti solo di cadaveri ambulanti con troppo tempo libero e poca iniziativa, ma non potrei mai ridurmi a una risposta così misera. C’è sicuramente qualcosa dietro e di sicuro è bello grosso.

Iniziamo dalle cose più immanenti. Può darsi che i muratori siano dei brillanti conversatori o, più probabile, dei pazienti ascoltatori, pronti ad accogliere lo sciabordante fiume di perle che proferisce chi da tempo ha superato i settanta ogni volta che apre bocca. Potrebbe starci, ma questa supposizione si scontra con la realtà della serafica sfericità con cui la maggior parte degli anziani si dedica alla pratica.

Restiamo nello spettro del visibile ma proviamo a compiere uno step ulteriore. Magari nelle precise geometrie dell’edilizia italiana è inscritto il segreto per l’equilibrio dell’anima. Prospettiva interessante ma troppo orientaleggiante quindi che schifo.

Non sono ancora soddisfatto, è il momento di trascendere. E se quello che fanno i vecchi non fosse semplicemente uno stare a guardare ma fossero loro quelli che realmente costruiscono? Per secoli ci siamo chiesti come fosse possibile che 6000 anni fa gli egizi con i mezzi dell’epoca siano riusciti a costruire opere immense come le piramidi. I più arditi hanno ipotizzato che siano stati gli alieni ad aiutarli, ma se invece fossero stati i vecchi? Se superata una certa età una selezionata casta di sacerdoti del mattone sviluppasse straordinarie capacità telecinetiche ascritte soltanto al controllo di materiale edile?

Potrebbe non sembrare la cosa più probabile, eppure è quella che se fosse vera risolverebbe più problemi. Dico io, se una cosa è comoda perché non deve essere anche vera? Chi vi ha insegnato a dubitare, farvi delle domande e ragionare in maniera logica escludendo le ipotesi più improbabili? Ve lo dico io, è stato vostro nonno. Niente di più sospetto!

Ella & John

di Rosamarina Maggioni

Una pellicola dolce e amara, delicata e potente; in una parola: travolgente. Ho visto questo film ormai un anno fa, un sabato sera passato con il mio ragazzo al cinema: usciti dalla sala eravamo entrambi emozionati. La storia è quella di Ella, una donna anziana con forti dolori e altri disturbi dovuti all’età, e di suo marito John, afflitto da perdite di memoria. I due sono destinati a vivere gli ultimi anni della loro vita sotto cure intensive e probabilmente rinchiusi in un centro ospedaliero. Nei primi minuti del film vediamo uno scorcio della loro vita quotidiana, fortemente limitata in tutto dai loro acciacchi, nonostante l’aiuto dei figli ormai quarantenni. Ed è per dire no a tutto questo, ad una vita che non è vita, che i due coniugi decidono di farsi un viaggetto, prendendo il loro vecchio camper sgangherato e guidando a tutto motore in direzione Key West, con meta la casa di Hemingway che John, ex professore di letteratura, aveva sempre voluto vedere. Nota bene: il tutto senza dire nulla ai figli che li cercano disperatamente.

Ed è in questa bizzarra vacanza che il mondo dell’anziana coppia si dispiega agli spettatori. Ci vengono mostrate vecchie foto di famiglia, si scoprono antichi tradimenti ma in ogni scena viene sottolineato la forza dell’amore che l’uno prova per l’altro, diventati ormai parte di una cosa sola. Un inno alla vita e alle sue mille sfaccettature che ci tocca così profondamente perché è esperienza di tutti i giorni: Ella e John potremmo essere noi fra sessanta anni, magari lo sono già i nostri nonni o i nostri genitori. Il tutto accompagnato da una colonna sonora di tutto rispetto: basta citare Janis Joplin con Me & Bobby McGee.

Questo film è riuscito a toccare un tema delicato come quello della vecchiaia, della malattia, dell’autosufficienza e del dolore umano andando dritto al cuore di ognuno, senza tanta retorica. Ha trattato temi scottanti e drammaticamente attuali che non vi cito per evitare spoiler clamorosi ma, credetemi, uscendo da quel cinema non avrete solo visto un film spassoso e toccante allo stesso tempo; avrete visto la vita, forse la vostra o forse no, ma vi farà riflettere sul suo senso, sul suo valore, sulla sua forza, sulla sua bellezza.

Church church burning bright

di Lorenzo Caldirola

Dopo i fatti del 15 Aprile, ovvero l’incendio di Notre Dame a Parigi, e trovandoci a trattare in questo numero di vecchiaia è giunta l’occasione per discutere di monumenti, memoria storica e conservazione dei beni culturali.

Sapete, quando in Italia si parla di certe cose si finisce sempre tra chi «abbiamo il patrimonio storico/artistico/culturale più grande del mondo e non siamo in grado di valorizzarlo» e chi invece «mannaggia la crisi, non abbiamo i soldi per pagare le pensioni, figuriamoci se dobbiamo andare a spendere miliardi per ripulire i monumenti».

Per quanto sarebbe facile parteggiare per la prima opinione non è tuttavia sbagliato considerare che se una chiesa, una colonna, una tomba è lì in piedi da 500, 1000 o chissà quanti anni allora può tenersi insieme per ancora un paio di secoli senza il nostro aiuto. Teniamo presente che Notre Dame ha preso fuoco durante i lavori di restauro; è stupido, parziale e ignorante dirlo ma si può anche provare a fare due più due…

Ulteriore elemento che ha suscitato qualche polemica sono stati i miliardi di euro di donazioni raccolti per finanziare le riparazioni dei danni che l’incendio ha arrecato alla cattedrale francese. È stato meraviglioso vedere quanto grande può essere l’amore del mondo intero per un monumento così importante, peccato che quando si cercavano fondi per il restauro ordinario di Notre Dame, molto prima dell’incendio, tutti avessero il braccino corto.

Demagogia a parte è proprio questo quello su cui intendevo riflettere. Perché se siamo tutti d’accordo sul fatto che prevenire è meglio che curare ci mettiamo in moto solo in seguito a una tragedia? E non parlo solo di Notre Dame e non parlo solo di monumenti *cough* *cough*. Poi ovviamente le variabili in gioco sono troppe e non me la sento di giudicare oltre da dietro uno schermo.

Credo di aver messo in luce una parte del problema e nonostante tutto non ho ancora un’opinione chiara in merito. Cioè boh, le chiese son belle, i quadri son belli, tutto ciò che ci parla di un tempo che non c’è più è importantissimo, eppure mi piace pensare di vivere nell’oggi, di pensare al futuro, di gettarmi alle spalle il passato, non dovrebbe importarmi se una cattedrale va a fuoco, un grattacielo di cristallo è ugualmente bello e mille volte più funzionale.

No dai, ovviamente scherzavo, torniamo a fare la rubrica di Storia. Visitate nuovi posti, andate a vedere musei e monumenti e rispettate ciò che vi sta intorno perché gli uomini passano ma le opere restano, a maggior ragione se ci impegniamo a preservarle. 

Io, vecchia opera d’arte

di Elisa Morlotti

Wang Suzhong è un uomo che vive, ormai da anni, solo, in una casa popolare di Chengdu, nel sud-ovest della Cina. Estremamente attento alla cura della sua persona e alla sua apparenza, si guadagna da vivere posando nudo per gli studenti delle scuole d’arte e delle università della sua città diversi giorni a settimana, anche più di una volta al giorno. Quello che stupisce di quest’uomo è che ha quasi novant’anni.

Per quasi tutta la vita, Wang ha lavorato come sarto nell’industra della moda e, facilitato anche dalla sua professione, è sempre stato attratto dalle forme d’arte che vedono come protagonista il corpo umano. Ha iniziato a lavorare come modello nel 2012. Se da una parte questo impiego ha rappresentato per lui il coronamento di un sogno, dall’altra è un ottimo antidoto alla solitudine e alla malinconia. Wang è uno dei cosiddetti empty nester cinesi, cioè un padre i cui figli hanno lasciato la casa e che è quindi costretto a vivere solo l’ultima parte della sua vita. Gli empty nester sono considerati una piaga sociale per la Cina, tanto che, nel 2013, il governo cinese ha approvato una legge che obbliga i figli che vivono lontani dai genitori a chiamarli o far loro visita frequentemente. In un contesto che considera l’anziano come un peso per la società, e che quindi lo spinge a sentirsi inutile ed escluso, Wang insegna che a qualsiasi età si può essere partecipi della vita sociale e ci si può rendere utile per la comunità. Il messaggio che Wang lancia a tutti gli empty nester della sua provincia è chiaro: nella nostra società c’è un posto anche per voi, non abbiate paura di farne parte. Wang è un esempio e uno stimolo per tutti quegli anziani cinesi che non si sentono più coinvolti e accettati da una comunità a cui hanno dedicato tutta la vita. In questo senso, la storia di Wang è anzitutto la storia di un riscatto sociale.

Wang svolge un lavoro che molti si rifiuterebbero di fare, ma che è estremamente utile per i giovani artisti. Anche se, secondo la mentalità cinese, essere un modello di nudo è ancora disonorevole, ha dato un senso nuovo ed interessante alla sua vita grazie a questa attività.

La sua storia ha tanto altro da insegnarci. Wang ci ricorda che un vecchio non è solo saggezza, nostalgia del passato oppure confusione mentale, ma anche fisicità, e che il corpo di un anziano è un degno soggetto dell’arte. Lo ricorda soprattutto a noi occidentali, che ci vergogniamo di fronte ad un corpo segnato dal tempo e ricorriamo spesso alla chirurgia estetica per sembrare eternamente giovani. Invece, forse con un po’ di coraggio e di spirito di ribellione, Wang si fa dipingere così com’è, con le sue rughe, le cicatrici e la pelle cascante, senza alcun imbarazzo. Ed è bello che lui commenti così: «Questo mi fa sentire come un’opera d’arte».

Boom, baby: Italia, crollo della natalità e difficile ricostruzione

di Paola Gea

474mila nel 2016, 458mila nel 2017, 449mila nascite nel 2018. Si potrebbe ripercorrere la scala dei dati Istat all’indietro, anno dopo anno, fino a raggiungere il cosiddetto baby boom, ovvero il triennio 1963-1965 in cui è stato registrato un incremento demografico significativo in Europa e negli Stati Uniti. Ma sono altri gli anni, più vicini alla soglia del XIX secolo, a fare da anticamera all’attuale fenomeno del continuo calo delle nascite, o dell’invecchiamento della popolazione – a seconda del punto di vista. Nel rapporto Istat su natalità e fecondità del novembre 2018 si legge che, da una parte, le cosiddette baby-boomers (le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase fertile; dall’altra, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti. Queste generazioni scontano l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995. Negli anni immediatamente successivi allo scoppio della crisi del 2008 si è registrata un’inversione di rotta: se dal 1995 il numero delle nascite per anno aveva ripreso ad aumentare, dal 2010 fino a oggi è precipitato, tanto che ogni anno si parla di “minimo storico”; e forse è stato proprio l’aver collezionato tanti minimi storici ad aver spinto, nel 2016, la ministra della salute Beatrice Lorenzin a prognosticare un “crac demografico” per gli anni a venire.

Questa discesa nella palude della natalità, dove le acque della fertilità ristagnano e sembra che nessuna politica sia in grado di bonificare efficacemente la situazione, non riguarda però solo l’Italia: se spostiamo lo sguardo più in là, ad oggi nessuno Stato membro dell’Unione Europea ha un tasso di fecondità che supera il cosiddetto “tasso di ricambio”,ovunque inferiore a 2,1 figli per donna – soglia che permetterebbe di mantenere le dimensioni della popolazione costanti nel tempo. In questa condizione si trovano quasi tutti i Paesi dell’OCSE, anche se l’entità del problema varia da Paese a Paese. Ma c’è qualcuno in particolare che è riuscito a invertire questa tendenza negativa meglio di tutti:la Svezia.

Nonostante il Paese scandinavo registrasse durante il baby-bust le stesse cifre a ribasso degli altri paesi, negli anni ‘90 è stato raggiunto un tasso di fecondità di 2,13: un punto di svolta, grazie all’adozione di efficaci misure di spesa pubblica per la natalità. Se guardiamo agli anni più recenti può essere utile un confronto con l’Italia: secondo le analisi di dati Eurostat, soltanto nel 2016 la Svezia ha speso per “social protection for family/children” il 3 % del PIL, contro l’1,8 % italiano e il 2,4 % medio dei paesi UE. In termini di euro pro capite, la Svezia si attesta su una spesa annua per persona quasi tripla rispetto a quella italiana (di 490 euro). Ciò significa che i benefici per le famiglie con figli assorbono il 10% della spesa pubblica totale svedese, contro il 6 % di quella italiana. Sebbene sia necessario sottolineare che la Svezia parte avvantaggiata per almeno due motivi – il debito pubblico è molto più basso di quello italiano e di conseguenza la spesa per interessi è molto limitata rispetto alla nostra, e inoltre l’evasione fiscale è quasi inesistente, mentre in Italia è intorno all’8 % del PIL – c’è un altro fattore da considerare oltre alla maggiore quantità di risorse a disposizione, un fattore probabilmente più pregnante dei numeri. Si tratta della qualità delle misure.

Il “modello Svezia”, coerente con il modello scandinavo di welfare, si caratterizza per poche e semplici misure rivolte a tutta la popolazione. L’unica condizione per poter richiedere il sostegno economico riguarda solitamente l’età del figlio a carico. Le prestazioni sono erogate in forma di sussidi monetari o di agevolazioni nella fruizione di servizi pubblici (per esempio asili nido o trasporto pubblico locale), mentre sono totalmente assenti interventi dal lato della tassazione. Al contrario, il sistema italiano è frammentato in tante piccole misure di importo e durata limitati, spesso riservate solo ai nuclei familiari in condizioni di disagio economico.

Il congedo parentale svedese è tra i più generosi al mondo: 480 giorni complessivi a disposizione dei due genitori, di cui 390 retribuiti all’80 % dello stipendio medio incassato negli otto mesi precedenti la richiesta. In Italia, invece, il congedo parentale – da cui sono esclusi disoccupati e lavoratori domestici – si può ottenere per un massimo di 300 giorni, con un’indennità pari soltanto al 30 % dello stipendio. A differenza di quanto avviene in Italia, inoltre, la percentuale di padri che usufruiscono del congedo parentale in Svezia è molto elevata.

Per quanto riguarda il “bonus bebè”,in Svezia le cifre si aggirano attorno ai 1.455 euro annui per ogni figlio al di sotto dei 16 anni; l’equivalente italiano – introdotto a partire dal 2015 – prevede invece un assegno di 960 euro annui, destinato per un solo anno alle famiglie con indicatore ISEE inferiore a 25mila euro (il doppio dell’importo per le famiglie con ISEE inferiore a 7 mila euro).
Anche in merito agli asili nido la Svezia si distingue considerevolmente dall’Italia. Grazie al tetto imposto alle rette degli asili (che varia da zero a 134 euro al mese in base al reddito familiare, mentre in Italia, a Lecco, è stata toccata la vetta di 650 euro), secondo i dati OCSE del 2015 una famiglia svedese con due figli al di sotto dei 3 anni e in cui entrambi i genitori lavorano spende mediamente soltanto il 4 % del proprio reddito per pagare le rette. Considerando inoltre l’azione propulsiva degli asili aziendali, non stupisce che in Svezia, secondo i dati Eurostat del 2017, oltre il 50 % dei bambini fino a 3 anni frequenti una struttura per l’infanzia, mentre l’Italia si ferma al 29 %, un dato che si espande e si comprime lungo il divario tra nord e sud, fino ad arrivare al 33 % dell’Emilia-Romagna contro l’8 % della Campania. Oltre alla mancanza di una cultura dell’asilo nido, le ragioni dietro questi dati sono numerose: l’unico strumento di sostegno introdotto in Italia, il “bonus asilo nido”, prevede un rimborso delle spese sostenute per un importo pari a 1.000 euro annui per 3 anni; la carenza di asili nido e le rette elevate orientano le scelte delle famiglie verso contesti abusivi (soprattutto nel Sud) o verso l’aiuto informale dei parenti.

Oggi, il ministro della famiglia Lorenzo Fontana indica tra le cause principali del calo di natalità l’aborto, ma non può nascondersi dietro questo fantoccio per legittimare l’incessante invecchiamento della popolazione, perché se guardasse ai numeri del contesto internazionale si accorgerebbe che più aborti non significano necessariamente meno nascite. Secondo dati Eurostat, i tassi di natalità netti più alti del 2016 sono stati registrati in Irlanda, Svezia, Regno Unito e Francia. Al contrario, i più bassi si registrano negli Stati membri del Sud – tra cui Italia, Portogallo e Spagna. Nello stesso anno il maggior tasso di abortivitàogni 1.000 donne in età fertile (15-44 anni circa) si è registrato in Svezia, Regno Unito e Francia, mentre i tassi più bassi sono stati registrati in Italia, Portogallo e Spagna.

Il ministro Fontana dovrebbe, piuttosto, chiedersi quali possano essere le reali misure da adottare per invertire la tendenza di crisi demografica. Oltre a quelle generali volte alla ripresa economica, infatti, sarebbero imprescindibili delle politiche adeguate disupporto alla genitorialitàfinora mancate negli ultimi anni. Oltre alle invettive contro l’aborto e alla sacralizzazione della “famiglia naturale”, la manovra del governo gialloverde non ha fatto, per ora, che confermare le misure esistenti – ad eccezione del “voucher babysitter”. Le novità previste per il 2019 sono minime: l’importo del “bonus bebè” viene aumentato del 20 % a partire dal secondo figlio; il “bonus asilo nido” sale da 1.000 a 1.500 euro annui; il congedo obbligatorio di paternità passa da 4 a 5 giorni, mentre quello di maternità può essere posticipato fino al giorno del parto in presenza di una apposita autorizzazione del medico. È difficile credere che piccole variazioni di misure già in vigore possano avere un impatto positivo e significativo sui livelli di natalità. Per cominciare, sarebbe forse più opportuno provare a introdurre congedi sul modello svedese e maggiori sussidi per i servizi di cura per l’infanzia.

Brexit: il capolinea della politica europea?

di Francesco Marinoni

Il 23 giugno 2016 uno degli eventi politici più sorprendenti e significativi degli ultimi anni ha scosso l’Europa: il referendum sull’uscita dall’Unione Europea del Regno Unito ha visto la vittoria del Leave, sulla spinta della campagna elettorale di Nigel Farage, leader dell’United Kingdom Independence Party (UKIP). Ad oggi le difficoltà di un accordo bilaterale hanno impedito che l’espressione di voto diventi realtà e negli anni sono emerse tutte le difficoltà legate a un processo mai verificatosi in precedenza e dalla portata politica, economica e sociale enorme. Nonostante questo, i risultati delle elezioni europee, che hanno visto nel Regno Unito la vittoria del Brexit Party del redivivo Farage, dimostrano come l’opinione degli elettori inglesi non sia stata scalfita dalle difficoltà riscontrate per rendere effettiva l’uscita dall’UE.

Farage ha infatti costruito la sua campagna elettorale solo ed esclusivamente sul leitmotiv dell’uscita a ogni costo, abbandonando anche la linea più soft dei Tories che fin dall’inizio erano stati sostenitori del Leave. La retorica del riprendere in mano il controllo del proprio Paese, del tornare ai vecchi valori di una volta e del privilegiare gli inglesi (che è un eco del Make America great again che ha segnato il trionfo di Trump) si è rivelata vincente e ha convinto moltissimi elettori a votare con una scarsissima consapevolezza delle conseguenze.

A proposito di questo voto e più in generale per quanto riguarda la politica degli Stati europei, è evidente come i populismi e i nuovi nazionalismi attirino principalmente l’attenzione e l’interesse delle persone più anziane: una fetta sempre più consistente dell’elettorato in molti dei Paesi più sviluppati, che hanno visto la propria nazione, in un passato abbastanza recente, in una posizione di sovranità e rilevanza internazionale maggiori rispetto ad oggi. La globalizzazione e il progressivo smantellamento degli imperi coloniali hanno avuto come risultato una perdita notevole di peso politico dei singoli Stati, il tutto accompagnato dall’ascesa delle nuove potenze mondiali.

Fra tutte le nazioni, il Regno Unito è sicuramente quella che più ha vissuto, insieme alla Francia, questo fenomeno. Il popolo inglese si è ritirato sulla propria isola abbandonando gradualmente un Impero di estensione intercontinentale: proprio a questa grandezza perduta si appellano i messaggi populisti. La generazione del Leave è quella che ha assistito a questo processo, con un contemporaneo aumento esponenziale delle disuguaglianze sociali che ha portato a un impoverimento del ceto medio a vantaggio di pochi ricchi. È proprio questo infatti il target principale degli slogan di Farage: più che da ideologie razziste o strettamente di destra, gli elettori del Brexit Party sono accomunati da un desiderio di riscatto e di maggiore rilevanza economica e sociale. Non è un caso infatti che il partito abbia tolto voti sia al Labour sia ai Tories, relegandoli a percentuali a dir poco sorprendenti, considerato il forte bipolarismo che aveva caratterizzato la politica inglese per molti anni.

E le nuove generazioni come si collocano in questo scenario? Ci sono segnali di un’inversione di tendenza? Un dato che sicuramente fa riflettere è che fra i giovani domina l’astensione, mentre i più anziani sono i più affezionati al voto: alle elezioni europee hanno votato il 28 % degli aventi diritto fra i 18 e i 24 anni e il 51 % di quelli sopra i 50 anni[1]. Come si può spiegare questo fenomeno? La risposta probabilmente deriva da fattori diversi ed è piuttosto complessa. Sicuramente l’offerta e i programmi politici poco guardano ai giovani, in primo luogo perché, ragionando in ottica puramente elettorale, sono una percentuale molto bassa dei votanti, soprattutto nei Paesi più sviluppati, e allo stesso tempo perché, a parte poche eccezioni, la classe politica e i leader principali sono dei “dinosauri della politica”, cresciuti in un mondo completamente diverso da quello odierno e che faticano ad adeguarsi al cambiamento sempre più rapido della società (basti pensare ai passi da gigante compiuti dal mondo digitale negli ultimi anni). I cosiddetti millenials fanno quindi fatica a riconoscersi in qualche partito o a costruire una propria coscienza politica perché non trovano le risposte alle domande e ai problemi che si pongono (che sono spesso incomprensibili agli occhi di chi ha una mentalità irrigidita dal tempo) e soprattutto hanno pochissimi interlocutori con cui potersi confrontare.

Un esempio lampante di questo scostamento è il dibattito sui cambiamenti climatici. Dalle elezioni europee, risulta evidente come la crescita dei Verdi in quasi tutti i principali Paesi sia soprattutto espressione del voto dei giovani; tuttavia non dappertutto questi movimenti hanno ricevuto la stessa attenzione e rilevanza politica. Se infatti in Germania i Grüne hanno toccato il record del 20.5 %, in Italia Europa Verde non ha nemmeno superato la soglia di sbarramento, attestandosi intorno al 2 %: questa differenza è evidentemente legata a una presenza molto più duratura del partito nello scenario politico tedesco e soprattutto a una precisa intenzione verso un tema che diverrà sempre più cruciale nei prossimi anni e che, purtroppo, nel nostro Paese ancora non si è manifestata.

Quello dei cambiamenti climatici è solo uno dei grandi temi cari alle generazioni più giovani (probabilmente il più importante) e potrebbe e dovrebbe essere un punto di partenza per la creazione di un nuovo orizzonte politico. Non sarà possibile arrivare a eliminare completamente il contrasto generazionale fra persone che inevitabilmente sono nate e vissute in contesti completamente diversi, ma è evidente che nel futuro prossimo bisognerà cercare in qualche modo di limarlo. Se gli europei invecchiano sempre di più, non possiamo permetterci che l’Europa, e il nostro pianeta con essa, subiscano lo stesso destino.


[1] Dati Euronews