Il villaggio festeggia il giorno della nascita di Yufio

di Francesco Ronzoni

«Nonno, qual è il valore di un regalo?» Come al solito, Yufio lo chiese serio, statuario, fissando silenzioso il capo-villaggio dalla soglia della capanna dove questi si occupava dei suoi doveri. Attendeva in piedi, senza battere un ciglio, scrutandolo negli occhi. Come al solito, si concentrava sul nero di quegli occhi giusti, neri e sicuri come i suoi. Neri e sinceri, come quelli di ogni rappresentante della loro stirpe.

«Il valore di un regalo, eh?» Rispose Arkredio, voltandosi infine ad assecondare quell’ostinato bambino. Altre volte, lo aveva visto sopportare il peso di intere ore di attesa soltanto per ricevere una risposta ai suoi quesiti, in quella stessa posa. Immobile e imperturbabile, determinato, ma rispettoso. «Vieni con me». I due uscirono dalla capanna con passo fermo. «Prendi questi. Hanno valore per te?»

«No».

«Quello che ti chiedo di fare è di regalarli alle persone del villaggio. Devi scegliere tu a chi in particolare». Yufio ancora una volta lo fissò negli occhi. Poi annuì. «Dopo averli regalati, osserva con discrezione le loro reazioni e memorizzale».

«È la tua risposta?».

«Pazienta. Domani all’alba ti aspetto alla mia capanna. Staremo via due giorni». Yufio diede uno sguardo molto preoccupato ad Arkrendio. «Ti capisco, ma non devi aver paura per il villaggio. È una scelta che ho preso in quanto capo, non come nonno. Ora vai, fai come ti ho detto». Senza obiettare oltre, Yufio fece esattamente come gli era stato detto.

Sicché, il giorno dopo si presentò al primo spuntar del sole, preciso e affidabile come suo solito. Arkrendio gli diede il suo sacco con il necessario per quel giorno. Dopodiché, i due rapidamente superarono i confini del villaggio. Senza scambiarsi neanche una parola, Arkredio di fronte, alla guida, e Yufio di seguito, comportandosi in modo da mostrare il minimo possibile la fatica e la stanchezza che a lungo andare aveva iniziato a pervaderlo; continuarono a camminare imperterriti tra foreste e rocce fino al calar del sole, quando infine raggiunsero una grotta. Come Arkrendio si mosse per organizzare un falò, Yufio, nonostante fosse stremato, si alzò per fare altrettanto.

«Yufio, riposati». Dopo un attimo di esitazione, Yufio si sedette. «Piuttosto, ripensa al viaggio di oggi e scegli degli oggetti legati a questo giorno che abbiano un valore per te. Quando torniamo, quello che dovrai fare è regalarli, esattamente come hai fatto ieri con gli oggetti che ti ho dato».

Dopo una notte di riposo, un nuovo giorno di cammino per tornare al villaggio e una seconda notte di riposo, sebbene non avesse ancora recuperato del tutto le forze dai due estenuanti giorni di cammino, Yufio si alzò la mattina presto e fece ancora una volta come Arkrendio gli aveva detto.

«Nonno, qual è la risposta?» chiese Yufio, solido nella sua solita posa sulla soglia della capanna.

«Il valore di un regalo è molto difficile da giudicare. Non è un valore stabile; anzi, è un valore sempre doppio. Da un lato, assume valore secondo le intenzioni di chi lo dona. Dall’altro, assume un secondo valore, anche molto diverso, secondo l’interpretazione di chi lo riceve». Yufio si sedette. «Se hai osservato bene, avrai notato che i primi regali che hai fatto non avevano molto valore per te, eppure, come hanno visto tutti nel villaggio, almeno uno di questi ha acquisito un grande valore agli occhi della persona che l’ha ricevuto. Al contrario, i regali che hai dato in dono oggi avevano grande valore per te, ma non tutti li hanno accettati come regali di importanza per loro». Yufio guardò attentamente negli occhi Arkrendio, in silenzio. «Tre giorni fa, quando sei venuto a farmi la domanda, si festeggiava il giorno della tua nascita. Ora tieni, questo era il mio regalo che tre giorni fa non ti ho più dato. Io gli ho attribuito il valore che corrispondeva alle mie intenzioni. Adesso tocca a te scegliere quanto questo regalo valga per te, sulla base della tua interpretazione del mio gesto».

Yufio prima osservò con cura il taglio che Arkrendio si era fatto in cammino, poi si soffermò sul regalo che gli era stato messo di fronte. Da quanto aveva visto in quei giorni, quel regalo veniva sicuramente dalla grotta. «Ho capito».

«Un giorno sarai tu il capo di questo villaggio, Yufio. Allora, riceverai molti regali. Comprendere il vero valore di ciascuno di quei regali sarà tuo compito e responsabilità. Tienilo bene a mente».

«Lo ricorderò».

Caro Diario, io sono TTietro314

di Francesco Ronzoni

Caro Diario,

questa è la prima volta che ti scrivo (in realtà non so se è giusto dire che ti scrivo, perché sto digitando queste parole al computer, su Word, però hai capito cosa intendo). Beh, IRL mi chiamo Pietro, ma tu chiamami pure TTietro314, come mi chiamano tutti i miei amici. A proposito, i miei amici li ho conosciuti tutti su internet giocando. Non li ho mai incontrati di persona, ma alcuni li ho visti e poi ci scriviamo spessissimo. Abbiamo un canale su Discord e ci sentiamo sempre quando vogliamo giocare insieme. È lì che li ho visti, perché un giorno abbiamo deciso di accendere la webcam. Volevamo scoprire chi fossero le voci con cui giochiamo e con cui scambiamo meme tutti i giorni e, in effetti, io ero curioso di vedere gli altri ma un po’ mi imbarazzava farmi vedere. Ma non era questo che volevo scriverti. È della scuola che volevo scriverti. Quest’anno ho iniziato il liceo, lo scientifico, perché mi piace tantissimo la matematica (forse l’avevi già capito dal mio nickname. Se non hai capito, si legge Pietro, come il mio nome, perché ho usato la doppia T per scrivere la lettera greca pi, mentre per il numero, visto che TTietro era già preso, ho ovviamente scelto di aggiungere le prime tre cifre del numero pi greco). Anche se è iniziata la scuola non possiamo andarci a scuola, cioè proprio nell’edificio della scuola, perché c’è una pandemia e siamo in lockdown, quindi la stiamo facendo da casa. Io sono abituato a usare il mio computer per chiamare e scrivere ai miei amici quindi non ho problemi, invece molti miei compagni non lo sanno usare molto bene perciò hanno problemi a seguire le lezioni. E i professori sono anche peggio con le tecnologie. Sinceramente non mi piace molto fare scuola così. Con i miei compagni non ci parlo molto, anche se abbiamo un gruppo Whatsapp per condividere le cose importanti per tutta la classe e poi alcuni li seguo su Instagram e TikTok. Non mi piace perché alcune lezioni sono più difficili da seguire con la didattica a distanza. Tipo di latino non sto capendo quasi nulla. E poi invece c’è matematica che a farla da casa diventa quasi noiosa e non ho molta voglia di seguirla. Mi dà stra fastidio perché i miei compagni non capiscono niente e quindi stiamo facendo le stesse cose da un sacco di tempo, in più la professoressa non riesce a scrivere bene al computer perché di solito scriveva alla lavagna e quindi è lentissima e si legge male. Per questo l’altro giorno, ma tu questo non lo devi dire a nessuno, ho iniziato a saltare alcune lezioni. Anche i miei amici la pensano come me quindi al posto di seguire le lezioni ci siamo messi a giocare insieme. È stato molto più divertente. E poi nessuno se n’è accorto. Alcuni professori si arrabbiano se non accendi la webcam, ma ad altri non interessa quindi anche se non segui loro non se ne accorgono mica. In fin dei conti non mi dispiace troppo essere in lockdown. Di solito mia madre mi costringeva ad uscire anche quando non volevo perché volevo giocare con i miei amici, ma adesso non mi può più costringere. Anzi, sembra preoccupata che ad uscire io possa prendere il covid. Non ho neanche ben capito cosa sia questo covid di cui parlano tutti. Ma non lo voglio neanche sapere, mi ha già stancato. Per oggi ho scritto abbastanza. Adesso smetto, ma tu non ti preoccupare, ti scriverò ancora. In questi giorni c’è un sacco di tempo libero e ogni tanto mi annoio, quindi alle volte verrò a scriverti. Ciao!

=)  TTietro314.

Siglinde

di Francesca Ariano

In un villaggio ai confini del Bosco Selvaggio viveva un falegname, a cui, dopo la morte della moglie, era rimasta un’unica gioia: la figlioletta Siglinde. Siglinde aveva lunghi capelli neri come la notte e bellissimi occhi verdi. Il padre la amava teneramente e tutti gli abitanti del villaggio la trattavano come una figlia, perché era dolce e pura.

Un brutto giorno, mentre il falegname stava tagliando la legna sul limitare del Bosco, una Vipera Rossa spuntò da un cespuglio e gli morse il piede sinistro. Siglinde, disperata, si rivolse al Vecchio del villaggio, il quale le spiegò che il Bosco era sotto l’incantesimo di una perfida strega. L’unico antidoto per il morso di Vipera Rossa era un unguento che la strega possedeva;  tuttavia, ella lo avrebbe ceduto solo a chi avesse superato una prova assai ardua. A nulla servirono le infinite suppliche del falegname e degli abitanti del villaggio: Siglinde decise di partire quella sera stessa alla ricerca della strega, determinata a salvare l’amatissimo padre.

Istruita dal Vecchio del villaggio, la giovane riuscì ad attraversare il Bosco Selvaggio: uccise vipere e api giganti, tagliò rovi e piante carnivore e giunse così all’antro della strega. A causa dell’oscurità dell’antro, Siglinde riuscì a distinguere solo il profilo del suo corpo deforme, quando con voce tenebrosa quella tuonò: «So chi sei e cosa desideri, ma per ottener ciò che vorrai superar tre prove dovrai: la Palude Fangosa attraversare, le Bocche della Morte superare e il drago dell’Alta Rupe sfidare. Se un dente del drago portarmi saprai, il premio sperato ottener potrai.» Quindi la strega diede a Siglinde tre strumenti per superare le prove: uno zufolo, un pezzo di carne e un’accetta.

La giovane si avventurò verso la Palude, un’immensa distesa di fango che ribolliva incessantemente e inghiottiva chiunque tentasse di guadarla. Siglinde pensò al povero falegname ed ebbe un’idea: tagliò due grossi rami dalle querce che limitavano la Palude, usando l’accetta che la strega le aveva dato, e costruì due alti trampoli. Quindi si caricò in spalla altri rami più corti e si accinse ad attraversare la Palude: fece il passo più lungo che poté con il piede destro e, mentre il trampolo iniziava ad affondare, allungò la gamba sinistra e liberò l’altro piede. E così, saltando di trampolo in trampolo, riuscì a giungere alla fine della Palude e a mettere i piedi a terra nel momento esatto in cui l’ultimo ramo sparì nella melma.

Superata la prima prova, Siglinde s’incamminò verso l’Alta Rupe: una volta il Vecchio del villaggio le aveva raccontato che oltre la Rupe si apriva un altissimo crepaccio, dove era accumulato un vasto tesoro custodito da un drago. Prima di salire sulla Rupe, però, occorreva superare le Bocche della Morte: un orrendo mostro a tre teste, con nove occhi, corpo di cane, zampe di leone, artigli d’aquila e coda di scorpione. Siglinde capì subito di essere vicina al mostro quando le arrivò un tale fetore che quasi svenne. Fattasi coraggio al pensiero dell’unguento che avrebbe salvato il padre, la giovane raggiunse la bestia, prese lo zufolo che la strega le aveva dato e suonò una dolce melodia. Il mostro cadde a terra, addormentato.

Non rimaneva che l’ultima prova da affrontare. Quando Siglinde raggiunse la cima dell’Alta Rupe, quella che si aprì davanti ai suoi occhi fu una vista spaventosa: un enorme drago rosso giaceva per terra, addormentato. Siglinde si ricordò dell’ultimo strumento rimastole, il pezzo di carne, e, usando la lama dell’accetta, lo tagliò nel centro. Poi lo riempì con le pietre più grosse e dure che trovò e, postolo vicino all’immensa bocca del drago, si nascose. L’odore del sangue risvegliò il mostro, che subito addentò il pezzo di carne, ma le pietre della rupe in esso nascoste gli fecero cadere un dente: il drago allora ruggì spaventosamente e s’alzò in volo verso il dirupo, temendo che qualcuno avesse tentato di distrarlo per rubare il tesoro. Siglinde afferrò rapidamente il dente, coperto dalla carne sanguinante del drago, e corse giù dall’Alta Rupe.

Trovò il mostro a tre teste ancora addormentato, attraversò la Palude Fangosa servendosi nuovamente dei trampoli e finalmente giunse all’antro della strega. «Dammi, piccina, il dente del drago», le chiese una voce gentile. Siglinde, con stupore, obbedì: il corpo della strega s’illuminò, tanto che la ragazza fu costretta a chiudere gli occhi, e quando li riaprì trovò davanti a sé una bellissima donna.

«Siglinde, tanto tempo fa fui condannata a vivere in un corpo di strega fino al giorno in cui una persona di grande ingegno fosse riuscita a portarmi un dente del drago dell’Alta Rupe. Ora vai, coraggio, ché il padre tuo, ormai guarito, ti aspetta con ansia al villaggio.»

Tornata al villaggio, Siglinde abbracciò il padre e con lui pianse di gioia, mentre la donna poté tornare alla sua antica dimora.

E vissero tutti felici e contenti.                        

Un linguaggio che conoscono in pochi

di Francesco Ronzoni

Il viaggio si prospettava ancora molto lungo e la strada sempre più impervia davanti ai due. Divenuti fortunosi compagni qualche giorno prima, avevano ormai percorso insieme decine e decine di chilometri, senza dirsi molto. Non parlavano granché. In realtà, si capivano poco. Uno era un signore di mezza età, di un fisico piuttosto magro e duro, visibilmente avvezzo a lunghe e pericolose spedizioni nella natura più inaccessibile ed incontaminata; nonostante fosse un forestiero in quei luoghi, mentre procedeva a passo sicuro su per la montagna pareva quasi che fosse consapevole di ogni sentiero che gli si snodava di fronte e di ogni anfratto nelle pareti della roccia che arrampicava. A volte, lo si sentiva borbottare qualcosa sottovoce e si poteva essere certi che la montagna fosse sempre pronta a rispondere ai suoi richiami. L’altro era affascinato da questo signore. Lui era un giovane del posto. Era nato su quelle montagne, ma non era mai riuscito a farci l’abitudine. In effetti, quando qualche giorno prima quell’incredibile signore era passato dal suo villaggio, i saggi anziani avevano proposto proprio lui come accompagnatore e guida; ma non perché potesse davvero essere utile in qualche modo a quel signore, anzi: al contrario, gli anziani avevano visto in quest’incontro un’opportunità per allenare il ragazzo, che era sempre stato così poco pratico della montagna. Non avevano avuto molti dubbi sul fatto che un qualsiasi signore in grado di raggiungere da solo il loro villaggio non avesse bisogno di alcun accompagnatore che gli mostrasse la via. Uno con quella sua cruda e seria espressione sul volto, poi, non lasciava spazio alcuno ad incertezze. Proprio per questo si erano convinti che, forse, a seguire quell’uomo il loro ragazzo avrebbe potuto apprendere meglio la montagna.

In fin dei conti, non serviva a nulla parlare. Un po’ perché il signore sapeva a malapena due frasi della lingua del ragazzo, che ovviamente non sapeva altre lingue, e un po’ perché la vera lingua che il signore parlava, e che il ragazzo ora stava cercando di apprendere con sbalordito interesse, era quella della natura. Sempre velata di una certa dose di mistero, sempre un pelo indecifrabile, nemmeno il signore poteva dire di essere capace di capirla del tutto. Sicuramente, però, la comprendeva a sufficienza per potersi districare in ogni luogo che gli si presentasse davanti senza uscirne troppo trasandato. La sua meta, però, era sconosciuta e il giorno della sua partenza, ormai, si perdeva via nel tempo; ma lui continuava dritto, mentre la natura iniziava a rispondere anche ai suoi richiami più impercettibili.

Nel cammino, ogni tanto si voltava dietro a vedere se il ragazzo ancora lo seguiva. Il ragazzo era sempre lì, e non cedeva di un passo. Il signore allora guardava di nuovo avanti a sé e ricordava. Fin dall’inizio delle sue prime disavventure aveva deciso di viaggiare solo; ma adesso si rendeva conto di quanto fosse apprezzabile la compagnia di quel giovane. Stava imparando in fretta, molto più in fretta di quanto non avesse creduto. Lo ricordava bene, il giorno in cui gli anziani di quel villaggio avevano cercato di costringergli il ragazzo alle spalle. Aveva ceduto solo dopo aver fissato a lungo nei suoi occhi. Non sapeva dire cosa, ma l’aveva visto. Forse, si era trattato di un richiamo della natura a cui lui doveva rispondere. Perciò, era ripartito e si era tirato dietro il ragazzo; e quando dopo una settimana quello gli aveva detto di volerlo seguire nel suo viaggio fino alla sua meta, per quanto lontana potesse ancora essere, lui aveva accettato senza timore. Così, erano tornati indietro al villaggio dove il ragazzo aveva salutato la famiglia e gli anziani e, poi, erano ripartiti: parlando poco, ma comunicando costantemente attraverso quell’arcano linguaggio che pochi oltre a loro ormai conoscono così bene.

Fuoco

di Francesco Marinoni

Mattina. Eccomi sveglio, mi aspetta un’altra giornata di lavoro. Non è facile la mia vita, faccio quello che posso per guadagnare quanto basta a mantenere me e la mia famiglia. Carico il carretto con la merce che ho comprato ieri e che spero proprio di vendere tutta oggi lungo le strade della mia città, Sidi Bouzid. Con me ho frutta e verdura, nient’altro, e di mestiere faccio il venditore ambulante, o almeno ci provo. Le persone come me non sono ben viste da tutti, soprattutto dalla polizia, che qui in Tunisia cerca sempre una scusa buona per multarti o renderti la vita impossibile: sapeste quante volte sono stato fermato senza motivo, perquisito, insultato, picchiato… Potrei quasi dire di averci fatto l’abitudine, ma io sono un testardo e non mi limito a farmi andare bene le cose, mi incazzo e in qualche modo cerco sempre di ribattere a questi soprusi. Sento che molti altri in fondo la pensano come me, vedo anche nei loro occhi un po’ del fuoco che mi sento dentro in questi momenti, ma la verità è che tutte le volte poi finisco per fare quello che mi dicono, per paura che capiti il peggio. Per quanto possa essere arrabbiato, quando ci va di mezzo la pelle non si scherza, mi ripeto sempre.

Forza però adesso, ero perso nei miei pensieri, sono ancora fermo sull’uscio della porta e sono in ritardo. Prendo la destra stamattina, verso il centro, così magari farò più in fretta e troverò più clienti. Certo, quando fai l’ambulante non puoi mai sapere se sarà una giornata di lavoro intenso o di magra, ma penso di essere abbastanza bravo a fare questo mestiere e spero sempre di tornare a casa con il carretto vuoto e le tasche piene. Svolto l’angolo, la strada si sta già iniziando a riempire ed è un via vai di rumori, colori, odori: aria di casa. Qui a Sidi Bouzid ci sono nato e da allora non me ne sono mai andato e, anche se sono ancora giovane, sento che la città ha imparato a riconoscere il mio passo, ad ascoltare la mia voce, ed io ogni giorno che passa la sento più mia.

La giornata finora sta andando anche meglio del previsto: non sono passate neanche due ore e già sono riuscito a vendere qualcosa. Ancora poco, ma fa ben sperare. Ma eccoli li, come sempre, i guai in arrivo in divisa. Anche oggi è venuta la polizia a rovinarmi la giornata: vogliono sapere se la mia licenza è in regola e io, come sempre, rispondo che sto solo facendo il mio lavoro, ma non mi stanno a sentire. In un attimo la situazione è tesa e il mio carretto viene rovesciato, con tutta la mia merce dentro: so che l’unica cosa che interessa loro è che gli allunghi dei soldi per levare il disturbo, ma oggi ho le tasche vuote perché li ho spesi tutti per prendere a debito la frutta e la verdura da vendere in giornata. E allora non ci sto più, oggi sarà diverso dagli altri giorni, oggi non starò zitto.

Da questi sbirri non otterrò niente di utile, ne sono certo, ed è la rabbia del non poter far nulla che mi accende, mi fa scattare. Corro per le strade della mia città, che mi spinge sulle ali di una sensazione nuova, che mai ho provato in vita mia: ora finalmente sento che domani questo non è il mondo in cui voglio risvegliarmi, che per quanto sia solo uno fra tanti oggi il mondo intero scoprirà chi sono. L’ufficio del governatore non è lontano e ho appena deciso che ho un appuntamento con lui: gli spiegherò cosa significa questo schifo e che non ho intenzione di stare zitto un giorno di più. La porta è chiusa: busso, urlo, voglio che tutti sentano la rabbia che mi brucia dentro. Niente, la porta è un muro e io vorrei essere un ariete per sfondarla, ma non ci riesco.

Oggi però il mio appuntamento con il governatore non verrà rimandato, non più. E se non vorrà ascoltarmi, qualcun altro lo farà al posto suo. Il tempo e lo spazio ora sono fermi, col fiato sospeso, in un istante congelato e insieme fuso con il mio corpo, pronto a farsi Storia. Non era per questo che ero uscito di casa stamattina, ma ci sono cose da cui non si ritorna indietro, decisioni che si prendono una volta sola e il tempo per pensare, ormai, è alle spalle. E l’istante congelato, in un attimo, si scioglie in fiamma.

Liberamente ispirato alla storia di Mohamed Bouazizi, che dandosi fuoco il 18 dicembre 2010 diede inizio, in Tunisia, alle Primavere Arabe.

Tormento d’un mal assonnato

di Francesco Ronzoni

Stava sognando, lo percepiva. Si sentiva in un mondo a metà, dove non era più in grado di controllare i suoi pensieri, sebbene fosse convinto di essere ancora sveglio. Una sensazione di immobilità perpetua e insormontabile lo pervadeva, mentre al di fuori di questa sua realtà il tempo passava, per lui inesorabile, scandito da un orologio a muro inchiodato alla parete al suo fianco. Stava lottando, lottando rintocco dopo rintocco, lottando con foga sempre maggiore contro l’impotenza che lo incatenava. Tentava di risollevarsi da questo inspiegabile incantesimo dimenandosi e dibattendosi, ma, da sdraiato sul letto, ogni movimento rischiava di portarlo a cadere giù e ne consumava ineluttabilmente tutte le energie. Disperatamente perseverava nel suo tentativo di riprendere padronanza dei suoi sensi per riuscire a mantenere viva la coscienza che, si rendeva ormai conto, stava svanendo del tutto nel sogno. A poco a poco, un’ignota nausea iniziò a vorticare nella sua testa, mentre la sua stanza andava man mano sfocandosi in paesaggi svariati, che mutavano rapidamente a seconda delle emozioni che lo attraversavano attimo per attimo. Sporgersi di un capello al di fuori dal materasso gli provocava uno sbilanciamento incomprensibile, che il suo cervello registrava come se il suo corpo avesse concentrato tutta la sua massa in quel solo capello di corpo, e d’improvviso si vedeva precipitare nel vuoto. Con uno sforzo disumano riconquistava il controllo del suo peso e si lanciava sull’altro lato, a cui seguiva nel sogno uno scontro violento con il suolo. Una battuta d’arresto che opprimeva i polmoni e seccava la gola. Un altro repentino scorrere di paesaggi gli fulminava la vista a formare quello più consono all’aridità della sua bocca; quello che meglio giustificasse l’asfissia che lo induceva ad un respiro affannoso in cui era come consapevole di ogni molecola d’ossigeno che entrava; e di quante, traditrici, ne uscivano. Un deserto che per certi tratti ricordava una savana, una desolazione afosa che ardeva nel suo torace, che micidiale lo bruciava da dentro, che inestinguibile procedeva lungo le vie respiratorie su fino al naso, senza via di fuga. Le forze gli venivano e meno e così sveniva del tutto; e per un tempo indefinito si perdeva nell’oscurità che i suoi occhi ottenebrati gli mostravano, fino a rinvenire in un colpo solo. Era ancora sveglio, lo percepiva. Lo percepiva esattamente come il gelo che ora lo attanagliava. Il suo corpo non smetteva di avvampare e lasciava traspirare tutto il suo calore interno; l’ambiente esterno non ne restituiva a sufficienza. Continue scosse di freddo adesso lo trapassavano, aumentandone sussultoriamente la sensibilità e il grado di coscienza. Se prima si era trovato a combattere contro un torpore che lo fondeva e ne discioglieva ogni capacità e volontà di mantenersi desto, ora al contrario non sapeva più come abbandonarsi al sonno, come liberarsi invero dagli spasmi e delle contrazioni muscolari che lo tendevano e l’irrigidivano in quel gelo. Qualcuno lo martellava con una clava di ghiaccio, ci desiderava scommettere tutto se stesso su quella convinzione. Tuttavia, non sapeva distinguerlo quel qualcuno, perché la vista era annebbiata, appannata, opaca, e invece pareva che al suo fianco qualcun altro avesse preso a punzecchiarlo con lunghe viti e pungoli di ferro gelido e penetrante. La coscienza andava; e veniva; andava; e veniva; andava; e veniva. Tutto vorticava, tutto turbinava. Vedeva dei fogli sulla sua scrivania e subito dopo vedeva un avvoltoio girovagare sulla sua testa; vedeva un lampione fuori dalla finestra ed era come se si stesse dirigendo alla volta del Sole; vedeva l’orologio ticchettare e poi… l’orologio girava… e girava lento… e girava con un moto acquietante… che distendeva i pensieri e le membra… finché il sonno non giunse placido, e finalmente lo vinse nella quiete della notte.

Collage

di Paola Gea

La domenica di Pentecoste il Papa è apparso in San Pietro con un paio di baffi scuri e al microfono ha rivelato: «Dio è morto»

una donna presente alla cerimonia è svenuta e lo Spirito Santo è sceso in piazza con il Ponentino per rianimarla

migliaia di fedeli hanno dichiarato di essere stati sfiorati dalla brezza angelica

una reporter ha denunciato di essere stata sfiorata dalla mano di un gendarme vaticano

lo stesso giorno la giornalista è stata accusata di vilipendio sui social

l’ex presidente della Camera dei deputati ha twittato in merito alla vicenda che «certe donne sono solo capaci di lamentarsi invece di lavorare”»

NonUnaDiMeno ha commentato il tweet proclamando per il 15 agosto uno sciopero nazionale di tutte le lavoratrici

negli stessi giorni il Ministro degli Interni in visita al campo rom di via Salviati ha annunciato davanti alle telecamere «boia chi sfolla»

nel silenzio di giornalisti e spettatori dei telegiornali sono esplosi i festeggiamenti del campo accompagnati con musiche dallo spirito ruspante

il Ministro ha spiegato l’accaduto con un’indigestione dovuta alla merenda con pecorino inviato al Viminale da due anonimi pastori sardi il giorno prima

sono immediatamente partite le indagini per tentativo di avvelenamento

il Ministro ha parlato di «ferita al cuore» e la sera stessa ha dichiarato su La7 di avere accettato per addolcire il colpo ricevuto di diventare testimonial per la futura campagna pubblicitaria della Ferrero

su Rai3 lo scrittore e giornalista esperto di mafia ha dichiarato che «sinceramente preferisco salvare i rifugiati e i miei fratelli clandestini piuttosto che aiutare qualche terremotato italiano piagnucolone e viziato»

roghi e processioni che invocano la morte del giornalista soprannominato “L’anticristo” stanno infuocando il centro Italia in queste ore

alcuni parlamentari del Partito democratico a bordo della Ong indagata per favoreggiamento dell’immigrazione hanno invece invitato il giornalista a salpare con loro e festeggiare il neo-segretario con un banchetto in gommone

«ha nominato un rom per la gestione di 800 milioni di euro», finalmente «un segnale forte di apertura dalla sinistra»

nel frattempo, più a Nord alcuni nostalgici dell’Indipendentismo padano mentre il governo perde tempo con l’autonomia differenziata hanno deciso di fare terra bruciata nei territori immediatamente a sud del Po perché «la pacchia è finita per i terroni»

il Ministro del Lavoro ha alzato la tensione condannando il progetto secessionista e rivendicando le sue origini

nella stessa conferenza stampa si è espresso a favore della Flop tax, ha confuso le due “montagne di merda” No Tav e No Tap e ha parlato di un confine francese-adriatico

un insigne studioso dell’Accademia della Crusca lo ha difeso davanti a giornalisti confusi facendo appello a «licenza poetica e stream of consciousness»

ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è forse puramente casuale

Giovane fino all’ultimo

di Francesco Ronzoni

Quando per la prima volta venni sconfitto, mi resi subito conto di essere vecchio. Fu un colpo forte per me, che mi lasciò un sapore amaro in bocca. Il tempo del mio regno era crollato, ormai ero passato in secondo piano, inutile agli altri e a me stesso. Dopo sedici anni di vita, dovetti ammettere che l’esperienza non può vincere la forza dei giovani. Uno spiraglio di quest’idea mi aveva già fulminato nove anni or sono, quando la mia gloria venne per la prima volta cantata in tutta la savana. Avvenne che, mentre sferravo il mio ultimo colpo sulla pellaccia di mio padre, graffiandolo mortalmente, intesi che la mia gioventù era la più forte arma di cui disponessi. Da quel momento in poi, ogni leone seppe riconoscere ed evitare il mio ruggito. Nella savana non c’era anima che non mi conoscesse. Le antilopi e le zebre salutarono molti cari a causa mia; gli elefanti e le giraffe rispettarono il mio territorio con venerazione e sottomissione; i giaguari ed i ghepardi, con il tempo, accettarono di fare banchetto con gli avanzi; mentre per le iene e per gli avvoltoi io fui una grande divinità: capace di procurare ingenti risorse di cibo, lasciavo dietro le mie spalle una montagna di carcasse, che ai loro occhi è il più lauto dei pasti. Ma la vita non mi concedette più di nove anni. Fu uno dei miei stessi figli che mi sfidò: giovane e scriteriato, si contrappose al mio passaggio e poi, ruggendo, mi invitò ad intraprendere uno scontro con lui. I miei istinti tremarono, consci della superiorità del nemico. Non avevo speranze di vincere il combattimento puntando sul fisico, così fui costretto a considerare bene le mie energie e pazientare, in attesa che il mio avversario mi attaccasse. Quando caricò, il suo scatto lo portò in alto sopra di me, a sufficienza da poter raggiungere la mia pelle con i suoi artigli acuminati ed infliggermi ferite superficiali. La mia agilità venne messa a dura prova e altrettanto fu per i miei muscoli. Cercai, allora, di sfruttare il momento di confusione, mentre entrambi rotolavamo ferocemente aggrappati l’uno all’altro, per mordergli il muso, mirando soprattutto ad accecarlo e a ferirlo alla mandibola. Chiusi le mie mascelle su di lui, ma non fui abbastanza veloce nel ritirarmi e i suoi canini affilati seppero raggiungermi ed infierire sul mio collo, aprendo una vecchia ferita. Ci dividemmo dalla nostra presa e, a quel punto, la situazione fu chiara a tutti, in particolare ai giovani leoni che ci osservavano, curiosi. Per me la storia tramontava, segnando l’alba di un nuovo regno; sebbene io fossi stato il più forte: tra tutti, l’unico imbattuto, la vecchiaia giunse anche da me. Fortunatamente questa vecchiaia che mi pesa tanto non durerà molto, giusto il tempo di dissanguarmi, così potrò finalmente ingrassare nuovi avvoltoi, continuando il ciclo della natura; e non potrei chiedere di meglio alla mia morte, se non di essere il principio da cui possa scaturire altra vita. Eppure io, adesso, sono ancora solo un vecchio e come tale mi abbandono nel ricordo e nella memoria, sperando di poter mettere una volta per tutte pace alla mia esistenza.

Lei, lui

di Paola Gea

Si ricorda molta luce, lunghi rettangoli di luce sul pavimento simili a strascichi di abiti da sposa. Aveva infilato il mozzicone della sigaretta nella bottiglia di whiskey di suo marito, aperto fin dal primo mattino. Era entrata nella luce della finestra più grande, quasi danzando, con frammenti del suo matrimonio nella testa ad ogni passo. Lucida – a dispetto dell’alcool inghiottito durante il giorno, per dare sangue alla metamorfosi, non si era mai sentita così determinata. Mancava solo il corpo, che non era cambiato molto dal giorno in cui se l’era trascinato sull’altare quasi fosse un manichino, ricoperto tutto di bianco perché non si vedessero i lividi. La stoffa era tanto spessa che la faceva sembrare farcita come la torta nuziale. A quel pensiero aveva riso da sola, alla finestra.

Si ricorda che intanto lungo il vialetto sfilava la vicina di casa. Una cascata di capelli posticci, un cappotto blu elettrico che non riusciva a rimpicciolire spalle e braccia, un metro e novanta per via degli stivali alti. Si faceva chiamare Wanda, e quando si presentava pronunciava il suo nome con accento francese, stringendo le labbra a forma di culo. I ragazzi la prendevano in giro. Ma il nome non era nulla, alla gente infastidiva di più tutto il resto: i vestiti sgargianti, il trucco, il seno finto e i muscoli, il profumo acre. Ogni tanto, Wanda usciva a fumare sul pianerottolo mentre lei stendeva o ritirava i panni. Le raccontava sciocchezze, tanti pettegolezzi, sempre con quella voce nasale e buffa tranne quando rideva. Quando rideva, il suo timbro sprofondava in suoni rauchi e scuri. Una volta Wanda le aveva detto se tu fossi un uomo mi innamorerei di te, e lei aveva sorriso, e prima di rientrare Wanda aveva aggiunto mi piaci perché mi chiedi se sto bene ma non vuoi sapere nulla di questa mia vita del cazzo.

Si ricorda che anche quel giorno aveva guardato Wanda entrare in casa, ma che poi era trasalita pensando che se Wanda era tornata dovevano essere quasi le sette. Del velo da sposa per terra non restava che qualche brandello di luce, mentre il sole tramontava segnando il ritorno del marito. Allora era corsa all’armadio e si era sollevata in punta di piedi per prendere la camicia. La stoffa era spessa e ruvida e aveva il suo odore. Se l’era messa, arrotolando le maniche enormi. Poi aveva preso un paio di pantaloni e una cintura, se li era infilati e ci aveva infilato dentro la camicia. Si era infagottata in quell’armatura calda e pungente. La mattina si era tagliata i capelli, li aveva lasciati lunghi solo due dita, come lui. Li aveva sporcati con del dopobarba perché odorassero.

Si ricorda che all’ultimo aveva preso del grasso per scarpe e se l’era spalmato sul viso con i gesti di chi si rade. Si era guardata allo specchio: nella penombra, gli assomigliava. Era tornata in salotto e aveva acceso un’altra sigaretta; qualche minuto dopo il marito era sulla soglia ubriaco.

Si ricorda che le aveva gridato hai fumato le mie sigarette, stronza, c’è odore di fumo – l’odore di alcool non avrebbe potuto notarlo tanto ne era immerso. Poi si era avvicinato, con i muscoli del braccio già tesi a sbatterla contro qualcosa, ma ecco che un altro odore familiare, troppo familiare l’aveva raggiunto prima che riuscisse a colpirla. Era l’odore del suo dopobarba, misto a sudore e tabacco. All’improvviso l’aveva guardata. L’aveva guardato. Erano uno di fronte all’altra, entrambi con una camicia a quadrettoni e confusi. Lei ad ogni respiro sentiva il proprio petto irrobustirsi – le pareva di essere alla stessa altezza del marito e di poterlo guardare dritto negli occhi. Lui aveva ancora la mano alzata, di colpo irrigidita. Chi sei, sei venuto per punirmi, aveva biascicato dopo un lungo silenzio. Dovresti vergognarti, aveva esordito lei e lui aveva sussultato – era il suo ritornello. Lei avrebbe potuto continuare il copione a memoria: dovresti vergognarti, non sei buona a nulla, nemmeno a darmi un figlio, sei una parassita e neanche sei riuscita a tenerti stretta i soldi di tua madre, io mi rompo la schiena in fabbrica ogni giorno e tu mi aspetti qui a casa con quel cazzo di sguardo, come se fosse colpa mia. Dopo quelle parole, di solito, lei si proteggeva la faccia con le mani e piangeva dando fuoco alla rabbia del marito con le lacrime. Ma quel giorno lui si era accucciato maldestramente sul pavimento e non osava guardarla. Da lì sentiva l’odore dei suoi scarponi di cuoio e immaginava la suola dura calciarlo più volte. Invece, lei si era piegata su di lui e, vinto l’impulso di strappargli braccia e gambe e rovinare la sua faccia fino a non riconoscerlo più, aveva iniziato a strappargli solo i vestiti. Questo momento, di solito, arrivava dopo i calci. Il marito la stendeva per terra e bloccandola con il suo peso la spogliava rudemente. Quel giorno lui si era sdraiato da solo, piangendo e lei seduta sopra di lui a cavalcioni gli ripeteva come una ninna nanna sanguisuga, puttana, testa di cazzo, stronza. Quando poi aveva visto la sua pelle nuda, bianca e integra, le era salito il sangue alla testa. Forse era la sbronza, o forse non era più lei a gridare e a graffiare, a tirare pugni come aveva sempre visto e sentito fare su di sé. Il marito si proteggeva il petto con le braccia, la bocca con le mani. Quella bocca che le aveva lasciato tumefatta tante volte, ora lei l’aveva sotto di sé. E proprio quando avrebbe potuto rompere il muso alla bestia aveva incrociato il suo sguardo e si era bloccata. Era il suo sguardo, che ora il marito le aveva rubato. Umido e spento quasi come gli occhi di un micio ancora cieco.

Allora si era alzata e aveva trascinato il marito con rabbia fredda verso gli avanzi della torta nuziale, non sazia ma con l’impressione di aver fatto indigestione per sempre, l’aveva tirato fino alla porta di casa e l’aveva sollevato con forza.

Non si ricorda se, una volta sul pianerottolo, era stata lei a spingerlo o se lui si era lasciato rotolare giù in strada. Wanda era uscita e lo guardava. Appoggiata alla porta di casa l’aveva osservata rientrare, prendere le bottiglie vuote e scaraventarle per terra, vicino al corpo del marito. Ma i gesti erano talmente aggraziati che sembrava stesse lanciando del riso.

Sperimentazione animale

di Bino Lo Sgughi

Ospedale maggiore Milano, centro per la sperimentazione per la propaganda.

*Data: 2/03/2049

*Orario iniz. registrazione: 16:37

*Dott./Dott.essa: Sandra Kontrappali.

*Paziente: Matteo S. #657657

*Registrazione: 

D: «Matteo cos’hai per me oggi?»

M: «C’era una volta un re

Seduto sul cavallo

Diceva alla sua serva:

Raccontami una storia.

La storia incominciò..»

*il soggetto sfrega le mani con gioia*

«Bino Lo Sghigu era solito uscire di casa a far la spesa il giovedì mattina. Non faceva molto, andava al supermercato sotto casa, la lista della spesa settimanale era la stessa da dieci anni. Un’ora e mezza di deliro e paranoia ma poi passava ed era di nuovo a casa. Stiamo calmi. Frase standard, si calma. Gli ordini perentori hanno un’efficacia causale superiore alle richieste. Dopo l’incidente era tutto uno stare calmi. Un calcolare scenari. Un controllare e controllarsi. Ordine significa controllo, controllo significa ordine. Non lo aveva mai capito prima. Il contrario significa morte. Possa il signore perdonarvi tutti, perché io certo non lo posso fare. Questo era per lui Dio. Massimo ordine e massimo controllo. Credeva per ammirazione. Ammirava con emulazione. Giudice ultimo e supremo sedeva alla destra del padre. Scorgeva ogni minima variazione nelle espressioni facciali e agiva di conseguenza per compiacere. Il guru si palesa quando l’allievo è pronto. Se Dio poteva essere considerato il suo guru e lui era suo allievo come i suoi allievi ascoltavano lui, Bino, come il loro. Una setta sempre più influente. Ci stavamo espandendo.»

D: «Matteo questo me lo hai già raccontato ieri, così non va bene. Non vorrai che ritorniamo agli esercizi?»

M: «No dottoressa gli esercizi no, per favore, ho già tanto sofferto, una moneta per un panino la prego scusi farò il bravo ma gli esercizi no.»

D: «Per domani allora il doppio delle parole. Sai cosa succede quando per due giorni non mi dai niente. Il primario ha inventato dei nuovi esercizi, ti avviso.»

M: “Woff woff” 

*il paziente abbaia e mugola*

Note dell’operatore (campo non obbligatorio): il paziente reagisce bene agli stimoli e alle minacce. La produzione di slogan continua e di buona qualità se sostenuta dai necessari incentivi. #656657, particolarmente prolifico. In definitiva NON ancora adatto alla soppressione.

(* campo obbligatorio)