Come una crisalide

di Francesco Marinoni

Noi umani, si sa, facciamo fatica ad andare d’accordo. Da sempre la nostra storia è segnata dai conflitti, dall’incomprensione, dalla discordia: da tutto questo nasce la necessità di tracciare confini, fisici o meno, per separarci, tenerci lontano gli uni dagli altri.

Muro, muraglia: cosa sono se non il tentativo disperato di tracciare una linea, di distinguere un “mio” dal “tuo” e mostrare quanto riusciamo ad essere diversi ed intolleranti? Il muro ci spaventa con la sua imponenza e sta lì, immobile, ad aspettare che qualcuno provi a scavalcarlo o addirittura ad abbatterlo.

E oltre a quelli che abbiamo costruito, con mattoni e cemento, ci sono tutti gli altri, quelli che ci siamo inventati, troppo difficili da erigere: la barriera di genere, per esempio, che comunque qualche coraggioso ogni tanto prova a superare.

Il muro inevitabilmente si crea sempre; ne abbiamo incontrati e ne incontriamo ancora oggi di celebri, simboli che racchiudono in essi tutta la problematicità e il paradosso di un confine tracciato: quello di Berlino, quello di Israele, la Grande Muraglia.

Non sempre però abbiamo la capacità e la forza di provare a sbirciare oltre. Anche perché inevitabilmente avere una linea di separazione ci fa comodo: ci permette di conoscerci meglio, di esplorarci a fondo e perfezionarci. Che lo vogliamo o no, è a partire dalla separazione che possiamo arrivare a definire noi stessi. Senza dimenticare tutto ciò che sta dall’altra parte.

Imene frego

di Beatrice Marconi

Cara Lettrice (e Caro Lettore), la Redazione di Altro è composta per la maggior parte da uomini, anzi, da ragazzi. Si potrebbe dedurre, dall’età e cultura media dei suddetti maschioni, che si tratti di una redazione con un pensiero fresco e, volendo, all’avanguardia. Quando però ho proposto di scrivere una rubrica che parlasse delle donne (e anche, ma non solo, del femminismo) in molti hanno storto il naso. E sapete perché? Perché ci sono uomini convinti che la lotta femminile e femminista non abbia più senso di esistere, perché “sulla carta le donne hanno ormai gli stessi diritti, e forse più, degli uomini”.

Non fraintendermi Lettore (o Lettrice), voglio molto bene ad Altro. Gli voglio bene proprio perché questa rubrica è altro dai gusti di alcuni membri di questa redazione, eppure eccomi qui a scrivere (e, si spera, eccoti qui a leggere). E questo è lo spirito del giornale che hai tra le mani.

Riguardo al tema di questo numero, Muri, devi sapere che una donna quando nasce è destinata a conoscerne almeno due: quello fra lei e gli uomini (espressione del più generale muro fra il sé e il diverso) e quello anatomico chiamato “imene”. Questa membrana per quanto piccola e sottile ha dato per molto tempo un sacco di cazzi amari (volevo dire “problemi”, ché non sta bene che una signorina parli in modo sì sboccato) alle donne. Credo tu sappia che in un tempo non troppo lontano si usava stendere fuori dalla finestra il lenzuolo sporco del sangue della novella sposa dopo la prima notte di nozze, che era un modo antico per dire “Bella scecc, me l’ha data ed era pure vergine”. Tuttavia, come esistono tipi diversi di nasi, capelli o alluci, così esistono varie categorie di imeni: perciò una ragazza che avesse una membrana particolarmente sottile poteva essersela rotta ben prima del matrimonio (magari giocando da bambina e cioè, per come andavano le cose, qualche giorno prima di conoscere il promesso sposo). La reputazione della fanciulla veniva dunque salvata sgozzando una gallina e usando quel sangue per macchiare il bianco lenzuolo del corredo nuziale (uno spreco immane, non sai quanto è difficile togliere le macchie di sangue dai materassi). In questo modo tutto il paese, passando sotto le finestre dei novelli sposi la mattina dopo, poteva comunque dire: “Che cül!”. Ovviamente poi nessuno si chiedeva perché il brodo di pollo fosse un pasto così amato dalle neo-coppie.

Ad ogni modo, per evitare un’ecatombe di galline si prendevano le dovute precauzioni. Le Lettrici all’ascolto mi correggano se sbaglio, ma quante di noi, da bambine, hanno sognato di cavalcare all’amazzone come le principesse? Un tempo per le fanciulle non era un vezzo, ma un obbligo: sarebbe stato imbarazzante dire al principe azzurro di aver perso la verginità con un cavallo (Lettore, smetti di pensare a Cicciolina e concentrati). Ecco perché, in Titanic, la proposta di Jack a Rose di insegnarle a cavalcare “con una gamba su ogni lato, come un uomo” rimane, per me, la dichiarazione d’amore più significativa di tutto il film (tralasciando la parte seguente della scena, in cui si mettono a sputazzare dal parapetto, ma nessun amore è perfetto in fin dei conti).

Lettore, sento già i tuoi pensieri: “Stiamo parlando però di cose che accadevano anni fa, d’altra parte Titanic è ambientato all’inizio del secolo!”. Pensa allora che ci sono paesi in cui le donne, per il medesimo motivo, non possono andare in bicicletta. C’è un film che ne parla, si chiama La bicicletta verde e racconta la storia di una ragazzina saudita, Wadjda, alle prese con questo divieto. Significativa è la scena in cui sua madre la scopre a pedalare sulla bici di un amico, la ragazza, colta di sorpresa, cade sbucciandosi il ginocchio e le prime parole della madre sono: “La tua verginità!”.

Ho mancato di sottolineare una cosa: il proprietario di quella bici è un bambino. Maschio. E la presta a Wadjda così che lei possa imparare ad usarla. Non è trascurabile: I want you, Lettore, perché questa lotta è anche tua. Anche se viviamo in Italia e non in Arabia Saudita, anche se l’imene non ce l’hai.

Sfondo o non sfondo?

di Giulio Bonandrini

Vengo da una piccola città. In realtà sto in una piccola città, momentaneamente. Cioè, non che mi sia mai mosso eh, ma mi sarebbe piaciuto. Anzi, mi piacerebbe. E mi muoverò. Ho già preso contatti con il mio agente. Dice che a breve mi daranno una parte, finalmente: uno sfondo, per cominciare. Anni di esercizio porteranno finalmente i loro frutti.

Se divento abbastanza famoso magari mi danno un’imbiancata. Se invece sfondo è probabile che mi mettano addirittura una finestra un pelo più grande.

Io ho un sogno, molto semplice a dire il vero: vorrei diventare più sottile. Ho paura di essere troppo largo per sfondare. Ho letto che è la nuova moda, essere sottili; niente a che vedere con una volta, a quei tempi si che mi avrebbero apprezzato, una tal capacità di tenere fuori il caldo d’estate e tenerlo dentro d’inverno dove la trovi? Tzè mica ovunque. Comunque sia io son qui.

Mi dicono che comunque sta avvenendo un’inversione di tendenza, il mio agente me lo dice. Non so quanto fidarmi di lui in realtà. Con tutti i favoretti che gli faccio. E tieni su questo, e riparami dal vento, e riparami dalla pioggia, e tieni fuori gli estranei, e tieni su sto quadro. Mai un grazie, una carezza, un apprezzamento. Anzi, ogni volta che invita qui qualcuno non fa che blaterare di tirarli giù, i muri. Io gli chiedo di sfondare però, non di sfondarmi. Non si rende conto di quanto sono utile? Di quanto lo aiuto? Di quanto sono qui per lui e per lui mi prodighi? Se solo fossi più sottile… Magari mi guarderebbe con occhi diversi, mi apprezzerebbe.

Inutile farsi illusioni, me lo dice sempre il mio vicino, anche il suo agente lo tratta male, ma lui sta bene con se stesso. Progetta di andarsene. Parla di emancipazione. Dice che dobbiamo unirci, tutti noi, prendere il nostro spazio e chiudere tutti fuori, altro che cinema. Fa sul serio lui, è un muro vero, ha già costruito una rete di quelli come noi, dice che bisogna sostenersi a vicenda.

Ho paura che un giorno mi lasci da solo. Io come faccio? Devo decidermi. O mi unisco alla sua causa o sfondo. A chi devo dare retta? Alla fine il mio agente mi vuole bene, io lo so. Non posso lasciarlo solo, come farebbe senza di me? Che gli altri si organizzino, si emancipino, io sto bene qui, forse. Con tutto quel parlare si scordano che non gli ho mai visti muoversi. E le loro conquiste? Nessuna, solo qualche povero agente schiacciato sotto un loro crollo. Quindi qual è il prezzo?

Ho provato, un giorno, a fare un passo, a diventare come il mio agente. Mi sono riscoperto debole, instabile, a momenti venivo giù. Meglio qui allora. Fermo, immobile. In effetti, forse, mi basterebbe anche solo un quadro nuovo.

Самиздат

di Andrea Calini

Non è facile riconoscere i muri. Spesso sono ambigui, fluttuanti; ci sono quelli di pietra, certo, ma ce ne sono centinaia di altri fatti di parole, sguardi, convenzioni, paura. Terribile, il muro, simbolo per antonomasia di separazione dolorosa, di discriminazione ed odio programmaticamente attuati e messi in pratica. Chi costruisce i muri sappiamo da che parte sta. Ma la parte di chi il muro lo subisce può variare considerevolmente. Perché vivere al di qua di un muro, esserne prigioniero, è, alle volte, esperienza foriera di potenzialità. È evidente: se non posso allungare il collo per sbirciare dall’altra parte bene, mi accontenterò di guardare con più attenzione ciò che ho qui, a disposizione per me. Riuscirò a far scaturire riflessioni e pratiche che mi vengono ispirate quasi esclusivamente dalla piccola parte di mondo in cui mi hanno costretto. È ricchezza anche ciò. E questo tipo di rapporto con la divisione forzata è avvenuto in diversi contesti lungo la storia (del Novecento e non solo): società chiuse, gelose della loro diversità, intimorite da qualsiasi contatto con l’esterno (spesso occidentale) che hanno a disposizione una cultura millenaria, fatta di parole segrete, spiritualità e monumenti resistenti alla forza corrosiva del tempo. Forse l’esempio che più si presta, se si parla di muri fatti senza i mattoni, è quello dell’Unione Sovietica: esauritasi la forza propulsiva dell’Ottobre, a partire dagli anni Trenta il regime ha operato una netta politica di chiusura dal punto di vista sociale, e di conseguenza intellettuale: difficile uscire ed entrare dal paese, impossibile far arrivare un romanzo di Faulkner e in generale della letteratura americana, controllo oppressivo sulla produzione artistica da parte di una censura soffocante. Neppure gli artisti più “ortodossi”, quelli che fin da subito offrirono cuore passione braccia ed intelletti alla causa della Rivoluzione, attraversarono indenni gli anni della repressione staliniana: Ejzenštejn venne guardato con sospetto dopo un lungo viaggio ad Hollywood, e le migliaia di metri di pellicola girati per Que viva Mexico, attese a Mosca per il montaggio, non arrivarono mai. Majakovskij, deluso dalla politica e massacrato dalla critica negativa del partito, si diede un colpo alla bocca lasciando in calce, su una busta, quasi si trattasse di un epitaffio, il celebre distico “E, per favore, niente pettegolezzi”. Quegli anni rappresentano il momento di maggior chiusura intellettuale da parte dello Stato, in Unione Sovietica come in gran parte del mondo. Ma la cultura trova altri sentieri, e l’uomo unisce al genio artistico anche una buona dose di ingegno materiale. A partire dagli anni ’50 e ’60 i giovani scrittori in erba della Russia socialista trovano nel samizdat (letteralmente “pubblicare da sè”, l’originale russo è il titolo di questo articolo) il metodo più efficace per aggirare, scavalcare ed abbattere muri. Diffusione clandestina di scritti illegali, magari già censurati, all’interno di una vera e propria catena di distribuzione: l’autore scriveva il testo facendo alcune copie con la carta carbone, poi le distribuiva agli amici; se questi lo trovavano interessante lo distribuivano a loro volta, raggiungendo così gli angoli più remoti del paese. Grazie al fatto di richiedere strumenti tecnici semplicissimi, era l’unico mezzo praticabile in URSS per aggirare il monopolio statale sulla circolazione delle idee e delle informazioni. I fascicoli passavano rapidamente di mano in mano, e capitava di avere in lettura un testo per una sola notte, perché la lista d’attesa era lunghissima. Allora il fortunato passava la notte in bianco, immerso nella lettura, talvolta invitando gli amici a partecipare all’evento. Ed ecco il limite tramutarsi in occasione, in ispirazione creativa, ma anche in forza associativa capace (solo potenzialmente) di creare nuclei attivi di cittadini per un’idea politica ed estetica alternative.

Ebbene, quanto di propriamente russo possiamo leggere nei testi di Bulgakov, Pasternak e Solženicyn? E nei film di Andrej Tarkovskij? Beh, l’intero universo che li ha guidati nelle loro composizioni. Essere figli e vittime di uno spesso muro, con la difficoltà o l’impossibilità di superarlo, anche solo per poco, fa nascere rabbia ma anche compassione e commiserazione per quella piccola grande Russia che, come in Nostàlghia dello stesso Tarkovskij, è la mamma che aspetta, un po’ consumata dagli anni, nel prato di una cascina. Il grido silenzioso di questi grandi era proprio questo, il prato della cascina materna: le proprie radici, la propria lingua, i propri affetti. Ma niente muri, mai più.

Prospettive – Muri

Fin dove si può?

di Francesco Placenza

Sono orami undici giorni che io e il mio esercito siamo accampati fuori dalla città e sono ben sette gli attacchi che abbiamo già sferrato, senza successo. In realtà non abbiamo subito molte perdite, il vero problema è la determinazione degli uomini che man mano va scemando.  La grinta del guerriero lascia spazio al desiderio di tornare a casa. Quelle mura! Sono quelle mura che si frappongono tra noi e il nostro obiettivo, tanto alte e spesse da non permetterci di scavalcarle o abbatterle. Le sentinelle le perlustrano giorno e notte ed esse non hanno ancora mostrato alcun punto debole. Temo che l’unica soluzione praticabile, anche se richiederà tempo, sia quella di cingere la città d’assedio e aspettare che ceda alla fame e alla sete; questo potrebbe scatenare persino delle sommosse o lotte intestine che agevolerebbero ulteriormente il nostro compito. Capiranno fino a che punto possono spingersi, il limite che non sono in grado di varcare? Io il mio l’ho appena capito, e sono quelle mura; non è detto che non riesca a superarle, ma il prezzo è di certo troppo alto, troppo alto per me.

L’alba dei vivi

di Alfredo Marchetti

Sul muro di cinta, il freddo e la rugiada del mattino si insinuano tra le lasche cotte di maglia della truppa.
Passeggio leggero tra i soldati che aspettano il cambio. Volgo lo sguardo a oriente, dove balena all’orizzonte una nebbia verde, livida.

Dagli avamposti oltre mura e dalle colline vicine si accendono fiaccole segnaletiche, accorrono i messaggeri, gridano da sotto le mura, chiedono di entrare, latrano come cani.

Invio loro una pattuglia mentre mi dirigo verso la torre più vicina, vado a svegliare l’ufficiale.
Ha l’espressione di chi, dopo un brusco risveglio, non abbia mai capito quale fosse il suo ruolo nel mondo. Ha compreso la natura del problema. Domando comandi, mi guarda stranito.

Ordina di radunare le prime guarnigioni e formare una linea di difesa. A terra mi aspetta un drappello di uomini pronti.

Uno, oberato dal peso dello scudo, mi avvicina. Lo lascia cadere nel fango ed evitando il mio sguardo chiede se sia vero che gli invasori siano alti più di due metri e abbiano fauci con canini affilati come raccontano.

Lo aiuto a rimbracciare lo scudo e mi rivolgo agli altri:
“Oggi non affronterete né manticore né ciclopi. Siamo uomini, non dèi, condannati a scannarci a vicenda per un lembo di terra, delle pietre preziose, cultura o religione. Per qualcosa. Non temiate l’invasore, è fatto di carne e ossa come noi.
Cosa vi rende diversi? Voi state da questo lato della cinta.”

Mi guardano confusi. Non sono mai stato un grande condottiero.
Le armature tremano e s’appesantiscono. Consegno gli ordini al caporale e li spedisco oltre il cancello.
Forse, alla prossima guarnigione saprò dare un buon motivo per difendere questo muro sudicio. Ho solo bisogno di tempo per pensarci.

Tempi duri

di Ernesto Martellaro

Un violento colpo scalfì le mura di cinta.

Il contadino ne aveva abbastanza. “Perché seminare col rischio che sia il nemico a raccogliere i miei frutti?” Scattò in piedi, si asciugò il sudore e cominciò a correre verso la minaccia. Falcetto in pugno e fiasco di vino sotto il braccio, s’improvvisava coraggioso, lui che soldato non lo era mai stato.

Un secondo colpo assordante fece tremare le mura.

Il suonatore non riusciva più a udire la propria voce. Proprio colui che cantava l’amore, adesso cominciava a dubitarne. “Il nemico non merita amore. Il nemico non merita musica. Il nemico non merita niente!” Temeva l’ignota minaccia, ma teneva alla propria libertà. Il suo strumento si fece presto arma.

Il terzo colpo giunse puntuale e aprì una crepa irreparabile nelle mura.

Il sacerdote chiuse gli occhi con rassegnazione. “Mio Dio, hai fatto quanto in tuo potere, forse anche di più, ma il nemico è qui, fatto di carne ed ossa”. Ripensava alla sua terra, alla sua gente, al suo futuro. Si armò come meglio poteva. E lui poteva.

L’ultimo attacco fece breccia nelle mura.

Ormai erano faccia a faccia con la minaccia. Attendevano che l’enorme nube di polvere si diradasse. Il nemico era arrivato. Ma ciò che videro al di là delle macerie furono semplicemente altri uomini: uno di loro reggeva quella lancia come stesse pescando, un altro aveva i piedi ancora sporchi di merda di gallina e l’unico che incuteva davvero timore doveva essere un macellaio. Gli sguardi si incrociarono. Disagio, stupore, paura. Poi la guerra.

Si giocava a fare i duri, come attorno a tutti i muri.



Intervista a Lili Elbe

di Camilla Facchinetti

Altro: Signorina Lili, la ringrazio per averci accolto nonostante il suo precario stato di salute

Lili Elbe: Non preoccupatevi per me cari, il peggio è passato. Ricordo quando ho fatto il secondo intervento per riuscire a riappropriarmi del mio corpo di donna. Fu tragico. Passai ore ed ore in sala operatoria e per molti mesi, senza sedativi, sarei morta di dolore. Dunque ditemi come posso esservi utile.

A: Questo mese “Altro” si occupa del tema “Muri”, vorremmo la sua opinione in quanto pensiamo che lei ne abbia scavalcato uno molto importante. Ma prima ci racconti la sua storia.

L.E: Ebbene, io nasco come Einar Mogens Andreas Wegener a Vejle, 28 dicembre 1882. Ho sposato e amato la mia bella Gerda per la maggior parte della mia vita. Era il 1912 quando insieme ci siamo trasferiti a Parigi. Eravamo giovani artisti nella capitale del divertimento europeo. Furono anni meravigliosi. Io dipingevo la mia terra natia e Gerda cercava la sua strada nel panorama culturale che ci circondava. Poi un giorno accadde. Fu un lampo a ciel sereno. Ricordo che nella mia mente un pensiero insistente cercava spazio, si riproponeva ad ogni ora sempre più accanito di prima. Non capivo di cosa si trattasse. Mi ammalai di una malattia incurabile, la depressione. Gerda è stata al mio fianco e in quel frangente particolare le devo la vita, la mia vita, quella di Lili.

A: Come ha capito di essere Lili, il momento in cui ha infranto il muro?

L.E: A Gerda serviva una modella femminile e un giorno mi chiese di indossare un vestito, frettolosamente, perché avrebbe dovuto consegnare a breve il suo lavoro. Era un vestito bianco, con il corsetto. Era delicato, con tanti nastri sulla schiena, di stoffa morbida. Ricordo che mentre dipingeva continuava a dirmi di smetterla di accarezzarlo.

A: E da lì la sua vita cambiò?

L.E: Radicalmente; iniziai ad interessarmi di casi come il mio, ma agli inizi del 1900 fu una ricerca quasi infruttuosa. Intanto io e Gerda partecipavamo a molte feste insieme, ma io ero Lili, una lontana cugina. Più mi vestivo, più mi truccavo come Gerda, sempre meglio di Gerda, sempre più alla moda, sempre più femminile, più realizzavo che stavo partecipando ad una corsa che volevo vincere ma in cui non conoscevo i miei avversari. Poi, quando mi innamorai di Claude, capiì. Claude è stato il primo uomo a capirmi, ad interessarsi a me come donna. Gerda ci ritraeva insieme a volte. Alla fine realizzai che stavo rincorrendo me stessa: il mio avversario ero io, Einar, e Lili doveva trionfare.

A: E così ha deciso di sottoporsi all’operazione?

L.E: Le operazioni principali furono quattro: la prima mi evirò come uomo, la seconda doveva darmi gli attributi di una donna, la terza mi salvò dalla seconda, mentre la quarta mi consegnò al regno di chi non occupa più questo mondo. Ma voi parlate di muri e continuate a pensare che io ne abbia scavalcato o distrutto uno. No, non è così. Riflettendoci sono sempre più convinta che i muri li creiamo dentro di noi, ma non servono a tenere le persone fuori, bensì dentro. Quando conosciamo qualcuno che ci piace, allora lo lasciamo entrare tra le nostre mura, come se fossimo una piccola città, e poi man mano le allarghiamo per riuscire ad ospitare più gente. Ma non le proteggiamo dal mondo esterno, le costringiamo ad essere accerchiate da mura invalicabili affinché non ci lascino. Quando io e Gerda abbiamo presentato Lili alle nostre famiglie non hanno voluto ascoltarci, non ci hanno più voluto nelle loro vite. Io non ho infranto nessun muro, piuttosto sono stata esiliata, bandita, cacciata o nel migliore dei casi ignorata, come un mendicante che chiede la carità ai piedi di una chiesa. Gerda mi ha accolto a braccia aperte, ma poche altre persone lo hanno fatto.

A: Ne è valsa pena? Intendo soffrire anche fisicamente per poi non essere riconosciuta come la donna che è in realtà?

 L.E: Solo nel momento in cui Lili ha preso vita mi sono resa conto di essere al mondo. Se lei avesse una, una sola ed unica occasione per essere sé stesso, per sentirsi libero nel mondo, non si lascerebbe scacciare da tutte le città che conosce pur di riuscirci? Ho patito le pene dell’inferno, eppure per qualche ultimo istante della mia vita sono stata felice nel corpo di una donna. Ero sola, come se fossi stata in cima ad una montagna, lontano da tutto e da tutti, eppure prima di allora era come se non avessi mai vissuto. 

20K

di Ludovica Sanseverino

Muri che chiudono, muri che opprimono, muri che dividono. Soprattutto in questi ultimi anni in Italia si sta vivendo una situazione, se si può dire, disperata. A causa della potente immigrazione di massa proveniente da paesi più problematici, l’odio e il razzismo si stanno diffondendo con facile velocità. Mentre ci fermiamo a bere il nostro caffè al bar, fumandoci tranquilli una sigaretta, ai nostri confini sta divampando una guerra. Una guerra silenziosa che passa inosservata. Un esempio sostanzioso è quello di Ventimiglia; una piccola città Ligure vicina alla frontiera con la Francia dove tutt’oggi si sta scatenando una guerriglia che sembra non avere fine. Un aiuto importante lo ha dato anche Bergamo che, dal 16 luglio 2016, milita sul confine tra Italia e Francia dopo aver fondato un gruppo di operatori solidali chiamatosi “Progetto20k”: un progetto che nasce da delle presentazioni sull’argomento migranti e migrazioni svoltesi tra Bergamo e Milano. Il progetto solidale conta più o meno 20 operatori sparsi tra Bergamo, Milano e Bologna, ma nonostante i problemi di distanza riesce sempre a garantire una presenza giornaliera al confine. Questo progetto, principalmente, è nato “gridando alla libertà di movimento per qualsiasi essere umano”, dicono i militanti del 20K, e tengono a precisare che “il progetto si sviluppa in seguito al nostro desiderio di attivare percorsi reali e partecipati in una situazione difficile e contraddittoria, che spesso lede lo stato di diritto. Siamo un gruppo di donne e uomini che credono fermamente nelle reti di solidarietà”. Ed è proprio questo che preme tanto ai solidali: il rispetto dei diritti umani. Diritti umani che sembrano oramai estinti nelle più remote terre, soprattutto da quando il sindaco di Ventimiglia, Ioculano, ha indetto un’ordinanza per la quale è stata vietata ogni forma di distribuzione di vivande ai migranti da parte dei cittadini (dal divieto è esclusa solo la Croce Rossa). I militanti affermano che “anche quando quest’ultima è stata sospesa per un breve periodo, i continui controlli della polizia impedivano la tranquillità necessaria alla distribuzione”. Infatti uno degli ostacoli maggiori per i solidali è proprio la polizia francese, intenta a sorvegliare il confine tenendo il mondo al di fuori, che invece di aiutare chi effettivamente ha bisogno di aiuto esegue solo gli ordini di uno stato impaurito che è oramai sfociato nella follia. “La polizia di frontiera francese (PAF) si è resa più volte responsabile di soprusi ai danni dei migranti che cercano di valicare il confine, inclusi respingimenti di minori, brutali pestaggi e inseguimenti con i cani-poliziotto. Un aneddoto importante è stata la giornata del 5 agosto 2016: più di trecento migranti sono usciti dal campo istituzionale della Croce Rossa e si sono recati nella zona confinaria dei Balzi Rossi, supportati da circa una ventina di solidali. Polizia, carabinieri e Digos, chiaramente presenti in forze, ci hanno accerchiato e ci hanno impedito di poter mangiare e bere per circa 15 ore. In seguito è partita una violentissima carica. I feriti sono stati moltissimi, circa centoventi migranti sono riusciti a passare il confine per poi essere riportati in Italia, noi solidali siamo stati tutti tradotti o in commissariato a Ventimiglia oppure in questura a Imperia, e ci hanno affibbiato denunce penali e fogli di via con l’obiettivo di spezzare la solidarietà indipendente. Non ci sono riusciti. Alla fine, abbiamo scoperto che quel giorno circa una quarantina di shabab (cioè “ragazzi” in arabo) erano sfuggiti ai controlli arrivando fino a Nizza.”

Insomma, si sta parlando di persone che non hanno garanzie, e alle quali è stato negato il “diritto, inviolabile per chiunque, di potersi muovere come, quando e quanto gli pare, a prescindere dalla regione di provenienza, dall’etnia, dalla religione.”. Persone che sono caricate e scaricate come merci illegali. Persone che subiscono questo trattamento solo a causa del colore della loro pelle, e per colpa di quest’ultimo, agli occhi della gente, non appaiono nemmeno umani. Vorrei soffermarmi per un attimo su quanto mi è accaduto nel 2014. Io e il mio fidanzato ci fermammo alla stazione di Ventimiglia per proseguire, poi, verso la Costa Azzurra. La stazione era piena di giovani ragazzi, abbandonati oramai a se stessi, sdraiati sul pavimento. Fu uno scenario quasi apocalittico e surreale, e venimmo anche a conoscenza di un campo “no borders” permanente stanziato esattamente al posto di blocco sulla strada del confine tra Francia e Italia. Il luogo era pieno di polizia e all’improvviso, mentre stavamo salendo sul treno, un poliziotto fermò un ragazzo ben vestito; scarpe firmate Nike, un I-phone in tasca e delle cuffiette nelle orecchie. Dopo vari controlli gli chiesero i documenti e il biglietto. Lui glieli mostrò. La sua unica colpa era che è nato con la pelle nera. “Chi ha la pelle più chiara non viene nemmeno fermato in frontiera” affermano i militanti di 20K. E io credo di poterlo confermare.

Questo è il mondo che abbiamo coltivato. E questo è ciò che raccogliamo. Il problema, ricordiamocelo, non sta nell’immigrazione illegale, ma nei sistemi di accoglienza che vengono a mancare. E dove mancano i sistemi basilari di accoglienza, manca anche un sistema di spostamento immediato per chi cerca di scappare da situazioni di guerra. Il numero dei morti in mare è troppo alto anche solo per ricordarlo. Quest’epoca mi piace chiamarla “l’epoca dei muri” che si costruiscono e che sempre, ogni giorno, cercano di essere abbattuti. Yurij Gagarin, primo uomo ad andare nello spazio, affermò esattamente queste parole nel suo primo viaggio spaziale: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”.

Far dei muri un muretto

Arabia Saudita–Yemen

Anno di costruzione: 2013

Lunghezza: 1.800 chilometri

Motivo: impedire presunte infiltrazioni terroristiche

Ceuta e Melilla–Marocco

Anno di costruzione: 1990

Lunghezza: 8,2 chilometri e 12 chilometri

Motivo: bloccare l’immigrazione irregolare dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla

Cipro zona greca–zona turca, linea verde

Anno di costruzione: 1974

Lunghezza: 300 chilometri

Motivo: sostenere e concretizzare il muro della linea del cessate il fuoco voluto dall’Onu in seguito al conflitto che divise l’isola in quell’anno

Bulgaria-Turchia

Anno di costruzione: 2014

Lunghezza: 30 chilometri

Motivo: arginare i flussi migratori provenienti da est

Iran–Pakistan

Anno di costruzione: 2007

Lunghezza: 700 chilometri

Motivo: proteggere il confine dalle infiltrazioni dei trafficanti di droga e dei gruppi armati sunniti

Israele–Egitto

Anno di costruzione: 2010

Lunghezza: 230 chilometri

Motivo: contrastare il terrorismo e l’immigrazione irregolare

Zimbabwe–Botswuana

Anno di costruzione: 2003

Lunghezza: 482 chilometri

Motivo: la motivazione ufficiale è contenere i contagi tra il bestiame ed evitare lo sconfinamento delle mandrie, ma in realtà si tratta anche qui di impedire l’arrivo di migranti irregolari

Corea del Nord–Corea del Sud

Anno di costruzione: 1953

Lunghezza: 4 chilometri

Motivo: dividere le due Coree in seguito alla guerra del 1953

Marocco–Sahara occidentale, Berm

Anno di costruzione: 1989

Lunghezza: 2720 chilometri

Motivo: difendere il territorio marocchino dal movimento indipendentista Fronte Polisario

Irlanda, Belfast cattolica–Belfast protestante, peace lines

Anno di costruzione: 1969

Lunghezza: 13 chilometri

Motivo: separare i cattolici e i protestanti dell’Irlanda del Nord

Stati Uniti–Messico, muro di Tijuana

Anno di costruzione: 1994

Lunghezza: 1.000 chilometri

Motivo: impedire l’arrivo negli Stati Uniti dei migranti irregolari messicani e bloccare il traffico di droga

Israele–Palestina

Anno di costruzione: 2002

Lunghezza: 730 chilometri

Motivo: impedire l’entrata in Israele dei palestinesi e prevenire attacchi terroristici

India–Pakistan, line of control

Lunghezza: 550 chilometri

Motivo: dividere la regione del Kashmir in due zone, quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano

India–Bangladesh

Anno di costruzione: 1989

Lunghezza: 4.053 chilometri

Motivo: fermare il flusso di immigrati provenienti dal Bangladesh, bloccare traffici illegali e bloccare infiltrazioni terroristiche

Pakistan–Afghanistan, Durand Line

Lunghezza: 2.460

Motivo: chiudere i contenziosi territoriali tra i due stati che risalgono all’epoca coloniale

Kuwait–Iraq

Anno di costruzione: 1991

Lunghezza: 190 chilometri

Motivo: arginare un’eventuale nuova invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, dopo la guerra del golfo.

E’ un elenco divertente da leggere, questo, che ognuno può ‘allietarsi’ ad allungare con un semplice copia-incolla. Non solo perché si vede bene come questo giochino sia stato praticato già da molti anni, e non solo oggi, sull’onda di quella che molti chiamano “l’emergenza migranti”, ma anche perché le motivazioni potrebbero costruire una facile e risibile documentazione di quanto le intenzioni siano facilmente sconfitte dai fatti. A meno che le intenzioni non siano affatto quelle che apparentemente e, ahimè, pubblicamente si dicono tali. Colpiscono particolarmente i verbi usati: “arginare, bloccare, chiudere, fermare, dividere, impedire, contenere, contrastare, proteggere”. Si tratta di verbi di forma attiva e tutti transitivi: c’è sempre un qualcuno che fa passare l’azione su qualcun altro. Ma mentre il soggetto è evidente (nonostante la nozione di Stato non sia oggi in buona salute, nell’immaginario collettivo corrisponde almeno a caratteristiche facilmente ricostruibili: perbacco tutti sanno che l’India o l’Irlanda o Israele non sono la stessa cosa!) i complementi oggetto di quei verbi sono qualcosa di più misterioso. Di nuovo risulta interessante passare in rassegna i vocaboli: immigrati, flusso, migranti, insomma cose così, che hanno in comune proprio il fatto di non essere facilmente definibili. Nomi collettivi la cui identità questa volta è difficilmente ricostruibile, il che li rende evidentemente più pericolosi: tutti sanno che la paura cresce esponenzialmente quanto più il nemico è imprecisato e indefinibile e perciò si presta a ogni immaginazione. Ecco un muro fa questo: di qua c’è la sicurezza e di là c’è il pericolo. Hic sunt leones, dicevano i Romani antichi per delimitare il loro confine; come a dire che le belve stanno di là e che il di là dunque è sempre un negativo, a prescindere dalla linea precisa di quel limes-confine che poteva variare nella sua collocazione territoriale ma che rimaneva sempre intatto nella sua forza di chiusura ermetica rispetto al nemico.

Wendy Pullan, docente di Storia e filosofia dell’architettura all’Università di Cambridge così commenta la tendenza alla costruzione di muri: “La riorganizzazione fisica generata da un muro è accompagnata da un inevitabile impatto sulla psicologia di coloro che vi vivono accanto”. E aggiunge ancora lui, che dirige il progetto Conflitto in Città (Cinc). “C’è una tendenza a denigrare le persone dall’altra parte della barricata. Risulta molto facile sentire: non possiamo vedere chi abita oltre il muro, non li conosciamo, quindi non sono come noi.”

È del tutto dimostrato che nessun muro ha mai risolto i conflitti o arginato le invasioni: la loro funzione, dovremmo concludere, è di natura “spettacolare”, una specie di scenografia che rappresenta con chiarezza il bisogno di esporre la differenza come totem della paura dell’”altro” e della necessaria conseguenza di difendersene. Il che, oggi, nell’epoca della massima globalizzazione del pianeta, non può che essere assolutamente paradossale: chilometri di filo spinato e di cemento che producono l’effetto di incrementare la povertà, di provocare vittime ulteriori, piegando il flusso inarrestabile delle migrazioni su percorsi sempre più rischiosi.

È tempo allora di immaginare nuovi scenari, di costruire un fondale diverso per la commedia umana, dove i muri diventino, come dice il poeta, l’occasione per capire che “l’ora più bella è di là dal muretto” (Montale, Gloria del disteso mezzogiorno, v.7). Ma chi ancora dice che il compito della poesia sarebbe quello di cambiare il mondo?

Muro

di Begnamino Morasso

Da qualche decennio a questa parte, l’origine del termine ‘muro’ è fatta risalire al latino mūrus, che presso gli antichi romani designava esclusivamente la muraglia edificata per intenti difensivi (analogamente al più comune moenĭa).

Risulta dunque comprensibile il fermento che ha scosso l’ambiente accademico in seguito alla pubblicazione di un nuovo e motivato contributo su di una questione già da tempo archiviata: l’opera postuma dello studioso tirolese Scipio Tilgher, Contributi orobici sulle origini del linguaggio (Einaudi, 2017), ha già riscosso un largo consenso nei vertici della destra indipendentista, capitanati dal leader rodigino Salvo Matteini, e promette di guadagnare i favori dell’elettorato in occasione della lettura pubblica che se ne terrà nel castello di Pagazzano, nell’ambito della ‘sagra d’i plòcc’[1].   

La genesi di questo classico del pensiero lobotomizzato è illustrata nell’introduzione al volume, a cura dello stesso autore. Tilgher, accademico in declino caduto nel vortice dell’eroina, si trovava allora nei pressi del celebre muro di Berlino – nel versante est –, a presidio di un fabbricato fatiscente in cui gestiva il traffico illecito di 45 giri del cantautore Umberto Tozzi.

La sera del 15 febbraio 1986, ritornando al «pagliericcio di fortuna» ai margini della farmacia Müller, ebbe la fortuna di incontrare Ernesto Fumagalli, operaio specializzato nativo di Scanzorosciate e trasferitosi l’anno precedente nella sede berlinese dell’industria farmaceutica Bayern. Questi, dopo aver gettato un paio di occhiate penetranti al muro antistante, si rivolse al Nostro e con fare meravigliato gli disse: «se ghèt de ’rdà con chèl müs lé?». L’inaspettato dialogo fornì allo studioso il giusto slancio per mettere in relazione la singolare requisitoria dell’operario con i recenti studi nel campo della farmacologia, che avevano in quel tempo riesumato un antico rimedio latino contro le emorroidi, il mūsum[2]: pare che la somministrazione, letale nella gran maggioranza dei casi, avvenisse ai margini di appositi muri, chiamati appunto mūsĭāri, dalla sommità dei quali risultasse più agevole gettare i cadaveri nelle fosse comuni situate all’esterno della cinta muraria.

Per quanto l’ipotesi etimologica possa apparire implausibile, le recenti sollevazione nel consorzio agricolo ‘La capra’ di Clusone in favore di Tilgher impongono alla comunità accademica una rianalisi complessiva del caso: fino ad allora, la prudenza impone di accantonare ogni imbarazzo ed ammettersi ignoranti intorno all’etimologia del termine ‘muro’.


[1] Per ogni informazione, si rinvia al sito: http://www.castellodipagazzano.it/.

[2] Nell’esito italiano si segnala la caduta della sibilante sorda intervocalica s e la successiva aggiunta epentetica di r.

1 + 2 = 3

di Daniele Ravizza

1961, fa talmente freddo a Berlino che URSS e USA hanno deciso di non parlarsi più; anzi, non si possono proprio vedere. Tuttavia, mentre il Muro più famigerato della storia è in fieri, c’è qualcuno che tenta già di distruggerlo; infatti le riprese di One, Two, Three (Uno, due, tre!, 1961), realizzate in quella Berlino, sono simultanee all’edificazione del muro voluto dal regime sovietico. Lungi dal sottostare a un manicheismo di propaganda, Billy Wilder, il nostro “terzo uomo”, cerca di dare una visione sfrontata e totalizzante del conflitto tra i due blocchi contrapposti, secondo un’ottica “non allineata” e personale, anche se inserita nell’imperante americanismo.

Scarlett, figlia del grande capo della Coca Cola, è affidata alla tutela di McNamara, il dirigente della filiale della multinazionale a Berlino Ovest. Quando la ragazza si innamora di Otto, un giovane ribelle comunista, McNamara tenta di stroncare questo amore, ma sarà costretto a indottrinare l’ortodosso bolscevico per ottenere l’anelata promozione.

Tra le incalzanti battute sparate da uno strepitoso James Cagney (all’ultima grande interpretazione della sua radiosa carriera), il tempo di ragionamento dello spettatore è ridotto, tanto da incorrere in una voluta caricatura dei personaggi, che delineano le due anime delle due superpotenze mondiali. Eppure, imbracciando la possente arma wilderiana dell’ironia, la pellicola riesce a ritrarre i paradossi dei due modelli di vita preponderanti, tanto da evitare schieramenti monopartitici e aprire a sorgenti di piacere più accessibili oggi di allora, soprattutto per il distacco temporale dalla scabrosa vicenda, che pregiudicherà il successo del film all’uscita nelle sale.

Attraverso battute irriverenti e folgoranti, Wilder svela le ambiguità dei due sistemi, personificate nella conversione di Otto al capitalismo; infatti il mondo sovietico è ritratto come corrotto e pronto a rinunciare ai propri valori di fronte all’american way of life; d’altro canto, sebbene in misura minore, anche il modello americano è messo in ridicolo di fronte ai suoi formalismi borghesi.

Spregiudicatamente, i riflettori sono puntati sulla divergenza tra ideologia e comportamento individualistico-competitivo, sotto questa luce nessuno dei personaggi si salva.

Abbattendo una delle dicotomie più profonde nella storia dell’umanità, Wilder scopre allora la volgare umanità dei personaggi, accentuata dalla convenzionalità con cui la macchina da presa li inquadra. Tra tesi e antitesi, tra uno e due, spunta il tre, ovvero la sintesi che consiste nell’homo oeconomicus, un uomo il cui unico interesse risiede nella massimizzazione della ricchezza. Berlino Ovest non è che Berlino Est.