Far del mondo un sol boccone

di Francesco Marinoni

Il rapporto uomo-cibo è forse una delle relazioni più problematiche della società moderna. Da esso scaturiscono una moltitudine di problemi legati agli squilibri, di vario tipo, presenti in ogni parte del mondo: c’è chi non ne ha nemmeno quanto basta per sopravvivere, chi ne ha talmente tanto che ne divora più del necessario o chi arriva addirittura a rifiutarlo non accettando il suo corpo. Dall’equazione cibo = vita si è passati a cibo = grasso, cibo = denutrizione, cibo = spreco, cibo = salute, cibo = inquinamento. È innegabile infatti che la nostra alimentazione abbia un’influenza determinante sulla nostra vita e su quella degli altri uomini e del nostro pianeta: basti pensare, fra le tante cose, ai macroscopici effetti che ha sui cambiamenti climatici e sullo sfruttamento delle risorse della Terra.

Abbiamo cercato di raccontare in questo numero molti di questi numerosi aspetti e problemi, per provare ad andare oltre un piatto di pasta o un hamburger e a tratteggiare una visione più ampia e globale. Ci siamo concentrati sui problemi e i modelli del mondo occidentale, che conosciamo bene, ma abbiamo gettato lo sguardo anche Altrove, come ormai ci siamo abituati a fare.

Il risultato è davanti ai tuoi occhi: divorane ogni pagina, caro Lettore.

Il divoratore di mondi

di Samuele Togni

La vastissima immaginazione di Leo, bambino di sei anni che poi è diventato un anziano sull’ottantina (ma prima passando da un’adolescenza selvatica a un’adultità strana e incomprensibile, precedentemente costruita sulla base di un feto prodotto senza controllo e così via), nasce da piccoli avvenimenti avvenuti fuori dal tempo e dallo spazio, quelle piccole immagini mentali molto spesso identificate con la parola “ricordi”.

A sei anni Leo fa cadere involontariamente un pezzetto di pane dal terrazzo, direttamente nel giardino di casa sua. Vorrebbe scendere subito a raccoglierlo, volando giù dai 18 gradini di scala che lo separano dal piano terra, sfidando a tutta velocità gli ostacoli imprevedibili di una famiglia disordinata, sperando di rimanere in accordo con la legge dei cinque secondi commestibili insegnatagli dalla mamma Rita, ma il primo ostacolo, una pallina colorata, lo distrae per ovvie ragioni e Leo si scorda delle sue precedenti intenzioni. Il giorno dopo sta giocando con la pallina nel giardino e ritrova il suo pezzetto di pane, circondato e letteralmente assaltato da un’orda incontenibile di formichine affamate. Non si dimenticherà di questa immagine.

A otto anni Leo rientrando da scuola trova il papà Gigi nell’orto, intento a strappare da un rosmarino cinque o sei manciate di rametti per l’arrosto. L’immagine è chiaramente quotidiana, ma Leo non l’aveva mai vista prima, perciò viene salvata per sempre nella memoria.

A sessantaquattro anni Leo guarda il telegiornale e scopre che la deforestazione dell’Amazzonia sta raggiungendo il livello del “non si torna più indietro”, le fotografie dall’alto proposte dal tg si incollano senza motivazione specifica ai suoi neuroni.

A tre anni Leo percepisce il bagnato in ogni angolo del suo pigiamino. Ha appena fatto un brutto incubo e piange. Ha appena sognato Mornbrgs71bis3, mostro spaziale esageratamente grosso e cattivo, professione: divoratore di mondi; nel sogno: divoratore del pianeta Terra, degli amici di Leo, dei genitori di Leo, di Leo stesso e, bleah, anche del pigiamino bagnato di Leo.

A ventinove anni Leo è in viaggio di nozze con Sara, in un agriturismo assistono alla trasformazione del latte in formaggio e nello specifico nella formazione della crosta da parte di una miriade di batteri o da una più generale muffa. Chiaramente indimenticabile.

Oggi Leo ha ottant’anni e, a metà tra l’annoiato e il divertito, scrive questa breve ricetta per Mornbrgs71bis3, divoratore di mondi.

Prendere il pianeta Terra, lavarlo quattro o cinque volte con piogge acide, dopodiché centrifugarlo nel mixer avendo l’accortezza di non scordare monsoni, maremoti, terremoti e altri piccoli cataclismi, il sapore ne risulterà più naturale e la consistenza risulterà maggiormente amalgamata. Quindi estirpare alla maniera di Gigi (vedi capitolo 4 sezione b – L’orto) ogni residuo di flora rimasto dopo i primi due step, senza buttare via nessun rametto. Questi, una volta lavati, saranno utili per speziare un ottimo arrosto di Marte o uno più delicato di Mercurio (si veda anche “Mercurio tartufato, pag. 883). Per capire se l’estirpazione della flora è stata eseguita in maniera sufficiente, fotografare dall’alto le zone tipicamente verdi del pianeta, per esempio l’Amazzonia, dalla foto tutto risulterà più chiaro e sarà quindi più facile capire dove ancora occorre deforestare. A questo punto è necessaria un’adeguata dose di maestria ed immaginazione per il prossimo passaggio, ma se siete cuochi non più inesperti non c’è da preoccuparsi, possederete già queste qualità. Quello che occorre fare è tenere il pianeta in mano e iniziare a sgranocchiarlo, seppur ancora incompleto, senza finirlo. Quindi è necessario far cadere quel che ne rimane nel proprio giardino, fregarsene della regola dei cinque secondi, ed abbandonarlo involontariamente per 24 ore nel terreno.

Questo passaggio serve per far fare il cosiddetto lavoro sporco ai batteri presenti nel pianeta, ovvero la trasformazione dell’impasto primordiale derivato (impasto simile al latte, vedi appendici – via Lattea) in formaggio. L’involontarietà è fondamentale perché i batteri, nome scientifico “esseri umani”, agiscono di loro spontanea volontà solo se credono di possedere il loro pianeta, perciò è necessario far credere loro di essersene scordati. Un trucco potrebbe essere quello ci distrarsi con un gioco, una pallina o altri pianeti. Infine, passate le 24 ore, si vada nel giardino a controllare il risultato: i batteri dovrebbero aver trasformato tutta quanta la superficie del pianeta in cemento, una sorta di crosta all’apparenza dura, ma davvero deliziosa e croccante, mantenendo all’interno del piatto una consistenza invece morbida e vellutata, chiamata “fragilità”.

Bon Appétit , Mornbrgs71bis3, e mi raccomando, evita i pigiami bagnati in futuro.

Leo

Prospettive – Alimentazione

Il kebab, eroe popolare

di Lorenzo Caldirola

Oooh, che mal di testa, maledizione!!! Ao’, n’è che qualcuno c’ha un Oki? Madonna, non avete idea di che tortura sia girare tutto il santo giorno e per di più con uno spiedo in quel posto! Beh, credo possiate immaginare.

Che vita, gira gira gira, tosa tosa tosa, ops mi è caduto per terra, mettilo nella vaschetta e lo serviamo al prossimo, chi vuoi che se ne accorga. Non ne posso più. E poi mi espongono al pubblico ludibrio dopo avermi denudato, si prendono la mia dignità e mi lasciano lì in bella mostra a ingolosire i luridi avventori.

Ma non è sempre stato cosi, un tempo ero un bel pappone di carni miste, potevo diventare qualsiasi cosa, un bel wurstel o addirittura ripieno per arrosto. Ah che meraviglia finire in un arrostino… E invece no, eccomi qui, a soffocare nella salsa yogu e a farmi scudo con la lattuga per non toccare la scibola.

Mi piace lamentarmi della mia condizione, si sarà capito, ma sotto sotto sono orgoglioso di me stesso: almeno io sono un alimento verace, nutriente ed economico, che dà energia ai giovani e li aiuta a superare le notti difficili. Quando l’ora è tarda e la fame è tanta io sono lì per loro senza pause, senza esitazioni, martire, campione del popolo, eroe e soprattutto rigorosamente halal. Quindi la prossima volta che finirò nelle vostre avide fauci ripensate al mio sacrificio e ringraziate questo kebab che si dona a voi per così poco ma è in grado di darvi così tanto. Grazie.

Miss Cavialet

di Samuele Togni

Ommioddio, vi devo subito raccontare cosa mi è successo ieri. Come ogni giorno ad orario aperitivo mi trovavo al Lounge Restaurant Hotel, per la precisione mi stavo intrattenendo nel più completo ozio in una discussione col Cavalier Eugenio Aragosta, un uomo squisito, elegante e dai modi cortesi, nonché già da parecchi anni adagiato in ottime condizioni economiche, socio onorario del Tartufè Golfing Camp Club e marito di Emily Fruitpassion (la regina indiscussa dell’argenteria fruttata, per intenderci), quando all’improvviso dalla porta girevole entra trafelata sapete cosa? una piadina! Una piadina crudo e rucola! Una piadina che, talmente tosta era la sua faccia per permettersi di entrare in un locale così esclusivo come il Lounge, avrebbe potuto benissimo essere un banalissimo toast come quelli che incontri ai lati della strada.

Non immaginate neanche quale basso livello di bon ton possa raggiungere una sporca piadina: appena entrata questa si è messa subito a emettere suoni orribili con la bocca, che ruttasse o sbagliasse congiuntivi non c’è alcuna differenza, il ribrezzo che le mie non avvezze interiora avrebbero dovuto sopportare sarebbe stato lo stesso. Dopodiché pretendeva di parlare e di essere ascoltata, ma da che mondo viene? Di sicuro non dal Lounge, perché lì tutti sanno che per parlare o anche solo per essere visto da un cliente abituale è necessario possedere quantomeno un conto in banca di certo rispetto, oppure è sufficiente che tutti credano che tu lo abbia (come del resto ho fatto io con l’Aragosta per portarmelo a letto e convincerlo a comprare la mia compagnia telefonica). Indignata, e non potendo più reggere alla vista disgustosa di come quella si muoveva, gesticolava e parlava, me ne sono andata senza batter ciglio e a fronte alta, sbattendo la porta per farle capire una volta per tutte che lì era indesiderata.

A nessuno la ricercata signorina disse che la vera ragione della fuga altro non era che un tremendo mal di pancia, un abitué del bon ton intestinale di una miss Cavialet che si rispetti.

Io e Lei

di Ernesto Martellaro

Procurati un pacco di pasta. Aprilo, delicatamente, senza farne cadere. Sentine la consistenza. Come ti sembra? Ruvida e farinosa? Profumata? Piacevole al tatto? Non essere timido.

Prendi un grosso pentolone, riempilo d’acqua, accendi il fornello, metti il coperchio e attendi che la temperatura si alzi. Ma mentre attendi, pensa. Pensa alla prossima mossa.

La pasta che stai preparando vuole vivere, profumare, stuzzicarti, non vuole restare insipida e fredda. Scegli gli ingredienti giusti, donale ciò che merita. Un condimento saporito, colorato e cremoso è tutto ciò che ogni pasta sogna, come un dono, un gioiello, un abbraccio. Non è detto che sarà apprezzato, certo, ma si può tentare e sperare, nell’attesa di vedere come il tutto si amalgama e si distende nel piatto.

Intanto il grosso pentolone freme, bollente. È il momento. Prendi la pasta e dagliela in pasto. Ma tienila d’occhio. Assicurati che il pentolone non le faccia del male. Guardala cuocersi, in un vortice di bolle, rilasciando tutto il suo amido fino a formare una sottile schiumetta in superficie. Impossibile staccarle gli occhi di dosso.

A questo punto manca solo un ultimo passaggio. E qui il rischio di scottarsi è alle stelle. Afferra il grosso pentolone, stringilo saldamente, sollevalo con decisione e lascia scorrere via tutta l’acqua, come una cascata, in una nube di vapore, fino a quando non resterà altro che la pasta. La calda, soda e bellissima pasta.

La guardi, la condisci e finalmente puoi poggiare le tue labbra su di lei.

Che schifo i vegani

di Lorenzo Caldirola

Disclaimer: Vi amo e vi rispetto tutti e non condivido quasi nulla di ciò che scrivo ma adoro insultare le categorie deboli a colpi di luoghi comuni. Oggi ridi, tra un mese potrebbe toccare a te, donna omosessuale immigrata di colore ebrea appassionata di yoga, dispiace.

Allora, iniziamo con una specificazione: non sono specista, ma proprio non riesco a farmi piacere i vegani. E intendiamoci, ho un sacco di amici vegetariani, gente che ha le proprie ragioni, molte condivisibili, per cui non mangia carne e rispetto loro e il loro stile di vita. Ma un conto è non mangiare carne e un conto è essere un branco di abbraccia-alberi mangiaterra che non mettono il maglione di lana non perché gliel’ha regalato la zia a Natale e fa schifo pure ai ciechi ma perché le pecore non sono contente di farsi tosare.

E allora? Innanzitutto questo lo dici tu, che cosa vuoi che ne sappiano le pecore di infelicità o altre emozioni, smettila di applicare categorie umane agli animali o addirittura alla piante, che lo so che ci sono persone che se si potesse mangiare il cemento pur di non ferire un vivente verrebbero a mangiarmi i muri di casa e strega di Hansel e Gretel levati. E poi se anche fosse? Posso concedervi la parte della carne e tutte le altre cose per cui bisogna uccidere un mammifero (sì, perché se qualcuno mi viene a parlare dei bachi da seta esplodo, insetti del cazzo) e infatti non ce l’ho con i vegetariani, ma per il resto dai ripigliatevi. Bevete il latte che è buono e fa bene alle ossa, mangiate le uova che tanto non sono mica fecondate (per quanto possa far impressione mangiare un prodotto mestruale) e usate lo strutto per le piadine che altrimenti vi vengono tutte secche.

Poi non sono qui a far cambiare idea a nessuno, ma solo per lanciare qualche insulto gratuito, quindi andate pure avanti con la vostra vita e amici come prima, che tanto non fate male a nessuno e c’è di molto peggio di cui occuparsi, ma sappiate che lì fuori c’è un sacco di gente che vi crede strani e non vincerete mai questa battaglia. Pace e buon appetito.

Youtubo anche io

di Paper Issimo Sprinto

Frammenti di estasi – mistica europeo-italiana della prima metà del secolo XXI. La numerazione segue l’edizione di Svodenęøg, Frammenti di deliri post-industriali.

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[…] [comp]endio di motivi per guardare Youtubo anche io.

–              Il nome del canale: se è vero che il titolo di un racconto è il suo massimo riassunto, lo stesso vale qui. Italianizzare YouTube rendendolo addirittura un verbo è un’idea tanto assurda quanto efficace. Senza contare il chiaro riferimento allo Iannacci del Vengo anch’io. Meraviglioso infine come tutto questo non sia stato voluto, supponiamo, ma solo frutto del caso. Come del resto il canale tutto.

–              Il protagonista, regista, producer, influencer è food warrior: geniale nella sua maschera indecifrabile. Ci è o ci fa? C’è chi lo chiama maestro. Quanta pena suscita? Quanto sono contrastanti i sentimenti che provate guardandolo? 

–              [illeggibile]

–              Quanto cazzo dì tiramisù si spolla quel matto? QUARANTA kinder fetta al latte (noto per essere stra bù) e un pollo? Questo sì che è mangiare. Questo sì che è tenere alti gli obiettivi. Non come noi. Noi che strisciamo nel nostro sottobosco di paura di grandezza. Noi aspiriamo, lui è […].

–              La testa, lucida. Come il maestro ferroviere di tutti i tempi, quello che faceva arrivare i treni in orario, testa lucida e idee chiare. Come il nostro eroe.

–              Canale culturale quant’altri mai. Tutorial per schemi e lezioni di storia.

–              Centinaia di migliaia di followerz e milioni di viewz.

–              Spavaldo, non ha da chi imitare e da solo si è fatto.

–              Come mette il parmigiano sugli gnocchi solo lui.

–              La dolcezza con cui chiede di smetterla di andarlo a trovare. Un piccolo orsetto triste, come quello con cui dorme.

–              Tenero, verrebbe voglia di accoccolarsi fra le pieghe della sua pancia e uscirne solo per leccargli il sudore dalla fronte.

–              Conturbante. Come i desideri mitici, di prostitute libiche e il senso del possesso che fu prealessandrino.

3.563

[…]

Buonasera a tutti i miei followerz, sono io! Youtubo anche io, ho deciso di volervi raggiungere anche attraverso questo mezzo desueto, la carta. Carta che uso per detergermi il culo e il sudore, quando a litri mi cola dalla fronte. Tra cinque anni sarò morto. Cosa vi ho lasciato?

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[…]

Ve lo giuro che mi fa piangere. Come sulle ferite di Gesù cristo nostro redentore. Voglio tirarlo giù dalla croce sulla quale si è issato e spezzarmi la schiena sotto i suoi 120 kg (stimati).

Storia della vacca sacra

di Francesco Marinoni

Il particolare rapporto dell’India con le vacche è da tempo conosciuto in tutto il mondo e viene spesso considerato come una tradizione millenaria, una caratteristica della cultura e della religione del Paese. Confesso che anche io, prima di scrivere questo articolo, ero convinto di questo. Andando a fare delle ricerche più approfondite però si scopre che la storia è andata in modo diverso da quel che si pensa.

In effetti esiste, nell’Atharvaveda (V. 18), un’indicazione in questo senso:

  1. Gli dei non la dettero a te perché tu la mangiassi, o Re. Non desiderare, o nobile, di mangiare la vacca del brahmano che non deve essere mangiata.
  2. Un nobile malvagio, sfortunato ai dadi, che ha perso al gioco perfino se stesso, solo lui potrebbe mangiare la vacca del brahmano perché si augura di vivere oggi e non domani.

Tuttavia un’interpretazione meno letterale di questo principio suggerisce che il divieto sarebbe da intendersi più che altro come un riferimento generale ai beni del brahmano: la vacca è presa come simbolo per indicare tutto ciò che gli appartiene. Nel corso dei secoli questa interpretazione è stata però progressivamente soppiantata da una lettura più integralista, che ha portato al diffondersi dei divieti di consumare carne e macellare i bovini.

Dopo un primo tentativo di promuovere la protezione della vacca durante la breve vita dell’Impero Sikh (1801-1839), il momento di maggior diffusione del culto della vacca coincide con il consolidarsi dell’identità nazionale indiana. Il primo Cow Protection Movement è attivo infatti solamente dal 1880 e riscuote subito un discreto successo fra tutti i movimenti induisti, più o meno radicali. L’animale diventa un simbolo da contrapporre alle minoranze musulmane e, soprattutto, ai coloni inglesi; segna un importante distinzione rispetto alle altre culture e, con la rivoluzione indiana, viene portata avanti come battaglia dallo stesso Gandhi.

Nonostante l’India non abbia leggi specifiche che regolamentano la questione della vacca (esiste solo un accenno alla questione in un articolo della Costituzione), quasi tutti gli Stati che compongono la nazione hanno adottato provvedimenti più o meno restrittivi in difesa di questa tradizione. Questo ha portato quindi al riconoscimento definitivo della sacralità dell’animale che viene associata comunemente al popolo indiano, anche se in realtà i dati su consumo e produzione di latte e latticini puntano in un’altra direzione. È infatti nota l’esistenza di allevamenti intensivi destinati all’esportazione in numero simile a quelli presenti in Paesi come il Brasile e l’Australia, e le condizioni in cui versano gli animali in questi luoghi è spesso motivo di controversie.

I movimenti che difendono queste norme sono quindi inevitabilmente legati alle frange più nazionaliste della popolazione e diventano più che altro uno strumento di facciata, sfruttato per l’isolamento e l’opposizione alle minoranze religiose (soprattutto musulmane).

Nouvelle Cousine

di Ludovica Sanseverino

Quando si parla di cucina solitamente ci si rimanda ad un concetto tradizionale di quest’ultima: tutti ricordiamo i pranzi domenicali preparati con cura ed amore dai nostri cari; un’idea che si collega più specificatamene all’affetto per la famiglia e allo stare insieme, seduti ad un’enorme tavolata di parenti chiacchieroni che inizieranno le loro conversazioni partendo sempre da domande scomode, per sentirsi poi rispondere con frasi altrettanto imbarazzanti. Ma, come è giusto che sia, ogni tipo di tradizione è destinata ad evolversi o, per meglio dire, intraprendere diverse strade, che possono trasformare o completamente rivoluzionarne i contenuti.

Come ogni forma d’arte che si rispetti anche il cucinare ha avuto modalità di progresso. Un momento fondamentale in questo senso sono stati gli anni ’70, periodo in cui avvenne una vera e propria rivoluzione culinaria che prese il nome di nouvelle cousine. I padri fondatori furono i critici gastronomici Henri Gault e Christian Millau, che istituirono i “10 comandamenti” della “nuova cucina”. Comandamenti che vedevano, e vedono tutt’oggi, regole culinarie come l’assenza di sughi pesanti e l’abbandono totale di cotture a lunga durata, di modo da poter preparare i pasti istantaneamente utilizzando materiali sempre freschi e di stagione. Il movimento si preparava ad assalire un concetto modernista di cucina che tendeva ad abbandonare i canoni tradizionali della gastronomia. La missione della nuova cucina era quella di accaparrarsi una nuova clientela, più borghese e sofisticata, che fosse in linea con le nuove ideologie dell’arte culinaria, soprattutto con il poter vedere la cucina e la preparazione dei piatti come una tela da dipingere, come un atto creativo a tutti gli effetti.

Ma, come tutte le rivoluzioni che si rispettano, anche questa ha dovuto affrontare una forte opposizione, capitanata da chef legati alla tradizione che si trovarono in disaccordo col nuovo modo di vedere le singole pietanze che, a detta loro, erano presentate in proporzioni misere e annegavano in piatti decisamente enormi.

Oggi la cucina, in tutte le sue sfumature, viene vista tuttavia come una forma d’arte a tutto tondo, che prevede soprattutto l’uso della chimica e della creatività. Come ogni forma d’arte anche quella culinaria è dotata di cultura, storia e politica. Ma che sia tradizionale o moderna, a noi “ce basta magnà”.

Io

di Rosamarina Maggioni

Caro lettore, devo ammettere che nel momento di decidere l’assegnazione degli articoli per questo numero di Altro non ero sicura di voler scrivere quello che ora stai per leggere, ma dopo una lunga riflessione ho deciso di buttarmi e rischiare, consapevole del fatto che un’occasione del genere poteva non ricapitarmi. Oggi voglio parlarti di me e della mia relazione con il cibo, magari potresti ritrovarti in qualche aspetto della mia esperienza o magari no.

Partiamo dal principio: da piccola sono sempre stata una bambina con un sano appetito, mangiavo di tutto; al punto che, ancora senza denti, ad una grigliata di famiglia, avrò avuto si e no due anni, ho completamente ripulito una costina guadagnandomi l’appellativo di “gengivina”. Le amiche di mia mamma si complimentavano chiedendole come avesse fatto a insegnarmi a mangiare di tutto, quando per loro era un incubo capire cosa dare ai figli schizzinosi che facevano storie. Fin qui tutto bene: il mio appetito e la versatilità erano solo positivi. Il problema inizia a manifestarsi alle elementari, quando inizio a prendere più peso del dovuto, pur mangiando sano e in quantità ragionevoli. Vengo portata a fare diverse visite e si scopre che ho un problema di insulina (un ormone responsabile dell’assimilazione dello zucchero) molto probabilmente legato a fattori genetici (il ramo paterno della mia famiglia è sempre stato prosperoso diciamo).

A questo punto conosco per la prima volta un dietologo, figura che mi accompagnerà per molti anni a seguire, che mi prepara una dieta su misura in modo da abbassare il peso e che mi educherà alla cultura della corretta alimentazione, così da rendermi consapevole e pronta ad affrontare un problema che non sarebbe sparito nell’arco di poco tempo. La dieta viene consegnata alla mensa delle elementari che mi prepara piatti su misura, pesati e pensati per me. Quindi, mentre gli altri bambini fanno il bis e il tris di pizza io mangio spinaci e uova; a merenda loro prendono pane e nutella e io mangio una mela. Questa differenza tra me e gli altri inizia a notarsi e tutti mi chiedono perché non posso mangiare come loro. Io sono sincera e anche se un po’ timorosa della possibile reazione rispondo: “perché sono a dieta”. A quell’età i bambini sono innocenti e il fatto di giocare tutti insieme riesce ancora a cancellare le piccole differenze. Nessuno mi fa pesare la mia situazione e le elementari scorrono felici.

Arrivano le medie: l’inferno dantesco in confronto è nulla. Il mio corpo, come quello di tutti, inizia a cambiare, gli ormoni vanno a mille e il mio peso ne risente. Da bambini si inizia a diventare ragazzini e la cattiveria si insinua nel cuore e nella bocca. Vengo presa di mira per la mia forma fisica e parole come “grassa” e “balena” diventano pane quotidiano, dentro e fuori dalla scuola. L’autostima va sotto i tacchi e questo mi porta a manifestare comportamenti come non mangiare e vomitare di nascosto quel poco che assumo. Nella mia testa si crea una profonda dicotomia per cui mangiare del cibo, cosa che prima consideravo piacevole e che dovevo solo tenere controllata, ora diventa una azione negativa dalla quale devo astenermi. Nella mia testa la frase che si ripete sempre è “non mangiare, sei grassa, non mangiare”. Passo così tre anni, tra alti e bassi, giorni di digiuno e notti in cui mi strafogo perché non reggo la fame. Non rischio mai l’anoressia, non arrivo a smettere del tutto di mangiare come fanno davvero certe persone e così mi sento ancora peggio. Le visite periodiche continuando, a volte miglioro a volte no. Intanto ovviamente corpo e mente crescono, cerco di diventare più forte e sopportare queste situazioni nell’attesa che arrivi il liceo e con esso un cambio d’aria e di persone.

Finalmente vedo la luce in fondo al tunnel e una volta finito l’esame di terza media mi dico che ora la mia vita deve cambiare e così è in effetti. Continuo a fare una dieta che nel corso dei primi tre anni di liceo mi porta a raggiungere un peso-forma idoneo ai miei standard. Inizio gradualmente ad accettare il mio corpo e a riprendere un rapporto positivo con il cibo. Arriva la quarta e la maggiore età: finisco definitivamente la dieta e faccio l’ultimo controllo dal mio pediatra, un momento emotivamente forte, dato che dopo tutte quelle visite nell’arco di quindici anni avevo creato un rapporto di fiducia e amicizia con quel dottore; finito di visitarmi stampa tutti i risultati che nell’arco degli anni ha registrato sul computer, li mette in una cartelletta e me la consegna dicendomi: “Qui c’è la tua storia, devi essere fiera di te”. Quasi mi metto a piangere dall’emozione e lo abbraccio forte. Uscita da quello studio, con la mia cartelletta in mano, respiro l’aria fresca di aprile e ripenso a tutti gli anni passati: ai momenti belli e a quelli brutti, alle vittorie e alle sconfitte, alle lacrime e ai sorrisi; decisa a raccogliere ciò che di buono c’è stato e a mettere da parte gli aspetti negativi, pur senza dimenticarmene: dopo tutto anche quelli hanno contribuito a fare di me la persona che sono ora.

Ed eccomi qui, oggi, a scrivere questo articolo. È passato un anno dal giorno della visita e posso dire di aver trovato finalmente un equilibrio. Continuo a stare attenta a cosa mangio ma senza ossessività e un dolcetto ogni tanto me lo concedo. Sto bene con me stessa e ho imparato ad accettarmi per come sono.  In conclusione, l’intento nel raccontarti la mia storia è quello di trasmetterti un messaggio semplice ma importantissimo: amati per come sei, sempre e comunque.

Uccidere Bugs Bunny

di Susanna Finazzi

Non mangeremmo mai il cane dei vicini. Per quanto possa essere fastidioso sentirlo abbaiare tutta la notte al massimo potremmo servirgli un boccone avvelenato e buttarlo nell’immondizia, ma non ci passerebbe mai per la testa di imbottirci il panino del pranzo. I cani non si mangiano per principio, almeno nella cultura occidentale, che ha sviluppato il tabù degli animali da compagnia: se ti fa sentire meno solo non si può chiamare cibo. La definizione di tabù ha un interessante rimando alla religione, è il “divieto sacrale” di ogni atto o pensiero “non ammissibile alla coscienza”, cioè moralmente scorretto. Nell’Islam la carne di maiale era storicamente proibita come norma igienica, che dopo il salto di qualità è diventata un precetto religioso e quindi una regola morale. La stessa cosa vale per la vacca nell’Induismo: i Veda la indicavano come la carne riservata ai sacerdoti, così  alcuni re, per avere il sostegno della classe religiosa, ne proibirono per legge la consumazione al resto della società. La vacca sacra – e l’etica a cui fa riferimento – sono quindi un prodotto della storia politica e non un dettato morale di origine divina.

La disponibilità a mangiare un animale è influenzata dai trascorsi che esso ha con la nostra cultura di riferimento. In Cina il cane è presente in molti menù tradizionali perché all’epoca in cui in Occidente i lupi venivano addomesticati per essere animali da compagnia in Asia erano allevati come carne da macello. Questione di punti di vista, o meglio di punti di partenza. La storia insegna che spesso sono stati gli europei stessi ad esportare nel mondo l’usanza di consumare alcuni animali domestici: il termine hot dog, ad esempio, deriva dalla dubbia provenienza della carne venduta dagli immigrati tedeschi negli Stati Uniti di inizio Novecento. La città di Vicenza, qualche decennio fa, era famosa per la grande consumazione di carne di gatto, e non solo nei momenti di carestia in cui le persone erano disposte a mangiare qualsiasi cosa. Senza testa, coda né pelo il gatto somiglia così tanto alla lepre che tra le due guerre la carne era venduta in tutta Europa come “coniglio” d’importazione australiana.

I tabù alimentari spesso non si limitano alla coppia manichea Oriente – Occidente a cui tendiamo  ad affezionarci. Chiedete a un americano quando è stata l’ultima volta che ha assaggiato una bistecca di cavallo e probabilmente vi risponderà scandalizzato che i cavalli non sono da mangiare. A parlare non è solo l’eredità del Far West, dove il cavallo era il bene più prezioso di un cowboy, ma anche il fatto che la maggior parte degli equini macellati oggi proviene dalle corse ed è imbottita di steroidi e antibiotici: per gli americani la carne di cavallo equivale a uno scarto industriale, come gli imballaggi di cartone o i fiocchi di polistirolo.

Nel caso degli animali che consideriamo domestici entra anche in gioco il cosiddetto “effetto Bambi”, definito dalla psicologia come il rifiuto di mangiare esseri viventi i cui cuccioli siano morbidi e carini. Negli Stati Uniti i conigli non vengono allevati per la consumazione umana, perché alle persone ricordano Bugs Bunny e il coniglio di Pasqua: con il tempo il condizionamento culturale ha trasformato la suggestione di mangiare un personaggio dei cartoni animati in una questione morale a tutti gli effetti.

Non è una novità che la forma mentis della cultura di riferimento abbia una grande influenza sul giudizio personale, perché tutti portiamo addosso l’impronta di una società inquadrata in determinati valori morali. I tabù alimentari sono più forti di tanti altri condizionamenti socio-culturali: in Oriente, ad esempio, le uova fecondate sono una prelibatezza, ma in sostanza si tratta di farsi una frittata con un feto di pulcino. È vero, sono favorevole all’aborto, ma non avrei il coraggio di mangiarla.