Cantavano il disordine dei sogni

di Francesco Marinoni

Nel nostro Paese si parla tanto e spesso di scuola e istruzione, una realtà in costante evoluzione per le continue riforme che i diversi governi hanno pensato per risolverne le tante problematiche, ma raramente sono gli studenti a prendere la parola.

Ogni tanto capita che in redazione nascano dibattiti su varie tematiche e uno dei più recenti aveva come argomento principale proprio la questione del diritto allo studio in Italia. É sufficientemente garantito? Esiste su carta ma nella realtà trova poco riscontro? È vero che il nostro sistema scolastico è fra i migliori al mondo come spesso si dice?

Abbiamo provato a trovare delle risposte a queste e altre domande e da qui siamo partiti per sviluppare quello che poi è diventato il tema di questo numero. Per forza di cose non abbiamo potuto fare a meno di concentrarci sul nostro Paese: una realtà di cui tutti noi redattori abbiamo esperienza quotidiana e di cui ci sentiamo di poter dire molto. Fra scuole superiori e università, le questioni da approfondire erano tante: abbiamo scelto di concentrarci su alcune di queste, ritenendo che fossero di particolare interesse e attualità.

Non manca come sempre però uno sguardo verso altre realtà più distanti da noi: il Giappone, l’Africa, il Sudamerica ma anche quella generazione, per noi ormai così lontana, che cinquanta anni fa segnò la linea di confine fra due epoche divenendo simbolo della ribellione studentesca. Da quel 1968 tanto è cambiato, inevitabilmente: c’è chi parla ora di disincanto, di una grande illusione svanita. Quel che è certo è che senza tutto quello che il ’68 è stato, nel bene e nel male, sicuramente vivremmo in un mondo molto diverso.

La voce di chi il sistema scolastico lo vive in prima persona, dall’altro lato della cattedra, merita attenzione: ascoltatela, non ve ne pentirete.

Quellolì

di Samuele Togni

All’inizio era il nulla. Se non era il nulla ad ogni modo era tutto bianco. Se non era tutto bianco ci andava molto vicino, ci sarà stato tutt’al più un pochino di sporchetto, il mondo non è perfetto.

Poi sono arrivati i miei piedi: stupendi, enormi, infiocchettati abilmente in gigantesche scarpe rosse tramite eleganti stringhe blu. Trovandosi in quel bianco desolato tutti soli, decisero di scorrazzarsela un po’ di qua e un po’ di là, è facile quando non esistono i confini. Saltellando su e giù ebbero modo di conoscere la corsa, l’hip hop e il tip-tap. Tichetetòc, tachetetìc, puntataccò, taccopuntAAALT! C’era qualcuno lì. Un tipo strano, uno di quelli eccentrici e con la testa fra le nuvole. Anzi, ora che ci penso era proprio una testa fra le nuvole. Come faceva a volteggiare lassù? Chi lo sa. Sicuramente gli alluci dei miei piedi non ne avevano la più pallida idea.

<< Buongiorno!>> disse quella testina sopraelevata, <<Ohibò, due piedi>> gli fece eco un rubicondo naso arricciato all’ingiù, comparso all’improvviso proprio in quell’istante <<Ma strawow, hanno anche le stringhe blu!>> commentò un cappello stile dandy che chissà da dove era arrivato sventolando al vento il suo nastrino, blu anch’esso. E intanto i piedi tichetetòc, tachetetìc, puntataccò, taccopuntà, si muovevano di qui e di là e naso e testa e cappello li seguivano nella danza, ma solo il naso arricciato suonava con loro, sbuffando e strimpellando come un vecchio trombone.

Mamma mia, che festa che era. La festa dell’identità, perché era ovvio che tutti quanti quei pezzetti di qualcuno appartenessero allo stesso “Quellolì”. Mancavano solo due buone gambe, un paio di braccia, magari pelosette, un bel pancione sorridente, un sederino di tutto rispetto, due occhi vispi, una bocca, esagerata se possibile, e le altre cosine tipo le orecchie, i capelli, le mani ecc…  una questione di minuti, sicuramente… <<Dai Quellolì, sbrigati!>>

E arrivò una mucca. Una mucca enorme, completa, con zoccoli e corna e tutto il resto. I piedi, il naso, la testa e il cappello non si offesero per nulla, d’altronde Quellolì poteva essere anche una mucca, quindi le si avvicinarono per conoscerla meglio. Sguisciesguscio, sguasciosguesci, i piedi si sfilarono dalle rosse a stringhe blu e saltarono sulla schiena morbida del bovino, i cui zoccoli anteriori per la prima volta indossarono un eccellente paio di scarpe; il cappello un pochettino si ferì quando si posò sulle due lunghe corna della mucca, ma un dandy dimentica subito il dolore, e quindi gioia e canzoni e muggiti e Tichetetòc, tachetetìc, puntataccò, taccopuntà. Il naso rubicondo decise di rimanere svolazzante nell’aria, un’aria densa di odori e profumi di campagna, ma lievi, e che si spostavano. Occorreva dunque inseguirli a occhi chiusi (tanto un naso non ha occhi) per sempre, e così per tutta la vita il rubicondo naso inseguì felice il culone della vacca.

Una vita che ahimè durò poco, perché la maestra di CouluichecreòQuellolì vide il disegno, e orripilata lo stracciò, gridando <<Ommioddio che cos’è questo?>>

A nulla servì la risposta sincera <<Maestra, questo è Quellolì>>, che già Quellolì, cioè la mucca con le scarpe rosse a stringhe blu che facevano Tichetetòc, tachetetìc, puntataccò, taccopuntà, con le corna infilzate nel cappello dandy a nastro blu, con naso rubicondo inseguente flatulenze insidiose, che già tutto ciò insomma se n’era sparito per sempre dal mondo reale, scomparendo nel dimenticatoio di quello della fantasia.

E la testa vuota? Quella sono io, mi son salvata perché ColuichecreòQuellolì è riuscito a strapparmi dalle grinfie della bisbetica e a incollarmi sotto il suo banco.

Qui, tra le cicche e le caccole, la fantasia è salva e aspetta, aspetta che ColuichecreeràChissachi arrivi a darle un volto, e soprattutto una lingua, perché c’ho proprio voglia di farle una linguaccia come si deve all’ammazzatrice di Quellolì.

Prospettive – Istruzione

Tre metri sopra il Sarpi

di Francesco Marinoni

Io non sono come voi. Non potete neanche lontanamente avvicinarvi al mio livello. Dalla mia altezza ogni tanto vi guardo, per compiacermi della vostra inferiorità. Varcando il monumentale ingresso del mio liceo sogghigno, pensando a voi che nello stesso momento ammirate le facciate sudice dei vostri istituti.

Del resto si sa, a Bergamo il Sarpi è un’istituzione. Prima di me tanti hanno percorso la mia strada faticando, ma consapevoli di essere fra gli eletti. Noi siamo gli studiosi per eccellenza, coloro che si dedicano al sapere più alto, nobile e puro. Il greco e il latino, che qualcuno osa definire morti, qui splendono come mai prima, in tutta la loro bellezza: per loro accetto volentieri di trascinarmi di peso l’enorme dizionario, con cui probabilmente vi avrò inavvertitamente colpito scendendo dall’autobus. Il peso della cultura apre ogni varco.

E quale luogo è più suggestivo delle mura della nostra splendida città di prima mattina? Non mi stancherò mai di ammirare il panorama da qui. Mi sembra di essere salito su un gigantesco piedistallo, da cui non ho nessuna intenzione di scendere.

Non guardatemi, sono irraggiungibile.

Il genio ribelle

di Lorenzo Caldirola

In una vita composta più da fallimenti che altro posso dire di avere azzeccato almeno una scelta: sono andato all’artistico. Così a primo acchito può non sembrare la più straordinaria delle notizie, ma vi proverò che la mia decisione mi ha portato una serie di vantaggi assolutamente impareggiabile.

Anzitutto voglio ricordarvi che l’artistico è un liceo, un fottuto LICEO, mica pizze e fichi; in pratica con meno della metà degli sbatti sono allo stesso livello di quelle teste d’uovo che buttano via la loro adolescenza al classico o allo scientifico. E poi ci sono tutte le conseguenze della denominazione “artistico”. Siccome studio per diventare appunto artista cosa c’è di meglio per entrare nella parte che scazzare tutto il tempo, fumare le cannette e fare il ribellino ACAB? Che poi se ti opponi in modo convincente all’ordine costituito il talento può accompagnare solo, no?

Dulcis in fundo, ci sono le tipe. Voglio dire, se già la quantità e qualità di femmine nel nostro indirizzo non fosse sufficiente, e vi assicuro che lo è, puoi pure giocarti la carta del genio ribelle anche con le altre, certo che qualcuna prontamente ci casca.

Insomma: compagnia femminile, charme da artista incompreso e status di studente di liceo; voglio proprio sentire chi ha ancora da ridire sulla mia scelta. Ah sì, c’è chi sostiene che fare l’artistico senza alcun talento nell’omonimo ambito sia leggermente sconsigliato, ma vedete bene che so di gente completamente ignorante in matematica che è felicemente uscita dallo scientifico. Quindi tant’è, tutte cagate.

Il Lussana ai tempi dei radical chic

di Sara Bartoleni

Se fino a pochi anni fa ero un prototipo di fricchettone anni ‘70, adesso incarno quasi quel “radical chic” che il Pagante canta nel suo ultimo disco, che si è tolto le Clarks per mettersi le Air Max. E, nel caso ve lo stiate chiedendo, sì, ho anche abbandonato la musica d’autore di De Andrè e Guccini.

Ma non fraintendetemi, sono rimasto il comunistello di provincia che avete sempre riconosciuto: lo stesso che ogni giorno attraversa tutta la Bergamasca in pullman, arriva in stazione con un’ora d’anticipo ed è costretto ad attendere il suono della campanella delle 7:55 nell’atrio di uno dei due edifici della scuola.

Per qualsiasi lussaniano degno di essere chiamato tale, matematica e fisica sono quelle due parole che nella testa risuonano non tanto diversamente da incubo (soprattutto per chi, come me, non è in grado di capirci nulla): ho imparato solo a mie spese che “alle medie ero bravissimo” si traduce per molti in una serie infinita di tre sul registro.

Quasi dimenticavo. L’odio viscerale per qualsiasi altro istituto non si è ancora smorzato: acerrimo rivale è il M********i, ma indubbiamente il bersaglio perfetto per le patate dell’ultimo giorno di scuola, sul prato della Fara, restano i ragazzi del Sarpi.

Stupido è chi lo stupido fa

di Lorenzo Caldirola

Oggi in uno dei miei frequenti deliri di onnipotenza mi sono posto una domanda fondamentale che sono sicuro anche voi, popolo di finti radical chic benpensanti a cui questo giornale è segretamente dedicato, vi siete fatti più di una volta anche se siete troppo buonisti per ammetterlo: “Come facciamo a disfarci della gente scema?”

La soluzione pacifica, ottimale, idilliaca a cui questo numero è dedicato sarebbe quella polverosa idea illuminista per cui solo l’istruzione eleva l’uomo alla posizione che gli compete nella gerarchia del mondo.

A me sta roba a sempre convinto poco. Sulla carta è fantastica, nella pratica è utopistica.

Mi spiego meglio, certamente è rincuorante pensare che per tutti ci sia una possibilità di redenzione e che tutti possiamo puntare excelsior ascrivendo il fallimento di alcuni (molti) a un vizio del Sistema che non permette a tutti di elevarsi come potrebbero, ma io sono di un altro avviso.

Portiamo all’estremo la teoria dei differenti tipi di intelligenza, sapete, quella storia abusatissima per cui se giudichi un pesce da quanto è bravo ad arrampicarsi lo scemo sei tu; ecco, siccome non sarebbe ragionevole giudicare una persona nella sua interezza da qualcosa che per natura non sa fare in modo dignitoso allora smettiamola di giudicare me da come cambio una lampadina e un “analfabeta funzionale” (termine meh, un po’ banalizzante) dalla correttezza morfosintattica dei suoi post su Facebook.

Tirando le fila di questo discorso sconclusionato, acido e arrogante l’idea di questo povero matto, che in realtà non è altro che un povero scemo che si da tante arie, è che l’unico modo per liberarsi della gente scema è che questa con un atto di onestà intellettuale ammettesse le proprie deficienze e smettesse di fare quello che non sa fare o se proprio, le facesse con l’umiltà di piegarsi agli amorevoli consigli di chi ne sa più di lei. Dall’altra parte della barricata chi si volesse elevare ad autorità nel proprio campo la dovrebbe smettere di blastare la gente in modo distruttivo (e quindi non costruttivo) e si impegnasse a tendere una mano a chi ne sa meno, si trattasse di parlare di fisica quantistica, di ripetizioni alla panca piana, di giardinaggio o di come si usa un’aspirapolvere.

E adesso visto che scrivere due frasi minimamente costruttive mi ha fatto salire il diabete vado a insultare mia sorella perché non le escono le equazioni.

In principio

E se dicessi che alla fine quel che più associo al Sessantotto è un ritmo?

Ce n’est qu’un début, continuons le combat. Probabilmente al giovane lettore dice niente, ma c’era un bel silenzio-pausa tra “le” e “combat” e dopo avere ritagliato quell’ultima parola, l’accento cadeva sulla “a” di combat. La “a” che è l’alfa, il principio, l’inizio.

Doveva andare così, doveva essere l’inizio, il grande Inizio, come ogni volta in cui comincia l’anno nuovo e ci sono i propositi per il futuro. E per far iniziare il tutto, bisognava prima avere fatto fuori il vecchio, avere fatto terra bruciata, omne consummatum. Il vecchio andava gettato dalla finestra. Il Sessantotto è stato questo: un principio (che strano anche a Praga si sia parlato di “primavera”: una coincidenza?). Un inizio in cui si assaporarono le energie di qualcosa che stava nascendo: un amore, la prima aria non invernale sulle forsizie, nell’orto il primo pomodoro, verde, che contiene ogni sapore possibile circa i futuri pomodori: il massimo per l’immaginazione gustativa. Perciò non ci si deve stupire della corrente di stupore, di freschezza, di fantasia che accompagnò il tutto. A volere scomodare il sociologo, si è trattato di quel rapido processo di destrutturazione-ristrutturazione chiamato “stato nascente”. Frizzante come il vino nei mosti. E a farla da padrone era il desiderio. Di un mondo migliore, di un passaggio dall’autorità alla partecipazione, di una rivolta senza sangue, di un corpo liberato dalle oppressioni della morale benpensante. Per me fu il pacifismo, De André, il Che, don Milani, M.L. King. Poi lessi che qualcuno (Fachinelli in “Quaderni Piacentini”) lo definì una forma del verbo desiderare in cui era importante non “l’oggetto” del desiderio ma lo stato del desiderio. Per questa sua ampiezza indeterminata forse coincise con il precipitare di tante storie, strati diversi che a un certo punto, per un miracolo chimico, vennero a concentrarsi in un unicum: un impasto di racconti individuali mescolati a temi ideologici, sociali e culturali. I rituali delle assemblee, le manifestazioni, i codici di abiti (jeans, eschimi – cfr Guccini – gonne lunghe e zoccoli) e di corpi (barbe fluenti, capelli incolti) tentavano la costruzione di un coro. Certo che dietro c’era la Storia (il Vietnam, la lotta alla Fiat, l’emigrazione – eh sì, anche allora -, la critica alla società repressiva, all’educazione autoritaria, alla scuola classista, le rivolte nei paesi comunisti, lo scontro/dialogo tra Umanesimi -marxista e cristiano- la teologia della liberazione) però diventava subito la “mia” storia, la “nostra” storia.

Ma scrivere di tutto questo, oggi, non può non portare con sé il disincanto. Dell’età adulta, del come è andata a finire, dell’uscita dal mondo del desiderio e dell’ingresso nel principio di realtà. Ci ho pensato bene prima di scegliere il “disincanto” al posto della “delusione”. E la convinzione che ogni scrittura sul passato tende a quel gesto del “romanzare” che è incanto nel territorio della poesia e pericolo in quello della storiografia. Io, per me, mi tengo stretto almeno una cosa, quel “I care”, che appositamente ho tenuto alla fine, come ultima cartuccia da sparare: è diventato da allora uno stile di vita, per me. Colpa del Sessantotto?

Posh

di Susanna Finazzi

Arroganti, viziati, crudeli, ma soprattutto intoccabili. I protagonisti di Posh (The Riot Club, 2014) sono studenti dell’università di Oxford e membri dell’esclusivo Riot Club. Sono il peggio dell’upper class britannica. Sono stati educati nella convinzione che i soldi possano comprare tutto e il loro futuro nei centri di potere del Paese è già scritto. Quando due matricole, Miles e Alistair, vengono invitate a far parte del club, i ragazzi organizzano una cena in un pub di campagna, lontano da Oxford perché “siamo stati banditi dai posti più vicini”. Durante la serata l’arroganza dei membri del Riot Club viene diluita in alcolici e droghe e il loro disprezzo per tutto ciò che è borghese si manifesta nel peggiore dei modi possibili.

La sceneggiatrice Laura Ward, anche autrice della pièce teatrale che ha ispirato il film, ha basato la storia su un gruppo realmente esistente a Oxford, il Bullingdon Club. Fondato nel 1780 come club sportivo maschile, si è involuto nel tempo fino a diventare un espediente per sfogare i più basilari impulsi degli eredi dei ricchi. Il film riprende molte delle bravate per cui il Bullingdon è famoso, come la tendenza al vandalismo e ai riti d’iniziazione. Si dice che ai tempi dell’università l’ex primo ministro britannico David Cameron abbia compiuto “atti osceni” con una testa di maiale per guadagnarsi il biglietto d’ingresso nel club. Boris Johnson, un altro illustre ex membro del Bullingdon ed ex sindaco di Londra, ha ricordato in un’intervista che le cene del gruppo “consistevano nell’ubriacarsi e salire in piedi sui tavoli dei ristoranti, urlando qualcosa a proposito di “fottere i poveri”. Guarda caso, nel film Posh c’è una scena interamente dedicata al monologo di Alistair che dice di essere “stufo marcio della gente povera”.

Posh è stato definito “un film horror sul privilegio”, anche se potrebbe essere classificato come documentario di un radicato elitarismo sessista che non risparmia nessuno oltre al maschio bianco e ricco. Il Bullingdon Club ha ricevuto numerose accuse di “comportamenti irrispettosi” nei confronti delle donne, che nella sceneggiatura di Ward sono riflessi e riassunti nella proposta dei membri del Riot Club a una loro compagna di studi. In cambio di un “favore” collettivo, alla ragazza viene offerta una somma di denaro spropositata, che potrebbe coprire l’intero percorso di studi a Oxford senza più sacrifici per la sua famiglia.

La cosa più terrificante di Posh è che è fedele alla realtà. Dal banchiere svizzero Rothschild al quarto re di Thailandia, molti ex membri del Bullingdon sono la classe dirigente di mezzo mondo. Educata (per così dire) dall’ignavia di Oxford che non ha mai realmente preso una posizione. Il club non è riconosciuto dall’università, che non si assume nessuna responsabilità per le azioni dei suoi membri se non per occasionali sanzioni necessarie a salvare qualche reputazione.

Se oggi il Bullingdon rischia l’estinzione non è certo per merito dell’ateneo, ma degli studenti che si rifiutano di entrare a farne parte. Nessuno vuole associare il suo nome alla fama del club e molti lo ritengono una parodia grottesca della vera upper class sofisticata, un posto in cui i giovani giocano a fare gli adulti. Nonostante tutto, però, il Bullingdon resiste e Oxford sforna una futura classe dirigente che si considera al di sopra delle regole del gioco.

Uno sguardo alla scuola

di alcuni studenti della classe quinta C del Liceo Lussana

In qualità di studenti in queste righe vogliamo condividere con voi alcune riflessioni e considerazioni che abbiamo maturato, durante il nostro percorso, sulla scuola. Indubbiamente la scuola ha svolto un ruolo di primo piano nelle nostre vite fino ad ora; è stata occasione di crescita, formazione, incontri, fatica ma anche luogo di passioni e per questo ne riconosciamo il valore formativo ed educativo. Tuttavia abbiamo incontrato anche numerose debolezze, controsensi e assurdità nell’istituzione scolastica. Per evitare la genericità di un elenco, preferiamo concentrarci su un problema che particolarmente ci preoccupa: la tendenza sempre più marcata ad improntare la scuola ad un modello aziendale. Entrando più in profondità nella questione, abbiamo notato questa tendenza principalmente in due ambiti.

Il primo riguarda il rapporto professore-studenti. Spesso si percepisce una barriera che impedisce la creazione di un clima positivo, di crescita intellettuale e personale. In breve, potremmo dire che l’ostacolo alla creazione di un rapporto veramente educativo e formativo sia costituito dal criterio di efficienza imposto ai professori, proprio come in un’azienda. Tale logica porta a considerare gli studenti che per vari motivi rimangono indietro come un intralcio al progresso della classe e al raggiungimento degli obiettivi ministeriali (i tanto temuti “programmi”). Tuttavia non pensiamo che questa selezione sia necessariamente sinonimo di progresso: «la scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde» diceva Don Milani nel ’67, nella Lettera ad una professoressa scritta con i suoi alunni di Barbiana. L’abbandono scolastico è in calo, come dimostrano i dati, ma questo non significa che il problema sia stato risolto in tutta Italia; infatti, specialmente nelle aree e nelle fasce di popolazione più in difficoltà, questo dato non costituisce l’unico criterio per misurare il grado di inclusione della scuola. Anche il fatto che tendenzialmente chi si trova in difficoltà a livello didattico non abbia la possibilità di prendere parte a occasioni di crescita culturale e personale rispecchia questa situazione.

Il secondo problema che sentiamo da vicino e sempre di più negli ultimi anni è la fatica nel relazionarsi con un sistema oppresso dalla burocrazia, che diventa l’unico linguaggio comune tra studenti e istituzione scolastica. Questo si riflette in molti ambiti, come per esempio nell’utilizzo degli spazi da parte degli studenti: è sempre più difficile poter usufruire degli spazi scolastici per iniziative extracurricolari, data l’eccessiva regolamentazione, tanto da arrivare a provocarne un potente disincentivo.

Tutto questo porta a percepire l’ambiente scolastico come un luogo lontano e impersonale, sempre più distante dalla nostra idea di scuola come bene comune.

Fortunatamente oltre al piano delle normative, la scuola è anche uno spazio di incrocio interessante tra studenti e tra studenti e professori. Alcuni continuano a essere portatori di un modello divergente in cui ci siamo riconosciuti con più facilità: occorre che continuino a farci coltivare i nostri interessi valorizzando la nostra crescita come persone e come parte di un tutto che comprende non solo la scuola ma anche quella che potremmo definire la “società civile”.

La questione di Città Studi

di Andrea Calini

Tutto iniziò da Expo. Forse caso unico nella storia contemporanea italiana, nasce, vive e muore senza che si sia sviluppato nulla riguardo il destino delle sue aree. Fino ad ottobre 2015 non esisteva, né sul piano politico, né su quello economico, né su quello urbanistico, un progetto riguardo l’uso dopo l’evento. Il trasferimento di alcune facoltà scientifiche della Statale giunge, oggi, dopo l’insediamento a ottobre del nuovo rettore Elio Franzini (ex ordinario di Estetica in via Festa del Perdono), a un passaggio chiave. “Da due anni comitati, lavoratori e studenti di Città Studi si oppongono al trasferimento coatto nel sito ex-Expo, una scelta legata a doppio filo con l’indebitamento generato dall’evento e con la fragilità dei progetti a lungo termine per l’area. Il governo, in uno strano connubio Renzi – Maroni – Sala, ha vincolato a suo tempo 130 milioni al trasferimento ma la situazione non sarebbe certo felice: riduzione degli spazi delle facoltà del 40%, indebitamento drammatico dell’Ateneo, collocazione in un’area difficilmente raggiungibile se non addirittura ostile.”[1]

L’elezione a fine giugno di Franzini contro De Luca (candidato del rettore uscente Vago) ha segnato un punto di svolta nella vicenda. Le sue dichiarazioni facevano ben sperare in un significativo cambio di rotta, e questo impegno aveva convinto buona parte del personale (docente e non) a dare la propria preferenza a chi sembrava avere maggiormente a cuore il destino di Città Studi. “Le mobilitazioni di studenti ed abitanti organizzati hanno dato un forte contributo. A fine settembre il CdA della Statale, con un’operazione ai limiti del lecito e decisamente oltre tale limite dal punto di vista politico, a 5 giorni dall’insediamento del nuovo Rettore, ha votato il bando che avvia la procedura formale per il trasferimento. Tutto ora dipenderà da quanto muteranno i rapporti di forza esistenti all’interno dell’Università (Rettore, CdA, Senato Accademico) ed attorno ad essa.”. I soggetti e le realtà che hanno iniziato a mobilitarsi per Expo e che sono tuttora vigili hanno lanciato una grande assemblea pubblica lo scorso 9 ottobre. I temi del dibattito sono stati la riflessione sul necessario e reale potenziamento della Statale (senza Expo e valorizzando le risorse del territorio), sul futuro per Città Studi e (soprattutto) sulle forme concrete della partecipazione.

All’ombra del singolo episodio, due sono gli spunti di riflessione interessanti. In primo luogo si nota che le istanze più interessanti (il concetto dell’università bene comune e il nutrito dibattito sul diritto alla città sono solo degli esempi) restano appannaggio, per la maggior parte, della componente studentesca e radicale, con l’eccezione del tema della partecipazione su cui si potrebbe aprire un primo confronto tra le parti (lavoratori, pendolari, abitanti del quartiere). Secondariamente si evidenzia come i comitati di residenti, appartenenti ad un contesto sociale meno avvezzo a forme di resistenza e di lotta dal basso, scontino la disattenzione della politica verso una vertenza che porta una marca territoriale tanto forte quanto incompresa.

“Due ipotesi di lavoro? Un osservatorio sul trasferimento in area Expo e un presidio sulle trasformazioni di città studi a tutela della vivibilità della zona. Di qui in poi la partita si giocherà sul filo tra informazione (svelare numeri e strategie) e attivazione (dal basso piuttosto che governata da un assessore). L’amministrazione cittadina resta una volta di più all’angolo in funzione di “regolatore d’interesse”, mentre nuovi player finanziari si propongono come promotori delle grandi politiche urbane.”


[1] Tutti i virgolettati sono tratti dal blog di un interessante laboratorio politico di dibattito e progettazione: Off Topic (http://www.offtopiclab.org/), che si definisce “impegnato in ricerca dal basso senza rinunciare al confronto e al conflitto per far riemergere una città diversa”.

Una scuola dolce

di Susanna Finazzi e Rosamarina Maggioni

In un’intervista a Repubblica, il ministro dell’Istruzione Bussetti ha dichiarato che la nuova sugar tax proposta tra gli emendamenti della legge di Bilancio, che prevede una tassa di mezzo centesimo per ogni grammo di zucchero contenuto nelle bibite, potrebbe fornire i 100 milioni di cui gli atenei universitari hanno bisogno. Questa forma di tassazione è già stata applicata in diversi Paesi europei, che tuttavia la utilizzano come deterrente all’introduzione di ingenti quantitativi di zucchero nelle bevande che favoriscono la diffusione del diabete tra la popolazione, non certo come ultima sponda da cui recuperare i finanziamenti destinati alle università pubbliche.

Tuttavia, nonostante la stravagante provenienza del denaro, nel nostro caso investire sulla formazione secondaria sarebbe sicuramente una buona idea, se non fosse che l’istruzione inferiore (elementari e medie) è ancora più bisognosa di attenzione. L’università e la ricerca infatti, entrambe relegate al buio dell’oblio in Italia, vengono poste in secondo piano da problematiche più urgenti che riguardano i gradini dell’istruzione che rappresentano il punto di partenza per la formazione dell’individuo, regolata dalle leggi della Repubblica.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana infatti afferma che:

  1. La scuola è aperta a tutti.
  2. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
  3. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
  4. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Tralasciando alcune considerazioni riguardo il punto 1 e l’effettiva realizzazione di una apertura scolastica a tutti i livelli della popolazione italiana, quello su cui si vuole riflettere è l’affermazione che nel punto 2 si fa riguardo alla gratuità dell’istruzione inferiore obbligatoria. All’interno dello Stato italiano è sì vero che la scuola fornisce buona parte dei servizi ma resta il fatto che famiglie economicamente svantaggiate si riducono a fare dei sacrifici per poter garantire ai figli quello che lo Stato non fornisce: libri, attività extrascolastiche, visite d’istruzione (sempre a carico delle famiglie ma previste all’interno della programmazione scolastica come esperienza didattica) e il famoso “contributo volontario”. Il tutto per un ammontare di circa 800 € o più annuali per figlio. Questa profonda discrepanza tra legge e realtà dimostra un’incapacità dilagante di gestione dell’istituzione scolastica.

La legge del 2006 che ha alzato a sedici anni l’età della scuola dell’obbligo, spergiurando che la gratuità (ipotetica) non viene messa in discussione, ha complicato ulteriormente le cose. Lo Stato, prendendosi carico dell’istruzione obbligatoria prolungata di tutti gli studenti, ha fatto il passo più lungo della gamba, garantendo un’istruzione che tenti di trattenere i ragazzi all’interno della scuola, forse per prevenire l’alto tasso di abbandono (14,7% secondo gli ultimi dati ISTAT). Non ha tenuto in considerazione il fattore economico: i fondi riservati all’istruzione pubblica non sono sufficienti nemmeno per gli otto anni previsti dalla Costituzione, figurarsi per dieci. Con questo si sta cercando di far notare come sarebbe bello poter innalzare il numero di anni garantiti ad uno studente anche a più di dieci, ma sia allo stesso tempo necessario constatare la verità effettuale: ad un aumento degli anni deve necessariamente conseguire un aumento dei fondi pubblici destinati alla scuola.

Considerato l’onere finanziario che l’istruzione gratuita comporta per lo Stato, le borse di studio di cui si parla nel punto 4 vengono assegnate a chi non può permettersi le spese scolastiche, ma solo se si tratta di persone “capaci e meritevoli”. Per accedere ai finanziamenti non solo bisogna avere problemi economici di una certa rilevanza ma occorre anche essere all’altezza. Questo significa che gli studenti più in difficoltà vengono abbandonati a loro stessi, quando dovrebbe essere compito dello Stato intervenire in queste situazioni di difficoltà: non abbassando il livello scolastico per permettere a tutti di farcela (come spesso si tende a fare), ma sostenendo chi da solo non è in grado di arrivare agli standard richiesti.

Non ha senso quindi che il governo vari nuove leggi per il miglioramento della scuola italiana sperando di far crescere sempre di più i rami dell’albero dell’istruzione, quando all’atto concreto della crescita, quello che manca è il concime. Un albero così crolla al primo soffio di vento e con lui chi aveva sperato in un suo riparo. Per migliorare davvero il sistema di istruzione italiano e tornare ad essere una nazione fiera della sua immensa cultura, visitata e lodata dai grandi intellettuali di ogni epoca, il governo dovrebbe aprire gli occhi sulle situazioni che non permettono di realizzare quel famoso diritto allo studio che la Costituzione afferma dovrebbe essere garantito a tutti, mettendo l’istruzione tra le sue priorità. Senza aspettare che sia la Coca Cola a fornire i fondi per farlo.