Fosbury Flop

di Francesco Ronzoni

Discutendo di eroi dello sport, per qualche ragione bizzarra il primo atleta che mi sia sovvenuto è stato Nick Fosbury. Saltatore in alto (cioè praticante della disciplina sportiva dell’atletica leggera chiamata salto in alto), Fosbury è noto nel mondo per aver inventato un rivoluzionario e vincente metodo di salto che ha poi preso il suo nome.  Tuttavia, mi chiedo (ed immagino anche voi vi chiediate), questo basta per definirlo un eroe? 

Dunque, per provare a rispondere, risulta necessario innanzitutto chiarire un po’ di idee sulla disciplina. Il salto in alto è una competizione piuttosto semplice da spiegare: si tratta “soltanto” di superare un’asticella orizzontale saltandovi al di sopra facendo attenzione a non farla cadere. Si hanno a disposizione tre tentativi per ogni misura ed il vincitore, ragionevolmente, è decretato sulla base del salto valido più alto. Tuttavia, come del resto accade in quasi tutte le discipline dell’atletica leggera, nessuna regola stabilisce una tecnica specifica da seguire per il salto. 

Proprio per questo motivo il giovane Fosbury, quando ancora gareggiava per il proprio college, avendo problemi a saltare con la tecnica detta “salto ventrale” e consistente nel superare l’asticella distendendosi orizzontalmente in volo, guardando questa sotto di sé, “di ventre”, per cadere al di là in piedi, si dedicò alla sperimentazione di nuove tecniche.

Così, invece di lanciarsi direttamente in avanti come richiedeva la tecnica del “ventrale”, Fosbury iniziò a superare l’asticella con una “sforbiciata”, cioè una gamba alla volta, alternate, come a tagliare l’aria in volo. Dopo un po’, per riuscire a superare le misure più alte la sua posizione in volo divenne sempre più sdraiata e, man mano che si allenava con questa nuova tecnica di salto perfezionandone sempre più l’efficacia, essa si trasformò in un salto completato interamente di schiena e senza mai vedere l’asticella sotto di lui, passandola prima con testa e spalle, di seguito con il busto e infine con le gambe. Una simile tecnica, come si può capire, richiedeva che l’atleta, superato l’ostacolo di schiena, ne cadesse al di là sempre di schiena: ciò fu fortunatamente favorito dall’introduzione di pedane di atterraggio piuttosto morbide nel college di Fosbury, che sostituirono le precedenti fatte di legno, le quali gli avrebbero reso impossibile cadere all’indietro in maniera sicura. 

Detto ciò, ora che abbiamo presentato le differenze tra le due tecniche (per quanto difficile sia descrivere qualcosa che si può capire al meglio solo osservandola), torniamo alla nostra domanda: perché mai definirlo eroe? Ebbene, l’eroicità del gesto è racchiusa tutta, come si può ben immaginare, essendo lui un atleta, in un Olimpiade. Nello specifico quella del 1968 a Città del Messico. Unico nel suo genere, Fosbury competeva contro avversari (che erano anche i suoi compagni statunitensi) che adottavano tutti il salto “ventrale”, di fronte ad una giuria e ad un pubblico non ancora avvezzi alla novità del suo gesto tecnico. Come è stato fatto però notare anche da Alessandro Baricco in una sua conferenza, la novità del gesto non era di natura soltanto pratica, nient’affatto: Fosbury si stava presentando sul campo disposto a saltare sopra l’ostacolo che gli veniva posto di fronte e a farlo di schiena, senza nemmeno guardarlo quell’ostacolo sopra il quale volava, lanciandosi all’indietro come se si stesse gettando nell’ignoto; senza paura. Tutt’altro: con la determinazione di superarlo e la convinzione di poter saltare più in alto di tutti. Il pubblico se ne innamorò presto quando lo vide competere per il podio, ne fu elettrizzato; e la storia ci racconta che i loro incitamenti non andarono perduti: Fosbury vinse l’oro, saltando appena una misura più dei suoi avversari.  Ma la medaglia fu poco a confronto del successo incredibile della sua tecnica, che rivoluzionò rapidamente l’intera disciplina, tanto che, ancora oggi, tutti gli atleti adoperano il “Fosbury flop”. E tuttora si aspetta colui che sarà il nuovo Fosbury, capace di far salire l’asticella ancora più in alto, con una nuova rivoluzione che emozionerà le generazioni future, si spera almeno quanto quella che ha assistito al miracolo di Fosbury.

Hooligans ieri e oggi

di Francesco Marinoni

In questi ultimi giorni si è sentito parlare molto di calcio, per via del naufragato progetto SuperLega che si proponeva di rivoluzionare in senso elitario le competizioni europee. Contro questa idea si è da subito registrato un malumore piuttosto diffuso, fra tifosi, giocatori e allenatori, in difesa dei valori sportivi e del calcio in particolare come un qualcosa che vada oltre un semplice spettacolo che genera una montagna di denaro: il calcio come passione, innanzitutto. Vero è che questa passione, specialmente in un Paese come l’Italia, caratterizzato da una forte tradizione calcistica, la si percepisce effettivamente ed è un elemento sicuramente di grande rilievo e che contribuisce all’importanza e al seguito dei club e della nazionale.

Il tifo tuttavia è fatto di persone molto diverse, che vivono l’amore per la propria squadra ognuno a modo proprio: c’è chi la segue sempre allo stadio, chi da casa propria, chi solo quando vince… Ci sono elementi però che si distinguono maggiormente dagli altri, per cui vedere la partita e supportare la propria squadra è più di un semplice passatempo: gli hooligans, come vengono chiamati nel loro Paese d’origine, l’Inghilterra, ovvero i gruppi che costituiscono il tifo organizzato (in Italia ci si riferisce a loro normalmente con il termine ultras).

Hooligans è l’appellativo con cui, a partire all’incirca dagli anni ’60, si inizia ad indicare le frange più violente dei sostenitori presenti negli stadi. All’epoca il calcio in Inghilterra è uno sport sempre più di massa, che mobilita ogni domenica centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese riempiendo gli impianti per seguire le partite dei campionati nazionali. Quasi tutti i club principali hanno i propri gruppi di tifosi organizzati, ma anche squadre decisamente meno blasonate e provinciali possono vantare al loro seguito il proprio nucleo caldo di sostenitori. Il fenomeno cresce progressivamente negli anni e i gruppi diventano sempre più simili a vere e proprie gang: dai nomi (Chelsea Headhunters, la Red Army di Manchester sono solo alcuni esempi) ai cori, gli hooligans autocelebrano i propri atteggiamenti criminali e cercano costantemente gli scontri con gli schieramenti opposti. Le rivalità si creano per questioni di vicinanza geografica (si pensi per esempio al forte astio fra tifosi di Liverpool e Manchester United) ma non solo: le curve stringono anche patti fra di loro e non è raro che agli scontri fra due grosse tifoserie si aggiungano anche appartenenti a gruppi alleati. Un nucleo di tifosi del West Ham (gli Inter City Firm, ICF) arriva anche a stampare dei biglietti da visita, con la scritta “Congratulations, you’ve just met the ICF”, da lasciare una volta terminati gli assalti.

Gli hooligans, al contrario di quello che si possa credere, non sono sempre accomunati dall’appartenenza a una certa classe sociale: fra di loro ci sono imprenditori, operai, disoccupati, piccoli borghesi. Ciò che li tiene uniti è un senso di famiglia e di comunità, che va oltre la passione stessa per il proprio club: è questo che li spinge nelle risse, negli scontri con la polizia, negli agguati ai rivali. Guidato da un nucleo di pochi veterani, esattamente come un esercito i gruppi si muovono in modo compatto, il che li rende particolarmente pericolosi: per decenni in Inghilterra la domenica è un giorno in cui non mancano feriti e, in casi più gravi, anche morti.

La risposta da parte del governo si traduce in una massiccia presenza di polizia, che viene impiegata stabilmente per provare ad arginare gli atti di violenza, ma con scarso successo: proprio la profonda organizzazione dei tifosi li rende anche estremamente difficili da contenere, grazie alla fitta rete di contatti che permette di sfuggire ad arresti e condanne. Le stesse tifoserie rivali si danno appuntamenti in luoghi prefissati per gli scontri, in modo da evitare l’intervento delle forze dell’ordine. A tutto questo si aggiunge l’inadeguatezza di molti impianti sportivi, che, insieme a una pessima organizzazione del flusso di persone e degli eventi, porta a vere e proprie stragi, fra cui si ricordano quelle dell’Heysel e di Hillsborough: da qui partirà tutto il processo di rinnovamento degli stadi, con l’introduzione di misure di sicurezza e controllo che garantiscano l’impossibilità che eventi come questi si ripetano.

Oggi alcuni di questi racconti sembrano un lontano ricordo: se è vero che hooligans e ultras non sono certo scomparsi, raramente, rispetto al passato, si assiste a gravi episodi di violenza che li riguardano. Viene da chiedersi come sia stato possibile passare da una situazione così esplosiva a quella di oggi in così poco tempo. Sicuramente un ruolo l’hanno giocato le severe misure giudiziarie pensate esplicitamente per gli stadi, che hanno progressivamente svuotato sempre di più le curve dagli storici capi e che però, allo stesso tempo, hanno rafforzato un atteggiamento che è sempre rimasto fondamentalmente repressivo nei confronti dei tifosi, più o meno violenti. Forse la vera differenza però, ricollegandosi all’argomento iniziale, l’ha fatta la progressiva e sempre più massiccia commercializzazione del “prodotto” calcio: con l’ingresso delle televisioni è iniziato un progressivo spostamento del focus dell’attenzione dallo stadio al più ampio business dell’intrattenimento e, oltre alla partita, diventa sempre più importante tutto ciò che ci sta intorno. L’aumento dei prezzi dei biglietti è sintomatico di questo processo e  ha portato lo stadio ad essere un luogo sempre più frequentato da persone pronte ad assistere a uno spettacolo piuttosto che a fare il tifo per una squadra, con tutte le conseguenze che questo implica.

Olimpiadi per tutti

di Francesco Marinoni

Lo scorso 24 giugno il mondo sportivo e la classe politica tutta, unita per l’occasione, hanno festeggiato l’assegnazione all’Italia delle olimpiadi invernali 2026, che si svolgeranno fra Milano e Cortina d’Ampezzo. Nel nostro Paese le olimpiadi tornano dopo esattamente 20 anni, quando fu Torino a ospitare la XX edizione invernale. Forse non tutti ricorderanno come è andata l’ultima volta.

L’evento ha lasciato sul bilancio del comune di Torino un debito che arriva quasi a 4 miliardi di euro, con una spesa complessiva per l’organizzazione di 4.37 miliardi, l’80 % in più di quanto preventivato (un dato che non sorprende più di tanto, dato che dal 1994 lo sforamento medio del budget è stato del 123 %). Quasi tutte le strutture sportive sono state segnalate più volte da varie trasmissioni per lo stato di abbandono totale in cui versano: molte di queste necessiterebbero di manutenzioni per cui non ci sono i fondi e pertanto giacciono inutilizzate, non essendo adatte a ospitare competizioni sportive. Recentemente è stato poi sgomberato il complesso abitativo dell’ex villaggio olimpico, che da anni era diventato un rifugio per molti senzatetto.

Se queste sono le premesse, vediamo di considerare le stime di costo per Milano – Cortina. Dopo una prima previsione decisamente utopistica, di 350 milioni, attualmente si ipotizza un investimento di 1.7 miliardi, senza che sia stato ben chiarito da dove verranno presi. Oltre ai circa 900 milioni che arriveranno dal CIO, in buona parte frutto dei diritti televisivi RAI, l’ex governo gialloverde non si era mostrato troppo favorevole per la concessione di fondi ulteriori, così come il comune di Milano e le stesse regioni coinvolte (Lombardia e Veneto). Da dove verranno tratte le risorse mancanti? Una domanda che al momento non ha ancora una risposta.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è sicuramente quello ambientale: quanto incideranno le olimpiadi sull’ecosistema alpino? Un primo elemento sono le risorse idriche: per il funzionamento degli impianti e lo svolgimento delle competizioni (in particolare per la neve artificiale), sarà inevitabilmente necessaria una grande quantità di acqua, con conseguente prelievo massiccio dalla rete pubblica e la probabile costruzione di nuovi bacini artificiali. Questo in un contesto tristemente noto per le grandi alluvioni che, soprattutto in Veneto, hanno devastato il territorio negli ultimi anni: non proprio una zona idrogeologica ideale.

In secondo luogo, come spesso avvenuto in passato, i grandi eventi sono una delle migliori occasioni per la realizzazione delle cosiddette “grandi opere”, in particolare a livello infrastrutturale, che poi in tanti casi si sono rivelate complessivamente poco utili (vedi alla voce Brebemi). Milano – Cortina non fa eccezione, con progetti di strade e ferrovie nuove in alcuni casi già pronti e che ora risultano inevitabilmente più appetibili, per la gioia dei costruttori e, probabilmente, degli speculatori edilizi. Certamente questo porterà anche alla creazione di numerosi posti di lavoro, ma il prezzo da pagare a livello di impatto sul territorio potrebbe comunque essere molto alto.

Infine, non è un caso che negli ultimi anni molti Paesi non sembrano più così attratti dall’idea di ospitare un’olimpiade: le città per cui c’è stato un referendum (Calgary, Sion e Innsbruck) hanno tutte bocciato la proposta di candidatura.

Insomma, in un contesto in cui tutti sembrano tifare per l’olimpiade, le voci critiche, che pure ci sarebbero, sono nascoste e non vengono ascoltate. L’obiettivo di questa analisi era mostrare un altro punto di vista, diverso dall’unico che finora è stato presentato all’opinione pubblica: per provare, almeno una volta, a fare certe riflessioni a priori e non, come sempre, a posteriori.

Per approfondire si invita alla lettura del Pieghevole Olimpico realizzato da OffTopic – Lab. politico

Non scordatevi del vecchio Chievo

di Francesco Marinoni

Il calcio è un mondo strano, fatto di grandi incertezze e di attimi, momenti. Le stagioni si susseguono una dopo l’altra e quasi sempre ci sono elementi di novità, sorprese, diverse squadre che si contendono i vertici delle competizioni nazionali e mondiali, altre che cadono in disgrazia. Ogni tanto però si creano dei cicli, delle costanti che nel corso degli anni si ripresentano.

Il Chievoverona per me, dai primi ricordi che ho della Serie A, è stata una di quelle. Una squadra modesta, che rappresenta un quartiere di una città in cui la compagine principale è storicamente un’altra (l’Hellas), e che ogni anno riusciva a trovare un modo per salvarsi e restare nel massimo campionato, con un gioco i cui caratteri principali erano la noia e la difesa dello 0-0. Insomma, l’anti-calcio per eccellenza. E proprio per questo da allora non ho potuto fare a meno di affezionarmi a quei colori, per pena e compassione ma allo stesso tempo stupendomi di come riuscissero ogni volta a farla franca. In uno stadio totalmente sproporzionato rispetto al pubblico misero, ogni domenica andava in scena la stessa terrificante partita di catenaccio e sofferenza, condita ogni tanto da gol di rapina o da imbarcate allucinanti. Meraviglioso.

Se poi a questo si aggiunge la serie di calciatori che indossavano (e in alcuni casi indossano ancora) quella maglia, il fascino non può che crescere. Gente come Sergio Pellissier, che ha di recente deciso di appendere gli scarpini al chiodo dopo una vita in gialloblu, legato a doppio filo al Chievo e che, per quanti attaccanti arrivassero, restava sempre lì e ogni tanto sfoderava pure qualche gol. Tra i tanti, due momenti da non dimenticare: forse ricorderete la tripletta alla Juventus a Torino, ma Sergio ha anche giocato una partita con la maglia della Nazionale, segnando pure un gol clamoroso. Figure come Stefano Sorrentino, che nessuno sa più ormai quando smetterà di difendere quella porta, che pur incassando quattro pere riesce ad essere il migliore in campo. E come non dimenticare Luciano, altra bandiera inossidabile, celebre per aver falsificato la sua carta d’identità dichiarandosi più giovane di 3 anni.

Quest’anno però, il vecchio Chievo non ce l’ha fatta. A pochi dispiacerà, ai più farà quasi piacere vederli in Serie B, ma a me mancherà terribilmente. E perciò ho voluto rendergli omaggio proprio nel momento peggiore degli ultimi anni, quando nessuno ormai ne canta più le gesta. Per ricordare quello che, nel suo piccolo, è stato una sorta di miracolo sportivo. Che vi piaccia o no, il calcio è fatto anche di tutto questo.

“Ha vinto lei? Eh grazie al… !”

di Lorenzo Caldirola

Quando si tratta di competizioni sportive di qualsiasi genere è scontato ritenere corretto che uomini e donne debbano competere in categorie diverse per via della maggiore potenza muscolare dei primi.

Tuttavia la distinzione dicotomica uomo-donna è un concetto ormai superato e questo sta creando non pochi problemi al CIO (comitato internazionale olimpico) e alle varie federazioni sportive nazionali.

Già dagli anni settanta si sono avuti casi di atlete transessuali le quali, grazie al loro fisico maschile, hanno potuto ottenere importanti risultati sportivi che non sarebbero forse stati alla loro portata se avessero gareggiato con degli uomini.

Tali eventi non sono rari e ogni volta generano molta polemica, con federazioni e comitati sportivi che da un lato vorrebbero garantire a tutte le atlete la competizione più equa e meritocratica possibile e dall’altro non possono che riconoscere che le atlete transessuali sono legalmente femmine e perciò hanno tutto il diritto di partecipare a una competizione femminile.

Quello dei diritti civili è un terreno molto difficile e sembra che qualsiasi decisione prendano le istituzioni ci sarebbe una parte lesa con tutto il diritto di chiedere cospicui risarcimenti presso il tribunale sportivo, così non esiste ancora un regolamento ufficiale da applicare in queste situazioni ma solo una serie di linee guida che il CIO ha diffuso alle varie federazioni.

Da un uso comune che fino ai primi anni 2000 dirimeva il sesso dell’atleta transessuale in base a se avesse fatto l’intervento chirurgico e si fosse sottoposto ad almeno due anni di terapia ormonale si è passati a consentire la partecipazione ad atlete che avessero livelli di testosterone sotto una determinata soglia a prescindere dai cambiamenti anatomici. Potenzialmente un’atleta può presentarsi come donna ad una gara e come uomo ad un’altra se è dotata di organi sessuali maschili e ha livelli di testosterone sufficientemente bassi.

La strada intrapresa è quella giusta? Difficile a dirsi. Sicuramente il testosterone è l’ormone che maggiormente determina la presenza di tratti fisici maschili in una persona e quindi è sensato usarlo per stabilire una soglia ma quanto questa deve essere bassa è meno chiaro siccome la nuova regola deve essere una tutela per tutte le atlete nate donna senza però finire per escludere chi ha dedicato al pari delle altre la propria vita allo sport ma ha avuto la sfortuna di non nascere in un corpo di sesso sbagliato.

Il tema genera ancora molta polemica anche perché, se portato ad un livello più alto ed astratto può essere visto come “È giusto che la liberta di una persona finisca per limitare quella degli altri?”. Non me la sento di esprimere un giudizio in merito, mi piacerebbe piuttosto che questo articolo possa dare vita a un dibattito costruttivo su un piano del diritto ancora da definire completamente.

La guerra santa di Glasgow

di Susanna Finazzi

Durante i derby la città scozzese di Glasgow diventa come la Verona di Shakespeare. Per le strade si combattono due fazioni che vantano un centinaio d’anni di rivalità e ad oggi non c’è ancora stata una Giulietta che abbia ispirato la pace. 

Le due squadre della città, i Celtic e i Rangers, rappresentano due vere e proprie correnti di pensiero che da sempre fanno parte della storia del Regno Unito. Per tifare Celtic bisogna avere almeno un antenato irlandese e un buon numero di messe domenicali all’attivo. Per portare il blu e il rosso dei Rangers, invece, basta essere protestanti unionisti, e magari votare conservatore. Una storia destinata a finire male già dal principio. Come sempre quando si tratta di calcio, il braccio armato di questa tragedia scozzese sono gli hooligans. La curva bianco-verde dei Celtic si chiama Green Brigade e a sentire i loro slogan non serve un grande sforzo d’immaginazione per capire perché. Gli striscioni inneggiano ai combattenti dell’IRA, il gruppo indipendentista paramilitare dell’Irlanda del Nord, e attaccano la tendenza britannica a ingurgitare territori come fossero tazze di tè. Gli avversari Rangers vengono anacronisticamente chiamati ancora oggi “bastardi orangisti”, con buona pace di Gugliemo d’Orange che ha supportato il protestantesimo quando ancora il calcio non esisteva. «La carestia è finita, tornate a casa» cantano gli Union Bears, sostenitori dei Rangers. Espongono striscioni sui preti pedofili e chiamano gli irlandesi “bastardi feniani”, battendo la bandiera del Regno Unito. 

A Glasgow il calcio è una questione di identità, ma anche una questione di principio. Non c’è solidarietà per gli avversari e ogni colpo basso è permesso. I tifosi più anziani hanno visto vere e proprie battaglie tra hooligans armati di coltelli e bottiglie rotte: si perdono orecchie e pezzi di naso, qualcuno è stato addirittura gettato da un ponte, e ogni derby finisce con almeno una corsa in ospedale. Le partite dell’Old Firm, così vengono chiamati gli incontri tra Celtic e Rangers, sono il tallone d’Achille del governo. Negli anni le leggi sono state aggiornate per punire i comportamenti scorretti durante i match, ma con scarso successo. La polizia è autorizzata ad intervenire in sempre più occasioni, con il risultato che i tifosi di entrambe le squadre lamentano multe, pestaggi e arresti ingiustificati. Molti credono che le misure siano efficaci e che a parlare sia il vittimismo tipico dei fomentatori di disordini che hanno qualcosa da farsi perdonare. In realtà il problema è il settarismo nella città di Glasgow, che le autorità considerano qualcosa di inevitabile. Le divisioni intestine sembrano naturali come lo sembravano nell’Italia di Shakespeare, ma le basi sono ormai vacillanti. La rivolta di Pasqua del 1916, l’imperialismo inglese, Guglielmo d’Orange sono ferite che non riescono a rimarginarsi e che peggiorano ad ogni Old Firm. Nel 1995 un uomo ha ucciso un tifoso sedicenne solo perché portava una sciarpa dei Celtic: gli è arrivato alle spalle mentre tornava dallo stadio e lo ha sgozzato in mezzo alla strada. 

Per ogni hooligan ci sono almeno dieci tifosi pacifici, ma la violenza è così estrema che è diventata un tratto distintivo dei derby di Glasgow. I giornali descrivono solo gli aspetti negativi e il governo si dichiara estremamente preoccupato, ma finora ha solo ingaggiato una lotta contro i mulini a vento. Pare che a nessuno piacciano le guerre sante, ma la verità è che non siamo ancora pronti a lasciar andare senza combattere i secoli di storia religiosa che abbiamo alle spalle. A Glasgow il calcio è solo un pretesto per poter affrontare ancora una questione spinosa, che dai tempi di Elisabetta I e Mary Stuart non è mai stata davvero risolta. 

Se la politica tocca il pallone

di Brian Arnoldi

Campionati del mondo di calcio del 1970. Gli occhi del mondo sono puntati sul Messico, dove dal 31 Maggio al 21 Giugno si fronteggiano sedici tra le migliori nazionali del mondo. Gli italiani sperano in una vittoria che ormai manca da molti anni, soprattutto per via delle enormi aspettative generate dalla squadra composta, tra gli altri, da Gianni Rivera e Sandro Mazzola. La competizione, che per il nostro Paese si chiuse con un secondo posto dopo la sconfitta in finale contro il Brasile, ebbe il suo culmine nella Partita del Secolo, ovvero il match, alle semifinali, in cui si scontrarono la Germania Ovest e l’Italia, che poi ne uscì trionfante accedendo alla finale contro i Carioca.

Accanto a quelli che furono gli eventi dal grande spessore sportivo, il mondiale fu anche protagonista di uno degli avvenimenti di cronaca sportiva più gravi della storia: la Guerra delle Cento Ore. Il conflitto scoppiò infatti proprio a partire da una partita di calcio, disputata tra Honduras ed El Salvador nella fase a gironi del mondiale. Le due nazionali si affrontarono in tre match: uno a Tegucigalpa, in Honduras, uno a San Salvador ed uno, lo spareggio, a Città del Messico. Durante tutte le partite entrambe le tifoserie non si macchiarono solo di comportamenti antisportivi (come il lancio di bombe carta e l’uso di altoparlanti vicino agli hotel dove alloggiavano le squadre avversarie al solo scopo di non far dormire i calciatori), ma anche di violenze di vario genere, culminate nell’uccisione di due tifosi honduregni e lo stupro di una ragazzina, sempre dell’Honduras, durante il secondo match. La rivalità tra le due nazioni non era tuttavia di solo stampo sportivo: l’Honduras era infatti in rotta da mesi con El Salvador, il cui governo semi-dittatoriale aveva espropriato le terre degli immigrati honduregni, che erano stati rispediti nel Paese di origine, causando una grave crisi sociale ed economica per la piccola nazione del Centro America. Le partite furono dunque utilizzate come pretesto da entrambe le nazioni per interrompere i propri rapporti diplomatici e poi, il 14 luglio 1969, per giustificare una guerra vera e propria, iniziata con l’invasione dell’Honduras da parte di El Salvador.

La guerra si concluse in pochissimi giorni (cento ore, da cui il nome della guerra stessa), risolvendosi in un nulla di fatto dopo l’intervento diplomatico delle altre nazioni americane, che mediarono una pace tra i due belligeranti. La guerra, passata perlopiù in sordina in Europa, fu tuttavia il primo esempio di come lo sport potesse essere piegato alla bieca ragione di Stato, politicizzando di fatto un’innocua competizione e causando, per la prima volta, una vera e propria guerra capace di fare un totale di seimila vittime nell’arco di una settimana.

L’irregolare del calcio

di Andrea Calini

Democracia Corinthiana. Il nome è suggestivo, le idee e le visioni corrono. La declinazione in lingua portoghese del sistema politico di Corinto? Potrebbe, ma le storie delle istituzioni democratiche dell’antica città del Peloponneso non sono così avvincenti. La democrazia c’entra di sicuro però, di questo siamo sicuri. Una democrazia inedita, applicata, o meglio importata, in un mondo che, fino alla seconda metà degli anni Settanta, era legato alla verticalità di un ordine rigidamente gerarchico. Il mondo è quello del pallone. E il posto del globo che interessa questa storia è un paese che di democratico non ha proprio nulla: il Brasile, tenuto stretto nella morsa di una dittatura militare rozzamente anticomunista. Dunque, cerchiamo di capirci: qual è la ricetta che nel calcio gerarchico del Brasile dittatoriale degli anni ‘70/’80 crea una democrazia? Non una democrazia semplice come ce la potremmo immaginare, ma il più straordinario esperimento di gestione democratica e dal basso della storia del calcio.

Prendete un uomo. Un uomo nato povero in quel Brasile che però ci dà dentro, insomma corre e studia. E quell’uomo studia e si laurea medico, ma il suo sogno è un altro: fare il calciatore. Ma in tutto ciò è indignato dall’ingiustizia e dallo sfruttamento, e diventa un intellettuale comunista.

Prendete quest’uomo (o questi uomini), mettetelo in una squadra di calcio e quello che verrà fuori è la cosiddetta Democracia Corinthiana.

Bene, quell’uomo è Socrates. E davvero straordinaria risulta la figura di questo irregolare, figlio di un autodidatta che riesce a trasmettergli l’idea della cultura come arma da brandire contro la subalternità.

Chi sa può difendersi, il potere può levarti i diritti e la libertà ma non la coscienza critica che il sapere alimenta in continuazione.

Con la consapevolezza che la cosa più importante è l’impegno nello studio, perché il sapere, fuori da ogni velleità astrattamente accademica, ha una dimensione concretamente e immediatamente politica. E in un paese dove il calcio non è semplicemente un gioco ma l’autobiografia di una nazione, diventa particolarmente produttiva l’intuizione rispetto alla possibilità di fare di una squadra di calcio uno strumento di lotta politica.

E così accade tra la fine dei Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Dar vita a una autogestione democratica del Corinthians, il club di San Paolo, per cui ogni decisione sugli aspetti tecnici, tattici, gestionali ed economici diventa appannaggio del collettivo della squadra, che inoltre moltiplica l’orizzontalità dello spogliatoio attraverso una serie di messaggi politici stampati sulle magliette e che si devono alla genialità del copywriter Washington Olivetto.

Il soviet calcistico funziona, perché la squadra vince e rimette a posto i conti scalcagnati della gestione precedente, mentre Socrates incanta con i suoi celeberrimi colpi di tacco e le sue dichiarazioni. «Quello che conta è la gioia» ripeteva sempre il dottore, che nell’84 arriverà anche in Italia per giocare nella Fiorentina, ma di gioia nel nostro paese ne troverà ben poca, tanto da tornare a casa a fine stagione. Non prima però di aver sorpreso tutti, dichiarando che il suo principale interesse qui era «leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio». 

Ciò che alla fine ci restituisce la vicenda di Socrates è quanto sia politicamente strategico un lavoro sull’immaginario, un terreno sul quale per battere l’avversario il possesso palla risulta assolutamente decisivo.