BergamoScienza o Scienza?

di Francesco Marinoni

Era da tempo che volevamo fare un numero sulla scienza. Ebbene si: anche noi di Altro, irrecuperabili umanisti, non possiamo che restare affascinati di fronte alla scienza, vivendo come tutti circondati dagli effetti del progresso e dello sviluppo che senza di essa non sarebbero stati possibili. Naturalmente per noi si tratta di un tema molto delicato e difficile da affrontare, perché si discosta molto dai nostri binari tipici: avevamo bisogno di un’occasione, un aggancio per avvicinarci e relazionarci con un mondo che conosciamo poco. E arriviamo così a BergamoScienza, un grande festival a tema scientifico che la nostra città ha la fortuna di ospitare ogni anno: era esattamente lo spunto che cercavamo. BergamoScienza non solo vuol dire scienza, ma anche e soprattutto Bergamo, il territorio, i giovani: insomma, una realtà vicina ed accessibile per noi di Altro.

Abbiamo quindi cercato di raccontare il festival, attraverso interviste, tentando di carpire il motivo del suo grande successo, dell’entusiasmo che genera soprattutto nei giovani; ci siamo chiesti come mai eventi come Bergamoscienza sembrano spesso cattedrali nel deserto, mettendo in luce le difficoltà e le colpe del sistema scolastico e della comunità scientifica. Ci siamo calati poi nel passato, reinterpretando a modo nostro il celebre processo a Galileo Galilei, forse una delle figure più simboliche nell’ambito scientifico italiano.

Insomma, questo è il risultato: un Altro diverso, insolito e speciale che ha provato a percorrere una strada nuova. Ci auguriamo di essere riusciti nell’intento: buona lettura.

Il dito di Galilei

Se non temessi di annoiare con i numeri, allora da qui in avanti esporrei una chiara tabella a doppia entrata (date-visitatori) per segnalare l’incremento del pubblico del Bergamo Scienza Festival, per dimostrane il successo pienamente raggiunto e per predire un futuro di divulgazione sempre più allargata e condivisa.

Non c’è la tabella ma so che mi crederete: è facile per chi abita a Bergamo rendersi conto della crescita di un pubblico che, incredibilmente, fa la fila ordinata entro le corsie predisposte per ascoltare le comunicazioni di un Nobel, proveniente da un mondo a parte, quello della scienza, che, per quanto abbia profonde ripercussioni sul mondo degli umani, viaggia troppo spesso dentro la propria torre d’avorio, sigillato nei propri interessi non sempre divulgabili e ben difeso da un linguaggio inaccessibile ai più.

A me è capitato: fare la fila, riuscire a entrare e ricevere le cuffie per capire quel che comunque non capivo ma di sentirmi ugualmente elettrizzato e soddisfatto di questa ammissione nel sacro recinto. Sorretto dall’illusione di capirne un po’ di più, nella speranza di tornare a casa con qualche verità in tasca. Poi le cose non sono andate proprio così: per capire, non basta la traduzione. Ma, uscendo poi, mi sono sentita comunque migliore.

Da dove viene questa sensazione di avere fatto la cosa giusta? di non avere sprecato il mio tempo, di essere riuscito anch’io a…

Dal rito. Proprio come quando si usciva sul sagrato accompagnati dalla formula “ite missa est”.

Dal rito che si compie nella nostra città, di solito così laicamente spoglia e indifferente e che prende vita sotto un effetto che solo l’Atalanta sa procurare (Ma questa è un’altra storia).

La città per un po’ di giorni si veste a festa. Le divise, gli stand, le prime pagine dei quotidiani nazionali, l’arrivo in delegazione di emissari provenienti da altre zone dell’Impero più altolocate della nostra, la regolamentazione degli accessi del popolo festante ai luoghi della Cultura sono tutte cose che riempiono quel che non sapevamo nemmeno di avere: il nostro bisogno di festa.  Capita anche a scuola, quando i ragazzi dicono agli insegnanti, perfino ai più cerberi, “non mi interroghi, in questi giorni sono a Bergamo Scienza”, di ottenere il lasciapassare di sguardi benevoli, di godere dello statuto dell’eccezionalità festivaliera che li salva per un po’ dalla banalità feriale.

E poter vedere dal vivo, poter stringere la mano, poter partecipare agli eventi scientifici produce lo stesso effetto che prova il visitatore del Museo della Scienza di Firenze quando vede esposto il dito medio di Galilei: una interferenza del sacro che penetra nella roccaforte della scienza, un cavallo di Troia che il fondatore della moderna scienza ha usato, anche lui, per introdursi nella tracotanza del logos.

E’ male tutto questo? No, certo: vedere una città risvegliarsi, fosse anche solo per il bacio di uno scienziato di passaggio, è comunque un grandissimo risultato. Avremmo bisogno di più riti come questo perché, come dice il poeta, anche se è un’illusione è pur sempre un’illusione benefica, i cui effetti sono però reali.

Se il Festival non fosse più “necessario” sarebbe il massimo dei risultati di questa kermesse: avere trasformato l’eccezionalità del contatto con quel che si fa nei laboratori del progresso scientifico con la ferialità della pratica della ricerca.

Un buon modo, per l’uomo e le sue città, di stare nel mondo: qualsiasi sia la ricerca di cui ci si occupa, il metodo ci salva dalle banalità del web.

Intervista a Mario Salvi

di Andrea Calini

1- Come e da quali menti nasce l’idea di un festival a tema scientifico?

Nasce da un gruppo di amici, tra cui due scienziati, che dopo una precedente esperienza con l’associazione Sinapsi, che promuoveva conferenze di scienza letteratura storia etc, hanno deciso di puntare sulla scienza per l’interesse che il pubblico aveva dimostrato in quelle prime occasioni. L’idea era di mettere a confronto con il pubblico scienziati di punta e Nobel; l’obiettivo trasmettere il messaggio scientifico della scoperta con parole semplici e dirette, nei luoghi usati abitualmente per convegni o riunioni di specialisti.

2- Per quale motivo lei e altri sentivate l’esigenza di organizzare una manifestazione sulla scienza?

In parte ho già’ risposto. Un’altra questione importante era la necessità di promuovere la cultura scientifica mettendola a pari livello di quella umanistica, soprattutto per l’incombente minaccia antiscientifica che era allora, ed oggi forse di più, evidente nel panorama culturale italiano.

3- Quali erano gli obiettivi e i sogni che vi eravate preposti e che vi animavano?

Il Festival era lo sbocco naturale dei nostri desideri: la gratuità degli eventi e l’assoluta indipendenza da ideologie e pregiudizi. Gli scienziati possono presentare le loro scoperte scientifiche al pubblico in modo trasparente, potendo approfondire gli argomenti senza la preoccupazione di dover difendere le loro ipotesi o confrontarsi con chi non è d’accordo (vedi dibattiti televisivi tipo Porta a Porta). Chi la pensa diversamente può presentare i propri dati, rigorosamente scientifici, in un’altra conferenza o in una tavola rotonda con un moderatore.

4- BergamoScienza organizza molti incontri e laboratori per e nelle scuole: avete trovato gli istituti subito disponibili a collaborare?

Sì, ma non immediatamente: grazie ad alcuni insegnanti appassionati abbiamo progressivamente coinvolto la maggior parte delle scuole di città’ e provincia. Ora siamo il festival che coinvolge di più gli studenti e la scuola e siamo per questo conosciuti in tutta Italia.

5- Quali sono gli ospiti più illustri che sono stati invitati?

Una ventina di premi Nobel, tra cui James Watson, che ha scoperto la struttura elicoidale del DNA. Ma anche futuri premi Nobel e scienziati che hanno rivoluzionato la ricerca scientifica internazionale. Molti di questi sono italiani che hanno fatto la fortuna dei più prestigiosi laboratori di ricerca internazionali con le loro scoperte. 6- Rispetto ad ora, come pensa che possa crescere ancora BergamoScienza?

Il Festival va bene così, non può e non deve crescere ancora. Abbiamo però da 2 anni la casa della Scienza a Bergamo: il Bergamo Science Center. Questo è il futuro: un luogo dove si parla e si fa scienza tutto l’anno, soprattutto un luogo per giovani e gestito dai giovani. Un luogo pubblico che fa di Bergamo l’unica città’ italiana con uno Science Center in centro, con accesso gratuito e visibile per chi arriva in treno o in bus. La nostra nuova sfida è ora quella di renderlo visibile e fruibile tutto l’anno, con iniziative ed eventi di grande attrattiva. Penso che ce la faremo con l’aiuto di tutti quelli che vogliono partecipare ed aiutare, gratuitamente però.

Odi et amo

di Francesco Marinoni e Ludovica Sanseverino

Ogni anno BergamoScienza attira e coinvolge migliaia di bergamaschi, che partecipano alle numerose iniziative, conferenze e laboratori proposti dal festival. Eppure nel percorso scolastico di molti ragazzi sono proprio le materie scientifiche a creare più difficoltà e ad appassionare meno. Noi di Altro abbiamo cercato di indagare e spiegare questa apparente contraddizione.

Odi

Il Liceo Lussana è uno dei due principali licei scientifici statali di Bergamo, insieme al Liceo Mascheroni, frequentato ogni anno da circa 1500 studenti e da molti ritenuto una validissima scuola. Sorprendentemente però, una buona parte dei ragazzi che lo termina sceglie di iscriversi a facoltà tutt’altro che scientifiche, dimostrando di non essersi affezionati particolarmente a quelle che dovrebbero essere le materie d’indirizzo. Certo, non sempre al momento di scegliere la scuola superiore si hanno le idee chiare, ma resta il fatto che la matematica o la fisica siano l’incubo degli studenti molto più spesso che l’italiano o la filosofia.

Cerchiamo dunque di interpretare questo dato: da ex-lussaniano il principale motivo che mi viene in mente è lo scarso utilizzo dei laboratori, poveri inoltre delle apparecchiature necessarie.
Raramente mi è capitato di andarci e spesso gli esperimenti venivano svolti esclusivamente dal docente, perché la strumentazione non bastava per tutti. Questo è un punto importante: la prima cosa che si insegna quando si parla di scienza, fin dalle elementari, è il metodo scientifico sperimentale, la spina dorsale su cui da secoli si basa la ricerca. Come si può pretendere che materie come la fisica o la chimica stimolino l’interesse degli studenti se non gli si dà la possibilità di applicarle?

L’esperienza di laboratorio manca e si sente. Naturalmente questo non vuol dire che la scuola debba trasformarsi in un laboratorio, perché le basi di teoria sono fondamentali e imprescindibili, ma sicuramente la pratica meriterebbe più spazio di quello che al momento le è riservato. In questo modo invece il rischio è che i ragazzi non riescano a cogliere la bellezza della scienza e che finiscano a studiare per ore e ore nozioni sterili a memoria, di cui conoscono a malapena il significato, per poter portare a casa una sufficienza.
Una lezione frontale, per quanto preparato ed entusiasmante un docente possa essere (e per fortuna ce ne sono tanti con queste doti), non è sufficiente. Non per la scienza, per lo meno.

Tradurre le parole in pratica non è semplice, ma sono convinto che la direzione giusta per un liceo scientifico di qualità sia questa. Allo stato attuale delle cose sembra però che gli obbiettivi siano altri, per esempio l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro (su cui si potrebbe discutere molto). È un peccato: gli studenti italiani hanno il pregio di essere fra i più preparati d’Europa e del mondo. Sarebbe bello riuscire anche ad appassionarli.

Amo

Sono una ragazza di 21 anni, ancora abbastanza giovane. Non ho mai amato le scienze, eccetto l’astronomia. In passato ho dovuto accantonare questa mia passione per il cielo a causa di un problema, una lieve discalculia. A parte questo mio interesse per i pianeti e le stelle, ho sempre mal tollerato le materie scientifiche. Ma, per i profani delle scienze come me, amanti dell’arte e della letteratura, c’è un festival chiamato “BergamoScienza”: una manifestazione dedicata alle scienze e che vanta di essere il festival più grande d’Europa.

Visto che il nostro giornale parla soprattutto di giovani, mi sono presa la briga di contattare la referente del “Comitato Giovani BergamoScienza” perché volevamo affrontare il netto contrasto che c’è tra la scienza insegnata a scuola e quella presentata dal festival. La referente Lucia Fumagalli, di venticinque anni, ha risposto che questo tipo di evento è principalmente divulgativo e che il modo di spiegare la scienza è nettamente diverso da come potrebbe essere a scuola, essendo questa insegnata in modo facile, comprensibile e divertente: «L’insegnamento nelle scuole, per forza di cose, diventa spesso per gli studenti un obbligo, uno studio mnemonico per l’interrogazione. BergamoScienza offre un’occasione per i ragazzi di tutte le età di scoprire argomenti con un approccio diverso, a volte più pratico, cosa che non sempre a scuola si ha occasione di fare».

Il festival infatti si preoccupa di promuovere laboratori che, ideati con la partecipazione delle scuole, si rivolgono agli studenti. Nella maggior parte dei laboratori, sono proprio i ragazzi a spiegare argomenti complessi ai loro coetanei, argomenti che forse a scuola vengono spiegati male e in maniera soporifera.

Non ho mai frequentato ragazzi appassionati di scienza. Gli amici più cari che ho sono tutti amanti e studenti di arte, letteratura e filosofia. Quando ho sentito parlare l’intervistata a telefono, però, ho percepito quel brivido di passione nella sua voce e nel suo modo di parlare che è lo stesso che ritrovo in me e nei miei amici quando parliamo della dichiarazione d’amore di Mr. Darcy ad Elizabeth Bennet in “Orgoglio e pregiudizio”.

Credo mi abbia affascinato il fatto che Lucia mi raccontasse tutto minuziosamente, con fierezza e gratitudine nei confronti di chi le ha fatto intraprendere questa strada. Confesso di essere stata molto colpita quando le ho chiesto se avesse scelto una carriera scientifica per uno scopo puramente economico e Lucia mi ha prontamente risposto che la sua attrazione per la scienza non ha nessun tipo di collegamento con i soldi. In più, avendo frequentato il liceo classico, non ha mai disprezzato le materie umanistiche.

Alla fine dell’intervista la giovane responsabile mi ha invitata molto gentilmente ad avvicinarmi di più al progetto di BergamoScienza, avendole confessato di non aver mai partecipato.

Il problema è che probabilmente ho interessi diversi. Io me ne intendo di arte e lascio volentieri agli intenditori di scienze fare il loro lavoro. Però su una cosa siamo state d’accordo: che artisti e scienziati sono molto simili, perché entrambi guardano alle stelle.

Intervista a Sergio Visinoni

di Andrea Calini

1- Quando nasce e come si struttura la collaborazione tra BergamoScienza e Lab80?

La collaborazione inizia nel 2005, durante la terza edizione del festival scientifico. Lab80 gestisce direttamente lo spazio dell’Auditorium di Piazza della Libertà, e in virtù di questo si decise di organizzare conferenze legate al tema del festival ed anche proiezioni. I film proiettati per questa occasione sono circa cinque o sei all’anno, talvolta accompagnati da un intervento, e sono generalmente proposti da noi di Lab80; le scelte vengono poi discusse e concordate anche con i responsabili di BergamoScienza. A differenza delle ultime due, le edizioni passate avevano un tema preciso, quindi era piuttosto stimolante giocare su questo tracciato: saltavano fuori proposte di diversissimo tipo, da persone diverse con gusti diversi.

2- Ricordi un’edizione in particolare?

Quella del 2015: quello era l’anno internazionale della luce, quindi il tema di Bergamo Scienza fu proprio la luce. Per quell’edizione organizzammo anche una mostra pubblica, in Piazza della Libertà, su e con le macchine del precinema (come il fenachistoscopio, il taumatropio, ma anche strumenti più semplici come le lanterne magiche e le camere oscure), esperimenti legati alla proiezione di immagini e all’illusione di movimento.

3- Che film sono stati selezionati nel corso degli anni?

La scelta è sempre stata orientata verso pellicole “spiazzanti”, che avvicinassero il pubblico dei curiosi a quello dei cinefili. Si può dire che una delle forze di questa collaborazione sia proprio la mescolanza di pubblico che si crea in sala. La selezione dei film, come accennavo, era molto legata al tema dell’anno più che al linguaggio cinematografico o alla complessità della pellicola. Per esempio nel 2009 è stato invitato John Nash, premio Nobel per l’economia nel 1994: la scelta del film non poteva che cadere su “A beautiful mind”. Per tornare all’edizione sulla luce del 2015, invece, abbiamo proiettato film meno mainstream come “Nostalgia de la luz” di Patricio Guzmán o “La diabolica invenzione” di Karel Zeman (film che parla, in maniera bellissima, proprio di quel precinema che allora era in mostra al pubblico).

4- Con che tipo di materiale avvengono le proiezioni?

Con gli strumenti utilizzati anche per altre manifestazioni, principalmente con un proiettore digitale DCP. È interessante notare che BergamoScienza cresce proprio a cavallo della rivoluzione del digitale, in virtù della quale le sale cinematografiche italiane ed europee hanno progressivamente abbandonato l’uso della pellicola. L’anno discriminante è proprio il 2014, quando si è iniziato ad applicare questa riforma delle proiezioni.

5- Pensi che questo lavoro abbia contribuito ad avvicinare la cittadinanza al mondo del cinema?

Al di là dell’attenzione per il linguaggio strettamente cinematografico, un avvicinamento c’è indubbiamente stato. Questo grazie ad una serie di fattori che vanno dalla solida organizzazione di BergamoScienza all’equilibrato intreccio tra tema del festival e film stessi. Un grande successo è sempre, per noi, portare la gente in sala: una cultura che ci sta molto a cuore. C’è una differenza abissale tra il guardare una buona commedia in una sala gremita ed il guardarla da soli in una stanzetta. Sono molto felice che siano proprio i giovani (alcuni proprio giovanissimi) ad essere tra i beneficiari principali.

La scienza di Facebook

di Francesco Marinoni

Recentemente sulla mia bacheca di Facebook mi è capitato di imbattermi in un articolo che riguardava la Flat Earth Society. Per chi non lo sapesse, si tratta di un gruppo di ricerca che raccoglie presunte prove e documentazioni tese a sostenere che la Terra sia piatta. Più che l’esistenza della società stessa, che mi ha sorpreso relativamente, quello che non mi sarei mai aspettato è la diffusione che le idee di questa comunità pseudoscientifica hanno avuto (fra i nomi di personaggi pubblici citati nell’articolo, apparentemente convinti di vivere su una pizza, c’erano persino alcuni famosi giocatori di NBA). Come è possibile che ancora oggi, dopo anni e anni di esperimenti ed evidenze inconfutabili, esista ancora chi mette in dubbio una verità di questa portata, avendo tutti gli strumenti per potersene rendere conto anche da soli, semplicemente documentandosi? Ma soprattutto, che ruolo ha internet in tutto questo?

Bisogna intanto chiarire che la Flat Earth Society, così come altre teorie più o meno stravaganti, non sono novità del nostro tempo ma esistono già da un po’.

La fondamentale differenza è che oggi queste idee possono essere lette, scritte e diffuse (esattamente come ogni altra pubblicazione scientifica) da chiunque, il che permette loro di ottenere una visibilità decisamente maggiore. L’inevitabile scalpore che generano non fa che amplificare questo effetto, traducendosi in una sorta di pubblicità indiretta, e questo purtroppo permette a molti creduloni di farsi facilmente incantare e convincere da teorie che non hanno alcuna validità scientifica.

Il problema è che questa anti-scienza non si limita solo a idee tutto sommato innocue e quasi simpatiche come quelle dei terrapiattisti, ma è fortemente diffusa anche in ambiti delicati, come per esempio la medicina. Le varie cure miracolose trovate online sul sito del santone di turno sono oggi raggiungibili da chiunque possieda uno smartphone, generando illusioni di guarigione e false speranze (se non addirittura danni fisici) in chi cade nella trappola. Lo stesso vale per gran parte della propaganda anti-vaccini, che si basa nella maggior parte dei casi su bufale, dati distorti o decontestualizzati e autorità discutibili.

Ad aggravare ulteriormente questa situazione si è aggiunta poi la tendenza di alcune fazioni politiche a cavalcare questa cosiddetta “contro-informazione”, spacciandola come verità semplicemente in quanto non diffusa dai canali d’informazione istituzionali. In questo modo il non sapere risulta più accattivante e convincente del sapere, non tanto per le argomentazioni che lo sostengono (che sono quasi sempre nulle o facilmente smontabili) ma semplicemente perché è “quello che il telegiornale non ti dirà”.

Ed è proprio per questo motivo che diventa molto difficile arginare questo crescente fenomeno di antiscienza e disinformazione: l’interlocutore non cerca una spiegazione, lui è già convinto di quello che crede sia la verità e qualsiasi tentativo di dimostrare il contrario rischia di rafforzare ulteriormente la sua convinzione. Il caso del dottor Burioni (un medico che ha scelto di sfruttare la sua pagina Facebook per provare a smontare molte bufale che circolano sul web) è emblematico: nel momento in cui si è schierato a favore del decreto Lorenzin sulle vaccinazioni in quanto medico, la principale accusa che gli è stata rivolta è di essere un servo del governo, un amico dei potenti, mentre nessuno ha provato a confutare le sue argomentazioni.

“La scienza non è democratica”, urla Burioni, ed ha ragione; tuttavia, allo stato attuale delle cose, non si può pensare di condurre questa battaglia a difesa della scienza con le urla: l’epilogo è scontato. La scienza deve essere vista innanzitutto come un qualcosa di tutti, perché viviamo in una società che si fonda in buona parte anche su di essa: è vero che non tutti siamo scienziati, ma è anche vero che se si continua a mostrare il pensiero scientifico con superiorità e prepotenza si fa il gioco dell’avversario. C’è bisogno di una nuova cultura, che a partire dalla scuola avvicini al pensiero scientifico e lo mostri nella sua particolare bellezza: come diceva Einstein: «L’intera scienza non è che un affinamento del pensiero quotidiano».

Il sesto gusto

di Camilla Facchinetti

Dolce, salato, amaro e acido; sono questi i quattro gusti fondamentali che fin dalla più tenera età ci insegnano a distinguere e riconoscere. Nel 1909 Kikunae Ikeda, professore di chimica all’Università Imperiale di Tokyo, identifica un nuovo gusto: l’umami. L’ingrediente alla base del neo scoperto gusto è il glutammato monosodico (il sale di sodio dell’acido glutammico, uno dei 23 amminoacidi naturali che costituiscono le proteine). Trova uso nell’industria alimentare come additivo ed è identificato dalla sigla E621. Come riconosciamo l’umami? La cucina italiana è da sempre pervasa da questo gusto, ed anche se ne siamo consapevoli da relativamente poco tempo, molti cibi che ingeriamo quotidianamente lo contengono. Qualche rapido esempio: il parmigiano, i dadi da brodo, i pomodori, pesce e carne.

Nella cucina asiatica, in particolare modo quella cinese e giapponese, è invece presente nelle alghe, nei funghi, nella soia e nei cibi fermentati. Negli anni sessanta è stata descritta in letteratura una sindrome (nota come “sindrome del ristorante cinese”), provocata dall’assunzione di glutammato monosodico e caratterizzata da cefalea, vasodilatazione cutanea, talvolta orticaria ed esacerbazioni in soggetti asmatici; tuttavia i dati più recenti smentiscono la correlazione tra il glutammato e i sintomi, descrivendo il tutto come un mito da sfatare.

Ma cosa è davvero l’umami? Alcune ricerche lo definiscono come il gusto sapido, altre quello grasso, ma in fondo è un delizioso connubio tra questi. L’umami è quel languore che ti prende verso le quattro del mattino dopo avere fatto serata e ti fa desiderare un kebab farcito fino all’orlo. È la voglia di pizza, la gocciolina di grasso che fanno colare dalle salsicce nella pubblicità o la doratura delle patatine. Insomma, l’umami rende il cibo delizioso e il mondo un posto migliore, ma è tutta scienza quella sulla tavola?  Comunemente si indica con la parola gusto o sapore l’insieme delle sensazioni percepibili in bocca, che sono rappresentate dal gusto in senso stretto oppure da sensazioni chimiche, olfattive, tattili e termiche. Fisiologicamente, il gusto è generato dalle sensazioni che hanno origine nei bottoni gustativi, cioè strutture in cui sono accolti i recettori gustativi e che sono distribuiti in prevalenza sulla superficie della lingua, ma anche sulla mucosa del palato, sul fondo della bocca e sull’epiglottide. Lo stimolo è prodotto dalle molecole del cibo quando vengono a contatto con i recettori, secondo un meccanismo simile a quello olfattivo. Quando i recettori vengono a contatto con il glutammato monosodico per il cervello è una festa, si scatenano una miriade di sensazioni oltre che una forte ipersalivazione. È in questo momento che realizziamo che no, non è solo la scienza che ci stimola l’appetito: sono anche i ricordi, le emozioni ed i pensieri che hanno accompagnato i nostri pasti passati a rendere un alimento più invitante o detestabile. Allora i gusti non sono più quattro ma ben sei: dolce, salato, acido, amaro, umami e memoria.

Proust aveva la petite madeleine con il thè, noi abbiamo le caldarroste sul sentierone nelle domeniche pomeriggio invernali. Insomma, con o senza glutammato il cibo è una delle gioie della vita, e se rievoca dei bei momenti, lo è ancora di più.

Divulgazione inclusiva

di Alfredo Marchetti

Scienza e tecnica si sono indissolubilmente legate alla vita politica ed organizzativa degli Stati contemporanei. I metodi e le pratiche scientifiche permeano sia gli apparati burocratici che i vertici politici istituzionali e abbiamo dunque una classe dirigente, largamente intesa, che condivide una formazione culturale “scientifizzata”, che fa da guida nelle decisioni più importanti. Si palesa, a questo punto, una divergenza tra lo sviluppo della scienza e la sua divulgazione. Mentre la prima prosegue imperterrita, la seconda rimane legata ad un gruppo ristretto che non aspira ad una condivisione più ampia e completa. La comunità scientifica non sembra infatti interessata ad instaurare un’egemonia culturale che coinvolga anche la base degli stati democratici: i cittadini.

I motivi di questa separazione sono molteplici: da un lato si ha a che fare con un gruppo di intellettuali incatenati ad un metodo e ad una disciplina che raramente concede un incontro dialettico con il grande pubblico; dall’altro si ha una disinformazione che dilaga orizzontalmente tra giovani e adulti e che ha sviluppato una tenace resistenza alle argomentazioni razionali e solide dei primi. La cultura ed il sapere popolare rigettano le nozioni scientifiche più moderne in quanto né riconoscono l’autorevolezza dei divulgatori né accettano passivamente la natura impositiva e dogmatica di un sapere somministrato in pillole.
Alla base di questo scetticismo diffuso non stanno solo le tendenze anti-establishment e la pigrizia dei singoli ma soprattutto l’inefficienza del sistema scolastico attuale e la mancanza di spazi dedicati alla divulgazione sulle reti di trasmissione istituzionali. La scuola dell’obbligo rimane purtroppo ancorata ad un sistema d’insegnamento mnemonico e non sufficientemente aggiornato, mentre i grandi canali d’informazione, in particolare le televisioni di stato, non svolgono un servizio di informazione organizzata e consapevole. Le conseguenze di tutto questo sono particolarmente apprezzabili nel momento in cui il singolo cittadino è posto davanti a scelte, per esempio di carattere medico-sanitario, che richiedono una consapevolezza scientifica non indifferente.

Emblematica è la controversia sui vaccini, apparentemente risolta dal decreto recentemente ratificato. Apparente in quanto molti dei cittadini, confusi e disinformati, si vedranno obbligati a svolgere una procedura senza comprenderne la profonda importanza. La necessità dei vaccini è naturalmente da tempo appurata, ma l’efficacia del decreto sarebbe stata decisamente maggiore se affiancata da una campagna divulgativa che spiegasse davvero cosa siano e come funzionino i vaccini, in modo da poter fugare dubbi e timori che aleggiano intorno alla questione.

L’isolamento culturale appena descritto sta sicuramente, insieme a molti altri fattori di natura più strutturale, alla base delle differenze sociali che dividono la popolazione italiana. Un eventuale inasprimento di questa situazione potrebbe avere conseguenze ben più funeste di quelle precedentemente esposte. Di fronte a questa prospettiva è quindi necessario disegnare un programma che, partendo dalle scuole ed estendendosi all’intera società civile, tracci nuovi riferimenti e coordinate di pensiero. La proposta è di sicuro ambiziosa, come del resto tutti i grandi progetti, ma potrebbe essere un trampolino di lancio per la formazione di una nuova consapevolezza scientifica e l’allargamento degli orizzonti culturali popolari.

Ve lo dico o no?

di Giulio Bonandrini

Ebbene sì. Ci aveva proprio azzeccato. Cartesio voglio dire. Tutta quella storia del genio maligno. Ci aveva proprio preso. O quasi. Maligno non so, genio di sicuro. Figuratevi: da un paio di quasi-sempre riesco, senza troppa difficoltà, a prendere per il naso tutti. È stato facilissimo: ho detto ad Adamo un paio di cose e lui pluff!, ci è caduto come un imbecille. Certo, son stato bravo, lo conoscevo meglio di quanto lui conoscesse se stesso.

Avevo visto bene, stava iniziando a porsi le domande giuste, era in travaglio, ed eccomi lì, pronto a suggerire che ehi, ma se le cose sei TU che le vedi, non dovresti decidere TU cosa vedere? Non sarebbe più facile? Non sarebbe più giusto?

Sbam!, fatto, nel suo piccolo cervello di mammifero tutto tornava perfettamente, soprattutto l’equazione facile = giusto. E ancora di più quella facile-per-me = giusto-per-me.

E infine, il motivo che mi ha reso celebre nell’Eternità: gli ho fatto dimenticare il per-me. Tutto era come voleva lui. Si è messo in centro a tutto addirittura, quel ragazzino. Il mio piano procedeva a gonfie vele.

Procede ancora a dire il vero. Fortunatamente nessuno ha dato peso all’intuizione di Cartesio, a dire il vero nemmeno lui ci ha creduto nemmeno per un secondo. Fosse stato così la sua riflessione sarebbe forse potuta davvero iniziare.

In fondo, ormai posso dirvelo, anche se non ci crederete mai (e per questo ve lo dico), il segreto è uno solo: tutto quello che vi sembra, non è così. Tutto qui, semplice semplice.

Vi resta solo la domanda, ma è più di quanto vi meritiate.

Sempre divertito,

Il vostro cordiale Genio Maligno di quartiere

Sinfonie di lamiera

di Matteo Rizzi

Robot, androidi, umanoidi, creature artificiali che improvvisamente si alzano in piedi e cominciano a ballare, come in un vecchio spot di una celebre automobile francese: la storia della musica non sarebbe la stessa senza di loro, soprattutto a partire da quegli anni ’80 quando i sintetizzatori hanno iniziato ad invadere ogni frequenza, dalle radio libere alle reti Rai.

E molto probabilmente il titolo di “miglior robot della storia della musica” se lo contendono i Kraftwerk, con Die Mensch Maschine (album del 1978 uscito in versione tedesca e in versione inglese, The man machine), e i Radiohead, sia con il celeberrimo singolo Paranoid Android di Ok Computer (1997) sia con Kid-A (2000), mostruoso, inquietante, a tratti post apocalittico capolavoro con cui la band più geniale del mainstream contemporaneo ha salutato il nuovo millennio, spiazzando qualsiasi aspettativa.

I robot dei Kraftwerk, quando alla fine degli anni ’70 ci scandivano quel “Wir Sind Die Roboter” (“Noi siamo i robot”), hanno un’aria vagamente sovietica. Sono quel tipo di robot che per qualche associazione di idee ha quell’odore di guerra fredda, di avanguardia scientifica, di sperimentalismo. E ancora, odore di catena di montaggio, di fabbrica, di lamiera, di Nintendo e di elettromeccanica. Odore di Kraftwerk, di centrale elettrica. Suoni martellanti, drum machine “dritta dritta” nelle orecchie che opprime e scandisce, dando la sensazione di un cronotopo dominato dall’angoscia.

Senza cadere in banali questioni linguistiche e testuali, bisogna dire che la versione tedesca dell’album ha qualcosa in più di quella inglese. Non si tratta di cattive traduzioni: semplicemente, come il latino era la lingua delle laudes, il provenzale la lingua dei trovatori, l’italiano la lingua del melodramma, l’inglese la lingua del rock, il tedesco è la lingua che più sa valorizzare e che più è valorizzata dalla musica elettronica. Ve la immaginate Technologic dei Daft Punk in tedesco?

Prima ho accennato all’androide paranoico dei Radiohead. In questo caso ci troviamo in un contesto diverso: gli ultimi anni di quel millennio in cui si è passati dalla rotazione biennale al trionfo dell’industria e dei servizi, da una vita in funzione dell’eterno e collettivo disegno divino a una caotica miscela di hic et nunc individuali e intimamente speciali, warholiani e, di fatto, insignificanti e pretenziosi. E in questa alienante modernità, in questo giardino d’Armida del progresso, i Radiohead catapultano il loro androide paranoico. Un momento bellissimo di Ok Computer: un flusso di coscienza musicale raffinato e sottile, curato in ogni minimo dettaglio, con un arpeggio di introduzione che assembla frequenze inaspettate, cambi di tempo e approdi ai cari vecchi tempi dispari che hanno fatto la fortuna del prog anni ’70, con una sapiente alternanza di dolcezza e cattiveria cacofonica e quasi fastidiosa. Il tutto in un album colto, raffinato, sontuoso e, in fondo, consapevolmente pop.

Kid A, infine, è semplicemente Kid A. Kid A è una delle dieci esperienze da fare prima di morire. Kid A è quanto di più difficile esista da far digerire a un orecchio, anche allenato. Kid A è barocco estremo; o meglio, quel barocco minimalista quasi impenetrabile che obbliga a un vero e proprio esercizio di ascolto. Kid A è il primo prototipo di un esperimento: il “Ragazzo A”, il primo. Kid A è un umanoide che, attaccato a dei tubi e immerso nel liquido amniotico, prende vita nel cuore della notte e inizia a sfiorare quel suo corpo che mai prima aveva conosciuto. Kid A è fascino e angoscia. E i Radiohead sono una band enorme.

Questi sono alcuni fra i più celebri robot della storia recente della musica: pur nelle loro diversità, appaiono sicuramente più simili a Frankestein che a Emilio. E poi c’è lui, il re dell’electro-disco italiana anni ’80. Lui, l’arlecchino della musica italiana. Se volete un Emilio, se quelli sono i vostri robot, allora nessuno meglio di Alberto Camerini può indicarvi la via maestra: “c’è questo tipo strano / vedrai ti piacerà / lui suona la chitarra in una rock and roll band (…)”.

Rock’n’Roll Robot: ed è subito trash party.