Giù la maschera!

di Francesco Marinoni

Non è semplice. Spesso è così difficile che nemmeno ci accorgiamo del problema o fingiamo che non esista. È più comodo così. Del resto, è davvero possibile riuscire a vivere senza una maschera? In fondo quelle che indossiamo sono per lo più parte di noi stessi ormai, si portano dietro le nostre esperienze e, cosa più importante, ci nascondono. Costruendoci un personaggio cerchiamo sempre di non mostrarci, perché inevitabilmente abbiamo timore di far vedere quel che siamo veramente, probabilmente anche di ammetterlo a noi stessi. La maschera ci tranquillizza e ci aiuta a sentirci più normali, in mezzo a una marea di mascherati. E’ così che diventiamo un tutt’uno con essa: ci può condurre alla fama, far conquistare il potere, far salire le scale di un palcoscenico per essere al centro della scena. E improvvisamente siamo risucchiati, intrappolati nel nostro stesso nascondiglio.

Ecco, allora è chiaro che non può, non deve finire così: togliere la maschera è un diritto e un dovere di ognuno. Per poter essere se stessi, almeno una volta ogni tanto, e mostrarlo con orgoglio. Come lo hanno fatto le migliaia di persone che hanno sfilato per il primo, storico Bergamo Pride. Contro ogni pregiudizio e discriminazione. 

Cenere

di Milo Pedrazzi

Potrebbe mai succedere, 

con cruda brutalità… 

di trasferire tale realtà 

su questo foglio 

(ora cenere), 

dai miei verbi maltrattato, 

a terra gettato e accartocciato? 

Potrebbe mai succedere 

di scrivere dal vero, 

di riordinare se stessi 

all’interno di questo disordine mero? 

O ci siam ritrovati qui 

caduti da un pero 

culo a terra, qui scarica-ti 

dalla stessa vita, 

e qui spaesati… 

in cerca delle proprie direttrici, 

in sentieri brulli e sbarrati 

costellati di mutevoli spigoli, 

percorsi da noi a occhi serrati, 

in sette miliardi tra questi cunicoli… 

Potrebbe mai succedere 

di improvvisare la propria parte 

al meglio delle proprie possibilità, 

senza ledere, senza cedere 

all’apparenza, divenuta arte, 

di vivere la maschera della società? 

Un cane, un gatto

di Paola Gea

Il gatto arrivò il giorno del settimo compleanno del bambino. I genitori spostarono le ciotole del cane per fare spazio alla sua lettiera e fecero poi aprire un varco nel muro vicino alla porta. Il gatto prese a gironzolare dentro e fuori casa ad ogni ora del giorno, incontrollato. Era autunno e il bambino, a causa del freddo, non usciva mai sul balcone. Il cane non poteva entrare in casa e sedeva silenzioso vicino alla porta di vetro. All’interno, il gatto passeggiava dal divano alla poltrona e si strusciava contro le gambe del tavolo, finché qualcuno lo faceva giocare.

Qualche settimana dopo il compleanno, il cane, rimproverato per aver abbaiato e incapace di miagolare per attirare in altro modo l’attenzione, smise di mangiare. Forse, per essere accolto in casa, occorreva che fosse anche lui secco e sinuoso. La ciotola veniva riempita la mattina e svuotata la sera, quasi piena, un giorno dopo l’altro. Il cane si trascinava lentamente da un lato all’altro del terrazzo e la sua pelle, ciondolante come uno straccio sui fianchi, mostrava ormai l’ossatura del torace. Un pomeriggio, scorto il riflesso scarno nel vetro, il cane tentò allora di passare attraverso la gattaiola. Rimase incastrato. Riuscirono a liberarlo, ma lo lasciarono fuori. Riprese allora a mangiare, ma il desiderio di essere gatto lo rendeva più affamato di prima. 

Una delle prime mattine d’inverno, il gatto dormiva vicino al camino e il suo pelo riluceva davanti al fuoco come un manto scuro striato d’argento. Il cane pensò che forse, per entrare in casa, occorreva che il suo corpo pallido fosse dello stesso colore. Aspettò l’occasione buona e un giorno che alla signora delle pulizie fu chiesto di pulire il terrazzo, si infilò dentro casa per la porta socchiusa e raggiunse il camino. Il gatto faceva penzolare la coda, rannicchiato su una sedia. Lo osservava. Il cane guardava la cenere plumbea, commosso dal tepore che emanava e che avvolgeva il suo corpo nella piccola casa. Si tuffò. La polvere gli entrò negli occhi e nelle narici come una pioggia d’argento, cercò di respirare, ma altra polvere gli riempiva i polmoni. Si dimenava, e ad un certo punto urtò contro resti di brace ancora roventi. Il calore aumentò, gli bruciava tutta la schiena, e mentre torceva il muso vide come un lampo le pupille sottili del gatto lontano da lui.

Tornò dalla clinica veterinaria ricoperto di fasce e una volta al giorno doveva ingoiare un antibiotico, ma ancora nessuno gli permetteva di entrare. Gli portarono in cambio una vecchia cuccia di legno. Senza sapere più cosa fare, sforzandosi inutilmente di scaricarsi nella lettiera e fare le fusa, immaginò, in una notte delirante per le bruciature, di tentare un ultimo gesto con cui avrebbe provato che era un felino anche lui. La mattina successiva uscì dalla cuccia, gettò uno sguardo dentro casa e vide il bambino che, per intrattenere il gatto, giocava a fare le ombre sul muro. Si issò a fatica sopra il tettuccio della cuccia. Con un altro sforzo, raggiunse la balaustra del balcone. Respirò a lungo l’aria gelata, perché sentiva che a ogni brivido il suo corpo si tramutava nell’armoniosa figura di gatto. E mentre il bambino, dentro casa, attorcigliava le mani davanti al getto di luce, il cane, finalmente ritto su quattro zampe affusolate e con i lunghi baffi vibranti verso il cielo, si lasciò cadere dal sesto piano. 

Il gatto fu attirato da qualcosa che scivolava oltre il balcone come la grande sagoma di un oggetto pesante. Uscì all’esterno ondeggiando attraverso la gattaiola.

Due cose su di me

di Arlecchino

Non saprei individuare il momento in cui ho iniziato. Probabilmente lo faccio da sempre. È una sorta di disturbo ossessivo-compulsivo. Di ogni parola e di ogni azione mi chiedo: “Ma questo sono io? Lo penso davvero? Perché lo dico? Perché lo faccio? Devo impressionare? Cosa devo dimostrare? Non è che sono solo una maschera?”

Ricordo una volta, durante le scuole medie: ci avevano portati nello studio di un collezionista di immagini di satira politica. Migliaia di caricature, grottesche e no, da tutte le parti. Me ne ricordo però solo una: Giolitti o Cavour, non ricordo, si toglieva una maschera, e dietro si intravedeva lo stesso volto, con un sorriso sardonico stampato addosso. Dietro la nuova maschera non c’era però un volto, ma solo altre maschere, come quelle ormai già mostrate, buttate sul pavimento. Ecco, ricordo di aver pensato, più o meno confusamente, che il vignettista dovesse ben aver le palle se con la scusa di una vignetta svelava il segreto di tutti. Perché a volte, guardando delle foto, ricordo cosa pensavo nel momento dello scatto e no, non lo si vede da nessuna parte. 

Il problema non è solo il volto però. Il problema è tutto, ogni azione. Abbiamo del tutto interiorizzato il fatto che la reazione della nostra identità dipende da altri e più inconsciamente ci muoviamo per essere riconosciuti come vogliamo noi. Come forse vogliamo noi, perché non siamo mai del tutto sicuri; forse non lo vogliamo ma lo vogliono gli altri, anche se sono nella stessa situazione.

A volte guardiamo i nostri amici e non possiamo fare a meno di pensare che facciano qualcosa solo per impressionare, solo per insicurezza, e la cosa fa incazzare, provare pietà, incazzare lo stesso e poi ci fa rendere conto che noi siamo la stessa cosa per gli altri. Ecco allora il mio problema: cosa devo fare perché quello che faccio non sia fatto solo per arrivare in qualche modo agli altri?

Ovviamente mi chiedo anche se voglio tutto questo perché non so giocare al gioco delle maschere; li vedo quelli che sono a loro agio, che indossano la maschera giusta in ogni momento e che forse non indossano nemmeno nessuna maschera.

L’ossessione della maschera insomma mi accompagna da un bel po’; l’unica cosa che ormai ho capito è che va bene così, e se dietro ci sono solo maschere va bene lo stesso. Se davvero sono solo una maschera, almeno che sia una di quelle che sorride.

Androidi

di Samuele Togni

Selfie Service, 

Instagram Store, 

Faccialibbra: 

un nervoso 

sistema internet embrionale 

che produce, e non solo lui, 

maschere. 

Il lavoro è sistematico: 

in serie, trasmettendo le eccellenze, eliminando 

le impurità. 

É il carnevale delle cellule: 

ognuna ha il proprio cancro dentro 

e si mostra come le altre 

fuori. 

Prospettive – Maschera

Il Direttore

di Mattia Guarnerio

Mi chiamo Ornella, ma in redazione tutti mi conoscono come il Direttore. Governo padrone, per la divina volontà della Poesia e della Filosofia. Non vi è ritardatario nelle consegne degli articoli che riesca a scampare al pugno di ferro, né assenteista che possa salvarsi dagli artigli del mio fedelissimo falco. Anche se è un po’ pesante, lo tengo sempre sulla spalla destra, pronto a punire i fannulloni e a ghermire giovani virgulti, nuovo sangue per il nostro giornale.

Io sono venti quattrocento e trenta, messo di Altro: si vola. Mangio l’asfalto, percorro un parsec al minuto con la mia Fiat Qubo: prestante, fulmineo, consegno l’oblungo Vangelo in ogni angolo d’Orobia.

Sono un imperatore perbene, ma ho anche dei difetti. Da me e dal mio predecessore, il Dottor Amedeo Trento Calzini, è derivata la malsanìa di bere il Campari col bianco, sommo simbolo di lotta sociale, durante le riunioni. Qualche dissidente si è convertito al gin tonic e alla bionda media, ma sarà presto fatto fuori. Daremo una lezione a tutti gli infedeli alla Linea, obbligandoli ad ingoiare olio di Sassafras.

Il giullare

di Francesco Marinoni

Ciao, mi chiamo Lorenzo. Puoi chiamarmi Lolly se vuoi, non mi offendo. Faccio fatica a parlare di me stesso perché ho un brutto difetto: adoro più di ogni altra cosa depistare i miei interlocutori provocandoli fino a fargli perdere la pazienza, blaterando cose prive di senso e false. Quando poi mi prendono sul serio è ancora più divertente. Siete avvisati, anche se c’è una buona percentuale che vi abbia raccontato solo cazzate fino ad adesso (senza dimenticare che il 72 % delle statistiche è inventato).

Ah, giusto, studio statistica. Sono un fine antropologo. Vedo misteri e scopro verità nascoste in ognuno di voi. Per esempio, sapevate che l’Imperatore del Giappone non è che una vile marionetta della Nestlé? Che Hillary Clinton è nera e rettiliana? Ora che lo sapete svegliatevi, aprite gli occhi alla realtà.

Se mi sentiste parlare normalmente potreste accusarmi di misoginia, razzismo, fascismo, complottismo e tante altre belle cose, e la cosa più divertente è che non saprei nemmeno io se queste accuse sono effettivamente vere. Sono talmente bravo a ingannarvi che mi frego e confondo da solo. Skakko mattoh!

L’uomo tutto d’un pezzo

di Lorenzo Caldirola

Ciao, sono Mattia Guarnerio, ma così mi chiama solo mia madre quindi rivolgetevi a me come Il Guarnetta, l’articolo non è un optional. 

Sono fermamente convinto di essere un uomo con idee forti. Non chiare, forti. Proprio in virtù di queste ho la mia sacrosanta opinione su qualsiasi argomento, dall’ultima giornata di campionato, alla scena musicale, a quale direzione dovrebbe prendere un giornalino che si rispetti fino al senso della vita, l’universo e tutto quanto. Dietro questo mio rocceo baluardo di dogmatiche convinzioni già da tempo ho iniziato a muovere le pedine di questa enorme scacchiera che è la realtà; se la pensi come me entra pure e ricordati di chiudere la porta che bisogna tenerli ben lontani quei retrogradi diversamente pensanti.

Ovviamente per il mio futuro ho un progetto ben definito, l’ambizione supportata dalla fiducia nei propri mezzi non può che portare al successo e così è assolutamente logico che non mi ci vorrà ancora molto per diventare signore e padrone del mondo intero e annichilire chiunque non sia sufficientemente vicino al mio livello, chiaramente raggiungermi è impossibile.

Farai bene a inchinarti, caro lettore.

Intervista al TTB

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

Per il numero di questo mese, abbiamo pensato di fare qualche domanda a chi con le maschere e le trasfigurazioni ha a che fare tutti i giorni: abbiamo contattato il Teatro Tascabile di Bergamo, un gruppo che dal 1973 svolge attività di teatro-laboratorio sviluppando la ricerca intorno al teatro in spazi aperti, al teatro-danza orientale, alla pedagogia ed alla drammaturgia dell’attore. Le domande sono state poste a Beppe Chierichetti, uno dei fondatori del TTB.

Altro: Quella dell’attore è una figura antica e radicata nella cultura dell’uomo ma, se si dovesse descriverlo, chi è l’attore e quale è la sua funzione?

TTB: La funzione dell’attore è quella di rappresentare qualcosa, sia esso veritiero o fittizio, ad un pubblico che ascolta, vede e percepisce ciò che gli viene proposto. L’arte dell’attore di teatro consiste sostanzialmente nel destare e modellare l’attenzione del pubblico. É lui il maestro dello sguardo dello spettatore. L’insieme dei procedimenti con i quali l’attore modella la propria presenza, e quindi l’attenzione del pubblico, crea nel corpo dell’attore una sorta di “seconda natura” 

A: Come si relazionano i sessi degli attori e quelli dei personaggi da interpretare all’interno del teatro?

T: Che il sesso dell’attore o dell’attrice debba di regola coincidere con quello del personaggio è una convenzione moderna europea. È evidente che, essendo il corpo dell’attore o dell’attrice un “corpo finto”, ricostruito ad arte nei criteri base del suo comportamento, tale finzione o artificio non ha necessità alcuna di legarsi alla reale natura del sesso di chi l’esercita. Tuttavia storicamente è spesso successo che il sesso femminile non venisse ammesso alla professione, come nel teatro elisabettiano dove le donne erano escluse per ragioni extra-artistiche, in nome della pubblica moralità e del pudore loro imposto. Così i ruoli femminili venivano interpretati da giovani maschi, come per altro avviene ancor oggi in alcuni grandi teatri d’Oriente.

A: Che ruolo ha la musica all’interno delle rappresentazioni teatrali?

T: La relazione musica–attore è fondamentale ed anche i padri fondatori del teatro contemporaneo ne hanno avuto l’intuizione. Lo stesso Stanislavskij, fondatore del suo celebre “metodo”, proponeva già come un’ipotesi di lavoro lo sfruttamento della capacità di coinvolgimento che il tempo-ritmo delle azioni può avere sul sistema psicofisico complessivo dell’attore: è quella che chiamò poi “la linea delle azioni fisiche”.

A: Vedete l’atto del recitare come un modo per liberarsi dalla maschera sociale che ognuno di noi finisce per avere?

T: Certamente l’arte è un veicolo che ci può condurre in qualche parte di noi che abbiamo dimenticato di possedere: talvolta può essere un processo doloroso ma è la sola via per ri-trovare se stessi. E così vivere al meglio il proprio tempo in questo mondo. 

A: Quale è il motivo per cui si recita secondo voi?

T: Molti attori sono convinti che la recitazione sia il tentativo di ognuno di fuggire paura e solitudine, ma naturalmente è una domanda a cui chiunque potrebbe rispondere diversamente.

A: Riuscireste a descrivere a chi di recitazione non se ne intende la sensazione che si prova nel momento della rappresentazione di un’opera teatrale?

T: Quando la struttura coreografica costruita è pienamente eseguita dall’attore, ovvero ritmo e melodia coincidono perfettamente, è come se nascesse nel corpo dell’attore una forza sconosciuta, come se qualcuno ci guidasse, qualcuno che non sappiamo chi sia, forse il Maestro. Non è il personaggio, non è l’angelo custode: è qualche cosa che va oltre verso una dimensione metafisica. É il supremo piacere che l’artigiano prova quando ha compiuto tutti i passaggi tecnici necessari a rivelare la sua arte. É pura felicità.

A: La tradizione teatrale influenza le esperienze più moderne?

T: Tradizione deriva dal latino tradere, il cui significato è quello di trasmettere/tradire. L’atto stesso della trasmissione implica che vi sia qualcosa che permane, ma anche qualcosa che si modifica. L’attore, come qualunque artista, attinge al fiume della tradizione, che è quel processo vivo di trasmissione che implica la permanenza e la trasformazione. Tuttavia, il suo lavoro ha una specificità: il carattere effimero dell’evento spettacolare, che fa sì che la sua opera resti soltanto nella memoria degli spettatori oppure nella trasmissione diretta delle sue tecniche agli attori più giovani.

In questo rapporto fra le eredità che si accumulano nel corpo e le varianti dell’arte personale, l’attore costruisce il suo mestiere. Mestiere che risulta essere l’esecuzione davanti allo spettatore di una partitura che prevede il rispetto di una struttura formale e l’espressione della propria soggettività.

Intervista a Vittorio Sgarbi

di Francesco Placenza

Altro: Onorevole Sgarbi: finalmente, dopo numerosi tentativi per contattarla, abbiamo il piacere di intervistarla. Troppi impegni durante la campagna elettorale?

Sgarbi: Ma vuole farsi i c***i suoi? Devo forse dar conto di come conduco la mia vita? Fatevi bastare le foto di me nudo sul divano e i miei video sul cesso per quello!

A: Ho capito, torneremo più tardi alla politica. Cominciamo da dove ha cominciato lei: come l’hanno conosciuta gli italiani? Come è diventato famoso?

S: Una domanda già più seria. Mi affermai in televisione al Maurizio Costanzo Show, dove alternavo lezioni d’arte a vivaci dispute con persone che si credevano intelligenti e istruite ma, poverette, non sapevano di essere delle capre.

A: Vi fu in particolare un litigio molto accesso con un’insegnante/poetessa, dico bene?

S: Dice malissimo, perché quella non era un’insegnate, tantomeno una poetessa, bensì un’ignorante. Ma una che viene in televisione a leggere una poesia, di cui avrebbe fatto meglio a non dichiararsi l’autrice, e poi, in seguito alle mie critiche sul suo orribile componimento, mi dà dell’”asino poetico”, secondo lei può pretendere che io non risponda? Che non dica nemmeno la mia opinione?

A: E quale fu la sua opinione? 

S: Le dissi: “lei è una stronza”. Questo risultò scandaloso per all’epoca (era il 1989), poiché nessuno, prima di me in quell’occasione, si era mai permesso di dire una parolaccia in televisione. 

A: Immagino che le conseguenze furono gravi, se l’accaduto ebbe l’effetto che lei mi dice…

S: Non ne parliamo: Costanzo era indignato a dir poco e pretese le mie immediate scuse alla signora e quando mi rifiutai la “poetessa”, come a lei piace chiamarla, mi querelò.

A: Fu condannato?

S: Ebbene sì; per aver detto la verità fui condannato a pagare una multa di 60 milioni di lire. 60 MILIONI DI LIRE. C’è però un lato divertente: a mia volta querelai la suddetta “poetessa”, che fu obbligata dal giudice a restituirmi 15 milioni di lire. Ricordo ancora la sua faccia, era rimasta di stucco.

A: Non mi è chiara una cosa però: pare che lei, in fin dei conti, ci abbia rimesso in tutta questa storia. Pertanto come è possibile che lei consideri tale evento come quello che fece conoscere a tutta Italia il nome di Vittorio Sgarbi?

S: Per essere onesti non sapevo, prima di ritrovarmi in quella situazione, che avrei riscosso tanto successo, che tutti avrebbero saputo chi ero. No, io avevo solo un’intuizione che utilizzai sempre, dalla prima volta che andai in televisione: fare bastian contrario, cioè l’esuberante, che non ha peli sulla lingua o frani inibitori. Bene inteso che Vittorio Sgarbi non è così nella sua vita privata; amici e familiari non ne avrei nemmeno se mi comportassi così.

A: Perché allora fa così?  Se questo non è lei, perché comportarsi in questo modo?

S: Ma lei sa cosa faccio io? Io sono un laureato in filosofia con specializzazione in storia dell’arte, ambito in cui pubblico libri. Secondo lei quanti li leggerebbero? Quanti verrebbero a teatro a sentirmi parlare di Caravaggio o Michelangelo? Tutta la mia formazione ha pochissimo peso oggi e l’unico modo per farsi conoscere da un vasto pubblico è stato andare in televisione a recitare la parte di qualcun altro. I telespettatori non vogliono vedere il noioso critico d’arte Vittorio Sgarbi, ma l’esuberante Vittorio Sgarbi che manda tutti a cagare. E io sono l’unico che li ha accontentati.

Giocare con le maschere

«Con Leticia e Holanda andavamo a giocare sui binari del Central Argentino nelle giornate calde, aspettando che mamma e zia Ruth cominciassero la loro siesta per scapparcene via dalla porta bianca». E fin qui, questo incipit non ci turba più di tanto (il “ci” riguarda “noi lettori”, noi incantati lettori di Cortazar, del Cortazar di Fine del gioco che possiamo leggere nell’edizione dei Racconti completi pubblicati a cura di Ernesto Franco). Ragazzine che fanno un gioco tra i più comuni, indossare abiti non loro e mettersi in posa, mentre gli adulti dormono. Giochi innocenti: qui nella variazione di tre sorelle che, così agghindate, si mettono in mostra lungo la scarpata come statue davanti al passaggio del treno che rallenta. Grazie al travestimento finiscono per irretire, catturare quasi, la corsa dei convogli: divenute “personaggi” attirano su di sé lo sguardo dei passeggeri. Non dimentichiamo che, nella lingua latina, “persona” era la maschera che ricopriva il volto dell’attore e che serviva a segnalarne il ruolo agli spettatori: dalla cavità della maschera la voce per-sonava, cioè ri-suonava passando attraverso (per). 

Ma cosa capita quando si diventa “personaggio”? La storia di Leticia, una delle tre “in maschera”, racconta che, essendo di natura cagionevole e malaticcia, riesce in questo modo ad attrarre un pendolare che le si dichiarerà, gettandole dal treno in corsa un bigliettino. Da quel giorno entrambi entreranno in una comune dimensione governata dall’immaginario, quella degli innamorati: eden di delizie o camera di torture, ma comunque in ogni caso luogo spostato dal reale, regno posto sotto la giurisdizione di un Eros che tutto travolge e che rende maschere, burattini mossi in territori ultra-terreni. 

Del resto già nel XIII secolo la sapevano lunghissima, in materia di slittamenti tra realtà e finzione, i poeti della Scuola Siciliana come Jacopo da Lentini, che nel suo Meravigliosamente descriveva l’amore come incontro tra immagini, in un gioco di spostamenti provocato dalla sua potenza che rende l’innamorato capace di “costruirsi” una maschera dell’altro, a proprio uso e consumo: 

«così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta come parete»

Del resto, non dobbiamo stupirci se proprio dalla letteratura ci giungono gli echi più insistenti di questa attitudine dell’uomo a diventare altro da sé: i più seducenti personaggi letterari attraggono il lettore nei loro territori e gli fanno per un po’ provare l’illusione di delocalizzarsi, di praticare quel “come se”, quella smemoratezza del grigiore quotidiano, come direbbe il  Pennac di Come un romanzo: «Oh il ricordo di quelle ore di lettura rubate sotto le coperte alla luce di una torcia elettrica! Come correva Anna Karenina verso il suo Vronskij in quelle ore della notte! Si amavano, quei due, ed era già bello, ma si amavano contro la proibizione di leggere e questo era ancora più bello! Si amavano contro mamma e papà, si amavano contro i compiti di matematica da finire, contro l’esercizio di francese da consegnare, contro la stanza da mettere in ordine, si amavano invece di andare a tavola, si amavano prima del dolce, si preferivano alla partita di calcio e alla raccolta dei funghi… si erano scelti e si preferivano a tutto… Dio, che passione!»

Insomma, che sia amore, che sia lettura, la maschera permette di andare altrove. Forse per vincere la paura di un Altrove da dove, invece, non è possibile tornare (non è certo un caso che la parola latina “larva” significhi “maschera teatrale” ma anche “fantasma”).

E allora ben venga il gesto di mettersi la maschera, a intermittenza; per poter scegliere, poi, di togliersela ancora.

Split

di Brian Arnoldi

Kevin è un ragazzo problematico. Anzi, forse sarebbe meglio dire che Kevin non è uno, ma è tanti. Kevin Crumb è infatti il protagonista, magistralmente interpretato da James McAvoy, di Split, film del 2016 di M. Night Shyamalan (Il Sesto Senso, Unbreakable). Come il titolo della pellicola può suggerire, la mente del ragazzo è divisa tra tante personalità diverse. Ventitré, per la precisione. La personalità che risponde al nome di Kevin è quella “normale”: il classico ragazzo di città, tranquillo, uno di quelli che “non farebbero male ad una mosca”. I problemi però iniziano quando entrano in scena le altre identità di Kevin, instabili e deviate, che costringono il protagonista a rapire tre adolescenti, a torturarle e persino ad ucciderle. 

Ciò che più colpisce del film, in maniera anche abbastanza macabra, è che, se Kevin risulta essere un personaggio stereotipato e abbastanza “piatto” e quasi inverosimile, le sue altre personalità godono di una caratterizzazione estremamente profonda, e il loro alternarsi sullo schermo senza soluzione di continuità rende il film ancora più angosciante. In un attimo, Kevin può lasciare spazio a Dennis, l’essere sadico e violento che si è macchiato del rapimento che dà il via al film; a Patricia, una donna fredda e calcolatrice; a Barry, il “volto di facciata”, la maschera che le personalità usano per relazionarsi con la psicologa che da anni segue il caso di Kevin; oppure ad Hedwig, un ingenuo e spensierato (nonché assolutamente inquietante) bimbo di nove anni. La personalità più deviata è però quella della “Bestia”, dai connotati al limite dell’umano, dotata di una forza innaturale e di una sete di sangue che potrebbe sfociare nel cannibalismo: una sorta di punto d’incontro tra l’uomo ed un predatore animale, che avrà grande spazio nel finale del film.Facendo qualche ricerca sulla pellicola e soprattutto sulle fonti utilizzate dal regista nelle fasi di scrittura e sceneggiatura, ci si può poi imbattere nella storia di quello che dovrebbe essere il “modello” su cui è nata la caratterizzazione delle personalità di Kevin: Billy Milligan. Il nome di Milligan probabilmente dirà poco o nulla ai più, ma il suo caso risale agli anni ’70 e, all’epoca, sconvolse gli Stati Uniti: Milligan rapì, stuprò ed uccise tre studentesse universitarie (come Kevin in Split), per poi essere assolto per infermità mentale. Milligan infatti soffriva di un disturbo dissociativo dell’identità: dentro di lui convivevano ventiquattro personalità diverse, sviluppate dal giovane a causa delle violenze subite da parte del patrigno quando era ancora bambino. Il caso di Milligan, in cui per la prima volta nella storia giudiziaria americana un omicida veniva assolto per infermità mentale, divise l’opinione pubblica: chi credeva fermamente nell’innocenza dell’assassino, influenzato dalle sue diverse personalità, e chi lo reputava assolutamente colpevole dei crimini commessi, che all’epoca l’avrebbero portato ad una condanna a morte. La diatriba, a quasi mezzo secolo di distanza dall’archiviazione del caso, è ancora aperta: Milligan era una vittima inconsapevole di una grave patologia psicologica o solo un bravissimo attore?