Sì tanto tra la gente

di Francesco Ronzoni

Sarò sincero: questa pandemia

in fin dei conti

non m’ha interessato più di tanto.

Non avevo progetti a cui abbia leso,

non del futuro aspettativa alcuna

rimasta ad or delusa.

Sebbene m’abbia, ed è sicuro, in qualche

modo influenzato,

non vedrei tanto diverso il me d’oggi

dal me di ieri se sol non avessi

in tutto quell’affanno altrui compiuto

cari i miei diciott’anni.

Quando ripenso addietro all’anno ormai

del tutto corso

riscopro sempre la tranquillità

ch’io ben provavo a fronte di quell’obbligo

che a me pur non serviva a rimanere

solo chiuso e distante.

Perciò malinconia noia e tristezza

eran con me

tanto quanto l’eran un po’ con tutti;

ed anzi or credo d’essermi sbagliato

pensandole anche dapprima diffuse

sì tanto tra la gente.

Per piacere, qualcuno mi guarisca dalla poesia

di Francesco Ronzoni

Io, qui di nuovo. Ed ecco altri miei versi

su d’un foglio ancor vuoto, che già bianco

non è più. Sono troppi per il nulla

che valgon, sono spreco e furto d’altre

e migliori opportunità di senso

bellezza o verità. Ed io vorrei

ben metterli a tacere, se sol fossi

almen capace di non scriver più,

né mai tornar a far della poesia;

ma non basta nemmeno la follia

che mi rifiuta ogni mia rima a uccider

questo dannato e rotto desiderio

di dir qualcosa che proprio io non so.

E perché?

di Francesco Ronzoni

Si immagini la conversazione svolgersi lungo una tranquilla e silenziosa passeggiata serale d’autunno. Un bambino a fianco di un giovane a lui molto simile.

Franci! Franci! Perché noi siamo vivi?

– Non ne sono sicuro… –

Perché no? La maestra

Me l’ha detto. E la mamma,

E anche il papà.

– Io non lo so. –

Perché no? La mia nonna dice che anche io

Da grande lo saprò. E io lo voglio

sapere. Tu non vuoi?

– Lo so benissimo quanto ti piaccia.

Io ero te non troppo tempo fa.

Ma una risposta…

che suonasse vera non l’ho trovata. –

Ma perché? Tutti gli altri

Ce l’avevano la risposta. Eh sì.

– … –

 … ehi, Franci…

– Sì? –

Perché esiste il male?

– Da dove salta fuori la domanda? –

La mamma… no, la nonna

Me l’ha detto. Che noi

Siamo vivi per fare solo del bene.

Ma il male perché c’è?

– … non ne sono sicuro

Del perché esista il male. –

 … e perché i vicini sono poveri?

– Non son sicuro nemmeno di quello. –

E del perché si muore

Almeno sei sicuro?

– No… di quello io proprio

Non son sicuro. –

Argh! Ma tu non sei sicuro proprio di niente!

– Mi dispiace Francesco. –

 …

– So che ti ho deluso… però devi

Sapere ch’io non ho mai smesso… –

 … smesso che cosa?

– Di far domande. Queste tue domande…

queste nostre domande. –

 … ma allora le risposte?

– … io non le so… –

 …

Senza offesa, io odio esprimermi

di Francesco Ronzoni

A lungo volli

che i miei sghembi versi

m’aiutassero un poco

ad intender la vita.

Ragionai molto e tanto scrissi. Vuoto:

non fu mai altra

la risposta al mio cieco domandare.

Ché non si quadra un cerchio

senza l’irrazionale. E di ragione

io di sola ragione

son capace di vivere. E la lingua

mia muore in gola. È secca, è cruda, è rozza

oggi di nuovo.

E scrivere m’illude. Già. M’illude

che esistano per me delle parole,

fors’anche piene,

e forti abbastanza

da dir ch’io sia davvero.

Però io già me ne convinsi a tempo,

sebben lo scordi presto,

di quanto la poesia

per me non valga nulla quando è mia.

Allora taccio

e il mio silenzio non vale di più.

Eroe! dove sei più non sappiamo

di Francesco Ronzoni

Eroe! Ti nascondi? C’è bisogno

di te, e del tuo aiuto.

Un estremo bisogno.

Si soffre qui; e dovunque,

si è in pena ora; e quandunque,

si muore. Qua, e là, muore

qualcuno, ov’è l’aiuto?

Eroe! Non hai cuore

più per i nostri affanni.

Non lotti più, d’amore

vinto per tanta Vita:

la nostra; ma al dolore

tutt’abbandoni. L’anni

felici son conclusi

ormai? O furon – forse? –

sempre rude la vita

e crudel l’esistenze:

nate sol dagli abusi,

cresciute da violenze,

del fin premonitrici?

Furon Principio, ma solo di Morte?

Eroe! Non più ci dici

chi siamo, o il perché. Vive

in noi qualche tua gloria

antica? Od un valore,

or sopito, rivive,

rinfiamma in noi? L’onore

senza di te ci langue

nel petto, ed un malore…

Eroe! Sputiamo sangue

e senza virtù, o gloria

alcuna, oggi periamo.

Eroe! dove sei più non sappiamo.

Sonetto XXIII

di Francesco Ronzoni

Vi fu, in un evo già e dipoi rimosso,

un parco giovincello il qual soletto

sen ride, a voi cent’anni fa rispetto,

in quel mio casolare pinto ad osso.

Or è, benché al presente allor assente,

recinto dall’astanti a noi: ch’io quivi,

come ertomi ad aedo, ad ei, su olivi,

melodio in versi, e di lor cose, aulente.

Riso l’ebbe, intendiate, per l’or’logio.

Sì, sol pel tuo, ma al men, strambo (al più idiota)

prim concettar, poi confezionar mogio

strumento: e retto! Sarà ver che ruota,

il marchingegno, pur: chi intesse elogio

all’illusion d’un uom cui follia è nota?

Tempo! Linear! Realtà? Seh: virtuale.

Le vostre mani, quale leggiadria!

di Francesco Ronzoni

Le vostre mani, quale leggiadria!

Quando mi sfiorano con passione,

e amorevoli vezzeggiano il fianco,

voluttuose, di piacer fan razzia;

come esse scendono, esile arranco,

ché il gesto lento la pelle tinteggia,

copiando il pittore con lieve azione.

Ferme, paion candide piume d’oca,

e la mente sì addolcita vaneggia,

mentre profilano carezza fioca

sul bacino fremente di tal dono;

affusolate, han splendide forme,

e poi, bene sanno qual desiderio

le spinge ad avere un lieve tono.

A volte più svelte, con refrigerio

s’insinuano sotto agli abiti caldi,

e mi sollevano del peso enorme,

per soddisfare un piccolo capriccio;

altre, seguono i lineamenti baldi

che portano a un bottino più alticcio

com’è per via della mia freschezza.

Pur sempre apprezzo notevol perizia,

perfezionata da pratica e prassi,

nel coglier facilmente la ricchezza,

badando ad accordarsi ai miei passi;

infatti, le mani lavorano con cura,

vellutate come gatto, nella blandizia

delicata, soave meraviglia.

Allora io mi sciolgo d’ogni paura,

dacché il vostro calore al cuor mi piglia

e al verdervi son colto d’un sobbalzo,

tanto che di rincorrervi vien voglia;

e s’anche il fiato tutto m’abbandona

o venendovi dietro infin son scalzo,

non fermo, ché il vostro viso mi sprona.

Non partite! ve ne prego ed imploro,

che ciò provoca nel petto gran doglia

siccom di me avete una parte

che vale tanto per il mio decoro;

se ve n’andrete con quelle mie carte,

sarò solo come un mazzo incompleto

e soltanto voi avrete il mio intero.

Ebbene, voi sarete già lontane,

ma io serberò il ricordo in segreto

delle vostre figure pur profane,

oh voi, snelle ed agili e fresche mani;

e il profilo delineerò sincero,

animato d’incredibil tormento,

ché col portafogli in fretta allontani:

Sì borseggi con leggiadro andamento!

Navigator dell’oceano

di Francesco Ronzoni

Eri un grande esplorator, o bambino,

quando vagavi senza alcuna meta,

curioso di svelar mare e pineta

a tutti gli uomini al tavolino;

raccontavi un’eternità segreta

nascosta all’ombra d’un antico pino

la qual si celava al millantatore,

per esser vista sol dal viaggiatore.

Allor tu cavalcasti onde propizie,

ti lanciasti nell’oceano aperto

per sentir d’alba e tramonto il concerto,

e ascoltando il vento portar notizie

conoscesti un isolotto deserto,

dove non giungevano mai blandizie

di gioviali delfini e dolci mante,

che pian ti portaron fino a levante.

Pagaiavi sulla barchetta a remi

ed increspavi quel limpido specchio

quando posi la bottiglia nel secchio

iniziando a raccogliere quei semi

d’una cultura incivile parecchio,

la qual rovinò molti ecosistemi

dando plastica a mangiare ai pesci

e poi facendo bravamente il nesci.

Uno ad uno, tu, coglievi i rifiuti

colmando pian piano uno dei sacchetti,

e finisti col riempirlo di oggetti;

caricati a bordo anche gli sperduti,

t’avviasti al porto osservando i merletti

delle onde come schiumosi velluti,

mentre balene scortavan il passo

e a lato un marlin volteggiava basso.

Ed ora, ben cresciuto, ancora salpi

verso l’isola ch’ogni dì riduci

con l’aiuto del faro e di sue luci,

percorrendo in lungo, dall’Ande all’Alpi;

pezzo dopo pezzo, a terra conduci,

recidendo dal monte i tuoi scalpi,

e grazie a te risplende il gran mistero

del bacino blu ch’è tuo battistero.

Bufale alla riscossa

di Francesco Ronzoni

Laggiù sarà un diavol a dimandar

s’ebbi, oh bufala che fosti, cura alta

al sol dover che t’è dato: mangiar;

e già dell’eden l’idea t’esalta

dacché smeraldi steli sei a brucar

col vento che i fior, per aria, ribalta

mentr’a pascolar tra bufali, sciolta,

priva di fobie, giaci raccolta.

Tenace, valicasti mari e monti

per giunger laddove il verde regna;

un pasto d’ogni erba e color conti,

e di mille sapor la mente hai pregna,

ma nulla vale s’a questa confronti:

d’una maestà più che divina è degna,

questa terra che guadagnasti in viaggio

toccando degli altri il gran miraggio.

Adesso, è sempre florido, il tuo campo,

primaverile, sboccia gemme nuove,

dei qual petali saetta lì il lampo,

mentre in tiepidi raggi il sole piove

sul favoloso fiume senza scampo

che mai potrà esser trovato altrove

poiché, colmo, alla stessa fonte sfocia,

dove il rio un novello inizio incrocia.

Venne poi al prato un immortal un giorno

e sott’un ramo s’assopì riposto;

di nero tutto andava in giro adorno,

d’ombroso cappuccio, il viso, nascosto;

del suo dover certa, vagasti attorno,

baciando ogni gambo del caro posto,

come intimo saluto al tempo corso

e, infin, allo sposo offristi il tuo dorso.

Ma di tutti i miei insulsi sproloqui,

voi non badiate ch’alla forma bella,

poiché non son’altro che strambi eloqui

d’un matto ormai senza più le cervella,

che piena ha la bocca di turpiloqui,

e, al bar ubriaco, sempre favella:

sicché altra bufala qui non vi fu

se non la mia parola fin quaggiù.