Abitare-con

di Giulio Bonandrini

La redazione di Altro è un po’ come una casa. A qualcuno piace arrivarci il prima possibile, prendersi cura degli altri e far trovare tutto pronto. Altri arrivano in ritardo, un po’ trafelati e siedono all’ombra, per smettere di sudare. Altri invece avvertono all’ultimo di non esserci.

“Ciao a tutti” è la frase che annuncia un nuovo arrivo. Non sempre ci sono tutti, un po’ come una mattina in una piccola pensione. C’è chi si agita e chi rimane in un angolo nell’attesa che un articolo cada da cielo. Di sicuro ci stiamo abituando a vederci, piano piano, ogni sabato alle due e mezza. Una breve convivenza di due ore in cui si rispecchia un mondo. O meglio, più mondi, perché se abitare è sempre un abitare da qualche parte, abitare è anche sempre abitare-con. Da soli non si abita, si sta.

E c’è un motivo se persone tanto diverse come quelle di questa redazione si trovano e lavorano assieme: per permettervi, una volta al mese, ovunque siate, di abitare-con qualcuno: noi. Sperando di non essere quel coinquilino che non si lava e che lascia tutte le cose in giro, ma piuttosto di essere quello che vi informa, vi mostra il suo punto di vista; di essere il papà con cui si litiga perché “ma dai, ma come fai a pensarla ancora così?”; la nonna di cui si ascoltano le storie e il vecchio amico di vostro nonno, che quando arrivava a casa una sorpresa per te l’aveva sempre.

Insomma, speriamo di essere il motivo per cui, un’ora al mese, leggendoci, state bene dove state.

Dove c’è Barilla c’è polemica

Di Camilla Facchinetti

«Non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay perché noi siamo per la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri». Queste parole sono state pronunciate da Guido Barilla a La zanzara, su Radio24 il 25 settembre 2013. Dove c’è Barilla c’è casa, ma non per tutti a quanto pare. L’intervista causò una pioggia di polemiche, da parte delle associazioni gay friendly e di esponenti del mondo politico e dello spettacolo. Mentre i clienti più affezionati minacciavano di non comprare più la pasta, l’azienda incriminata iniziava il suo percorso di redenzione. Guido Barilla si è prodigato nei mesi successivi (se non di sua spontanea volontà, quantomeno seguendo il suo direttore marketing) in una campagna di scuse costellata di video “mea culpa” e progetti per la sensibilizzazione del personale verso le tematiche e l’accettazione della realtà LGBT. Dopo tanti sforzi ecco che la Barilla senza neanche chiedere di essere valutata,  ha ottenuto un “punteggio perfetto” dalla Human Right Campaign, un’importante associazione per i diritti degli omosessuali che stila ogni anno il Corporate equality index, (una graduatoria basata sulle politiche interne ed esterne aziendali in questo campo). Secondo Deena Fidas, (responsabile dello specifico programma nella Human Rights Campaign ) “è incontrovertibile che alla Barilla ci sono oggi delle politiche e pratiche aziendali inclusive per gay, lesbiche, bisessuali e transgender che un anno fa non esistevano“. Insomma, Guido Barilla si merita un bell’applauso (o se lo meritano i suoi assistenti alle public relation) per essere riuscito a tornare nel ventunesimo secolo, ma in realtà quello che dal principio è sfuggito al Sig. Barilla è che siamo italiani. La pasta, o pastasciutta che dir si voglia, ci scorre nelle vene. L’Italia è al primo posto per consumo di pasta (25 kg annui pro capite) e ne siamo il maggior esportatore al mondo. Il termine pasta resta invariato, o almeno riconosciuto, in tutto il mondo civilizzato, da Toronto a Shangai, da Città del Messico sino a Sidney e persino da Bergamo a Brescia la pasta ci rende tutti uguali. Non importa quanto la cuoci, se sali l’acqua prima o dopo, se ci vuoi il formaggio, il pepe, il sugo, le verdure, la carne o tutto insieme o se la condisci a parte, se la mangi da solo o in compagnia, se vuoi stare seduto, in piedi, se ti piace quella lunga o quella corta o se semplicemente sei di fretta o se chiami la mamma e le dici “butta la pasta che arrivo”; la pasta riesce a farci sentire a casa. È il prodotto più antico che abbiamo e sembra che non basti mai. Mangiare pasta resta il sine quae non veniamo riconosciuti ovunque nel mondo, e può piacere o meno, ma se tutti ci hanno amato per la nostra pasta, un motivo ci sarà. Cesare Marchi (scrittore, giornalista e personaggio televisivo italiano del secolo scorso) scriveva: « …il nostro più che un popolo è una collezione. Ma quando scocca l’ora del pranzo, seduti davanti a un piatto di spaghetti, gli abitanti della Penisola si riconoscono italiani… Neanche il servizio militare, neanche il suffragio universale (non parliamo del dovere fiscale) esercitano un uguale potere unificante. L’unità d’Italia, sognata dai padri del Risorgimento, oggi si chiama pastasciutta ». In fondo non importa se ti piacciano le farfalle o i maccheroni, l’importante è amare ciò mangi, perché dove c’è una casa dove un piatto fumante di pasta è stato preparato pensando a te allora c’è tutto l’amore di cui si ha bisogno.

L’ospite inatteso

di Daniele Ravizza

Un crogiolo di etnie diverse che formano un’identità condivisa è il piedistallo su cui poggia il sogno americano. Tuttavia, oggi il termine melting pot è stato sostituito dalla più moderna immagine di salad bowl (insalatiera), secondo cui ciascuna cultura mantiene le proprie peculiari qualità, senza che queste vengano perse nell’assimilazione. Si tratta però ancora solo di un concetto, che galleggia nell’iperuranio; infatti, dopo l’11 settembre La Statua della Libertà è diventata più sfocata, come acutamente suggerisce l’allegoria contenuta in un’immagine de L’ospite inatteso (The Visitor, 2007), film indipendente di Thomas McCarthy, poi regista de Il caso Spotlight (Spotlight, 2015).
Walter (Richard Jenkins che per l’interpretazione ha ricevuto la nomination dell’Academy) è un professore universitario che trascorre una vita monotona in Connecticut. Richiamato a New York, scopre che il suo appartamento è stato abusivamente subaffittato a due immigrati clandestini. Resisi conto del malinteso, il siriano Tarek e la senegalese Zainab lasciano la casa mentre Walter assiste in modo distaccato; tuttavia l’attrazione per l’Altro lo induce a ospitarli in casa, senza che la macchina da presa lasci trapelare alcuna generosità. Il motivo della scelta è differente: quello di Walter non è un incanto orientalista per lo sconosciuto, ma un vero e proprio legame, forse inverosimilmente (troppo) istantaneo, ispirato dalla musica. Abbandonato il pianoforte, di cui prende le lezioni, Walter s’infatua timidamente dello strumento di Tarek: il djembe, un tamburo africano la cui sonorità sincopata stona rispetto all’armonia classica del pianoforte. Dopo vent’anni d’insegnamento nello stesso corso, Walter trova nella convivenza con la coppia clandestina un’opportunità per uscire dalla macchinosa e solitaria vita precedente.
Tuttavia il plot twist dell’incarcerazione di Tarek come immigrato clandestino traghetta il film dall’ambito psicologico, che McCarthy riesce a trattare in maniera raffinata, eliminando il versante più sentimentalista e kitsch attraverso una regia precisa e nitida (che caratterizzerà anche il più noto Spotlight) capace di lasciare spazio alle emozioni dello spettatore, all’ambito sociale, ribadendo la retorica ormai anacronistica, ma sempre riproposta nel cinema, degli USA come “patria delle opportunità”, oggi negate, come ci rivelerà il finale.
Un grande assente, solo velatamente suggerito, è la dignità sociale: nell’America xenofoba, oggi islamofoba, cosa succederebbe se un uomo ordinario, apparentemente inserito nella società, si schierasse apertamente dalla parte dell’immigrato musulmano? McCarthy non sembra rispondere a questo interrogativo, trattando ottimisticamente come relazioni naturali quelle intrattenute da Walter.
Esemplare e finemente interpretata è, invece, la genuinità con la quale Walter si approccia al diverso, in questo senso è emblematica e brillante la scena in cui Walter sostituisce Zainab al mercatino della strada in cui vende le sue collane fatte a mano.
L’ospite inatteso è in realtà Walter perché è lui che incontra la cultura dei suoi ospiti; è l’America l’ospite inatteso delle altre culture, il visitor interno delle etnie che abitano e si riversano nella sua grande terra. Questa preziosa opportunità viene però misconosciuta da una paura del diverso che, dal microcosmo della vita quotidiana al macrocosmo della politica, nega i valori della bandiera americana, portatrice dei valori della nazione.

בית

Di Andrea Calini

La parola che presta il titolo a questo pezzo viene dalla lingua ebraica. Si legge Bayit, e significa casa. Questa parola, insieme a poche altre (quali Ricordo, o Attesa), è in grado di condensare in sé buona parte della sensibilità, del sapere e dell’intero immaginario che intimamente costituiscono l’ebraismo. È proprio la mancanza e la negazione della Casa a tracciare il disegno storico della vicenda del popolo d’Israele: allontanamenti, espulsioni, reclusioni. Scrivi ebrei, leggi Diaspora. Fin dall’antichità le comunità giudaiche risiedenti nel Medioriente ed in Europa sono state soggette a trattamenti particolari, speciali, per riconoscerne e proteggerne l’identità ma anche per marcarli con l’impronta della differenza, originaria e colpevole. Quando non sono stati cacciati (la prima espulsione risale al 49 d.C., quando Claudio li volle fuori da Roma), sono stati rinchiusi nei ghetti (anche qui il primato è italiano: Venezia, 1516, primo recinto). Spazi angusti, una manciata di vie dove condensare intere famiglie di diversissime classi sociali, a cui era negato di commerciare, di insegnare e persino di avere un luogo di culto. La stessa parola ghetto, assimilata anche dalle lingue anglosassoni, è di origine ebraica: גט , ghet, significa divorzio. Inutile sottolinearne il forte carattere simbolico.
Prima che si potesse parlare di Casa (intesa anche come Nazione), il popolo semitico ha dovuto passare attraverso lo sterminio senza precedenti. E poi il 1948, la fondazione di Israele. Basta estraneità, basta leggi speciali, basta segni distintivi sui soprabiti. Ma col quarantotto iniziano anche le guerre con i paesi arabi circostanti (Egitto, Siria, Giordania, Libano). Ed ecco profilarsi una data spartiacque: il 1967.
Guerra dei sei giorni; Israele travolge le forze siriane ed egiziane, e si impadronisce dei territori che sono stati teatro della breve guerra: Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est (terre palestinesi), le alture del Golan, la penisola del Sinai. Le conseguenze sono abbastanza note: esodo dei palestinesi da quelli che, da allora, si definiscono “Territori Occupati”; numerosissime risoluzioni delle Nazioni Unite, la maggior parte delle quali completamente ignorate dai governi israeliani; nascita di focolai di resistenza e di gruppi a ideologia terroristica, estremista, panaraba; forte risentimento nei confronti di Israele da parte dei confinanti paesi arabi.
Da quel fatidico sessantasette, gli israeliani hanno cominciato a costruire, sui territori palestinesi occupati, degli insediamenti e degli avamposti. Più semplicemente, delle case. Impedendo agli abitanti originari, cioè contadini e pastori, di continuare a sostare sulle proprie terre; e ciò tramite leggi, iniziative politiche o informali intimidazioni. I palestinesi si sono spostati nei paesi vicini, riunendosi in enormi quartieri fuori dalle città (dei campi per profughi), mancando di gran parte dei diritti che conferiscono alla condizione di cittadino.
I coloni israeliani scelgono di vivere negli insediamenti per ragioni che vanno dai vantaggi economici e dagli incentivi governativi a motivazioni religiose (il giudaismo, a differenza del cristianesimo, non è solo un’ortodossia ma anche un’ortoprassi), come l’atavica assegnazione di quella terra al popolo dell’Elezione, con la promessa dell’impegno di difenderla. Tante le trattative e i tentativi di giungere ad un accordo. E se anche si riuscisse a raggiugerlo sugli insediamenti cisgiordani, rimarrebbe la più amara delle battaglie: quella per Gerusalemme Est, occupata dallo Stato di Israele nel 1967, e nel 1980 proclamata dalla Knesset (attraverso la cosiddetta legge fondamentale) come “unita e indivisa capitale di Israele”.
Attraverso sangue, soprusi, diritti negati, discriminazione ed espulsioni (in sostanza, la condanna ad una diaspora tutta araba); attraverso un atteggiamento volutamente ambiguo (rifiuto di annettere i territori, che garantirebbe la protezione delle popolazioni locali, e rifiuto di ammettere che Cisgiordania e Gaza siano effettivamente occupati, così da permettere a centinaia di migliaia di cittadini israeliani di stabilirvisi senza alcun diritto a farlo) e guardando ad un futuro incerto, il popolo palestinese fa i conti con la più beffarda delle lezioni che la Storia può imporre, sia tragica che messianica; e cioè che niente impedisce ad un vinto di diventare, in qualche modo, un vincitore.

Terreni edificabili

Di Arianna Gelfi

Lo sai che alla mia casa c’ho il giardino? E lo sai che la mia casa è in via Vittorio Emanuele 57A? Facciamo che costruiamo le casette con le coperte?
Disegni di case col tetto rosso e in alto il cielo che è una striscia azzurro-Giotto, case che volano, casette nel bosco, metà foglio per la casa della mamma e metà per la casa del papà (un bambino in mezzo alla piega, nel prato), la casa delle bambole e quella degli zombie.
Diciamo “casa” ma leggiamo “io”, anche quando ancora non sapevamo leggere. Il tema dell’abitare è infatti uno dei tratti costituenti del soggetto, come insegna l’antropologia. Per questo è un pozzo ricco da cui attingere storie nuove, oppure in cui seppellirne di dolorose, per tutta la durata della nostra vita, in modi sempre diversi.
Qui però parliamo di noi, delle nostre case e delle nostre non-case. Delle nostre cose, insomma. Quando si va alle superiori di chances ce ne son poche: si abita ancora con mamma e papà ed eventuali fratelli allegati. Ma spesso i confini della casa si restringono, escludono il salotto, non tollerano la cucina, si abita nell’appartamento ma si è a casa solo nella propria stanza. Fiumi di inchiostro si potrebbero scrivere su quella porta-confine, che dovrebbe avere un numero civico solo per lei, perché è un altro spazio.
Dopo la maturità la stanza esplode, il mondo entra da tutte le parti, si pensa a lavorare, si pensa fare l’università. Ora si può. Però bisogna capire dove. Molti giovani universitari scelgono la strada del coinquilinaggio facendo dello status del “fuori sede” uno stile di vita. Si fanno cose mai fatte prima: stendere i panni, il soffritto, le sbronze in casa. Si parte sempre condividendo un affitto e si approda a volte all’affetto (molto vissuto, come il divano in finta pelle). Di abitare da soli di certo non se ne parla, l’affitto è troppo alto e la paga a fine mese troppo bassa. Per variare un po’ sul tema spesso si parte per un Erasmus: sempre le stesse litigate sullo stato pietoso del bagno, ma in polacco o in spagnolo. Cambia la musicalità, è ovvio.
Giovanissime donne lavoratrici e sorridenti scelgono invece un’altra opzione; sono le ragazze alla pari. Vivranno alcuni mesi a casa di una famiglia all’estero che in cambio di vitto, alloggio e un minimo compenso gli chiederà di occuparsi della cucina e della pulizia per tutta la famiglia e qualche ora di baby-sitting. La speranza che dà senso a questo modo di abitare è che il bilancio finale non sia realmente “alla pari”, ma che l’esperienza che fa la ragazza incrementi le entrate, se non economiche almeno personali.
Coinquilini, Erasmus, ragazze alla pari sono le soluzioni più gettonate verso un’indipendenza abitativa che altrimenti un giovane può sperare di raggiungere solo verso i trent’anni. Certo, ci sono le eccezioni stravaganti, ma il problema di una famiglia troppo nido e di affitti troppo shock rimane. E schiaccia a terra.
Permettiamoci però il lusso di volare di nuovo su parole più leggere, di staccarci per un attimo da questo mondo che spesso non è come lo vorremmo. Una casa con le ali. A sollevarci da questa oppressione per fortuna capita infatti a quest’età (ma non solo a questa!) di trovare qualcuno che sia per noi una casa a cui fare ritorno, qualcuno con cui sentirsi sempre in comode pantofole. Ci si innamora, si fa un noi, si fa casa con l’altro. Non più house ma home, non casa ma hogar, non maison ma ménage.
Mentre aspettiamo che i tempi maturino (e noi con loro) per una casa tutta realmente nostra, ci aggrappiamo allora alla scoperta dell’amore e alle parole lungimiranti di poeti e scrittori, che indicano modi nuovi di intendere l’abitare. Uno tra tanti Tiziano Terzani, giornalista che ha abitato molti angoli del mondo (dalla Toscana fino all’Himalaya) in un trasloco perenne, senza avvertire per questo scissione, frammentazione nella sua storia. I suoi scritti sembrano suggerire che vale la pena cercar casa nell’unico terreno di nostra proprietà da sempre, quello del “dentro”; lì fare scavi, piantar fondamenta, mettere ordine, etichettare le scatole. Se i lavori si fan bene quella sarà la vera tana, non conterà più dove e in quante case si abiterà effettivamente perché importerà solo tener oliata quella porta capace tanto di chiudersi per raccontarsi al buio storie inenarrabili, quanto di aprirsi per far sedere un ospite, sorseggiare un caffè con tutta calma, chiacchierare dei nostri sogni.
Da lì potrà entrare la primavera per fare del nostro nido intimo la prima-vera casa:


“Anima, se ti pare che abbastanza
vagabondammo per giungere a sera,
vogliamo entrare nella nostra stanza,
chiuderla, e farci un po’ di primavera? […]”


U.Saba, “verso casa” in “Canzoniere”

Angels

di Fabio Annunziata

Bergamo, via Papa Giovanni XXIII, una gelida sera di inverno. Ero intento a passeggiare senza meta, perso nei miei pensieri e preoccupazioni. Mi chiedevo se la mia vita stesse andando nella giusta direzione, mentre mi prendeva quell’insoddisfazione ostinata che emerge quando percepisco che c’è sempre qualcosa che manca, come un buco nell’anima. Un buco che provavo a riempire andando da un fast food all’altro, in preda ad una insaziabile fame compulsiva. Non c’erano molte persone in giro, anzi, diciamo pure che c’ero solo io, poche altre anime solitarie e un paio di barboni.
I “barboni”, appunto. È una parola che racchiude in sé una connotazione dispregiativa; ti riferisci a un essere, umano come te, sulla base di una caratteristica del suo aspetto, conseguenza di uno stile di vita che in pochi si scelgono, mentre altri ci si sono scaraventati da un giorno all’altro. Ne abbiamo altre di parole simili nel nostro lessico: negro, ciccione… Ma se queste sono ormai diffusamente condannate e censurate, solo barbone sembra ancora socialmente accettata, come se a nessuno davvero importasse di come ci si rivolge a coloro che sono considerati gli ultimi degli ultimi. La loro condizione ci pare così indesiderabile che tendiamo ad allontanarla da noi ignorandoli o addirittura disprezzandoli. E sebbene io cerchi di mostrare gentilezza nei confronti di chiunque, non sono poche le volte in cui comunque “tiro dritto” alla vista di un senzatetto temendo che, guardandolo, possa fare in tempo a chiedermi l’elemosina o, forse, temendo il senso di colpa che mi prenderebbe nel momento in cui dovessi negargliela.
Perso nei miei pensieri quella sera ricevetti una lezione di umanità difficile da dimenticare.
C’era questo vagabondo visibilmente alticcio, parlava da solo e urlava e nessuno gli dava molta attenzione, lo si trattava alla stregua di un innocuo “matto”, anche se chiunque, istintivamente, cercava di tenersi alla larga. A un tratto vidi però approcciarsi un gruppetto di strani individui vestiti con delle giubbe rosse e dei baschi blu. Guardandoli con curiosità mi chiesi chi fossero, sicuramente sapevano come farsi notare.  Ne contai almeno sette che si avvicinavano all’uomo e cominciavano a parlargli. Non sentivo molto di quello che si dicevano, ma si notava la gentilezza e la sensibilità con cui lo trattavano, ma anche la fermezza nel contenere il suo comportamento esuberante.  Gli dettero una coperta e qualcosa di caldo da bere e, continuando a parlargli, riuscirono a calmarlo e a ridere insieme. Sulle loro giubbe c’era scritto City Angels, gli angeli della città. Come avrei scoperto più tardi, sono volontari che fanno parte di un’omonima associazione che ha sedi in molte città italiane e che come mission si propone di aiutare coloro che stanno sulla strada, anche collaborando con le forze dell’ordine nelle situazioni più difficili. E non si limitano ai soli aiuti concreti, materiali: anche il sorriso e il calore umano fanno parte della ricetta.
Abraham Maslow, noto psicologo statunitense, nella sua piramide dei bisogni indica il “bisogno di riconoscimento” come uno dei più importanti per un essere umano, dopo aver soddisfatto quelli primari necessari alla sopravvivenza. Il bisogno che venga accettata, riconosciuta e apprezzata la nostra esistenza, il nostro “io”.
Gli angeli, quella sera, non stavano solo offrendo una coperta e una bevanda calda a quell’uomo, stavano facendo molto di più: lo riconoscevano. Riconoscevano in lui un uomo che aveva bisogno di essere considerato, e non ignorato o additato con disprezzo. Un uomo che non ha perso la sua umanità e dignità solo perché vive sulla strada.
Dopo circa dieci minuti e dopo essersi assicurati che il vagabondo stesse bene il gruppo riprese la propria strada, e io la mia. Mi accorsi che in quel lasso di tempo mi ero totalmente dimenticato della mia insoddisfazione, e il buco nell’anima sembrava stranamente riempito. Compresi che, a volte, basta spostare la propria attenzione da se stessi verso gli altri perché i nostri problemi perdano improvvisamente qualunque consistenza.

Ali e Radici

di Camilla Facchinetti

Suona la sveglia. Ti alzi, fai colazione, pensi alla tua giornata, inforchi gli strumenti del mestiere (zaino, pc e suppellettili vari) e con i mezzi a tua disposizione esci di casa e raggiungi il tuo posto di lavoro o l’università. Nella casa “Ali e radici” di Colognola suona una sveglia. Poi due. Poi tre. Poi tante quante sono le persone che la abitano (un massimo di sette). Si fa colazione e si pensa alla propria giornata, dopodiché si esce di casa per affrontare il mondo. Niente di più, niente di meno. Ma cos’è “Ali e radici”? È una casa per la semi-autonomia fondata dal progetto “Agatha Onlus”. Ospita solo ed esclusivamente ragazze maggiorenni che hanno già affrontato un percorso nelle comunità per minori ma che vogliono o devono ancora rafforzare concetti come l’autonomia o la crescita personale. Non sono sole, infatti nella casa abitano anche delle volontarie, che vivono la propria quotidianità insieme alle ragazze, mentre delle educatrici garantiscono alcune ore di presenza settimanale e restano comunque reperibili durante la giornata. Ognuno dei residenti ha la propria stanza mentre tutti gli altri spazi sono comuni. All’ingresso e nella sala da pranzo capeggia la lavagna con i turni per pulire, lavare, portare fuori la spazzatura. Tutto questo può sembrare molto semplice, una lineare organizzazione per co-abitare con altre persone. Ma il vero progetto non si limita ad “accasare” temporaneamente le ragazze uscite dalle comunità per minorenni. “Ci sono delle regole, ma non tante quante si possa pensare. Gli obiettivi sono condivisi con le ragazze (ad esempio trovare un lavoro), ma ogni percorso è individualizzato e discusso singolarmente. Queste ragazze sono qui non solo per avere un tetto sicuro ma soprattutto per crescere e realizzarsi. Terminata la loro permanenza (di massimo un anno) le opzioni per continuare sono tre: continuare in altri progetti dell’associazione “Agathà”, trasferendosi a coppie di ospiti in appartamenti educativi a Bergamo e dintorni; cercare un’altra soluzione (come ad esempio una convivenza), oppure semplicemente lasciare “Ali e radici”. Così ci spiega un’educatrice. La convivenza tra volontarie e abitanti non è semplice. Ognuno proviene da percorsi diversi, a volte molto difficili e in tutto questo si deve continuare a maturare e vivere la propria vita. Nelle comunità di minori si è strettamente controllati e così quando, compiuta la maggiore età, si decide di fare ricorso alla casa “Ali e Radici” si sogna un po’ di libertà in più. Una volta arrivati però ci si rende contro che le regole esistono anche qui e che non sarà così semplice. Anche se qui le regole (che sono poche e di “buon senso”, non riguardano più la tutela) rientrano pienamente nel progetto di sviluppo personale, crescita ed autonomia: capire che per vivere siamo noi a doverci imporre delle regole con le quali è necessario con-vivere (se devo andare a scuola, devo svegliarmi presto; se voglio mangiare devo cucinare etc…). Banali forse, scontate quasi per tutti, ma per loro molto severe. Sognano la libertà, ma quando si ha a che fare, dopo tanto tempo passato tra limiti e imposizioni, con degli squarci di autonomia, si vacilla e ci si sente disorientati. Quando si diventa maggiorenni, in qualsiasi abitazione ci si sente come se avessimo il mondo in mano, e invece eccoci ancora chini sui libri o ad aspettare che la lavatrice abbia finito di lavare i panni per stenderli. Così si vive ad “Ali e Radici”, come in tutte le altre case. Le educatrici devono indirizzare ed aiutare nei momenti di bisogno, mentre le volontarie vivono la quotidianità insieme alle ragazze che abitano lì e condividono con loro tutto ciò che riguarda l’essere adulti, “grandi”, comprese ansie e paure. Non bastano poche righe per riuscire a spiegare tutto il lavoro e la dedizione di chi abita in questa casa, ma per riuscire a dare un’idea di come sia vivere in un progetto del genere dovreste immaginare una via di mezzo tra abitare con i vostri genitori e stare in un appartamento con dei coinquilini. L’obiettivo è sostenere e aiutare delle ragazze che hanno avuto delle difficoltà ma che continuano ad essere disposte a credere nel proprio futuro.

No pago affitto

di Francesco Marinoni

Questo mese Altro che musica dà spazio a un artista un po’ diverso dal solito. Ne abbiamo sentito parlare un po’ dappertutto: da fenomeno virale su internet è passato alla stampa e alla televisione, partecipando addirittura a un talk show. Sto parlando del “rapper” di origini ghanesi Bello Figo, che con “No pago affitto” ha raggiunto un’improvvisa e larghissima notorietà. Su di lui e sulla canzone si è scritto e si è detto tanto, con opinioni molto contrastanti di personaggi della scena musicale, giornalisti ed esponenti di partiti politici. Per chi non lo conoscesse, il personaggio in questione ha lanciato un pezzo in cui esplicita gli stereotipi sull’ “immigrato fannullone”: arrivato in Italia senza la minima intenzione di lavorare, vive in hotel a 4 stelle a spese dello Stato italiano e ha tutto quello che vuole (“case, macchine, fighe”).
Forse non tutti sanno però che Bello Figo è attivo già da qualche anno, anche se mai aveva ricevuto così tanta attenzione mediatica. Andando ad ascoltare alcune delle sue vecchie canzoni (per esempio “Pasta con tonno” o “Al pranzo”) si notano immediatamente due cose. Innanzitutto molti dei clichè utilizzati in “No pago affitto” sono gli stessi che ritroviamo in queste; inoltre, risulta fin da subito chiaro che siamo di fronte a testi ironici, accompagnati da video demenziali, il cui obiettivo non è altro che far ridere. Come è possibile quindi che, se i temi trattati e le modalità di esporli sono rimasti sostanzialmente gli stessi, solo adesso l’italiano medio è venuto a conoscenza dell’esistenza di Bello Figo?
La risposta a questa domanda non è per niente semplice ma si possono sicuramente fare alcune considerazioni utili. La prima è che negli ultimi anni l’insofferenza degli italiani nei confronti della figura dell’immigrato è aumentata notevolmente, il che rende un personaggio come Bello Figo insopportabile se lo si prende alla lettera. Senza dubbio poi il ruolo di internet nella diffusione rapida di No pago affitto non è da trascurare, anche se naturalmente non si tratta di una novità del 2016: i fenomeni “virali” sono oramai all’ordine del giorno da qualche anno. Il punto cruciale però è che a differenza delle sue precedenti canzoni, in cui l’artista si limitava banalmente a dipingersi come un personaggio dotato di “swag” in grado di far strage di ragazze, qui ha fatto un passo oltre: è entrato nelle case degli italiani e gli ha urlato in faccia che non paga l’affitto. È la casa (sia come luogo fisico sia come nazione) il tema scottante che viene affrontato, seppur in modo stupido, in questa canzone.
Il meccanismo è interessante: spesso si parla del confine oltre il quale l’ironia diventa scomoda e con “No pago affitto” si scopre che questo confine forse è più vicino di quanto sembri. Senza arrivare a fare ironia su argomenti tabù come la morte o le tragedie, Bello Figo, scherzando su una questione che parrebbe banale come l’abitare in una casa, è riuscito a farsi odiare da migliaia e migliaia di persone, tanto che è spesso costretto ad annullare eventi in tutta Italia per la presenza di gente disposta a dargli fuoco.
Questo è un segnale inequivocabile di come l’abitazione rappresenti ancora oggi, nell’era del benessere economico, un bene da non dare per scontato. Ma è anche una spia preoccupante, che dimostra quanto sia difficile per l’italiano medio farsi prendere in giro su temi delicati senza ricorrere a minacce di morte. Bello Figo sarà anche un cretino, ma se iniziamo a prenderlo sul serio sono guai grossi: e facciamocela una risata ogni tanto!

La casa come centro del mondo

di Domnita Prisacari

La coscienza antropocosmica e la partecipazione ai ritmi cosmici che caratterizzavano l’uomo arcaico scompaiono definitivamente in Europa con la rivoluzione industriale. “L’uomo moderno è il risultato di una lunga guerra d’indipendenza di fronte al Cosmo. Egli è riuscito, in verità, a liberarsi in buona parte dalla dipendenza in cui si trova entro la “Natura” ma ha conquistato questa vittoria al prezzo del suo isolamento dal Cosmo. Agli atti dell’uomo moderno non corrisponde più nulla di cosmico; e meno ancora agli oggetti da lui fabbricati. La casa dell’uomo arcaico non era una “macchina da abitare” ma come tutto ciò che immaginava e faceva, era un punto di intersezione tra più livelli cosmici” (“I riti dell’abitare”, M. Eliade, 1990, pag. 92). La funzione dell’architettura era quella di porre l’uomo nel reale, collocandolo nel centro del mondo.

Secondo Bachelard, l’immaginario della casa si sviluppa in due direzioni: l’idea di centro e quella di verticalità. Connesse all’idea di centro troviamo la casa come tana, rifugio, madre, protezione, custodia, nido, oasi, luogo di riposo e rivitalizzazione, cuore; è posta al centro del mondo come la città e il tempio; da questo centro partono e a lui tornano tutti movimenti. La costruzione di qualsiasi dimora umana è una rievocazione della istituzione sacra di un centro del mondo. Il mondo si organizza, si crea ritualmente intorno a un centro. […]

Ogni popolo ha il proprio centro, ogni uomo ha il proprio centro del mondo, è il punto di congiunzione fra il desiderio dell’uomo, o del popolo, e il potere sovrumano capace di soddisfarlo. Il centro del mondo si trova dove si riuniscono desiderio e potere. […]

Lo si può concepire come il luogo della decisione, di partenza, è l’origine, l’immagine della coincidenza degli opposti, un fulcro di intensità dinamica, il luogo dell’energia più concentrata, il focolaio da cui partono i movimenti dell’interiore verso l’esteriore. L’idea è quella di irradiazione e concentrazione. […]  Nell’idea di centro è compresa quella di confine. Il confine non è necessariamente una linea, un recinto. Il senso del confine sta nel centro, è il punto scelto come centro ad irradiare il confine.

Un esempio ci viene dall’uso del palo Kauwa-auwa degli Achilpa in Australia. Il Kauwa-auwa viene infisso al centro di ogni zona nella quale il gruppo decide di fermarsi per qualche periodo, trasformandola nel “posto intorno al Kauwa-auwa del gruppo”, che sarà sentito come proprio per tutto il tempo in cui il palo vi rimarrà piantato. Il Kauwa-auwa è un segno di confine centrale unico e mobile, che controlla sacralmente lo spazio dall’interno. Lungo il primo Kauwa-auwa era possibile, nei tempi del mito, arrampicarsi fino in cielo e prendere gli alimenti necessari, ma dopo un’offesa subita dagli uomini, il dio Numbakula lo ritirò in cielo, interrompendo la comunicazione diretta con il divino. Da allora gli uomini devono restare nel loro ambiente peregrinando in continuazione. La perdita o la rottura del palo significa il ritorno al Caos. Il Kauwa-auwa rappresenta un asse cosmico attorno al quale il territorio si trasforma in mondo e diviene abitabile ed è un simbolo evidente della comunicazione tra i livelli caratteristica di ogni centro.

Tratto dal blog di Architetto nella foresta della Repubblica: http://larchitetto-nella-foresta-design.blogautore.repubblica.it/2013/12/10/la-casa-come-centro-del-mondo/

Intervista a Deborah Carrara e Serena Alessio

di Andrea Calini

Abbiamo intervistato Deborah Carrara (classe ’97) e Serena Alessio (classe ’95) per farci raccontare dove vanno a mangiare le persone che una casa non ce l’hanno. Lavorano come volontarie in stazione, in una mensa chiamata “Il posto caldo”, gestita dal Servizio Esodo. Quest’ultima è un’iniziativa di progettualità che fa riferimento all’Associazione Instrada, costola del Patronato S. Vincenzo. Ogni risposta alle domande sottostanti è frutto del contributo di entrambe.

  1. Come vi siete avvicinate al progetto Esodo? Di che cosa si tratta?
  2. Ci siamo avvicinate al progetto tramite un educatore, e lì le persone che svolgono questo ruolo sono due, Luca e Fabio; è stata la passione la molla che ci ha portate lì, la volontà di dare concretamente una mano. Si tratta molto semplicemente di una mensa, anche se questa è in primo luogo un posto dove cercare e creare relazioni. Il servizio comprende due progetti: uno mattiniero e pomeridiano, con un camper che gira nella zona delle pensiline di Bergamo e fornisce ai senzatetto dei servizi di igiene e supporto (es. radersi, lavarsi i denti, medicine ecc.). Il secondo è invece la mensa stessa, anch’essa in zona pensiline, che offre un pasto caldo e l’opportunità di consumarlo in loco o di portarlo via.
  3. Come funziona un turno di lavoro “tipo”?
  4. Il turno inizia alle 19.00 e termina verso le 21.30, ed è sempre presente almeno un educatore di riferimento. Il cibo che serviamo è preparato al Patronato S. Vincenzo (la figura responsabile è don Marco). Come dicevamo c’è l’opportunità sia di consumare la cena alla mensa che di mangiarla fuori, in strada. Ovviamente non serviamo alcolici e c’è qualche medicinale per il primo soccorso. C’è poco contatto diretto con i senzatetto (noi ci occupiamo di impiattare e di tenere le vivande al caldo), dipende dalla sensibilità di ciascuno avvicinarsi e scambiare due parole, perché le situazioni sono diverse e non sempre facili (abbiamo anche qualche contatto coi City’s Angels, ai quali ci è capitato di segnalare situazioni di emergenza). In realtà, sono gli “ospiti” stessi che sono più aperti allo scambio: persone aperte ed accoglienti, con tanta voglia di raccontare, che dispensano spesso dei grandi sorrisi. Gli attriti che ci si immagina possano generarsi riguardano soprattutto i rapporti tra di loro, poiché gli umori sono diversi a seconda dei giorni.
  5. Come e perché si finisce a vivere per strada?
  6. Va notato innanzitutto che è davvero molto facile, purtroppo, ritrovarsi senza una casa. Solitamente c’è un passaggio molto brusco, uno strappo in cui da un contesto di lavoro e famiglia si finisce in tempi rapidi a ritrovarsi senza niente. Anche se la vita in strada non sempre è l’unica soluzione, le esperienze della maggior parte delle persone vengono da queste radici. Abbiamo conosciuto ragazzi cacciati di casa dalla compagna, o persone che stanno cercando ancora ossessivamente un posto di lavoro.
  7. Quali sono le dimensioni dell’Abitare e della Casa per i senzatetto?
  8. Il sentimento e lo slancio condiviso è quello di vivere la vita giorno per giorno. Il concetto di casa è minimo, ridotto all’osso. Casa diventa la porzione di muro e marciapiede dove solitamente piazzi il tuo sacco a pelo. Centrali poi sono due dimensioni: quella del ricordo del passato e quella della solidarietà nel presente. Vi è spesso la creazioni di contesti e situazioni famigliari, dove capita che più persone accomunate da questa condizione si muovano insieme, vivano insieme e dormano tutte nella stessa zona. L’associazione Instrada offre e gestisce anche dei dormitori, che si trovano alla torre del Galgario, per i quali non c’è bisogno di tesseramento.