Intrattenimento

di Francesco Marinoni

Buonasera, caro lettore. Anche oggi la tua giornata intensa e densa di (pre)occupazioni è finita ed è venuto il tempo per concederti una bella lettura, rilassarti e aspettare di essere abbastanza assonnato da metterti a letto. Mi complimento con te per la scelta: avresti potuto fare molte altre cose, per esempio accendere la TV per gustarti un bel documentario o uscire a fare un giro, e invece hai scelto Altro.

Curiosa coincidenza, perché quello che stai per leggere parla proprio di tutto questo: ci siamo chiesti come occupiamo il nostro famoso tempo libero (o meglio, quelle famose 8 ore giornaliere che la società ci concede) e abbiamo scoperto che potremmo riassumere tutto quello che facciamo in una parola: intrattenimento. Suona male, lo so; probabilmente se ti dicessi che Altro è un mensile di intrattenimento lo squadreresti con uno sguardo diverso, perché spesso associamo a questo termine un significato dispregiativo. Eppure basta pensare a quanti grandi della letteratura hanno scritto capolavori inimitabili con un occhio alla penna e uno al pubblico, per essere sicuri di piacere: non è forse letteratura di intrattenimento quella di Boccaccio?

Ci siamo spinti ad affermare che la nostra vita è di fatto un intrattenersi costante e c’è chi ha fatto dell’intrattenere il suo mestiere, la sua ragione di vita: abbiamo provato anche a metterci nei loro panni, degli intrattenitori-intrattenuti. Ogni giorno tutti noi peschiamo dal calderone dei passatempi, degli svaghi, dei vizi per dimenticarci della noia e delle nostre occupazioni (ammesso che anche queste non siano esse stesse intrattenimento).

Perciò rassegnati, caro lettore, e, se sei ancora dell’idea, prosegui nella tua lettura: non ti (in)tratterrò oltre.

Intra-ttenimento

di Giulio Bonandrini

Intra perché è dentro. Un dentro, uno stare in mezzo che però è sempre anche e soprattutto un fuori, un lontano, un altro, un distolto. Tenimento perché è un tenere, un trattenere, lontano, con forza, dove non si vorrebbe, forse dovrebbe, essere.

Intrattenimento, il grande idolo, sfogliato ed analizzato in ogni sua parte diventa ciò che distoglie l’attenzione, ciò che annebbia la vista, ciò che allontana, una distanza non più critica ma che disfà e distrugge con il dissacrare del riso o con la palpebra lassa della seconda ora di televisione. Esempi facili, banali; l’intra-ttenimento è in ogni cosa, un leggero gas soporifero che non fa cogliere, come un velo, spazi, movimenti e sensazioni fondamentali. Linee di forze, spazi interstiziali, vite e velocità diverse dalla nostra. Sentire comuni che ci sfrecciano affianco non colti. Intra-tenimento come tutto ciò che siamo, che vorremmo essere e che ci circonda. Un gigantesco mondo-spettacolo, costruito da e per noi, un teatro di maschere ed attori sotto la cui pelle sentiamo però pulsare la vita, quella lì, così vicina, giusto al di là del velo. Senza velleità noumeniche ovviamente!

Non fraintendete e prestate attenzione, schivate l’intra-tenimento, sempre sull’attenti. Spossante. Come un segreto lo ignoriamo, perché è comodo, ce lo siamo costruiti apposta. Il continuamente diverso mondo non è cogliibile se non ci facciamo intrattenere da spezzoni, da frame, che tagliano come un coltello. Tagliano, separano, tracciano confini che non creano spazi significanti né significativi ma solo giudicanti dove, dietro la faccia pulita del giudizio, scoviamo l’intra-ttenimeno. Guardiamocene. Avvertiamo invece l’indistinta diversità di frequenze che ci attraversa. Godiamone. Un’indistinzione che crea perché diviene. Sull’attenti! Questo è un ordine, o un gioco, provate, proviamo, cogliamo tutto, assaporiamo ogni cosa, dire che non è possibile è intra-ttenimento. Non è facile, ma lanciamoci, corriamo e balliamo senza intrattenerci ma sempre vivi e viventi, non addormentati o sonnecchianti. E ridere ridere ridere, mai di qualcuno, errore, ma sempre con, un riedere-con che può essere ed è un punto di partenza, un passo, proprio sul bordo di quel burrone, quell’abisso che sempre è lì e da cui veniamo distratti.

Come il grande spettro d’onda noi dobbiamo arrivare a cogliere tutto, vediamo alcune frequenze, sentiamone altre, tastiamone altre ancora senza mai stancarci, senza mai lasciarci intrattenere e dire che queste sono le uniche che esistono! Ancora ne mancano da conoscere, da annusare, da immaginare e sognare (ad occhi aperti, mi raccomando!).

Intervista a गांजा

di Prisacari Domnita

Noi di Altro, pendolari come molti di voi brava gente (e molti di voi futura brava gente), aspettando con pazienza e rassegnazione un treno tradizionalmente in ritardo, (al fine di raccontare la nostra storia la direzione dell’oscillazione del nostro pendolo non è indispensabile) ci trovammo a occupare un posto vicino a un curioso personaggio. Di certo potreste argomentare dicendoci che le stazioni sono il posto giusto (insieme agli aeroporti o altri luoghi di incroci internazionali casuali) in cui si ricerca e si incontra la stranezza e la diversità umana, e non.

Ebbene, in pieno periodo di esami, ci sbattiamo esausti su questa sedia ed estraiamo un libro e un taccuino (per fare la figura di intellettuali e per non farci scappare i pensieri). Vicino a noi, felice in un modo da farlo sembrare fuori posto, un po’ nel proprio mondo, sedeva un uomo. Aveva lunghi capelli corvini raccolti in una coda e vestiva abiti poco impegnativi, al limite del socialmente accettabile. Era abbronzato e traspirava pace interiore con ogni movimento. Un turista di ritorno da un viaggio in paesi caldi e poveri, pensammo subito noi (ahimè i cliché sociali sono difficili da reprimere). Questi, sentendosi scrutato, ci guardò a sua volta. Ci sorrise e poi ci parlò:

M: “Salve!” – Disse in un accento dell’italiano nordico e accompagnò il saluto con un sorriso. – “E’ uno studente pendolare?”

A: (arossisce perché colto di sorpresa. Si riprende in pochi secondi e…) “Salve!” (imbarazzato dall’interazione sociale spontanea, tenta di iniziare un colloquio accettabile)

M: “Sa, lo si nota dallo sguardo: è di una stanchezza assassina. Da quanto non si rilassa un po’? da quanto non si prende del tempo e…lei mi capisce, si gode un po’ la vita?”

A: (tenta di fare un viaggio mentale nel passato per ritrovare sulla linea del tempo l’ultimo episodio che risponda alla classificazione dello sconosciuto, ma fissa il vuoto con un’espressione da tonto per un tempo indeterminato)

M: “Capisco, è fuso dallo studio. Dovrebbero perseguitarlo così come fanno con me! Quanta gioventù persa e quanta sprecata tra le pagine impolverate di una conoscenza superata!”

A: (Nel frattempo si riprende e diventa un essere sociale capace di colloquio. Inforca una penna e comincia a riempire di parole una pagina del taccuino) “Mi perdoni….ha per caso detto di esser stato perseguitato? per quale motivo?”

M: “Non ha ancora capito chi sono io, vero? Mi permetta di presentarmi in maniera ufficiale! Io sono Cannabis sativa, talora vengo indicato col termine hindi Gānjā, macomunemente noto come Marijuana.” (finita la sua presentazione si alzò in piedi e fece un inchino teatrale. Non appena adagia il fondoschiena sulla sedia scruta A. con curiosità.)

A: (Perde la mascella per lo stupore) “Lei qui? Cosa ci fa alla stazione dei treni?”

M: “Sa, negli ultimi decenni la comunità scientifica cerca di riabilitare il mio nome. Ebbene, vista la mia crescente popolarità tra la “gente per bene”, viaggio per il mondo per partecipare a convegni, mostre e fiere!”

A: (continua a cascare dalle nuvole) “Mi scusi…ha detto fiere?”

M: “Certo, ve ne sono centinaia in tutto il mondo! So di non essere innocente (e nessuno lo è!), tuttavia sarà d’accordo con me che reco dei benefici! Ho effetti analgesici sul dolore cronico o di malati terminali, provoco l’attenuazione degli effetti di malattie autoinfiammatorie e di alcuni disturbi legati alle demenze, dò benefici contro l’artrite, i tremori del Parkinson e gli effetti collaterali della chemioterapia, e ottengo buoni risultati nel trattamento di ansia patologica e disturbo post-traumatico da stress.”

A: ”Senza contare il suo impegno in ambito accademico: fornire momenti di svago e ricreazione alle menti stracariche degli studenti, visto che molti la incontrano durante gli anni di studio matto e disperato!”

M: “AH! Vero vero!” (il sorriso gli scompare per un attimo per poi riaffiorare) “Sa, vorrei essere onesto perché lotto da molto tempo per ripulire il mio nome…..come ben sa, vengo spesso usato in qualità di sostanza stupefacente e la dipendenza da me non è cosa trascurabile. Vengo spesso coinvolto in transazioni illegali, ma spesso avvengono senza il mio consenso. Mi piacerebbe riuscire a venir fuori nella luce e sentirmi accettato…potrebbe gentilmente presentarmi ai suoi lettori come tale?”

A: (si rende conto che sta prendendo appunti in modo frenetico ma non si è presentato nel suo ruolo di giovane giornalista) “Ah, mi scusi, mi scusi! Lei si era presentato mentre io no! Ha ragione, scrivo e mi rivolgo ai giovani e….”

M: “Mi dispiace interromperla, ma il mio treno è arrivato. La devo di conseguenza lasciare. Spero di non averla annoiata…Spero anche di incontrarla ancora!” (Si alza, fa l’occhiolino e, leggero di animo e bagagli, si dirige verso i binari.)

A: (Risponde all’occhiolino con un sorriso, poi alza gli occhi e guarda il tabellone. Il suo di treno, per rimanere coerente con la propria politica lavorativa, aveva accumulato un ulteriore ritardo di 20 minuti. Rassegnato, ma non più così stanco, aprì il libro che aveva tirato fuori prima e si rimise a fare l’intellettuale impolverato.)

Intervista a uno scaltro clown

di Giulio Bonandrini

«Ehi lei! Si, lei! Vuole vedere un trucco di magia?»

«No guardi, sono di fretta»

«Ma come di fretta? Scommetto che sta andando al lavoro»

«Sì esatto, sa cosa vuol dire lei lavoro? Non credo.. Ehi, si fermi, tenga giù da me quelle mani tutte imbiancate, non sarà mica un sepolcro, vero?»

«…»

«Fa il clown e non capisce nemmeno battute su basilari citazioni bibliche»

«Mi lasci fare il mio trucco e poi vedremo»

«Senta ho un’intervista con Sgarbi a breve: mi lasci in pace»

«Vittorio?»

«Sì lui, anche se lavora per strada ne avrà sicuramente sentito parlare»

«Sì, è mio fratello»

«Sgarbi non ha un fratello»

«Non a quanto mi risulta»

«… senta scherzavo prima, non son di fretta, se presto attenzione al suo gioco di magia metterà una buona parola con il Maestro?»

«Si metta qui, seduto. Bravo. Chiuda gli occhi. Bravo. Adesso s’immagini di essere in cima alla montagna più alta che le viene in mente. Fatto?»

«Certo Maestro, sono in cima all’Everest; no anzi, sono in cima al Kalidasa a praticare ascesi»

«Sì sì esatto, proprio lì. Lo sente il vento gelido che la trafigge? Che le scuote i vestiti tanto che le sembra le si stiano strappando di dosso?»

«Sì lo sento! È incredibile! Proprio come nella pubblicità dell’acqua: freschissima, filtratissima e quindi pulitissima!»

«Esattamente! Mi ascolti con la stessa attenzione con cui ascolterebbe mio fratello»

«Certo maestro»

«Non le piacerà quello che ho da dirle. Le dico che lei dorme, tutto il giorno, tutti i giorni. Anche quando crede di essere sveglio lei sta dormendo. Un sonno profondo, da cui è impossibile risvegliarsi. Sa chi è sveglio? Io, il clown. Sono sveglio perché dietro questa faccia dipinta si trova un occhio vigile. Perché dentro queste scarpe enormi ci sono dei piedi attenti a dove si posano. Perché questi vestiti colorati non sono stati comprati, ma cuciti, per servire uno scopo, non una moda. Perché lo sguardo e la fretta con cui vengo lasciato in disparte sono causati dal mio non prestare fede al vostro intrattenimento. Mi travesto da clown solo per nascondermi meglio. Per vivere più libero di mio fratello e di lei, così costretti nei vostri stretti abiti e strette scarpe. L’unica cosa di stretto che ho è questo naso rosso, ma credo valga ben una libertà»

«…»

«Si lo so, non sa cosa dire, ma le devo confessare un’altra cosa. Sono anche un ventriloquo ed un abile manolesta. Ha presente il vento del Kalidasa? Arrivederci, signore, trascriva una bella intervista, il registratore gliel’ho lasciato»

Aprii gli occhi ed, in mezzo a una strada deserta, c’ero solo io, senza nemmeno un soldo. Sgarbi non ha più risposto alle mie chiamate e questo è ciò che mi è rimasto da pubblicare.

Il comune di Bergamo e i giovani – Segnali di speranza

di Filippo Oggionni

“Bergamo è una città morta.”

E’ una frase che serpeggia negli ambienti giovanili bergamaschi: è opinione condivisa infatti che Bergamo non figuri tra le città universitarie (sì, Bergamo è stata dichiarata tale nel 2013) più dinamiche d’Italia. Anzi, alla vista di via XX settembre deserta il sabato sera o leggendo alcune lamentele dei residenti per la presenza di alcuni locali ritenuti “irrispettosi della quiete pubblica” (si veda il caso di Borgo Santa Caterina), verrebbe da pensare che Bergamo sia una città retrograda e poco avvezza ai cambiamenti in favore del mondo giovanile.

Tuttavia, in particolare negli ultimi dieci anni, c’è stato un cambio di passo tangibile su numerose questioni, reso possibile dall’appoggio delle istituzioni bergamasche e dall’iniziativa dei giovani stessi. Ma, nel concreto, cosa fa il Comune di Bergamo per incentivare le politiche giovanili? Per rispondere abbiamo parlato con Niccolò Carretta, consigliere comunale e presidente della Commissione Giovani, che spiega: «Il Consiglio Comunale dispone di una commissione speciale, composta da 9 consiglieri e da 3 relatori, che ha il preciso compito di rendere fertile il territorio di Bergamo per il pieno sviluppo delle attività giovanili. La Commissione Giovani, attraverso degli spazi di discussione aperti al pubblico, si occupa di redigere periodicamente un ordine del giorno da presentare in Consiglio Comunale. Finora – aggiunge Carretta – tutti gli ordini del giorno presentati dalla Commissione sono stati approvati all’unanimità, segno che la scelta di accantonare le divergenze politiche a favore di una discussione più ampia sta maturando i suoi frutti.»

Ultimamente, per esempio, è stato aperto un nuovo spazio dedicato ai giovani: GATE, all’interno del Parco della Malpensata, che si aggiunge all’Edonè (Redona),  al Polaresco (Longuelo) e ad altri spazi meno conosciuti ma altrettanto importanti (Monterosso, Celadina, Boccaleone, ecc…). Si è aggiudicata la gestione di GATE la cooperativa sociale Empeiria, che presenta così il nuovo spazio giovanile: «GATE è bar e musica live; GATE è attività, eventi e cultura; GATE è un nuovo modo di vivere la città; GATE è un’opportunità innovativa per i giovani; GATE è occasione di ritrovo; GATE è una porta aperta». Tutti e tre gli spazi rimangono di proprietà del Comune di Bergamo, che organizza periodicamente un bando per concedere a imprese e associazioni giovanili l’utilizzo dei locali, in cambio di un affitto agevolato. Il ruolo dell’Istituzione rimane secondario: si punta a responsabilizzare i giovani affinché si rendano protagonisti e fautori di un nuovo progetto di coesione sociale.

Fa differenza invece lo Spazio Polaresco, sede del Servizio Giovani e dello Spazio InformaGiovani, entrambi direttamente promossi dall’Assessorato alle Politiche Giovanili (che include anche gli ambiti di Sport e Tempo Libero). Negli ultimi anni il Comune ha sicuramente investito molto in questi servizi, totalmente gratuiti per tutti coloro che volessero usufruirne. Raggiungibili anche dal sito giovani.bg.it, le opportunità offerte sono molteplici: si passa dalla formazione accademica a quella professionale, dal volontariato a offerte lavorative, da bandi e concorsi rivolti ai giovani fino a viaggi formativi di ogni tipo. L’obiettivo di fornire un servizio su misura per i giovani e a 360 gradi è stato raggiunto? Ni. Gli intenti sono nobili e sacrosanti, ma lo Spazio Polaresco, vittima anche di una serie di infelici cambi di gestione, non è ancora abbastanza conosciuto e frequentato, o perlomeno la sua parte più “istituzionale” che dovrebbe essere un punto di riferimento per tutti i giovani bergamaschi.

Acclimatation

L’innocenza di una forma d’intrattenimento è stata molte volte smentita, nel lungo srotolarsi della vicenda umana, dalla portata delle sue conseguenze. Spesso imprevedibili, esse hanno il merito di segnare delle tracce, imporre dei giudizi, circoscrivere degli spazi per la critica e la riflessione etica. È scontato dire che, per moltissimi secoli, l’intrattenimento è stato appannaggio della parte culturalmente e materialmente dominante della società (questo è già un dato che fa riflettere); meno scontato dire che, nell’epoca precedente alla grande rivoluzione tecnologica che ha contraddistinto gli ultimi cent’anni, l’intrattenimento ha sempre presupposto la presenza di un altro. Da guardare, da ascoltare, da disprezzare, da compatire.

C’è un esempio, dimenticato purtroppo, che viene raccontato da Marco Paolini nel suo spettacolo teatrale “Ausmerzen”. Viene raccontata la forma forse più spettrale di intrattenimento tramite un’alterità: quella finalizzata all’interpretazione di sé come essere migliore, all’autocompiacimento, all’orgasmo auto-interpretativo. E, conseguentemente, alla discriminazione. Siamo nel 1889, a Parigi. Nel bel mezzo della Belle Époque, quando l’umanità credeva di essere arrivata alla fine dell’evoluzione, al compimento della Storia e del proprio destino: “Ormai possiamo soltanto migliorarci”. In quell’anno in particolare la città ospita l’Esposizione Universale. Per la sua inaugurazione l’ingegnere Eiffel fece costruire la sua famosa torre di ferro, la più alta del mondo, originariamente progettata per essere una struttura  provvisoria da smantellare alla fine dell’evento mondiale. Era la porta principale dell’Esposizione, il cancello di accesso varcato il quale l’uomo bianco moderno e occidentale avrebbe potuto ammirare gli esiti più recenti della meravigliosa macchina tecnica a sua disposizione.

Come sappiamo però la base della torre è quadrata, formata da quattro archi; in corrispondenza di uno di questi c’era un altro ingresso. L’insegna recitava: “Jardin zoologique d’acclimatation.” Si pagava regolare biglietto, si varcava la soglia, qualche bancarella vendeva liquirizia ed assenzio. Poi si vedevano delle gabbie. Ed ecco, a disposizione dell’uomo moderno, una vera e propria galleria di specie umane: beduini del deserto sulla destra, pigmei dell’Africa nera sulla sinistra, ancora più a sinistra i cosacchi delle steppe. Tutti in gabbie arredate in modo da ricreare l’ambiente originario in cui quelle persone-cose vivevano: manciate di ghiaia, finti cespugli di rovi, alberelli di mele.

Chissà quante normali famiglie borghesi si sono intrattenute così, durante le domeniche estive del 1889, ad ammirare i popoli anormali della Terra. In fin dei conti non era facile trovare qualcosa da fare nel tempo libero, quindi perché non prendere moglie e figli e portarli a vedere e a capire quanto culo avevano avuto a nascere nella parte buona, intelligente, colta e importante del mondo? Questo era a tutti gli effetti intrattenimento: c’era un altro, da compatire, ed un soggetto fruitore, da consolare. Consoliamoci, almeno noi siamo umani, ci siamo evoluti, e adesso paghiamo il biglietto per andare a vederli.

Nessuna forma d’intrattenimento è davvero innocente. C’è una colpa originaria da scontare, una colpa che in sé si porta dietro: quello di essere troppe volte una cieca presa di distanza, un voltar le spalle, un istintivo non preoccuparsi. Un ingenuo atteggiamento, si dirà. Ma chi sa calcolarne le conseguenze?

Intrattenere

di Scipio Tilgher

È un verbo composto dal prefisso latino intra ed il verbo tĕnēre che propriamente significa ‘tenere dentro, nel mezzo’.

Il primo derivato di questa base nelle lingue romanze, di cui abbiamo documentazione, è l’antico normanno entretenir nel Roman de Brut del chierico Robert Wace (circa 1110 – dopo il 1174?): in questo poema sulla storia della Gran Bretagna il termine ricorre con l’accezione del ‘sostenersi mutualmente’. Nei tre secoli successivi la parola deve aver subito un’evoluzione semantica tale da aver guadagnato il significato dell’italiano trattenere ‘far rimanere in una posizione’: questo almeno prima che producesse l’inglese entertain ‘keep someone in a certain frame of mind’, attestato dalla fine XV secolo, da cui proviene l’inglese odierno entertainment ‘divertimento’.

In Italia, la base latina ha dato due esiti autonomi: trattenere ed intrattenere. Il primo è attestato dalla seconda metà del XIV secolo nel Commento alla Commedia di Francesco da Buti (1324-1406), con un significato sostanzialmente affine a quello attuale. Il secondo, pur nascendo dalla medesima base, è invece andato incontro ad una particolare specializzazione semantica: la prima attestazione di questo termine è ne La Rappresentazione di Santa Uliva, dove l’anonimo autore prescrive a coloro che mettono in scena la pièce sacra che «Mentre che si dà ordine alla giostra, per intrattenere la scena» si faccia uscire «un uomo in vesta insino a’ piedi di tela rozza, con maschera comoda e barba o bianca o mischiata». Da quella prima attestazione il termine conosce ampia fortuna, sempre con l’accezione generale di «Far passare il tempo in modo gradevole, tenendo desta l’attenzione con discorsi, trovate, maniere brillanti, avvincenti, simpatiche», insieme al sostantivo derivato intrattenimento, le cui prime ricorrenze sono già in Francesco Berni (1497-1535).

Curiosa il rapporto che lega intrattenere con il sinonimo divertire < divĕrtere ‘volgere altrove’: i due termini, che sarebbero etimologicamente contrari, si accostano solo per tramite dell’uso particolare di divertire come ‘distogliere (dalle preoccupazioni)’, diffusosi solo a partire dal XVIII secolo.

Bibliografia

DELI 356, 616. GDLI VIII. 338, 339, IV. 863, 864. Rohlfs 1018. Trésor de la Langue Française, VII. 1252. TLIO s.v. trattenere.

Sitografia

Ginger, Jack e altri amici

di Camilla Facchinetti

Quando si è bambini e ancora dolcemente ingenui si vuole giocare tutto il pomeriggio con i propri amici. Sono perlopiù compagni di scuola che si invitano a casa propria per passare qualche ora di svago prima della cena, ed è assurdo notare come gli adulti inculchino ai dolci pargoletti l’idea che serva necessariamente una scusa per vedersi. Durante le ore passate in classe tra divisioni e verbi irregolari, spunta una domanda dal compagno di banco: “Vuoi venire a fare merenda a casa mia?”. Abbiamo bisogno di un pretesto, ma quando cresciamo la merenda diventa fuori luogo; una cena è  troppo impegnativa, a pranzo non siamo mai liberi, un caffè è troppo breve e un’uscita serale troppo lunga. Ed ecco che arriva l’idea geniale, il passaggio fondamentale di età che sorpassa la merenda e trova nuove forme di pre pasto: l’aperitivo. Il momento d’incontro all’italiana che tutti ci invidiano, sconsigliato da tutti i nutrizionisti (circa cinquecento chilocalorie per drink). Ambìto come ideale punto d’arrivo della giornata c’è lui, lo spritz (o altro alcolico per esso) accompagnato da salatini vari. Dal Campari con il bianco al Sidro, dal Negroni alla costa orientale degli stati uniti conosciuta come Long Island, sino ad arrivare nell’entroterra lombarda bergamasca, l’aperitivo è il collante sociale che ha attraversato le generazioni distraendole dalla lotta di classe. Le smancerie si sprecano, le pizzette abbondano e gli alcolici si pagano a prezzo fisso. Quale momento migliore per invitare qualcuno ad uscire insieme? Ed ecco che Forza Italia brinda con Nichi Vendola, a cosa non si sa, ormai sono già tutti abbastanza alticci e disinibiti per rendersene conto. Tra le diciotto e le ventuno nelle città italiane si concretizza ciò che definiamo leggerezza. D’altronde capiteci, è difficile essere italiani: ogni giorno veniamo attaccati per la nostra politica, per l’arretratezza, i trasporti, l’organizzazione e le nostre vite private. Insomma, non chiederemo scusa al mondo per avere inventato una tipologia di intrattenimento che ci sollevi dalle preoccupazioni quotidiane. Alla fine è bello vedere le persone di tutte le estrazioni sociali lanciarsi su buffet rimpinguati all’infinito e non condividere nulla di costruttivo, ma solo l’amore per quella che da fuori chiamano “La dolce vita”.

Oppure no? Alcool a poco prezzo, tartine preconfezionate e malamente farcite riescono a ridurci ad uno stato di elasticità mentale verso il prossimo o restano semplicemente un palliativo per sopportare chi non è come noi? Da qui, l’eterno dilemma: cosa ci unisce e cosa ci divide? Di sicuro l’aperitivo alcolizza, per il resto si sa, il cibo unisce i popoli. Ma si è sempre in bilico senza avere la certezza se il nostro peggior nemico dopo un paio di bicchieri sia più simpatico per davvero o resti un’immagine confusa dovuta al tasso alcolemico presente nel nostro sangue. Forse smetterla di pensare agli aperitivi ci renderebbe più produttivi e ci farebbe evitare figuracce varie (vedi messaggi scritti per errore). Eppure siamo fatti così, ci distraiamo facilmente, quello che noi crediamo essere una piccola pausa dalla nostra giornata in realtà si trasforma in un intrattenimento perpetuo che ci distoglie dall’avere uno sguardo critico. Non è colpa dell’Aperitivo, ma di come se ne è fatto uso. Questa cosa del “E fattelo un bicchiere ogni tanto” ci è sfuggita di mano.

Dormi, obbedisci, consuma

di Daniele Ravizza

La fantascienza cinematografica è spesso erroneamente identificata come una via di fuga dal quotidiano: un intrattenimento puro tanto lontano dalla realtà quanto superfluo nella vita di ogni giorno.

Come dimostra il leggendario racconto breve di Fredric Brown La sentinella (1954), molte volte, tuttavia, dietro le maschere della creatura aliena, l’Altro per eccellenza, si celano i mostri umani che non abbiamo la forza di rappresentare con le nostre sembianze.

È il caso dei sottovalutati umanoidi di They Live (Essi Vivono, 1988) di John Carpenter, ispirato al racconto breve Eight O’Clock in theMorning (1963) di Ray Nelson.

Il proletario John Nada (Roddy Piper, il Nessuno leoniano di turno) raggiunge Los Angeles in cerca di lavoro. Assunto in un cantiere, John nota che le interruzioni a cui assiste in televisione collimano con alcuni strani movimenti nella baraccopoli in cui vive; dopo aver individuato la fonte di disturbo del satellite, la polizia distrugge la bidonville. Il giorno seguente, Nada trova nella chiesa una scatola di occhiali da sole; una volta indossati, scoprirà che il mondo, quello vero, è governato dagli alieni e ogni prodotto d’intrattenimento asservisce ai loro scopi di dominio.
“They” sono gli scheletri metallici che sembrano usciti dal pennello di Francis Bacon, alleati con gli uomini di potere, i Man che trasformano la democrazia in una dittatura della finta libertà; “Loro vivono, noi dormiamo” recita la scritta sul muro della chiesa; gli occhiali fungono allora da sveglia contro l’assopimento delle coscienze che domina incontrastato grazie ai mass media. Il mondo percepito in bianco e nero tramite gli occhiali (con un chiaro rimando al cinema pre-technicolor, dichiaratamente preferito da Carpenter) strappa il velo di Maya sotto cui il popolo è forzato a vivere, apparentemente in maniera inconsapevole. CONSUME, CONFORM, WATCH TV, REPRODUCE, NO THOUGHT, OBEY (da ciò lo street artist Shepard Fairey trarrà l’idea per l’omonimo marchio d’abbigliamento originariamente orientato contro l’establishment) sono gli imperativi che governano la capitale dell’intrattenimento, tanto che l’unico modo per rivelare l’identità degli alieni sarà distruggere la parabola della più grande manipolatrice mentale degli anni ‘80: la televisione.

La rivolta proletaria di John contro il sistema non è solo narrativa, ma anche registica: Carpenter adotta infatti uno stile semplice, artigianale, privo di guizzi registici e denso di piani fissi e raccordi naturali in sintonia con il messaggio anticapitalista del film. Effigie di questa intenzione è la scelta dell’attore protagonista: un wrestler alla sua prima (e unica) significativa interpretazione.

Giustamente ritenuto il film più esplicitamente politico del regista di The Thing (La Cosa, 1982), They Live «E’ un documentario. Non è fantascienza», puntualizza il suo stesso creatore.

Sebbene la televisione sia stata soppiantata da Internet, il film tratta con grande lungimiranza un tema forse più attuale oggi di allora: «è come se gli anni ’80 non fossero mai finiti», niente è costruito per durare, tutto per guadagnare e consumare; l’irrefrenabile capitalismo irradia attraverso i mass media e abbaglia volutamente i consumatori, non resta che un riparo: gli occhiali da sole.

Intrattenimento colto

di Matteo Rizzi

Non serve nemmeno andare troppo lontano: basta rinfrescare la memoria o, se proprio, rispolverare il vecchio manuale di letteratura del Liceo e andare al capitolo su Boccaccio. Si troverà certamente un paragrafo che, in varie salse, parlerà della “letteratura mezzana di intrattenimento” e della ricerca di un pubblico “abbastanza colto e raffinato da spregiare le forme più popolari e volgari della letteratura corrente, ma non abbastanza colto e motivato per affrontare i più seri studi filosofici e dottrinali”. Insomma, concedendoci una riduzione ai minimi termini di una figura in realtà ben più complessa, si può dire che l’erudito Boccaccio, una delle Tre Corone, l’autore che chiunque abbia scritto in prosa nei secoli successivi ha avuto come modello, faceva consapevolmente letteratura di intrattenimento. Gli esempi poi si sprecano, da Machiavelli che nella celeberrima lettera al Vettori racconta all’amico di quando, per passare le noiose giornate all’Albergaccio, si mette sotto un albero a leggere “Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili”; all’intera storia del teatro, passando per le canzoni di gesta. Se ci si sposta sul terreno delle arti figurative, il discorso non cambia di una virgola.

Insomma, quello è il fine di gran parte di quella che riconosciamo, a merito, come grande cultura, ed è curioso che la parola “intrattenimento” abbia quel retrogusto vagamente denigratorio. Dove sta scritto che scegliere di voler anche intrattenere sia un’ammissione di rinuncia alla Vera Arte? Dove sta scritto che fare arte per intrattenere equivalga a svilirne il valore? Davvero qualcuno crede ancora alla favola dello “scrivere per sé stessi”?

L’istituzione letteraria (e quella artistica in generale, si potrebbe aggiungere), da sempre segue una tabella di evoluzione interna in linea con l’unico vero, eterno obiettivo, ovvero l’appagamento e l’incremento del pubblico. Nessun artista o aspirante tale dovrebbe sentirsi in colpa ad ammettere che il senso di fare arte sta tutto nella realizzazione di quel rapporto tra l’autocompiacimento narcisistico di chi crea e il compiacimento empatico di chi consuma.

Un esempio è il destino che hanno avuto le neo-avanguardie radicali del ‘900, fondate sulla ribellione alla massificazione delle arti, sulla volontà di essere un’élite, sul desiderio di essere incomprensibili agli incolti, sul gusto della provocazione e della rottura: prontamente implose, collassate, esaurite in pochi anni. Chi ha saputo rinunciare a quell’insensato orgoglio, come Umberto Eco, è lentamente scivolato in quel Post-Modernismo di citazioni e strizzate d’occhio intrise di erudizione nel bel mezzo di deliziose trame accattivanti e soprattutto accessibili. In altre parole, ha scelto di incrementare il pubblico da intrattenere: perfetto per chi ama cogliere le mele anche sui vigneti, perfettamente godibile per chi si accontenta di qualche goccia di succo d’uva sotto l’ombrellone.

Perché, e non me ne vogliano gli ortodossi, il fine dell’arte è anche e soprattutto il raccogliere consensi. E da sempre si susseguono movimenti, generi, forme, rincorrendo il gusto di chi consuma.

Viene estremamente naturale, a questo punto, dire che l’arte, nel senso più ampio della parola, è soprattutto questo: un meraviglioso, eterno, energico, vitale ed essenziale intrattenimento.