Scalare il precipizio

di Francesco Marinoni

Da molti, il potere è considerato come la più potente droga cui noi esseri umani siamo assoggettati: la sete di potere, in misura minore o maggiore, la condividiamo tutti ed è sicuramente una delle pulsioni primordiali che più ci portiamo dentro dal nostro essere animali. Quante volte abbiamo assistito a persone completamente trasfigurate, travolte da deliri di onnipotenza, dopo aver assunto posizioni di comando? È un po’ quello che ci raccontiamo sempre quando facciamo discorsi come “i politici sono tutti uguali”, “pensano solo a riempirsi la pancia” e poi, molto spesso, quando ci si trova nella situazione di poterlo fare anche noi, ci comportiamo allo stesso modo. È il desiderio di fama e di ricchezza (che del potere sono quasi sempre sorelle) che spinge a compiere gesti folli e crudeli pur di prevalere sugli altri.

Il potere ha diversi modi di essere esercitato, ha tantissimi livelli, ma alla base ha sempre un certo grado di egoismo, in sé inevitabile. Che sia economico, militare, politico o di altro tipo, chi lo detiene non è mai una persona qualunque, perché per certi ruoli bisogna avere la “stoffa giusta”, quella necessaria dose di amor proprio che rende capaci di decidere per altri, di dare ordini. Purtroppo non sempre (qualcuno direbbe mai) queste caratteristiche si accompagnano alla capacità di conciliarle con il benessere di chi il potere e le sue decisioni li subisce. Ma dimenticarsi di chi sta sotto, come la storia insegna, è sempre pericoloso: se infatti la scalata è lunga e faticosa, la discesa può essere rapida e rovinosa.

Volere è volere

di Samuele Togni

Voglio quindi posso

posso quindi faccio,

faccio quindi appaio,

appaio quindi sono un’immagine,

sono un’immagine quindi sono più o meno sfuocata,

sono più o meno sfuocata quindi sono più o meno importante,

sono più o meno importante quindi preferirei esserlo di più,

preferirei esserlo di più quindi voglio,

voglio quindi posso,

posso quindi faccio,

faccio quindi… com’era?

Sperimentazione animale

di Bino Lo Sgughi

Ospedale maggiore Milano, centro per la sperimentazione per la propaganda.

*Data: 2/03/2049

*Orario iniz. registrazione: 16:37

*Dott./Dott.essa: Sandra Kontrappali.

*Paziente: Matteo S. #657657

*Registrazione: 

D: «Matteo cos’hai per me oggi?»

M: «C’era una volta un re

Seduto sul cavallo

Diceva alla sua serva:

Raccontami una storia.

La storia incominciò..»

*il soggetto sfrega le mani con gioia*

«Bino Lo Sghigu era solito uscire di casa a far la spesa il giovedì mattina. Non faceva molto, andava al supermercato sotto casa, la lista della spesa settimanale era la stessa da dieci anni. Un’ora e mezza di deliro e paranoia ma poi passava ed era di nuovo a casa. Stiamo calmi. Frase standard, si calma. Gli ordini perentori hanno un’efficacia causale superiore alle richieste. Dopo l’incidente era tutto uno stare calmi. Un calcolare scenari. Un controllare e controllarsi. Ordine significa controllo, controllo significa ordine. Non lo aveva mai capito prima. Il contrario significa morte. Possa il signore perdonarvi tutti, perché io certo non lo posso fare. Questo era per lui Dio. Massimo ordine e massimo controllo. Credeva per ammirazione. Ammirava con emulazione. Giudice ultimo e supremo sedeva alla destra del padre. Scorgeva ogni minima variazione nelle espressioni facciali e agiva di conseguenza per compiacere. Il guru si palesa quando l’allievo è pronto. Se Dio poteva essere considerato il suo guru e lui era suo allievo come i suoi allievi ascoltavano lui, Bino, come il loro. Una setta sempre più influente. Ci stavamo espandendo.»

D: «Matteo questo me lo hai già raccontato ieri, così non va bene. Non vorrai che ritorniamo agli esercizi?»

M: «No dottoressa gli esercizi no, per favore, ho già tanto sofferto, una moneta per un panino la prego scusi farò il bravo ma gli esercizi no.»

D: «Per domani allora il doppio delle parole. Sai cosa succede quando per due giorni non mi dai niente. Il primario ha inventato dei nuovi esercizi, ti avviso.»

M: “Woff woff” 

*il paziente abbaia e mugola*

Note dell’operatore (campo non obbligatorio): il paziente reagisce bene agli stimoli e alle minacce. La produzione di slogan continua e di buona qualità se sostenuta dai necessari incentivi. #656657, particolarmente prolifico. In definitiva NON ancora adatto alla soppressione.

(* campo obbligatorio)

Diventa anche tu un eroe!!

di Lorenzo Caldirola

Ehi tu!! Sì dico proprio a te!! La vita fa schifo?? Le delusioni si affastellano?? Hai un sacco di progetti ma per qualche motivo non riesci a realizzarne nemmeno uno?? Il mondo non va come vorresti e ormai non sai più chi maledire?? Perfetto, ti presento la soluzione facile e veloce per convogliare tutti i tuoi problemi di rabbia e stress e trasformarli in odio e rabbia guerriera: i Poteri Forti!!!

Sono viscidi, freddi, calcolatori, si nascondono nell’ombra, sanno tutto di te ma tu non sai nulla di loro, tramano contro di te per difendere i propri privilegi e non hanno scrupoli a commettere qualsiasi tipo di immoralità per raggiungere i propri scopi.

Ti hanno convinto che la terra sia sferica perché tu non riuscissi a scovare i loro laboratori segreti oltre la barriera di ghiaccio. Ti hanno raccontato la palla dell’inquinamento atmosferico, dell’effetto serra e del surriscaldamento globale solo per poterti venderti automobili green più costose e che necessitano di molta più manutenzione per arricchire la lobby dei carrozzieri. Hanno inventato il motore a idrogeno ma non l’hanno mai diffuso per arricchirsi coi loro giacimenti petroliferi. Hanno trovato la cura a tutte le malattie ma non ce lo dicono per non far fallire Big Pharma. Hanno sviluppato un potentissimo apparecchio per il controllo mentale che però non funziona sugli individui di razza pura, così stanno facendo arrivare a spese nostre milioni di immigrati in modo da creare dei nuovi italiani ibridi più fragili e controllarci tutti nel giro di cinque o sei generazioni. Ti hanno costretto a vaccinarti per iniettarti un siero che ti rende stupido e manipolabile.

Ma tu no, tu sei troppo intelligente per cascare in questi tranelli, tu combatti al mio fianco per salvare l’umanità, tu sei un EROE, proprio come me.

Essere eroi non basta però, la nostra guerra ha bisogno di fondi e se contribuirai alla causa anche tu potrai fare la differenza. Quanto vale la salvezza dell’umanità?!?

Scrivimi in privato su Facebook e provvederò a mandarti l’IBAN, eroe!!!

En guerre

di Paola Gea

Chi combatte rischia di perdere

Ma chi non combatte ha già perso

Quale sia l’impotenza di una lotta che potremmo definire senza anacronismi lotta di classe, il regista francese Stéphane Brizé l’ha mostrato nel suo ultimo film, En guerre. Ma quanta sia la potenza di quella stessa lotta possiamo scoprirlo ad ogni angolo della trama e perfino nei suoi fondi chiusi. Da Brizé fino al britannico Ken Loach – per quanto riguarda l’Europa, ma si potrebbe andare ben oltre – uno dei pregi del cinema militante è proprio il testimoniare contro l’impunità di chi sfrutta il lavoro del più debole che gli sta sotto, in qualsiasi regione e a qualsiasi livello delle gerarchie di potere.

En guerre racconta una storia di conflitto sindacale: 1100 operai di una filiale rischiano di rimanere senza lavoro nonostante un accordo con la dirigenza, di due anni precedente, che avrebbe dovuto garantire loro un’occupazione di almeno cinque anni. Ad inasprire le rivendicazioni degli operai, inoltre, i profitti da record che l’azienda madre continua a registrare.

Brizé sceglie di seguire i lavoratori in assemblea o negli incontri con i dirigenti: attacchi e contrattacchi nel film avvengono spesso attraverso il dialogo. Tuttavia, fin dall’esordio, alle parole degli operai fa eco l’impasse del conflitto. In una delle prime scene il protagonista Laurent Amédéo, portavoce dei dipendenti organizzati, è seduto a un tavolo insieme ad alcuni lavoratori. Dall’altro lato siede la dirigenza. Entrambe le parti lottano con i numeri – la differenza è che dietro le cifre riportate dagli operai c’è sempre l’ombra di persone reali, di corpi in gioco per la sopravvivenza. Le loro proteste sono pertinenti, ma si scontrano con leggi del mercato pronunciate nel linguaggio sordo del profitto e della competitività.

Ad un certo punto, come spesso in guerra, occorre allora cambiare strategia: bisogna trincerarsi con i propri corpi, scioperare, negare la propria forza lavoro – unica arma che un operaio, in quanto operaio, può opporre al potere di chi maneggia quotidianamente la logica del mercato.

La tensione fra le parti in lotta, ma anche quella interna fra scioperanti e crumiri, stringe e innerva di pathos ogni scena, tanto da riuscire a preoccupare lo spettatore per più di un’ora e mezza. Non ci troviamo mai immersi nelle retrovie esistenziali del dramma di chi ha perso il lavoro: lungo quasi tutto il film, Brizé rimane sul lido di guerra, nel mezzo del continuo infrangersi dei cortei contro la macchina da presa. La rabbia è tutta lì, non nel ripiegamento doloroso di chi si rassegna.

Soltanto nell’epilogoil protagonista Laurent, in solitario, oltrepassa il campo di battaglia. E, paradossalmente, la sua azione è l’unica in grado didetronizzare i dirigenti, apparenti vincitori seduti sullo scranno del potere. È l’azione estrema – nel senso di terminale e di insuperabile: il martirio.

La scena è urtante, esce dichiaratamente dalla finzione. Sono gli ultimi minuti e Brizé ha passato il testimone a un’altra sceneggiatura: stiamo guardando il video di un cellulare anonimo. All’improvviso, le immagini escono dallo schermo e non c’è più la traduzione dell’arte, non c’è firma perché non c’è autore: è solo realtà che divampa in violenza. Viene da sospettare che Brizé abbia prestato il suo nome a questa storia perché fosse ascoltata, e per poi lasciare che franasse sul pubblico senza paraurti. Nessuno fa in tempo a chiudere gli occhi, o forse nessuno vuole, e infine la guerra deborda senza pudore oltre i confini dell’inquadratura, inondandoci dell’insindacabile testimonianza di come la massima impotenza è il potere più disarmante.

We can do it!

di Rosamarina Maggioni

Sesso debole è stata la definizione assegnata alle donne di tutto il mondo per secoli. Intere generazioni hanno classificato il genere femminile come sottomesso e secondario. Una realtà, questa, che sfortunatamente è ancora presente oggi in molti paesi del mondo, nonostante le continue lotte che i gruppi femministi portano avanti. Per questo numero di Altro, a tema Potere, ho deciso di non spendere tante parole, per timore di banalizzarlo, ma di mostrare coi fatti, con la storia, quanto le donne abbiano sempre dimostrato di non essere da meno rispetto agli uomini. Non superiori, non inferiori: alla pari, così come chiunque sia femminista (uomini compresi) deve concepire la posizione della donna nel mondo. Detto questo voglio elencarvi una serie di figure femminili che hanno dimostrato il loro potere, la loro forza, con tenacia, intelligenza e carisma. Cercate la loro storia, informatevi: io ne sono rimasta affascinata.

Adelaide di Susa – Anna I di Russia – Anna II di Russia – Anna di Gran Bretagna – Anna Bolena – Artemisia di Alicarnasso – Bianca Maria Visconti – Boudicca – Cartimandua – Caterina Cornaro – Caterina de Medici – Caterina I di Russia – Caterina II di Russia – Caterina Sforza – Cleopatra – Cristina di Svezia – Eleonora d’Arborea – Elisabetta I – Elisabetta I di Russia – Elisabetta di Baviera – Giovanna di Castiglia- Hatshepsut – Irene di Bisanzio – Isabella di Castiglia – Maria I – Maria II – Maria Antonietta – Maria Carolina d’Asburgo – Maria José del Belgio – Maria Stuarda – Maria Teresa d’Austria – Matilde di Canossa – Shammuramat – Teodora di Bisanzio – Teofano del Sacro Romano Impero – Teuta – Tin Hinan – Tomiride – Regina Vittoria – Zenobia – Zoe di Bisanzio-Diane Julie Abbott – Hillary Clinton – Indira Gandhi – Anna Lindh – Golda Meir – Angela Merkel – Evita Perón – Margaret Thatcher – Vaira Vīķe-Freiberga-Giovanna d’Arco – Dolores Ibárruri – Kahina – Lalla Fadhma n’Soumer – Anna Kuliscioff – Rosa Luxemburg – Rosa Parks – Eleonora Pimentel Fonseca – Gertrude Stein-Maria Gaetana Agnesi – Ruth Benedict – Hildegard von Bingen – Barbara McClintock – Marie Curie – Rosalind Franklin – Sophie Germain – Donna Haraway – Caroline Lucretia Herschel – Henrietta Swan Leavitt – Rita Levi Montalcini –  Ipazia – Ada Lovelace – Margaret Mead – Lise Meitner – Emmy Noether-Hannah Arendt – Simone De Beauvoir – Diotima – Ipazia – Luce Irigaray – Teano – Simone Weil – María Zambrano-Amélie Mauresmo – Cheryl Miller – Annemarie Moser-Pröll – Martina Navrátilová – Katherine Rawls – Elizabeth Robinson – Wilma Rudolph – Sara Simeoni – Madge Syers – Ondina Valla – Eleonora Duse – Titina De Filippo-Elena Välbe – Mary Gennaro Varale – Valentina Vezzali – Gerda Weißensteiner – Hanni Wenzel – Paula Wiesinger – Katarina Witt-Berenice Abbot- Maria Montessori – Tina Modotti – Florence Nightingale – Fanny Targioni Tozzetti-Martha Argerich – Joan Baez – Josephine Baker – Francesca Caccini – Maria Callas – Marlene Dietrich – Ella Fitzgerald – Aretha Franklin- Gloria Gaynor – Fanny Mendelssohn- Billie Holiday – Janis Joplin

Non c’è potere senza sottomissione

di Lorenzo Caldirola

Scaligeri, Visconti, Medici, Montefeltro e altri nomi altisonanti risuonano nelle nostre orecchie insieme a parole forti come potere, intrighi, dominio, ricchezza e chi più ne ha più ne metta. Ma erano davvero questi principati e signorie a detenere il Potere in Italia nel XIV e XV secolo?

Il ruolo del Signore, Principe, Tiranno o qualsiasi altra etichetta che gli si voglia dare non fu affatto semplice; difatti la coperta era sempre troppo corta e chi voleva detenere il potere doveva contemporaneamente stare attento a non pestare i piedi alla Chiesa, che ai tempi era all’apice del proprio splendore e deteneva possedimenti praticamente ovunque ed esercitava un’influenza impareggiabile sul popolo, ed evitare di apparire troppo importante agli occhi dell’Imperatore (del Sacro Romano Impero) che non avrebbe tardato a deporlo. Inoltre, doveva impegnarsi a non ledere troppo l’immagine che i cittadini avevano della forma di governo della città che formalmente in molti contesti restava una Repubblica.

Chi in questa spinosa situazione riuscì a mantenere saldo il potere e perciò è passato alla Storia non fu chi ebbe dalla sua la forza delle armi ma chi seppe al meglio districarsi nella complessa arte della diplomazia.

E fu così che Cosimo il Vecchio de Medici ricoprì giusto un paio di volte il ruolo di gonfaloniere di giustizia e negli ultimi dieci anni di potere non ricoprì nemmeno una carica ufficiale, così come il suo più illustre successore Lorenzo il Magnifico. Matteo Visconti ottenne il titolo di vicario imperiale pagando profumatamente Enrico VII così come fecero gli Scaligeri e i Gonzaga. Infine i signori dell’Italia centrale, ad esempio Malatesta e Montefeltro, non erano che, formalmente, vassalli del Papa.

Come potete immaginare la situazione era difficile e per prosperare le magnifiche signorie italiane, vanto della nostra Storia, dovettero chinare il capo ai veri potenti del tempo, Impero e Papato, e al contempo governare nell’ombra, in alcuni casi senza mai ricoprire cariche ufficiali, per non contrariare troppo i più zelanti fra i personaggi del popolo. È questo motivo di vergogna? Direi di no, dopotutto come ci insegna il Machiavelli l’importante è mantenere il potere ed esercitarlo al meglio, se per farlo tocca pulire con la lingua qualche suola vescovile lo si fa, per la Storia e la gloria eterna!

Arte resistente

di Ludovica Sanseverino

Il 3 febbraio del 2019 il ministro dell’interno, Matteo Salvini, tenne un comizio nella cittadina abruzzese di Atri e, nella stessa piazza, nelle prime ore del mattino è comparso un oceano terreno, con delle mani di cartone che uscivano dal pavimento in segno di protesta contro le «politiche disumane del governo in materia d’immigrazione e soprattutto di soccorso in mare» (così affermano i cittadini che hanno partecipato all’installazione d’arte). Delle semplici mani create da oggetti riciclati e riciclabili che annegano nella piazza della cittadella implorando aiuto, umanità e comprensione. Da questa efficace installazione artistica, denominata “Mediterraneo”, è nato un movimento nuovo chiamato “Arte resistente”. L’opera è stata replicata 24 volte da nord a sud dell’Italia e ora, ci dicono i partecipanti all’iniziativa, qualcuno ha avuto il desiderio di ripetere l’esperienza anche all’estero. Queste repliche vengono poi fotografate e postate sulla pagina Facebook di “Arte resistente”, che viene gestita da quegli stessi cittadini, attivisti e artisti che si sono riuniti in quella prima per la prima volta ad Atri.

«Dopo averla posizionata [l’installazione] nella piazza dove ci sarebbe stato il comizio di lì a qualche ora, scoprimmo che, in poche decine di minuti prima, era già stata fotografata e rilanciata sui social. Decidemmo così di creare una pagina Facebook dalla quale promuovere la replica dell’opera, affinché ci fosse un pezzo di Mediterraneo implorante in ogni città.» L’idea viene dall’esigenza di una ribellione ad un potere disumano che mina la libertà dell’individuo; un potere con cui si fa fatica ad arrivare ad un dialogo costruttivo e che ha deciso di imbracciare la bandiera dell’odio e della disumanizzazione. L’intento degli artisti militanti è stato infatti fin da subito quello di portare nel dibattito pubblico un tema che ci rende tutti protagonisti di questo sistema ormai malato, affermando anche che lo scopo principale è «portare quelle mani imploranti aiuto sulla terraferma, affinché ogni cittadino si assuma la responsabilità e prenda coscienza di quelle morti. […] e superare quell’agglomerato di slogan e luoghi comuni che rende di fatto impossibile ogni tentativo di dialogo e dialettica. Si può forse discutere con chi esulta per l’annegamento di persone al grido “porti chiusi” senza dover ripercorrere secoli di etica e politica? Si può forse avere un sano dibattito con chi ignora elementari principi di educazione civica e di organizzazione statale?»

L’installazione può essere replicata in ogni piazza, in ogni luogo di ogni città e anche per questo “Arte resistente” è stata previdente, avendo pubblicato due tutorial per la realizzazione dell’opera d’arte sulla pagina Facebook. Invito i lettori a seguire la pagina e, se possibile, mobilitarsi per la replica di questa protesta artistica, silenziosa e pacifica, ma sicuramente efficace.

Il metodo mafioso

di Francesco Marinoni

Sin dall’unità d’Italia, ormai più di 150 anni fa, il nostro paese non è mai stato uno dei più semplici da tenere sotto controllo per lo Stato centrale. Le profonde divisioni interne, le particolari conformazioni geografiche di alcune regioni e una secolare tradizione di piccoli Stati in guerra fra loro sono elementi che hanno facilitato la nascita e il grande sviluppo di organizzazioni criminali in alcune aree, dette mafie, soprattutto nelle regioni del meridione. Ancora oggi, nonostante gli sforzi, la loro potenza e il loro controllo del territorio non sono stati del tutto abbattuti per numerosi motivi, fra cui anche quelli sopra citati.

Ma la caratteristica fondamentale delle mafie, quella che le accomuna nelle loro diverse forme, è la maniacale organizzazione a diversi livelli di potere, che permette loro di gestire con un numero di uomini tutti gli aspetti degli affari e della gestione. Fra i vari piani poi ci sono diversi gradi di segretezza, in modo tale che le informazioni riservate sono condivise e conosciute solo dalle persone più fidate; mentre la base della piramide è costituita perlopiù da sicari e uomini impiegati per il lavoro sporco, al vertice i boss vivono in luoghi spesso sconosciuti anche a gran parte dei membri dell’organizzazione, controllando e gestendo tutto avvolti in un’aura che in alcuni casi li ha resi delle vere e proprie leggende (si pensi alle figure di Provenzano o Di Lauro, divenuti veri e propri fantasmi nella loro latitanza).

Ma come è possibile, ci si potrebbe chiedere, che la malavita possa coinvolgere così tante persone, che spesso sono comuni cittadini? Qual è il segreto di una presa così forte sulla popolazione? Le mafie, come tutte le organizzazioni che hanno l’obiettivo di controllare affari e territori, sfruttano meccanismi di potere, manifestato e conquistato con mezzi molto diversi. Viene sicuramente da pensare agli atti intimidatori, alle stragi e agli episodi di violenza, ma non è tutto qui: uno degli strumenti più potenti è infatti senza dubbio il denaro, le possibilità che attraverso il crimine si aprono anche a un comune cittadino incensurato, soprattutto in aree in cui lo Stato è lontano e guadagnarsi da vivere è difficile.

Molto spesso poi a cadere nella “trappola” sono i giovanissimi, come mostra con crudezza il recente film La paranza dei bambini, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. I giovani ragazzini di Napoli protagonisti vedono nella camorra un’opportunità di fare soldi, che significano divertimento, aiuto per le proprie famiglie e soprattutto potere. Da semplici spacciatori arrivano a giocare il gioco degli adulti, decidendo di mettersi in proprio contro le cosche camorriste e assaporando la possibilità di diventare padroni. Emblematica in questo senso è la scena in cui il protagonista, Nicola, si affaccia dalla finestra del suo appartamento e osserva il mercato sotto di lui, assaporando il rispetto che la sua paranza si è guadagnata sugli abitanti del quartiere con le armi ma anche, per esempio, eliminando la pratica del pagamento del pizzo per i commercianti.

Si crea quindi una sorta di circolo vizioso, per cui la scelta non è più se entrare a far parte dell’organizzazione ma piuttosto se restarne fuori. Le mafie offrono paradossalmente tutto quello di cui si possa avere bisogno se si è disposti a lottare in un mondo crudele, fatto di vendette e tradimenti, che non risparmia nessuno. In una dinamica che ricorda molto quelle di alcuni animali che vivono in branchi, le varie famiglie si susseguono al potere scontrandosi in periodiche guerre, i cui vincitori dettano la legge per tutti fino a quando altri riescono a sconfiggerli. E se ai livelli più bassi le guerre si combattono sparando in strada, ai piani alti lo scontro si sposta in politica, nell’assegnazione degli appalti, nella gestione dei traffici di droga e prostituzione che generano i miliardi di cui ogni mafia ha bisogno per consolidare il proprio potere. Che appare ancora oggi molto difficile da scalfire.

Work in progress

di Marta Naldi

La protesta dei gilets jaunes (in italiano gilets gialli) è una costante nelle piazze francesi dal 17 novembre 2018. Nato da un video divenuto virale su Facebook, il movimento aveva come primo obiettivo le misure del governo per scoraggiare l’uso della macchina. Rapidamente, però, il fronte si è ampliato sino ad assumere i contorni di uno scontro sociale: poveri contro ricchi, metropoli contro periferie.

Leggendo le rivendicazioni, molto eterogenee tra loro, il filo conduttore tra la maggior parte di esse è il bisogno di maggior sicurezza e la richiesta di misure contro la precarietà non solo economica ma anche sociale. Macron non solo ha ritirato l’aumento delle tasse sulla benzina, dei pedaggi autostradali e le altre misure dissuasive dell’uso dell’automobile ma ha concesso anche incrementi salariali e detassazione degli straordinari. Nonostante fossero state accolte le loro richieste iniziali, i gilets gialli non si sono fermati. Sabato dopo sabato le vie delle grandi città sono state teatro di scontri e invettive.

La rabbia è esplosa fra chi non si è sentito garantito e i politici, soprattutto il governo, che non hanno saputo rappresentare i loro interessi. Un altro episodio insomma della serie “Crisi di rappresentanza”, ormai edita in tutto il mondo seppur con diversi format.

I gilets gialli cercano un modo per far sentire direttamente la loro voce. In Italia, il MoVimento Cinque Stelle nasce da un analogo bisogno di democrazia diretta. Tuttavia, le modalità e i mezzi impiegati sono differenti. Il movimento italiano utilizza una piattaforma come fosse un’agorà. I francesi, in piazza, ci sono scesi davvero. Nonostante ciò, le manifestazioni sono organizzate via web e tra i militanti serpeggia l’idea di presentarsi alle elezioni europee come partito.

In cosa questa nuova organizzazione dovrebbe differenziarsi da quelle già esistenti? In che senso può salvaguardare il contatto con la cosiddetta base? Se i vecchi partiti si son rivelati insufficienti come poter trovare nuove forme di rappresentanza? La convivenza tra individui e popoli necessita di compromessi e, dunque, di corpi intermedi. Pensare di abbattere le forme usate sino ad ora senza fornire alcuna soluzione alternativa è pericoloso e imprudente. Oltre a istanze distruttive servono atteggiamenti propositivi. Se un tempo il partito era espressione di un blocco sociale, oggi le società sono più frammentarie e non di rado ci si riconosce solo parzialmente in programmi diversi.

Sorprendentemente, in Francia una proposta interessante è arrivata dal bersaglio attaccato. Macron sta incontrando numerosi sindaci, prossimi ai bisogni e alle necessità del territorio. L’iniziativa sta riscuotendo un tale successo che si vorrebbe prolungarla. Intanto negli ultimi sabati l’onda dei gilets gialli sembra progressivamente scemare; del resto, quando le istanze di ascolto, partecipazione e proposizione alla base di questo movimento vengono accolte, esso non ha più ragion d’essere ed è destinato molto probabilmente ad esaurirsi.

Resta il problema di come colmare la distanza, nella complessità delle società moderne, tra il bisogno di rappresentanza delle democrazie e quello di riconoscimento in esse dei cittadini. Vari laboratori si sono succeduti negli ultimi decenni (Occupy Wall Street, Podemos, etc), ma tanto lavoro resta ancora da fare.