Tutto cambia

di Francesco Marinoni

È stata un’estate intensa per la redazione di Altro. Dopo tanto tempo passato insieme a cercare idee sempre nuove per portare avanti il nostro giornale, ci siamo resi conto che avevamo bisogno di qualcosa di diverso. Abbiamo realizzato che Altro non era più la fonte di stimoli e idee che per noi era sempre stato e che perciò necessitava di una nuova impostazione, di una nuova identità.

All’interno di questo numero infatti troverete, oltre ad alcune delle nostre vecchie rubriche, un’ampia sezione diversa dal solito, che è di fatto il cuore del nuovo giornale: abbiamo deciso infatti di spostare il fulcro della nostra attenzione sull’attualità estera, cercando nei limiti del possibile di focalizzarci a trecentosessanta gradi su tutti i continenti. 

È il nostro primo tentativo in un mondo che per noi è sempre stato piuttosto distante, dato che finora il nostro è stato quasi interamente un mensile culturale, con il vizio di stare poco con i piedi per terra. Per questo abbiamo pensato a un giornale che abbia due anime: quella legata al nostro passato e un’altra che ci permetta di metterci alla prova in un contesto diverso da quello per noi abituale.

Per questo mese abbiamo scelto di parlare di democrazie, con un occhio in particolare alle imminenti elezioni di metà mandato negli Stati Uniti del prossimo novembre. Democrazia che per noi significa innanzitutto processo democratico, una realtà in continua evoluzione che offre sviluppi sempre nuovi: l’avvento del populismo nel nostro paese, le eredità dei regimi autoritari nei paesi in via di sviluppo e le battaglie di chi la democrazia ancora non la conosce.

Non mi resta quindi che augurarvi una buona lettura: benvenuti al nuovo Altro, giornale di carta!

Prospettive – Processi democratici

Il sogno del topo

di Samuele Togni

Il mio nome non vi interessa, o almeno a nessuno è mai importato un granché. Quando si rivolgono a me utilizzano l’appellativo «Ehi topo». Un topo. Che vale a dire un ladro, un mendicante, un buonoanulla. Un personaggio sgradito, ma ineliminabile. Almeno non sono un uomo e posso bazzicare nella fattoria senza rischiare la pelle.

Finché sto zitto lì mi tollerano. Perché se dovessi aprir bocca non amerebbero quel che direi. Direi che nulla è cambiato e che le nuove leggi che si sono scelti non sono tanto diverse da quelle che avevano prima, quelle dell’uomo. Certo, leggere “uguaglianza” fa un certo effetto, ma non bisogna crederci troppo: le leggi non si scrivono su carta, né sulle pareti di una stalla. Le leggi sono i tatuaggi sulla pelle dei fatti. E i fatti sono questi, che qualcuno lavora e qualcun altro tiene i frutti. 

Oggi ho fatto un sogno. Fattorie crescevano, una dietro l’altra; aumentavano in popolazione e ricavato, dopodiché morivano. Tutte quante. Quelle governate dagli uomini o dai maiali, fino a quelle comandate da macchine senza alcun tipo di fratellanza animale. Le fattorie, nel loro continuo processo di nascita e distruzione, ciascuna secondo un proprio principio diverso dalle altre, avevano qualcosa in comune. Una fune che nel sogno le univa come panni stesi al sole. Quando una di loro moriva, una fila di topi scorreva su quella fune, per andare da quella nuova.

Crescete, fattorie, città e nazioni: le zampe dei mendicanti sapranno sempre dove aggrapparsi.

Lavorerò di più

di Sofia Burini

Domani mi alzerò prima: se invece che alle cinque comincerò a lavorare alle quattro, potrò fare di più per il bene della fattoria. D’altronde, si sa, sono in buona salute e, ora che mi viene dato da mangiare più di quanto non mi desse il fattore Jones, posso fare di più. Il mio lavoro è più semplice e meno faticoso di quello dei maiali, che tutti i giorni si occupano di far funzionare la fattoria al meglio e sono gli unici in grado di farlo. Infatti, ci ha spiegato Clarinetto, ognuno deve dare secondo le proprie capacità e avere in base ai propri bisogni: per noi non sono necessarie le mele, anzi, ci fanno male, mentre il loro difficile lavoro intellettuale ne beneficia. I maiali sono più attenti alla nostra salute del fattore: sanno di quale e di quanto cibo abbiamo bisogno, ci danno le giuste razioni, più di quanto ci desse il fattore, e noi stiamo bene, quindi possiamo lavorare di più. 

Domani lavorerò di più, così riusciremo a ricostruire il mulino prima e la fattoria funzionerà meglio, perché, seguendo la saggia guida di Napoleone, di tutto ciò che produrremo con il nostro lavoro beneficeremo tutti, ognuno secondo i propri bisogni. Sono il cavallo più forte e il mio lavoro è importante: ognuno deve dare secondo le proprie capacità, e io posso dare di più, soprattutto ora che sono in buona salute. Lavorerò di più: è il solo modo per portare avanti la fattoria, a dispetto dei tradimenti di chi è stato in combutta con Jones e degli umani che ci hanno attaccati. Lavorerò di più: più lavoro, più produco, meglio cresce la produzione della fattoria, e quindi le condizioni di vita per tutti noi animali, che un giorno non avremo più bisogno di lavorare. Lavorerò di più: io non sono Benjamin, quel vecchio lazzarone, so che solo così posso fare davvero il bene. Lavorerò di più: Napoleone ha detto che è bene, e Napoleone, si sa, ha sempre ragione.

Ho già vinto

di Giulio Bonandrini

Sono un maiale. Ma che maiale eh. Intendiamoci. Il boss. Il capo. Una folta barbetta nera nasconde il mio doppio mento. La pancia, prima simbolo di lassismo, è diventata indice di maschilità. La sfoggio con orgoglio, di fronte alle telecamere e perché no, anche di fronte agli obbiettivi dei fotografi. Una copertina non si rifiuta mai. Sono un drago. Due parole e smonto il mondo. Chiedi? Ho la risposta pronta. Su tutto, so tutto. Le leggi? Le cambio. Le maiale? Me le prendo. I voti? Li raccolgo a piene mani. Sono il leader. Un maiale, solo al comando, che con sguardo penetrante scruta nella tempesta per trovare la giusta via. Vado a naso. Grufolo di qua, grufolo di là. Uno quasi al mio livello una volta ha detto “sono arrivato, ho visto, ho vinto”. Io di più, sono stra arrivato, ho stra visto e ho stra vinto. Che altro devo dire? Cos’altro devo dimostrare? I miei accoliti mi venerano, i miei nemici mi temono. Per le mie maiale sono l’unico, per i miei figli sono un modello. Ancora pochi mesi e faccio saltare il parlamento, inutile orpello. Basto io. Io che capisco. Io che so. Io che vinco. Io. Io. Io. Io. Votatemi.

Democraticamente

di Samuele Togni

Se una persona si getta dal ponte

esiste una maggioranza

nel parlamento del suo cervello

che decide democraticamente

di agire in conformità

alle leggi della gravità

e dell’affogamento dei suoi polmoni?

Se una persona si getta dal ponte

era esistita una maggioranza

nel parlamento del suo passato

che aveva deciso democraticamente

di agire in conformità

alle leggi dell’isolamento

e dell’affogamento dei suoi bisogni?

Nell’anonimato delle votazioni

non si sa più a chi dare la colpa.

Le ali della democrazia

di Samuele Togni

Bianco scintillante, fredde e spigolose pareti di ghiaccio dolce su cui s’infrange il salato Pacifico. La pura materia basta a sé stessa e nulla può intaccare la sua imperturbabilità. Se non fosse che in queste lande ci vive una comunità di pinguini e dove c’è comunità automaticamente scattano i problemi. Specialmente se le decisioni dei pinguini in questione vengono prese democraticamente. È tempo di elezioni qui fra i ghiacci. 

C’è un gran trambusto, e mi sembra giusto: la democrazia è divertente, ti fa uscire di casa, ti dà un qualcosa di cui parlare con la gente (o con i volatili, per maggiore correttezza). Becchi adunchi e becchi sottili, zampe lucide e zampe gottose, piume nobili e pettinate o penne arruffate da plebei, tutti si fanno avanti e scendono nell’agorà pinguinesca per parlamentare.

Chi votare? Questo non mi piace, quando era un uovo era pieno di luride macchie, di lui non ci si può fidare. Quest’altro è uno scavezzacollo, potrebbe portare la nostra nazione tanto al successo quanto allo sfacelo, meglio di no. La bella Pinguinetta potrebbe funzionare, ma solo a livello d’immagine: in caso di guai farebbe sicuramente la scena dell’ochetta. Chi allora? Beccasciutto? Grandaddome? Pinnaffilata? Uno è tirchio, l’altro un corrotto e l’ultimo un guerrafondaio, qui si mette male. Che fare?

Il borbottio continua da giorni e la fumata rimane sempre nera, il nuovo e pirotecnico nome del leader rimane una questione da bookmakers.

Finché non arriva Lui. Lui, possente e di fisico prepotente, di cuore impavido e di sguardo ammiccante, languido. Parla con uno, parla con l’altro, regala pesci ai più poveri e lussuosi immobili da cova ai più ambiziosi. Promette vittorie, garantisce incassi. È affidabile, è benvoluto, è uno sguardo sconosciuto.

La fumata è bianca, il nuovo presidente degli imperatori (nel senso dei pinguini) è Lui. 

Lui che così spontaneamente si siede sul trono.

Lui che così dal niente attira tutti a sé.

Lui che si toglie la maschera.

Lui che in realtà è una foca.

Lui che se li pappa tutti.

Attenzione cervelli d’uccello, la foca arriva sempre, democraticamente, sul più bello.

Effetti collaterali

di Lorenzo Caldirola

«Buongiorno, signor…»

«Italo. Piacere dottore.»

«Piacere. Anche lei qui per il vaccino, immagino?»

«Eh già, a quanto dicono è bene proteggersi da questa brutta epidemia di totalitarismo che gira in questo periodo.»

«Già, proprio una brutta storia. Pensi che credevano di averlo debellato una settantina di anni fa…»

«E invece… Vabbè dai, sbrighiamoci che i miei impegni sono ben altri.»

«Come vuole, si accomodi. Le inietterò una forma virale attenuata del fascismo, il nome scientifico del batterio è Unione Est.»

«Sì sì, questo lo so bene. Il vero problema è che sono tutti bravi a dirti cosa c’è di buono in questi vaccini e mai nessuno che ti informi sugli eventuali rischi. Ma il suo vaccino è sicuro vero?»

«Ecco… In realtà una controindicazione ci sarebbe.»

«Sputi il rospo doc. A cosa sto andando in contro?»

«Beh vede, un ristrettissimo numero di pazienti soffre di menomazioni mentali a seguito del vaccino. Alcuni casi gravi, fortunatamente molto remoti, diventano addirittura elettori dell’alleanza 4 lune.»

«Ma si parla di un’eventualità assolutissimamente improbabile, vero?»

«Sì, stia tranquillo signor Italo.»

«Va bene dai, proceda.»

[…]

«Perfetto, dovremmo avere finito. Rapido e indolore, e adesso non deve più temere che quei fastidiosi totalitarismi pieghino il suo fisico democratico.»

«Non mi parli in questo modo professorone!!!! Si vergogni!! Si dimetta!!1! Ma cosa ne sa lei della vita vera!!! Ci stanno controllando!!1!! Le scie chimiche!!1 Il piano Kalergi!! Diego Fufaro è il vero filosofo del popolo!!! L’Erasmus è la nuova naja del turbocapitalismo apolide deradicante globalista!!!1!

«Ommioddio, è successo davvero. Mi raccomando, non si scordi di pagare il ticket prima di andarsene.»

«Non pagherei mai il suo obolo lobbistico criptomassonico nemmeno se mi costringerebbe, piuttosto lei dia un taglio al suo stipendio d’oro che la medicina dovrebbe essere completamente al servizio del popolo!!!11!1»

L’irregolare del calcio

di Andrea Calini

Democracia Corinthiana. Il nome è suggestivo, le idee e le visioni corrono. La declinazione in lingua portoghese del sistema politico di Corinto? Potrebbe, ma le storie delle istituzioni democratiche dell’antica città del Peloponneso non sono così avvincenti. La democrazia c’entra di sicuro però, di questo siamo sicuri. Una democrazia inedita, applicata, o meglio importata, in un mondo che, fino alla seconda metà degli anni Settanta, era legato alla verticalità di un ordine rigidamente gerarchico. Il mondo è quello del pallone. E il posto del globo che interessa questa storia è un paese che di democratico non ha proprio nulla: il Brasile, tenuto stretto nella morsa di una dittatura militare rozzamente anticomunista. Dunque, cerchiamo di capirci: qual è la ricetta che nel calcio gerarchico del Brasile dittatoriale degli anni ‘70/’80 crea una democrazia? Non una democrazia semplice come ce la potremmo immaginare, ma il più straordinario esperimento di gestione democratica e dal basso della storia del calcio.

Prendete un uomo. Un uomo nato povero in quel Brasile che però ci dà dentro, insomma corre e studia. E quell’uomo studia e si laurea medico, ma il suo sogno è un altro: fare il calciatore. Ma in tutto ciò è indignato dall’ingiustizia e dallo sfruttamento, e diventa un intellettuale comunista.

Prendete quest’uomo (o questi uomini), mettetelo in una squadra di calcio e quello che verrà fuori è la cosiddetta Democracia Corinthiana.

Bene, quell’uomo è Socrates. E davvero straordinaria risulta la figura di questo irregolare, figlio di un autodidatta che riesce a trasmettergli l’idea della cultura come arma da brandire contro la subalternità.

Chi sa può difendersi, il potere può levarti i diritti e la libertà ma non la coscienza critica che il sapere alimenta in continuazione.

Con la consapevolezza che la cosa più importante è l’impegno nello studio, perché il sapere, fuori da ogni velleità astrattamente accademica, ha una dimensione concretamente e immediatamente politica. E in un paese dove il calcio non è semplicemente un gioco ma l’autobiografia di una nazione, diventa particolarmente produttiva l’intuizione rispetto alla possibilità di fare di una squadra di calcio uno strumento di lotta politica.

E così accade tra la fine dei Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Dar vita a una autogestione democratica del Corinthians, il club di San Paolo, per cui ogni decisione sugli aspetti tecnici, tattici, gestionali ed economici diventa appannaggio del collettivo della squadra, che inoltre moltiplica l’orizzontalità dello spogliatoio attraverso una serie di messaggi politici stampati sulle magliette e che si devono alla genialità del copywriter Washington Olivetto.

Il soviet calcistico funziona, perché la squadra vince e rimette a posto i conti scalcagnati della gestione precedente, mentre Socrates incanta con i suoi celeberrimi colpi di tacco e le sue dichiarazioni. «Quello che conta è la gioia» ripeteva sempre il dottore, che nell’84 arriverà anche in Italia per giocare nella Fiorentina, ma di gioia nel nostro paese ne troverà ben poca, tanto da tornare a casa a fine stagione. Non prima però di aver sorpreso tutti, dichiarando che il suo principale interesse qui era «leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio». 

Ciò che alla fine ci restituisce la vicenda di Socrates è quanto sia politicamente strategico un lavoro sull’immaginario, un terreno sul quale per battere l’avversario il possesso palla risulta assolutamente decisivo.

Not Guilty

di Beatrice Marconi

Cosa ci fanno insieme Bridget Jones (aka Renée Zellweger), la moglie di Zorro (aka Catherine Zeta-Jones) e un ufficiale gentiluomo (aka Richard Gere) fra i lustrini della Chicago degli anni Venti? Un musical di rara bellezza, naturalmente.

Prima scena: dietro le quinte di un nightclub Catherine Zeta Jones, nei panni della jazzista Velma Kelly, si affretta a lavarsi dalle mani il sangue del marito e della sorella, prima di entrare in scena con il suo numero And all that jazz. Uno spettacolo indimenticabile, soprattutto se si tiene in considerazione che si conclude con l’arresto della protagonista. Nel frattempo, dal fondo del locale Roxie Hart (Renée Zellweger) assiste alla performance e sogna il momento in cui potrà esserne protagonista, ma non si rende conto che l’uomo che le ha promesso di consegnarla alla celebrità la sta solo illudendo con continue promesse di provini inesistenti per avere da lei qualcos’altro. Il poverino non sa però quanto l’oggetto del suo desiderio sessuale possa essere “determinato” e infatti, quando in un momento di rabbia confessa a Roxie di averla ingannata, si ritrova una pallottola in corpo. 

Se è scandalosa la capacità di Velma di salire sul palco senza batter ciglio dopo un duplice omicidio, quella di Roxie di nascondere il proprio vero carattere durante l’intero processo è agghiacciante.

Velma ed i suoi modi da femme fatale non possono competere con gli occhioni azzurri ed i vestitini bon ton della protagonista, che riesce infatti a entrare nelle grazie di Billy Flynn (Richard Gere), l’avvocato più scaltro e più viscido di tutta Chicago (caratteristiche che gli hanno permesso di non perdere nemmeno una causa).

L’arma segreta di Billy è in realtà l’opinione pubblica e Roxie, sotto la sua guida, se ne guadagna il consenso e la pietà con candide menzogne e vestitini monacali: è finalmente la prima ballerina e non le importa se esserlo comporta essere un burattino nelle mani del proprio avvocato (meravigliosa la coreografia di We both reached for the gun, in cui Renée Zellweger, seduta sulle ginocchia di Richard Gere, assume le movenze di una marionetta).

Conquistata la stampa, il passo verso l’assoluzione è breve, ma mantenere i riflettori puntati verso di sé è un lavoro faticoso e spesso la biondina deve alzare la posta in gioco (non è certo l’unica graziosa assassina di Chicago), arrivando perfino a simulare una gravidanza.

Poi, dopo quasi un’ora di puro intrattenimento, il sorriso dello spettatore si congela. Hunyak, una delle detenute di cui viene raccontata la storia durante la canzone Cell block tango, viene condannata a morte per impiccagione. Hunyak non è abbastanza affascinante da far parlare di sé, né abbastanza ricca da permettersi i migliori avvocati, ma soprattutto nessuno capisce ciò che dice perché è un’immigrata ungherese e non ha ancora imparato l’inglese eccezion fatta per le parole “not guilty” (“non colpevole”), che comunque non possono essere comprensibili nella Chicago dipinta in questo film.

Hunyak è semplicemente (realmente) innocente e questo è un fatto troppo poco sensazionale per meritare l’attenzione della giuria. 

Così, mentre Velma e Roxie vengono assolte e raggiungono il successo come duo di jazziste assassine, Hunyak, sulla forca, si esibisce in un numero di sparizione ungherese: condannata al silenzio, può offrire solo la propria morte come intrattenimento e il pubblico, dopo un breve applauso, si scorda di lei per concentrarsi nuovamente sugli idoli di parole che ha scelto per sé. 

Storia di una Repubblica Popolare del medioevo

di Brian Arnoldi

Generalmente, quando si parla di Repubbliche Popolari si fa riferimento a quelle entità nazionali nate nell’alveo del comunismo, ed in particolare dell’Unione Sovietica: non è infatti un caso che una Repubblica popolare sia per definizione un esempio dell’applicazione delle dottrine marxiste e leniniste cui la Russia comunista si ispirava. Dal momento che gli stati socialisti nati nella prima metà dello scorso secolo come naturale risposta allo scompiglio portato sullo scacchiere europeo dai due conflitti mondiali non hanno avuto una vita né particolarmente lunga, né tantomeno particolarmente dignitosa, sarebbe lecito pensare che la forma di governo della Repubblica Popolare sia impossibile da perseguire, quantomeno sul suolo europeo.

D’altra parte però esiste un’esperienza di governo in Europa decisamente simile a quella delle Repubbliche Popolari che non solo si è dimostrata in grado di mantenersi stabile nel corso dei secoli, ma anche di sfuggire al controllo di grandi potenze europee come la Danimarca e la Prussia: la Repubblica Contadina di Dithmarschen. Quello di Dithmarschen era un nucleo geografico estremamente ridotto, composto perlopiù dalle paludi e dalle coste della Frisia del Nord, abitato da contadini e da allevatori, da sempre sfuggito alle grandi istituzioni europee. Pur rimanendo di fatto parte del Sacro Romano Impero per quasi tutta la propria esistenza, già intorno all’835 d.C. (vent’anni dopo la morte di Carlo Magno) la zona di Dithmarschen veniva considerata politicamente al di fuori dell’Impero, vista la sua mancanza di risorse naturali e di una popolazione considerevole. Con quello che era di fatto il rifiuto da parte dell’Impero di assumersi la responsabilità amministrativa della zona, furono gli stessi contadini ad organizzarsi nei comitati governativi e lo fecero secondo principi egualitari vicino a quelli del comunismo: a Dithmarschen, in piena epoca feudale, era proibito possedere un castello, che veniva considerato indice di ricchezza eccessiva, così come erano aboliti i titoli nobiliari. L’amministrazione era relegata ad una forma di autogoverno delle singole comunità, le quali a loro volta sceglievano 48 giudici che emanavano le leggi da far rispettare in tutta la Repubblica. La ricchezza stessa veniva redistribuita con due obiettivi principali: il primo era quello di far fronte al fenomeno del banditismo (che effettivamente subì un calo durante gli anni della Repubblica), mentre il secondo era quello di razionalizzare le scarse risorse che la zona garantiva ai suoi abitanti.

Questo sistema amministrativo, basato sull’abolizione delle classi sociali e sull’uguaglianza, si rivelò vincente nell’Europa medievale e moderna: la Repubblica Contadina di Dithmarschen rimase un’entità riconosciuta entro il Sacro Romano Impero fino alla sua dissoluzione nel 1806 e venne annessa al Regno di Prussia solo nel 1866, dopo più di mille anni di esistenza pressoché pacifica come stato-cuscinetto non belligerante tra la Danimarca e il Sacro Romano Impero.

Flooded Modernity

di Ludovica Sanseverino

Dall’alba di questa estate la cittadina danese di Vejle ha ospitato il Floating Art Festival, un festival d’arte contemporanea, terminato il 2 settembre, che incentra la sua attenzione su un tema ricorrente soprattutto nel contemporaneo, cioè l’impatto negativo che l’uomo ha assunto sulle risorse del nostro pianeta. Tra i principali effetti c’è il surriscaldamento globale, che determina i fenomeni di desertificazione, di scioglimento delle calotte polari e conseguentemente di innalzamento del livello del mare. Infatti, le istallazioni di ben undici artisti sono state posizionate sul pelo dell’acqua del fiordo danese della piccola città di Vejle, mettendo al centro dell’attenzione l’elemento acqua, simbolo di linfa vitale terrestre e protagonista dei principali cambiamenti legati all’ambiente.

Ma al tema ambientale si affianca inevitabilmente quello sociale: infatti la curatrice del festival Pernille Rom Bruun ci tiene a puntualizzare: «La selezione dei lavori si focalizza sulle sfide, globali e politiche, che ci troviamo ad affrontare proprio ai nostri giorni». Proprio per questo motivo l’opera di Asmund Havsteen-Mikkelsen non è passata inosservata: denominata Flooded modernity, rappresenta una delle più celebri opere architettoniche, cioè Ville Sovoye del noto artista Le Corbusier, affondata nelle acque del mare. La celebre struttura di Le Corbusier, la cui costruzione è iniziata nel 1928 e terminata nel 1931, si trova a Poissy ed è stata fino ad oggi simbolo di modernismo, di progresso e razionalismo. Tutti principi e ideali che per Havsteen-Mikkelsen sono letteralmente sprofondati negli abissi più scuri della contemporaneità, definita oramai irrazionale e antidemocratica. Lo stesso artista dichiara: «Il progetto è un commento critico sullo stato attuale della Modernità dopo gli scandali di Cambridge Analytica, con l’elezione di Trump e la Brexit». 

L’autore mette anche in luce un punto cruciale della nuova modernità, cioè le relazioni che l’uomo ha con la tecnologia, ora che quest’ultima viene utilizzata anche per manipolare delle elezioni democratiche attraverso i social media. Sempre Havsteen-Mikkelsen aggiunge: «Il nostro senso di democrazia e di sfera pubblica è stato distorto attraverso le capacità delle nuove tecnologie di riuscire a manipolarci con facilità».  Ville Sovoye da sempre è stata simbolo di ottimismo volto a rendere migliore il mondo soprattutto attraverso la ragione umana. Ottimismo che, evidentemente, sta svanendo insieme all’intelletto umano e piano piano sta venendo progressivamente sostituito da pessimismo e follia.

Le seduzioni del populismo

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

«Uno vale uno!» «Pace fiscale per tutti!» «Partecipa, scegli, cambia!» «Schiavi dell’Europa? No grazie!» «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno!» Questi solo alcuni degli slogan con cui i cosiddetti partiti populisti, Lega e MoVimento 5 Stelle, sono andati all’assalto dei palazzi del potere. Questo linguaggio approssimativo, enfatico e pubblicitario che riduce la complessità della realtà a un’estrema semplificazione, tradiva una comunanza prima ancora che essi stessi la sospettassero.

Queste due forze, insieme al potere in seguito alla stipula di un contratto di governo, sono al tempo stesso legate e divise dalla parola centrale del loro accordo: cambiamento. Uniti dalla retorica del nuovo che avanza, risultano tuttavia discordanti sulla modalità di perseguirlo. Il Carroccio, infatti, cavalca la politica dell’uomo forte, mentre i paladini della piattaforma Rousseau inneggiano alla democrazia diretta.

Il MoVimento ha da sempre puntato ad eliminare tutte le barriere fra cittadini e classe politica, insistendo sulla formula «uno vale uno». Con questa dicitura, secondo lo statuto del partito, qualunque cittadino avrebbe l’opportunità di candidarsi: chiunque può aver accesso alle camere poiché l’unico prerequisito è essere cittadino italiano. Poco importa se, per essere scelti, bisogna superare non solo una selezione sulla piattaforma Rousseau, nella quale la popolarità risulta più determinante delle qualità personali, ma anche un’altra implicita da parte dai vertici del MoVimento. Celebre fu il caso di Genova: la vincitrice della selezione per il candidato sindaco sulla piattaforma online, Cassamatis, è stata esclusa da un gesto autoritario di Grillo, che ha annullato la votazione appellandosi direttamente alla fiducia del suo “popolo” in lui. «La candidata sindaco Marika Cassimatis, quindi, non sarà in corsa per il M5S. Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me» ha scritto il fondatore del MoVimento.

Un importante se non essenziale contributo deriva dunque dagli utenti del web, che veicolano le loro volontà tramite i social e la piattaforma creata dalla Casaleggio Associati: tutto passa attraverso un click. La realtà si deve quindi uniformare al mondo virtuale che impone ritmi, priorità e modalità propri, nell’illusoria partecipazione di tutti. Ma ciò che accade, realmente, è che mentre i filtri espliciti vengono azzerati si va a creare un’esclusione implicita. Coloro che non sono in possesso di un computer o di sufficienti abilità informatiche, per esempio, non possono esprimersi. Gli accidenti, gli ingolfamenti della rete, la velocità di connessione (che in alcune aree del nostro Paese è ancora problematica) giocano un ruolo incontrollabile e, frequentemente, in occasione di consultazioni online si sono registrati disguidi o disservizi. Vi è inoltre un’altra categoria profondamente danneggiata da questa modalità: chi manca del tempo necessario per valutare le diverse opzioni, che è obbligato a scegliere tra l’essere succube degli slogan che azzerano il tempo della riflessione e la autoesclusione dalla presunta “democrazia diretta”.

Il MoVimento nasconde quindi, con un miraggio di protagonismo per tutti nel segno della trasparenza, meccanismi decisionali spesso opachi e autoritari.

L’altra faccia dei populismi italiani è rappresentata dalla Lega, protagonista di un inatteso exploit alle ultime elezioni politiche. La vicenda della nave Diciotti, riccorrente apertura delle prime pagine dei giornali nell’agosto di quest’anno, è la prova evidente della cosiddetta politica “dell’uomo forte” portata avanti dall’attuale Ministro degli Interni e leader del partito Matteo Salvini. Il sequestro della nave, che trasportava circa centosettanta migranti recuperati in mare, viola apertamente l’articolo 13 della Costituzione Italiana, secondo il quale: «non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Il risultato di questa azione è stato un braccio di ferro tra Italia ed Europa per la distribuzione dei migranti. L’opinione pubblica in Italia si è divisa tra chi ha ripudiato quest’atto, condannandolo come meschino, e chi ha elogiato Salvini per aver avuto il coraggio di sfidare l’UE. Tra le due parti quella che tristemente ottiene piú consenso da parte degli italiani è la seconda. D’altronde, da molto tempo, una larga maggioranza degli italiani (circa i due terzi) è d’accordo con l’affermazione che il Paese abbia bisogno di essere guidato da un uomo forte. Il perchè è semplice da capire: lasciare a una persona sola il potere è una deresponsabilizzazione totale, una cessione di tutte le colpe. 

Ma come ha fatto un uomo come Salvini a salire al potere nel 2018? Uno degli elementi chiave è stato far leva sui social che ormai hanno una maggior presa sulla popolazione rispetto ad un articolo di giornale o ad un servizio televisivo. La possibilità di condividere qualsiasi notizia e soprattutto di distorcerla permette la creazione di una verità parallela fatta di fake news e questo è un grande problema. La gente sceglie di ascoltare solo chi dice ció che gli fa comodo: si tratta esattamente del populismo nella sua accezione negativa che il dizionario Garzanti definisce come «atteggiamento politico demagogico che ha come unico scopo quello di accattivarsi il favore della gente».

Le formazioni attualmente al governo generano una sorta di smarrimento che aumenta ogni qualvolta le due visioni alimentano una fuga dalla realtà che viene, sapientemente e in modo seduttorio, extrasemplificata.

Forse, però, queste due concezioni risultano così credibili proprio perchè contrastanti tra loro. Gli elettori si convincono sempre più della forza dell’alternativa proposta dal rispettivo partito poichè vedono la posizione opposta come un qualcosa di assurdo e da evitare assolutamente. Apparentemente, quindi, questo confronto è destinato a non avere fine sino a che uno dei due riuscirà ad essere indipendente dall’altro o fin quando non esisterà un’opposizione credibile a questo “cambiamento”.