Bicicletta

di Arianna Gelfi

Punto di fuga: il punto di fuga di una retta è la proiezione del suo “punto a infinito” detto anche “punto improprio”.
Punto a infinito quando monto in sella alla mia bici. Fuggo, coi muscoli che già assaporano la libertà della pedalata sciolta.
Era troppo dinamico questo tema perché non gli dedicassimo un numero, troppo vitale perché lo lasciassimo da parte. Abbiamo voluto la bicicletta dunque ci è toccato pedalare: siamo partiti dalla realtà bergamasca andando a conoscere esperienze giovani come Bikefellas e vicende che ancor prima di nascere puzzan già di vecchio, come la discussa ciclabile della Valle Seriana. Tra un’intervista e una riscrittura non abbiamo fatto altro che proseguire la nostra routine, passando dal Tour de France al tour de force che ha come traguardo il week end. Eppure proprio quel sabato sera che hai voglia di bere un po’ non c’è nessuno che ti dia uno strappo a casa e dopo mezzanotte gli Atb te li sogni. Ecco allora la tua bicicletta: non solo ecologica ed economica ma anche mezzo (relativamente) sicuro per brilli. Vedrete che qualcuno ha preso sul serio quest’idea.
Sfogliando questo numero di Altro sentirete il lieve cigolio di una catena mal oliata che cerca di far avanzare le ruote controcorrente, ma anche l’odore di spietato sudore dell’agonismo ciclistico che chiede bici sempre più leggere, assemblate con viti rigorosamente a croce, mai a taglio: pesano di meno, è ovvio. Tutti grammi risparmiati per poter fuggire più veloci. Pesa tanto la quotidianità? Si può immaginare un mondo in cui si possa rimanere fermi, un mondo in cui starci dentro e mai fuori? Un mondo in cui andare un po’ più piano magari?
Pesa tanto la quotidianità. Ognuno cerchi allora il suo punto di fuga. Quello che noi di Altro vi suggeriamo in questo marzo è solo uno dei possibili mezzi per correre verso la vostra libertà.

Gli eroi son tutti giovani e belli

di Andrea Calini

Le ragioni del viaggio sono molteplici; lo si fa per soddisfare desideri di conoscenza, di contatto, di avventura. Per assaporare culture e orizzonti diversi. Si viaggia per la “stessa ragione del viaggio: viaggiare”. Oppure, si decide di partire per regalare qualcosa agli altri, a chi non ha il privilegio immediato di riempire uno zaino e mettersi in cammino. Per stupire gli altri, per coinvolgerli, in una sola parola: per raccontare. E la dimensione del racconto, così centrale nello sviluppo della cultura occidentale, marca anche la storia di un giovane ragazzo brianzolo, classe 1864, che alla fine del suo secolo decise di trasformare passione e talento in un mestiere, quello (appunto) del narrare agli altri del proprio viaggio. Luigi Masetti è il nome del prodigioso, all’epoca dei fatti quasi anonimo, giovane ciclista che fece appassionare i lettori milanesi del Corriere della Sera del 1893 con una rubrica settimanale in cui raccontava quello che gli era capitato. Il reportage si chiamava “il viaggissimo”, ed usciva sulle colonne dell’edizione del lunedì. Ma partiamo dall’anno precedente.
Siamo nel 1892: sono i primi anni di vita della bicicletta (all’epoca declinata al maschile, “il bicicletto”) e Luigi, di coscienza libertaria e morale anarchica, ne comprende subito le grandi potenzialità: decide di intraprendere un viaggio che lo sappia mettere alla prova. E così parte per effettuare una sorta di interrail ante-litteram, su due pedali invece che su due binari. Milano-Parigi-Amsterdam-Berlino-Milano. 3500 chilometri. Al suo ritorno, viene inevitabilmente accolto come un eroe, come un Marco Polo di provincia. I suoi racconti colpiscono e scolpiscono gli immaginari dei compaesani. Così decide di puntare in alto, qualche mese dopo si reca alla sede del quotidiano meneghino e propone al direttore Viollier un accordo: chiedeva una sponsorizzazione di 500 lire, da pagare in anticipo, per effettuare una tratta transatlantica in bicicletto. Da Milano a Chicago, passando attraverso Svizzera, Francia e Inghilterra dove avrebbe caricato gambe e ruote su una nave fino a New York. In cambio, avrebbe scritto per i lettori del giornale una rubrica settimanale. Il direttore cede dopo alcuni ripensamenti. Una calda mattina del luglio ’93, Masetti parte salutato da un centinaio di milanesi accorsi per l’occasione. Tornerà tre mesi dopo, dopo aver conosciuto per pochissimi minuti il Presidente degli Stati Uniti Grover Cleveland. Un tripudio accoglierà il rientro in patria dell’anarchico su due ruote, che qualche anno dopo, in occasione delle rivolte del pane e dei conseguenti cannoneggiamenti di Bava Beccaris, sceglie la strada della militanza, divenendo la staffetta tra le barricate dei rivoltosi.
Da quei giorni, di lui si sono perse le tracce. Non si conosce la data di morte né il motivo. Non si sa come sia invecchiato. Ma è forse così che dobbiamo ricordarlo, giovane e bello a bordo del suo bicicletto, alla conquista dell’America e del cuore di un pugno di lettori.

Storia di bici e di baci

Ero innamorato. Lei si chiamava Francesca, abitava nella mia stessa via, di fronte alla mia casa, nel borgo storico. Aveva dodici anni. Io, dieci. Lei aveva i capelli castani scuri, lisci, gli occhi marrone scuro, la pelle olivastra. Avevamo giocato insieme, nello stesso cortile, nei pomeriggi di maggio e di giugno. Poi, il primo di luglio, lei era andata in montagna. Mica lontano da qui, da Bergamo. A Camerata Cornello.
Mi mancava un sacco. Quanto mi piaceva.
Ma non glielo avevo mai detto. Neppure le avevo mai dato un bacino. Anzi. Quasi quasi la trattavo male, così, per non farmi scoprire.
Era quel luglio in cui era di moda una canzone di Paolo Conte, la cantava Adriano Celentano, Azzurro. “Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo… allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te… ma il treno dei desideri…”.
Un pomeriggio di sabato, verso le due e mezza, con il mio amico Walter partimmo per una passeggiata in bicicletta. La mia era rossa, con sfumature bianche, ruote del “22”. Di seconda mano naturalmente. L’avevo desiderata talmente che per me era come la Bianchi specialissima che usava il Felice Gimondi.
Dissi a Walter: “Andiamo a Camerata Cornello.”
Mi rispose che ero matto, che era molto distante, su per la Valle Brembana. Lo sapevo, avevo chiesto al papà. Mi chiese se volevo andare a trovare Francesca. Risposi di sì.
Trentacinque chilometri. Solo andata. Totale settanta.
Il Walter avrebbe voluto tirarsi indietro, ma non ne ebbe il coraggio. Raggiungemmo Zogno in buona forma, arrivammo a San Pellegrino. E cominciò la sofferenza. Alla piazzetta di San Giovanni Bianco non ce la facevamo più. Il Walter disse che lui si fermava sui gradini del monumento al soldato Zignone e che mi avrebbe aspettato.
Volevo vedere Francesca. Con i muscoli che erano duri come legno e facevano male come se li mettessi in una tenaglia, ripresi a pedalare in quel pomeriggio di sole. In piazza mi avevano detto: “Ancora cinque chilometri. Un chilometro di salita alla fine”.
L’ultimo chilometro lo feci tutto a piedi. Ma arrivai su, con la mia biciclettina rossa e bianca portata a mano. C’erano delle case, una chiesa. L’orologio segnava le cinque e un quarto.
Sul sagrato della chiesa c’era un gruppo di ragazzi che giocava a “toc”, oggi si dice “a prendersi” oppure “Lupo mangiafrutta” o altro. La vidi che correva e un tipo le stava dietro per prenderla, i capelli di Francesca ondeggiavano sulle spalle, raccolti a coda. Rimasi lì, fermo. Impietrito. Volevo gridare, chiamarla, ma non avevo più voce. Saranno stati un gruppo di dieci ragazzi. Comandai
alle mie gambe di andare fino al sagrato. Non si mossero. Erano di cemento.
Mi sarei trovato davanti a lei, lei mi avrebbe visto, mi avrebbe sorriso e chiesto: “Che cosa ci fai qui, Marco?”. E io non potevo rispondere che passavo per caso, no. Avrei dovuto rispondere: “Sono qui per te, perché quando saremo grandi ti sposerò”.
Il cuore mi batteva come un tamburo. Mi prese la paura dentro la pancia, la voglia improvvisa di tornare a casa, via. Salii in sella alla mia meravigliosa bicicletta usata che mi aveva portato fin lassù e mi buttai giù per la discesa. In fondo, girai verso San Giovanni Bianco.
E cominciai a piangere. Di rabbia.
Ero arrivato a un metro dall’obiettivo, potevo vincere e non ne avevo avuto il coraggio. Non me lo sono mai perdonato.
Forse anche per questo, non ho più smesso di pedalare.

Appuntamento a Belleville

di Daniele Ravizza

Oggi il cinema d’animazione ha portato la propria espressività a un livello più alto del cinema fotografico, come testimoniano i sempre più diffusi riconoscimenti tributati e gli spazi concessi nei festival cinematografici. All’interno dell’egemonia monopolistica sul pubblico da parte delle case di animazione statunitensi (Disney-Pixar su tutte), spesso vengono dimenticati i film d’animazione indipendenti, che si rivolgono anche, se non soprattutto, ad un pubblico adulto, vittime del pregiudizio che il cinema d’animazione si trascina dalla sua nascita: “I cartoni sono per bambini”.
Un grande schiaffo ai sostenitori di questa errata prospettiva la fornisce Sylvain Chomet con il suo prodigioso, piccolo, colto e, allo stesso tempo, immediato Appuntamento a Belleville (Les Triplettes de Belleville), uscito nel 2003, lo stesso anno di Alla ricerca di Nemo, nei confronti del quale si pone in netta antitesi.
Il film narra di Champion, un ragazzo malinconico che non ha entusiasmo per nessuno dei regali donatigli dalla nonna, Mme Souza. Fino a quando questa gli regala un triciclo. Dopo alcuni anni, Champion disputa il Tour de France, ma viene rapito da dei sinistri individui, che lo portano con una nave a Belleville, città immaginaria degli Stati Uniti; perciò la nonna va alla ricerca del nipote con il fido cane Bruno e con l’aiuto di tre ex starlettes degli anni ’30 (che danno il nome al titolo originale).
Una voce fuori dal coro, qualcosa d’ALTRO, o, per usare un’immagine del film, un pedalò contro un’enorme crociera: la grandiosa piccolezza del primo lungometraggio dell’animatore e fumettista francese risiede soprattutto in due scelte originali e immediatamente percepibili: il ricorso ad un’animazione non computerizzata, a tratto unico, e la quasi totale assenza di parola dialogata.
La prima scelta si pone in netta contrapposizione con il cinema d’animazione computerizzato statunitense di oggi e paga invece tributo all’epoca d’oro del cinema disneyano degli anni ’30. Dai guanti originali di Mickey Mouse indossati dalle Triplettes nella sequenza in bianco e nero che apre il film, colma di numerosi riferimenti meta-cinematografici, si passa al tecnico della Mafia, personificazione di Topolino, che mantiene ben oliata una macchina emblematicamente messa in moto dai ciclisti rapiti per essere obbligati a pedalare incessantemente senza una meta. Questa stessa macchina, curiosamente, aziona un cinematografo, e ciò avvalorerebbe il parallelismo con la Disney: essa produce film a incasso assicurato, ma per lo più vicini ad un prodotto commerciale fabbricato in serie ed adatto alle famiglie. Rimanendo fedeli all’allegoria, i ciclisti rappresenterebbero i creatori di film obbligati a pedalare/ideare solo per far guadagnare il boss mafioso, ovvero le mayor.
D’altro canto la quasi totale assenza di parola-dialogo è un omaggio al filone storico del film comico, che riesce a trattare tematiche rilevanti attraverso la sottile ironia della sola forza delle immagini. Il tributo più eloquente, oltre a Charlie Chaplin e Buster Keaton, è alla filmografia di Jacques Tati, eloquentemente citato (Les Triplettes guardano alla tv un pezzo di Jour de fête ed è visibile la locandina de Les Vacances de Monsieur Hulot) dai mugugni dei personaggi e dall’attenzione ai rumori d’ambiente, oggi ancora spesso “considerati come l’ultima ruota del carro narrativo”, qui invece veri dominatori della colonna sonora. Egemonici insieme alle canzoni, originali e non, che ci immergono in un’atmosfera retrò, potenziata dal filtro d’epoca con il quale i disegni si materializzano davanti ai nostri occhi.
Come la bici nell’epoca della macchina, Appuntamento a Belleville rievoca i valori di un passato travolto dal mezzo per eccellenza dell’epoca industrializzata: il treno, vera e propria fobia nelle spassosissime sequenze oniriche del cane Bruno, ma che, tuttavia, può percorrere solo strade già esplorate, metafora dei percorsi computerizzati e automatici del mondo occidentale. La bicicletta, invece, riflette la spontaneità e l’immediatezza dell’animazione di Chomet, ricca di immagini generatrici di discorsi e diretta contro l’establishment americano, raffigurato dalla Statua della libertà sovrappeso e sfoderante un hamburger.
Rispetto al puro prodotto industriale a breve scadenza di consumo, il regista francese offre un autentico prodotto artistico che sa essere espressione di noi stessi: nobilmente semplice, indimenticabile ed eterno. Come la prima bici.

Trip on the LSD

di Camilla Facchinetti

“Auto-sperimentazione: 19 Aprile, 16.20: 0,5 cc di soluzione acquosa contenente 1/2 promille di tartrato di dietilamide dell’acido lisergico via orale = 0,25 mg di tartrato di LSD. Diluito con circa 10 cl di acqua. Senza sapore. 17.00: inizio vertigini, sensazione di angoscia, distorsioni visive, sintomi di paralisi, desiderio di ridere. Aggiunta: a casa in bicicletta. Dalle 18 alle 20 circa la crisi più acuta.”
(Dal diario personale di Albert Hofmann).

Hofmann riuscì a scrivere le ultime parole solo con grande sforzo. Era chiaro, adesso, che l’LSD era stato la causa dell’insolita esperienza che aveva avuto il giorno prima. Ricordava a malapena l’ordine esatto di quello che era successo: le percezioni erano alterate e molto più intense. Dovette lottare per parlare in maniera intelligibile. Chiese al suo assistente di laboratorio, che era al corrente dell’esperimento, di accompagnarlo a casa. Andarono in bicicletta, non c’erano automobili in vista (durante la guerra solo pochi privilegiati potevano permettersele) e nemmeno soluzioni alternative all’orizzonte.
Sulla via del ritorno, cominciò a sentirsi perseguitato. Ogni cosa nel suo campo visivo fluttuava ed era distorta, come se fosse vista in uno specchio ricurvo. Gli sembrava che ogni più piccolo rumore avesse trovato la strada segreta per arrivare fino a lui, con precisione. Improvvisamente ebbe paura. Si creò una distanza tra lui e il suo corpo. La paura divenne terrore. Aveva la precisa sensazione di essere immobile. Stava pedalando sempre più velocemente, lo spazio intorno a lui si allargava, lo inghiottiva. I rumori diventano colori, lampi di blu, strisce di rosso. Aveva la sensazione di essere bloccato nello stesso posto, anche se il suo assistente gli disse in seguito che avevano pedalato di gran lena. Alla fine arrivò a casa sano e salvo; riuscì appena a chiedere a sua moglie di chiamare il medico di famiglia. Si ritrovò, da solo, seduto sulla poltrona; gli oggetti parevano animati, il mondo era completamente diverso. Pensò: “sono pazzo”. Panico, panico. Lontano da lui, molto lontano, nel mondo creato dalle sue stesse vertigini, vide comparire il suo assistente, poi sua moglie. Sentì alcune parole. Il medico. Sembrava quasi che si stesse fermando il cuore, si stesse fermando il tempo. “È come morire” pensò. Il cuore era fermo. Disse al medico: “Sto morendo”. Ma lui gli stava misurando la pressione, ascoltava il battito e alla fine disse: “È tutto perfetto, non si preoccupi”.

Il chimico svizzero Albert Hofmann sintetizza per la prima volta il 16 novembre 1938 il dietilamide-25 dell’acido lisergico, lo psichedelico comunemente conosciuto come LSD e cinque anni dopo, il 19 aprile del 1943, lo assume personalmente per sperimentarne gli effetti. Il primo “viaggio” avviene proprio in sella alla sua bicicletta per le strade di Basilea. E’ così che la giornata del 19 aprile viene successivamente ribattezzata “Bicycle Day”. Pedalando sotto effetto dell’ LSD, Hofmann sostiene di aver vissuto una “realtà fuori dal proprio ego, un misto tra rivelazione epifanica ed esplosione di creatività”.
Così come Hofmann, anche noi in qualche fresca notte d’estate in compagnia di amici e buon vino, non abbiamo forse inforcato la nostra bicicletta per tornare a casa? La patente era ancora un progetto, la mamma che ci veniva a prendere già un lontano ricordo, i bus a quell’ora un’utopia.
Hofmann ci ha tristemente lasciati nel 2008 alla veneranda età di 102 anni, ma fino all’ultimo istante della sua vita si è ricordato di quella eroica pedalata. Quando, ormai vecchi, ricorderemo la nostra gioventù potremo raccontare delle notti passate in sella, cercando di rincasare. Racconteremo che era un viaggio rischioso, che nascondeva imprevisti in ogni incrocio e ogni tombino. Nessun motore di sorta, ma solo il desiderio di pedalare ci portava a casa. Una volta aperta piano, molto piano, la porta, lasciavamo la bici appoggiata alla parete e filavamo a letto. Salvi anche sta volta.

Fatalmente De Gregori

di Andrea Calini

“Il bandito e il campione” è una canzone che non racconta solo una semplice storia. Alla semplicità della vicenda De Gregori affida il compito di incorniciare ciò che è veramente al centro della composizione, e cioè il destino. La predestinazione, il fato, la forza insomma che inchioda l’uomo ad una serie di eventi necessari dai quali non può fuggire e che modellano il profilo etico-caratteriale di ciascuno di noi, portandoci lontani dal recinto delle nostre responsabilità. “Un incrocio di destini in una strana storia / di cui nei giorni nostri si è persa la memoria”: ecco come la penna del cantautore romano tratteggia, anticipando lo svolgimento della storia, questo motivo immenso e culturalmente impegnativo.
Anche nelle ragioni che spingono a delle scelte (come quella di pedalare) De Gregori vede un bivio: si correva per rabbia o per amore, punto. Niente vie di mezzo. Come la strada, anche la vita non può scivolare di lato e cadere: ha il tragitto segnato. E allora, forse, nel destino si può notare anche l’accento di una condanna: insuperabile, incomprensibile, imperscrutabile. Inutile ribellarsi e opporre resistenza perché non si può piegare questo fato con l’ingegno: “e non servono le taglie e non basta il coraggio / Sante il bandito ha troppo vantaggio”. Anche se nelle carte del fato, comunque, l’avvenire di Sante Pollastri è già scritto: “ma al proprio destino nessuno gli sfugge / cercavi giustizia ma trovasti la Legge”. Serve solo un preteso per far correre la storia nella giusta direzione: a far definitivamente cadere il mitico bandito sarà la sua passione e la volontà di aspettare l’arrivo dell’amico. L’ambiguità di fondo che questa canzone vuole mettere in scena gira anche attorno al problema che De Gregori decide di accennare ma di non risolvere, lasciando ad ogni fruitore la possibilità di sceglierlo da sé. Chi è, eticamente parlando, il modello positivo? Chi ha sviluppato una morale più convincente? Il bandito abile di pistola, ladro e sfuggevole che non sa rinunciare al bisogno umano dell’amicizia tanto da commette il commovente errore di aspettare l’amico alla fine della corsa? Oppure il campione, simbolo di riscatto e fatica, umiltà e sudore, che tradisce l’amicizia facendo leva su quelle che sono le debolezze più intime? “Vai Girardengo, vai grande campione / nessuno ti segue su quello stradone /Vai Girardengo, non si vede più Sante /è dietro a quella curva, è sempre più distante…”

Prospettive – Bicicletta

Il ciclista della domenica

di Francesco Marinoni

Buongiornissimo gente! Sapete che giorno è oggi? È il mio giorno preferito: finalmente domenica! Diamo un’occhiata all’ora… sono già le 8:30, maledizione, sono in ritardo! Non posso assolutamente mancare l’appuntamento domenicale con la mia amata bicicletta, anche se gli anni ormai iniziano a farsi sentire: ma non è certo una buona scusa. Sarò anche un cinquantenne, ma non datemi del rammollito!
La strada oggi è solo mia, i semafori neanche li guardo, devo tenere il passo. E non provate a suonare il vostro maledetto clacson: ho il pieno diritto di prendere la superstrada in contromano e sono pronto ad affrontare chiunque abbia intenzione di negarmelo. Un’altra cosa che dovete capire tutti è che quando siamo in gruppo (cioè sempre) non possiamo assolutamente metterci in fila indiana: troppo facile pedalare in scia, va a finire che quello dietro non fa mai fatica! Non possiamo fare altro che occupare tutta la carreggiata, è evidente. Anzi, a dirla tutta penso che dovrebbero impedire la circolazione a tutti voi la domenica mattina. Sarebbe perfetto: voi non vi stressereste più perché vi occupiamo la strada e noi saremmo liberi di pedalare in libertà. Quando sarò io sindaco cambierà tutto, ve lo garantisco. Intanto anche oggi ho macinato chilometri e smaltito la sbornia della sera prima.

Il ciclista disciplinato

di Fabio Annunziata

Sognando Amsterdam. Giulio pensa che questo è il titolo che darebbe al film della sua vita.
Uno di quei film in bianco e nero su una vita straordinariamente ordinaria. È questo che sogna alle sette di mattina mentre indossa il gilet catarifrangente e si appresta a partire.
Direzione: il suo ufficio. Respira a pieni polmoni la fresca aria mattutina; si illude che oggi sarà un giorno diverso dagli altri, che l’umanità stia finalmente compiendo il salto evolutivo tanto agognato verso l’ecosostenibilità.
Percorre i primi duecento metri e non riesce a credere a ciò che vede, o meglio, a ciò che non vede: nessuna automobile. Galvanizzato aumenta la pedalata, assapora la libertà di muoversi senza pericoli sulla sua amata due-ruote. Svolta la curva e il suono di un clacson preannuncia il rumore delle sue illusioni infrante: una colonna interminabile lo precede minacciosa.
Deve decidere su quale lato sorpassare le auto: entrambe le opzioni sono pericolose.. Decide per la sinistra e già sa che dovrà evitare il SUV guidato dalla madre che deve accompagnare il figlio a scuola e che non può permettere che arrivi in ritardo; evitare la brusca frenata dell’agente di commercio che viene distratto da un importante messaggio sul suo smartphone; attendere il semaforo verde e partire con uno sprint più veloce di quello degli automobilisti.
Sono vent’anni che Giulio sogna Amsterdam: la pensione è lontana e sa bene che la civiltà tarderà ancora ad arrivare, qui. Ma non perde la speranza: giungerà il giorno in cui potrà finalmente vivere il suo sogno.

Non cambieranno mai

di Francesco Placenza

Un’altra volta. Non li sopporto più. Ma porca miseria, già la strada è stretta, se per giunta voi ci state in mezzo, dove devono andare le macchine? Adesso mi tocca stare qui, dietro la lenta bici di un vecchio, e non posso nemmeno suonare perché poco più avanti c’è la volante della polizia. Finalmente dall’altra corsia non arriva più nessuno, posso superare. Nel farlo lo guardo in faccia: nemmeno si è accorto della coda che ha creato dietro di sè. Guarda solo davanti, e non vede tutto quello che gli sta attorno. Proseguo nel mio ritorno a casa, lasciando alle spalle il nervoso e pensando “dai, adesso faccio la strada per i campi, almeno lì non ce ne sono”. Non l’avessi mai pensato. Eccoli là, con i caschi e le tute tutti colorati, che procedono uno accanto all’altro, perché stando in fila non possono chiacchierare. Li raggiungo e, come se non bastasse, dall’altra parte arrivano altre macchine. Il nervoso che credevo di aver sedato ritorna, e anche più esplosivo di prima. E resisto poco. Tiro un violento pugno sul clacson. Ecco che cominciano, nel farsi da parte, in fila, a gridare e sbraitare, lanciando parole che non riesco nemmeno a cogliere, forse perché sono più intento a pronunciare le mie, che credo non siano qualitativamente diverse. Li supero e li battezzo tutti, poi proseguo ancora verso casa. Questa volta è meglio che non pensi se incontrerò qualcuno.

Piove sul bagnato

di Giulio Bonandrini

Apri gli occhi, piove. Cazzo. Ti stiracchi dentro il tuo sacco a pelo e avverti a fior di pelle quella sensazione tra l’umido e lo sporco tipica da vita in tenda. Ti metti a sedere e raccatti i quattro panni sporchi che ti hanno fanno da cuscino. Ti vesti ancora prima di mettere fuori la testa dalla tenda. Esci, ti guardi attorno spaesato e ti fumi una sigaretta per cercare di consolarti. Chi me l’ha fatto fare? Fortuna non sei da solo, nella tenda a fianco alla tua c’è un altro stronzo che ti accompagna. Due parole. Si smonta la tenda, bagnata. Si riempiono le borse, bagnate. Si carica la bici, bagnata. E ancor prima di iniziare a pedalare si infradiciano le scarpe per uscire dal campo melmoso dove c’erano le tende. Via, verso il primo supermercato. Uno sta fuori a controllare le bici e a fumare mentre l’altro entra a fare la spesa della giornata. Colazione in piedi a fianco alle bici. Pantalocini da bici, k-way e casco. L’unica cosa a cui sei impermeabile è la figa. Puzzi anche parecchio. Si parte, venti km e prima pausa. Basta pioggia per favore, faccio tutto quello che vuoi, lo giuro. Dai su, siamo appena partiti, altri venti chilometri, pausa. Non è che devo riposarmi, è che non ho voglia. Ancora dieci chilometri e dovrebbe esserci un supermercato. Come prima, però stavolta un panino (il meno costoso), un salume (il meno costoso: in Francia il salame, 100g per 1,18 euro; in Germania una strana scatola contente svariati affettati a meno di 9 euro al kg) e una banana a testa, dicono faccia bene. Venticinque chilometri. Oh, ma stiamo scherzando? Com’è che non ci siamo ancora fermati? Da quando tutte le strade sono in salita? Facciamo una pausa? Dai ancora cinque. Pausa. Biscotti, banana e sigaretta: pausa perfetta. Venti e ancora venti chilometri. Arrivati. Bella sta città, troviamo un posto per dormire? Aspetta, entro in quel bar e chiedo se si può dormire in quel campo là dietro. Affermativo capo. Smontiamo le borse, montiamo la tenda. Trova un posto piano dove piazzare il fornellino, sta pentola è troppo piccola per tutta sta pasta, bono sto pomodoro da novanta centesimi, ho una fame boia. Entri in tenda, tiri fuori le salviettine umidificate, fai quel che puoi per lavarti, pomata sul culo che brucia. Due chiacchiere e a letto, sto collassando.
Però è bello. So che forse può sembrare poco ma non posso che raccontarvelo così: bello. Ti ritrovi a guardarti attorno e a vedere effettivamente luoghi che di solito sfuggono all’occhio non attento della vita normale. Essere così sporco ti fa apprezzare come una benedizione ogni possibile modo di lavarti. Rifare le borse può essere soddisfacente se si è maniaci dell’ordine. Avere tutto il necessario per vivere caricato su una bici ti fa sentire leggero, nonostante questa pesi una tonnellata. La tenda, dentro, è un bel mondo, e se l’attenzione non fosse sempre rivolta verso il proprio odore, ci si accorgerebbe di quanto è rilassante il suono della pioggia sul soffitto. Non ho mai mangiato kebab buoni come quelli in viaggio. Kebab per non dire qualsiasi altro tipo di cibo. Questa piccola avventura ti fa sentire grande e forse un tantino migliore di quello che sei.
E poi ci sono le persone, quelle meritano, anche se quotidianamente non lo si direbbe pensando al mondo nel suo insieme; ti vedono sporco e implorante e non si fanno problemi ad ospitarti, merito della bicicletta. La faccia un po’ sorpresa e un po’ ammirata che noti dei passanti con cui ti rapporti gonfia forse l’orgoglio; ciò non toglie sia una bella sensazione.
E quando torni a casa, tutto il viaggio, che ti era sembrato costruito da giornate infinite, si comprime nella memoria in un unico ricordo e la mente, come un potentissimo computer, te lo fa scorrere in un istante sotto gli occhi come con una lente di ingrandimento. Ogni pensiero e sensazione torna alla memoria ed allora sì che ci ridi su, sì che te lo godi il viaggio. Bello.

Ladri di biciclette

di Ludovica Sanseverino

Ciao mi chiamo Gabriele, ho 9 anni e mezzo (quasi 10) e voglio raccontarvi la storia di una mia amica, della mia bicicletta. Tutto era iniziato una bella mattina, mio papà mi aveva svegliato tutto contento e dopo la colazione mi aveva chiesto di scendere in cortile. E lì, proprio davanti al nostro garage l’avevo vista. Mi ricordo che ero proprio felice. La vernice blu era lucidissima alla luce del sole e il metallo del manubrio era splendente. Si vedeva che era nuova di zecca e pensai che l’avrei trattata con la massima cura possibile. Dopo poco era scesa anche mia madre insieme a mia nonna. Tutte e due sorridevano e dicevano che così sarebbe stato più facile per me andare a scuola la mattina. Finalmente avrei potuto smettere di usare la bicicletta rosa e arrugginita di mia cugina più piccola che abita nel palazzo di fronte e nessuno più mi avrebbe preso in giro. Senza farmelo ripetere ero sfrecciato via dal cortile di casa in sella al mio gioiellino, seguito dallo sguardo sorridente di mio padre.
Quanto era bella, la mia nuova bicicletta. La portavo a scuola, dal panificio e quando finivo le lezioni ci andavo a prendere il gelato. La portavo in tutte le mie esplorazioni domenicali nelle campagne vicine e l’adagiavo vicino a me quando mi sdraiavo sui campi d’erba e di margherite. Eravamo diventati grandi amici.
Ricordo che una domenica mattina, tornato dal panettiere, posai la bicicletta senza catenaccio giù in cortile. Volevo citofonare ma per sfortuna il citofono non funzionava. Così andai di corsa su per la rampa delle scale fino al mio pianerottolo per bussare alla porta di casa. Quel giorno, io e mio padre, saremmo dovuti andare a fare una piccola gitarella sul fiume. Scendemmo assieme, chiacchierando e scherzando. Ma appena ci ritrovammo all’infuori del portone del palazzo, la mia bicicletta non c’era più. La busta di pane legata al manubrio giaceva per terra, così come la piccola copertina che avevo disteso sul portapacchi. Mio padre mi guardò e sospirò. Fece qualche passo in avanti per raccogliere il pane ma quando si rigirò verso di me ero crollato in un mare di lacrime. Mi ero sentito un vero stupido e non riuscivo a smettere di prendere a calci il muro tra un singhiozzo e l’altro. Mio padre mi abbracciò. Piangendo continuavo a dirgli: “Mi dispiace papà, avrei dovuto legarla, avrei dovuto metterle il catenaccio, mi dispiace papà…”. E lui mi ripeteva: “Non preoccuparti Gabri, non sono arrabbiato. Queste sono cose che succedono. Non è colpa nostra. Sai, al mondo ci sono persone cattive che rubano cose ancora più grandi delle biciclette. Se risparmierò ancora un po’ di soldi magari riuscirò a regalartela di nuovo”. Ma io non riuscivo ad ascoltare le parole di mio papà. Pensavo solo alla mia bella bicicletta. Rubata e portata chissà dove.

Intervista a Ivan Gotti

di Francesco Marinoni

Ivan Gotti è un ex ciclista professionista, ha corso dal 1991 al 2002. Originario di San Pellegrino Terme, fra i suoi successi più importanti annovera due edizioni del Giro d’Italia (1997 e 1999). Accetta di incontrarci per conoscerci e farsi conoscere.

Altro: Il ciclismo professionistico è da molti, soprattutto fra i giovani, ritenuto uno sport piuttosto noioso da seguire: secondo lei meriterebbe un’ attenzione maggiore di quella che ha?
Ivan Gotti: È vero, il ciclismo richiede un certo interesse per essere seguito, per poter capirne a fondo le dinamiche e appassionarsi; per questo probabilmente non è così popolare come il calcio. Tuttavia il seguito non è così poco numeroso come sembra, a mio parere: se lo si paragona ad altri sport come la pallacanestro o la pallavolo per esempio ci si accorge che riceve una buona attenzione mediatica. Basti pensare che le due più importanti corse a tappe europee, il Giro d’Italia e il Tour de France, vengono sempre trasmesse in diretta TV ricevendo anche una discreta audience.
Senza dubbio in passato c’era un legame maggiore con questo sport e con i suoi campioni, ma non si può certo dire che questo legame si sia del tutto interrotto. A pensarci bene oggi si hanno anche molte più possibilità di informarsi e seguirlo.

A: Cosa la ha colpita maggiormente di questo sport, al punto da spingerla a darsi al professionismo?
I.G.: Io penso che la bicicletta, per me come per chiunque altro, sia stato il primo mezzo sui cui sentirsi liberi veramente; è un passaggio che tutti abbiamo attraversato nella nostra vita e da bambini lo si vive ancora più intensamente. Il professionismo mi ha attirato poi anche per la dedizione e la passione che questo sport, più di altri, richiede.

A: Il ciclismo è cambiato molto nel corso del tempo, nel bene e nel male. Secondo lei quello odierno è all’altezza di quello del passato?
I.G.: È vero, il ciclismo è uno sport in forte evoluzione, anche solo da quando ho terminato la mia carriera le novità sono state molte. Certamente i miglioramenti della tecnologia (le biciclette leggerissime in fibra di carbonio, per esempio) sono importanti e determinanti, ma non sono un nostalgico del passato e non penso che questo sminuisca i campioni odierni: non rimpiango i tempi in cui si correva sugli sterrati perchè è giusto che questo sport si adatti ai tempi. La base resta sempre e comunque il sacrificio e la fatica che nessuna tecnologia riuscirà mai a eliminare.

A: Spesso si dice che in gara conta molto di più la testa delle gambe: quanto è vera questa affermazione secondo lei?
I.G.: Sono pienamente d’accordo. Quando sei in strada la testa è fondamentale, perché ti dà la passione e la voglia di andare avanti, oltre al limite dei tuoi muscoli. Le mie vittorie più che allo sforzo fisico in sé le devo soprattutto alla determinazione che ho avuto nell’ottenerle: senza, sarebbe stato inutile. Inoltre, con tutte le novità che il ciclismo moderno ha portato, i corridori sono sempre più simili come livello di preparazione e allora è solo il singolo con la propria testa che può fare la differenza e diventare qualcuno.

A: Abbiamo parlato di quello che ti ha spinto; qual è stato invece per te il più grande ostacolo da affrontare in gara?
I.G.: Gli avversari, ovviamente. Ma anche le condizioni del tempo spesso possono rivelarsi un avversario altrettanto valido. Il ciclismo è uno sport in movimento, attraversa climi molto diversi anche in una sola tappa: dalle cime gelide delle montagne alle pianure afose i cambiamenti climatici sono spesso repentini e possono dare serie difficoltà. In molte occasioni ho fatto fatica ad adattarmi e in corsa questo può essere determinante, anche perché i tuoi avversari possono approfittarne per avvantaggiarsi.

A: Per concludere, cosa consiglierebbe a un giovane che voglia diventare un ciclista professionista?
I.G.: Il mio consiglio in generale, non solo per questo sport, è di viverlo essenzialmente come un divertimento, uno svago. Spesso i bambini fin da piccoli vengono sottoposti a forti pressioni perché facciano subito prestazioni da campioni ma così arrivano ad abbandonare anche da giovanissimi, perché già stufi. Non è questo l’approccio che ho avuto io: i miglioramenti e i risultati futuri si costruiscono solo passo a passo e necessitano dei loro tempi, non si può pretenderli fin da subito.
Mi rendo conto, da genitore, che purtroppo questo è facile a dirsi ma difficile a realizzarsi. Si tende inevitabilmente a esasperare e a caricare i ragazzi di grandi pretese, che non sono certo quello di cui hanno bisogno.