Annoiarsi

di Arianna Gelfi

Una redazione attiva che fatica a mettere a freno le idee, che è curiosa, propositiva, che è spazio interessante e interessato al mondo: è nata proprio qui, tra di noi, la proposta di un numero sfacciatamente dedicato alla noia. Abbiamo indagato perché ci si annoia, come e quando. Ma ancora non ci bastava, siamo andati oltre. All’assenza, che anch’essa sa dire molto su un rapporto; sì perché è proprio un rapporto, un legame, tra i giovani e la noia quello che emerge dagli articoli di questo numero. Come si fa allora a non annoiarsi? Perché chi riesce a non annoiarsi mai c’è. Ma forse non per scelta, piuttosto per paura che emerga un vuoto troppo vuoto.
Anche il beneficio della noia non è chiaro, sempre ammesso che esista. Eppure basterebbe pensare all’amore che cresce e si gongola nel dolce far niente, nelle parole insensate e care, nell’inutilità che solo le grandi cose della vita sanno sfoggiare. Nella rubrica Ghost spiamo niente meno che Čechov sconfiggere la monotonia in amore, con la sua storia unica e speciale. Come tutte le storie d’amore.
La discussione ormai è vivace e non può che allargarsi e innalzarsi, su, fino al cielo, alla noia di Dio che da millenni guarda il mondo ripetere gli stessi errori.
Tutto questo perché ci interessa provare a fare di ALTRO un incontro tra più Prospettive di cui ognuna non può che essere cieca su di sè, ma che nel gioco di accostamenti e riflessi con le altre produce senso e crescita. Sapevamo che il rischio di diventare noiosi era alto, dunque, come sottofondo di questo numero abbiamo scelto Giorgio Gaber, con il suo Shampoo , sperando così che la nostra voce impari ad essere leggerezza intelligente come era la sua.

Cogito ergo mi annoio

di Matteo Rizzi

Ma guarda questi, giornale rifondato da due mesi per portare idee fresche e non trovano niente di meglio di cui parlare se non la noia. E questo sarebbe un giornale per giovani? Non so che giovani siate voi in redazione, né voi lettori (sempre che ce ne siano, con un tema così…), ma parlate per voi: io non mi annoio mica. Sono iperattivo, faccio un sacco di cose. Non faccio in tempo a smaltire l’adrenalina per una serata di quelle che la mattina fai fatica a ricordarti il tuo nome, che già ne ho in circolo una dose fresca fresca che mi tremano le gambe tipo Gardaland perché devo vedermi con la tipa. E con lei non c’è mica da annoiarsi, se capite cosa intendo. E poi il calcetto, l’aperitivo, i miei soci alle panchine, una cannetta o due (non tutti i pomeriggi, vi ho già smascherati voi avvoltoi di Altro, pronti a dire “secondo te, perché ti fumi le canne? Perché ti annoi!”). No, io non mi annoio. La mia vita è uno stimolo continuo. Mi dispiace per Schopenauer, per Moravia e per tutti quegli intellettuali che ci credo che si annoiavano, sempre a studiare e a dire agli altri come stare al mondo.
Ma datemi retta, davvero, smettetela di farvi tutti questi complessi, il vero segreto per non annoiarsi è fare le cose e non pensarle. Guardate me: non ricordo l’ultima volta in cui mi sia capitato di pensare a cosa fare per più di tre secondi. In fondo è facile, basta scegliere gli amici giusti, la ragazza perfetta, i posti che spaccano, essere al passo con le canzoni (altrimenti ci credo che ti annoi in disco, se tutti cantano Andiamo a Comandaree tu sei lì che non ci capisci niente). Se proprio diluvia, un bel film splatter-trash-demenziale con gli amici (utile anche come argomento di conversazione nei giorni successivi, che se sei un tipo che ci sa fare trascorrerai a travisare le battute del film; ci vuole senso dell’umorismo per non annoiarsi!).
Certo, anche a me è capitato di annoiarmi. I pranzi di Natale per esempio. Un vero strazio.
Ma la volta in cui mi sono annoiato di più è stata alla fermata del pullman, qualche mese fa, dove un vecchiaccio di quelli che sanno tutto loro perché “sono anziani, esperti e saggi” (tra l’altro completamente fuori di testa, diceva di essere pro pronipote di un’altra testa calda che deve essere uno di quei greci che si fanno in filo, Socrate o giù di lì), che continuava a farmi domande del tipo: “Ma tu pensi di avere una vita piacevole?” “Ma tu non ti annoi mai?”. E poi quando gli dicevo che mi dispiaceva per la sua vita noiosa, mi diceva che “ero troppo piccolo per capire”. Troppo piccolo, a me, 18 anni suonati da Novembre.
Diceva – gli puzzava l’alito tra l’altro – che gli esseri umani pensano e quindi si annoiano. Diceva che sentirsi annoiati è l’unico elemento che accomuna tutti gli uomini fin dall’inizio dei tempi, che nel momento in cui gli uomini riflettono sul perché delle loro scelte si rendono conto di quanto la vita sia noiosa. Dava sempre una certa enfasi quando diceva le parole “noia”, “noioso” e via dicendo. Sembrava volesse farmi capire qualcosa. Sembrava stesse insinuando che io in qualche modo potessi essere una persona noiosa. Nonno, “mal comune mezzo gaudio” qui non attacca, non con me. Sfogatevi da un’altra parte, tu, la tua noia e le tue lezioncine. Volevo vedere fino a che punto si sarebbero spinte le sue stupidaggini e allora gli ho chiesto (badando bene di fargli capire chi era il più forte) perché mai la vita dovesse essere noiosa. Mi ha risposto una cosa del tipo che le scelte sono circoscritte alle necessità del momento, alla ricerca di minuscoli piaceri che possano lenire ore ed ore e giorni di noia. Anzi, di noia. Ha detto anche che non c’è niente di più noioso (noioso) di me, che secondo lui mi credo immune alla noia solo perché sono in grado di riempire la mia vita di adrenalina e svago. Vecchio, tu ti credi immune all’adrenalina e allo svago perché sai solo annoiarti.
Diceva che la necessità di una vita piena di distrazioni è il più inconfutabile sintomo di noia. Mi ha chiesto di pensare non tanto a quello che faccio nella vita, ma a come e perché lo faccio. Secondo lui tutti ci annoiamo perché fare le cose per non annoiarsi equivale a fingere di non annoiarsi. “Signor Vecchio, con questi (inefficaci) giri di parole stai cercando di dirmi che è impossibile non annoiarsi?” Lui mi ha risposto che esiste noia e noia. Parlava di noia esistenziale, di noi uomini lanciati del mondo senza istruzioni e senza motivo, a guardarci intorno cercando di imparare a vivere, che equivale un po’ a imparare a comporre un puzzle senza il disegno illustrativo sulla scatola, con pezzi tutti uguali. Diceva che non basta incastrare i pezzi qua e là, fare tante piccole formine, per dire di star facendo il puzzle. Diceva anche che con il tempo avrei capito che la sola scelta che un uomo può fare è tra ostinarsi a incastrare pezzi senza criterio e riflettere sul perché l’intero puzzle non abbia senso. Capite quanto era matto sto vezzo? Il puzzle non ha senso ma sta lì ore e ore a tirarsi secco. Il puzzle non ha senso, o il suo senso è non averne? Diceva che comunque nessuno ci scampa alla noia. Mi ha detto che gli svaghi sono limitati, mentre la noia non conosce confini e ha un’infinità di opzioni per colpire. Secondo lui sarebbe arrivato il giorno in cui avrei guardato quel puzzle e avrei lanciato il tavolino per aria, avrei guardato la mia ragazza e non avrei trovato nulla nei suoi occhi se non un confuso ripetersi di azioni a cui né io né lei sapevamo dare un nome o quantomeno una giustificazione, avrei guardato i miei amici e avrei capito che a forza di film splatter-trash-demenziali avevamo navigato a cinquanta metri dal porto per tutta la vita, illudendoci di aver conquistato l’oceano. L’oceano, un’infinita distesa di noia e di insensatezza. Diceva che solo allora avrei imparato ad amare, e mi sarei scusato con la mia donna per non essermi annoiato abbastanza, e per non aver amato la noia prima di lei.
Diceva troppe cose per i miei gusti e il suo alito aveva superato ogni mio limite di sopportazione olfattiva. Nonno, io il puzzle l’ho lasciato chiuso nell’armadio a impolverare e sono uscito in giardino.

Prospettive – Annoiarsi

Il noioso

di Lorenzo Caldirola

Io mi sono sempre considerato brioso, allegro, socievole, ciarliero, interessante, interessato, colto, appassionato, poliedrico, divertente, preciso, informato e mai banale, eppure giusto il tempo di spendere due parole che chi mi ascolta se ne va. E dire che io non ho un alito cattivo o simili, non dev’essere cosa causata dal mio aspetto fisico che seppur non eccellente, comunque è ben curato, ci tengo molto d’altra parte. Ma io non sono scemo e so che gente senza midollo mi accusa alle spalle di essere troppo prolisso e di perdermi in divagazioni o di essere ripetitivo. Ignoranti loro! Ho letto giusto ieri su “Avvenire” un trafiletto carino carino di un tal linguista: diceva che divagare è una parola stupenda, derivata dal verbo latino vagari, me lo ricordo bene, ovvero andare vagando, verbo da cui deriva anche del termine svago. È veramente interessante osservare come dalla medesima radice possano formarsi parole con significati così diversi: divagare è il mio svago! Forse però adesso ci siamo allontanati troppo dal succo del discorso, ovvero la mia cattiva reputazione. Comincio a pensare che i miei problemi con gli altri derivino dal fatto che adoro parlare dei miei problemi con gli altri. Un caro amico una volta, uno di quelli sufficientemente raffinati per apprezzare la mia natura, mi ha regalato delle sedute da uno psicologo. Non so però perché il dottore dopo avermi visto ha voluto ridurre il ciclo a sole sei sedute. Era distaccato e non ho mai capito se mi ascoltasse davvero: di certo non credeva che tutti ce l’hanno con me davvero, io sono vittima di un mondo sciatto, ma son forte, non me ne faccio una colpa. All’ultima seduta mi ha consigliato di leggere “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij: mi è piaciuto moltissimo, ma che pena per quel poveraccio!  
Son passati due anni dalle sedute ma, a te posso dirlo, il problema rimane. In particolare, appena inizio a spiegare che la gente d’oggi non è più in grado di ascoltare gli altri, chi ho davanti fa lo stesso. È veram… Ehi! Aspetta! Non te ne andare! Io avevo appena cominciato… 

L’esperto

di Giulio Bonandrini

Tutti si annoiano, pare. Seduti sul divano, ci si annoia; in macchina, ci si annoia; al cesso, ci si annoia. Come un pendolo, oscilliamo tra noia e procrastinazione. «Perché procrastini se ti annoi?», per potermi annoiare, ovviamente. La noia è il mio stato perenne ed il mio fine ultimo. Accidioso, dicono. Si annoiano talmente tanto che hanno inventato pure un peccato capitale per quelli come me. Io sono solo un cultore della noia, la studio; anzi, sono suo studente perché credo che la noia abbia molto da insegnare. Ha relativizzato il tempo ben prima di Einstein o Borges. Dire che è il non fare nulla, è limitante: se ti annoi, qualcosa fai, fai la noia. È un’azione che per essere compiuta non deve compiersi. Nel momento stesso in cui uno dice <<mi annoio>>, ecco che la noia fugge da lui. Ciò che rimane è una sospensione del tempo, nel tempo. Ecco cosa insegna la noia: momenti fuori dal tempo, che come tali, sono eterni. Briciole di eternità in questa finitezza che ci sfinisce.

Non mi annoio più

di Arianna Gelfi

Penso sia finito tutto con le medie. Sì, in quelle estati mi annoiavo ancora, ho dei ricordi a riguardo. Ora non mi annoio più. Beh secondo me il fatto è che mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo… Concretamente? Mah… giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose. Non mi va molto di starmene ferma. Tanto anche se non faccio nulla, va sempre a finire che faccio qualcosa. I miei amici si annoiano e prendono in giro questo mio non riuscirci. Per scommessa mi hanno addirittura portata nel tempio della noia: ma anche seduta su quei banchi ad ascoltare per ore gente parlare e scrivere alla lavagna riuscivo a trovare qualcosa da fare. Era un posto comodo per chiacchierare, organizzare la settimana, mandare qualche messaggio, scrivere un paio di mail o leggere il giornale. Ogni tanto però mi stanco di fare cose e vedere gente. Provo ad annoiarmi con tutte le mie forze, mi piacerebbe sapere com’è, buttar via un po’ il tempo. Così, a cuor leggero. La verità è che non capisco: se si aspettasse qualcosa o qualcuno almeno potrei provarci, ma la noia invece non tollera nemmeno l’arrivo di un’idea che inevitabilmente le ruberebbe il palcoscenico. Per compensare l’assenza del gene noia una volta a settimana prendo degli integratori di tempo perso. E’ il massimo di inutilità che riesco a concedermi: sola me ne sto a covare i miei pensieri. Ed è tutt’altro che noia.

Chi me l’ha fatto fare?

di Daniele Ravizza

Sinceramente non ho voglia di scrivere questo articolo e non ne avete voi di leggerlo. Stare attento alla punteggiatura, renderlo interessante, rispettare i tempi di consegna, chi me l’ha fatto fare? 
Ah sì, ora ricordo: mi annoiavo così tanto che ho deciso di iniziare a scrivere per ALTRO, ma è solo altro tempo che mi tedia (sì, ho cercato il sinonimo di “annoiarsi” con il tasto destro del mouse: sono troppo stanco per pensarci da solo). Il fatto è che sono spossato (sì, ancora), faccio tutto quello che ci è concesso fare di questi tempi per occupare il proprio tempo (serie tv, calcio, fantacalcio, fanta- serie tv, amici, fanta-amici in tv che giocano a calcio), ma il risultato è sempre lo stesso: l’imperturbabile monotonia che mi assale in tutto quello che faccio; ogni novità diventa consuetudine senza che io assapori il mutamento, ogni tradizione diventa un passato da eliminare, ogni giornata di sole diventa motivo di nostalgia per la pioggia. Dovrei farmi aiutare dagli altri tre ma sono troppo stanco per controllare quello che hanno scritto, mi servirebbe un’altra prospettiva; sono troppo nauseato per ricontrollare questo articolo. Mi annoia scrivere ragazzi; quanti erano i caratteri dell’articolo? Non è che c’è qualcun altro che lo può fare? Dai, vado a finire l’altro articolo che ho per questo numero. 

Il rebus dei cumulonembi

di Giulio Bonandrini

Le nubi sono un ottimo giaciglio; alle volte mandano dei tuoni e, se si presta particolare attenzione, si riescono a distinguere delle parole.
Un tuono: «Pietro, vieni qui»
«Eccomi, Padre Reverendissimo»
«Raccontami qualcosa, mi annoio»
«Voi vi annoiate?» chiese, ingenuo.
«Cosa ti aspettavi? Non solo mi annoio; mi annoio più e meglio di tutti: mi annoio sommamente. Quindi su, raccontami qualcosa». La voce si era per un istante innalzata di superbia, solo un lampo, per poi tornare della consueta dolcezza.
Strabuzzando gli occhi: «Padre Reverendissimo, un momento, sono confuso. Non siete forse Voi onnipotente?». Si morse la lingua: mai dubitare, pensò.
«E’ una domanda complicata al giorno d’oggi». La voce era ora velata di tristezza, quella che si insinua nelle riposte a domande non gradite.
Il buon Pietro non sapeva più a quale santo votarsi; non aveva mai avvertito questa sfumatura nella voce di suo padre.
«Padre!». Tuono. «E levati quella faccia stupita, Pietro, non li leggi i giornali? Nessuno crede più in Me». La sua voce era potente come sempre, ma si coglieva, dietro la rudezza del trattamento, il bisogno di ulteriori domande. Aveva voglia di parlare.
«Ma come? Voi siete qui davanti a me in luce e spirito; come fanno a non credere più? E cosa c’entra questo con la Vostra onnipotenza?». Secoli di paradiso lo avevano oramai preparato a blandire e domandare nel modo migliore per ottenere risposta.
«Certe volte mi chiedo a chi ho affidato le mie chiavi! Pietro, cosa succede se compio un miracolo?» chiese, creando con un dito di nubi un piccolo, leggero vortice di aria primaverile. A guardarci bene dentro, si vedeva una ragazza ballare.
«Che la gente riconosce il tuo intervento e ti osanna». Domanda facile, da manuale per entrare in paradiso.
Il piccolo vortice si era ormai estinto. «Avevo ragione quando dicevo a mio figlio/me stesso che eri proprio un po’ scemo. Se compio un miracolo questi adesso pretendono di spiegarlo! Ti rendi conto! Spiegano i miracoli. Contro gente che spiega i miracoli non mi rimane che annoiarmi»
«Create un altro mondo allora! Fate suonare le trombe per il giudizio universale!». Si vedeva che una volta era stato uomo. Non coglieva ancora le sottigliezze della vita.
«Mi hanno tolto anche questo. Si stanno distruggendo da sé».
«E quindi cosa rimane?»
«Nulla, non mi rimane che sopportare te».

Lavata di testa

di Beatrice Marconi

In fondo non ci sono mica poi tanti modi di vivere, di organizzarsi la vita: si può vivere in uno (soli), in due (la famosa coppia) o in tanti (la famiglia di tipo matriarcale, le comuni, ecc). Solo tre modi, credevo di più. Ma non è questo il punto. L’importante è che ognuno abbia dentro di sé una forza, un’energia, una grande vitalità, perché quando si ha questa energia va bene tutto e quando non si ha questa energia…”

Con questo breve monologo Giorgio Gaber introduceva nel 1972 un pezzo che era destinato a imprimersi nella memoria del pubblico.
È complicato scriverne perché una scrittura tanto precisa da descrivere minuziosamente le espressioni, le voci, i gesti del Signor G diventerebbe anche noiosa in modo devastante. Dunque invito il lettore all’ascolto della canzone in questione, soprattutto se si sta annoiando. Sì, perché ciò che è straordinario è che nell’universo della canzone lo shampoo diventa un farmaco contro la noia, ma nell’universo di chi ascolta è la musica stessa ad avere questa funzione (anche grazie alla mimica e alla teatralità del buon Signor G).
Di cosa potrà mai trattare una canzone che si intitola Lo shampoo? Di una persona annoiata che, non avendo nulla di meglio da fare, decide di lavarsi i capelli. Pratica questa estremamente stimolante che comporta una serie di scelte: dalla temperatura dell’acqua al prodotto adeguato ( e, a dirla proprio tutta, se Gaber si fosse chiamato Giorgia col cavolo che la canzone si sarebbe fermata a “Ffffffon”: ci sarebbero stati una serie di altri step come “Ppppppiastra” o “Llllllozione anti-nodi”. Roba da passarci il pomeriggio).
Tornando a noi, ho provato a dare un’interpretazione a questo esilarante pezzo, ma più ci mettevo mano e impegnavo la mia testa, più Lo shampoo colava dappertutto e la schiuma mi faceva continuamente scivolare. Non c’era via di scampo, la mia testa era ormai ovattata tanto che non riusciva a giungere a un’unica interpretazione della canzone.
Ho pensato in primis che la morale è che più una persona si annoia, meno rischia di avere un odore sgradevole. Quindi, quando dovete prendere il pullman alle sette del mattino, assicuratevi che i vostri compagni di viaggio siano degli annoiati cronici ed eliminate sistematicamente gli altri.
Poi mi sono sforzata di scovare la magnifica banalità di fondo. È chiaro che la noia, come la schiuma, è una cosa buona. Come la luce non può risplendere se non nel suo opposto, così un gesto quotidiano e banale come lavarsi i capelli può essere reso straordinario e appagante dall’inattività che l’ha preceduto. Quindi, seguendo questo ragionamento, la noia sarebbe la soluzione all’insoddisfazione, alla banalità della quotidianità alienante, alla… noia. Paradosso.
Infine ho dato il meglio di me e mi son chiesta: se tutta questa ilarità galleggiasse su un sostrato profondamente triste? Se lo sciampista appartenesse alla categoria delle persone sole? Non parlo di single, orfani e senza figli; intendo piuttosto individui infastiditi dalla compagnia, ma annoiati dalla solitudine. Lo sciampista si lascia vivere: poco importa che la vita gli scorra addosso sotto forma di “acqua giusta” o di tempo. Non potrà mai godere di nessuna esperienza, perché saranno tutte dei tappabuchi per tentare di riempire il vuoto della sua esistenza. Ogni volta che finirà di asciugarsi i capelli dovrà ricominciare da capo, perché sarà di nuovo incapace di sostenere la noia di quel vuoto. Passiamo così dal simpatizzare per lo sciampista che con la sua piattezza ci fa ridere sotto i baffi, al disgustarci nel riconoscere che semplicemente si tratta di un morto che cammina. Che forse, a tratti, ci assomiglia.

Intervista a Michel de Montaigne

di Camilla Facchinetti


Altro: A nome di tutta la redazione le pongo le mie scuse per averla disturbata nel suo, ahimè, eterno sonno; ma ci premevano alcune questioni che ad oggi non siamo riusciti a risolvere.
M. de Montaigne: Si figuri, là sotto è una noia, un poco di distrazione è necessaria.

A: Per l’appunto, è questa la piaga dolente di cui le accennavo poc’anzi: la noia. Ci dica, lei che è trapassato da qualche secolo, si è mai trovato a combattere questa piaga? Intendo dire, lei cosa suggerisce come rimedio per la noia? Ma ancor prima di tutto ciò, la considera come un tedio o una piacevolezza?
M: Innanzi tutto mi permetta un chiarimento. Ho accettato la mia dipartita già da quasi cinque secoli per un semplice motivo: non ho rimpianti, se non uno, che m’ha accompagnato nella tomba.

A: Potrebbe cortesemente spiegarsi meglio?
M: Certamente. Lei sarà a conoscenza dei miei saggi sulla questione del “come vivere” che trattano pure l’argomento da lei citato. Ebbene, non intendo addentrarmi né dilungarmi troppo nella faccenda altrimenti toglierei a lei e ai suoi contemporanei il gusto di scoprirlo da voi; ma ho affrontato il tema della noia in un ambito ben preciso: il sesso. E vorrei rassicurarla su fatto che ho spaziato parecchio sull’argomento.
Ebbene, questo è il mio unico rimpianto, quaggiù non mi è permesso più bearmi dei piaceri della carne.

A: Quanto la capisco, anche quassù la vita s’è fatta grama, ma vorrei chiederle un’ulteriore delucidazione in merito. Come possono la noia e il sesso collimare in unico discorso?
M: Molto semplice, lei è mai stato sposato?

A: Mai, solo fidanzato.
M: Ecco dunque svelato l’arcano. Deve sapere che lo sciagurato 23 settembre 1565 ho avuto la pessima idea di prendere in moglie Françoise de la Chassaigne. Purtroppo non sposai solo lei, ma nella convivenza ci seguì sua madre.

A: Comprendo il suo rammarico.
M: Ebbene, ammetto di avere avuto una giovinezza un poco dissoluta costellata di molte ehm… poco nobili pulzelle, ma della noia in quegli anni non rimembro alcuna traccia.

A: Vedo che il discutere della sua vita sessuale non la disturba.
M: Assolutamente no, anzi sostengo che “La nostra vita è parte nella follia, parte nella saggezza. Chi ne scrive solo con rispetto e moderazione, ne lascia indietro più della metà.”
Dunque continuando, il tedio sopraggiunse dopo le nozze, non sopportavo l’idea di dovere darmi da fare sotto le lenzuola per un obbligo, ma mia moglie mi assillava per avere una prole e dunque trovai un espediente: farlo con una chiappa sola.

A: Come scusi?
M: Ma sì, con una chiappa sola. Il fatto in sé si compiva, ma senza passione verso mia moglie. Attingevo alla mia “personale collezione” di ricordi di gioventù.
Odio essere costretto in qualcosa che mi annoia. “Di proposito, io avrei evitato di sposare la saggezza medesima, se mi avesse voluto. Ma abbiamo un bel dire, il costume e la pratica comune della vita ci trascinano”.
Non mi fraintenda, io concepisco l’ozio come una risorsa preziosa per essere liberi, è dunque per questo che mal sopporto ogni imposizione di sorta. Vorrei che ognuno si annoiasse almeno dieci minuti al giorno, come una prescrizione medica. In quel breve lasso di tempo si troverebbe il modo di ascoltarsi e di meditare.

A: Ma non le dispiace che sua moglie abbia vissuto un’esistenza priva di passione?
M: Mi è stato riferito che Lei vive in un’epoca ben diversa dalla mia, ma mi lasci dire che io ho amato mia moglie. E’ stato il matrimonio a complicare le cose. Non ho avuto figli maschi e questo ha inasprito ulteriormente la vita coniugale. Abbiamo convissuto, ma in due camere separate in due separate zone della mia tenuta. Nonostante tutto ciò, credo di non avere avuto con nessuno un rapporto più intimo che con mia moglie, ancora adesso, dopo vari secoli e altrettanti strati di terreno che ci separano riesco ancora ad avere un pensiero gentile nel fare riaffiorare la Sua memoria.

Amori senza noia

Noia: volontà di uscirne. Antidoto: amore. Evidente: l’amore è un grande antidoto alla noia. Ma quale amore? Che amore è quello capace di resistere alla noia? L’amour fou, la passione incontrollabile e ossessiva che incendia corpo e cuore e che annulla il resto del mondo? Il colpo di fulmine che è la riedizione romantica di Eros, dio dispettoso e incontrollabile, l’unico (altro che Zeus…) temuto perfino dagli dei olimpici? Ma anche lì la noia arriverà, prima o poi annacquando la fiamma, consumando l’innamoramento che, da stato nascente e prorompente, diventa abitudine, luogo comune. Abitudine. Abitudini. Appunto: noia. Siamo tornati da capo all’inizio.
Occorre immaginare nuove soluzioni al problema. E se gli antichi apprendevano la loro educazione sentimentale attraverso i miti (Zeus il potere, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, Afrodite e Eros l’amore) noi invece abbiamo la letteratura. I grandi scrittori, che la sanno lunga sull’amore, ci possono suggerire indicazioni alternative alla noia in amore. Basta leggerli. Per esempio Čechov. Che scrisse “Sull’amore”. Ove si parla di un amore impossibile, se per “possibile” si intende quel che normalmente va sotto la voce “amore”: incontro, conoscenza, frequentazione, matrimonio e/o convivenza, famiglia e tutti vissero felici e contenti. Invece quel racconto dipana l’amore su un ritmo di pochi incontri e di tanta distanza. Lui incontra lei per caso: era l’aprile del 1889 “E subito sentii in lei un essere vicino, già conosciuto, come se questa persona, questi occhi cortesi, intelligenti, li avessi già visti un tempo da piccolo, in un album che c’era sul comò di mia madre”. Ma a questo miracolo la realtà è indifferente: la vita consueta scorre, il sole sorge e tramonta, gli uomini parlano, mangiano, dormono, si riproducono e così pure i due protagonisti che solo un attimo dopo si sono resi conto di quel che è accaduto, richiudendo in sé la rivelazione, quasi mistica. Passano tre anni prima dell’incontro successivo: lei ha tre figli, è sposata a un uomo anziano che, secondo le parole di lui, è un inciampo ingiusto e ridicolo alla loro felicità: “Ero infelice. Sia a casa, sia in campagna, sia nel capannone pensavo a lei, mi forzavo di capire il mistero di una donna giovane, bella, intelligente, che sposa un uomo non interessante, quasi un vecchio, ha dei figli da lui; di capire il mistero di quest’uomo non interessante, un bonaccione, un sempliciotto, che ragiona con noioso buon senso […] con un’espressione remissiva, spenta, che crede, però, suo diritto essere felice, avere dei figli da lei: e io continuavo a cercare di capire come mai fosse successo di incontrarla proprio a lui, e non a me, e perché fosse necessario che nella nostra vita avvenisse un errore tanto orribile”. Il secondo incontro avviene a una festa: i due continuano nel reciproco ri-conoscimento, dando voce come se niente fosse (ah, la letteratura!) a quel dialogo silenzioso proseguito in quei tre anni consumati nell’attesa di una nuova occasione per vedersi e nel rimpianto per non essersi incontrati prima, quando forse tutto sarebbe stato possibile. Si tratta di tenere a mente ogni attimo condiviso, ogni sfumatura della voce e del viso dell’altro, ogni volta in cui per caso il braccio si sfiora e il cuore, impercettibilmente, trasale.
A questo punto abbandoniamo il racconto e dedichiamoci a un altro libro, “Čechov nella mia vita”, di una giovane e bionda scrittrice, Lidija Avilova, uscito in Russia nel ’47 e pubblicato, seguendo le volontà dell’autrice, dieci anni dopo la sua morte. Qui si narra dell’amore reale e impossibile, durato tutta la vita, tra lei e Anton Čechov. Facile notare la sovrapposizione tra vita e letteratura perché il diario di Lidija ridice quel che lo scrittore aveva descritto nel racconto. E questo amore, che accompagnò silenziosamente i due, nutrito da una incessante corrispondenza andata distrutta, viene rivelato anche dall’amico più caro di Čechov, il poeta Bunin che, morto nel ’53, aveva dettato le sue memorie ora pubblicate da Adelphi. La felicità di un amore impossibile è strana perché contiene in sé il dono e la percezione immediata del suo limite: ci può essere una felicità dolorosa? L’ultimo incontro tra loro avviene nello scompartimento di un treno: Anton, molto ammalato, è passato apposta da Mosca per rivederla e la conversazione criptata avviene in presenza dei figli di lei cui lo scrittore regala caramelle; nei ricordi di Lidija lui poi se ne andrà, scendendo dal treno senza nemmeno salutarla, quasi in collera. Ben diverso invece il finale che Čechovscrive nel suo racconto: melodrammatico, pieno di promesse e lacrime. Lidija, lo sappiamo dalle sue memorie, aveva scelto un amore silenzioso, incompiuto, perfetto nell’immaginario, esente dal dolore procurato agli altri e dalle eventuali disillusioni della “normalità”. Convinta che amarsi non significhi sentirsi felici e appagati ma piuttosto vivi e desideranti, nell’attesa che il miracolo ritorni. Del resto anche Montale scriverà “in attendere è gioia più compita”.
Ma differenti sono le variazioni che la letteratura immagina al tema d’amore: una casistica sorprendente. Basta leggere. E’ una pratica garantita contro la noia. Poi la vita, si sa, è altra (ops) cosa.

Tre film in cerca di spettatore

di Daniele Ravizza

Il cinema, come ogni industria, vive d’incassi: deve puntare a un rendiconto economico, raggiungere il maggior pubblico possibile. Raramente però quantità è sinonimo di qualità, è perciò facile che lo spettatore medio venga travolto dall’uragano di film “commerciali” di cui i cinema, specialmente i multisala, devono rifornirsi per sopravvivere alla concorrenza, quasi letale, dello streaming. In questo turbine è facile che si perdano alcuni piccoli capolavori che non hanno trovato fortuna distributiva o pubblicitaria.
Ne è un esempio What We Do in the Shadows (2014), un mockumentary neozelandese vincitore del Premio della Giuria al Torino Film Festival 2014 che ha ottenuto i favori di critica e pubblico in tutto il mondo, ma che non è ancora giunto nelle nostre sale. Jemaine Clement e Taika Waititi, registi esordienti e anche attori protagonisti, ci raccontano la vita (stra)ordinaria di Vladislav, Valgo e Deaco, tre vampiri coinquilini a Wellington. Il film tratta in maniera comica e originale il tema dei vampiri, rivitalizzato da gag innovative e intrecciato alla modalità del falso documentario. La “vampiritudine” è rivisitata grazie al rovesciamento dei clichés di questo genere e al divertente adattamento di questi esseri centenari al mondo attuale. Relegati ai margini della società, è proprio dal rapporto con gli umani che riescono gli sketch più allettanti: il personaggio di Stu, neo-vampiro e anello di congiunzione con il mondo umano moderno, è il centro comico attorno cui orbitano i tre protagonisti.
Dello stesso anno di produzione è It Follows, un horror diretto da David Robert Mitchell, arrivato sì nei cinema italiani ma con un anno e mezzo di ritardo rispetto alla prima mondiale. Dopo un innocente incontro sessuale, Jay è perseguitata da una creatura soprannaturale che la perseguita ovunque lei vada. Mitchell, rifacendosi all’incubo comune della sensazione di essere seguiti da qualcuno, riesce a realizzare un horror che sa fare paura senza ricorrere a facili stacchi di montaggio nei momenti di massima tensione o ad improvvisi sbalzi di volume, ormai usuali nell’horror mainstream; la splendida gestione della suspense comporta una perfetta immedesimazione dello spettatore nella protagonista e la conseguente apprensione per “It”.
Un altro film passato in sordina nei nostri cinema, e non solo, è Anomalisa (2015), presentato alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia e nominato agli Oscar come Miglior film d’animazione. Charlie Kaufman, premio Oscar per la sceneggiatura di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, e Duke Johnson firmano “il film più profondamente umano dell’anno”, anche se non vi recita nessun umano: Anomalisa è infatti popolato da pupazzi animati in stop-motion, ma i due registi riescono a farcelo dimenticare. Michael Stone vive un periodo difficile: il suo matrimonio è in crisi, qualsiasi cosa lo annoia, le persone gli sembrano tutte uguali, tanto che hanno tutte la stessa voce; tuttavia un incontro rompe la monotonia della sua vita: Lisa ha un’anomalia che la rende unica rispetto a tutte le altre persone. Kaufman realizza un’opera niente affatto scontata sulla solitudine, declinata in modo assolutamente originale; al cancro della noia cerca di suggerisce una cura, a malincuore, ancora non definitiva: l’amore.

Storia della funzione adattiva della noia

di Domnita Prisacari

La noia non ha mai goduto di un’ammirabile reputazione e, nell’era dello stimolo incessante dell’internet, sembra essere ormai fuori tempo massimo. Nel libro “La Noia: una Storia Vivace”, lo studioso Peter Toohey esamina la noia come un meccanismo adattativo.
Da Madame Bovary fino al MRI, Toohey esplora le radici, i sintomi ed il simbolismo della noia attraverso la storia, la psicologia e la neurochimica esaminando ciò che essa rivela su di noi, sia come individui che come esseri di una particolare cultura.
La Noia è, nel senso Darwiniano, un’emozione adattativa. Il suo scopo potrebbe essere quello di aiutare l’individuo a fiorire.”
Toohey sostiene che la Noia, a differenza delle emozioni primarie come la felicità, la tristezza, la paura, la rabbia o il disgusto, abbia un ruolo secondario, a fianco delle “Emozioni sociali” come la simpatia, l’imbarazzo, la timidezza, la vergogna, il senso di colpa, la gelosia, l’invidia, la gratitudine e l’ammirazione. Toohey individua due tipi principali di noia: la semplice noia – quella che si verifica regolarmente e non richiede ulteriore classificazione – e la noia esistenziale – una condizione che non è né un’emozione né uno stato d’animo, né un sentimento, ma piuttosto una formulazione filosofica impressionante, che ha molto in comune con la depressione: è fortemente auto-consapevole.
Toohey esamina poi la relazione tra la noia ed il disgusto, sostenendo la prima come una derivazione della seconda. La noia, sostiene Toohey, è associata anche all’abbondanza: questa, accoppiata alla monotonia e alla prevedibilità, genera la noia. 
La noia è un’emozione solitamente associata con un corpo ben nutrito; così come la sazietà, essa non è per gli affamati.”
Egli prosegue analizzando i mezzi che adottiamo, come di riflesso, per alleviare la noia – la ricerca della novità, le droghe, i comportamenti estremi – dimostrando come essi siano inefficienti, essendo la maggior parte di noi intellettualmente attiva e conscia.
Non appena la novità viene sperimentata… è facile che diventi noiosa. La novità diventa una variante dell’infinito. Oscilla all’infinito.”
Eppure la nostra tendenza a ricercare la cura per la noia nel “nuovo e scintillante” appare come una parte fondamentale dell’essere umano, un fenomeno culturale profondamente radicato.
La cultura popolare è costellata di esempi di questo processo: rottura delle regole come modo per sfuggire la noia cronica della vita modera. Il problema di questa tendenza è che anch’essa diventa velocemente prevedibile, prosaica e noiosa…”
La noia, secondo la tesi di Toohey, è uno stato adattativo quando è transitoria, diventa pericolosa qualora tramuti in una condizione cronica. Per distinguere coloro che soffrono di noia transitoria da coloro che soffrono di noia cronica, nel 1986 gli psicologi misero a punto un test: BPS- Boredom Proneness Test.
(Il questionario è disponibile sul sito di Brain Pickings e su siti secondari)

Guardando l’insieme a partire dal linguaggio del corpo nelle opere classiche fino agli studi eseguiti dai maggiori laboratori di neuroscienza, il libro di Toohey “Noia, una storia vivace” riesce a dipingere il ritratto della noia dandone un’interpretazione culturale e una personale, raccontando l’aspetto più universale di ciò che significa essere un essere umano.

dal blog Brain Pickings di Maria Popova

Tutto il resto è noia

di Domnita Priscari

Contro la noia, solita forte antagonista alla felicità dell’uomo moderno, si erge, come una fortificazione, la musica: ci concentra sull’attimo richiamando tutti i nostri sensi su un oggetto preciso e richiamandoci al presente ci rende partecipi del momento, per un istante lontano dalla monotonia del quotidiano.
Sembra che ormai si cerchi tutti, il più possibile, di evitare di rimanere soli con noi stessi e il nostro silenzio per non sentire un fastidioso ronzare di pensieri in testa. Ci lanciamo contro questi in una sorta di epica battaglia, proprio come faremmo con una di quelle zanzare che turbano le nostri notti estive, svolazzando vicino alle nostre orecchie; le scacciamo, ci alziamo del letto e cerchiamo la maligna bestiolina. Così facciamo con i nostri pensieri: ci occupiamo la testa di preoccupazioni futili, ci aggrappiamo alle serie televisive, al computer, al cellulare e ovviamente ci tappiamo le orecchie con la musica, quel medicinale universale che ognuno si prescrive nelle dosi più indicate alla situazione.
Nei secoli la musica e l’arte hanno continuato a servire e proteggere l’uomo. In perenne evoluzione, per continuare a stupire e non decadere in abitudine e monotonia, la musica ha continuato e reinventarsi, istituendo nuovi stili e movimenti, nuovi strumenti e combinazioni musicali.
Ebbene, a partire dal XX secolo accadde un fatto strano: alcuni artisti e musicisti iniziarono a frequentare la dimensione da cui gli altri (e noi) cercavano di scappare, deliberatamente ponendo la noia come un canone estetico delle loro opere. Alcuni musicisti iniziarono a indagare la dimensione della noia, producendo brani volutamente noiosi, caratterizzati dalla ripetizione di moduli sonori, più o meno lunghi, prolungati per tempi indefiniti.
Il compositore francese Erik Satie, generalmente riconosciuto come capostipite di questa tendenza, nel 1914 compose dei corali e miniature per pianoforte dichiarando di aver incorporato nelle melodie tutto ciò che sapeva della noia e dedicò questa raccolta a coloro che non lo amavano o lo odiavano.
Da Satie in poi compositori e artisti si sono dedicati alla ricerca ponendosi come obiettivo quello di costringere il pubblico a sperimentare nuove esperienze e acquisire più consapevolezza, mettendo alla prova la loro capacità di sopportare le situazioni incerte, il mistero, il dubbio, senza poterli comprendere logicamente.
Lungi dal creare musica destinata a tappare solo temporaneamente l’ennui, l’arte noiosa ci sfida a quietare le nostre menti, ad affrontare il vuoto e semplicemente a guardare e ascoltare.
A noi che ci annoiamo, in fondo, tapparci le orecchie con della buona musica per andare avanti non fa poi male….ci farebbe forse meglio alternare questo impulso alla sperimentazione consapevole della noia, lasciandoci guidare da coloro che prima di noi avevano battuto nuovi sentieri per quella terra desolata, tornando poi per raccontarci il loro viaggio.

Per approfondire: Music and Boredomby Thomas W. Patteson