Terra di mezzo

di Arianna Gelfi

De te fabula narratur. Questa volta partiamo da qui, da noi, da ALTRO, un giornale di giovani. Né carne né pesce, “opera aperta”, dando voce a U. Eco, o, se preferite l’inglese, una situazione work in progress. Ogni stato di sospensione comporta una soglia alta di incertezza e per questo qualcuno vive male, tra la nostalgia di quel che ci si lascia alle spalle e l’attesa che si realizzino le promesse. A volte genera solo ansia sterile ma altre volte è piacevole perché non avere definizioni non obbliga all’uniforme. E le uniformi, come tutte le divise, costringono ad essere. Rivendichiamo questo nostro staretra, il nostro diritto di non essere più senza essere ancora. Ogni mese ripartiamo e ogni numero è una linea di confine.

V. Turner, il grande antropologo del Novecento, ha intitolato un suo libro Betwixt and between: racconta che ci sono tanti mondi pieni di gente messa in questa scomoda situazione di confine. I profughi per esempio, partiti per un viaggio della speranza che doveva durare due settimane e che arriva a capo dopo anni. Quando arriva. Destinati a perdere l’identità di provenienza senza essere riconosciuti in una nuova cittadinanza. Li sentiamo vicini perché vivono anch’essi in una Terra di Mezzo a tempo indeterminato . Nel giornale uno scorcio dal punto di vista di chi si occupa della loro accoglienza. Accanto a un’altra prospettiva, un disoccupato bergamasco che guarda con preoccupazione questi nuovi arrivi. Binocolo alla mano, li osserviamo dalla Terra di Mezzo per eccellenza, quella della giovinezza.

“Non permetterò mai a nessuno di dire che i vent’anni sono l’età più bella” scriveva P. Nizan in Aden Arabia negli anni Trenta. In sosta nella Tera di Mezzo vediamo i nostri tirocini allungarsi negli anni e senza un lavoro degno di questo nome non abbiamo la possibilità di staccarci dalla famiglia, anche se qualcuno ci ha chiamato per questo “bamboccioni”. Il brindisi del diciottesimo non inaugura più l’autonomia; per quella bisogna aspettare almeno l’apericena dei ventotto.

Tante sono le Terre di Mezzo, intervalli che separano ma che proprio per questo anche uniscono, collegano, offrono transiti. E sempre le Terre di Mezzo sono state situazioni aperte, sempre da qui ha potuto nascere uno sguardo più acuto sul prima e sul poi, su pregi e difetti del mondo, uno sguardo più limpido per scardinare e smascherare.
Proprio perché non incasellata né inglobata, la nostra voce può essere un po’ più libera e un po’ più critica. Come non l’abbiamo mai avuta prima. Come, crescendo, temiamo che non la avremo mai più.

Oltre le teorie

di Camilla Facchinetti

“Damasco, 11 giugno 2015. Siamo partiti con la macchina di mio padre. E’ lui a guidare. Ha 59 anni ed è un funzionario in pensione. […] Nel mio paese da due anni non c’è acqua nè elettricità e le scuole sono chiuse. Ho visto la figlia di mio cugino saltare in aria per una bomba e se resto qui a settembre dovrò arruolarmi con le truppe di Assad.

Smirne, 13 giugno. Stamattina ho rischiato di morire. Ci siamo messi in mare, eravamo a tre, quattro chilometri da un’isola. Alcuni soldati sono saliti sul gommone, hanno picchiato il ragazzo che c’era al timone e hanno portato via un pezzo di motore. Il gommone ha iniziato a sgonfiarsi; in venti ci siamo tuffati nell’acqua gelida e abbiamo provato a spingerlo verso la Grecia. Piangevo, urlavo, nuotavo. Poi è arrivata la guardia costiera turca e ci ha salvato.

Mitilini, 23 giugno. Non ce la facciamo più, siamo stremati. Non ci fanno entrare nel centro profughi di Moria. Non riesco a respirare, ho la febbre. Non dormo da quattro giorni.

Szeged, 2 luglio. Siamo circa settantacinque persone e abbiamo camminato sette ore di fila al freddo. Il mio gruppo è stato assalito da cinque banditi sbucati dal buio urlandoci di consegnargli tutti i nostri soldi. Per fortuna sono intervenuti due miei amici che li hanno disarmati.

Budapest, 5 luglio. Abbiamo attraversato il confine ancora una volta passando da un sentiero di montagna. Mio padre è devastato, abbiamo camminato di notte per cinque ore per quindici chilometri. Gli agenti ci hanno portato in una stazione, una specie di quartier generale. Qui ci hanno tenuto per ore senza mangiare né bere, dicendoci che avremmo dovuto per forza lasciare le impronte digitali o rischiavamo un mese di galera. Non ho fatto tutti questi chilometri per vivere qui.

Salisburgo, 6 luglio. Mentre eravamo a Budapest, in hotel, siamo stati avvicinati da un paio di signori. Ci hanno fatto una proposta: portarci con le loro macchine, fino in Germania. Però ci hanno chiesto 700 euro a persona. Non avevamo alternative, abbiamo accettato. Qualcuno li chiama parassiti perché sfruttano i profughi. Io non so più cosa pensare, voglio solo arrivare in Svezia.

Monaco, 7 luglio. Mio padre è in ospedale! Gli ungheresi ci hanno lasciato in una piazza a Monaco, e lì mio padre si è sentito male. Si è accasciato a terra, è quasi svenuto. Delle infermiere della Croce Rossa l’hanno portato in ospedale, mi hanno detto che ha problemi al cuore. Deve stare almeno 48 ore a letto. Vado ad Amburgo in treno, lui mi raggiungerà lì appena si sarà ripreso.

Malmö, 11 luglio. Ce l’ho fatta. Stamattina sono arrivato a Malmö con mio padre. Nell’albergo dove accolgono i profughi abbiamo fatto richiesta d’asilo. Mi hanno dato una carta di credito con 100 corone dentro. Questo è il primo giorno della mia nuova vita“.

tratto da “Da Damasco a Malmö, il diario di Haidar. Trenta giorni in fuga”

Arnold Van Gennep non conosceva Haidar né tanto meno il suo viaggio per cercare di costruirsi una nuova vita, ma nel 1909 pubblica il suo primo libro: “Riti di passaggio”.
Tutti i riti di passaggio presentano una struttura simile e passano attraverso tre diverse fasi. Nella prima (preliminare o di separazione), un persona abbandona la posizione e le forme di comportamento precedenti. Nella seconda (di transizione o di margine), il soggetto non è né da una parte né dall’altra; si trova in uno spazio intermedio fra lo stato di partenza e quello di arrivo. E’ la fase chiamata anche “liminare” (dal latino limen, soglia). Infine nella terza fase (Fase di aggregazione) un persona viene “reintrodotta” nella società, è di nuovo in uno stato relativamente stabile e ha diritti e doveri precisi.
Questa è la mera teoria, ma oltre ai “processi standard” esistono le persone.
Haidar lascia la sua patria e prima di riuscire a raggiungere la Svezia deve attraversare mezza Europa che diventa la sua sfida, la sua terra di mezzo.
I riti di passaggio non sono solo quelli territoriali; Oliver è un ragazzo di 19 anni, studia belle arti in Polonia ed è un transgender. Il suo percorso parte nell’ aprile del 2011 e nello stesso periodo ha iniziato a tenere un diario su Tumblr della sua trasformazione (“Loading Oliver”).
A tratti si percepisce un po’ di sconforto ma anche tantissima dedizione a sé e alla sua trasformazione: inizia ad andare in palestra per riuscire ad avere più massa muscolare e fa alcune operazioni per il cambio di sesso. Ora Oliver è felice; qualche mese fa sui social ha postato una foto di lui e del suo ragazzo e i loro sorrisi sono molto più eloquenti di qualsiasi teoria o spiegazione scientifica.
Nelle vite di ognuno di noi è possibile riscontrare tutti i punti presi in considerazioni dalle teorie di Van Gennep, come ad esempio l’adolescenza. La verità però è che il singolo vivrà tutte le proprie trasformazioni in modo diverso rispetto agli altri.
Del resto tutti noi siamo frutto di almeno un rito di passaggio: la nascita. Che conferma in pieno gli stadi teorizzati dal nostro Van Gennep: il taglio del cordone così come tutte le “prime volte”: il primo bagnetto, la prima pappina, il primo “Non avrei mai pensato che cambiare i pannolini potesse essere così disgustoso”.
Nel complesso però, molti riti di passaggio hanno perso importanza nell’ultimo secolo. Quali sono le fasi che possiamo ancora definire fondamentali per la nostra crescita? Che parametri abbiamo per potere affermare di essere progrediti? Forse avremmo bisogno di più “terre di mezzo”, di più tempo per potere capire dove finisce un’età e dove ne inizia un’altra. Non ci sono passaggi obbligati di vera criticità, cresciamo protetti in una campana di vetro e quando ci rendiamo conto che in realtà è solo temporanea veniamo catapultati in un mondo a misura di “adulto” in cui lo spaesato adolescente non riesce ad interagire.
La cosa più difficile è la distribuzione delle colpe: giovani incapaci o adulti esigenti?
Durante il corso della storia i riti di passaggio sono sempre stati necessari per costruire l’identità di un individuo ma oggi? Nemmeno si capisce più quali siano le prove da superare per essere riconosciuti come adulti e quindi raggiungere la terra della stabilità diventerà impresa sempre più complicata.

Punto e virgola

di Beatrice Marconi

Terra di mezzo della grammatica, il punto e virgola è forse il più impopolare tra i segni d’interpunzione.
La maestra delle elementari lo presenta come segnale di una pausa di media lunghezza, tra il punto e la virgola appunto, e noi scolaretti assimiliamo questa informazione e la lasciamo ad ammuffire in un angoletto del cervello.
Un cucciolo di punto e virgola, finché si nasconde sotto a un neurone, può essere davvero adorabile, ma sulla carta diventa improvvisamente un disadattato. In qualsiasi punto della frase stia è scomodo e tende a trovare riparo sotto le cancellature scarabocchiate e incerte del testo.
Perché usarlo nel modo corretto è così difficile? Forse perché le vie di mezzo riescono ad essere straordinariamente ambivalenti, ma niente affatto diplomatiche. Il non essere né punto né virgola è una prepotente dichiarazione d’identità (un’identità che, come il concetto hegeliano di sintesi, è nata da due estremi, ma non è fino in fondo nessuno di essi). Lo scrittore medio evita il punto e virgola perché sa della sua esistenza, ma, in fin dei conti, non che cosa sia, che cosa esso voglia esprimere.
È meglio dunque evitare di interagire con questo sconosciuto, che rimane abbandonato nel suo caldo cantuccio sotto al neurone nell’attesa di qualcuno che sia così ipocrita da dedicargli un “articolo” senza utilizzarlo nemmeno una volta.

Prospettive – Terra di mezzo

In medio stat virtus*

di Francesco Marinoni

Quarta superiore: apparentemente un anno come tanti altri, ma che per me rappresenta un momento cruciale delle scuole superiori. È l’anno della maggiore età innanzitutto, l’anno dei “diciottesimi”: ci sono moltissime occasioni per incontrare i compagni di classe anche al di fuori dell’orario scolastico, di conoscersi meglio, di far nascere nuove amicizie e di abbandonarne altre. Insomma, le relazioni fra di noi si perfezionano: da ragazzini che eravamo, siamo cresciuti, scoprendoci a vicenda nel bene e nel male. Non ancora maturi, per quello bisogna attendere un altro anno, ma sicuramente più consapevoli di noi stessi, più responsabili.

Anche il confronto con i professori, per la maggior parte conosciuti dalla terza, è maggiormente aperto ora, l’intesa è migliorata e con essa l’approccio alle varie materie. Superato un primo impatto infatti, con il tempo ognuno di noi sviluppa le proprie preferenze, coltiva i propri interessi in modo assolutamente personale e forse proprio in questo periodo, seppur ancora lontano dalla fine delle superiori, iniziano a nascere idee per il futuro, universitario prima e lavorativo poi.

La quarta sta in mezzo, a separare l’inizio del triennio dalla sua fine e per questo motivo per me è un anno particolarmente importante. Per certi versi è piacevole godere di questo momento di transizione, dell’essere a metà fra un ragazzo e un adulto, anche se spesso capita di perdersi nella nostalgia dell’innocenza dell’infanzia o nel brivido dell’incertezza del futuro. Non è l’unica esperienza di confine che la vita riserva, senza dubbio, ma non per questo deve essere trascurata: va anzi vissuta pienamente proprio in quanto tale, con la consapevolezza che si tratta di un passaggio che prima o poi tutti devono affrontare.

Quo usque tandem**

di Francesco Placenza

Terminato l’ orale, usciti i voti sul tabellone: maturo! sono ufficialmente maturo! Al diavolo il vocabolo più moderno che lo chiama “esame di stato”: per me questo resta l’appuntamento con la maturità. E adesso ho davanti un’estate tutta nuova, tutta da godere, tutta da esplorare, un’estate come non ne ho mai assaggiate, libera da impegni scolastici. Chissà come sono le estati senza ossessioni scolastiche! Certo a settembre mi iscriverò all’università ma sarà un altro mondo, senza l’ansia delle interrogazioni, delle verifiche, senza il terrore di non aver studiato per il giorno dopo. Studierò ancora, certo, e più di prima ma solo le cose che mi interessano. Basta con la filosofia, la letteratura, l’arte, tutte cose che non servono, a differenza della matematica e della fisica, cose concrete, dove è evidente che non si perde tempo in fantasticherie e soggettività.

Da domani sono finalmente libero! Libero? Ho le vertigini. Che faccio da qui a settembre? Un po’ di riposo, più che meritato; poi tre settimane a spasso con gli amici in Europa. Ho già messo nello zaino qualche lettura continuamente rinviata: un po’ di Dostoevskij e un po’ di Balzac. Mi sono ripromesso di rileggere Cent’anni di solitudine senza doverlo nascondere sotto il libro di storia.

Sarà un’estate spensierata! So che da ottobre si ricomincia ma finalmente solo tra cose che mi interessano. Tra cui me stesso: comincerà da qui, da me, la mia estate nuova. Finalmente da oggi posso pensare a me cioè approfondire quel che mi interessa, abbandonandomi al piacere delle cose che ho un po’ trascurato. Me l’hanno raccomandato in tanti: “ricordati che l’estate dopo gli esami di maturità è unica in tutta la vita e non ne capita un’altra…!”
Così mi godo lo stare sul confine, “già” maturo, ma “non ancora” sistemato. Più che un traguardo è uno spartiacque quello dove mi trovo.
A partire dalla scelta: fatta ma non ancora verificata. E poi dovrò pensare a quel che verrà nei termini di un cambiamento: non solo il nuovo ambiente accademico ma forse una nuova casa in una grande città, lontano dalla mia famiglia e da tutti coloro che mi hanno accompagnato in questi anni, aperto all’incontro con altre persone, che faranno parte del mio futuro. Che volti avranno? Che storie ascolterò? Se si chiude un mondo infatti se ne apre inevitabilmente un altro, con tutte le conseguenze del caso: è questo il bello e il brutto di trovarsi in corrispondenza di un confine, combattuti fra la necessità di superarlo e la voglia di rimanere attaccati a ciò che si lascia dall’altra parte. So bene che devo tenere lontana la paura, quella che spesso mi ha accompagnato: la perenne sensazione di non essere all’altezza del compito; ma, ribadisco, è (solo) una sensazione.

Omne quod movetur ab alio movetur***

di Lorenzo Caldirola

Finalmente ho dato tutti gli esami, la tesi di laurea è in dirittura d’arrivo ma, per favore, non chiedetemi di più, dopo quasi sette anni di fatiche (sì, lo so, sono più fuori corso della lira) mi trovo ormai con un piede nel mondo del lavoro mentre l’altro si sta staccando lievemente dall’università.

Non ci credereste ma, quando ho scelto la facoltà, nemmeno io avrei creduto di arrivare in fondo. Mi piaceva la filosofia, quella medievale per giunta: la disputa sugli universali, l’argomento ontologico, il rasoio di Occam … mi sono divertito molto. Eppure pare che qualcuno abbia ritenuto importante sapere queste cose per il proprio progetto. Era uno di quegli yuppie che non hanno mai creduto nella crisi e sono riusciti a tirare su dal nulla una piccola azienda: cinque miliardi di fatturato. Alla faccia degli enti che non si dovrebbero moltiplicare. Al colloquio mi hanno detto che cercano persone dalla mente aperta, in grado di prendere decisioni e assumersene le responsabilità. Li chiamano problem solvers, per me sono soltanto dei ‘capri espiatori’. Certo, finché pagano va tutto benissimo.

Il colloquio è andato bene, tra un mese discuterò la mia tesi e tre giorni dopo inizierò finalmente il lavoro, dovrei essere felice.. nooo? Eppure qualcosa non mi convince, dovrò abbandonare tutto quello che ho imparato per spiccare il volo, dovrò passare da un mondo in cui conti per ciò che sai ad uno in cui conta solo ciò che fai. Ok, so bene che la conoscenza di Sant’Anselmo non contribuisce a far girare l’economia ma devo ancora capire perché la filosofia medievale mi ha reso interessante agli occhi del mio yuppie. Non sarà che la comprensione dell’Essere-in-quanto-essere non è cosa così diversa dal convincere l’industriale di turno che venti tonnellate di piombo sono un investimento a lungo termine estremamente vantaggioso?

* la virtù sta nel mezzo

** fino a quando?

*** tutto ciò che è mosso è mosso da qualcosa

Intervista a un disoccupato bergamasco

di Domnita Prisacari

Nome: Birolini Roberto – Convivente con 2 figlie, diplomato (idro-termo-sanitari), disoccupato da 5 anni.

Età: 43 anni

Da quanto tempo è disoccupato? – Sono disoccupato da 5 anni.

Si è sentito aiutato dal suo paese da quando ha perso il lavoro? No. Nessuno ti aiuta. Lo stato poi azzera la quota. Io facevo il rappresenta e ho versato contributi per 25 anni, ma alla fine non ho recepito nemmeno la disoccupazione. Solo perché non ero dipendente ma avevo la partita IVA. Per cui non avevo diritto alla disoccupazione e non ho preso nemmeno quella.

A quale età ha iniziato a lavorare? – A vent’anni, non appena avevo finito il militare, .perché la leva prima era obbligatoria.

Aveva trovato subito il lavoro?– Prima sì. Non appena diplomato avevo iniziato a lavorare come lattoniere, poi ho fatto il militare. Quando sono tornato non sono stato riassunto come lattoniere perché avevano trovato qualcuno con cui sostituirmi. Ma non ho avuto problemi a trovarmi altri lavori. Andavo e cercavo e in due giorni lo trovavo tranquillamente. Ride. Lì è stato un bel periodo perché mi ricercavano. Poi ho fatto il camionista e magazziniere a Curno. Ho lavorato per 9 mesi e poi mi avevano mandato a casa perché era calato il lavoro e io ero quello che era arrivato per ultimo.

Come mai ha scelto di lavorare come camionista?– Perché io ho anche la patente C e lì guadagnavo di più.

E in questo periodo non riesce a trovare lavoro né come camionista né come rappresentante? – No. Zero. Niente proprio. Sono andato in tutte le ditte. Sono andato in Comune e mi hanno fatto fare un corso in comune per cercare di inserirmi da qualche parte, ma alla fine non mi hanno mandato da nessuna parte. Io ho portato curriculum a mano, proprio in tutte le ditte della Val Seriana fino a Curno ma nessuna ditta mi ha mai richiamato. Anzi, mi hanno richiamato tre, ma quando ci sono andato mi hanno detto che ero troppo su di età. Poi sono andato anche in una ditta qua a Nembro, ma loro invece prendono solo extracomunitari. Non so…perché lì ci sono 50, tra indiani, marocchini e così via.

E il Comune? Come mai non l’ha ricollocata?– Il Comune mi ha collocato in una lista. Ma io, prima, avevo acquistato una casa (sai lavoravo prima), e quindi ho un bene mio e in graduatoria sono molto in là, sono venticinquesimo. Prima ci sono tutti gli extracomunitari. Perché ho visto la graduatoria, era sul computer. Poi il comune chiama i primi tre, massimo quattro.

Si sente poco tutelato, dunque. – Ma neanche un po’. Ad un certo punto mi sono rivolto alla Caritas, che mi ha dato sì una mano, però vedo che comunque a loro, gli extracomunitari, danno molto di più. A me arriva un pacco con gli alimenti una volta al mese, mentre a loro 2, 3, anche sono di meno in numero. E poi dicono che hanno dei problemi con il mangiare e prendono carne, noi invece non la prendiamo. Lo stato non sta facendo niente per i disoccupati. Zero. Dopo una persona si sente anche presa per il culo. Perché con tutte le tasse che ho pagato in tutti gli anni in cui ho lavorato…non prenderò neanche la pensione.

Si sente in competizione solo con gli extracomunitari o anche con i giovani? No, con i giovani no. Penso che sia meglio che il lavoro lo prenda un giovane piuttosto…Io ho una famiglia, ma anche i giovani devono avere l’opportunità di lavorare. E lo stato non sta facendo più di tanto anche per tutelare i giovani. Perché so che tanti giovani cercano lavoro e non lo trovano. E questo è giusto, ma a me fa arrabbiare che prendano a lavorare invece gli extracomunitari solo perché così pagano meno tasse e non sono per niente qualificati.

Il problema principale è che lo stato italiano dice che noi italiani non vogliamo fare i lavori più umili, ma io sono andato in cerca di lavori umili per poter tirare avanti fino alla fine del mese. Ma alla fin fin prendono solo loro perché lo stato incentiva le ditte ad assumere extracomunitari. Quando andavo nelle ditte mi dicevano che non è colpa mia, ma assumendo me avrebbero pagato il triplo di stipendio rispetto a quello che pagano agli extracomunitari. E mi hanno detto sul muso che a 43 anni costavo troppo.

E’ giusto, secondo lei, che una persona decida di emigrare in un altro paese, qualsiasi sia la motivazione dietro a tale scelta (sia che siano emigrati economici o profughi e rifugiati politici)? – E’ giusto, perché sarebbero ammazzati di là…però io dico che lo Stato Italiano ha sbagliato….ma poi penso che lo stato mangi sopra questa emergenza per l’accoglienza per tutti questi arrivi. Io con loro non ce l’ho. é più per come tutto questo viene gestito dallo stato. E’ che ne abbiamo preso troppi e adesso siamo noi gli extracomunitari in Italia. Perché loro, da quello che vedi in giro, vivono bene, mentre io ho dovuto vendere la macchina perché non avevo più soldi per mantenerla e invece vedo extracomunitari che vanno in giro con BMW. E non è solo uno. Sono tanti qui ad Albino che non lavorano (li vedo sempre in giro e alla stazione) con cellulari moderni… e non so cosa facciano… presumo ma non lo dico. E questo non va bene. Loro, anche se vengono beccati dalla polizia in casa tua mentre rubano, non posso far niente. Dopo un giorno li vedi di nuovo in giro.

Cosa cambierebbe per migliorare la situazione in Italia?– Cambiare? Ormai non si può cambiare nulla. La situazione è quella che è. Anche i politici vedo che non cambiano molto. L’unica cosa, per me, le frontiere andrebbero un po’ bloccate, e non farli entrare più, come hanno fatto le altre nazioni. Dovrebbero bloccarli in mare aperto, vedere se sono delinquenti e questi rispedirli indietro. E poi che ha perso il passaporto lo dice perché nasconde qualcosa. Ecco, i bambini, per me, posso venire qui tranquillamente. Perché non hanno colpe e crescendo rispetterebbero il paese. Sono quelli sù di età che danno problemi.

Se invece il mercato di lavoro non facesse distinzione tra cittadini italiani ed extracomunitari/immigrati, senza dar a nessuno alcun privilegio, lei sarebbe d’accordo di competere con gli altri solo in base a proprie conoscenze, competenze ed esperienze? – Ma…io dico che di conoscenze ed esperienze ne hanno ben poche. Perché magari non hanno fatto studi, perché è diversa anche la loro mentalità. Ma io dico che adesso come adesso gli italiani sono arrabbiati veramente. Perché non trovano lavoro e gli immigrati hanno tutto dallo stato italiano. E questo ti fa anche diventare razzista a questo punto.

Pensa che la rabbia e l’intolleranza che gli italiani provano nei confronti degli immigrati venga alimentata dai mass-media (programmi televisivi radiofonici, telegiornali, giornali…) – Non penso perché la vita quotidiana ti fa vedere tutto. e io giro tanto, perché porto curriculum anche dopo 5 anni. Ma tanto non lo trovi. non lo trovi il lavoro. E poi dopo senti che loro prendono 35 euro tutti i giorni…. – Ma questa è una misinformazione – Sì, ma danno vitto e alloggio e così via! io ti dico che se io non pago il gas, la luce e l’acqua, me li tolgono! A loro, glielo paga il comune! E poi perché lo paga a loro e non a noi? Noi siamo stati sempre qui in Italia. Da noi viene Equitalia, da loro no. Poi con tutto quello che succede: sulla ciclabile, un mese fa, una signora è stata rapinata da un nigeriano. Per 20 euro è stata accoltellata ed è andata in ospedale. Sono queste le cose che dopo ti fanno arrabbiare e che dopo ti fanno dire: “Se ne vedo uno lo ammazzo se mi dice qualcosa”. E poi loro parlano nella loro lingua. OK. Ma poi tanto volte sembra che ti prendano per il culo. Capisci? Ma va bene così! Tanto non ci puoi fare niente! Lo stato italiano non fa niente…

Se fosse più giovane e avesse meno vincoli, lascerebbe l’Italia? – Sì, subito. Se non avessi le mie due figlie e mia moglie, andrei all’Estero. Andrei o in Svizzera o in Australia, perché mi hanno detto che comunque sono tanti che sono andati in Australia e hanno trovato lavoro e che guadagnano anche bene. Anche lì è questione di fortuna, penso, ma lascerei di sicuro l’Italia. L’Italia ti fa venir voglia di andare via, oramai, perché quasi non la senti come la tua patria. E gli extracomunitari…non è che non li sopporto, c’è anche brava gente, ma è che qua arriva soprattutto brutta gente.

Intervista a Sara Bergamini, responsabile progetto richiedenti asilo

di Greta Panza

Lo status di richiedente asilo è una situazione che non solo mina la dignità di una persona, ma ne mette in crisi l’identità. Il profugo, o rifugiato, ha abbandonato ciò che determina l’identità di una persona quindi famiglia, casa, patria. Questi uomini, e donne, vengono ora determinati dall’azione che compiono: richiedere asilo. Una condizione di liminarietà estrema perché ad essere posto al limite è la possibilità di determinare e veder riconosciuta la propria esistenza.
L’essere umano è un animale sociale e quindi si definisce anche nei rapporti sociali. Questo rende l’integrazione fondamentale insieme all’accoglienza di queste persone.
Su questa consapevolezza trova le radici un progetto di accoglienza rivolto a richiedenti asilo che coinvolge la bassa val Seriana.

A questo progetto collabora Sara Bergamini, una ragazza di 28 anni, dopo gli studi in giurisprudenza e cooperazione internazionale e dopo diverse esperienze nei vari ambiti della migrazione.

Da dove nasce questa iniziativa?
Il progetto parte a settembre del 2015, quando un tavolo di comuni della bergamasca Nembro, Pradalunga, Villa di Serio, Scanzorosciate, Ranica, Torre Boldone e Alzano si è mosso con l’intenzione di organizzare un sistema di accoglienza diffusa. Hanno poi contattato le cooperative La Fenice e Il cantiere di Albino e l’associazione La Comune di Milano per l’organizzazione diretta.

Cosa significa accoglienza diffusa?
Una volta sbarcati, i migranti vengono mandati in centri di smistamento per una prima identificazione. Vengono poi trasferiti in centri di prima accoglienza, i grandi centri dove restano in attesa di una secondo inserimento. L’accoglienza diffusa è un tipo di seconda accoglienza dove le persone vengono spostate in appartamenti e i numeri sono decisamente ridotti, questo permette un’integrazione efficace.

Come funziona il vostro progetto?
Il progetto coinvolge trentanove ragazzi. Le condizioni poste sono la frequenza alla scuola di italiano e la partecipazione alle diverse attività. Il lavoro giornaliero si svolge grazie ad una rete di collaborazione con i comuni per l’organizzazione di attività. A Scanzorosciate dove il comune è molto coinvolto, hanno lavorato alle sagre, al CRE e hanno collaborato con la Croce Rossa. Si tratta quindi di attività utili anche alle comunità che li accolgono. I maggiori risultati si vogliono raggiungere nell’apprendimento dell’italiano perché è lo strumento grazie al quale possono interagire maggiormente con il territorio e si sentono benvoluti.
Ci occupiamo anche dell’aspetto burocratico. Una cosa a cui si dà la priorità è la loro preparazione per la commissione che accorda la richiesta d’asilo perché le domande sono formulate in maniera occidentale.
Questo modello di accoglienza rappresenta un primo passo verso l’integrazione dei ragazzi che per la maggior parte desiderano fare dell’Italia la propria casa e tornare a definirsi cittadini.

Un nonnulla significante

di Martina Bonandrini

Il gioiello rappresenta il concetto stesso di prezzo: lo si indossa come un’idea, quella di un potere infinito, cui basta essere visto per essere dimostrato.
Il gioiello è un simbolo di ultrapotenza, di virilità: sappiamo come in tempi antichi fossero gli uomini ad indossare anelli ed ornamenti; soltanto l’evoluzione ha portato gli uomini a delegare alla donna l’esposizione della propria ricchezza. ‘La donna testimonia (o meglio, testimoniava) poeticamente la ricchezza e la potenza dell’uomo’ (Barthes).
Fortunatamente la mitologia della donna, e con lei quella della società, è cambiata: non più solamente immagine del marito, essa indossa sempre meno i gioielli, i quali, separati dal corpo femminile, sono condannati alla cassaforte.
La moda è arrivata a non riconoscere più il gioiello ma il bijou.
Se la moda è un linguaggio, attraverso il sistema di segni che la costituisce, la nostra società mostra e comunica il proprio essere; dice ciò che pensa del mondo, o almeno, me lo concederete, di una parte di esso.
Come il gioiello esprimeva la grandezza e la potenza, così il bijou significa ed esprime il nostro tempo: esso si è laicizzato, sono cambiati i materiali che lo costituiscono ed è cambiato il suo equivalente in denaro. Per fare un esempio, esso sembra imitare i materiali preziosi, ma l’imitazione non è (più) un modo ipocrita di mostrarsi ricchi a buon mercato; ci si mostra chiaramente, non si mira ad ingannare, così come il bijou mira solo a mantenere le qualità estetiche della materia imitata.
Non essendo più sottoposto a regole di prezzo, il bijou è diventato democratico. La discriminazione di ordine cui è sottoposto è cambiata: è il gusto, ora, a dettare le regole. Ed il custode del gusto è la moda. Il cattivo gusto di un bijou diviene ora paradossalmente l’ostentazione di ciò che un tempo ne fondava il prestigio, cioè il prezzo.
Esso non è più solo, ma è fortemente legato al corpo, e oltre al vestito e agli altri accessori, è fortemente legato alla circostanza. Il bijou è un dettaglio, che tuttavia costituisce l’anima dell’economia generale del costume. Gli viene riconosciuto un estremo valore: esso è un nonnulla che si carica di significati.

Quel che sta sotto

Ma quando si parla di Terra di mezzo- e quando si parla di Terra di mezzo si parla di Tolkien e della “sua” Terra di mezzo– vien subito spontaneo chiedersi: in mezzo a che?
E allora bisogna procurarsi una mappa, per prima cosa.
Esiste una mappa delle Terre di mezzo?
Dal 2015 sappiamo che esiste.
Ma come sono andate le cose? Per saperlo bisogna andare a bussare alla porta di Pauline Baynes e chiederlo a lei, illustratrice tra gli anni Cinquanta e Settanta dei romanzi di Tolkien. Proprio lei che un giorno d’autunno del 2015 entrò nella libreria Blackwell’s Rare Books di Oxford.
Aveva in mano un libro di cui voleva disfarsi: perché? Non risponde, ma possiamo immaginarlo. Perché non aveva posto nella sua libreria che aveva appena finito di riordinare in una lunga giornata di pioggia a Oxford? perché non aveva soldi da dare al figlio che voleva partire per l’America? Perché sotto sotto quel prof. Tolkien gli era antipatico? Perché aveva avuto una storia d’amore con lui, ma ora voleva disfarsi dei ricordi?
Insomma lei entra in libreria, appoggia il libro sul bancone di legno verniciato, e screpolato ai bordi, e le mani del commesso – un commesso con un camice blu di cotone che si era appena infilato i guanti bianchi con cui la Direzione gli aveva consigliato di toccare i libri rari- prendono il libro: guarda caso si intitola Il signore degli Anelli. Sorrisi a miss Baynes e tintinnare delle sterline concordate che passano dal cassetto alla borsetta. La signorina esce (più ricca? più povera?), il commesso si dedica alle sue attività consuete da commesso quando…
Quando arriva di corsa un ragazzino, di quelli che non riescono a stare fermi e non resiste al titolo: agguanta il volume, che gli scivola dalle mani. Il libro cade, il commesso accorre; flemmaticamente esclama “oh, my God”, con la o molto aperta. Il ragazzino sa di averla fatta grossa, ma dal librone ( non è un romanzo breve…) esce un angolino bianco: sembra un foglio. E’ un mondo. E’ la mappa della Terra di Mezzo, comprensiva di appunti autografi dell’autore, in china verde e in matita nera.
A leggerla non solo emerge la Terra di mezzo, in tutta la sua ampiezza, nei suoi variegati territori e precisi confini ma sotto sotto si intravede la realtà, o meglio quel che comunemente si intende con quel nome: il territorio geografico. Insomma monti, fiumi, città esistenti. Per esempio Oxford, che è la città dove Tolkien prima studiò e poi insegnò, è proprio corrispondente nella latitudine a Hobbiville, la città di Frodo e di Bilbo. Mentre la città del male, cioè Minas Tirith, corrisponde alla latitudine di Ravenna. La mappa è popolata dalle note redatte da Tolkien per fornire le indicazioni toponomastiche e geografiche all’illustratrice. I due si erano incontrati nel ’69 a Bournemouth ma la Baynes era rimasta sfavorevolmente colpita dallo scrittore che le era sembrato “molto poco collaborativo” e che le invia una prima bozza scritta in modo disordinato. Pauline è la più famosa illustratrice per libri di bambini sulla piazza e dunque può permettersi un tono seccato chiedendo a Tolkien una mappa scritta con note ordinate e ben chiare. Tolkien poi si scuserà: ha avuto un periodo difficile, la moglie e la figlia ammalate e lui stesso in preda a dolori alla spalla che gli rendono impossibile scrivere. Ma nel giro di un mese pace è fatta e la mappa incontra la soddisfazione del committente e dell’illustratrice: si tratta di un ordinato mondo pieno delle note dello scrittore e dell’illustratrice, messa in vendita al prezzo base di 60 mila sterline, circa 83mila euro.

Non sappiamo se qualcuno l’abbia acquistata. Ma la questione interessante sarebbe capire se le coordinate della latitudine siano solo frutto di una coincidenza o se invece Tolkien abbia voluto alludere a Ravenna. E’ forse possibile immaginare un rimando alla città in quanto ultima sede dell’impero romano d’Occidente? Oppure meglio sarebbe indagare nella biografia del Nostro? Grande erudito e grande scrittore ma non per questo immune, forse, da una certa invidia per un altro scrittore, sepolto a Ravenna, noto anche lui per avere viaggiato in una Terra di Mezzo, tra Una di Sopra e Una di Sotto…
Insomma siamo partiti a parlare di una Terra di mezzo letteraria ma alla fine, sotto sotto, abbiamo scoperto un enigma da risolvere… Spesso è interessante non fermarsi alla superficie.
Nemmeno nella Terra di mezzo.

“Boyhood”, l’eterno presente

di Daniele Ravizza

Richard Linklater, noto al grande pubblico per la brillante commedia School of Rock (2003, ha fatto una rischiosissima scommessa riunendo una volta all’anno, per 12 anni, lo stesso cast per girare i frammenti di un lungometraggio che sarebbe poi diventato Boyhood (2014) in soli 39 giorni di riprese totali. Quella di Linklater è stata una sfida anche al cinema moderno, che si trova spesso schiacciato dai ritmi frenetici di quella che a volte si dimentica di essere più di una semplice industria.

Il film racconta la vita dai 7 ai 19 anni di un ragazzo introverso, Mason (Ellar Coltrane), che affronta questo delicatissimo periodo della vita in cui l’uomo non realizza sé stesso, ma pone le basi per il proprio futuro.

Il rischio più grande era, ovviamente, la quasi naturale mancanza di uniformità delle riprese, invece l’unico indizio della durata della realizzazione è anche il solo di cui Linklater si voglia servire: la trasformazione fisica degli attori; infatti il regista statunitense riesce a raggiungere un’incredibile unità stilistica soprattutto grazie a un’ottima fotografia e al lavoro in postproduzione.
Egli ci racconta questi 12 anni anche tramite vari riferimenti a fenomeni della cultura popolare che hanno segnato la vita di Mason, così come la nostra. Fondamentale da questo punto di vista è la colonna sonora, non originale, ma scelta in base all’impatto che le canzoni hanno avuto sulla decade trattata, perciò partiamo dai Coldplay, vediamo Samantha (Lorelei Linklater) cantare Britney Spears, sentiamo una hit di High School Musical (2006) e arriviamo a Somebody that i used to know di Gotye. Numerose sono poi le citazioni agli avvenimenti che hanno a pervaso la vita degli adolescenti, e non solo, dal 2002 al 2014, si passa dai videogiochi (Game boy, Tamagotchi, Xbox, Wii) alla politica (Bush, la Guerra d’Iraq, le presidenziali Obama vs McCain), dalla letteratura (Harry Potter) al cinema (oltre alla citazione di alcuni titoli, curiosa è anche l’anticipazione della realizzazione di un sequel di Star Wars). “Il film non voleva un autore” dice Linklater, che infatti non racconta solo la storia di Mason, ma un frammento della vita di noi tutti; togliendo il più possibile la propria mano, raggiunge l’universale.

Da sottolineare sono anche le interpretazioni dei protagonisti che ci fanno dimenticare di essere degli attori: Ellar Coltrane è perfettamente calato nella parte del ragazzino taciturno, Patricia Arquette è commovente nel ruolo della madre in difficoltà che le è valso il premio dell’Academy, ma forse ancora più meritevole sarebbe stato Ethan Hawke, a sua volta nominato all’Oscar, per la credibilissima interpretazione del padre che cerca in ogni modo di recuperare un rapporto di fiducia con i propri figli.

L’adolescenza di Mason ci è mostrata istante per istante, senza che ci sia un prima o un dopo, solo un eterno presente che ammette ricordi e progetti, ma mai passi indietro o salti nel futuro; “L’attimo è come, è come se fosse sempre ora, no?” dice Mason alla fine del film; come nella vita, il tempo di Boyhood è solo quello che viviamo adesso.

Asintoti

di Alfredo Marchetti

Trovammo riparo dall’arsura della canicola sotto un ippocastano, dove la città stringe i suoi confini con tutto ciò che ancora vibra.
L’afa e il caldo confondevano i pensieri rimescolandomi in bocca le parole e lei, inarcando le sopracciglia, mi guardava perplessa.
Tacque, e così anch’io. Ci abbandonammo all’ombra, tra i solchi che grandi radici formavano con la terra.
Mi liberai la fronte dal sudore che a fiotti m’inondava il volto. Provai sollievo portando alla bocca quel poco di acqua fresca rimasta, poi ci adagiammo con le spalle al tronco, seguendo il sole tracciare il suo corso nel cielo.
Un lungo braccio di legno resinoso ci divideva, impedendoci di toccarci. Con un rapido strattone spiegò la corta gonna, lasciando libere le gambe fini e affusolate. Cavò dalla borsa un pacchetto di sigarette sbiadito, e portandone una alla bocca mi guardò negli occhi.
Mi chiese un accendino.
Mai avevo così amato la sua divina indifferenza.
Io boccheggiavo, madido dal sudore, mentre lei sbuffava la prima timida forma di fumo.
“Perché mi hai portato qui?”
Mi passai nuovamente la mano sul capo chinandolo. Non sapevo risponderle. D’un tratto, però, intuì tutto. Per un istante mi parve d’aver finalmente trovato quella corrispondenza che si dice leghi gli uomini al mondo. Carezzai l’assoluto mentre sfuggiva alle mie lusinghe come sabbia a un setaccio.
Non ero certo uomo, sì insomma, non sarei stato in grado di prendermi cura di lei, né tantomeno di sostenere il suo sguardo.
“Credo di essermi perduto sai?” le dissi gemendo, “Volevo portarti lì, dove le cose si incontrano”, “Lì dove ci si spoglia delle differenze, lì dove gli uomini si ritrovano almeno una volta nella vita”.
“Vorrei prenderti per mano dove il Sole danza in simmetria con la Luna, dove questo tempo si scioglie avvolgendoci”.
Mi parve di cogliere una lacrima cadere sulla guancia lievemente imporporatasi, e posarsi esausta sfiorandole il labbro.
Si passò le mani sul viso alzandosi a fatica. Tirò dritto senza voltarsi, lontano dal castano.
Già muoveva i primi passi sull’asfalto incandescente facendo ritorno alla città, lì dove tutto soccombe sprofondando tra gl’echi di grida disumane.