La ricerca della quiete perduta

di Francesco Marinoni

A volte mi capita di pensare: chi ha dato la definizione di silenzio? Il vocabolario recita: «Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione.» Voglio dire, chi può dire di aver provato davvero almeno una volta a trovarsi in silenzio assoluto? È ragionevole pensare che questa condizione si possa raggiungere? Persino sulla vetta della montagna più alta, sul fondo di un oceano o nel mezzo del deserto resterebbe sempre qualcosa a colmare l’assenza di rumore.

Il silenzio è sempre relativo: viene definito come contrasto rispetto al rumore, che è la condizione a cui tutti siamo quotidianamente abituati. L’aperta campagna o il bosco, che a rigore silenziosi non sono, è forse la prima immagine che viene in mente quando si deve pensare a un luogo cheto, perché in confronto al trambusto della strada, della città, della scuola o del posto di lavoro appaiono come una sorta di paradiso, il simbolo dell’agognato relax. La società del rumore ci ha abituati ad avere un sottofondo, tanto che se davvero ci trovassimo in assoluto silenzio probabilmente non saremmo a nostro agio.

In effetti, sono stati condotti degli esperimenti in stanze quasi completamente insonorizzate (tanto da poter sentire il rumore del proprio sangue che scorre) e fino ad ora il tempo massimo di permanenza è di 45 minuti. Anni di frenesia ci hanno resi incapaci di farne a meno, la nostra mente ha la continua necessità di un minimo stimolo per riempire il vuoto delle nostre orecchie. Quante volte vi è capitato di accendere lo stereo o la televisione a casa da soli senza un particolare motivo se non avere un rumore di fondo, un qualcosa che copra il solo flusso muto dei nostri pensieri?

Allo stesso modo ci viene naturale riempire i silenzi che si creano con le parole, per evitare l’imbarazzo di trovarsi con una persona e non avere nulla da dire. Mia Wallace in Pulp fiction parla proprio di questo: «Non odi tutto questo? […] I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di stronzate, per sentirci a nostro agio? È solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.» Chiunque abbia provato a mettere in pratica questa idea si sarà sicuramente accorto di quanto sia difficile e di quanto sia raro vivere questi momenti con serenità e senza quel sottofondo di “stronzate”, come le chiama Mia, di cui abbiamo così tanto bisogno.

Da qui nasce anche la spasmodica tendenza, sempre più diffusa grazie ai mezzi di comunicazione e informazione, di volere e dovere esprimere la propria opinione su tutto e tutti, anche quando, a pensarci bene, non si ha niente da dire. I dibattiti online, in tv e in qualsiasi altro contesto sono ormai una serie ininterrotta di parole che spesso e volentieri si sovrappongono l’una sull’altra, senza un criterio logico e senza entrare nemmeno nel merito delle questioni. Basta dare uno sguardo alle centinaia di commenti lasciati sotto articoli senza averli letti, giusto per poter dire la propria idea ad ogni costo. E anche dal muto schermo di un pc sembra sempre di sentire, di percepire il berciare di questa marea di persone che danno tastiera alla bocca, per così dire. Uno sguardo alla politica e ai suoi personaggi poi non fa che confermare ulteriormente questa tesi.

E come si fa allora ad orientarsi, a pesare le parole in un mondo che le vomita in continuazione senza nemmeno più pensarle? Come si può non restare sommersi in un mare di opinioni valutate solo in base alla forza con cui sono urlate? Imparando che, a volte, si può semplicemente restare in silenzio. Anche se ci spaventa, ci mette a disagio e ci “suona” strano. Dobbiamo ricordarci che rompere il silenzio implica una responsabilità, è una scelta che va accompagnata con un qualcosa che ne prenda il posto e che non lo faccia rimpiangere. E allora quando sceglieremo di farlo il peso delle nostre parole sarà diverso, perché non saranno solo un modo per soddisfare il nostro bisogno di rumore. 

Due cose su di me

di Arlecchino

Non saprei individuare il momento in cui ho iniziato. Probabilmente lo faccio da sempre. È una sorta di disturbo ossessivo-compulsivo. Di ogni parola e di ogni azione mi chiedo: “Ma questo sono io? Lo penso davvero? Perché lo dico? Perché lo faccio? Devo impressionare? Cosa devo dimostrare? Non è che sono solo una maschera?”

Ricordo una volta, durante le scuole medie: ci avevano portati nello studio di un collezionista di immagini di satira politica. Migliaia di caricature, grottesche e no, da tutte le parti. Me ne ricordo però solo una: Giolitti o Cavour, non ricordo, si toglieva una maschera, e dietro si intravedeva lo stesso volto, con un sorriso sardonico stampato addosso. Dietro la nuova maschera non c’era però un volto, ma solo altre maschere, come quelle ormai già mostrate, buttate sul pavimento. Ecco, ricordo di aver pensato, più o meno confusamente, che il vignettista dovesse ben aver le palle se con la scusa di una vignetta svelava il segreto di tutti. Perché a volte, guardando delle foto, ricordo cosa pensavo nel momento dello scatto e no, non lo si vede da nessuna parte. 

Il problema non è solo il volto però. Il problema è tutto, ogni azione. Abbiamo del tutto interiorizzato il fatto che la reazione della nostra identità dipende da altri e più inconsciamente ci muoviamo per essere riconosciuti come vogliamo noi. Come forse vogliamo noi, perché non siamo mai del tutto sicuri; forse non lo vogliamo ma lo vogliono gli altri, anche se sono nella stessa situazione.

A volte guardiamo i nostri amici e non possiamo fare a meno di pensare che facciano qualcosa solo per impressionare, solo per insicurezza, e la cosa fa incazzare, provare pietà, incazzare lo stesso e poi ci fa rendere conto che noi siamo la stessa cosa per gli altri. Ecco allora il mio problema: cosa devo fare perché quello che faccio non sia fatto solo per arrivare in qualche modo agli altri?

Ovviamente mi chiedo anche se voglio tutto questo perché non so giocare al gioco delle maschere; li vedo quelli che sono a loro agio, che indossano la maschera giusta in ogni momento e che forse non indossano nemmeno nessuna maschera.

L’ossessione della maschera insomma mi accompagna da un bel po’; l’unica cosa che ormai ho capito è che va bene così, e se dietro ci sono solo maschere va bene lo stesso. Se davvero sono solo una maschera, almeno che sia una di quelle che sorride.

Non sono antifascista ma…

di Giulio Bonandrini

Tempi di crisi. Tempi di pochezza. In questo odierno offuscamento generale della ragione il tema del fascismo e dell’antifascismo può essere preso ad esempio. 

Cosa mette meglio in evidenza la crisi della ragione che l’addurre l’onere della prova agli antifascisti? 

Come è stato possibile questo travaso di colpe dal fascismo all’antifascismo? 

L’assurdità della situazione è che impone la giustificazione agli antifascisti e non ai fascisti. Dichiararsi fascisti è normale, normalizzato. Essere fascisti è un normale credo politico. Una normale opinione. 

Tu sei antifascista? Ma come? Ancora con sta storia dei fascisti? Non sarai mica comunista? Non sarai mica associato con i centri sociali? Con gli antagonisti? E così via. 

Come se chi si dichiarasse antifascista dovesse lasciar intravedere un “ma” a fine frase. 

E allora giochiamoci su questo “ma”, anche solo per fare da contrappeso a questa retorica. Con nessuna pretesa di compiutezza.

Io non sono antifascista ma non credo ci sia mai stato in Italia un serio tentativo di analisi del  passato fascista. 

Io non sono antifascista ma ho studiato la guerra in Libia e in Etiopia e il mito del bravo soldato italiano è appunto soltanto un mito.

Io non sono antifascista ma alla storia dei calpesti e derisi non ci credo. 

Io non sono antifascista ma Mussolini non ha fatto anche cose buone.

Io non sono antifascista ma non dimentico che il fascismo si è basato sull’alleanza tra grandi capitalisti del nord e latifondisti del sud uniti dalla paura dei rossi.

Io non sono antifascista ma non lascio che la mia attenzione venga deviata da ciò che mi dice la televisione.

Io non sono antifascista ma non lascio andare a viole il mio spirito critico.

Io non sono antifascista ma non mi dimentico.

Io non sono antifascista ma trovo assurda questa normalizzazione del fascismo.

Io non sono antifascista ma se uno si dice fascista, quello è un coglione.

Io non sono antifascista ma il modo in cui televisioni e giornali trattano i fascisti mi fa venire da vomitare.

Io non sono un antifascista ma se un fascista mi trova simpatico io mi chiedo dove sbaglio.

A dire il vero io sono proprio antifascista. A dire il vero non faccio distinguo tra me e qualcuno più radicale di me nel suo antifascismo. A dire il vero credo che la frase di Pasolini sul fascismo degli antifascisti sia totalmente estorta dal contesto e che non significhi nulla, solo un ennesimo tentativo di spostare l’attenzione. 

A dire il vero credo che dovreste continuare voi questo testo. Dai su forza: io non sono antifascista ma..

Самиздат

di Andrea Calini

Non è facile riconoscere i muri. Spesso sono ambigui, fluttuanti; ci sono quelli di pietra, certo, ma ce ne sono centinaia di altri fatti di parole, sguardi, convenzioni, paura. Terribile, il muro, simbolo per antonomasia di separazione dolorosa, di discriminazione ed odio programmaticamente attuati e messi in pratica. Chi costruisce i muri sappiamo da che parte sta. Ma la parte di chi il muro lo subisce può variare considerevolmente. Perché vivere al di qua di un muro, esserne prigioniero, è, alle volte, esperienza foriera di potenzialità. È evidente: se non posso allungare il collo per sbirciare dall’altra parte bene, mi accontenterò di guardare con più attenzione ciò che ho qui, a disposizione per me. Riuscirò a far scaturire riflessioni e pratiche che mi vengono ispirate quasi esclusivamente dalla piccola parte di mondo in cui mi hanno costretto. È ricchezza anche ciò. E questo tipo di rapporto con la divisione forzata è avvenuto in diversi contesti lungo la storia (del Novecento e non solo): società chiuse, gelose della loro diversità, intimorite da qualsiasi contatto con l’esterno (spesso occidentale) che hanno a disposizione una cultura millenaria, fatta di parole segrete, spiritualità e monumenti resistenti alla forza corrosiva del tempo. Forse l’esempio che più si presta, se si parla di muri fatti senza i mattoni, è quello dell’Unione Sovietica: esauritasi la forza propulsiva dell’Ottobre, a partire dagli anni Trenta il regime ha operato una netta politica di chiusura dal punto di vista sociale, e di conseguenza intellettuale: difficile uscire ed entrare dal paese, impossibile far arrivare un romanzo di Faulkner e in generale della letteratura americana, controllo oppressivo sulla produzione artistica da parte di una censura soffocante. Neppure gli artisti più “ortodossi”, quelli che fin da subito offrirono cuore passione braccia ed intelletti alla causa della Rivoluzione, attraversarono indenni gli anni della repressione staliniana: Ejzenštejn venne guardato con sospetto dopo un lungo viaggio ad Hollywood, e le migliaia di metri di pellicola girati per Que viva Mexico, attese a Mosca per il montaggio, non arrivarono mai. Majakovskij, deluso dalla politica e massacrato dalla critica negativa del partito, si diede un colpo alla bocca lasciando in calce, su una busta, quasi si trattasse di un epitaffio, il celebre distico “E, per favore, niente pettegolezzi”. Quegli anni rappresentano il momento di maggior chiusura intellettuale da parte dello Stato, in Unione Sovietica come in gran parte del mondo. Ma la cultura trova altri sentieri, e l’uomo unisce al genio artistico anche una buona dose di ingegno materiale. A partire dagli anni ’50 e ’60 i giovani scrittori in erba della Russia socialista trovano nel samizdat (letteralmente “pubblicare da sè”, l’originale russo è il titolo di questo articolo) il metodo più efficace per aggirare, scavalcare ed abbattere muri. Diffusione clandestina di scritti illegali, magari già censurati, all’interno di una vera e propria catena di distribuzione: l’autore scriveva il testo facendo alcune copie con la carta carbone, poi le distribuiva agli amici; se questi lo trovavano interessante lo distribuivano a loro volta, raggiungendo così gli angoli più remoti del paese. Grazie al fatto di richiedere strumenti tecnici semplicissimi, era l’unico mezzo praticabile in URSS per aggirare il monopolio statale sulla circolazione delle idee e delle informazioni. I fascicoli passavano rapidamente di mano in mano, e capitava di avere in lettura un testo per una sola notte, perché la lista d’attesa era lunghissima. Allora il fortunato passava la notte in bianco, immerso nella lettura, talvolta invitando gli amici a partecipare all’evento. Ed ecco il limite tramutarsi in occasione, in ispirazione creativa, ma anche in forza associativa capace (solo potenzialmente) di creare nuclei attivi di cittadini per un’idea politica ed estetica alternative.

Ebbene, quanto di propriamente russo possiamo leggere nei testi di Bulgakov, Pasternak e Solženicyn? E nei film di Andrej Tarkovskij? Beh, l’intero universo che li ha guidati nelle loro composizioni. Essere figli e vittime di uno spesso muro, con la difficoltà o l’impossibilità di superarlo, anche solo per poco, fa nascere rabbia ma anche compassione e commiserazione per quella piccola grande Russia che, come in Nostàlghia dello stesso Tarkovskij, è la mamma che aspetta, un po’ consumata dagli anni, nel prato di una cascina. Il grido silenzioso di questi grandi era proprio questo, il prato della cascina materna: le proprie radici, la propria lingua, i propri affetti. Ma niente muri, mai più.

Primavera artistica

di Samuele Togni

Un uomo come tutti noi giunse un giorno davanti ad un bivio e non seppe più proseguire. Tuttavia non poteva rimanere per sempre fermo in quel punto, perciò si rivolse alla propria logica per decidere la strada. Questa si manifestò prontamente e, dopo un paio di ragionamenti, gli disse che, per forza di cose, una delle due vie fosse per lui più conveniente dell’altra. <<Sì, ma quale?>> chiese l’uomo. La logica da sola non seppe rispondere. Egli si rivolse quindi alla propria conoscenza, in particolare a quella geografica, ma il sapere che la strada più corta fosse quella in salita e che la strada in discesa fosse quella più lunga non lo aiutò affatto. Anzi, rese ancora più complicata la scelta. A quel punto intervenne la sua immaginazione, rimasta fino ad allora in un angolo buio del suo cuore. Essa gli descrisse una terza via invisibile allo sguardo, nuova e tutta da scoprire. L’uomo la ringraziò, alzò il piede con cui iniziava ogni percorso e continuò il suo cammino.

Questa storiella senza pretese (non è infatti sua intenzione prendersi gioco né della logica, né della conoscenza) ha un suo significato: non si può intraprendere nessuna strada nuova se prima non la si è immaginata. Interessante, ma che cosa ha a che fare tutto ciò con il cinema? Proviamo a dare una risposta.

Il cinema, come del resto tutte le arti, ha sicuramente la grande possibilità di forgiare immaginari, i quali hanno molto spesso la non meno grande capacità di arrivare ad influenzare la realtà. In quale modo misterioso questo sia possibile è una bellissima domanda, ma forse proprio per questo non è poi così importante sapere la risposta.

Quello che interessa davvero è che di fatto l’arte continui ad ispirare uomini e donne e continui a convincere le persone ad agire, come se gli artisti fossero i primi portavoce di chi, che sia per motivi politici, psicologici, pratici (e così via…), non riesce o non può parlare. Tutto questo non solo è riscontrabile nell’intera storia dell’arte (spesso usata come primo linguaggio rivolto alle persone), ma anche nella storia recente ed in particolare nella primavera araba. Questa infatti è stata storicamente preceduta (oltre che accompagnata e seguita) da una primavera artistica, senza la quale la miccia della rivoluzione non avrebbe trovato forse alcuna scintilla.

Un caso che salta subito agli occhi è Essaida, film del tunisino Mohamed Zran uscito nel 1996, ben prima dello scoppio delle insurrezioni del 2010 nei confronti di Ben Ali (presidente della Tunisia dal 1987, accusato durante le proteste di corruzione, negazione della libertà di stampa e repressione politica). In Essaida, il pittore di Cartagine Nadil (che rappresenta l’uomo della borghesia di Ben Ali) incontra ed utilizza come suo modello artistico il giovane Amin (che simboleggia la rabbia del popolo in miseria), abitante del povero ed abbandonato a se stesso quartiere di Essaida. Nello svolgersi delle scene Amin, sentendosi utilizzato dal pittore, si ribella a Nadil, che verrà poi scacciato dagli abitanti del quartiere con le stesse identiche parole (<<Erhil, degage!>>) con le quali inizierà la rivoluzione del 2010.

La stretta relazione tra il film e la realtà è evidente ed innegabile. Innegabile non solo ora, alla luce degli effettivi eventi, ma anche negli anni in cui il film circolava nei cinema e il regime non aveva alcun sentore di crollo. Se i tunisini non avessero visto nella finzione cinematografica la loro stessa realtà, ciò avrebbe per loro significato continuare a sottomettersi al dominio di chi l’arte la censura, di quei poteri che ripetevano al regista “quella che mostri nel film non è la Tunisia di Ben Ali”.

Oltre a Zran, molti altri registi tunisini si sono mossi con i loro film prima della rivolta, sfruttando al massimo le armi dell’arte, che sono la fantasia e la poesia, la forza emotiva e l’ironia. Quest’ultima è tipica in particolare di Cinecitta, film del 2008 di Brahim Letaief: una storia di giovani registi che, sentendosi negati i finanziamenti pubblici per il loro film, definito inopportuno dalle istituzioni culturali per gli argomenti trattati, decidono di rapinare una banca. Il film è provocatorio e divertente, con continui rimandi al cinema italiano (come suggerisce il titolo) e totalmente autoprodotto, in perfetto connubio fra arte e autobiografia.

Questi registi, così come Jilani Saadi o Mohsen Melliti per citarne altri, hanno saputo mostrare una Tunisia diversa da quella del politicamente corretto, e sono riusciti a farlo perché, da artisti quali sono, hanno saputo vivere ai margini, se non fuori e aldilà, degli schemi delle istituzioni.

Spronerei quindi chiunque ad andare a cercare e a guardarsi le loro pellicole, affinchè siano di insegnamento, e che aiuti anche a riconoscere gli artisti veri e la realtà vera pure nel nostro mondo occidentale, dove apparentemente tutto funziona a meraviglia e dove quindi, sempre apparentemente, non c’è alcun bisogno di arte.

Una nozione comune

di Giulio Bonandrini

Abbiamo davvero qualcosa da dire sui beni comuni?

Perché è così difficile parlare dei beni comuni? Pensiamo davvero che esistano dei beni comuni? E dove inizia un bene comune?

Non è già tutto chiaro? È di tutti ciò che non è (ancora) mio, poi quando lo sarà, vedremo, magari sarà di tutti quella cosa un po’ più in là, appena fuori dalla mia portata. Insomma, tutto ciò che non mi è a portata, tutto ciò che non posso difendere con le armi che mi sono date: ecco, quello è tutti, questo è mio.

No aspetta, ci riprovo.

Cercando di ragionare con linearità non verrebbe naturale rispondere che i beni comuni sono quelli che non sono di nessuno? Quindi, continuando, esistono cose, beni, che sono di qualcuno e cose che non sono di nessuno, quindi di tutti. Ecco, queste cose che non sono di nessuno/tutti sono il bene comune. Chi deve prendersene cura? Tutti? Nessuno?

No aspetta, non va bene nemmeno questa.

Anche nella parola bene viene sotteso un giudizio (positivo ovviamente) sulle cose, giudizio borghese, che è esattamente ciò che va indagato per arrivare alla radice di una qualsiasi discussione sulla condivisione dello spazio e delle cose che lo abitano o che ivi vi presenziano. È facile constatare che anche per la società, e di società si sta parlando, un oggetto in quanto tale è un bene, uno spazio è un bene, un’idea è un bene. E tutte queste cose sono cose e basta. E sono di tutti, tutti se ne devono occupare nel rispetto degli altri, da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo le sue esigenze.

No aspetta, non mi convince nemmeno questa.

Anche nella discussione sui beni comuni bisogna stare attenti a non incappare nel paradosso di poter decidere noi come intervenire nella discussione presupponendo che sia la nostra posizione a essere quella giusta, a non porci come proprietari dello spazio/bene comune e in questa veste deciderne la giusta destinazione d’uso. Quanto è difficile tirarsi fuori da questa logica? Qual è lo spazio che ci viene concesso da questo rigore? È giusto limitarsi nelle proprie pretese a fronte di un Altro che minaccioso arriva a tirare la linea della sua proprietà? Non accampare diritti (ma anche solo valutare con serietà il peso, la consistenza e il valore di ciò che si dice, si pensa, si fa, si ha) su un luogo non equivale forse a lasciare che siano altri ad accampare i loro? E chi mi dice che i loro diritti siano migliori dei miei?

No dai aspetta, ce l’ho ce l’ho.

Ecco forse, un salto è necessario. Dopo il riconoscimento di tutte queste circolarità, si decide di fare un salto di lato: se davvero nessuno ha più diritto di qualcun altro, e non perché l’altro non ha più diritti di me o io gli concedo qualcosa che mi spetterebbe, ma perché riconosco la mia impossibilità a tracciare una linea, a chiamarmi in diritto di dire fare sentenziare e, insomma, decidere, ecco qui, io credo, iniziamo a intravedere un qualcosa che può che potrebbe essere comune, nemmeno un qualcosa, sarebbe forse meglio dire un che, un che di comune, basato sulla discussione, sul dialogo, sul confronto e con un unico obiettivo, l’unanimità.

No aspetta, ci provo ancora…

Volontariato, ma chi te lo fa fare?

di Sara, Patrizia ed Elena

Ma chi te lo fa fare? Quante volte ci è stata posta questa domanda e quanto è stato difficile dare una risposta, anche perché, diciamocelo chiaramente: chi ce lo fa fare di passare una serata con persone con disabilità piuttosto che con il proprio ragazzo o con gli amici?

Spesso si dice che il tempo è denaro e questo è vero, sta ad ognuno di noi decidere quanto e come arricchirlo. Vi chiederete in che modo le nostre ore di volontariato possano rappresentare un “guadagno”. Cerchiamo allora di rispondere raccogliendo alcuni pensieri personali.

“L’esperienza di volontariato mi ha dato la possibilità di scoprire lati del mio carattere che non abitualmente esprimevo  come la pazienza, la sensibilità e il saper cogliere i bisogni dell’altro prima dei miei”.

“Spesso tendo ad ingigantire le difficoltà quotidiane facendole diventare delle montagne insormontabili  (un brutto voto, litigio con i genitori, l’ultimo modello di Iphone tanto desiderato ma mai ottenuto…) ma vedere la realtà che mi circonda mi ha permesso di uscire dalla zona di comfort,  capire cosa conta davvero, e cercare di ridare dimensione e significato ad ogni evento, bello o brutto che sia. Questa mia nuova prospettiva non nasce dal riconoscere una mancanza nell’altro, magari accompagnata da sentimenti di pena, tristezza o dispiacere (cosa che avrei provato di primo acchito anche solo due anni fa) ma deriva dalla naturalezza, spontaneità e vivacità con la quale lo stesso affronta la vita e la sua condizione, più o meno consciamente, ma stando di fronte a quel che è.  É proprio quest’ultimo aspetto che mi mette in discussione in quanto persona, mi porta a riflettere e quindi a crescere e maturare.”

“Volontariato non è sinonimo di unilateralità! Da quando sono volontaria la sensazione è più quella di ricevere che quella di dare. Inizialmente ero quasi certa del contrario, credevo di poter migliorare la loro vita e che la mia ricompensa sarebbe stata quella di sentirmi importante per qualcuno in difficoltà ed essere a posto con la coscienza. Ho riscontrato che non è proprio così, più che dare mi sembra di ricevere, traducendolo in termini concreti: i tanti abbracci, i grazie e i sorrisi spontanei, le risate e la voglia di fare che mi trasmettono”.

“Fare il volontario non è né scontato né semplice ma è un impegno che richiede costanza, determinazione e che, a volte, mi porta a dover riconoscere e guardare in faccia i miei limiti e le mie fatiche. Entrando in relazione con l’altro ho riscontrato che fondamentale è assumersi delle responsabilità. Cerco sempre di sospendere il giudizio senza valutazioni o classificazioni ma di accogliere l’altro come una persona unica, con una sua identità e una sua dignità”.

Ad oggi, crediamo che il nostro percorso di volontariato sia solo un trampolino di lancio per uno sguardo più vero e bello del mondo che ci circonda.

Restiamo ferme nella consapevolezza e nella speranza che, come ha aiutato noi a riscoprirci persone nuove, possa essere d’aiuto a tante altre persone che, come noi inizialmente, hanno voluto buttarsi in una nuova esperienza, scoprendo  come tale ricchezza aiuti realmente a vivere meglio, in modo più leggero, spensierato e maturo.

Gianni

di Mattia Guarnerio

Io lo ricordo, Gianni, alle elementari. Un ragazzone allampanato, dai capelli corvini, tagliati cortissimi; una talpa, pareva, con quegli occhiali giganteschi, spessi, ma sempre lucidi: ti ci potevi specchiare, quasi.

Quando osservavo il mio riflesso, notavo una grande vergogna nella mia espressione. Gianni mi incuteva paura, perché strillava di continuo, con il suo vociare gutturale, da tagliaerba inceppato; batteva fortemente le mani, a un ritmo incostante, incerto, singhiozzante; si muoveva per i corridoi della scuola ciondolando, saltellando, pestando il pavimento, rischiando di inciampare ad ogni passo. Tutti provavano un certo fastidio: non appena una qualche anima entrava nel suo campo visivo, le si approssimava rapidamente e, d’improvviso, le afferrava violentemente i capelli, specialmente se erano di colore biondo. Su qualsiasi sensazione, in me, prevaleva invece la vergogna.

A tratti Gianni provocava grasse risate nel gruppo dei miei coetanei. Un riso crudele e maligno: alcuni lo schernivano, lo sbeffeggiavano, imitavano il suo comportamento grottesco. Io, ingenuo e codardo com’ero, li seguivo gettandomi all’assalto psicologico del poveretto, il quale nemmeno ci comprendeva. Manteneva lo stesso atteggiamento e, a volte, si avvicinava per tirarci i capelli; noi ci allontanavamo e, quando ne avevamo abbastanza dei suoi modi, cercavamo di escluderlo, riporlo in un comodo dimenticatoio, al sicuro dalla coscienza. Io, nei momenti in cui lo incontravo per caso, mentre si aggirava per l’istituto con la sua dolcissima insegnante di sostegno, non potevo nascondere la vergogna.

Gianni non meritava disinteresse totale, scherno, angherie, ma sotto sotto pensavo che nemmeno noi meritassimo di essere costretti a sopportarlo. Gianni era disabile, ma né a me né a moltissimi altri importava un accidente della sua condizione: non sapevo, né ad oggi so, da quale male fosse affetto.

Fra me e lui, il nulla: non accennai alcun tentativo di relazione. Tra lui e altre persone con disabilità, il nulla: per anni non ne ho conosciuta alcuna e mai me ne sono preoccupato. Così io agivo e tanti agivano: la mia insensibilità mi metteva duramente in imbarazzo, ma non bastava per scalfire la sensazione di impunità morale derivata dall’essere uno fra molti.

Un vuoto totale, fra Gianni, me, tutti, il mondo della disabilità. Non credevo, non sapevo neanche esistessero spazi, dedicati al Tempo Libero, in cui lui non sarebbe stato oggetto di esclusione, ma parte di una comunità. Grazie alla cooperativa Namastè, ho potuto scoprirlo e, per un paio d’ore, provare a viverlo.

Mi attendevo un luogo freddo, tetro, cupo. Un ambiente in cui si consuma dolore, si sopravvive nel difficile tentativo di alleviare una pesante sofferenza. Al contrario, giunto nelle sue vicinanze, mi trovai immerso in un grande prato. Avvolto nella serenità, accarezzato dalla danza del vento, osservai l’edificio: non sembrava né un ospedale, né una prigione; passato verso il lato dell’entrata, aggirandone il perimetro, non fui condotto ad un cancello, una rete, una recinzione, ma ad uno spazio ampio, arioso, luminoso: a confronto, la mia vecchia scuola elementare sarebbe stata considerata un manicomio.

Ad aspettarmi, molti sorrisi. La possibilità di un caffè, di un tè caldo, di stringere la mano a tutti, di conversare con ognuno; di fumare una sigaretta, se si vuole; di stare insieme senza la condanna di dover sentire la propria umanità come una pretesa da avanzare, come un regalo da donare o ricevere; di essere umani perché lo si è.

Tempo Libero significa cucinare, nuotare, fare ginnastica, vestirsi e truccarsi, cenare in gruppo, in famiglia, discutere di grandi temi, della felicità, dei rispettivi sogni, cantare, danzare, recitare. Non è una gentilezza elargita da individuo a individuo, ma un entità che ci appartiene, ci fa avvertire il calore di essere realmente simili, nel profondo, malgrado l’universale unicità in cui ci contraddistinguiamo dall’altro.

Scusaci, scusami Gianni. Riconosco il mio errore. Me ne pento, e ti ringrazio di aver abitato nei miei ricordi, per tutto questo tempo. Non lo sapevamo, ma sei come noi. E con noi.

Divulgazione inclusiva

di Alfredo Marchetti

Scienza e tecnica si sono indissolubilmente legate alla vita politica ed organizzativa degli Stati contemporanei. I metodi e le pratiche scientifiche permeano sia gli apparati burocratici che i vertici politici istituzionali e abbiamo dunque una classe dirigente, largamente intesa, che condivide una formazione culturale “scientifizzata”, che fa da guida nelle decisioni più importanti. Si palesa, a questo punto, una divergenza tra lo sviluppo della scienza e la sua divulgazione. Mentre la prima prosegue imperterrita, la seconda rimane legata ad un gruppo ristretto che non aspira ad una condivisione più ampia e completa. La comunità scientifica non sembra infatti interessata ad instaurare un’egemonia culturale che coinvolga anche la base degli stati democratici: i cittadini.

I motivi di questa separazione sono molteplici: da un lato si ha a che fare con un gruppo di intellettuali incatenati ad un metodo e ad una disciplina che raramente concede un incontro dialettico con il grande pubblico; dall’altro si ha una disinformazione che dilaga orizzontalmente tra giovani e adulti e che ha sviluppato una tenace resistenza alle argomentazioni razionali e solide dei primi. La cultura ed il sapere popolare rigettano le nozioni scientifiche più moderne in quanto né riconoscono l’autorevolezza dei divulgatori né accettano passivamente la natura impositiva e dogmatica di un sapere somministrato in pillole.
Alla base di questo scetticismo diffuso non stanno solo le tendenze anti-establishment e la pigrizia dei singoli ma soprattutto l’inefficienza del sistema scolastico attuale e la mancanza di spazi dedicati alla divulgazione sulle reti di trasmissione istituzionali. La scuola dell’obbligo rimane purtroppo ancorata ad un sistema d’insegnamento mnemonico e non sufficientemente aggiornato, mentre i grandi canali d’informazione, in particolare le televisioni di stato, non svolgono un servizio di informazione organizzata e consapevole. Le conseguenze di tutto questo sono particolarmente apprezzabili nel momento in cui il singolo cittadino è posto davanti a scelte, per esempio di carattere medico-sanitario, che richiedono una consapevolezza scientifica non indifferente.

Emblematica è la controversia sui vaccini, apparentemente risolta dal decreto recentemente ratificato. Apparente in quanto molti dei cittadini, confusi e disinformati, si vedranno obbligati a svolgere una procedura senza comprenderne la profonda importanza. La necessità dei vaccini è naturalmente da tempo appurata, ma l’efficacia del decreto sarebbe stata decisamente maggiore se affiancata da una campagna divulgativa che spiegasse davvero cosa siano e come funzionino i vaccini, in modo da poter fugare dubbi e timori che aleggiano intorno alla questione.

L’isolamento culturale appena descritto sta sicuramente, insieme a molti altri fattori di natura più strutturale, alla base delle differenze sociali che dividono la popolazione italiana. Un eventuale inasprimento di questa situazione potrebbe avere conseguenze ben più funeste di quelle precedentemente esposte. Di fronte a questa prospettiva è quindi necessario disegnare un programma che, partendo dalle scuole ed estendendosi all’intera società civile, tracci nuovi riferimenti e coordinate di pensiero. La proposta è di sicuro ambiziosa, come del resto tutti i grandi progetti, ma potrebbe essere un trampolino di lancio per la formazione di una nuova consapevolezza scientifica e l’allargamento degli orizzonti culturali popolari.

Intra-ttenimento

di Giulio Bonandrini

Intra perché è dentro. Un dentro, uno stare in mezzo che però è sempre anche e soprattutto un fuori, un lontano, un altro, un distolto. Tenimento perché è un tenere, un trattenere, lontano, con forza, dove non si vorrebbe, forse dovrebbe, essere.

Intrattenimento, il grande idolo, sfogliato ed analizzato in ogni sua parte diventa ciò che distoglie l’attenzione, ciò che annebbia la vista, ciò che allontana, una distanza non più critica ma che disfà e distrugge con il dissacrare del riso o con la palpebra lassa della seconda ora di televisione. Esempi facili, banali; l’intra-ttenimento è in ogni cosa, un leggero gas soporifero che non fa cogliere, come un velo, spazi, movimenti e sensazioni fondamentali. Linee di forze, spazi interstiziali, vite e velocità diverse dalla nostra. Sentire comuni che ci sfrecciano affianco non colti. Intra-tenimento come tutto ciò che siamo, che vorremmo essere e che ci circonda. Un gigantesco mondo-spettacolo, costruito da e per noi, un teatro di maschere ed attori sotto la cui pelle sentiamo però pulsare la vita, quella lì, così vicina, giusto al di là del velo. Senza velleità noumeniche ovviamente!

Non fraintendete e prestate attenzione, schivate l’intra-tenimento, sempre sull’attenti. Spossante. Come un segreto lo ignoriamo, perché è comodo, ce lo siamo costruiti apposta. Il continuamente diverso mondo non è cogliibile se non ci facciamo intrattenere da spezzoni, da frame, che tagliano come un coltello. Tagliano, separano, tracciano confini che non creano spazi significanti né significativi ma solo giudicanti dove, dietro la faccia pulita del giudizio, scoviamo l’intra-ttenimeno. Guardiamocene. Avvertiamo invece l’indistinta diversità di frequenze che ci attraversa. Godiamone. Un’indistinzione che crea perché diviene. Sull’attenti! Questo è un ordine, o un gioco, provate, proviamo, cogliamo tutto, assaporiamo ogni cosa, dire che non è possibile è intra-ttenimento. Non è facile, ma lanciamoci, corriamo e balliamo senza intrattenerci ma sempre vivi e viventi, non addormentati o sonnecchianti. E ridere ridere ridere, mai di qualcuno, errore, ma sempre con, un riedere-con che può essere ed è un punto di partenza, un passo, proprio sul bordo di quel burrone, quell’abisso che sempre è lì e da cui veniamo distratti.

Come il grande spettro d’onda noi dobbiamo arrivare a cogliere tutto, vediamo alcune frequenze, sentiamone altre, tastiamone altre ancora senza mai stancarci, senza mai lasciarci intrattenere e dire che queste sono le uniche che esistono! Ancora ne mancano da conoscere, da annusare, da immaginare e sognare (ad occhi aperti, mi raccomando!).