Senza parole

di Francesco Marinoni

È sempre difficile scrivere il primo articolo di un giornale, prendersi la responsabilità di rompere il ghiaccio e partorire l’incipit di un editoriale: l’ho sempre pensato, anche se questa volta sento che il peso è più ingombrante del solito. Soprattutto perché questo mese devo presentarvi un giornale che parla del silenzio, ovvero un giornale che non parla, per definizione. Certo, nessun giornale parla nel vero senso della parola, ma il nostro vorrebbe essere ancora più muto del normale.

Capite adesso il mio problema? Parlare di silenzio è un gioco, una finzione, perché anche solo nominandolo esso sparisce. E se di un gioco si tratta, questo è sicuramente uno di quelli con un sacco di varianti, imprevedibile e interpretabile un po’ a piacimento. Il silenzio è mortale quando è imposto, ma a volte è la miglior forma di rispetto che si possa mostrare, quando siamo di fronte all’incommentabile. È un rifugio e un’arma di difesa, ma sa anche essere tagliente come poche altre cose. 

Ed è proprio per questo che abbiamo scelto di metterlo al centro di questo mese. Perché scrivere di silenzio è in fondo un gioco stimolante, che ti porta per forza di cose a sperimentare e a metterti alla prova. Per non restare senza parole.

Barbarie

di Samuele Togni

Cercavo il silenzio nel quadro.

Non era lei, dipinta,

il rossetto cantava;

non era l’albero, sfondo,

la foglia era in preghiera;

non era la sera, le ombre,

il buio comunicava l’ora.

Non era la cornice,

non era il muro:

sentivo il raschiare dell’artigiano

e il martello del falegname.

Non il turista,

non il colore,

il rosso gemeva 

se il flash accecava gli orecchi.

Non io, non le mie domande.

E allora chi?

E allora dove?

Il gioco

di Samuele Togni

Mi chiamo Paolino, faccio la prima elementare e non parlo mai. Non parlare è molto vantaggioso, permette di pensare ininterrottamente e senza alcun vincolo, mentre i miei compagni, gli stessi che mi reputano stupido per il mio mutismo, cresceranno bloccati tra i binari ottusi della comunicazione verbale, come cavalli da corsa lanciati verso la fine della gara cullati dall’assenza di dubbi tipica del paraocchi. 

Ora li guardo mentre una maestra dalla poca fantasia improvvisa per l’ennesima volta il gioco del silenzio, ma distolgo subito gli occhi dalle loro pupille dilatate per l’eccitazione. La loro smania di essere chiamati mischiata al loro innaturale tener la bocca chiusa mi spaventa, così concentro i miei pensieri altrove. Inizio a riflettere sul gioco quanto tale.

Perché la maestra è così fissata con questo gioco? Qual è lo scopo pedagogico? Sicuramente l’ordine e il controllo, perché solo chi se ne sta zitto e buono ha qualche possibilità di tentare la sorte ed indovinare la mano in cui il gessetto è nascosto. Tentare la sorte. Sarà forse questo il significato ultimo dell’educazione? Significa che starsene bravi e zitti non basta e che solo chi ha un briciolo di culo può tenere in mano il potere? Sì, perché il gessetto cos’altro non è se non lo scettro del potere? Tutti i miei compagni lo bramano, cercano fra le dita del sovrano attuale una scappatoia, una fessura, una macchia bianca rivelatrice che evita il salto nel vuoto del caso e in piena sicurezza ti conduce alla via del trono. E una volta lì che farai? Quando un mio compagno indovina e diventa il primo ministro di questa antica istituzione chiamata il gioco del silenzio, allora ecco che comincia a sudare freddo. Tra i suoi occhi che scrutano gli altri leggo la frenesia dell’indecisione. Chi chiamare? Chi scegliere? Qualcuno di stupido, facile da soggiogare tramite trucchetti meschini, come nascondere il gessetto o tenerne due, uno per mano, pronti a mostrare la mano opposta a quella scelta dal tapino; oppure minacciarlo di violenza e indurlo così a fare la scelta giusta. Ma ogni imperatore temerà sempre un Bruto alle spalle.

Insomma, il gioco del silenzio prepara all’astuzia, ai comportamenti mafiosi, all’utilizzo di scappatoie, alle alleanze e tradimenti dei giochi di potere, condendo il tutto con una buona dose di bramosia.

Sono nauseato. Come opporsi a questo schema demoniaco? Debbo scovare i suoi punti deboli. La mia esperienza di pensatore indirizza il mio abile fiuto verso le fondamenta della comunicazione. Ma certo! È lì il nocciolo della questione: i bambini obbligati al silenzio iniziano a diventare competitivi, a pensare solo a sé e alla propria vittoria desiderata. Ovviamente non è il silenzio in sé la causa di questa porcheria ed io ne sono la prova non essendovi invischiato pur non parlando. La colpa è piuttosto riservata al suo opposto, la frenesia di parole che di solito li attanaglia. Ormai ci sono così abituati che basta un piccolo obbligo di silenzio per trasformarli in pecore e lupi.

Tocca a me, solo io posso fare qualcosa, io che mai in vita mia ho aperto bocca, io eroe puro senza alcuna macchia verbale sulla mia coscienza. Io dovrò sporcarmi della loro stessa melma e gridare, gridare a più non posso, mettere fine a questo silenzio insopportabile, distruggere questo soffocante status quo…

AAAAAAAAAAAAAAAARGH!

Scoppia l’insurrezione generale, la maestra ha le mani fra i capelli, i bambini invadono festanti il cortile giocando.

di Samuele Togni

Cos’hai capito dall’amore tuo più fragoroso?

E dall’odio più stridente?

E dal cantare delle cicale,

dal fischiettio dei merli

e dal canto dei lupi?

Cos’hai capito dalle ninne nanne della madre?

E da quelle della nonna?

Che ne è delle urlate del padre?

Cos’hai capito dalle parole che in tutta la tua vita hai sentito?

Forse le hai ascoltate tralasciando 

quella cosa che tralasciata fa speranza,

che è le cose non dette,

non udite,

non calpestate dall’orecchio quando si crede scarpa,

che è il pozzo delle possibilità,

che è il volto girato del silenzio 

che mai vedrai.

La ricerca della quiete perduta

di Francesco Marinoni

A volte mi capita di pensare: chi ha dato la definizione di silenzio? Il vocabolario recita: «Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione.» Voglio dire, chi può dire di aver provato davvero almeno una volta a trovarsi in silenzio assoluto? È ragionevole pensare che questa condizione si possa raggiungere? Persino sulla vetta della montagna più alta, sul fondo di un oceano o nel mezzo del deserto resterebbe sempre qualcosa a colmare l’assenza di rumore.

Il silenzio è sempre relativo: viene definito come contrasto rispetto al rumore, che è la condizione a cui tutti siamo quotidianamente abituati. L’aperta campagna o il bosco, che a rigore silenziosi non sono, è forse la prima immagine che viene in mente quando si deve pensare a un luogo cheto, perché in confronto al trambusto della strada, della città, della scuola o del posto di lavoro appaiono come una sorta di paradiso, il simbolo dell’agognato relax. La società del rumore ci ha abituati ad avere un sottofondo, tanto che se davvero ci trovassimo in assoluto silenzio probabilmente non saremmo a nostro agio.

In effetti, sono stati condotti degli esperimenti in stanze quasi completamente insonorizzate (tanto da poter sentire il rumore del proprio sangue che scorre) e fino ad ora il tempo massimo di permanenza è di 45 minuti. Anni di frenesia ci hanno resi incapaci di farne a meno, la nostra mente ha la continua necessità di un minimo stimolo per riempire il vuoto delle nostre orecchie. Quante volte vi è capitato di accendere lo stereo o la televisione a casa da soli senza un particolare motivo se non avere un rumore di fondo, un qualcosa che copra il solo flusso muto dei nostri pensieri?

Allo stesso modo ci viene naturale riempire i silenzi che si creano con le parole, per evitare l’imbarazzo di trovarsi con una persona e non avere nulla da dire. Mia Wallace in Pulp fiction parla proprio di questo: «Non odi tutto questo? […] I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di stronzate, per sentirci a nostro agio? È solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.» Chiunque abbia provato a mettere in pratica questa idea si sarà sicuramente accorto di quanto sia difficile e di quanto sia raro vivere questi momenti con serenità e senza quel sottofondo di “stronzate”, come le chiama Mia, di cui abbiamo così tanto bisogno.

Da qui nasce anche la spasmodica tendenza, sempre più diffusa grazie ai mezzi di comunicazione e informazione, di volere e dovere esprimere la propria opinione su tutto e tutti, anche quando, a pensarci bene, non si ha niente da dire. I dibattiti online, in tv e in qualsiasi altro contesto sono ormai una serie ininterrotta di parole che spesso e volentieri si sovrappongono l’una sull’altra, senza un criterio logico e senza entrare nemmeno nel merito delle questioni. Basta dare uno sguardo alle centinaia di commenti lasciati sotto articoli senza averli letti, giusto per poter dire la propria idea ad ogni costo. E anche dal muto schermo di un pc sembra sempre di sentire, di percepire il berciare di questa marea di persone che danno tastiera alla bocca, per così dire. Uno sguardo alla politica e ai suoi personaggi poi non fa che confermare ulteriormente questa tesi.

E come si fa allora ad orientarsi, a pesare le parole in un mondo che le vomita in continuazione senza nemmeno più pensarle? Come si può non restare sommersi in un mare di opinioni valutate solo in base alla forza con cui sono urlate? Imparando che, a volte, si può semplicemente restare in silenzio. Anche se ci spaventa, ci mette a disagio e ci “suona” strano. Dobbiamo ricordarci che rompere il silenzio implica una responsabilità, è una scelta che va accompagnata con un qualcosa che ne prenda il posto e che non lo faccia rimpiangere. E allora quando sceglieremo di farlo il peso delle nostre parole sarà diverso, perché non saranno solo un modo per soddisfare il nostro bisogno di rumore. 

Prospettive – Silenzio

Il neonato

di Rosamarina Maggioni

Ogni giorno mi chiedo: cosa ci sarà mai di bello nell’essere un neonato? Sì certo, posso fare la cacca dove e quando voglio, se ho fame mi basta cacciare qualche urlo, tutti mi coccolano e mi dicono “ma che bel bimbo, è tutto suo padre” o “che tenero, mi verrebbe voglia di mangiarlo” (a certa gente suscito istinti cannibali); ma avete presente cosa significa non riuscire a comunicare con le persone? I suoni che emetto non sono poi così comprensibili e la maggior parte delle volte la mamma non ci azzecca ad interpretarli: magari voglio il ciuccio e lei mi dà l’orsetto, oppure mi fa male qualcosa e lei invece cerca di farmi ridere facendo le facce buffe, che in realtà non mi piacciono per niente. Io cerco di farmi capire ma è come essere muto. Il mondo attorno a me non mi sente, non mi comprende e l’unico mezzo di comunicazione che ho rende poco. A volte vorrei solo saper parlare: articolare frasi di senso compiuto che esprimano un pensiero. Non ambisco certo, all’età di tre mesi, ad elaborare giudizi da adulti ed esprimerli correttamente, ma almeno a farmi capire accipicchia! Quel poco che mi basta per dire “ho fame, freddo, sonno”, “sono stanco, felice, triste”. Vorrei che questo silenzio finisse. Ma mi sa che dovrò aspettare e crescere ancora un po’.

Il muto

di Giulio Bonandrini

Ma quante volte ve lo devo dire? Basta! Ho deciso che non dirò più una parola. Basta con queste ipocrisie e fraintendimenti. Se uno non dice nulla non c’è niente che possa essere frainteso. Sì, la conosco la storia dei monaci zen che decidono di fare a gara di silenzio e poi, uno dopo l’altro, si tradiscono per dire che hanno vinto loro. Si lo so, sto facendo lo stesso errore. Ma cosa posso fare? Come posso dire che starò sempre in silenzio? Non posso certo dirlo stando zitto. Mi prenderanno per scortese. Ecco vedi? Già un po’ mi odiano. Ma dove vai? Dove andate tutti? Ah, già. Loro non mi sentono. Eppure io qua dentro sto urlando. Certo che stare zitto e continuare a blaterare da soli è forse ancora peggio. È da una settimana che non parlo e già la mia testa è un mare di voci. Se vado avanti così impazzisco. E io che volevo stare zitto per dare più peso poi alle parole. Le parole sono pietre dicevo. No, le parole sono rifiuti e ora sono tutti qui, dentro la mia testa. Devo parlare e liberarmi del tanfo.

Il vecchio

di Lorenzo Caldirola

Ehi! Ehi! Sì, dico a te! Ascoltami! Ti prego… Fai questo favore a un povero vecchio…

Devi sapere che ormai nessuno mi dà più retta. I miei figli, villani, mi hanno abbandonato in questa casa di cura e non vengono mai a trovarmi. Pensa che nemmeno ricordo più che faccia hanno i miei nipotini. Ormai il più grande dovrebbe avere quattordici anni, o forse diciotto, no aspetta quella grande è la femmina, il maschio non ne avrà più di sette, credo…

Vabbè dai, non voglio ammorbarti con queste storie, sai ho un sacco di racconti molto più interessanti. Dopotutto uno non campa ottant’anni senza aver poi qualcosa da dire. Ma gli inservienti qua sono tutti maleducati, fanno finta che io non esista, se penso che ho combattuto tra le montagne per certi cialtroni che non sanno manco cambiare un catetere…

Di cosa stavamo parlano? Oh sì, la mia storia. Una volta ho ucciso un orso a mani nude sai. Era l’inverno del 1942 e faceva un freddo cane. Io ero un giovanotto ma sapevo il fatto mio, sai ai tempi un gentiluomo non andava mai in giro senza i suoi guanti da boxe e un frullatore portatile. Quando dall’afa del deserto mi è comparsa davanti quella capra non ho avuto un attimo di esitazione, ho preso la mia vanga e le ho preparato un minestrone di verdura. È proprio così che ho dato una lezione a quell’antiquario olandese. Maledetti spagnoli, avete rovinato il Madagascar!

Ehi! Ma che fine hai fatto! C’è nessuno? Il mio pannolone è pieno e la mia zuppa è fredda! Ma perché nessuno vuole mai ascoltarmi…

Intervista a Marina Abramovic

di Rosamarina Maggioni

“The Artist Is Present” è il titolo della performance che Marina Abramovic ha realizzato al MoMa di New York nel 2010. L’obiettivo è stato quello di superare i limiti imposti dal corpo: seduta, immobile e in silenzio, sette ore al giorno, tutti i giorni, per tre mesi, ha osservato 1400 persone negli occhi. Una per una. C’è chi ha resistito per pochi minuti. Chi per ore. Chi ha riso. Chi si è disperato. Con questa performance Marina ha voluto dimostrare la forza delle emozioni che possono scaturire tra due persone, in silenzio, utilizzando lo sguardo come unica forma di comunicazione. 

Altro: Quello che hai realizzato al MoMa è stato incredibile, molte persone si saranno fatte delle domande su questa storia, non credi?

Marina: Certo, la gente si chiedeva come fosse possibile che io stessi seduta sette ore al giorno senza bere, mangiare, orinare. Si chiedeva se ci fossero strani meccanismi dietro questo incredibile sforzo. Nel documentario che è stato realizzato durante lo svolgersi della performance ho voluto dimostrare che non c’è nessun hocus pocus, ma solo una fortissima forza di volontà e una grande preparazione. 

Altro: Alcuni tuoi commentatori affermano che “Marina non sta mai non facendo una performance”. Dunque non esistono barriere tra la tua arte e la vita? 

Marina: Non sono d’accordo con questa affermazione. Troppo generalizzante. Io sono più persone, tutte diverse tra di loro. Esiste la Abramovic personaggio pubblico, ma esiste anche quella privata, che piange di nascosto da tutti, con le sue fragilità e il suo bisogno di essere amata.

Altro: Cosa pensi del mondo dell’arte di oggi, senti di condividerlo?

Marina: Vorrei poter dire di sì, ma non è così. Sono molto stanca dell’intellettualismo e del cinismo che contraddistingue gran parte non solo dell’arte, ma anche della società americana. Tutto il mio lavoro è emozionale, suscitare sentimenti ed emozioni è sempre stato il mio obiettivo: l’arte ti deve prendere allo stomaco, deve arrivare dritta al cuore.

Altro: Parlaci un po’ della tua performance al MoMa.

Marina: The Artist Is Present è uno dei miei lavori con più livelli di significato: la performance si è tenuta nello spazio più difficile del museo, un atrio di passaggio che le persone attraversano per andare alla caffetteria o alla sala cinema del Moma. Io ero immobile in mezzo a questo ciclone di persone, chi sedeva davanti a me poteva farlo per tutto il tempo che riteneva necessario: c’è chi lo ha fatto per sette ore, cioè l’intero orario di apertura del museo. Volevo dimostrare che la performance è arte del vivente, essenzialmente immateriale: non la puoi toccare come un dipinto o una scultura, ma la puoi vivere. Soprattutto attraverso lo sguardo, porta dell’anima. Elemento fondamentale di questa immaterialità è il silenzio. Bisogna rivalutare l’importanza del non sprecare le parole. Spesso parliamo solo per il gusto di farlo. Eppure la comunicazione non verbale è più vera, profonda, onesta. Tutto il tuo corpo comunica: gli occhi, la pelle, le mani. Il silenzio cambia l’intero essere e il modo di percepirlo dall’interno. Questo lavoro ha cambiato la mia vita, cosa che appartiene a tutto il mio lavoro: l’arte cambia me stessa, non sono io a cambiare l’arte. Dopo ogni mia performance, niente è più come prima. Il mio lavoro, oggi, è incentrato sul dono, sul darsi. In un muto scambio. Perché è stato grazie all’ amore del pubblico che ho portato a termine The Artist Is Present.

I silenzi fuori e dentro la stanza di psicoterapia

Quando il silenzio si introduce nella conversazione terapeutica chiede sempre un ascolto particolare. Infatti, nonostante la sua eloquenza, per intenderne il significato è necessario contestualizzarlo nella relazione in corso e nella storia degli interlocutori.

Innanzitutto, però, ricorda una cosa: l’orizzonte sempre inafferrabile dell’altro, il suo non esaurirsi mai nel conosciuto e che ogni incontro è tale solo se si apre all’inatteso.

Il silenzio marca un confine, rimanda al diritto di scelta tra aprirsi o evitare di farlo e quindi in ultima analisi alla nostra libertà di esseri umani.

Tacere può essere l’ultimo rifugio di chi si sente impotente e comunica questo all’interlocutore mettendolo in scacco, ma forse in fondo sperando che non si riproponga una sterile relazione di potere e una porta inesplorata riveli nuove modalità di discoro.

Evitare di parlare può anche vestire la profonda diffidenza di chi dalle parole si è sentito raggirato e manipolato e fugge da questa profanazione del linguaggio.

A volte si resta muti perchè un troppo, un eccesso fa sentire insufficiente qualsiasi formulazione e l’emozione (o più spesso un insieme di esse) tracima in lacrime o forma un groppo alla gola.

La rabbia può chiudere la bocca in un ostinato rifiuto quasi a far pesare l’inutilità di esprimersi; è come se si dicesse: “non c’è nessuno cui rivolgesi, c’è forse qualcuno a cui parlare?”

Ricordo ancora la bambina, incontrata quando ero alle prime armi più di trent’anni fa e diagnosticata come affetta da mutismo elettivo: il visetto contratto sulle precoci pieghe all’ingiù attorno alle labbra serrate, le spalle strette e la caratteristica andatura sulle punte di chi, fuori casa, si appendeva tutta al suo silenzio. Sabina si portava così tra i compagni nella scuola materna, la maschera e la postura singolarmente contrastanti con l’immediatezza vivace degli altri bimbi.

Un silenzio protettivo, che si trasformava in una prigione e segnalava il fallimento nella costruzione di un confine permeabile tra sé e gli altri, tra i familiari e gli estranei.

Un segreto troppo grande per lei da custodire o un legame familiare vissuto come troppo precario tanto da doverlo ribadire con l’uso esclusivo delle parole per contraddistinguerlo?

Le parole trattenute come ostaggi e pegni del contesto ove si erano originate, non potevano essere veicolo di scambio e di costruzione dinamica di confini sempre diversamente negoziati.

I bambini, più usi degli adulti a comunicare analogicamente con i gesti e col corpo tutto, sembravano più a proprio agio a dialogare con lei, ognuno a suo modo, senza bisogno di parole.

Le maestre a scuola dopo snervanti tentativi per indurla a rispondere alle domande o semplicemente al saluto, dopo essere inutilmente passate dal registro della rassicurazione a quello della seduzione, dall’attesa benevola al braccio di ferro, avevano gettato la spugna.

Come restituire alle parole una funzione dialogica? Come accogliere il silenzio di Sabina senza invaderlo per forzarlo a una comunicazione verbale?

Come andare incontro alla voce celata nel silenzio?

Osservare i compagni di Sabina mi aiutò a ritrovare in me la piccola che poteva comunicare nel gioco, capace di non aver bisogno che lei si esprimesse a tutti i costi a parole.

Un vecchio, popolare gioco con le mani, alternate in gesti fatti a turno, poi confuse prima di essere reclamate dai legittimi corpi con una piccola formula.

Un gioco che fosse uno spazio di condivisione, un tempo familiare per la sua ritualità, un dialogo rassicurante nella sua gratuità. 

E nel gioco, presa e persa nel fondersi/distinguersi ritmico, Sabina, prima a bassa voce, poi più distintamente, pronunciò parole della formula come un dono leggero.

A quiet place

di Rosamarina Maggioni

Siamo nel 2020 e la terra è stata invasa da creature mostruose, letali, corazzate ma cieche, che hanno decimato l’umanità grazie al loro udito ipersviluppato che usano per individuare le prede. É il suono quindi ad attirarli, il silenzio è l’unica speranza di salvezza. E infatti la famiglia Abbot è riuscita a rimanere viva più di altre perché, avendo una figlia sordomuta, tutti i componenti conoscono il linguaggio dei segni. Al giorno 472 dall’arrivo dei mostri però mamma Abbot è incinta al nono mese e questo provoca una serie di incidenti che creano rumore, facendo salire la tensione per la paura delle creature: il regime di silenzio della famiglia è rotto. Inizia così una serie di peripezie che porteranno la donna a partorire mordendosi la lingua per non fare rumore, con una creatura accanto che ascolta ogni minimo suono e il marito che cerca di proteggere i figli. Il finale aperto ci presenta un ventaglio di opzioni non indifferenti fra cui ognuno potrà sentirsi libero di scegliere.

A quiet place è uno di quei film che non sai mai come sia finchè non lo vedi. Puoi leggere tutte le recensioni di questo mondo, positive o negative, ma è solo il gusto e la sensibilità personale che possono dare un giudizio su una storia così singolare, perché a mio parere non lo si può classificare semplicemente come un horror come altri. Quello che ho provato durante la visione, in una uggiosa mattinata estiva, è stato un insieme di emozioni che raramente si penserebbe di provare guardando un film di questo genere: paura, ansia, tensione ma anche felicità, sollievo, tenerezza ed empatia; insomma, un arcobaleno di emozioni. Vedere questa famiglia che basa la sua esistenza sul mantanimento del silenzio per chi vive in una società come la nostra, perennemente rumorosa e caotica, è sorprendente: ognuno di loro sa che le azioni del singolo ricadono drammaticamente sulla vita degli altri. Tutti sono responsabili per tutti. Ed è in questa atmosfera silenziosa, creata grazie ad una serie di ingegnosi stratagemmi come il camminare scalzi o ricoprire il terreno con terriccio morbido per evitare di spezzare i ramoscelli secchi, che la profonda psicologia dei singoli personaggi e i rapporti interpersonali si evolvono. Perché in realtà è su questo che tutto il film si basa. Il contesto paranormale serve solo da cornice per la crescita interiore dei singoli individui. La prima scena che ci viene presentata è infatti la morte di uno dei tre figli degli Abbot che accende un’astronave giocattolo datagli dalla figlia maggiore, facendo rumore ed attirando i mostri. La ragazza da quel momento si sente responsabile dell’accaduto e il rapporto col padre si incrina di conseguenza. Per non parlare del profondo legame che c’è tra marito e moglie (interpretati da John Krasinki e Emily Blunt, sposati anche nella realtà). Non nego di essermi sciolta nel vedere i due ondeggiare abbracciati con le cuffie nelle orecchie poiché non possono permettersi di accendere lo stereo, ascoltando Harvest Moon di Neil Young. Che dire quindi, un film che nasconde più di quello che potrebbe sembrare e da gustarsi, se possibile, in religioso silenzio.

Un uomo di fede

di Brian Arnoldi

Argentina, 24 marzo 1976. Nel pieno della notte, l’esercito guidato da Jorge Rafael Videla tenta un colpo di Stato volto a rovesciare il governo di Isabelita Peròn. Il golpe si conclude con successo: i militari non incontrano alcuna resistenza mentre marciano per le strade di Buenos Aires e nel giro di poche ore il governo legittimo del Paese cade. Viene istituita una giunta militare provvisioria, e Videla ne diventa presidente. La politica adottata dall’Hitler della Pampa per soffocare gli oppositori politici si rivela immediatamente disumana e sanguinosa, tanto da meritarsi il nome di Guerra Sporca. Durante la dittatura, ed in particolare tra il 1976 ed il 1979, il governo agisce nella più totale segretezza e al di fuori del diritto internazionale con il solo obiettivo di incarcerare quanti più oppositori politici (o presunti tali) possibile. Il numero delle vittime lasciato dalle azioni del regime è altissimo: le stime ufficiali, elaborate dopo la destituzione di Videla, parlano di circa 2.300 omicidi politici accertati, di 30.000 persone scomparse e mai ritrovate (i cosiddetti Desaparecidos) e di altre decine di migliaia di casi di tortura perpetrati contro la popolazione civile.

Di tutte le storie dei desaparecidos, ce n’è una in particolare che lega l’Argentina all’Italia: quella di Estanislao Kowal. Figlio di un soldato polacco di stanza in Italia durante la guerra di Liberazione e di una donna di Faenza, Elda Casadio, Estanislao visse buona parte della propria vita in Argentina: la madre ed il padre decisero di trasferirsi in Sudamerica quando aveva solo pochi mesi, temendo che le condizioni economiche italiane dopo la Seconda Guerra Mondiale li avrebbero portati alla povertà. In Argentina Estanislao conduceva una vita tranquilla: a trentun anni, al momento del suo rapimento, gestiva un’officina a Buenos Aires, aveva una piccola casa in un sobborgo della città ed era appena diventato padre per la seconda volta. 

Estanislao era un uomo di fede, e per questo credeva con forza nei valori della carità e della compassione. Queste sue convinzioni, che avevano un riscontro pratico in numerosissimi piccoli gesti compiuti nei confronti dei concittadini meno fortunati, portarono le autorità a pensare che fosse un sovversivo, un estremista. Un comunista. Le tracce di Estanislao si persero il 28 Maggio 1976 e non vennero mai più ritrovate. È solamente possibile ipotizzare cosa gli fosse successo: dopo essere stato prelevato con la forza da casa sotto gli occhi della madre, della moglie e delle figlie, fu condotto in una caserma, picchiato e torturato. Infine, Estanislao fu ucciso barbaramente dai militari: l’esecuzione più frequente per i comunisti era quella per impiccagione a testa in giù.

Quello che più fa rabbrividire, nella storia di Estanislao, non sono le modalità con cui è stato ucciso o la causa che ha portato alla sua scomparsa, ma le reazioni internazionali alla richiesta di giustizia di sua madre. Elda infatti continuò per anni a chiedere cosa fosse successo al figlio. Si unì prestissimo alle Madri di Plaza de Mayo, protestò con loro davanti alla Casa Rosada e non ebbe risposte. Si rivolse alle autorità italiane, ma nessun aiuto le fu concesso. Alla fine, stremata, chiese aiuto al Vaticano, sperando che la Santa Sede sarebbe stata smossa dalla profonda cristianità del figlio. Elda, originaria di Faenza, conosceva il Cardinale Pio Laghi, anch’egli faentino, che operava da Nunzio Apostolico per il Vaticano in Argentina. Quando gli parlò di suo figlio, spiegandogli la sua storia ed il suo impegno per i poveri, Elda venne bruscamente interrotta dal Cardinale. Le venne fatta una sola domanda: È sicura che suo figlio non fosse comunista?