Ora, come allora

di Francesco Marinoni

Parlare di antifascismo è spesso molto difficile, parlarne bene lo è ancora di più. Il nostro paese, pur avendo conosciuto la dittatura e il disastro della guerra, ancora non è riuscito a chiudere i conti con la pagina più problematica del suo passato. Per questo motivo siamo convinti che oggi, come allora, abbiamo bisogno di questa parola: ANTIFASCISMO.

Una parola che molto spesso viene vista con sospetto, viene accostata esclusivamente a idee estremiste di sinistra, viene pronunciata con difficoltà dalle istituzioni, quasi fosse una cicatrice di cui ci si vergogna. Quello che vorremmo ribadire invece è la sua essenza più profonda, più pura: l’antifascismo come valore fondante della nostra Repubblica, come un ideale vivo da portare avanti e non dimenticare. Riteniamo che l’insegnamento della nostra Storia sia stato molto chiaro e che per nessun motivo debba essere accantonato in un angolo a prendere polvere.

Ognuno di noi, a suo modo, è antifascista; allo stesso modo in cui lo erano quei ragazzi e ragazze che, sulle montagne, hanno combattuto per liberarci da una dittatura: guidati da ideali diversi ma uniti nell’opporsi al fascismo. E così vogliamo essere noi in questo numero.

Abbiamo indagato il mondo dei giovani, il nostro e il vostro mondo, per trovare delle risposte alle tante domande che ci siamo posti su cosa siano oggi fascismo e antifascismo. Abbiamo rivolto lo sguardo al passato, per raccontarvi il regime e le storie di chi vi si è opposto. Abbiamo, insomma, provato a dare nuova vita a una parola che ci sta molto a cuore, con la speranza di essere riusciti, nel nostro piccolo, a gridarla di nuovo ad alta voce.

Parla più forte, non ti sento

di Francesco Marinoni

Silenzio. Una parola; dietro, un mondo. Il silenzio è un atteggiamento, un’arma di difesa e di offesa, un gesto che può avere un impatto enorme così come può passare inosservato. Soprattutto quando a restare in silenzio sono un po’ troppe persone. Il silenzio è assenso, si dice spesso, ma, a volte, l’assenso è così poco tangibile da non essere trasmesso, da scivolare via insieme al silenzio stesso, senza lasciare traccia. A volte, il silenzio da solo non basta.

E quando sono le istituzioni a parlare troppo poco il problema diventa serio. Il rischio è grande: quando manca una presa di posizione dall’alto, anche da parte di chi rappresenta la faccia dello Stato, resta un buco. Un buco che, ultimamente, si riempie di parole che non vorremmo più sentire, parole che la nostra repubblica in quanto tale non può astenersi dal condannare. Quando un Matteo Salvini parla di “fare pulizia” o un Attilio Fontana farnetica di una fantomatica razza bianca in pericolo, si ha l’impressione che suoni una campanella a vuoto, a cui si risponde con parole sempre meno decise, sempre meno condivise. E queste non sono nemmeno le dichiarazioni degli estremisti, ad essere sinceri. Arrivano dal cosiddetto “centro-destra” (che di centro ormai ha ben poco) “moderato” e passano nel dibattito politico, come se si parlasse di tasse o di lavoro.

In nome della libertà di espressione, diventata apparentemente il principio unico a cui fare riferimento, si può dire tutto. E bisogna quindi dispiegare le forze dell’ordine per permettere a Simone Di Stefano di Casapound di esprimere la sua opinione, facendo finta che le idee cui il suo movimento è ispirato siano idee come le altre. La verità è che non lo sono. La verità è che se siamo un paese democratico è anche e soprattutto perché queste idee sono state sconfitte. Non una volta per tutte, evidentemente.

E allora l’annuale corteo del 25 Aprile si trasforma in una parata, una allegra sfilata sempre più vuota e silenziosa che per i rappresentanti delle istituzioni si conclude sul palco di Piazza Matteotti. A proseguire fino alla targa di Ferruccio in Via Pignolo solo “i fricchettoni dei centri sociali”. Ma queste non sono le Olimpiadi, non basta partecipare: l’impressione è che certi ideali non si vivano più, che si tirino fuori solo per dire “guardatemi, sono antifascista, guardatemi!” ogni 25 Aprile per poi scemare al calare del sole. E quanto tempo passerà prima che anche questa giornata diventi una come altre, festeggiata solo dai “sinistri”? Sembra, purtroppo, che la strada imboccata sia questa.

Poi allora l’antifascismo per forza di cose diventa quello dei comunisti, quello di quei tre sfigati con la bandiera rossa che nessuno ascolta. Guardato con sospetto e accantonato, bistrattato; quando invece è una delle cose che dovrebbe tenere unito tutto il paese, contro ogni fascismo di ieri, oggi e domani. E invece cresce, sempre più assordante, il silenzio. Cosa succederà quando nessuno parlerà più?

Il grande dittatore

di Rosamarina Maggioni

Il film “Il grande dittatore” è la risata amara di Charlie Chaplin contro gli orrori perpetrati nel territorio europeo durante la dittatura dei regimi nazifascisti. Questa opera, frutto della sua epoca, è riuscita a rielaborare in maniera satirica la figura di Hitler stesso e, in secondo piano, quella di Mussolini, veicolando una denuncia delle persecuzioni contro gli ebrei su cui molti governi europei, all’epoca, preferivano mantenere il silenzio. Chaplin racconta le storie parallele di due personaggi speculari ma identici nell’aspetto, affidando a se stesso entrambi i ruoli: un imbranato barbiere ebreo e Adenoid Hynkel che, nelle sembianze (inclusi gli immancabili baffetti), nella divisa e negli atteggiamenti, ricalca da vicino l’immagine di Adolf Hitler. La comicità del protagonista (il barbiere) diventa lo strumento in grado di incrinare la gigantesca “macchina del consenso” messa in moto dal nazismo e di svilire la figura quasi sacrale del Fuhrer. Il film è costellato di scene comiche firmate Charlie Chaplin che riescono a sdrammatizzare i toni dei temi trattati senza peró farli scadere nel banale. L’evento cardine dell’intero filmato è lo scambio di persona avvenuto alla fine di una serie di peripezie tra il barbiere ebreo e Hynkel, che culmina nel grande discorso all’umanitá pronunciato da Chaplin (barbiere ebreo). Un’esaltazione della solidarietà e della dignità umana contro le brutture del nazifascismo, in cui la libertà e l’odio sono identificati come le sole scelte possibili. Il richiamo alla responsabilità dell’individuo e della collettivitá risuona come un grido d’allarme alla societá dell’epoca che oggi, con l’aumento di odio e intolleranza, risulta piú che attuale.

Di seguito è riportato integralmente il testo del “Discorso all’umanitá”:

“Mi dispiace. Ma io non voglio fare l’imperatore. No, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno; vorrei aiutare tutti se è possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi, esseri umani, dovremmo aiutarci sempre; dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti: la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica.
Ma noi lo abbiamo dimenticato.
L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotto a passo d’oca a far le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi; la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’abilità ci ha resi duri e cattivi.
Pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari, ci serve umanità.
Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza.
Senza queste qualità, la vita è violenza, e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti. La natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne , bambini disperati.
Vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.
A coloro che mi odono, io dico: non disperate, l’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero. L’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano, l’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. E il potere che hanno tolto al popolo, ritornerà al popolo.
E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non cedete a dei bruti! Uomini che vi sfruttano! Che vi dicono come vivere! Cosa fare! Cosa dire! Cosa pensare! Che vi irreggimentano! Vi condizionano! Vi trattano come bestie! Non vi consegnate a questa gente senza un’anima!
Uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore.
Voi non siete macchine, voi non siete bestie, siete uomini!
Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate coloro che odiano solo quelli che non hanno l’amore altrui.
Soldati! Non difendete la schiavitù! Ma la libertà!
Ricordate, promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere: mentivano, non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse son liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse! Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere! Eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza! Combattiamo per un mondo ragionevole; un mondo in cui la scienza e il progresso, diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!”

Euskal Herria e Sahrawi

di Andrea Calini

I nostri caffè scorretti proseguono e innaffiano i tardi pomeriggi di molti sabati di città alta. Ce n’è per tutte e per tutti, non temete! Anche se ve ne siete persi dei pezzi c’è modo di recuperare nel futuro prossimo (in fondo all’articolo il calendario dei prossimi incontri). Bene, ci eravamo lasciati sulle note della carovana antifascista della Banda Bassotti in partenza a maggio per il Donbass, ricordate? Nell’ultimo mese e mezzo i pomeriggi Maitiani ci hanno portato in latitudini e longitudini diverse, assaggiando storie e pezzi di terra che non avevamo mai sentito o mai abbastanza approfondito, col minimo comun denominatore che ci eravamo preposti: focalizzarci sul dar risalto a quella neonata (o mai morta?) vocazione internazionalista che spinge tante compagne e tanti compagni ad impegnarsi, informarsi, lottare, scegliere, prendere parte.

A febbraio abbiamo incontrato l’Associazione “Mauja Sahrawi”, che da anni fa conoscere la storia di questo popolo e porta aiuto ai tanti profughi che dal cosiddetto Sahara Occidentale sono dovuti scappare; in questa occasione è stata anche presentata la graphic novel “Io sono SAHARAWI”, la biografia illustrata della Voz del Sahara, Mariem Hassan: una storia al femminile di musica e resistenza.

A marzo invece abbiamo portato in città alta due ospiti, due compagne, una portavoce della Red Internacional en Defensa del Pueblo Mapuche e una rappresentante del Comitato Amici e Amiche di Euskal Herria. Abbiamo unito, attraverso questo incontro, due lotte simili fra di loro ma distanti sulla cartina geografica: da una parte la lotta del popolo Mapuche, che resiste contro l’intromissione capitalista delle multinazionali nel proprio territorio e contro la repressione dello stato cileno e argentino; dall’altra parte la lotta del popolo Basco, che da centinaia di anni si batte per l’indipendenza e per essere pienamente riconosciuto.

Insomma, per quanto ci si possa spostare lontano, al Maite si può sempre avere questioni che riguardano parti del mondo distanti a portata di mano. Con l’occasione di rifletterci e di incontrare chi in prima persona le vive. Al prossimo caffè scorretto, amici!

di Samuele Togni

L’arena era gremita,

strariempita, piena.

Anti e Fascismo in duello.

Chi tifava l’uno,

chi tifava l’altro.

Chi indeciso aspettava la fine

dell’incontro

per tifare il vincitore.

Chi non era tifoso,

ma attivo giocatore.

Chi usò violenza,

chi ne fece a meno.

Chi ben si trovava nell’arena,

chi la voleva far saltare.

Chi guardava fuori,

chi guardava dentro,

chi ci guadagnava, chi ci moriva.

Chi era il telecronista?

Chi l’organizzatore?

Chi teneva a bada i bambini?

Dejà vu

di Marta Naldi

Il consueto cielo azzurro puntellato da nuvolette bianchicce, la solita tranquillità della piazza maceratese, l’usuale andirivieni dal Caffè Centrale al municipio, dal municipio a via Don Minzoni, dalla viuzza all’edicola che fa angolo. Solo il freddo è un po’ più pungente del solito in questo 3 febbraio 2018.

Ah, come vorrei essere una torre dell’orologio di qualche grande metropoli, in constante movimento e sempre piena di vita. Come mi divertirei a commentare i vari passanti con le loro buffe andature nelle più diverse ore del giorno! E come sarebbe bello diventare protagonisti di insolite azioni o singolari eventi… Qui, in Piazza della Libertà, l’avvenimento più straordinario è vedere due sposi novelli uscire dal municipio!

Nonostante questi miei sogni irrealizzabili, amo il luogo dove sono obbligata a stare… penso semplicemente che un po’ di azione non guasterebbe. Eppure mi basterebbe tornare indietro di qualche secolo per essere spettatrice del corso della storia in questa cittadina ormai addormentata alla routine.

Vorrei solo poter trovare un po’ di svago in qualche sfilata di Carnevale con costumi come si deve, di certo non acquistati su internet qualche giorno prima, o in un’allegra festa di piazza con canti e balli. Ora, ditemi voi se vi sembra una richiesta eccessiva per una torre obbligata a scandire il tempo immobile sempre con la medesima visuale!

Di certo non aspiro a rivivere il terrore degli anni di piombo e nemmeno l’angoscia provata sotto il regime fascista.

D’altra parte, oggi sarebbe impossibile provare la paura che si impossessò di me in quell’autunno. Nella spettacolarità ormai divenuta consuetudine di quei sabati dediti a canti patriottici e a ginnici esercizi in bianco e nero, il 18 ottobre era solo uno dei tanti in cui me ne stavo sonnacchiosa e annoiata. 

Nel grigiore della giornata era difficile distinguere i singoli in quell’ammasso di uniformi scure. I miei occhi, stanchi di osservare il ritmo lento e scandito della serie di movimenti rigidi, furono catturati da una figura più interessante. Si trattava del segretario della sezione comunista della città. Non fui la sola a notarlo, poiché da quella schiera di uomini neri ne uscirono cinque, goffi e impacciati fino a qualche istante prima e ora ritti e con gli occhi accesi di luce nuova, che all’improvviso fecero fuoco sull’avversario politico.

Augusto Troccaioli cadde sotto i colpi di pistola dei suoi assalitori tra gente attonita incapace di reagire.

Ripensandoci, forse preferisco annoiarmi… anche se a quest’ora, in cui tutti si preparano per il pranzo, è così vuota questa piazza! Solo qualche extracomunitario è rimasto, a ciondolare senza una meta.

Ecco però una macchina che si avvicina. Svolterà in direzione del Santuario o si dirigerà verso l’ospedale?

Ma come, si ferma? Ne sguscia fuori qualcosa. Pare un ammasso informe, a stento dentro quei vestiti sbiaditi si riesce a distinguere la sagoma di una persona. Procede lenta… poi, uno scatto, come un cobra si rizza ed esplode un colpo e un uomo, un uomo di colore, si accascia a terra! L’altro si avvolge ora nel tricolore. Dritto, impettito, estrae fieramente una candela con l’effige di Mussolini.

Ma che succede? Non capisco più nulla. Sono ancora una volta preda dei miei ricordi?

Non sono antifascista ma…

di Giulio Bonandrini

Tempi di crisi. Tempi di pochezza. In questo odierno offuscamento generale della ragione il tema del fascismo e dell’antifascismo può essere preso ad esempio. 

Cosa mette meglio in evidenza la crisi della ragione che l’addurre l’onere della prova agli antifascisti? 

Come è stato possibile questo travaso di colpe dal fascismo all’antifascismo? 

L’assurdità della situazione è che impone la giustificazione agli antifascisti e non ai fascisti. Dichiararsi fascisti è normale, normalizzato. Essere fascisti è un normale credo politico. Una normale opinione. 

Tu sei antifascista? Ma come? Ancora con sta storia dei fascisti? Non sarai mica comunista? Non sarai mica associato con i centri sociali? Con gli antagonisti? E così via. 

Come se chi si dichiarasse antifascista dovesse lasciar intravedere un “ma” a fine frase. 

E allora giochiamoci su questo “ma”, anche solo per fare da contrappeso a questa retorica. Con nessuna pretesa di compiutezza.

Io non sono antifascista ma non credo ci sia mai stato in Italia un serio tentativo di analisi del  passato fascista. 

Io non sono antifascista ma ho studiato la guerra in Libia e in Etiopia e il mito del bravo soldato italiano è appunto soltanto un mito.

Io non sono antifascista ma alla storia dei calpesti e derisi non ci credo. 

Io non sono antifascista ma Mussolini non ha fatto anche cose buone.

Io non sono antifascista ma non dimentico che il fascismo si è basato sull’alleanza tra grandi capitalisti del nord e latifondisti del sud uniti dalla paura dei rossi.

Io non sono antifascista ma non lascio che la mia attenzione venga deviata da ciò che mi dice la televisione.

Io non sono antifascista ma non lascio andare a viole il mio spirito critico.

Io non sono antifascista ma non mi dimentico.

Io non sono antifascista ma trovo assurda questa normalizzazione del fascismo.

Io non sono antifascista ma se uno si dice fascista, quello è un coglione.

Io non sono antifascista ma il modo in cui televisioni e giornali trattano i fascisti mi fa venire da vomitare.

Io non sono un antifascista ma se un fascista mi trova simpatico io mi chiedo dove sbaglio.

A dire il vero io sono proprio antifascista. A dire il vero non faccio distinguo tra me e qualcuno più radicale di me nel suo antifascismo. A dire il vero credo che la frase di Pasolini sul fascismo degli antifascisti sia totalmente estorta dal contesto e che non significhi nulla, solo un ennesimo tentativo di spostare l’attenzione. 

A dire il vero credo che dovreste continuare voi questo testo. Dai su forza: io non sono antifascista ma..

Mare

di Milo Pedrazzi

Pare

che le onde

del nostro mare

siano tempestate

di autoritario colore

pare la fine

dell’estate

l’imbrunire

del Sole…

Se te la senti

salpa

raduna gente

cervelli aperti

corpi senza frontiera

spiriti d’amor bollenti

occhi spinti da speranza

di parità

e pure d’ugualianza…

E partiamo

incontro a questo mare

tenendo la giusta rotta!

Le onde sanno scuotere

sanno abbattere

dell’ottimista l’umore

eppur bisogna

resistergli

un giorno in più…

Una vita

o poco più

in un mare che

duole al cuore.

Prospettive – Antifascismo

Italiano!

di Samuele Togni

Italiano! 

È la patria che ti parla! È la patria che ti chiama! È la patria che ti convoca con voce convocante! 

Eccomi! È così che devi rispondere. 

Eccomi! È così che devi agire! 

Eccomi! È così che devi, ecco! 

Italiano! 

Dammi dei figli! Cento! Mille! Diecimila! Diecimilaeuno! Spediscili al fronte, vicino ai miei occhi, che io li veda correre e vivere e correre e morire e ululare energia e sfrecciare con la mano sul volante scintillante conquistando l’atlante! Spediscili al fronte, vicino alle mie orecchie, che io senta i loro moschetti strillare Zut Zut Zut e uccidere quelle mosche che Frallalà riempiono il mondo di schif schif merd! 

Italiano! 

Tu sei il braccio che mi nutrirà, il piede che calpesterà i suoli che mi apparterranno! Che calpesterà i monti, che calpesterà le pianure. Le pianure fertili e nutrite dai fiumi. 

Fiumi! Versatemi fiumi! Fiumi di grano, fiumi di sangue, fiumi di Fiume! 

Tutto a me! Perché tu non sei niente! Perché tu sei me! Perché me sono io! 

Italiano! 

Combatti per me i Scassm’ Ball Brutt che si oppongono alla gloria della gloria della gloria delle mie colonie! Sbatti con un bel Tunf Splat Sgrr i Cartaginesi dalla pelle scura! Sii il mio nuovo Scipione l’Africano! 

Italiano! 

Taci! 

Agisci! 

Lavora! 

Igienizza il mondo! 

Armati! 

(Queste grida sbilenche echeggiano dal manicomio in cui Patria è ricoverata. Si pregano i gentili visitatori di non prenderle seriamente) 

Orgoglio fascista

di Lorenzo Caldirola

Nota di lettura: la cosa divertente in questa prospettiva dovrebbe essere il fatto che ho provato con tutte le mie forze a prendere slogan del fascismo e riarrangiarli alla bene e meglio per creare la scimmiottatura di un discorso fascista, ma il risultato è stato un perfetto scritto di propaganda. Tale straordinario fatto si commenta da sé.

Italiani, ricordate che il vero fascista disdegna la vita comoda e fa affidamento alla terra che è l’unica banca che non fallirà mai. È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende: i contadini in guerra e in pace sono le forze fondamentali delle fortune della Patria, è grazie a loro se la vera Italia, proletaria e fascista, non può essere sconfitta. Noi tireremo dritto, siamo pronti a difendere la nostra folgorante vittoria con la stessa intrepida e inesorabile decisione con la quale l’abbiamo conquistata, perché ricordate baionette italiane: al vostro acciaio è affidato col destino d’Italia quello dei popoli d’Europa. L’Europa sarà domani fascista per lo sviluppo logico degli eventi, il fascismo da fenomeno italiano è diventato fenomeno universale e rivendica il suo spirito contadino. La marcia continua perché altre mete attendono il segno romano della nostra conquista perché la nostra ambizione è questa: rendere forte, prosperoso, grande, libero il popolo italiano. E nessuno si illuda di poterci piegare senza avere duramente combattuto, siccome per il popolo italiano necessario è vincere più necessario combattere. E onore anche ai nostri figli, vogliamo che i giovani raccolgano la fiaccola, s’infiammino della nostra fede e siano pronti e decisi a continuare la nostra fatica. Libro e moschetto, fascista perfetto. Boia chi molla, a noi, marciare per non marcire e molti nemici molto onore!

Il padre

di Francesco Placenza

É nato finalmente, ed è un maschio. Non posso che chiamarlo Italo, d’altronde non mi sono rimasti più nomi da dedicare alla Patria, li ho usati tutti per gli altri miei figli. Se ancora ci penso non mi sembra vero: è nato persino il 28 Ottobre, ricorrenza della Marcia su Roma; quanto sarebbe fiero di me il Duce. Per non parlare del fatto che è il mio settimo figlio; avendone sette, e tutti con nomi patriottici, posso finalmente recarmi all’“Ufficio fascista famiglie numerose” chiedendo non solo le ricompense di 15 lire per figlio, ma persino la “Medaglia della coniglia” per mia moglie, che così tanto ha faticato ma finalmente potrà essere premiata per i suoi numerosi (sette) sforzi. Sono davvero fiero di averla sposata. È una donna altera, forte, che con fermezza porta avanti le mansioni casalinghe e l’allevamento dei figli. E la sua opera incalzante ed attenta si fa sentire: il mio primo figlio, Cesare, è portabandiera tra gli avanguardisti ed eleva al cielo il nostro nome; la seconda, Abissina, è una giovane italiana fra le migliori della sua età; Cirenaico, Tripolino e Augusto sono dei Balilla ubbidienti; Rommel è un figlio della lupa robusto e, a detta dei suoi compagni di classe, già un temibile combattente. 

Dovrei accontentarmi della mia famiglia, mi dicono in tanti, ma io so che il Duce mi chiede di più, che la patria mi chiede di più. Quindi continuerò a compiere il mio dovere da italiano, continuerò ad entrare nelle trincee della mia battaglia. Dove sei, coniglia mia? 

Intervista al Collettivo Ferruccio Dell’Orto

di Andrea Calini

Per questo numero abbiamo scelto di intervistare due ragazzi del neonato Collettivo interscolastico Ferruccio Dell’Orto. La forma di questa intervista, come avrete modo di vedere, non è quella classica, dialogica, fatta a domanda e risposta. Questo perchè la chiacchierata fatta con Luca Redolfi e Stefano Zadra è stata molto trasversale, ricca e a briglie sciolte, difficile da costringere nella statica e rigida impostazione giornalistica. 

Il fondamento sul quale è nato il Collettivo Ferruccio Dell’Orto è in realtà un’assenza, quella dei collettivi studenteschi, che erano presenti invece fino a qualche anno fa, in forme e forze diverse, all’interno di quasi tutti gli istituti superiori. Cercare di rianimare questa presenza è stata la prima parola d’ordine: recuperare i contatti e cercare di far nascere qualcosa. Le occasioni per il battesimo del gruppo sono state però principalmente due e ben individuabili Inizialmente, davanti al liceo Falcone, appare, una mattina dello scorso dicembre, uno striscione di Blocco Studentesco, l’organizzazione scolastica legata al partito neofascista Casapound. All’ennesima provocazione davanti ad una scuola, davanti alle teste chinate all’ingresso e alla vergogna nel leggere tali scritte, qualcuno decide invece di alzarla, la testa. Lo striscione viene strappato e gettato a terra, ma non può finire qui. Il giorno dopo un altro striscione accoglie gli studenti in entrata: è semplice, scarno, diretto, senza simboli politici o di associazione. Recita due semplici parole: “Zona Antifascista”. La bellezza di quest’azione risiede nel rivendicare l’antifascismo come bene collettivo, come base morale della vita cittadina e come comandamento morale dell’azione politica. L’antifascismo come pratica corale di civiltà, tolleranza e libertà. Come spazio d’azione che accoglie tutti quelli che credono che non sia solo una parola da rispolverare il 25 aprile o in occasione di qualche provocazione o attacco fascista, ma bensì un universo fatto di idee, esempi, memoria, lotta e liberazione. C’è una storia da difendere e far conoscere: di questo Luca e Stefano sono convintissimi. 

La seconda tappa del battesimo del collettivo è il corteo che ogni anno, l’8 febbraio, si organizza in occasione del memoriale della morte del diciassettenne Ferruccio Dell’Orto, studente di origini milanesi trucidato nel ‘45 dalla barbarie nazifascista. Alla fine di quel corteo, che si conclude come ogni anno sotto la targa dedicata a Ferruccio in via Pignolo 10 (luogo in cui, ferito, venne preso e portato in caserma dagli squadristi), le ragazze e i ragazzi del Collettivo fanno un intervento di grande spessore, ribadendo la necessità di un antifascismo militante all’interno e all’esterno delle scuole per ripulirle e ripulire, al tempo stesso, la memoria troppo spesso tradita di quelle giornate di lotta partigiana.

Luca e Stefano sono ovviamente consapevoli delle difficoltà che temi come questi incontrano di questi tempi: mi parlano della scarsa politicizzazione studentesca (non partitica, della politica più essenziale che si dovrebbe imparare a fare sin dalle scuole), analizzano davanti a me la risalita dei movimenti neofascisti e la contemporanea caduta dei discorsi sul valore e sull’esempio dell’antifascismo; evidenziano il nichilismo e l’individualismo imperanti che decenni di globalizzazione hanno portato nel discorso pubblico come nella vita quotidiana.

Al combattere il disinteresse imperante uniscono la necessità di informare su che cosa sia il fascismo oggi. Su come combatterlo e su come vincerlo. Oggi così come uno studente, 73 anni fa, ha insegnato a tutti a fare.