Non c’è più religione

di Francesco Marinoni

«Non c’è più religione! I ragazzi di oggi non sanno più cosa siano i valori e la tradizione e idolatrano soltanto il Dio Denaro!» Quante volte abbiamo sentito queste affermazioni o loro varianti? Sono entrate ormai a far parte dei modi dire, delle frasi fatte e dei proverbi. Sono state dette così tante volte che un po’ tutti ormai le prendono per vere. Questa visione che lega a doppio filo il religioso e il tradizionale è un leitmotiv sempre più spesso usato per disprezzare e prendere le distanze dalle nuove generazioni, così diverse dai millantati bei tempi delle “ragazze tutte casa e chiesa” e via dicendo.  

Ecco, a noi di Altro piacerebbe dimostrare che, forse, tutto questo non è poi così vero. Certo, non si può negare che, quanto meno in Europa, essere cristiani praticanti sia un po’ passato di moda, ma siamo sicuri che questo non significhi che il religioso abbia semplicemente assunto un ruolo diverso da quello convenzionale? Siamo sicuri che i ragazzi che si oppongono alla tradizione siano soltanto incendiari che minano a distruggerla in modo scriteriato? 

Abbiamo rivolto uno sguardo critico ma interessato alla religione, riconoscendo come i temi che la riguardano siano inevitabilmente anche un po’ i nostri. Cercando fra i miti del passato, le Sacre Scritture, l’arte e la musica abbiamo trovato moltissimi spunti di riflessione per poter ragionare su questioni di importanza capitale. Per scoprire e farvi scoprire che, forse, c’è ancora religione. 

Maracaibo

di Samuele Togni

Scritta in periodo natalizio, 

tra regali e capitali,  

il tema del sermone 

è la religione. 

Non poteva che uscirne un panettone, 

tra uvette di saggezza e canditi insensati. 

Chi muove il sole contro ai miei occhi? 

Cosa mi ha fatto piovere qui? 

Qui dove mi chiedo “Perché? Perché  

penso ai perché?” 

Qui dove ascolto Maracaibo e non so 

se credere o meno 

che a cantare non sia la Carrà… 

“Chi è Lu Colombo?” La domanda 

ne presuppone l’esistenza. 

Passi Roventi

di Paola Gea

Nasce nella periferia isolata e consacrata è la sua sorte: 

negli anni bui e senza miti, con i fratelli di quartiere  

ad altari criminali lega le sue mani, sposa l’anima e la morte  

cresce con un solo dolore: a scuola dello spaccio non c’è amore 

solo cenere di mozzicone e polveri bianche sotto la luna  

ninna nanna che ti sveglia in prigione: esce rientra, si perde per strada  

ma una è la spada, la miccia che indossa il giorno in cui si scava la fossa, una 

è la pista del terrorista. Quel giorno prende il Corano per mano 

si reca dal vecchio predicatore, bussa e gli chiede: “Dov’è il redentore?” 

l’imam gli sussurra in segreto: “Impara a cercare l’onore e raggiungi i tuoi veri fratelli”  

lui va, si osserva allo specchio, sente un cuore che vorrebbe rispetto 

a scaldarlo non è stato l’affetto, ma una fenice che chiede vendetta 

con le sue ali si invola: impara a pregare il vento divino, un mattino raggiunge la vetta  

del monte vicino alla Mecca. Allah sfiora il suo caldo petto  

“L’alba porterà con sé un nuovo sole, sei pronto a bruciare da vero messia 

io intanto ti aspetto nel cielo, e quando compirai la liturgia 

sempre il tuo nome sarà ricordato e sarà il tuo volto lodato”. 

Ritorna a ovest la sera stessa, saluta la madre gli amici del cuore 

dalla periferia francese, con passi roventi e con il sangue di un divino rancore  

bussa alle porte del traditore: lo spoglia nella sua camera ardente,  

notti di fuoco ad Occidente. Si fa esplodere, con l’odio  

accende benzina nel mattatoio. Ogni volta che brucia è un macello 

poi rinasce dalle ceneri e affila il coltello: è la jihad del musulmano,  

si scontra col lusso pagano. Grida il kamikaze il canto del cigno, ultima e violenta preghiera  

di un corpo che si fa polveriera: l’omicidio si giustifica con il suicidio del martire  

e solo il sacrificio farà ricordare all’occidentale  

quale sia il peccato originale: libertà, libertà di fare del male.  

La guerra santa di Glasgow

di Susanna Finazzi

Durante i derby la città scozzese di Glasgow diventa come la Verona di Shakespeare. Per le strade si combattono due fazioni che vantano un centinaio d’anni di rivalità e ad oggi non c’è ancora stata una Giulietta che abbia ispirato la pace. 

Le due squadre della città, i Celtic e i Rangers, rappresentano due vere e proprie correnti di pensiero che da sempre fanno parte della storia del Regno Unito. Per tifare Celtic bisogna avere almeno un antenato irlandese e un buon numero di messe domenicali all’attivo. Per portare il blu e il rosso dei Rangers, invece, basta essere protestanti unionisti, e magari votare conservatore. Una storia destinata a finire male già dal principio. Come sempre quando si tratta di calcio, il braccio armato di questa tragedia scozzese sono gli hooligans. La curva bianco-verde dei Celtic si chiama Green Brigade e a sentire i loro slogan non serve un grande sforzo d’immaginazione per capire perché. Gli striscioni inneggiano ai combattenti dell’IRA, il gruppo indipendentista paramilitare dell’Irlanda del Nord, e attaccano la tendenza britannica a ingurgitare territori come fossero tazze di tè. Gli avversari Rangers vengono anacronisticamente chiamati ancora oggi “bastardi orangisti”, con buona pace di Gugliemo d’Orange che ha supportato il protestantesimo quando ancora il calcio non esisteva. «La carestia è finita, tornate a casa» cantano gli Union Bears, sostenitori dei Rangers. Espongono striscioni sui preti pedofili e chiamano gli irlandesi “bastardi feniani”, battendo la bandiera del Regno Unito. 

A Glasgow il calcio è una questione di identità, ma anche una questione di principio. Non c’è solidarietà per gli avversari e ogni colpo basso è permesso. I tifosi più anziani hanno visto vere e proprie battaglie tra hooligans armati di coltelli e bottiglie rotte: si perdono orecchie e pezzi di naso, qualcuno è stato addirittura gettato da un ponte, e ogni derby finisce con almeno una corsa in ospedale. Le partite dell’Old Firm, così vengono chiamati gli incontri tra Celtic e Rangers, sono il tallone d’Achille del governo. Negli anni le leggi sono state aggiornate per punire i comportamenti scorretti durante i match, ma con scarso successo. La polizia è autorizzata ad intervenire in sempre più occasioni, con il risultato che i tifosi di entrambe le squadre lamentano multe, pestaggi e arresti ingiustificati. Molti credono che le misure siano efficaci e che a parlare sia il vittimismo tipico dei fomentatori di disordini che hanno qualcosa da farsi perdonare. In realtà il problema è il settarismo nella città di Glasgow, che le autorità considerano qualcosa di inevitabile. Le divisioni intestine sembrano naturali come lo sembravano nell’Italia di Shakespeare, ma le basi sono ormai vacillanti. La rivolta di Pasqua del 1916, l’imperialismo inglese, Guglielmo d’Orange sono ferite che non riescono a rimarginarsi e che peggiorano ad ogni Old Firm. Nel 1995 un uomo ha ucciso un tifoso sedicenne solo perché portava una sciarpa dei Celtic: gli è arrivato alle spalle mentre tornava dallo stadio e lo ha sgozzato in mezzo alla strada. 

Per ogni hooligan ci sono almeno dieci tifosi pacifici, ma la violenza è così estrema che è diventata un tratto distintivo dei derby di Glasgow. I giornali descrivono solo gli aspetti negativi e il governo si dichiara estremamente preoccupato, ma finora ha solo ingaggiato una lotta contro i mulini a vento. Pare che a nessuno piacciano le guerre sante, ma la verità è che non siamo ancora pronti a lasciar andare senza combattere i secoli di storia religiosa che abbiamo alle spalle. A Glasgow il calcio è solo un pretesto per poter affrontare ancora una questione spinosa, che dai tempi di Elisabetta I e Mary Stuart non è mai stata davvero risolta. 

Prospettive – Religione

Eva

di Rosamarina Maggioni

Eccomi, buongiorno a te, sono Eva. 

La prima donna. 

La compagna di Adamo. 

La madre degli uomini. 

Probabilmente mi conosci già, sono quella che ha mangiato la mela. Il motivo per cui la mattina ti svegli presto e vai al lavoro. Se non fosse stato per me oggi vivresti in una foresta, nudo, come mamma t’ha fatto. Senza coscienza, sottomesso a Dio: beata ignoranza! 

Dicono che abbia corrotto anche Adamo. La verità è che quell’ignorante non aveva neanche capito quale frutto stesse mangiando. 

Ho condannato me e tutta l’umanità. Miserere me! Ma… condannato o salvato? Mai pensato che io fossi consapevole delle mie azioni? Ma no, povera Eva, non è stata colpa sua, ma del serpente tentatore. E invece no: ho deciso consapevolmente di mangiare quella mela. Perché? Perché mi ero stancata di essere sottomessa: ad Adamo e a Dio. 

Mi sono ribellata ed ho iniziato la mia rivoluzione, la rivoluzione dell’umanità! Cogliendo quel frutto ho spezzato le mie catene, sono scappata da quel giardino incantato in cui ero costretta a sognareignorando che al mondo c’è il Bene e c’è il Male

Ora sono libera, indipendente. Lavoro, mi guadagno da vivere. Cresco i miei figli ed insegno loro a non essere sottomessi a nessuno. Vuoi giudicarmi? Fallo, non cambierà le cose, indietro non si torna. 

Buongiorno a te, ora sai chi sono veramente: Eva, la peccatrice.  

Adamo

di Ernesto Martellaro

Non mi incolperai ancora, tu che neanche mi conosci, tu che quel giorno non c’eri e che non sai cosa significhi patire. 

Adamo, Adamo, Adamo! Adamo di qua, Adamo di là, Adamo e la mela, il peccato, la tentazione. Basta! Adamo un corno! Basta, Santo Cielo! 

Quel maledetto frutto l’ho assaggiato, sì, e ti dico che era anche molto succoso, così buono e profumato. So che non ne è valsa la pena, non lo rifarei e me ne sono pentito amaramente non so quante volte, ma cos’altro posso fare? Dare la colpa ad Eva? Neanche per sogno, lei è dolce, è buona. Il serpente? Lasciamo stare il serpente. 

Il passato è andato, non si può cambiare. Stop. Una seconda possibilità io non l’ho avuta. Fine. Esilio a vita. 

Quindi non stare qui a farmi la morale, cercando un colpevole, perdendoti in giudizi penosi. Perché tu una seconda possibilità, quella che a me è stata negata, ce l’hai. Piuttosto che perder tempo a mortificarmi potresti finalmente dare il buon esempio, quello che io, Adamo, non sono stato capace di dare. Potresti cominciare ad essere coerente e ad agire con criterio ogni giorno. E potresti tenere a mente che ogni tua azione avrà un effetto, che tu lo voglia o meno.  

Io sarei il primo a gioirne, ma sappi che non esiste nulla di più difficile! 

Il serpente

di Beatrice Marconi

Non era l’albero più bello del giardino né il più imponente, ma il tronco si bipartiva a pochi centimetri dal terreno ed era quindi facile per me avvilupparmi sui rami per sonnecchiare all’ombra. Per di più c’era una discreta quiete in quel posto: gli altri animali stavano lontani dall’albero; non che ne fossero spaventati, era più come se, passandovi accanto, non lo vedessero. Solo la donna, di tanto in tanto, si avvicinava timorosa e chiudeva gli occhi appoggiando la schiena nuda al tronco. Restava immobile per ore, anche quando la brezza fresca le faceva rizzare la peluria delle gambe, mentre io traducevo per lei le storie che il vento sibilava tra le foglie: erano per lo più storie non molto avventurose, ma piacevoli, che parlavano di un essere perfetto e di cose buone e giuste. 

Quel giorno però faceva bonaccia e, nella noia sonnolenta dell’Eden, decisi che avrei inventato io un racconto. Parlava del mare in tempesta e dei continenti al di là di esso, della fame e della cucina, della sete e del vino, della nudità e della seta, del parto e dell’orgasmo, del sopruso e della rivoluzione, del silenzio e della musica, di pii viaggi e folli voli. 

Fu l’unica storia che Eva ascoltò ad occhi aperti. 

Un solo Dio, un sacco di massacri

di Lorenzo Caldirola

Disclaimer: Fatevi due risate e non venite a fare i professoroni che né io né voi siamo teologi e questa rubrica è dichiaratamente provocatoria per il gusto di esserlo 

Quante volte, tra le ore di religione, la messa e il catechismo nella nostra vita abbiamo sentito le stesse quattro storie su Gesù; nasce, cresce, corre, due miracoli, qualche parabola che papà castoro spostati, un paio di situazioni scomode (povero Giuda, non è così grave baciare un altro uomo, non era necessario impiccarsi), un processo farsa degno di Forum e infine viene condannato, muore e risorge perdonando i suoi aguzzini e salvando il mondo dal peccato, Amen. Poi vabbè ci sarebbero anche un paio di spin-off in cui Gesù torna come fantasma per dare un paio di dritte agli apostoli perché senza un bel cliffhanger il finale sarebbe stato troppo sciapo. 

Ecco, non dico che i Vangeli non siano interessanti, ma c’è un sacco di roba strafiga nella Bibbia che manco vi immaginate. Nell’Antico Testamento, prima che le Sacre Scritture cadessero in mano alla Disney che, si sa, tende a edulcorare tutto ciò che tocca, si trovano una valanga di scene tra il pulp e il gore davvero da leccarsi i baffi. Violenza gratuita, omicidi sapientemente celati, massacri di intere popolazioni, stupri e continui maltrattamenti di donne; MERAVIGLIOSO. 

Ecco un assaggio di quello che potreste trovare se vi prendeste la briga di leggere la Bibbia: 

«Una sera, Lot ospitò due angeli nella sua casa a Sodoma. Quella stessa sera la casa di Lot fu assalita da una folla di delinquenti omosessuali in cerca di esperienze carnali con gli angeli. Lot cedette volontariamente le sue figlie vergini alla folla, esortandola: “Vi prego, fratelli miei, non fate questo male!” – “Ecco, ho due figlie che non hanno conosciuto uomo: lasciate che io ve le conduca fuori, e voi farete di loro quel che vi piacerà; ma non fate nulla a questi uomini, perché sono venuti all’ombra del mio tetto». (Genesi, 19:6) 

«Mosè scorse un egiziano che picchiava un ebreo. Si guardò intorno e, non trovandovi testimoni, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia». (Esodo, 2:12) 

«La comunità uccise ogni uomo e ogni donna non vergine di Iabes in Galaad. Trovarono quattrocento vergini da portare con sé». (Giudici, 21:10-12) 

«Ioab conficcò un pugnale nello stomaco di Amasà, rovesciandone l’intestino per terra. Amasà morì nel bel mezzo della strada rotolandosi nel suo stesso sangue». (Samuele, 20:10-12) 

«Dio appoggiò Giosuè nel combattere e sterminare dodicimila uomini e donne nella città di Ai. Nessuno sopravvisse». (Giosuè, 8:22-25) 

E io che ancora mi ostino a pagare l’abbonamento a Netflix. 

Dekalog

di Andrea Calini

Dieci episodi tra loro indipendenti, come una raccolta di racconti brevi. Accomunati tematicamente, però, dal riferimento (declinato in maniera più o meno nitida) ai dieci comandamenti dell’Antico Testamento. Situazioni estreme, moralmente irrisolvibili, che mettono a dura prova l’idea dell’esistenza di Dio mentre ne evidenziano la necessità umana. Altri elementi comuni ne marchiano la foggia, come la circostanza che molti personaggi risiedono nello stesso comprensorio di palazzoni da realismo socialista, falansteri grigi di cemento acciaio e tensione verso l’alto: reticolo di storie dense e magmatiche, estranee ma inevitabilmente intrecciate tra loro. Alle spalle, quasi distante, il tumulto storico e politico che in Polonia prima che in altri satelliti sta sgretolando l’impero sovietico. La ricorrenza enigmatica di un solo personaggio silenzioso presente in tutti i mediometraggi. Un silente testimone sempre muto, un angelo? Dio stesso? Veste i panni di banali comparse, sempre figure sociali diverse, ma il ruolo di cerniera simbolica per tutto l’andare dell’opera lo rende, forse, il personaggio più interessante e per certi versi centrale. 

Forte l’omogeneità stilistica dell’opera, dominata da una essenzialità che guarda a modelli importanti e consolidati della storia del cinema europeo (Dreyer, Bresson e Bergman su tutti). Tecnicamente sobrio ma virtuoso nelle metafore visive, i cui toni narrativi sospesi tra suspense hitchcockiana e dialogo morale bergmaniano, appunto, ne hanno fatto una esemplare incarnazione del cinema d’autore. 

L’austerità come veicolo per scrutare nell’intimità dell’animo, primi piani che emergono dall’oscurità: al cuore di molti episodi, un confronto intimo fra due personaggi si svolge nel buio, il più delle volte di notte, prima che arrivi l’alba. 

La cifra stilistica più personale del cineasta polacco sta, poi, nel fitto contrappunto di dettagli simbolici e metaforici di cui è preziosamente intessuto ogni episodio. Ad esempio, nel secondo, una vespa arranca sulla parete interna di un bicchiere, lottando per sopravvivere, e rimandando al tenace attaccamento alla vita di un malato. Non è questa la sede per un’analisi stilistica più approfondita, ma senza dubbio un posto centrale sarebbe riservato a questi dettagli che costituiscono un veicolo per accedere al significato più profondo di ogni vicenda. 

Parlando dell’aspetto narrativo che caratterizza ogni singolo capitolo, a un primo livello superficiale è possibile individuare, secondo Stefano Santoli, «una violazione direi formale del precetto biblico, ma si tratta sempre di qualcosa di esteriore, quasi di un espediente: se non proprio ingannevole, non rappresenta ciò su cui la narrazione si incentra. Inoltre, tale violazione entra spesso in conflitto con un’altra responsabilità morale che è possibile scorgere a un livello appena più profondo». Emerge in ciò l’accenno ad una delle battaglie morali più fondative della cultura occidentale, quella di Antigone. 

Vi è poi un terzo livello dove il precetto biblico comincia a sfumare, lasciando spazio alla descrizione di una più generale condizione umana. 

Insomma, un’opera di piccoli affreschi che si colloca sicuramente tra gli esperimenti più interessanti dei lavori cinematografici “prestati alla televisione”. É la condizione umana nuda e debole, violenta e scarna, sconfitta e redenta che gli autori ci mettono sotto gli occhi. E riescono, senza retorica, a consegnarci una goccia di splendore. 

Toccare il cielo con un pennello

di Ludovica Sanseverino

L’arte figurativa è sempre stata simbolo di comunicazione; comunicazione non sempre diretta tra uomo e uomo, ma anche tra l’uomo e il divino. L’arte, probabilmente, non ha mai smesso di essere religiosa. Dipende, tuttavia, da che tipo di significato vogliamo dare al termine “religioso” o “religione”. 

Fin dagli albori della pittura l’essere umano, nel corso dei secoli, ha sempre cercato una via di contatto con Dio. Il contatto figurato con il divino nacque indicativamente nel periodo dell’arte Paleocristiana, fase successiva alla nascita del cristianesimo; più precisamente nel 313, quando Costantino emanò il suo editto in cui concesse ai cristiani la libertà di culto, fornendo alla Chiesa la libertà di costruire edifici adibiti ai fedeli. In quel periodo Roma fu completamente rivoluzionata: si costruirono alcune delle basiliche più famose come quella di San Pietro e la città smise di essere capitale politica per far spazio all’etichetta di città cristiana.  

Se si vuol parlare di religione nell’arte poi non si può non prendere in considerazione l’abbazia di Cluny in Borgogna, fondata nel 910 da Guglielmo III di Aquitania e classificata come monumento fondamentale dell’arte cristiana del Medioevo. Andando avanti coi secoli l’arte figurativa o architettonica si è sempre basata su iconografie religiose che si sono evolute col passare del tempo, soprattutto perché in Italia la Chiesa aveva un enorme potere di mecenatismo sugli artisti del tempo; soprattutto in epoca medievale e rinascimentale. Ricordiamo artisti come Michelangelo, Leonardo da Vinci e Raffaello. Raffaello Sanzio fu considerato come “l’artista dei papi” per eccellenza, dato che già in giovane età, intorno ai 35 anni, era coinvolto nelle attività del papato legate alle arti. Divenne poi, nel suo periodo fiorentino, l’artista più importante dello scenario di Firenze, dato che i suoi due contemporanei più influenti, Michelangelo e Leonardo, si spostarono rispettivamente a Roma e a Milano.  

La prima opera datata del Sanzio fu una pala d’altare creata per la chiesa di San Nicola da Tolentino in Città di Castello, commissionatagli nel 1500; creò poi successivamente altre opere per le chiese della stessa località. Nel periodo di permanenza a Roma fu poi chiamato da papa Giulio II, salito al Soglio nel 1503, per decorare i suoi appartamenti del Vaticano; da questa commissione la carriera di Raffaello subì una grande svolta, dato che allora l’artista aveva appena 25 anni ed era la prima volta che assumeva incarichi così importanti. Negli anni successivi rimase al servizio di Giulio II e poi di Leone X e divenne l’artista più richiesto dello scenario romano.  

Lo scopo delle raffigurazioni religiose artistiche era un avvicinamento dell’umano ai canoni del divino, come se l’uomo dovesse osservare la grandezza di Dio sul suolo terrestre prendendo spunto dalla sua perfezione per poi imitarlo nella vita di tutti i giorni. Ma molto prima dell’epoca cristiana l’uomo non si elevava alla santità ma alla concretezza della madre terra, come testimonia ad esempio la Venere di Willendorf, statuetta raffigurante una figura femminile con seno e vulva enormemente pronunciati per elogiare la fertilità e la prosperità della terra. Dico che l’arte, come la intendiamo noi, non ha mai smesso di essere religiosa perché, come ogni cosa, si aggrappa ad una propria credenza e alle proprie speranze che mutano col passare del tempo. L’arte non smetterà mai di essere religiosa perché si aggrapperà sempre a qualcosa che l’uomo riterrà sacro, in modo individuale o massificato. Al giorno d’oggi l’arte non viene più accostata all’aggettivo “religiosa” solo perché l’uomo ha solo cambiato il suo modo di descriverla. 

Stanco Natal

di Marta Naldi

Altro che iniziare i più piccoli alla fede cattolica! Con i sacramenti, a partire dal battesimo, si garantisce ai bambini sin dalla tenera età una buona dose di regali con il solo pretesto del rito religioso. Per non parlare delle omelie e dei rosari dedicati alla santissima trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo); ormai i ragazzi ne contemplano una tutta loro composta da S. Lucia, babbo Natale e la befana. Poco importa se, superata una certa fase, si sono resi conto che i veri santi sono i genitori o i nonni che, pur di mantenere vive le aspettative di queste feste-rito, corrono di qua e di là cercando di recuperare gli oggetti del loro implacabile desiderio.  

Una volta svelato il trucco, gli adolescenti spesso pretendono che si continui la “tradizione”. Poco importa se sanno esattamente il costo dei loro capricci. Non conta il costo effettivo delle loro richieste, l’importante è il Santo Natale con le grandi abbuffate e con i raduni infiniti di parenti che fanno a gara a preparare delikatessen che lusingano il palato. Golosità concesse solo durante le feste che, però, rappresentando l’apice di un percorso religioso e dovrebbero essere momento di massima purezza e di allontanamento da peccati quale, ad esempio, quello di gola e avarizia. 

Altro che la semplicità dei pastorelli in visita al bambin Gesù! Altro che gli umili omaggi degli agricoltori! Al posto dei saggi doni, carichi di simbologie, recati dai magi si fanno file infinite entrando nei centri commerciali all’alba e uscendone al tramonto. Se prima le veglie erano funzionali a una preparazione spirituale, momenti familiari di condivisione, di gioia e canti, oggi le finestrelle dei calendari dell’avvento vengono voracemente divelte per rivelare il loro contenuto. Le attese delle feste diventavano più importanti della celebrazione stessa poiché erano momenti di riflessione. Venivano rispolverate storie raccontate ai bambini prima di andare a dormire, si tiravano fuori grossi volumi di ricette per insegnare alle future madri come impiattare delizie. Gli ingredienti pazientemente accantonati dalle massaie per il rito del pasto della festa, dove al gusto si univano determinati significati (i dolci da far lievitare a Natale, le uova simbolo di un inizio a Pasqua), oggi sono facilmente reperibili al supermercato il 24 dicembre. E in caso di emergenza, non c’è problema! Nelle varie corsie si trovano i cibi già preparati e pronti ad esser messi in tavola 

Dov’è il nuovo che torna annualmente nel buio e nel gelo rivelandosi solo agli occhi dei più semplici? Dov’è finita la consapevolezza che ogni nuova vita porta su di sé il peso di tutte le generazioni precedenti e la potenzialità di rinnovare quest’eredità? Il nuovo è cercato in luoghi esotici, resi tutti uguali dal comfort dell’hotel a quattro stelle in cui siamo soliti soggiornare. 

Non viene nemmeno risparmiato il sacrificio di sé, possibile via per l’incontro con l’altro e fonte di salvezza. Il rametto d’ulivo, rappresentante rigenerazione e riconciliazione, diventa lo scaramantico cornetto rosso o il fortunato quadrifoglio. La colomba, pura ed innocente, diventa eatable. Invece di portare pace, al massimo reca qualche chiletto in più. 

La routine della vita non viene più illuminata dai possibili significati nascosti nelle feste, ormai omologate e indistinguibili. Le sacre celebrazioni si consumano tutte uguali lasciando città vuote con luminarie bislacche e mucchi di rifiuti. 

L’ora di religione

di Petra Valtellina

L’Italia è da sempre uno dei Paesi in cui la tradizione cattolica è più radicata, anche e soprattutto per la presenza della Santa Sede a Roma. Non stupisce quindi che nel sistema educativo, sia nella scuola primaria che nella secondaria, sia prevista l’ora di religione settimanale, seppure a frequenza facoltativa. Più correttamente, si parla di IRC (Insegnamento della Religione Cattolica): infatti i programmi e gli insegnanti sono strettamente legati all’approvazione della CEI, secondo accordi fra Stato e Chiesa che si riallacciano alla legge Casati del 1859. C’è quindi un apparente contrasto fra uno Stato che si dichiara laico e un dato reale che sembra contraddire questa affermazione. 

Per conoscere e capire meglio come viene insegnata la religione nelle scuole superiori italiane, abbiamo fatto qualche domanda al Professor Megliani, docente di IRC al Liceo Lussana. 

Altro: Come è iniziata la sua carriera di insegnante di religione? 

Megliani: Mi piaceva conoscere e poter approfondire le domande di senso che personalmente avevo e che ho ritrovato anche negli studenti. Fare un lavoro che mi permetteva di riflettere e discutere di ciò che mi ha sempre interessato è stata una fortuna. 

A: Premesso che l’Italia è uno stato laico, come mai l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche è legato alla religione cattolica? 

M: Insegnamento non è indottrinamento. Insegnare perciò è formare gli studenti a conoscere la Bellezza, a stupirsi di fronte alla grandezza del mondo e della storia. Trovare argomenti per rispondere alle domande dei ragazzi grazie alla scienza teologica mi sembra un servizio utile.  

A: Durante le lezioni di IRC viene dedicato del tempo all’avvicinamento a religioni diverse da quella cattolica? 

M: Gli argomenti previsti dal programma di religione sono moltissimi e impegnativi per le trenta ore all’anno di lezione. Spesso si deve tralasciare qualche argomento che riteniamo meno interessante per gli studenti. Dal punto di vista teorico è importante conoscere le religioni non cristiane, ma dal punto di vista pratico organizzativo non è possibile ampliare il programma. 

A: Ritiene che l’insegnamento di una religione debba essere necessariamente connesso alla trasmissione di valori? 

M: La religione – quella cattolica in particolare – più che una pratica sociale, un quadro di precetti moralistici, un contesto emotivo-psicologico, è essenzialmente la relazione con Dio, che motiva di conseguenza la relazione tra le persone. I valori derivano da questa relazione, non il contrario. 

A: All’interno della Chiesa cattolica ci sono opinioni divergenti su alcuni dei temi sociali dibattuti attualmente. Come insegnante, ritiene che sia positivo veicolare tutti i diversi orientamenti? 

M: Più che inseguire la cronaca, ogni sfumatura di pensiero, la scuola cerca di formare la capacità critica dello studente che saprà articolare le proprie convinzioni in modo fondato, rispettoso e plurale. 

A: Ritiene utile il confronto tra persone con opinioni differenti in classe?  

M: Occorre formare al pluralismo e al rigore in egual misura per favorire un confronto democratico. 

A: Quanta importanza viene data, durante le sue lezioni, al dialogo e al confronto con e tra gli studenti? 

M: Il massimo possibile. Il confronto tra orizzonti di senso differenti e culture differenti non può essere che un vantaggio culturale. 

A: Cosa modificherebbe nell’insegnamento della religione cattolica in Italia? 

M: Il sogno che qualche anno fa si cominciava a discutere è quello di dare più tempo della semplice ora settimanale a disposizione e riportare il sapere teologico alla dignità storica che ha avuto in passato fornendo strumenti scolastici più significativi.