Proiettili di parole

di Francesco Marinoni

Da bambino mi chiedevo sempre come mai nel mondo esistesse la guerra. Era una cosa che non riuscivo proprio a spiegarmi: per quale motivo popoli, etnie, fedeli religiosi o addirittura cittadini della stessa nazione arrivavano a combattere per uccidere altri uomini e donne? Tutto quello che mi era stato raccontato sui confitti erano cose tristi, crudeli, ingiuste. 

Eppure, allora come oggi, da qualche parte sulla Terra ci sono persone che le guerre le combattono. E crescendo ho piano piano imparato che, forse, ci sono talmente tante ragioni per cui esistono che sarebbe utopico pensare e sperare che prima o poi finiscano. La verità che sta alla base di tutte queste ragioni è che i conflitti, quando scoppiano, fanno sempre bene a qualcuno. Quasi mai a chi li combatte, quasi sempre a chi li architetta. 

È una verità scomoda da accettare, anche solo l’idea che la morte di milioni di persone possa far comodo a qualcuno è inaccettabile. Ma la storia ce lo ha insegnato fin troppo bene: dai grandi conflitti mondiali alle “esportazioni della democrazia”, dalle battaglie per l’indipendenza alle guerre civili la morte di uomini e donne è stato un mezzo per raggiungere un fine. Nobile o meno nobile sta a ciascuno giudicarlo. 

Abbiamo scelto di parlare di guerra in occasione del centenario dalla fine della Grande Guerra (che poi la più grande non è stata), quanto meno per il nostro Paese. Abbiamo scelto di farlo per aprire gli occhi su una questione che spesso sentiamo lontana, perché non la tocchiamo con mano da troppo tempo, ma che riguarda buona parte della popolazione mondiale. Fino a che nel mondo si sparerà, dovrà sempre esserci qualcuno a raccontarlo. Non importa chi, come, dove o perché. Dalla vicina Ucraina alle lontane regioni della Cina, dal Messico all’Africa risuona ancora l’eco della mitraglia. 

Attraverso queste pagine, vorremmo che arrivasse anche alle vostre orecchie. 

Femmine mancate

di Beatrice Marconi

Era il 3 giugno 1968 quando Valerie Solanas cessò di essere una scrittrice e un’attivista femminista radicale per diventare la fanatica senza nome che sparò ad Andy Warhol. Questo gesto estremo la consegnò alla damnatio memoriae del femminismo stesso, che, già oggetto di fraintendimenti e stigmatizzazioni, non poteva permettersi alcun legame con una figura tanto scomoda. Torniamo indietro di circa un anno. È il 1967, la quasi-omicida si chiama ancora Valerie e vende agli angoli delle strade un pamphlet autoprodotto intitolato S.C.U.M. Il prezzo è di 25 cent per le donne, di 1 dollaro per gli uomini e l’incipit grida: «In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne responsabili, civilmente impegnate e in cerca di emozioni sconvolgenti, non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione globale e distruggere il sesso maschile». In queste prime parole pare di scorgere una risposta (anche se in ritardo di sessant’anni) ad un ben più celebre scritto di Marinetti, in cui si leggeva: «Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igiene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna». In realtà altri echi del Manifesto futurista si trovano nel testo delirante e sboccato della Solanas, che capovolge ironicamente il gioco di ruolo dei sessi attribuendo, forse per la prima volta, la debolezza al maschio. Il ritratto che la scrittrice fa del sesso maschile è infatti mortificante: lo definisce «emotivamente storpio» ma «inadatto persino a fare lo stallone», «intrappolato in una zona d’ombra fra l’essere umano e la scimmia» ed anche, con in tono palesemente vendicativo, «femmina mancata». Queste mancanze dell’uomo sono per la Solanas alla radice di un elenco di colpe, al cui primo posto spicca proprio: «Guerra. […] Essendo incapace di comprensione umana, di compassione, di identificazione con gli altri, ritiene che la dimostrazione della propria virilità valga il sacrificio di un gran numero di vite, compresala sua». Eppure, nonostante la guerra sia dominio del maschio, la Solanas non ritiene quest’ultimo nemmeno degno di essere indicato come nemico della femmina. Scrive infatti: «Il conflitto […] non è tra femmine e maschi, ma tra SCUM–le femmine dominatrici, determinate, sicure di sé, cattive, violente, egoiste, indipendenti, orgogliose, avventurose, sciolte, insolenti, che si considerano adatte a governare l’universo, che hanno scorrazzato a ruota libera ai margini di questa “società” e che sono pronte a procedere speditamente oltre a ciò che essa ha da offrire–e le garbate Figlie di Papà, passive, accomodanti, “colte”, gentili, dignitose, sottomesse, dipendenti, timorose, mentecatte, insicure, avide di approvazione, incapaci di sporgersi verso l’ignoto, contente di sguazzare nelle fogne, desiderose di rimanere allo stadio scimmiesco». Pur potendo trovare lo S.C.U.M. un semplice esercizio di stile, a questo punto ci si potrebbe chiedere che valore dare a questo manifesto cinquant’anni dopo. Se è vero che dal punto di vista letterario è solo uno dei tanti testi che destarono scandalo, da una prospettiva etica risulta problematico. Il femminismo deve fare i conti con una sorta di negazionismo in scala ridotta, non temendo di mostrare una figura controversa come Valerie Solanas, il cui testo è stato tradotto integralmente in italiano solo quest’anno. Nell’introduzione all’edizione curata da Stefania Arcara e Deborah Ardilli per Morellini Editore si legge infatti: «Il nome di Valerie Solanas, ancora oggi, segna il limite di rispettabilità e ragionevolezza che il femminismo deve osservare per essere tollerato». La Ardilli, intervistata dal Corriere della Sera, tocca però un altro tema rilevante: «L’umorismo è un “terreno di potere” […]. Solanas fa un’operazione inedita, e molto potente perché esclude qualsiasi atteggiamento vittimistico, nel momento in cui usa l’umorismo per denunciare i rapporti sociali di potere basati sul sesso. Questa operazione la compie da scrittrice isolata, senza avere alle spalle una tradizione di satira femminista che oggi invece esiste e, soprattutto fuori dall’Italia, ha acquistato una certa visibilità». Di questo testo va quindi sicuramente salvata l’ironia, che resta per qualsiasi lotta una meravigliosa arma, molto migliore della pistola che Valerie avrebbe impugnato nella Factory.

È solo un gioco

di Samuele Togni

Immagini frenetiche di corpi,

obiettivi come topi

fuggono dai miei occhi.

Schiaccio,

premo il pulsante,

elimino il bersaglio.

L’adrenalina è mia madre,

non ha pietà,

non ho paura,

uccidi!

Se mi colpiscono è un drone

in meno.

Spengo il pc, mi alzo,

vado in salotto.

Accarezzo mia figlia sulla guancia.

Nell’affetto

non c’è differenza.

Lagerstroemia

di Samuele Togni

I lepidotteri, figli della fragilità, dipinti col niente, amano imitare. È nella loro indole, è insito nella loro curiosità. Imitano i movimenti, imitano gli umori, imitano i colori. Ma chi gioca coi colori non può farne a meno, pur imitando crea. Eppure, non pare che le falene si atteggino da creatrici. Forse il fatto non le colpisce particolarmente, forse il loro intento è veramente il solo imitare, l’imitare tutto ciò che va cercato e custodito.

Ma di che si tratta? Qual è il loro scopo? È un enigma indecifrabile, non ci sono punti di riferimento, le farfalle imitano qualsiasi figlio del tangibile, qualsiasi cosa.

D’autunno le farfalle imitano i fiori e le foglie.

I fiori rosa, inventati per ozio nei tenui tè pomeridiani, e i fiori bianchi, pescati dai ricordi del presente, son caduti.

Le foglie verdi, così vivaci col bel tempo, si sono mascherate di giallo per la vergogna di chi muore e pian piano si celano alle altre nel dirsi addio.

I rami sottili, gelidi cuori levigati dalla fatica di altri inverni, già sanno che per qualche mese dovranno abbracciare il cielo nudi e da soli.

La Lagerstroemia è una pianta meravigliosa, una delle mille figlie della bellezza, la bellezza che stupisce, la bellezza che non vorrebbe essere bellezza, la bellezza che va celata. Per questo il suo nome è duro e secco, saggiamente deciso dalla fredda penna svedese di un botanico nel millesettecentocinquantotto. Tutto ciò affinché venisse preservata, ma non basta. La Lagerstroemia viene calpestata: le mosche scorrazzano, sbavano e vomitano su ogni foglia; i ragni tendono trappole da sciacalli sui rami più alti; le formiche del lampione depredano continuamente la corteccia che si frantuma in placche per farci eliche di aeroplani e calci del fucile. Il messaggio è chiaro: la guerra inizia dalle manovre commerciali, chi lo capisce subito sarà un nemico all’altezza.

Vengono, prendono, si mettono in fila. Non si scambiano parole, non si guardano negli occhi. Nessuno cambia idea rispetto alla direttiva generale.

L’andirivieni perdura da diversi giorni, il generale Afidus ha dato ordine di non fermare la carovana neanche nelle ore notturne, ogni millimetro di corteccia deve essere scotennato prima dell’inverno.

Sua Maestà Formica lo esige.

La colonia lo esige.

La formica operaia pure.

E non ha altra scelta.

Il generale su sei zampe ha le sue ragioni, le mosche iniziano a diventare troppe. In meno di una settimana quel dissoluto di un Arenario Dittero ha ingravidato centosessantaquattro giovani femmine, ordinando loro di nascondere milioni e milioni di larve-mosca nella pancia del furetto opaco, un enorme cadavere posizionato supino a sette virgola quattro decametri dal formicaio, meno della distanza consentita per lo stazionamento di un popolo di altri insetti. Distanza regolamentare che le mosche non si degnano di rispettare. È fra le radici della Lagerstroemia che si adagia il luogo in cui il mammifero scelse di morire, proprio lì, sotto le fronde, incantato dalla sua tristezza.

Ah, la bellezza! Non è bastato al piccolo seme olivastro scappare dal Vietnam in fiamme e nascondersi nel giardino innocente di un innocuo soldato americano per sfuggire alla guerra.

Essa, la guerra, è capillare, è un fulmine che dalle cime delle montagne si disperde e raggiunge i più piccoli esseri della terra.

La guerra è sempre una guerra lampo, arriva all’improvviso e d’improvviso c’è da sempre, ti volti un attimo e stai fuggendo verso luoghi irreali, ti fermi a ricordare e non sai più cosa è fantasia. Gli insetti sono piccoli, e forse questa loro piccolezza può ben descrivere quanto sia impalpabile l’improvviso, può ben farci capire di che natura sia la guerra.

Ma sbrighiamoci dietro ai fatti, aggrappiamoci all’oggettivo, perché le cose precipitano in fretta e le parole devono correrci dietro tralasciando i dettagli e i fiori.

Un cacciatore, un veterano dei marines, spara a un furetto nel bosco.

Non lo uccide.

Questi fugge

Si aggrappa fin che può alla stagione della vita, ma l’autunno è spietato e reclama il suo rosso.

La striscia di sangue giunge come una carovana di formiche fino alle radici della Lagerstroemia.

La morte del grande animale riempie una piccola e svolazzante mosca di pensieri di vita.

Il sesso è selvaggio, l’insetto si inorgoglisce.

Il nome Dittero non morirà mai, le larve già sognano dall’intestino furettoso futuri di radiose riproduzioni.

Le formiche s’insospettiscono, s’organizzano, s’armano e danno battaglia.

Dal celeste roseo giallo pallido dell’alba al rosso del tramonto mosche e formiche s’ammazzano, ragni mangiano.

Nessuno sopravvive eccetto una larva di mosca e una larva di formica. Diventeranno regine o generali, figlie di assassini con e senza medaglia, e si uccideranno ancora, ancora e ancora, finché la Lagerstroemia non sarà caduta e le farfalle piangeranno come in ogni autunno, imitandone i fiori e le foglie cadenti, stramazzando al suolo nella speranza di un unico ed antico ideale, quello della bellezza.

Se la politica tocca il pallone

di Brian Arnoldi

Campionati del mondo di calcio del 1970. Gli occhi del mondo sono puntati sul Messico, dove dal 31 Maggio al 21 Giugno si fronteggiano sedici tra le migliori nazionali del mondo. Gli italiani sperano in una vittoria che ormai manca da molti anni, soprattutto per via delle enormi aspettative generate dalla squadra composta, tra gli altri, da Gianni Rivera e Sandro Mazzola. La competizione, che per il nostro Paese si chiuse con un secondo posto dopo la sconfitta in finale contro il Brasile, ebbe il suo culmine nella Partita del Secolo, ovvero il match, alle semifinali, in cui si scontrarono la Germania Ovest e l’Italia, che poi ne uscì trionfante accedendo alla finale contro i Carioca.

Accanto a quelli che furono gli eventi dal grande spessore sportivo, il mondiale fu anche protagonista di uno degli avvenimenti di cronaca sportiva più gravi della storia: la Guerra delle Cento Ore. Il conflitto scoppiò infatti proprio a partire da una partita di calcio, disputata tra Honduras ed El Salvador nella fase a gironi del mondiale. Le due nazionali si affrontarono in tre match: uno a Tegucigalpa, in Honduras, uno a San Salvador ed uno, lo spareggio, a Città del Messico. Durante tutte le partite entrambe le tifoserie non si macchiarono solo di comportamenti antisportivi (come il lancio di bombe carta e l’uso di altoparlanti vicino agli hotel dove alloggiavano le squadre avversarie al solo scopo di non far dormire i calciatori), ma anche di violenze di vario genere, culminate nell’uccisione di due tifosi honduregni e lo stupro di una ragazzina, sempre dell’Honduras, durante il secondo match. La rivalità tra le due nazioni non era tuttavia di solo stampo sportivo: l’Honduras era infatti in rotta da mesi con El Salvador, il cui governo semi-dittatoriale aveva espropriato le terre degli immigrati honduregni, che erano stati rispediti nel Paese di origine, causando una grave crisi sociale ed economica per la piccola nazione del Centro America. Le partite furono dunque utilizzate come pretesto da entrambe le nazioni per interrompere i propri rapporti diplomatici e poi, il 14 luglio 1969, per giustificare una guerra vera e propria, iniziata con l’invasione dell’Honduras da parte di El Salvador.

La guerra si concluse in pochissimi giorni (cento ore, da cui il nome della guerra stessa), risolvendosi in un nulla di fatto dopo l’intervento diplomatico delle altre nazioni americane, che mediarono una pace tra i due belligeranti. La guerra, passata perlopiù in sordina in Europa, fu tuttavia il primo esempio di come lo sport potesse essere piegato alla bieca ragione di Stato, politicizzando di fatto un’innocua competizione e causando, per la prima volta, una vera e propria guerra capace di fare un totale di seimila vittime nell’arco di una settimana.

Generazioni perdute

di Beatrice Marconi

Sono passati ormai cento anni dalla conclusione della Prima Guerra Mondiale e se la sofferenza del vivere durante un conflitto rimane viva ormai nei ricordi di pochissimi (almeno in Italia), ciò che nell’immaginario popolare permane è il suo volto romantico e vagamente epico. In particolare,  un’espressione di successo in questo senso è quella di Lost generation (“generazione perduta”), con cui Hemingway e alcuni libri di storia e letteratura indicano quel gruppo di ragazzi che raggiunsero la maggiore età, loro malgrado, proprio negli anni del primo conflitto mondiale. Un analogo successo ebbe in Italia la definizione “i ragazzi del ‘99”, classe ispiratrice di svariati canti di guerra e commemorazioni di ogni tipo.

La materia bellica è però una delle favorite della cultura popolare e letteraria non solo dal secolo scorso ed è appunto uno degli esempi di questo gusto particolare di cui si vuole trattare con questo articolo.

Tra i secoli XI e XIII, il genere della canzone di gesta (chanson de geste) conosce in Francia una grandissima fortuna ed è la trasposizione letteraria del matrimonio fra gli ideali della cavalleria e quelli della cristianità, genitori della figura del miles christianus (il soldato cristiano). Sono infatti le crociate a fare da sfondo a questo genere letterario, in particolare alla Chanson de Roland (Canzone di Orlando) e alla Chanson de Guillaume (Canzone di Guglielmo). La crociata nelle due canzoni, però, è in realtà solo un pretesto per un’analisi sociale più o meno esplicita e consapevole, che, come vedremo, prende posizioni distinte circa il vizio, comune a più epoche, di nobilitare in qualche modo il sacrificio di giovani uomini (o, peggio, lo sterminio di un’intera generazione) in nome di un ideale superiore.

Nell’epica francese la guerra viene vista dai giovani come un’avventura, un’occasione di formazione e  di ricerca di un proprio posto (in senso sia sociale sia fisico) al di fuori di un regno in cui tutte le terre sono già di proprietà dei vecchi: si noti infatti che questi ultimi, al contrario dei giovani, nella Canzone di Orlando non sostengono la guerra ad oltranza, perché hanno ricchezze e possedimenti a cui ritornare.

Alcuni avranno la memoria scolastica di uno dei passi conclusivi della Chanson de Roland, in cui il corpo del paladino viene portato in paradiso dall’arcangelo Gabriele. La canzone si conclude con il pianto di Carlo Magno, gravato dall’età e dalla solitudine, per la morte del cavaliere. Facendo un bilancio dell’intera canzone si noterà che tutti i giovani sono morti e che, di conseguenza, è ancora la generazione precedente a detenere il potere e a possedere i territori. Già analizzando questa prima canzone vediamo come la morte di Orlando (letta spesso come un vero e proprio martirio) non abbia in realtà valore salvifico per gli altri guerrieri: la sua ascesa al cielo è un debole palliativo per la tragedia dello sterminio della retroguardia di cui faceva parte, che rimane drammaticamente terrena e umana.

L’aspetto dell’inutile sacrificio dei giovani, che non ha nulla di mitico, si ritrova in modo ancor più evidente nella Chanson de Guillaume. In questa seconda canzone, a fare da sfondo alla drammatica battaglia tra cristiani e saraceni è l’arida piana di Larchamp, in cui, con un esiguo numero di uomini, Viviano, nipote di Guglielmo d’Orange, cerca di non soccombere ai saraceni in attesa dei rinforzi dello zio. La morte del giovane è assolutamente straziante, senza fronzoli epicheggianti e, come scrive Cingolani in un suo articolo[1]: «il giovane eroe è solo con se stesso e con la morte, non c’è nulla di grande o di esteticamente mirabile in questo, non c’è null’altro che un uomo sicuro di una fine orribile». Ancora peggiore è il momento della morte di Guiscardo, altro giovane personaggio della stessa canzone, che, vinto dalla disperazione, abiura addirittura la fede nel Dio cristiano.

È difficile, a maggior ragione in così poco spazio, analizzare in modo completo un genere e un immaginario tanto complessi e ricchi, ma, se non tutti possiamo essere filologi, è un dovere di ognuno fare uno sforzo di memoria ed empatia.


[1] Carlomagno e Guglielmo d’Orange. Vecchiaia, giovinezza e morte alle origini della letteratura francese

Prospettive – Guerra

Il disertore

di Paola Gea

Ospedale Militare della provincia di Milano, 2 aprile 1916

Lisa avvolge la mano intorno alla mia nuca e la recita comincia. Mi scorta lungo il corridoio del reparto, avanti e indietro – io ci metto un minuto per ogni passo, lei è all’erta per regalare un saluto a chiunque, come si addice alle crocerossine in licenza. Quando Lisa incrocia un dottore o una persona importante, sento una leggera pressione sul collo: comprimo il torace per mozzarmi il respiro, così da emettere un rantolo significativo soffocatevi, maggiori, con tutti i vostri ardori, noi siamo i disertori!

Lisa ripete per me: mi hanno trovato a qualche centinaio di metri dal mio compagno. Lui disertore, crivellato dal nemico, io in trappola come lui – non con lui. Ero già ammattito quando ci avevano affidato la missione, non ero cosciente, perciò non avevo volontariamente abbandonato il reparto e la trincea che fetore di carogna, carne logora alla gogna!

Lisa dice che ha corrotto un paio di soldati della mia stessa unità a testimoniare per la mia pazzia. La vedo, dopo che mi ha rimboccato le coperte, scivolare fra le altre brandine e accendere il languore dei loro ospiti mentre io raglio alla luna per la fame mia bella non ti porto rancore, non credo all’onore, ma solo il disertore lo sa come fare l’amore!

Finirà per mandarmi in manicomio e non a casa, di questo passo. Dice che è venuta per aiutarmi, perché solo come pazzo posso salvarmi. Ma io sono già salvo, mi sono salvato quando li ho abbandonati e lasciati a crepare. Giovanni è stato sfortunato… l’hanno ammazzato, ma so che non ha rimorsi, lo so perché lo sento ancora sbeffeggiare il mondo con la sua voce infantile. Non ne potevamo più dell’Italia, volevamo strisciare fuori dal suo grembo matrigno. Di quell’utero non rimanevano che muscoli e viscere putrefatti, i soldati morti per lei figli del diavolo, i commilitoni, e per Dio da sempre tutti coglioni!

Il generale

di Elisa Morlotti

Di quella battaglia sono stato uno dei pochi spettatori. Dall’alto della collina, su cui si trovava il quartier generale della nostra divisione, si poteva osservare uno spettacolo grandioso: i due eserciti avanzavano da parti opposte della spianata, fra gli scoppi delle granate e i colpi delle mitragliatrici. Il frastuono della cavalleria e il rombo degli aerei impedivano di pensare, si poteva solo stare ad ammirare lo slancio di uomini coraggiosi che, per guadagnare anche solo un metro di terreno, si buttavano nel mezzo del combattimento. In quel sacrificio ho visto, con orgoglio, la fedeltà dei miei uomini alla Patria.

Dopo il combattimento, la pianura era ricoperta di corpi privi di anima e l’infermeria era più affollata di un mercato. Avevamo vinto, ma nessuno dei soldati riusciva ad esserne felice. Noi, che in quell’inferno non eravamo entrati, avevamo festeggiato velocemente il successo e pensavamo solo ad organizzare la nostra strategia e il prossimo attacco. Dovevamo sfruttare il vantaggio sul nemico, prevedere le sue mosse e colpire il suo punto debole. Attaccare, attaccare di nuovo, ancora attaccare, anche se il nostro esercito era stremato e i caduti aumentavano sempre di più. Quella guerra si doveva vincere, costasse quel che costasse: ne andava dell’onore della Patria. E del mio.

Anch’io sono stato un soldato semplice, quando ero giovane. Non so se per merito mio oppure per fortuna, sono riuscito a sopravvivere a diverse battaglie e a scalare la gerarchia militare. Ogni volta che salivo di un gradino, mi allontanavo di un po’ dalle sofferenze dei miei uomini e dimenticavo l’orrore di combattere in una battaglia. Adesso, da generale, non credo di avere più una coscienza: vedo solo l’obiettivo, i miei uomini ormai sono solo pedine per poter vincere questo gioco.

La guerra in una stanza

di Rosamarina Maggioni

Diario di Francesca Damasso, Piemonte.

24 maggio 1915

Oggi è un giorno funesto per l’Italia: siamo entrati in guerra.

17 giugno 1915

Il mio amato Alberto è partito. Il villaggio si è svuotato: sono rimasti sono vecchi, bambini e noi donne. Nulla sarà più come prima.

15 agosto 1915

È ferragosto ma questa sera non ci saranno festeggiamenti. I nostri uomini non sono qui per ballare con noi. Con le altre donne però abbiamo deciso di andare a tagliare la legna in mattinata e fare un grande falò nel centro del villaggio in memoria dei nostri caduti. Ieri sono arrivati dei soldati che hanno comunicato la morte del marito di Loredana e del fratello di Francesca. Prego Iddio che protegga Alberto.

30 agosto 1915

Ho scoperto di essere incinta. Sono passati due mesi da quando Alberto se n’è andato. Vorrei tanto scrivergli per comunicargli la bella notizia ma non ho idea di dove si trovi.

21 dicembre 1915

È inverno. La neve ha ricoperto tutto e arrivare al mercato per me è sempre più difficile. Luca ha solo otto anni ma gli ho spiegato come vendere le poche cose che sono riuscita a raccattare. La legna è pagata molto ma non voglio rischiare di rimanere senza. Il freddo entra in casa come niente.

3 marzo 1916

I gemelli sono nati: Anna e Carlo. È stato un parto difficile… la levatrice è rimasta bloccata nella neve e ho dovuto fare da sola. Hanno il mio naso e gli occhi di Alberto. Quanto vorrei fosse qui per vederli. Sono passati nove mesi e ancora non ho avuto notizie.

24 maggio 1916

Un anno dall’inizio della guerra. Nessuna notizia.

17 giugno 1916

Un anno dalla partenza di Alberto. Nessuna notizia.

2 luglio 1916

Il nonno Franco è morto, la febbre lo ha portato via. Nessuna notizia.

13 agosto 1916

Oggi è arrivato un messaggero: Alberto è morto.

Non si fotte con gli Emu

di Lorenzo Caldirola

È il 1932, ormai da diversi anni gran parte dei coraggiosi soldati australiani che hanno combattuto al fianco della Triplice Alleanza nella Grande Guerra sono stati ricompensati dal proprio governo con lotti di terreno agricolo nella parte occidentale del paese (that’s so SPQR). 

Gli effetti della crisi del ’29 ancora si fanno sentire e i contadini sono in aperta disputa col governo siccome si rifiutano di vendere il grano ai prezzi stracciati che il mercato imporrebbe loro, ma questo non è nulla in confronto alla catastrofe che si sta per abbattere su quei territori. 

Una sola parola, tre lettere, ancora sufficiente a far rabbrividire i discendenti di quegli eroici agricoltori: EMU. 

Eh già, terminata la stagione delle migrazioni, una popolazione di 20.000 uccellacci decide di stabilirsi proprio nelle farmlands dell’Australia occidentale e comincia a fare razzia dei raccolti di grano appena maturi – che Attila spostati proprio, ora il flagello di dio ha il becco. 

La situazione è disperata, l’intera nazione rischia di essere messa in ginocchio, la scelta è estrema ma necessaria: bisogna schierare l’esercito. Piccoli plotoni di uomini altamente addestrati ed equipaggiati con mitragliatrici leggere vengono schierati su tutto il territorio: la Guerra degli Emu ha inizio. 

È il due novembre: vengono avvistati una cinquantina di Emu, le mitragliatrici iniziano a fare fuoco, ma gli uccelli sono troppo distanti, i colpi non arrivano con precisione e gli emu riescono a disperdersi in piccoli gruppi evitando perdite. Avevo detto “altamente addestrati”?   

Gli eroici militari non demordono, avanzano e riprendono il mitragliamento, ora da una distanza più favorevole. Gli uccelli però a quel punto stanno già battendo in ritirata, le vittime non sono nemmeno una dozzina. Nel complesso un insuccesso. 

A distanza di alcuni giorni, finalmente la grande occasione: nei pressi di un bacino artificiale vengono avvistati 1000 uccelli. I soldati, ora con maggiore esperienza, si avvicinano fino ad avere una linea di tiro pulita e si preparano all’ecatombe. Le armi scaricano i primi colpi, una scintilla omicida si accende negli occhi dei prodi guerrieri, la prima dozzina di emu cade come insetti, poi il disastro. Entrambe le mitragliatrici si inceppano e per quando gli artiglieri riescono a sbloccarle ormai gli uccelli se ne sono andati tutti, evidentemente qualcuno lassù fa il tifo per loro. 

Nei giorni successivi, le offensive australiane non sono molto più fortunate e dopo 2500 munizioni sparate e un bilancio approssimativo di solo 200 vittime il governo decide di ritirare le truppe perché l’operazione si sta rivelando antieconomica. Emu 1 – Australia 0. 

Una settimana dopo il cessate il fuoco gli australiani tornano all’attacco. In un mese, secondo le stime ufficiali, i soldati spararono 9860 colpi uccidendo 986 emu. Una proporzione perfetta di 10 a 1: non sono un esperto, ma non mi pare un grosso affare.  

Nemmeno al governo dovette sembrare tanto conveniente proseguire su questa strada, difatti nei mesi successivi il problema fu definitivamente arginato dall’introduzione della figura del cacciatore di taglie, pagato ad animale ucciso, e dalla diffusione del sistema delle enclosures. 

Cosa ci insegna questa incresciosa “sconfitta” dell’esercito australiano? Be’ così su due piedi direi che a volte la penna ferisce più della spada! 

Kubrick e l’autodistruzione dell’essere umano

di Clara Gerelli

Parlando di cinema di guerra, è inevitabile soffermarsi sul lavoro di Stanley Kubrick, che in film molto diversi ha scelto di rappresentare un pensiero tanto semplice quanto significativo, andando ben oltre la critica antimilitarista. 

In Orizzonti di gloria (1957), si racconta un episodio realmente accaduto durante la prima guerra mondiale: un inutile attacco suicida dell’esercito fallisce e due generali Francesi accusano di codardia i propri soldati, scegliendone tre che verranno fucilati. Uno degli aspetti del film che saltano subito all’occhio è la totale assenza del nemico: nessuna inquadratura ci mostra soldati tedeschi. A sottolineare ciò, l’unico personaggio tedesco è una ragazza, che presa inizialmente come ‘‘preda bellica’’ da umiliare, verso la fine del film condivide le lacrime con i soldati francesi. Viene rappresentata così la capacità dell’uomo di ritrovarsi nell’altro, ma anche l’assenza della distinzione di un popolo nemico. L’umanità è quindi vittima della propria stupidità. Il nemico è interno: il tenente che, ubriaco, uccide un soldato francese con il quale era di pattuglia, il generale che decide di far sparare contro il proprio esercito per convincerlo a uscire dalle trincee e infine il plotone d’esecuzione che fucila i propri soldati per vigliaccheria. 

Questo tema viene ripreso anche nel film satirico il Dottor Stranamore (1964), in cui si racconta di un generale americano completamente folle che sta per far scoppiare una guerra nucleare dopo essersi chiuso in una base di comando dell’aeronautica, impedendo quindi a tutti, compreso il presidente, di intervenire. Anche qui il nemico è interno e rappresenta sempre più la follia stessa dell’uomo: tutti quanti, Russi e Americani, sono costretti a collaborare per fermarla. 

Questa idea di autodistruzione si rivela ancora più chiaramente in Full Metal Jacket (1987), ambientato durante la guerra del Vietnam. Se nei due film precedenti la follia era dovuta all’orgoglio personale dei generali, qui è originata dal tentativo dei soldati, soprattutto del protagonista, di rimanere sani nella condizione di completa insania della guerra. L’accento è sulla deumanizzazione dell’essere umano; lo stesso Kubrick afferma: «trasformare esseri umani in armi è possibile, come dice il sergente nel mio film ‘un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide’» . La metamorfosi di un cuore umano in un ‘‘cuore duro’’ è il punto focale di questo film, in cui il soldato è portato, per poter distruggere gli altri, a distruggere la propria personalità e a diventare nemico di se stesso. 

La radice dei conflitti contemporanei

di Brian Arnoldi

L’11 novembre 1918, si concludeva la Grande Guerra. Il più grande conflitto finora affrontato dall’uomo si chiudeva con una netta vittoria delle potenze Alleate, che utilizzarono la propria posizione predominante per farsi giudice, giuria e talvolta persino boia degli Imperi Centrali: gli Alleati infatti non decisero solo di trarre dalla guerra quanti più vantaggi territoriali ed economici possibili, ma anche di umiliare la Germania, l’Austria-Ungheria e l’Impero Ottomano. 

La scelta degli Alleati si sarebbe tuttavia rivelata assolutamente controproducente appena dopo i trattati di pace, se non già durante gli stessi: alla Conferenza di Parigi non vennero mai invitate le potenze sconfitte, che si limitarono a sottoscrivere i trattati sotto la minaccia di una riprese delle ostilità, mentre alcuni Paesi che sedettero tra i vincitori della Grande Guerra, come l’Italia e la Serbia, ne uscirono profondamente delusi e con una forte avversione per i francesi e per gli inglesi. Fu proprio da questo sentimento, o quantomeno anche da questo sentimento, che trassero la propria fortuna i regimi dittatoriali del Novecento: la risoluzione delle questioni territoriali dell’Istria e della Dalmazia fu il motivo che spinse molti ex-soldati a militare per il fascismo, mentre in Germania l’odio per le potenze alleate si era focalizzato sul Corridoio di Danzica, che di fatto separava in due il Paese. 

Le divisioni territoriali operate dagli Alleati ai danni dell’Austria-Ungheria e dell’Impero Ottomano hanno poi avuto conseguenze a lungo termine: la creazione della Yugoslavia si rivelò presto una totale inottemperanza del principio di autodeterminazione dei popoli, dal momento che all’interno del Paese furono costrette a convivere popolazioni ortodosse, cattoliche e islamiche in un costante stato di conflitto interno che sarebbe sfociato in guerra civile solo negli anni Novanta. Un caso simile fu quello dell’Iraq, che fu creato unendo zone sciite e sunnite a zone popolate dai curdi yaziti, mentre non venne nemmeno rispettato l’ordinamento statale preesistente, che era basato sul legami tribali di stampo pseudo-feudale, ma venne imposta un’organizzazione nazionale sotto forma di un protettorato inglese. Da qui nacque poi la questione curda, dal momento che la creazione del Curdistan venne auspicata durante i trattati ma non si concretizzò mai per via dell’incapacità di inglesi e francesi di giungere ad un accordo sulla divisione territoriale della zona. L’ultima questione che sorse in seguito ai trattati di pace fu quella dello Stato di Israele: il nascente nazionalismo ebraico, unitamente al protettorato inglese sulla Palestina, permise a numerosissimi ebrei europei di trasferirsi in quello che essi consideravano essere legittimamente il proprio Stato Nazionale, portando, all’indomani della seconda guerra mondiale, all’apertura di un conflitto ancora insoluto.