Il sesso in pandemia

di Rosamarina Maggioni

In questo articolo cercheremo di analizzare le abitudini sessuali della popolazione italiana durante la pandemia, cercando di fare un confronto con quello che ormai viene definito il periodo “pre Covid”.

Durante il lockdown tutti hanno dovuto adattarsi a quella che era diventata la nuova normalità, le cui prerogative erano l’isolamento e il distanziamento sociale. In uno scenario del genere, a venire colpite per prime sono state le abitudini legate alle relazioni e quindi per diretta conseguenza quelle della sfera sessuale. Migliaia di coppie si sono infatti ritrovate da un giorno all’altro rinchiuse in convivenze forzate o a vivere inaspettati momenti di lontananza dal partner. Lo stesso valeva per i single che hanno visto sfumare qualsiasi opportunità di contatto con persone nuove e quindi potenziali partner.

In questo contesto, è stata realizzata una ricerca (fortemente voluta dall’azienda Durex), che ha coinvolto in Italia 500 persone comprese tra i 16 e i 55 anni, con l’obiettivo di misurare il reale impatto che l’esperienza della quarantena forzata e di questo periodo attuale ha determinato sulle abitudini sessuali delle persone, permettendo di fotografare in maniera chiara i cambiamenti che sono avvenuti durante il lockdown. I risultati ci permettono di affermare che gli italiani durante la pandemia hanno fatto meno sesso. Infatti, l’83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena. Tra le principali motivazioni riportate ci sono: ansia, paura del contagio, generale stato di tristezza e/o presenza di situazioni di difficoltà emotive. Altri fattori da tenere in considerazione sono la presenza di bambini in casa (nel caso di coppie consolidate), i divieti di spostamento e l’obbligo di distanziamento sociale (nel caso invece di coppie appena nate, di persone che da poco avevano iniziato a frequentarsi o di single alla ricerca di relazioni).

Tuttavia, nella fase di lockdown si sono mantenute stabili le attività sessuali praticabili in autonomia come la masturbazione (62% prima, 60% durante) e la visione di materiale pornografico (38% prima, 37% durante), mentre sono drasticamente crollate quelle che prevedono il contatto fisico, che invece svettavano nella fase pre-quarantena. Tra queste: i baci (63% prima, 8% durante), il sesso vaginale (59% prima, 8% durante), il sesso orale (48% prima, 4% durante) e il sesso anale (21% prima, 4% durante). Altri due dati molto importanti emersi dalla ricerca sono quelli relativi ai rapporti occasionali, crollati dal 34% al 3%, e all’utilizzo di app di incontri, sceso invece dal 21% pre-lockdown al 6% durante la quarantena, proprio per l’impossibilità di trasformare in incontro reale una conoscenza inizialmente solo virtuale.

Una volta appresi questi dati non si può far altro che chiedersi come si possano affrontare le conseguenze di questo periodo e costruirsi una nuova normalità (anche) sessuale. Purtroppo, come sembra, concetti come il distanziamento sociale ci accompagneranno ancora per un bel po’. Ed è per questo che la soluzione, oltre ad affidarsi a esperti del settore in caso di necessità, sta nel non cercare disperatamente di ricreare le situazioni pre-pandemia, ma di rifondare la propria sfera intima, in presenza o meno di un partner, sull’ “io” del presente, accettando di avere nuove e diverse (oppure no) necessità, abitudini e desideri. La parola d’ordine è ascoltarsi, darsi del tempo e vivere il momento con serenità.

Dati tratti dall’articolo della Dott.ssa Eleonora Stopani (IPSICO).

Vent’anni da Genova: i ricordi di chi non c’era

di Francesco Marinoni

Raccontare Genova 2001 dal punto di vista di chi come me non c’era, in quei giorni di luglio di ormai vent’anni fa, sembrerebbe un’operazione senza senso: all’epoca dei fatti ero solo un bambino e i miei ricordi di quei momenti sono praticamente assenti. Eppure mi ritrovo comunque a scrivere queste righe su un avvenimento che, nonostante queste premesse, ho sempre sentito molto vicino e su cui sento di voler aggiungere qualcosa di personale.

L’anniversario, intanto. È vero che un anno passato in più è solo un numero come un altro, l’ennesimo foglio che si stacca dal calendario per lasciare il posto al successivo; tuttavia, le cifre tonde hanno sempre un effetto diverso, sembrano in qualche modo appesantire ulteriormente il ricordo, soprattutto in casi come questo dove il fardello di memoria è già, di per sé, estremamente doloroso da portare. Vent’anni sono tanti e il tempo trascorso si fa sentire, con i ricordi e i fatti che inevitabilmente si mischiano alle ricostruzioni parziali e alla disinformazione che, alimentando narrazioni lontane dalla realtà, tendono ancora adesso a sminuire o ribaltare gli eventi che hanno accompagnato il G8 di Genova.

Di quei giorni ci sarebbero tante immagini e vicende da raccontare. Ci sarebbe il corpo di Carlo Giuliani steso a terra in Piazza Alimonda, dopo essere stato ucciso da un carabiniere con un colpo di pistola alla testa; ci sarebbe la caserma di Bolzaneto, con le manganellate, le umiliazioni e i soprusi della polizia sui tanti fermati raccattati a casaccio nelle piazze e pestati a sangue; ci sarebbe l’irruzione nella scuola Diaz, con quelle scene che verranno descritte in seguito con l’emblematica espressione “macelleria messicana”; ci sarebbero i cortei di manifestanti inermi caricati coi blindati, spezzati a bastonate e inondati di lacrimogeni. Ma di tutte queste cose non è giusto che sia io a parlarne perché negli anni fortunatamente tanti altri hanno voluto raccontarle, con testimonianze dirette che più di ogni altra cosa permettono di tenere vivo il ricordo di una violenza di Stato che ha rappresentato una macchia indelebile nella storia del nostro Paese.

Come dicevo, tutto quello che so di Genova l’ho sentito raccontare. Dai miei genitori, innanzitutto, di cui ricordo distintamente, anche a distanza di tanto tempo, la preoccupazione e lo sgomento vissuti in quei giorni, quando ciò che stava succedendo divenne noto agli occhi del mondo. Ricordo di come seguirono in diretta l’irruzione nella sede di radio GAP, con il racconto di ciò che stava accadendo nella Diaz attraverso le voci incredule dei conduttori della trasmissione, poco prima che venisse interrotta. Negli anni poi il desiderio di saperne di più mi ha portato ad approfondire molto la vicenda, facendo crescere in me un misto di disgusto e rabbia, oltre a una consapevolezza sempre maggiore di come dietro alla facciata pulita di uno Stato democratico possa nascondersi la violenza squadrista degna di un regime.

Si dice spesso che Genova sia stata uno spartiacque, che da allora sia inevitabilmente necessario parlare di un prima e di un dopo. Per certi versi quell’evento si potrebbe dipingere come l’inizio della fine di un movimento, quello no global, che da allora è riuscito sempre meno ad imporsi con la stessa forza, né in Italia né altrove, quando proprio all’epoca del G8 del 2001 era forse nel suo momento più florido. Se così fosse, verrebbe da dire che alla fine le istituzioni hanno vinto e che un movimento capace di radunare centinaia di migliaia di persone in una città è stato represso con successo nel sangue per una precisa volontà politica di chi, in quei giorni, tesseva le fila dietro agli alti vertici della polizia.

Se è innegabile che dopo quei giorni qualcosa in un certo senso si sia rotto, non si può certo dire che ciò che è successo sia stato dimenticato. Per quanto la politica, da tutti i lati, non abbia mai problematizzato fino in fondo la gravità degli avvenimenti, il ricordo è rimasto vivo e si è tramandato da chi nelle strade di Genova correva inseguito dalla polizia a tutti coloro che non c’erano o sono nati dopo. È sopravvissuto nonostante tutti i tentativi di insabbiare e nascondere la verità, con la protezione dei responsabili delle violenze che in molti casi hanno anche ricevuto promozioni e continuano ad occupare posizioni di potere. La violenza delle forze dell’ordine esiste e persiste ancora oggi (le recenti immagini di Santa Maria Capua Vetere sono solo un’ulteriore conferma) e quelle giornate servono anche a ricordarlo, sempre. Nelle piazze virtuali del web oggi si può dire che quelle istanze date per morte in verità resistono ancora, seppure in forme e modi diversi: sono l’eredità indelebile di un sogno spezzato che però non è stato cancellato, che può continuare a resistere anche nella memoria delle violenze che hanno provato ad affossarlo.

Per tutti questi motivi ho pensato che, nel mio piccolo ruolo di presunto giornalista, fosse importante condividere i miei pensieri in questi giorni in cui ricorre il ventesimo anniversario. Forse perché mi sono sempre detto che, se fossi stato più grande, sarei stato anche io a Genova in quel luglio del 2001, che è poi il motivo per cui mi sento così affettivamente legato a tutti coloro che invece quelle piazze e quelle strade le hanno occupate con i loro corpi. Gli anniversari, come dicevo, non dovrebbero essere giorni speciali, ma possono e devono essere un’occasione in più per ribadire i propri ideali e raccontare ciò che, anche se fa parte del nostro passato, continua a formare il nostro presente. Sta a noi, giovani e meno giovani, il dovere di raccontare e di non dimenticare.

Dialetti: limiti ed eredità

di Bianca Plebani

Il linguaggio è un mezzo di comunicazione sempre in evoluzione, soggetto a continue trasformazioni. Oggigiorno tutti conosciamo e parliamo la lingua italiana, ma accanto a quest’ultima persistono ancora numerosi dialetti. L’utilizzo di questi idiomi locali si sta via via perdendo, tuttavia rappresentano ancora una risorsa culturale che non dovrebbe andar perduta.

L’unificazione d’Italia, avvenuta nel 1861, non fu un fenomeno significativo solo sul piano legislativo e politico, ma anche dal punto di vista linguistico, in quanto segnò l’avvio della diffusione dell’italiano come lingua ufficiale, con l’obiettivo di affermare l’identità culturale della nuova nazione. All’epoca, infatti, la lingua italiana era parlata solo da una minima parte della popolazione, una fetta che secondo gli storici varia dal 3% al 10 %, ma che andò progressivamente ad aumentare grazie alla scolarizzazione prima e ai mass media nel corso del nuovo secolo.

Il diffondersi della lingua italiana fece sì che si riducesse gradualmente l’utilizzo degli idiomi locali, i cosiddetti dialetti, lingue che originano dal latino, parlati localmente/regionalmente. I dialetti parlati in Italia si differenziano di zona in zona, variando più o meno sensibilmente anche tra aree limitrofe, si tratta di un linguaggio estremamente legato al territorio, che negli anni si sta a poco a poco perdendo. Tuttavia, nonostante un netto calo dell’utilizzo degli idiomi locali, la loro presenza rimane intrinseca in moltissime aree della nostra penisola, in particolare nel Centro-Sud, ma si registra un discreto utilizzo del dialetto anche nel Nord Italia, in particolare nelle zone di montagna, più isolate e periferiche, dove si conservano maggiormente certi usi e tradizioni che nelle città si stanno ormai perdendo.

Spesso sentir parlare in dialetto può far nascere nell’ascoltatore una reazione negativa, l’utilizzo di questo linguaggio potrebbe infatti significare un basso grado di istruzione, una certa arretratezza culturale e chiusura mentale, che causerebbe la difficoltà di dialogare con chi proviene da zone diverse dalla propria.

Tuttavia, nonostante questi limiti, saper dialogare in dialetto implica una serie di aspetti positivi da non sottovalutare: la consapevolezza e l’attaccamento alle proprie origini, uno stretto legame familiare, in quanto la trasmissione del dialetto avviene prevalentemente grazie alle generazioni più anziane della nostra famiglia. Aver dimestichezza con il proprio idioma locale significa inoltre bilinguismo, una caratteristica non da poco che consente una serie di benefici, sia dal punto di vista cognitivo, sia dal punto di vista culturale.

Ormai viviamo in un’epoca in cui a tutti viene insegnato a leggere e a scrivere in italiano, non si tratta più quindi di dover scegliere tra la lingua ufficiale e il nostro idioma locale, ma di poter conoscere entrambi, riconoscendo il dialetto come parte integrante del bagaglio culturale di ciascuno di noi, simbolo delle nostre origini, delle nostre tradizioni e della nostra storia. Proprio per questo l’utilizzo del dialetto non dovrebbe mai andare completamente perduto, è il linguaggio delle nostre radici, una caratteristica unica che ci ricorderà sempre del luogo dove siamo nati e cresciuti.

La sessualità nella realtà virtuale: uno scambio di idee

di Rosamarina Maggioni e Francesco Marinoni

Durante una riunione di redazione, come spesso ci accade quando ci troviamo a discutere del tema del mese, ci siamo resi conto di avere punti di vista ed esperienze personali diversi. L’argomento di questo numero è Realtà Virtuale, declinata nelle sue varie accezioni, per cui siamo inevitabilmente arrivati a parlare di internet e, in particolare, dell’influenza che ha avuto e che ha tutt’ora sulla sessualità di chi lo utilizza. In questo articolo vorremmo presentarvi le nostre opinioni, a volte concordanti e a volte no, riguardo alcuni degli aspetti emersi durante il confronto.

Inevitabilmente, uno dei primi aspetti su cui ci siamo confrontati è quello dell’autoerotismo, dato che è una delle modalità principali con cui il mondo di internet e quello della sessualità entrano in contatto. Sicuramente la possibilità di accedere a contenuti online ha permesso a molte persone di superare i tabù spesso associati alla masturbazione, legati sia a contesti familiari in cui, per vergogna magari, non si affrontano questi temi, sia a contesti sociali più ampi, legati anche agli aspetti religiosi. Questo discorso vale a maggior ragione per le ragazze, verso cui gli stereotipi di una sessualità da vivere solo ed esclusivamente nel momento del sesso penetrativo sono forse ancora più limitanti e incisivi: da questo punto di vista internet ha contribuito sicuramente ad avere maggiore possibilità di esplorare innanzitutto il proprio corpo. È anche vero che questo sdoganamento dell’autoerotismo può aver prodotto anche un effetto inverso, per cui il fatto che sia assolutamente normale per tutti praticarlo e parlarne può portare alcune persone a pensare che, sentendo meno o in modo diverso questo bisogno, ci sia qualcosa di sbagliato in loro: è importante infatti ricordare sempre che non per tutti il piacere si manifesta allo stesso modo e che spesso l’idea che si ha della masturbazione è molto rigida, alimentata appunto proprio dal fatto che i modelli più diffusi sono innanzitutto spesso eteronormati, ma anche legati alla stereotipizzazione dei contenuti che mediamente si trovano online. Un altro aspetto critico che internet ha contribuito ad alimentare è lo sviluppo di dipendenze legate all’autoerotismo, che oltre a influire sul benessere personale si riflettono poi anche nelle relazioni sociali e che, data la modalità di fruizione di questi materiali, sono molto più diffuse rispetto al passato.

Il tema dell’informazione, come tutti sappiamo, è un nodo centrale di qualsiasi dibattito legato a internet: le possibilità di accedere a contenuti di approfondimento sono infinite e questo inevitabilmente genera una confusione fra fonti più o meno di qualità. Per quanto riguarda la sfera sessuale questo significa quindi che, per esempio, è molto più facile documentarsi su argomenti come le malattie sessualmente trasmissibili o altre problematiche, senza avere per forza un passaggio di informazioni tramite figure come il medico o il genitore che, per un adolescente o pre-adolescente, facilmente porta a evitare certi argomenti per vergogna. Questo contribuisce anche a parlare più apertamente di tanti disturbi, come l’eiaculazione precoce o il vaginismo, e in generale anche a dare un nome alle condizioni, più o meno diffuse, che le persone vivono sulla propria pelle. Questo discorso vale anche per i gusti e le preferenze sessuali che, con molta più informazione a disposizione, possono essere più facilmente sviluppati e permettono di aprirsi a esperienze nuove che possono risultare molto piacevoli, anche nei contesti di coppia; le comunità online inoltre permettono di incontrare facilmente altri e altre che condividono gli stessi interessi o problemi, con la possibilità quindi di avere un confronto con altre persone e di sentirsi meno soli o sole. L’altro lato della medaglia è naturalmente legato alla qualità delle informazioni che si possono reperire online, con alcuni contesti in cui possono essere anche incoraggiati e portati avanti pensieri e pratiche dannosi per sé e per gli altri. Un esempio di questo sono le comunità incel, in cui discorsi estremamente misogini vengono portati avanti in modo pericoloso e che contribuiscono ad alimentare teorie e idee che, in alcuni casi, sfociano poi anche in episodi gravi di violenza.

Naturalmente, parlare di sessualità online significa considerare l’enorme mondo della pornografia e, anche in questo caso, ci sono sicuramente degli aspetti positivi e negativi. Oltre alla della maggiore accessibilità a stimoli che il porno online permette, non bisogna dimenticare le numerose criticità che la fruizione di questi contenuti implica. Innanzitutto va osservato che l’industria del porno è fortemente dominata dal punto di vista maschile ed eterosessuale, il che si riflette nella standardizzazione dei materiali disponibili e in generale in una visione della sessualità come funzionale al piacere maschile, dove la donna è spesso ridotta a complemento di questo piacere (lo testimonia in modo emblematico il fatto che molti contenuti in cui viene mostrato un rapporto lesbico siano pensati soprattutto per rispondere a fantasie maschili). Inoltre, lo schema della maggior parte dei video ruota intorno al sesso penetrativo e si conclude quasi sempre con l’orgasmo dell’uomo: l’orgasmo femminile, più che come elemento per affermare l’uguale diritto a provare piacere nella coppia, diventa soprattutto un obiettivo per l’uomo che, esaltando la sua virilità, è in grado di “concederlo” anche alla partner, affermandosi comunque come fulcro della scena. Naturalmente bisogna essere consapevoli che nella pornografia lavorano attori e registi a tutti gli effetti, il cui obiettivo non è sicuramente insegnare alle persone come si fa sesso ma creare un prodotto che abbia successo, ma è allo stesso tempo innegabile che questi stessi contenuti giocano un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani e pertanto porta poi a crearsi aspettative profondamente sbagliate quando si prova a mettere in pratica ciò che si è visto online, all’origine di problematiche come l’ansia da prestazione che sono estremamente diffuse. A onor del vero stanno nascendo sempre di più delle produzioni che provano ad allontanarsi dal paradigma del porno classico, con contenuti più inclusivi e realistici per chi li guarda, ma essendo che si tratta in molti casi di contenuti a pagamento ad oggi la competizione con la maggior parte dei video delle grosse piattaforme è assolutamente impari.

Un ultimo aspetto su cui ci siamo soffermati è il ruolo di internet all’interno della relazione genitori-figli: se prima di certi argomenti si parlava solitamente in famiglia, all’età ritenuta più opportuna dai genitori, ora molto spesso i figli già si informano e sperimentano le loro prime volte senza che ci sia il classico dialogo. La conseguenza è che l’educazione sessuale, presente in forma molto ridotta e insufficiente nelle scuole, viene affidata de facto a internet, con tutte le problematiche del caso, o al massimo al confronto con i coetanei, mentre sempre più raramente i genitori hanno un ruolo diretto in questo senso. Anche su questo aspetto naturalmente si può obiettare che ciò ha reso più facile per chi magari vive in contesti familiari rigidi di sviluppare autonomamente la propria sessualità, senza il rischio di repressioni; va detto però chiaramente che l’assenza di un interlocutore per un giovane può portare anche a conseguenze negative e certamente contribuisce molto all’abbassamento dell’età a cui si hanno le prime esperienze, che si è osservato soprattutto negli ultimi anni.

In questo articolo abbiamo cercato di fornire soprattutto alcuni spunti di riflessione: gli argomenti che abbiamo portato sono spesso dibattuti singolarmente, ma una visione di insieme permette di orientarsi meglio su un tema così delicato e importante come la dimensione della sessualità nella realtà virtuale. Speriamo che possa servire come punto di partenza di una maggiore consapevolezza e spinga a una riflessione più elaborata da parte di ciascuno di voi, lettori e lettrici.

Microrobot: una nuova frontiera della medicina

di Francesca Ariano

Fantastic Voyage è il titolo di un visionario film di fantascienza diretto da Richard Fleischer e uscito negli Stati Uniti nel 1966. La pellicola, dalla cui sceneggiatura Asimov trasse la trama per l’omonimo romanzo, racconta il viaggio di un team di scienziati americani a bordo del sottomarino Proteus. Lo scopo della missione è salvare il dottor Jan Benes, in coma a causa di un embolo cerebrale. Il team e il sottomarino vengono rimpiccioliti fino alle dimensioni di un microbo e iniettati nel corpo di Benes, dove avranno soltanto un’ora per distruggere l’embolo.

Racconto allucinato, vagheggiamento fantascientifico, eppure l’idea che sta alla base del film non è poi così lontana dalla realtà attuale. Certamente non siamo in grado di ridurre un gruppo di scienziati a dimensioni microscopiche per operare direttamente nel corpo umano, ma siamo invece capaci di realizzare microrobot. E le potenziali applicazioni in campo medico di questi minuscoli robot mostrano quanto labile sia il confine tra scienza e fantascienza nell’era tecnologica.

La microrobotica è un’affascinante campo della scienza che negli ultimi anni sta vivendo un’evoluzione straordinaria. Cinque anni fa un team di scienziati del MIT ha tratto ispirazione dagli origami per creare un robot in grado di completare un intero ciclo di vita: si piega da solo a partire da un foglio di plastica, se sottoposto a calore, ed è in grado di trasportare oggetti, superare ostacoli e nuotare; terminato il suo compito, si smantella in un liquido. Il robot contiene un piccolo magnete e la sua attività viene controllata dall’esterno tramite un campo magnetico.

Il secondo passo verso il potenziale utilizzo di questi robot all’interno del corpo umano è stato costruirli con materiali biocompatibili. Un team di ricercatori del MIT e di altri istituti ha sviluppato un robot-origami ingeribile all’interno di una capsula di ghiaccio, la quale, raggiunto lo stomaco, si scioglie, liberandolo. Assunta la sua forma funzionante, il robot può quindi essere sfruttato per rimuovere oggetti estranei, riparare ferite o rilasciare farmaci in specifici target; è stato realizzato con materiale biologico ed è anch’esso controllato tramite un campo magnetico.

Attualmente, tanti istituti di ricerca stanno lavorando per realizzare microrobot e perfino nanorobot che operino interventi di chirurgia non invasiva. Da qualche mese è partito un progetto che vede la collaborazione dell’università Sant’Anna e della Chinese University of Hong Kong, il cui scopo è sviluppare microrobot magnetici per il trattamento di tumori del fegato. I microrobot si muoverebbero in sciami nei vasi sanguigni e verrebbero sfruttati per rilasciare farmaci in modo mirato o per occludere selettivamente i vasi sanguigni che vascolarizzano la massa tumorale. Un po’ come nel film di Fleischer.

Dopo tutto questo entusiasmo, è però doveroso fare una precisazione. Ad oggi, la sperimentazione clinica dei microrobot non è ancora iniziata. Per ora, questi piccoli ma affascinanti robot rimangono una promettente risorsa, ma solo il tempo ci permetterà di affermare che il sogno di calarsi dentro al corpo umano, non tramite sottomarini ma attraverso microrobot, è diventato una realtà.

L’esperimento di Milgram

di Ludovica Sanseverino

Nell’estate del 1961 incominciarono gli studi sperimentali di Stanley Milgram, noto psicologo statunitense, riguardanti le relazioni di potere e di come queste costringano inconsciamente un individuo alla totale obbedienza. Uno degli esperimenti in questione aveva come obiettivo lo studio dei comportamenti di soggetti sui quali veniva esercitata una pressione autoritaria, che metteva in conflitto i valori etici e morali dei soggetti in questione.

Per questi studi fu inscenato una sorta di esperimento, dove vennero assegnati ruoli di “allievo” ed “insegnante” ai due soggetti presi in esame. L’allievo veniva posto in una stanza, fatto sedere con le mani legate e sul polso gli veniva applicato un elettrodo; il compito dell’allievo consisteva nell’apprendere una serie di associazioni di parole, ma ad ogni errore riceveva una scossa elettrica. L’insegnante, dall’altra parte della stanza, veniva posto dinanzi un falso generatore di corrente congegnato con una serie di modulatori di intensità dai 15 ai 450 Volt, graduati in misura crescente di 15 Volt con trenta interruttori; intanto, l’insegnante, suggeriva una determinata associazione di parole all’allievo. L’insegnante non era a conoscenza del fatto che la corrente generata non era reale e che l’allievo dall’altra parte della stanza era un attore che recitava nel momento in cui l’insegnante gli infliggeva una finta scossa, fingendo di subirne le conseguenze. Accanto all’insegnante era presente lo “sperimentatore”, che incoraggiava l’insegnante ad eseguire gli ordini anche quando le false urla dell’allievo diventavano più acute. Gli incitamenti venivano usati nel momento in cui l’insegnante avesse manifestato una certa indecisione nel proseguire l’esperimento, e il tipo di frasi usate dallo sperimentatore erano sempre le stesse: “per piacere, continui”, “prego, vada avanti”, “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente necessario che lei continui”, “non ha altra scelta, deve continuare”. Intanto l’allievo dall’altra parte della stanza aveva il compito di implorare l’insegnante e lo sperimentatore di concludere l’esperimento a causa del troppo dolore causato dalla scossa. Lo stesso allievo veniva invitato a smetterla di produrre alcun suono al raggiungimento dei 330 Volt.

Milgram, alla fine dell’esperimento, arrivò a constatare come persone per bene nella vita di tutti i giorni potessero essere facilmente piegate al volere di un’autorità anche laddove sapevano di stare infliggendo dolore all’altro, cedendo ad attività criminose ed immorali. I soggetti presi in esame come figura d’insegnante affermarono di non sentirsi responsabili nei contenuti delle azioni prescritte dall’autorità, dichiarando anche loro di stare seguendo solo gli ordini dettati da quest’ultima.

Piccolo discorso sull’industria alimentare

di Ludovica Sanseverino

Era il 20 agosto del 2018 quando l’allora quindicenne Greta Thunberg, attivista ambientalista svedese, decise di scioperare ogni venerdì durante l’orario scolastico davanti al Parlamento del suo paese per chiedere al governo di diminuire le emissioni di anidride carbonica. Successivamente Greta continuò la sua battaglia dando luogo al movimento giovanile Fridays for Future, un’organizzazione di protesta formata principalmente da giovani studenti che deliberatamente decidono di non frequentare le lezioni scolastiche per scendere in piazza a manifestare, chiedendo e rivendicando azioni atte a fermare il riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Anche a Bergamo, lo scorso 27 settembre del 2019, si è svolto il Friday for future,che ha visto scendere in piazza più o meno 5mila studenti e studentesse.

In tutto il mondo la questione ambientale sta prendendo le redini delle amministrazioni, o almeno ci prova, ma tra tutti gli slogan urlati dai manifestanti ne manca decisamente uno: quello contro il settore alimentare. Il business del cibo consiste uno dei più grandi capitali al mondo e, in Italia, il suo fatturato nel 2018 ha raggiunto i 140 miliardi di euro segnando una crescita del 2% sui 137 miliardi registrati nel 2017. Un settore, insomma, sempre più in crescita dato che, con la popolazione mondiale in costante aumento, c’è sempre più richiesta.

Avendo partecipato personalmente alle manifestazioni per la salvaguardia dell’ambiente, l’occhio mi cade decisamente su cartelloni che hanno come slogan “Non c’è ambientalismo senza anticapitalismo”. Il primo pensiero che mi viene in mente è che lo slogan è veritiero, ma non esisterebbero capitalismo e capitalisti senza GRANDI consumatori. E noi facciamo parte della sfera dei GRANDI consumatori alimentari. Basti pensare che nel mondo si spreca oltre un terzo del cibo prodotto, di cui l’80% sarebbe ancora consumabile, e con il cibo che viene buttato via vengono sprecati anche terra, acqua e fertilizzanti.Soprattutto bisogna prendere in seria considerazione le emissioni di gas serra che sono necessarie per la produzione alimentare. In una ricerca che è stata condotta dall’University of Chicago è stato rivelato che le nostre scelte alimentari incidono sul riscaldamento globale quanto le nostre scelte in materia di trasporti e, secondo dati ancora più recenti, con ricerche effettuate dall’ ONU e dalla Pew Commission (commissione nata per far fronte ai problemi dell’industria della carne), l’allevamento intensivo e il suo bestiame contribuiscono ai cambiamenti climatici ad un livello molto più alto rispetto ai mezzi di trasporto. Difatti, si afferma che: «l’allevamento di animali è responsabile del 37% delle emissioni antropogeniche di metano, che ha un potenziale di riscaldamento globale (GWP) 23 volte superiore a quello della CO2, e del 65% delle emissioni antropogeniche di ossido nitroso, il cui GWP è 296 volte quello della CO2. I dati attuali quantificano anche il ruolo della dieta: gli onnivori contribuiscono alle emissioni di gas serra sette volte più dei vegani.”[1]

In sostanza, mangiare carne e derivati animali va contro l’idea di ambientalismo. Ma il dito, in questo senso, non deve essere puntato sui giovani. Bisogna puntarlo invece sulle istituzioni scolastiche, che non fanno il proprio dovere ed evitano di parlare di alimentazione e di come funziona esattamente un’industria alimentare, non educando i ragazzi e le ragazze a delle scelte alimentari consapevoli. Non si parla neanche a fondo di quanto questo tipo di industria sfrutti i propri dipendenti nell’intensiva produzione di carne e derivati animali, limitando sempre più la produzione autonoma di contadini e allevatori.

Ma non si parla solo di carne e bestiame; anche alcuni alimenti vegetali come il mais e la soia impoveriscono il nostro pianeta dato che l’incremento esponenziale della loro produzione sta portando allo sfruttamento di una fetta sempre maggiore della superficie terrestre, divorando intere foreste e praterie. Ma questa crescita deriva soprattutto dalla inarrestabile richiesta di mangimi destinati agli allevamenti intensivi animali. I fattori dannosi che vengono messi in atto da queste tipologie d’industrie devono essere resi noti e, soprattutto, bisogna consapevolizzare i consumatori sul mondo che c’è dietro la produzione di ogni alimento; sugli ingredienti che vengono utilizzati nella loro fabbricazione (che per la maggior parte delle volte sono dannosi alla salute), su dove vengono prodotti, su quanta energia viene sprecata e su quante risorse vengono rubate al nostro pianeta. Le nostre piccole ma grandi scelte alimentari influirebbero in maniera sostanziale sul cambiamento ambientale ma trovo molto facile dichiarare guerra alle amministrazioni da un computer. Non è facile, invece, cambiare le proprie abitudini.

Consiglio la lettura di questi testi nella speranza di renderci consumatori più consapevoli:

J. Safran Foer, Se niente importa; perché mangiamo gli animali

E. Schlosser, Fast Food Nation; il lato oscuro del cheeseburger globale

Fonti web

http://www.oneplanetfood.info/sprechi-alimentari/

https://www.beverfood.com/industria-alimentare-italiana-fatturato-2018-140-miliardi-crescita-2-wd/

https://ilmanifesto.it/la-soia-una-monocoltura-che-impoverisce-il-mondo/


[1] J. Safran Foer, Se niente importa; perché mangiamo gli animali, Ugo Guanda editore, Milano, 2017, p. 67

La terza opzione

di Susanna Finazzi

Uno dei grandi problemi della società in cui viviamo è la difficoltà di riconoscere identità di genere non binarie. Siamo ossessionati dal politicamente corretto e camminiamo in punta di piedi quando si tratta di evitare discriminazioni culturali e religiose, ma nei confronti della questione del genere siamo i proverbiali elefanti in una cristalleria. Riconosciamo il femminile e il maschile come gli unici due generi legittimi, più per abitudine che per chiusura mentale, o forse abbiamo fatto della chiusura mentale un’abitudine. Tutti gli altri generi e identità sessuali sono visti come una devianza dal paradigma eteronormativo, sostanzialmente minoranze a cui non dare troppo peso.

C’è un’autentica paura di non poter classificare alcuni individui in nessuna delle due categorie “normali”. I genitori dei neonati intersessuali ricevono pressioni perché i loro figli vengano sottoposti a chirurgia quando ancora sono troppo piccoli per poter dare il loro consenso, così che si possa scegliere per loro il fiocco rosa o azzurro. L’idea che nel 2019 un bambino possa rimanere di sesso indefinito o voglia scegliere da sé il proprio genere sembra assurda quanto le Nike che si allacciano da sole in Ritorno al futuro.

L’aspetto più sconcertante di questa ossessione per il genere binario è che pare finalizzata alla comodità burocratica: se un individuo rientra in uno dei due generi riconosciuti non ci sarà l’imbarazzo di dover trovare un altro termine per definirlo. È più semplice compilare i documenti, perché, si sa, sempre quale delle caselle F o M si deve barrare. È facile anche indicare come ci si deve vestire, pettinare, comportare, quali oggetti si deve preferire e chi si deve voler sposare.

Oggi questo non è più accettabile. Bisogna compromettere la tradizione dell’eteronormatività e non aver paura di mettere in discussione qualcosa di così culturalmente fondamentale come il genere binario.

I primi passi verso una concezione più ampia di genere sono già stati fatti. Una legge tedesca permette a chi è nato intersessuale di “lasciare la casella bianca”, mentre in Australia c’è l’opzione X per il genere indeterminato o volutamente non scelto. Il terzo genere offre un’altra possibilità di identificarsi, cosa che per la nostra forma di pensiero è una rivoluzione. Chi non è né maschio né femmina può riconoscersi in una nuova identità, che usando il lessico di tradizione binaria si potrebbe definire neutra. Il problema è che il terzo genere viene concepito come un calderone confuso per tutto ciò che è altro dalla “normalità”. Fin dagli anni Settanta gli antropologi hanno tentato di spiegare le identità sessuali di culture non occidentali che riconoscono più generi, forzandole nella cornice dicotomica maschio/femmina con cui siamo abituati a vedere il mondo. Riconoscendo un terzo genere si risolve una parte consistente della “fobia del non binario”, ma si lasciano aperte troppe questioni perché possa dirsi la soluzione definitiva. Si tende a identificare la terza opzione con la libertà dalla divisione binaria dei sessi, ma solo le persone trans e intersessuali hanno effettivamente accesso a questa categoria. Chi vuole presentarsi come bigender, agender o genderqueer deve per forza barrare la terza casella perché il suo genere non è riconosciuto. In questo non si verifica un grande passo verso la parità dei generi, ma solo un rafforzamento del preconcetto eteronormativo.

Il terzo genere è una concessione che viene elargita dall’alto, un modo per dire “ecco, volevate un’altra scelta e ve l’abbiamo data. Contenti?”.

No, perché ci troviamo di fronte all’ennesima forma di discriminazione che colloca in un unico grande “altro” i generi che mettono in discussione la visione del mondo tradizionale.

La società è ossessionata da un’idea semplicistica del genere secondo cui ogni bambino, per il suo bene, deve rientrare nelle categorie “femmina” o “maschio”, ma il nostro sistema deve capire che non basta poter barrare tre caselle per dire di aver raggiunto la parità dei generi.

Io

di Rosamarina Maggioni

Caro lettore, devo ammettere che nel momento di decidere l’assegnazione degli articoli per questo numero di Altro non ero sicura di voler scrivere quello che ora stai per leggere, ma dopo una lunga riflessione ho deciso di buttarmi e rischiare, consapevole del fatto che un’occasione del genere poteva non ricapitarmi. Oggi voglio parlarti di me e della mia relazione con il cibo, magari potresti ritrovarti in qualche aspetto della mia esperienza o magari no.

Partiamo dal principio: da piccola sono sempre stata una bambina con un sano appetito, mangiavo di tutto; al punto che, ancora senza denti, ad una grigliata di famiglia, avrò avuto si e no due anni, ho completamente ripulito una costina guadagnandomi l’appellativo di “gengivina”. Le amiche di mia mamma si complimentavano chiedendole come avesse fatto a insegnarmi a mangiare di tutto, quando per loro era un incubo capire cosa dare ai figli schizzinosi che facevano storie. Fin qui tutto bene: il mio appetito e la versatilità erano solo positivi. Il problema inizia a manifestarsi alle elementari, quando inizio a prendere più peso del dovuto, pur mangiando sano e in quantità ragionevoli. Vengo portata a fare diverse visite e si scopre che ho un problema di insulina (un ormone responsabile dell’assimilazione dello zucchero) molto probabilmente legato a fattori genetici (il ramo paterno della mia famiglia è sempre stato prosperoso diciamo).

A questo punto conosco per la prima volta un dietologo, figura che mi accompagnerà per molti anni a seguire, che mi prepara una dieta su misura in modo da abbassare il peso e che mi educherà alla cultura della corretta alimentazione, così da rendermi consapevole e pronta ad affrontare un problema che non sarebbe sparito nell’arco di poco tempo. La dieta viene consegnata alla mensa delle elementari che mi prepara piatti su misura, pesati e pensati per me. Quindi, mentre gli altri bambini fanno il bis e il tris di pizza io mangio spinaci e uova; a merenda loro prendono pane e nutella e io mangio una mela. Questa differenza tra me e gli altri inizia a notarsi e tutti mi chiedono perché non posso mangiare come loro. Io sono sincera e anche se un po’ timorosa della possibile reazione rispondo: “perché sono a dieta”. A quell’età i bambini sono innocenti e il fatto di giocare tutti insieme riesce ancora a cancellare le piccole differenze. Nessuno mi fa pesare la mia situazione e le elementari scorrono felici.

Arrivano le medie: l’inferno dantesco in confronto è nulla. Il mio corpo, come quello di tutti, inizia a cambiare, gli ormoni vanno a mille e il mio peso ne risente. Da bambini si inizia a diventare ragazzini e la cattiveria si insinua nel cuore e nella bocca. Vengo presa di mira per la mia forma fisica e parole come “grassa” e “balena” diventano pane quotidiano, dentro e fuori dalla scuola. L’autostima va sotto i tacchi e questo mi porta a manifestare comportamenti come non mangiare e vomitare di nascosto quel poco che assumo. Nella mia testa si crea una profonda dicotomia per cui mangiare del cibo, cosa che prima consideravo piacevole e che dovevo solo tenere controllata, ora diventa una azione negativa dalla quale devo astenermi. Nella mia testa la frase che si ripete sempre è “non mangiare, sei grassa, non mangiare”. Passo così tre anni, tra alti e bassi, giorni di digiuno e notti in cui mi strafogo perché non reggo la fame. Non rischio mai l’anoressia, non arrivo a smettere del tutto di mangiare come fanno davvero certe persone e così mi sento ancora peggio. Le visite periodiche continuando, a volte miglioro a volte no. Intanto ovviamente corpo e mente crescono, cerco di diventare più forte e sopportare queste situazioni nell’attesa che arrivi il liceo e con esso un cambio d’aria e di persone.

Finalmente vedo la luce in fondo al tunnel e una volta finito l’esame di terza media mi dico che ora la mia vita deve cambiare e così è in effetti. Continuo a fare una dieta che nel corso dei primi tre anni di liceo mi porta a raggiungere un peso-forma idoneo ai miei standard. Inizio gradualmente ad accettare il mio corpo e a riprendere un rapporto positivo con il cibo. Arriva la quarta e la maggiore età: finisco definitivamente la dieta e faccio l’ultimo controllo dal mio pediatra, un momento emotivamente forte, dato che dopo tutte quelle visite nell’arco di quindici anni avevo creato un rapporto di fiducia e amicizia con quel dottore; finito di visitarmi stampa tutti i risultati che nell’arco degli anni ha registrato sul computer, li mette in una cartelletta e me la consegna dicendomi: “Qui c’è la tua storia, devi essere fiera di te”. Quasi mi metto a piangere dall’emozione e lo abbraccio forte. Uscita da quello studio, con la mia cartelletta in mano, respiro l’aria fresca di aprile e ripenso a tutti gli anni passati: ai momenti belli e a quelli brutti, alle vittorie e alle sconfitte, alle lacrime e ai sorrisi; decisa a raccogliere ciò che di buono c’è stato e a mettere da parte gli aspetti negativi, pur senza dimenticarmene: dopo tutto anche quelli hanno contribuito a fare di me la persona che sono ora.

Ed eccomi qui, oggi, a scrivere questo articolo. È passato un anno dal giorno della visita e posso dire di aver trovato finalmente un equilibrio. Continuo a stare attenta a cosa mangio ma senza ossessività e un dolcetto ogni tanto me lo concedo. Sto bene con me stessa e ho imparato ad accettarmi per come sono.  In conclusione, l’intento nel raccontarti la mia storia è quello di trasmetterti un messaggio semplice ma importantissimo: amati per come sei, sempre e comunque.

Stanco Natal

di Marta Naldi

Altro che iniziare i più piccoli alla fede cattolica! Con i sacramenti, a partire dal battesimo, si garantisce ai bambini sin dalla tenera età una buona dose di regali con il solo pretesto del rito religioso. Per non parlare delle omelie e dei rosari dedicati alla santissima trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo); ormai i ragazzi ne contemplano una tutta loro composta da S. Lucia, babbo Natale e la befana. Poco importa se, superata una certa fase, si sono resi conto che i veri santi sono i genitori o i nonni che, pur di mantenere vive le aspettative di queste feste-rito, corrono di qua e di là cercando di recuperare gli oggetti del loro implacabile desiderio.  

Una volta svelato il trucco, gli adolescenti spesso pretendono che si continui la “tradizione”. Poco importa se sanno esattamente il costo dei loro capricci. Non conta il costo effettivo delle loro richieste, l’importante è il Santo Natale con le grandi abbuffate e con i raduni infiniti di parenti che fanno a gara a preparare delikatessen che lusingano il palato. Golosità concesse solo durante le feste che, però, rappresentando l’apice di un percorso religioso e dovrebbero essere momento di massima purezza e di allontanamento da peccati quale, ad esempio, quello di gola e avarizia. 

Altro che la semplicità dei pastorelli in visita al bambin Gesù! Altro che gli umili omaggi degli agricoltori! Al posto dei saggi doni, carichi di simbologie, recati dai magi si fanno file infinite entrando nei centri commerciali all’alba e uscendone al tramonto. Se prima le veglie erano funzionali a una preparazione spirituale, momenti familiari di condivisione, di gioia e canti, oggi le finestrelle dei calendari dell’avvento vengono voracemente divelte per rivelare il loro contenuto. Le attese delle feste diventavano più importanti della celebrazione stessa poiché erano momenti di riflessione. Venivano rispolverate storie raccontate ai bambini prima di andare a dormire, si tiravano fuori grossi volumi di ricette per insegnare alle future madri come impiattare delizie. Gli ingredienti pazientemente accantonati dalle massaie per il rito del pasto della festa, dove al gusto si univano determinati significati (i dolci da far lievitare a Natale, le uova simbolo di un inizio a Pasqua), oggi sono facilmente reperibili al supermercato il 24 dicembre. E in caso di emergenza, non c’è problema! Nelle varie corsie si trovano i cibi già preparati e pronti ad esser messi in tavola 

Dov’è il nuovo che torna annualmente nel buio e nel gelo rivelandosi solo agli occhi dei più semplici? Dov’è finita la consapevolezza che ogni nuova vita porta su di sé il peso di tutte le generazioni precedenti e la potenzialità di rinnovare quest’eredità? Il nuovo è cercato in luoghi esotici, resi tutti uguali dal comfort dell’hotel a quattro stelle in cui siamo soliti soggiornare. 

Non viene nemmeno risparmiato il sacrificio di sé, possibile via per l’incontro con l’altro e fonte di salvezza. Il rametto d’ulivo, rappresentante rigenerazione e riconciliazione, diventa lo scaramantico cornetto rosso o il fortunato quadrifoglio. La colomba, pura ed innocente, diventa eatable. Invece di portare pace, al massimo reca qualche chiletto in più. 

La routine della vita non viene più illuminata dai possibili significati nascosti nelle feste, ormai omologate e indistinguibili. Le sacre celebrazioni si consumano tutte uguali lasciando città vuote con luminarie bislacche e mucchi di rifiuti.