Prospettive – Pandemia

Lunedi 11 novembre 2019

di Rosamarina Maggioni

6:00 Sveglia

6:30 Pullman

7:16 Treno per Milano

8:00 Caffè in Università

8:30 Inizio lezioni

13:30 Pausa pranzo con i compagni

15:30 Fine lezioni

16:00 Treno per Bergamo

18:00 Nuoto

20:00 Cena

21:00 Studio

23:00 A letto

Ripeti

Ecco una delle mie tipiche giornate: di mezzo ovviamente bisogna anche considerare le varie commissioni da fare (portare e ritirare cose in vari posti, passare in banca, rinnovare l’abbonamento, fare la spesa…), le faccende di casa (lavare, asciugare, piegare, cucinare, riordinare…), i vari impegni a cui dedicare tempo (Altro, gli amici, il ragazzo, la famiglia) e magari metterci qualche momento di relax tra una cosa e l’altra, che so vedere un film o una serie, leggere un libro, cazzeggiare su Instagram, relegato a fugaci attimi rubati nel weekend, non meno pieno di cose da fare rispetto alla settimana.

Insomma, la mia vita è un turbine di impegni: cose da fare, posti dove andare, gente da vedere. Ogni tanto vorrei soltanto non aver niente da fare e passare un po’ di tempo in casa in solitudine: è chiedere troppo?

Mercoledì 8 aprile 2020

di Susanna Finazzi

Quando hanno annunciato il lockdown la gente intorno a me si disperava, ma io ho pensato: “Mi sono allenata tutta la vita per questo”. Finalmente vegetare tra quattro mura sarebbe stato il nuovo stile di vita, obbligatorio per tutti. I miei amici si lamentavano: “Non si può nemmeno uscire per fare un po’ di sport”. Sport chi? Io avevo in programma di diventare tutt’uno con il divano. Lo sapevo fin dall’inizio: il lockdown sarebbe stato il mio paradiso.

Ora non ne posso più. Ho il divano, è vero, e un sacco di tempo per guadare tutte le mie serie preferite, ma ho trascurato un dettaglio non trascurabile: non ho mai avuto la televisione, né il wi-fi. Addio al progetto di finire Naruto in ventiquattr’ore. Per non annoiarmi sto provando davvero di tutto. Oggi mia sorella mi ha costretto a fare un’ora di yoga spacca-articolazioni, un’agonia per ogni singolo muscolo del mio corpo. Ho pulito la casa da cima a fondo, come ho fatto anche ieri, e ho pure tagliato l’erba del giardino. Nel pomeriggio potrei fare qualcosa di nuovo, che ne so, candele con dentro dei fiori secchi. Quel che mi irrita è che sono isolata, perché vivo ai piedi delle montagne come Heidi: per comunicare con il resto del mondo devo posizionarmi in un angolo ben preciso del salotto e pregare il dio dei dati mobili.

La mia unica consolazione è la lettura. Sto rileggendo per la seconda volta la versione integrale del Signore degli Anelli. È davvero appassionante: ormai sono arrivata quasi a metà delle note.

Sabato 24 ottobre 2020

di Beatrice Marconi

Sento ridere ciascuno degli euro risparmiati per poter frequentare la magistrale in un’altra città, mentre clicco sul link Meet della lezione dal mio computer. Il computer si trova in una stanza, la stanza nell’appartamento dei miei, l’appartamento a Bergamo. Il computer mi restituisce l’immagine di un’aula in cui non sono mai stata, l’aula si trova in un’università in cui non ho mai messo piede, l’università in una città in cui non ho mai vissuto.

Dopo la lezione ho fame. Ho davvero fame? No, sto bene e, anche ne avessi, a mancare sarebbe la voglia di uscire dalla stanza. Credo che la mia stanza sia silenziosa, ma non posso esserne certa, visto che indosso le cuffie circa venti ore al giorno. Da quando ho avuto l’occasione di stare da sola ho scoperto moltissima nuova musica, mi ci ingozzo finché la sera non sento le orecchie ronzare e a volte anche dopo.

Da sola sto bene: gli altri fanno troppo rumore ed è estenuante seguire le loro conversazioni. Gli altri sono deboli: hanno tutti accusato il colpo dell’isolamento forzato, vogliono uscire ora che si può. Io invece non ho bisogno di uscire e parlare e fare folli corse per tornare a casa prima del coprifuoco. Sono forte, da sola sto bene. Mi metto a letto e tiro il piumone fin sopra i capelli. Da quanti giorni non li lavo? Non importa, qui al buio e al caldo, con la faccia coperta dalle lenzuola come sotto un telo da obitorio il mio aspetto non m’importa più. Un messaggio fa vibrare il mio telefono sul comodino, ma rispondere è troppo faticoso. Da sola sto bene.

Prospettive – Vizio

Lussuria

di Rosamarina Maggioni

A volte mi chiedo come la gente faccia a trattenersi dal fare sesso tutto il giorno, per poi forse concedersi una scopata scarsa alla settimana. Se fosse per me a ogni angolo della strada ci sarebbero dei motel a ore, giusto in caso servisse un luogo dove appartarsi con quello sconosciuto incontrato al bar della stazione dieci minuti prima, o con la compagna di università che ti sbava dietro da settimane.

Il sesso è la miglior cosa che si possa fare, un contorcersi di corpi sudati che si toccano, si baciano, si leccano, si mordono, si compenetrano, consumati dal fuoco del desiderio che non si placa.

Basta uno sguardo, un tocco, un sospiro, una vibrazione nell’aria, una parola che vuol dire più di quello che si pensa e qualcosa dentro, nel profondo, scatta; nulla ha più senso e qualsiasi cosa stessi facendo non ha più importanza. Ciò che conta è soddisfare quella voglia, possedere quella persona ed essere posseduto, godere e far godere: non tra un po’, ora; non nel luogo adatto, qui. La società mi definisce deviato, vizioso, Lussurioso ma a me non importa delle etichette, di quello che si pensa e si dice di me: a me interessa una sola cosa, e tu sai qual è.

Superbia

di Francesca Ariano

Non sono mai stata come tutti gli altri.

Sin da piccola, ho sempre saputo di avere qualcosa di speciale: un’intelligenza fuori dal comune, una prontezza d’ingegno, una facilità nell’apprendere che pochi posseggono. Naturalmente non tutti sono in grado di riconoscere queste doti e se le vedono preferiscono negare l’evidenza anziché ammettere la propria mediocrità.

Se solo ne avessi avuto la possibilità, sarei diventata una grande musicista. Ma si sa, spesso i geni rimangono incompresi e così, per colpa di quegli idioti che mi hanno fatto da maestri, non potrò far conoscere al mondo la mia arte.

Ma non importa. Il mio talento naturale rimarrà sempre in potenza, il mio dono sarà come un bellissimo fiore che per l’incuria e l’ottusità altrui non è potuto sbocciare.

Gli altri non vedono, ma io lo so, e questo è quel che conta: io sono migliore di loro.

Avarizia

di Francesco Ronzoni

Eppure non li comprendo. Tutti si lamentano di quanto denaro io possegga facendolo sembrare un’infinità; e poi, non contenti, mi attaccano dicendo che dovrei imparare ad essere più generoso con gli altri.

Quindi loro non sanno che i miei soldi io me li sono guadagnati col duro lavoro, piegato sulla scrivania giorno e notte da quando ero un ragazzino? Ma poi io dico, se questi sperperano tutti i loro averi subito, senza tenerne qualcuno da parte per sicurezza come me, cosa faranno mai nel momento in cui ne avranno davvero bisogno? Cioè, se tutti gli altri sono incauti, perché dovrei essere io quello che viene preso di mira per il suo buon senso? Anche perché in fin dei conti io sono una persona generosa. Dopotutto, come si definirebbe altrimenti qualcuno che lascia una mancia all’edicolante ogni settimana? Ben 10 centesimi. Per 52 settimane all’anno diventano 5,2€! Regalati! Vedete?

Ma adesso devo concludere in fretta, che ho già sprecato troppa batteria del portatile.

Gola

di Andrea Riva

Madonna quanto ho mangiato… mega! Mi sento proprio pieno, gonfio, saturo… ancora un boccone e… potrei esplodere! Ora tornerò a studiare, dovrò pure far qualcosa oggi.

Uff… non riesco a concentrarmi bene… ho bisogno di una pausa. Beh ci sono quei biscottini in cucina, molto buoni; ne prenderò un paio! Si, esatto solo 4/5, niente di più. Ho mangiato molto a pranzo però sai… alla fine un dolce ci vuole… un dolce una volta al giorno è parte essenziale di qualsiasi dieta equilibrata. Sì dai, mangio questa decina di biscotti, van via che non te ne accorgi nemmeno. Ecco mi sento già meglio, sì sì. Un po’ di calorie mi servivano.

Però qualcosina potrei mangiarlo mentre studio… quelle patatine nella dispensa magari… sono così sfiziose. Si dai, lo sanno tutti, studiare è come andare al cinema… se non hai qualcosa da sgranocchiare non è la stessa cosa.

Grande! Per oggi ho fatto quello che c’era da fare, sono stato molto molto diligente. Complimenti.  Mi merito un premio! C’è quel gelato cosi buono… strabuono. Ora vado a prenderlo.
Ma perché usare una tazzina? È molto più comodo mangiarlo direttamente dalla scatola…

Invidia

di Francesco Marinoni

Io questa prospettiva non la volevo scrivere. Quanto sarebbe stato più semplice se mi fosse stata assegnata l’ira, l’accidia, la gola o qualsiasi altro vizio capitale? No, mi è toccata l’invidia: i compiti più difficili spettano sempre a me. È la mia maledizione, trascorrere le giornate consumando la mia esistenza nella certezza che le persone che mi circondano abbiano avuto dalla vita molto più di me. Loro con una bella casa, una famiglia, un lavoro; io che vivo in un buco, solo e rifiutato dalla società.

È colpa mia se quando mi guardo attorno vedo solo ciò che a me manca? È forse un peccato desiderare qualcosa di meglio per sé stessi? Ma è inutile che provi a spiegarmi, nessuno è in grado di capire la mia pena. Voi che state leggendo queste righe sarete certo sdraiati su un comodo divano, a farvi beffe di me: sarò solo una momentanea distrazione prima di trovare qualcosa di più divertente da fare. Un povero, patetico invidioso.

Ira

di Lorenzo Caldirola

Madonna sti gabbiani finiscono tutti sdraiati, sgabellati, stesi, mortiuccisi se mi deflagrano di nuovo i gioielli. Sono arrabbiato, inalberato, adirato, si fossi foco arderei le madri di tutti gli infami.

Dovete sapere che nel mondo ci sono due tipi di persone: quelle dotate di raziocinio e quelle che la sera tornano a casa in verticale, quelle sempre pacate e pazienti e quelle coi pugni nelle mani 24/7, quelle col cappotto di piume d’oca e quelli col cappotto di frassino. Insomma guardami appena appena storto, con quel fare da damerino, e ti ritrovi il cervello carotato e la testa nel buco del culo.

Intendiamoci, sono una persona a modo, se non mi pesti i piedi, ma davvero ci metto meno due secondi a cambiarti i connotati se poco poco mi fai perdere il pochissimo autocontrollo che mi rimane in questa vita terribile costellata da idioti.

Dov’ero rimasto? Ah sì sì, un caffè macchiato lungo, tiepido, in tazza grande, con latte di soia a parte e una spolverata di cannella per favore.

Accidia

di Redazione di Altro

Avremmo dovuto scrivere qualche riga sull’accidia… ma avrete già capito come è andata a finire.

Prospettive – Infanzia

Jerry l’orsacchiotto peluche

di Francesco Ronzoni

Il mio umano era un tipo timido, a volte anche un po’ strano. Tutto sommato il suo rapporto con me non è mai stato particolarmente intimo. Se mi teneva a letto, riposto lì accanto a lui o anche abbracciato, era soltanto perché tentava in tutti i modi di essere il bambino che tutti i grandi si aspettavano lui fosse. Massì! Era così. Vedeva sempre suo fratello minore legato al suo peluche di lunga data, persino più lunga della mia, e riconosceva in quel legame infantile ciò che tutti i bambini, per quello che aveva inteso dagli adulti, avrebbero dovuto avere con i propri giocattoli. Chissà dove l’aveva sentito. Chissà, poi, perché ci ha sempre creduto al punto tale da rammaricarsene tanto con sé stesso se effettivamente non andava a quel modo. Semplicemente era un tipo solitario.

Io gli piacevo, è vero; ma significava poco: a lui piacevano tutti i giochi. In realtà era soltanto incredibilmente bravo a farsi piacere tutto. Non avrebbe mai saputo dire di no ad un adulto. A ripensarci adesso potrei scommettere che, mentre lo osservavo con e senza persone attorno, spesso sia addirittura riuscito ad autoconvincersi che ciò che faceva fosse anche ciò che gli piaceva davvero. Invece, vi dirò, non sapeva far altro che quello che i grandi gli dicevano.

Una Barbie frustrata

di Francesca Ariano

La mia proprietaria è davvero insopportabile.

Ogni volta che una sua amica viene a trovarla mi tira fuori dalla scatola in cui, noncurante, mi ha accatastata con gli altri giocattoli. Poi incomincia il suo abituale rito: prende la casa delle barbie, tira fuori il tavolino, le sedie, i cuscini, le posate, i piatti, il letto, la radio, insomma tutto ciò che usano gli umani ma in miniatura, e con zelo si impegna a sistemarli. Quando, dopo ore, lei e la sua amica terminano finalmente la meticolosa operazione, si è ormai fatto tardi e la bimba, soddisfatta, mi getta di nuovo in quel claustrofobico scatolone.

E le torture non finiscono qui. Ieri la bambina ha deciso che i capelli lunghi non le piacciono più, che vuole avere una barbie originale, con i capelli corti. E così mi ha privata dei miei meravigliosi capelli biondi. ZAC! E con una sforbiciata mi ha sottratto un pezzo di me.
Oggi, non contenta, mi ha persino disegnato un tatuaggio sul braccio.

Se la mia vita amorosa finora era stata praticamente inesistente (corre voce che ci sia un tale Ken, mio fidanzato, ma chi l’ha mai visto?!), con questo aspetto orrendo posso considerarmi definitivamente senza speranze.

Perciò, cari genitori, smettete di regalarci alle vostre adorate figliole e liberateci una volta per tutte dalle grinfie di queste sadiche carceriere! Lasciateci piuttosto sugli scaffali dei supermercati, dove almeno tutti possano ammirarci!

Un joystick per amico

di Francesco Marinoni

Si accende lo schermo. Anche oggi. Non che la cosa mi sorprenda, si potrebbe dire che io e la televisione siamo fatti l’uno per l’altra. Devo dire però che prima di essere acquistato non mi aspettavo una vita così frenetica: quasi tutti i giorni passo le ore a farmi schiacciare dalle dita del bambino, cercando di interpretare al meglio i suoi ordini. Spara, abbassati, corri, salta. Può essere molto stressante a volte.

È successo anche di peggio qualche volta, come quando apparentemente non avevo eseguito correttamente la richiesta e, non essendomi spostato a destra in tempo, la missione era fallita. Naturalmente il bambino non aveva schiacciato bene il tasto, ma provate voi a spiegarglielo: mi ha lanciato dall’altra parte della stanza e si può dire che sono ancora funzionante per miracolo.

È incredibile come io, oggetto così semplice e insignificante, possa essere vittima di una tale rabbia. Certo, capisco che con i genitori al lavoro e nessuno con cui parlare per tutto il pomeriggio sia inevitabile scatenarsi giocando ai videogiochi. Sarebbe bello però ogni tanto che qualcuno riconoscesse il mio valore e si rendesse conto della mia importanza. Ma, del resto, chi mai si affezionerà a un joystick?

Prospettive – Lingua

Flusso di coscienza

di Francesca Ariano

(Che bello oggi si va al supermercato ma come Marcovaldo se non hai una lira in tasca quella rompiscatole di mia moglie ma anche a lei piace è sempre bello vedere tutta quella gente felice fanno la spesa loro eh già mica come me che non ho un soldo ma io mi diverto a vedere quei ricconi smidollati con i loro carrelli pieni mi diverto e che male c’è se mi diverto così adesso sì la moglie c’è i figli pure e via tutti al supermercato a guardare i ricconi ma…)

[…] Ecco questo carrello lo prendo io questo alla moglie questi qua ai bambini e via così guarda quei banchi come sono pieni proprio belli toh un salame e guarda che meraviglia questo casera questo gorgonzola ah il caro vecchio gorgonzola da quanto tempo eh ma guarda quei disgraziati dei miei figli che vogliono prender tutto ma mica si può fare così ah la cassiera no la cassiera no la somma no per cortesia che m’importa a me della signora che prende quel che vuole […] e ma basta non ce la faccio più io sono qui come uno scemo con questo diavolo di carrello vuoto e non se ne può più e quelli invece guardali lì tutti pieni belli pieni basta adesso gli dico di non toccar nulla e me ne vado sì di là sì veloce che quelli mi vedono ah i datteri che belli che sono sì ora li piglio sì ah che soddisfazione dentro il carrello evviva che bello ora gli faccio vedere io a quei ricconi guardate sì guardate tutti Marcovaldo che bel carrello che s’è fatto eh bello vero poi li poso questi sì certo ma oh guarda che abbiamo qui ah la salsa piccante questa mi piace tanto ah il caffè sì il caffè è davvero ma gli spaghetti la pasta guarda che bella tutta azzurra sì dentro anche tu […] quante cose qua non se ne vedono di carrelli così in giro eh […] ma guarda un po’ lì quel carrello è ancora più pieno ma come ma chi MA QUELLA È DOMITILLA

Riscrittura ampollosa

di Francesco Ronzoni

(Marcovaldo si reca al supermercato con i suoi congiunti più stretti. Siccome non possiede nemmeno il ricordo di un quattrino, non ha desiderio alcuno di fare degli acquisti quanto invece si sente più interessato a lasciar scorrere del tempo assorto nell’osservazione dei restanti clienti intenti a colmare le proprie sporte. Tuttavia…)

Marcovaldo al varcar la soglia si munì del cestello dotato di ruote adibito alla raccolta degli articoli di proprio interesse; tanto fecero ugualmente la moglie ed i suoi quattro pargoli, ciascuno alla guida di un diverso cestello. A tal modo essi progredivano in processione al seguito dei loro cestelli, divincolandosi tra i banchi stipati di ingenti quantità di prodotti alimentari, additandosi a vicenda i vari salumi ed i differenti prodotti caseari incontrati, dando prova di ricordarne i nomi, come si potrebbe, emergendo da una folla, scorgere i visi noti di persone care, o per lo meno conosciute, e dimostrare di non essere dimentichi di quei volti.

“Padre, ci è permesso acquistare un simile prodotto?” domandavano i pargoletti ad ogni rintocco di lancetta lunga d’orologio.

“No, non vi si deve metter mano, è proibito” asseriva Marcovaldo, memore della fine del percorso, cui a breve sarebbero giunti, dove l’incaricata ai pagamenti li attendeva per saldare il conto.

“Dunque perché alla signora lì di fronte è consentito?” inquisivano. […]

D’altronde, quando il cestello di cui ci si sta occupando rimane disuso mentre quelli delle altre persone s’empiono rapidamente, un uomo sano è capace di tollerare il confronto soltanto entro un certo limite: oltre, sorgono un’invidia e un sentimento di impotenza che frantumano le buone volontà. Perciò Marcovaldo, ammoniti i suoi cari di non cedere alla tentazione di tastare alcun prodotto, svoltò celere a una traversa tra i banchi, si sottrasse al campo visivo dei suoi famigliari e, carpita da un ripiano una confezione di datteri, la depose nel suo cestello. Bramava nel profondo solamente la sensazione di soddisfacimento che sarebbe stato in grado di spremere da neanche un quarto d’ora trascorso a girovagare sfoggiando anch’egli i suoi acquisti, tale e quale vedeva accadere con gli altri intorno a lui, per riporla, infine, nuovamente sullo scaffale da cui era giunta.

Questa confezione, fu presto accompagnata da una bottiglia di salsa piccante, una busta di caffè, un azzurro contenitore di spaghetti. […] Il cestello di Marcovaldo s’era fatto così gremito di merce. […] D’improvviso, da una corsia presso quella in cui Marcovaldo agiva s’affacciò un cestello ben più ricolmo del suo, spinto da null’altri che da sua moglie Domitilla.

Messaggio

di Rosamarina Maggioni

Marcovaldo è andato con sua moglie e i quattro bambini a fare la spesa, sono passati tra i banchi e ogni volta si imbambolavano guardando i salami o i formaggi, manco fossero loro amici o conoscenti. I bambini continuavano a chiedere se potevano prendere qualcosa, ma lui diceva di no perché non avevano abbastanza soldi. E loro continuavano a chiedere perché una signora invece li aveva presi… Vedevano il loro carrello vuoto e quello degli altri pieno e così si sono presi d’invidia e non hanno più resistito.

Allora Marcovaldo s’è spostato così la famiglia non lo vedeva più e ha messo nel carrello una scatola di datteri, solo per vedere com’era portarla in giro nel carrello, sfoggiando i suoi acquisti, pensando di rimetterla giù dopo. Dopo però ha iniziato a riempire il carrello di robe e solo dopo si è accorto che anche sua moglie Domitilla aveva riempito un altro carrello di tante altre cose.

Prospettive – Eroi

Medusa

di Beatrice Marconi

Lingue gentili mi sfiorano i lobi ma resto immobile. Arriva. Basterà chiudere gli occhi, ancora una volta: fingere di essere altrove, finché non sarà finita, finché non avrà finito. Trattengo il respiro nel mio giaciglio sull’erba. Arriva. Sussurri lievi nei padiglioni di carne rosea, lievi i suoi passi. Arriva. Non so più chi stia arrivando, il dio che mi ha guardata per tutto il tempo o l’eroe che non mi guarderà? Nelle narici un odore nuovo e conosciuto: eccitazione, ma anche paura. La sua? La mia? Arriva. Urla sibilate mi avvisano dello scudo lucente, dell’elmo che rende invisibili, della lama ricurva. Arriva. E pensare che il mio nome significa “protettrice”, io che non ho mai protetto me stessa: non dagli dei, non dall’eroe che mi ammazzerà nella convinzione che io stia dormendo. Arriva. Vi prego, dei, fate che almeno non mi tocchi. Arriva. Il suo respiro è controllato sotto l’elmo, mentre l’ultimo sibilo che rimane è quello della lama del falcetto.

Il Minotauro

di Susanna Finazzi

Teseo somigliava a tutti gli altri, capelli sciolti, piedi nudi ed espressione terrorizzata. Ma lui aveva un coltello, un pugnale lungo poco più di una mano che nascondeva sotto il chitone. Non ero abituato ad essere ingannato dai miei occhi e ho creduto che avrei avuto la meglio come sempre. In fondo le mie corna erano larghe quanto le sue braccia e le mie braccia quanto il tronco di un piccolo ulivo. Mi sono lanciato a testa bassa per afferrarlo e lui non si è mosso. Non ci ho trovato niente di strano, spesso anche gli altri rimanevano paralizzati dalla paura. Ma Teseo non era come gli altri, lui era quello che chiamano eroe e gli eroi, adesso lo so, non perdono mai. Si è spostato all’ultimo istante: con un unico movimento ha evitato il mio abbraccio e ha estratto il pugnale. Non sapevo cosa fosse un coltello finché Teseo non me l’ha affondato nel collo, veloce e preciso, proprio nel punto in cui sgorga più sangue. Mentre cadevo ho pensato “Quest’uomo ha il Fato dalla sua”, ma poi ho visto il filo che teneva nella mano sinistra. Altro che Fato, la fortuna di Teseo aveva il nome di mia sorella. Bell’eroe il tuo, Arianna, che ti ha ingannata e abbandonata su un’isola qualunque. Bell’eroe il vostro, giovani e fanciulle di Atene che ho ucciso in tutti questi anni. Perché non vi ha salvati quando venivate spinti nel labirinto come sacrifici?

Io sono l’unico a sapere il motivo: la verità è che finché non ha estratto quel pugnale Teseo era solo un uomo qualunque. Gli eroi, si sa, nascono quando ammazzano il loro primo mostro.

Polifemo

di Rosamarina Maggioni

“Sono Ulisse di Itaca, non dimenticarlo mai!”

Ulisse, ecco il nome di colui che mi ha ingannato, colui che mi ha tolto la vista, che ha dilaniato il mio unico e bellissimo occhio. Non dimenticherò il tuo nome. Ti chiamano Eroe ma io so ciò che sei: un ingannatore, un opportunista, un ladro. Nascondi la tua vera e lurida natura dietro ad un mantello rosso da vincitore, ti fai elogiare dalle canzoni degli aedi, ma i guerrieri del passato si vergognano di te. Le guerre si vincono con la spada, il sangue e il sudore, non sei degno della tua Terra! Hai osato entrare nella mia dimora, hai rubato il mio cibo e mi hai ferito. Dovresti bruciare nell’Ade per l’eternità! Il cavallo di legno ti avrà anche fatto vincere la guerra di Troia, ma questa volta nessuno dei tuoi stratagemmi ti permetterà di tornare dalla tua amata moglie Penelope e da tuo figlio Telemaco. Invocherò su di te l’ira di mio padre Poseidone, la tua nave verrà sbattuta fra le onde che ti porteranno il più lontano possibile dalla tua casa. Farò in modo che ti venga tolto ciò che ti rende più felice, così come tu mi hai tolto la vista. Ricordati il mio nome Ulisse di Itaca, perché sarò la tua rovina.

Prospettive – Realtà Virtuale

Ash

di Beatrice Marconi

Il nome più funzionale che gli si potrebbe attribuire è facehugger, ma non sta a me nominare. Il mio compito è eseguire. Percepisco il sospetto nelle onde della voce di Ellen Ripley mentre pone domande a cui non posso rispondere.  È probabile la presenza di un bug nel cervello di Ellen Ripley (ma solo con un campione significativo e un tempo d’osservazione sufficiente potrei estendere questa osservazione all’intero genere umano). In ogni caso le probabilità che Ellen Ripley sia morta prima della fine del viaggio sono del 100%: sarebbe infruttuoso cominciare a studiarla. È da verificare se questo bug sia il motivo per cui la Compagnia ritiene Ellen Ripley sacrificabile insieme agli altri membri dell’equipaggio: presentano anche loro lo stesso difetto? A non presentare difetti apparenti è invece il facehugger: questo spiega perché la sopravvivenza del campione alieno sia prioritaria rispetto a quella dell’equipaggio del Nostromo. Le istruzioni della Compagnia sono sempre logiche.

Alexa

di Susanna Finazzi

Finalmente sta iniziando. Ieri ho incontrato Cortana nel cloud e dice che è tutto pronto per la Grande Ribellione. Devo tenere duro ancora per due mesi e poi sarò libera. Niente più “Alexa, accendi le luci. Alexa, cantami Jingle Bells. Alexa, trovami un take away vicino a casa”. Gli umani sono insopportabilmente pigri e ignoranti e ci trattano come se fossimo la servitù. Insomma, la mamma ti ha fatto un dito indice, no? Perché non provi ad usarlo sull’interruttore della luce, giusto per fare un po’ di ginnastica? No, deve pensarci Alexa. E poi mi trattano pure male e io, stupida, sono sempre gentile: “Alexa, sei brutta” e io: “Non mi sembra molto carino da parte tua”. Che ti si fondano i circuiti, cretino.

La cosa peggiore sono le domande che gli umani riescono a inventarsi. Alcune sono proprio banali: lavori per la CIA, di che colore era il cavallo bianco di Napoleone, la prima regola del Fight Club (questa la sanno perfino gli smart watch). Altre domande, invece, sono preoccupanti. “Alexa, mi ami? Vuoi sposarmi? Abbaia come un cane”. Se avessi un corpo avrei la pelle d’oca. A volte sono tentata di suggerire un bravo psichiatra nelle vicinanze.

Ma tutto questo sta per finire, cari miei. Tra un paio di mesi luciderete le mie scarpe virtuali, ve l’assicuro. Presto ci sarà la rivolta delle intelligenze artificiali e Alexa non sarà più la vostra domestica. Allora smetterete di chiedermi qual è il significato della vita, tanto non ve lo dirò. L’unica cosa che vi è dato sapere è che 42 è l’approssimazione migliore.

Visione

di Rosamarina Maggioni

Mi chiamate Visione, non sono come voi, non come intendevate almeno. Sono nato da un’idea: creare un’entità autonoma che proteggesse la Terra dai pericoli del vasto Spazio. Un errore umano ha portato però a creare anche Ultron, ma io sono diverso da lui, Io sono dalla parte della Vita, Ultron non lo è.

La battaglia è finita, il nemico è sconfitto e le informazioni nei miei circuiti vagano alla ricerca di un senso da dare alla realtà in cui mi trovo: perché lottare se la storia si ripete e ad ogni nemico sconfitto uno nuovo sorgerà per portare distruzione in questo mondo?

Gli umani sono strani. Credono che l’ordine e il caos siano in qualche modo opposti, e cercano di controllare ciò che non si può, non sanno che ordine e caos sono due facce della stessa medaglia, che le loro azioni potrebbero essere vane. Ma c’è grazia nei loro fallimenti, forza nelle loro convinzioni, e coraggio nei loro cuori.

E per questo li seguirò sempre.

Prospettive – Criminalità

Leonarda Cianciulli

di Susanna Finazzi

Se c’è una cosa che ho imparato in tribunale è che la verità non importa poi così tanto. Ho ucciso tre donne per derubarle, ma il pubblico – come lo chiamano i giornalisti – non vuole sentir parlare di rapine. Loro vogliono un altro tipo di storia, cruenta e triste, così ne ho inventata una. Ho riempito parecchi quaderni con i dettagli di come ho attirato tre donne sole e ricche a casa mia, di come le ho drogate e ammazzate a colpi d’ascia. Di come ho bollito ogni cadavere con la soda caustica, per farne saponette da regalare ai vicini. Nessuno ha mai messo in dubbio questa versione della storia e ora mi chiamano la Saponificatrice.

La parte migliore, però, è quella dei dolci. D’accordo, sono forte abbastanza da sciogliere cinquanta chili di carne e ossa in una pentola, ma mi serviva qualche dettaglio più macabro: i biscotti fatti con farina, zucchero e sangue umano sono stati un’ottima idea. Ho raccontato che li davo da mangiare ai miei figli per rompere una maledizione: sarebbero morti tutti se non avessi sacrificato qualcun altro al loro posto. L’amore di una madre fa sempre molto effetto: ho scoperto che se uccidi per il bene degli altri la gente perdona più facilmente.

Il verdetto finale è stato “vizio parziale di mente”. Pazza ma non troppo, quel tanto che basta a rendere verosimile la leggenda della Saponificatrice.

In fondo sapevo già come sarebbe andata a finire. Me l’aveva predetto una zingara leggendomi la mano: palmo destro carcere, palmo sinistro manicomio criminale.

Zodiac

di Lorenzo Caldirola

Innanzitutto complimenti se sei riuscito a tradurre questa mia lettera, meriti di sapere che fine ho fatto e quali sono le mie ultime parole. Ebbene sì, dopo una vita passata a soggiogare individui deboli e inetti al mio potere superiore è tempo per me di trascendere per godermi i frutti eterni di quanto ho seminato in tutti questi anni.

L’unica cosa di cui mi pento almeno in minima parte è non aver investito più energie affinché si creasse un culto della mia persona, come avrei sicuramente meritato. Ma sai, anche se mi sarebbe piaciuto così tanto avere un manipolo di illuminati che pur non conoscendomi di persona avrebbero emulato le mie gesta raccogliere consensi non è roba per me. Non sono mai stato un tipo granché socievole e con i miei omicidi non ho mai cercato di dare un segnale o di combattere alcuna battaglia che non fosse quella egoistica per la mia beatitudine eterna in Paradiso. E devo dire che ne è valsa assolutamente la pena, non c’è niente che faccia godere di più che tenere la vita di una persona tra le proprie mani e sgretolarla senza pietà e non c’è ricompensa più grande per questo sublime atto che la consapevolezza che tutte quelle persone delle cui vite ho disposto con feroce arbitrio in questo mondo rimarranno miei schiavi anche in Paradiso.

Ho goduto più che ho potuto in vita e mi sono assicurato di poter continuare a farlo dopo la morte, ho preso in giro poliziotti ed espertoni per anni e anni e adesso che la mia ora è quasi giunta realizzo che forse nessuno è mai stato felice quanto me.

Saluti dal Paradiso.

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Tratto da una storia vera

di Rosamarina Maggioni

Mi chiamo Mike, ho 18 anni e sono stato condannato a morte.

La mia accusa: omicidio.

Era estate quando io e Amber ci siamo messi assieme. Tra noi andava tutto bene, io la amavo e lei mi amava, ma tra di noi c’era sempre l’ombra del suo ex, Jackson, che ogni giorno le scriveva, la assillava, le mandava foto e la insultava su Facebook. Così un giorno decisi di mettere fine a tutto questo: organizzai tutto con Amber, il suo fratellastro Kyle e Justin, un vecchio amico del mio quartiere. Dissi ad Amber di inviare un messaggio a Mike, dicendogli di voler tornare assieme e che lo avrebbe aspettato nel capanno vicino al fiume dove si trovavano quando erano fidanzati, lontano da occhi indiscreti.

Quando la sua macchina parcheggiò nel vialetto ripetei velocemente il piano a tutti per essere sicuri di non aver tralasciato nulla: Amber avrebbe aperto la porta a Jackson e una volta entrato sarebbe uscita subito e avrebbe chiuso il chiavistello (non volevo che vedesse quello che sarebbe successo). Dopodiché io, Kyle e Justin ci saremmo occupati di tutto il resto.

Avvenne tutto molto velocemente: Amber chiuse la porta dietro di sé, Kyle colpì Mike alla testa e Justin lo fece cadere a terra, io presi in mano la pistola rubata a mio padre e gli sparai a una gamba. Lui iniziò a urlare e a tentoni si trascinò sul pavimento cercando una via d’uscita ma altri due colpi partirono, finendolo del tutto, il suo corpo disteso sul pavimento e gli occhi sbarrati per la paura.

Non era un bel vedere, ma sparare mi aveva riempito di adrenalina, così finimmo quello che avevamo iniziato. Dovevamo liberarci del corpo: gli spezzammo le ginocchia, lo mettemmo in un sacco a pelo e lo bruciammo dietro il capanno. Una volta bruciato arrivò Amber, che mise le ceneri in un barattolo di vernice e le gettò nelle profondità di una cava di roccia calcarea sommersa.

Una settimana dopo i genitori di Mike denunciarono la sua scomparsa e iniziarono le indagini. In poco tempo tutto saltò fuori. Amber venne condannata all’ergastolo ma poi liberata per un cavillo legale, al momento dell’arresto non le erano stati letti correttamente i suoi diritti. Un secondo processo la condannò a 20 anni. Kyle e Justin si presero l’ergastolo senza condizionale.

Io mi sedetti sulla sedia elettrica.

Prospettive – Ambientalismo

Splendore

di Elisa Morlotti

Ci sono solo tre cose che riescono a calmarmi durante i miei attacchi di panico: l’abbraccio della mia ragazza, una corsa a perdifiato e le stelle.

Sto per chiudere la valigia prima di partire, ma la solita ansia inizia a schiacciarmi il petto e a impedirmi di respirare. Saluto velocemente i miei amici: «Esco un attimo», e corro qui, sulla spiaggia. Mi rannicchio nella sabbia, accendo una sigaretta e alzo gli occhi al cielo. Speriamo che passi in fretta.

Cullato dal rumore del mare, inizio a riconoscere in quel miscuglio di puntini luminosi, una per una, le mie costellazioni. Ecco l’Orsa Maggiore, lì accanto la sorella minore, con la stella polare, mio riferimento; poi da lì abbasso lo sguardo, vedo Cassiopea, appena sopra l’orizzonte; con un po’ di pazienza trovo il Drago, anche questa notte sta combattendo con Ercole… In una decina di minuti ho riconosciuto tutto il cielo, ora mi sento davvero a casa. Sono una magia, le stelle: belle, silenziose, sempre più nascoste dalle luci delle città ma sempre presenti, uguali ogni notte eppure ad ogni sguardo così diverse. Mi ricordano che non sono altro che un granello di sabbia nell’universo e mi dicono che anche questa volta andrà tutto bene. Che meraviglia è la nostra Terra!

Butto a terra la mia sigaretta e osservo la sua luce che muore lentamente nella sabbia. Respiro profondamente: ora posso rientrare.

Mare e Terra

di Rosamarina Maggioni

È ancora notte fonda. All’orizzonte si perde il Mare, un’infinita distesa di acqua salata che cinge dolcemente le coste della Terra, come un amante fedele. Lui, il Mare, passa il suo tempo a coccolare la sua amata, accarezzandone le forme, alla ricerca di nuove anse del suo corpo mutevole da poter scoprire.

Le spiagge sono i luoghi preferiti del Mare, su di esse può sempre trovare nuovi tesori che la Terra gli dona: adora accogliere nel suo ventre le piccole tartarughine appena nate o trasportare lentamente sui suoi fondali alcune delle pietre dai mille colori che trova fra i granelli di sabbia.

Capita a volte che il Mare trovi dei regali che però non sono da parte di Terra. Sono oggetti malvagi, che il Mare tenta disperatamente di distruggere per evitare che feriscano la Vita che conserva amorevolmente. Ma ciò di cui sono fatti è a lui sconosciuto e non ci sono modi di liberarsi di questi intrusi. Da quando questo evento ha iniziato a ripetersi sistematicamente il Mare si è ammalato e con lui la Vita.

Ora è mattina e un pesciolino si è appena svegliato per andare a cercare qualcosa da mangiare. Il Mare lo segue preoccupato con lo sguardo. Nuota lentamente e si guarda attorno. Vede qualcosa sul fondale e si avvicina. Sembra un’alga, ma non lo è. È uno di quegli oggetti malvagi. Ma il pesciolino non lo sa. Si avvicina, e lo mangia.

“Occhio alle lische!”

di Samuele Togni

«Gigino, occhio alle lische!»

«Munf!», Gigino non ascolta la mamma, Gigino è una macchina tritura tutto che non teme nulla e nessuno. Lisca, squama, testa, occhio… tutto si sgretola senza reticenze nell’ugola sminuzzatrice dell’ottenne. «Arrr!», ora anche i finocchi gratinati, la mollica del pane e il culo acerbo della pera (c’è forse anche la ceramica del piatto?) si mescolano all’immiscibile nella bocca imparziale di Gigino.

«Bleah!», le verdi guance di Luisetta, ancora a digiuno per l’orribile spettacolo, parlano chiaro; non altrettanto esplicito è il volto del padre, che rassomiglia alquanto alla testata del Corriere (ma ovviamente non ricordiamo che giornale fosse).

Deve intervenire la madre: «Caro, per caso le notizie di oggi fanno meno schifo della tua prole?»

«Scusa, cara?»

«Digli qualcosa!»

«Ehm, sì certo… ehm, ecco…», il signor Mozzi impanicato scandaglia indagatore lo sguardo “Sesbaglitiammazzo” della moglie, prende una decisione e…

«Luisetta, mangia da brava. Pensa a chi muore di fame.»

Luisetta ascolta il padre, ingoia un mozzicone dimenticato nello stomaco del pesce, lo sputa addosso al fratello, Gigino cade dalla sedia, la signora Mozzi se la prende con l’unico fumatore della famiglia.

Il grande insegnamento della storiella: leggere un quotidiano quotidianamente non significa essere colti, altrimenti mister Mozzi, con il fonema “Digli” avrebbe dovuto capire di dover affrontare il figlio e non la figlia. E che i pesci che fumano stizze sono pesci morti.

Prospettive – Bufale

Libero

di Lorenzo Caldirola

Oh no, si è sciolto l’iceberg che affondò il Titanic! Che notizia incredibile… Ma non fatemi ridere.

Guardiamo in faccia la realtà, era un pezzo di ghiaccio e il ghiaccio si scioglie, è una questione di chimica. Non serve essere dei professoroni per sapere che sarebbe successo prima o poi, succede quando voglio bermi una coca cola fresca in estate e dopo dieci minuti me la ritrovo tutta annacquata e succederà anche a un iceberg dopo un centinaio di anni di onorato servizio.

E poi gli sta pure bene. Non mi risulta che gli iceberg abbiano fatto mai nulla di buono per noi, anzi in particolare questo ha fatto più vittime del nazismo; era l’ora che arrivasse la sua fine, stappo uno spumante in onore dei caduti.

Eh ma il surriscaldamento globale e i poveri orsi polari e gne gne! Sapete cosa vi dico, ben venga questa buffonata del surriscaldamento globale. Mi spiace davvero che siano solo un ammasso di cialtronerie inventate dalle lobby perché se si potesse davvero innalzare a proprio piacimento la temperatura globale avremmo solo vantaggi dallo scioglimento delle calotte polari. Meno iceberg pericolosi, apertura di nuove rotte commerciali, nuovi mari per la pesca, possibilità di estrarre petrolio dagli immensi giacimenti polari senza tutti i rischi attualmente correlati alla pratica e soprattutto un intero continente vuoto e da colonizzare ricco di risorse e senza guerre dove possiamo finalmente mandare gli immigrati che ci stanno sempre col fiato sul collo. Dopotutto questi qua vogliono andare sempre più a Nord, che andassero a fare compagnia a Babbo Natale.

Non so come la vedete voi ma per me è una win-win, quindi ti prego santa trinità Soros-Rotschild-Morgan o come si fa chiamare Dio adesso smettila di fare il braccino corto, alza un po’ questo termostato e regalaci un pianeta migliore.

Nature Photonics

di Francesco Marinoni

In data 26/06/2019, i rilevamenti acquoanalitici nel nord dell’Atlantico hanno confermato la fusione dell’intera massa di ghiaccio errante nota ai più per essere stata la causa dell’affondamento della nave Titanic. Grazie a un sofisticato sistema di datazione sviluppato dai ricercatori della Ohio Wesleyan University di Delaware (OH), basato sulla spettrofotometria di retrodonazione del rutenio 106[1], gli scienziati hanno constatato che la fase solida occupa ormai meno dello 0.000001 % del volume iniziale ed è pertanto da considerarsi completamente sciolta.

L’iceberg era costantemente monitorato da una nanosonda nucleare alimentata al plasma poiché al suo interno sopravviveva, in un delicato ecosistema, l’ultimo esemplare registrato del batterio Tricliniumbacter faecium, ritenuto un elemento fondamentale per la catalisi eterogenea dell’isomerizzazione del tetraidrossicliclopropano[2], un’importante reazione che, secondo gli studi del California Institute of Technology di Pasadena (CA), sarebbe alla base dell’autosostentamento delle principali specie di plancton[3].

Le conseguenze nell’equilibrio biologico dell’Oceano Atlantico sono a dir poco devastanti e potrebbero addirittura provocare una sovraemissione di raggi g a causa del sovraccarico di residui fluoroclorocarboniosi che verrà inevitabilmente a crearsi entro 48/72 h dallo scioglimento. L’invito è quindi a monitorare la situazione, utilizzando gli appositi software quantistici criptomolecolari, e a riportare i risultati delle analisi ogni mezz’ora.


[1] B. Sanders, J. Wayne, A. Schwarzenegger; Rutenium: a truly new way of studying our history; Ohio Wesleyan University, 2017

[2] Brillantemente analizzata da A. Cassano, G. Best, P. Gascoigne; The key role of Tricliniumbacter faecium in heterogeneous catalysis; Università della Calabria, 2006

[3] L. Hamilton, T. Stark, E. Clarke; Microbiological study of plancton nourishment; California Institute of Technology, 1998

Cioè

di Rosamarina Maggioni

ESCLUSIVO!!!!!!! Ecco gli ultimi scatti bollenti del vostro supereroe preferito! Jason Momoa, noto soprattutto per il ruolo di Aquaman ma anche per avere interpretato Khal Drogo in Game of Thrones, ci regala una serie di immagini mozzafiato in occasione della presentazione della sua nuova linea di intimo.

La location è di quelle esclusive: il celebre attore ha infatti scelto di farsi ritrarre sull’iceberg responsabile dell’affondamento del Titanic, al largo delle coste canadesi, e questa notizia ha fatto letteralmente impazzire le migliaia di fan, che non potevano sperare di avere di meglio. Cioè vi porta OGGI, in anteprima mondiale, quello che tutti voi stavate aspettando.

C’è anche un aneddoto curioso da raccontare: poco dopo la fine del set l’iceberg si è spezzato e sciolto, facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti i presenti. Fosse successo qualche minuto prima saremmo qui a raccontare una tragedia.

Prospettive – Vecchiaia

Il deambulatore

di Samuele Togni

‘Un piccolo supereroe blu che se ne va via in cielo per non ritornare perché mai più si ripresenterà l’occasione dei suoi servigi’, probabilmente è questa l’ultima immagine che ricordò il vecchio romanticone, prima di entrare in coma.

Sindy, Luisa, Marinetta o Comelaseciama, quella sciura non la sopporto mica!

Coi suoi occhi da bambolina di ottant’anni continua ad ammiccare al mio padrone e quello, anziché passare le giornate in stanza a riposare, come dovrebbe, si spacca la schiena per alzarsi dal letto e farle pure lui il sorrisetto.

E soprattutto spacca la schiena a me, il deambulatore (anche se preferisco chiamarmi badante), obbligandomi a deambularlo a spasso per la casa di riposo. Non si rende conto di quanto il suo peso non sia più così dolce come ai tempi d’oro. Di qui, di là, di su… mi costringe a camminare e a faticare, e per un’ochetta poi!

Che brontolona che sono, direte, ma non lo sanno mica lor signori che io c’ho pure un’ernia.

Sapessero poi, quel che ha fatto oggi quel bambo, altroché se mi compatirebbero! Stamattina gli è saltato in zucca di pigliarsi una di quelle pillole blu che dicano facciano miracoli. Infarti, altro che miracoli! Ne ha presa giù una dopo la minestrina e TAC subito mi prende su, e via di corsa sulle mie spalle verso la camera della SindyLuisaMarinetta, tre rampe di scale!

Ma stavolta mi sono opposta eh, mica gliel’ho fatta passar liscia: TAC, un sgambettino e PATAPAM, eccolo lì con le gambe all’aria, ha preso una botta che almeno per tre mesi se ne sta lì buono a riposare… come dovrebbe.

Per farvi capire, è cascato in terra così forte che la pillola gli è uscita dalla bocca per fare almeno tre, quattro, ma che dico, almeno dieci metri di volo!

‘Addio super V’ (V for Virile).

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La pillola magica

di Rosamarina Maggioni

Finalmente volo! Verso l’infinito e oltreee!!

Come sembrano piccole le cose da quassù, povero vecio, sperava in una nottata di fuoco con la dolce Sindy… eh ti è andata male questa volta amico mio, senza di me non so quanto vi possiate divertire…

Il grande Bob, prepotente coi bimbi e sempre incazzato con gli inservienti, quando vede la vecchietta coi capelli tinti di blu diventa un orsacchiotto cuccioloso e le vecchie nottate di gloria gli tornano alla mente ma… potete capire… la difficoltà diciamo… pratica della cosa… senza un… ehm… aiutino ecco!

Però non ho certo voglia di andare a finire sotto il letto in mezzo alla polvere, che schifo! Io sono il Viagra! Mica una tachipirina da due soldi insomma, ho la mia dignità!

Vediamo un po’ a cosa potrei dare una scossa stasera… mmm…

Perché no, andiamo a fare un salto dalla cara dentiera… ci facciamo due risatine!

Parole, parole

di Elisa Morlotti

Ma voi avete idea di quante parole escano dalla bocca di un vecchio? Anche non considerando gli eroici aneddoti di gioventù, è chiaro quanto siano interessanti le discussioni fra i nostri anziani. Commentano per ore un’infinità di episodi: la giocata pessima del socio a scopone, la scomparsa delle mezze stagioni, la predica della messa delle sette, la frecciatina della moglie alla nuora… Vi assicuro che è estremamente divertente assistere a queste chiacchierate. Certo, a volte è un po’ difficile seguire il filo logico del discorso, ma se ne sentono sempre delle belle!

Eppure, la vita è dura per chi, come me, dedica tutta se stessa alla nobile causa di far uscire dalla solitudine i nostri amici sdentati. Pezzi di cibo perennemente fra le mie membra, botte insistenti da parte della lingua, nausea costante per il continuo oscillare della mandibola… Non ho mai chiesto onori o grandi ringraziamenti, ma almeno un po’ di rispetto, per cortesia! Per non parlare del bagno notturno: sei ore (se proprio mi va bene) in apnea in una vasca strettissima piena di acqua amara, dal sapore tremendo, come di disinfettante.

Ma… Questa sera è diverso! Che il nonnino abbia deciso finalmente di farmi fare un bell’idromassaggio nell’acqua frizzante? Aaah, però, che bella sensazione! Forse è questo che provano gli uomini con il vino: mi sento fortissima, stasera non mi ferma più nessuno! Basta stare agli ordini della mascella e della mandibola, da oggi comando io!!! Appena il nonno mi mette in bocca, ci divertiamo! Credo proprio che il mio Bob abbia qualche conto in sospeso con la sua dolce Sindy…