Intervista a Oltre l’Orto

di Rosamarina Maggioni

Oltre l’Orto è un progetto nato a fine 2020 da un gruppo di ragazzi Bergamaschi che hanno deciso di investire parte del proprio tempo nella coltivazione e gestione di un Orto Comunitario a Villa di Serio (BG). Quella degli orti non è certamente una realtà nuova per il territorio bergamasco, ma andiamo a sentire i diretti interessati per cogliere la particolarità di questa iniziativa ancora nascente, che promette di portare molti frutti (e verdure).

Altro: Partiamo dal principio, come è nata l’idea di creare il progetto Oltre l’Orto, e quale significato ha il nome che avete scelto?

Orto: L’idea è nata una sera di fine agosto da due ragazzi del gruppo attuale che si sono chiesti: “Come potremmo fare qualcosa di concreto sul tema ambientale, che si inserisca nelle nostre comunità e ci permetta di fare rete anche con gruppi con esigenze simili a noi?”. Di Ambientalismo se ne parla nei termini più svariati e, anche se riconosciamo di poter essere solo una piccola parte del cambiamento necessario, ci sembrava importante poter fare qualcosa di pratico e incisivo sul nostro territorio, senza la pretesa di “cambiare il mondo chiudendo il rubinetto”, ma gettando un piccolo seme: pensiamo infatti che se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo essere noi i primi fautori di quel cambiamento, esserne i portavoce. Abbiamo pensato, allora, di realizzare un Orto Comunitario, provando a coinvolgere conoscenti, amici e facendo girare la voce. Con tutte queste idee e sogni a novembre dell’anno scorso abbiamo creato un gruppo formato da numerose persone interessate, che man mano si è consolidato fino a stabilizzarsi su 15 ragazzi e ragazze che partecipano assiduamente. Abbiamo scelto di non costituirci come associazione, vista la precocità del gruppo e tutte le difficoltà burocratiche annesse, ma abbiamo comunque deciso di darci un nome, un logo, una mail ufficiale e una pagina Instagram, per presentarci alla comunità come gruppo organico e trasparente. Il nome che abbiamo scelto, dopo numerose discussioni, è stato “Oltre l’Orto”, perché se è vero che il nostro punto di partenza, il nostro nucleo concreto e simbolico è l’orto, come gruppo puntiamo ad utilizzare questo più come un bellissimo mezzo per spingerci “oltre”. Volevamo creare un posto, un luogo, dove si poteva mettere le mani nella terra, tornare a quello che è il contatto primario con la natura per essere in prima persona “sensibilizzati” da essa, un luogo aperto a chiunque e gradevole per tutti, i cui frutti potessero essere raccolti da coloro che sarebbero passati. Un luogo di scambio di idee, opinioni, un luogo dove chi volesse avrebbe potuto conoscere e avere notizie sul riscaldamento climatico, un luogo educativo nel quale la natura diventa maestra. Abbiamo immaginato un posto dove chiunque è il benvenuto, non solo chi la pensa come noi ma soprattutto chi non la pensa come noi, in quanto non c’è nulla di più arricchente di un dialogo formato da voci agli antipodi. Tutti i nostri sforzi sono stati sempre preceduti da  ampie riflessioni, condivisioni di punti di vista ed è tuttora interessante vedere come un approccio molto teorico e alle volte un po’ astratto, se alimentato dalla discussione, pian piano si focalizza in una realtà possibile.

A: Come avete fatto ad ottenere un terreno in utilizzo?

O: Il terreno è stato un grosso scoglio: le nostre esigenze ne richiedevano uno ampio e accessibile, dove accanto all’attività orticola potessero situarsi spazi per l’aggregazione. Insieme a questo partivamo da un fondo cassa nullo: la nostra idea era di recuperare un terreno incolto, sfruttando poi donazioni per portare avanti l’attività. Chiaramente scontrandoci con la realtà siamo dovuti scendere al compromesso: non abbiamo trovato un terreno particolarmente ampio, né particolarmente accessibile, ma allo stesso tempo abbiamo avuto la fortuna di conoscere un proprietario che ci ha ceduto gratuitamente un terrazzamento con una fantastica vista sui colli di Villa di Serio, con un ottimo terreno e anche alberi da frutto selvatici. Questo ci ha portato a rinunciare all’idea di poter organizzare eventi ampi direttamente “nell’orto” (senza escludere, però, iniziative più piccole, per esempio di stampo didattico), ma in questo non vediamo necessariamente un limite, piuttosto una sfida: pur tenendo l’orto come luogo di riferimento, questo ci spinge a metterci in gioco direttamente all’interno della comunità, cercando l’appoggio di altre realtà simili alla nostra, come anche di spazi più ufficiali.

A: Cosa avete già piantato? Quando avete in programma di raccogliere i primi frutti del vostro lavoro e come pensate di gestirli?

O: Il lavoro è partito da febbraio con la lunga preparazione del terreno, che era un prato incolto. A marzo abbiamo potuto piantare i primissimi ortaggi: cipolle (di tre tipi differenti), scalogno, aglio, topinambur e anche rucola e prezzemolo a spaglio. Nel mese di aprile abbiamo proseguito con le piante da foglia: lattughe, coste, erbette e altre insalate. Da questo mese pianteremo gli ortaggi più tipici: pomodori, melanzane, zucchine, zucche, peperoni, fagioli e fagiolini. Il nostro obiettivo è quello di avere la più grande varietà possibile, cercando di recuperare germogli biologici e rispettando le esigenze delle piante e del terreno. Coltivando diversi ortaggi raccoglieremo così tutta l’estate fino all’autunno, in cui vorremmo avviare anche qualche coltura più tipicamente invernale. Sul tema della gestione del raccolto ci stiamo ancora confrontando in modo approfondito: da un lato c’è l’esigenza di restituire a chi ci ha sostenuto e, in modo più ampio, alla comunità in cui siamo inseriti i frutti del nostro lavoro, dall’altro ci scontriamo con la realtà di un terreno piuttosto ristretto, che non ci consente tutta questa libertà. Per ora, il primo anno di raccolto, punteremo ad una parte di autoconsumo e una parte da destinare a coloro che ci hanno sostenuto e che si sono interessati al progetto, con la volontà di sfruttare l’orto soprattutto come luogo di incontro e non di produzione: pensiamo che i veri frutti da restituire alla comunità non siano tanto gli ortaggi, quanto la bellezza del lavoro, della relazione, del rispetto dell’ambiente, del mangiare sano e senza sprechi, dell’incontro tra natura, cibo e cultura.

A: Com’è l’organizzazione interna del vostro gruppo? C’è qualcuno di voi che è competente nel settore agricolo?

O: Nel nostro gruppo dividiamo il lavoro principalmente in due fasi: l’aspetto decisionale e di discussione, che riserviamo a riunioni infrasettimanali, e poi la parte di lavoro “sul campo”, che richiede maggiore tempo e fatica. Il gruppo è sostanzialmente composto da 15 persone che partecipano con maggiore assiduità a tutte le fasi del progetto ma abbiamo numerosi sostenitori, che ci danno spesso aiuto nel lavoro pratico. Nessuno di noi è competente in ambito agricolo e la vera sfida è stata (e continua ad essere) anche questa: un continuo lavoro di autoformazione, ma anche di affidamento a chi da esterno risulta particolarmente esperto. A tutto il lavoro legato all’orto si lega poi il lavoro di relazioni con il “mondo esterno”, cioè con la comunità e con altri gruppi simili al nostro. Questo per noi è essenziale: farci conoscere e conoscere a nostra volta significa fare rete, cioè essere più incisivi nel messaggio che vogliamo trasmettere e soprattutto creare relazioni, che sono ciò che permettono a progetti di questo tipo di realizzarsi fino in fondo.

A: Come mai vi siete definiti un Orto comunitario? Che idea c’è dietro questa definizione?

O: Le realtà orticole sono molte presenti sul territorio di Bergamo: c’è chi ha un orto proprio, chi ne gestisce uno con gruppi di famiglie, ci sono realtà di orti sociali, che lavorano con la dimensione della fragilità e della marginalità, e aziende agricole che puntano sull’orticoltura biologica e sostenibile. Noi volevamo puntare a realizzare un orto comunitario, cioè un orto che divenisse luogo di incontro e scambio, dove la comunità in cui viviamo potesse incontrare la terra, potesse partecipare attivamente al lavoro e coglierne i frutti. La parola comunità deriva dal latino communitas, ovvero partecipazione nel senso di un munus,  un obbligo, ma anche un dono, che sia communis, appunto comune. L’orto è sicuramente un munus che richiede sforzo, ma che regala poi i suoi frutti. Metaforicamente, ma non troppo, ci sembrava significativo ripartire la fatica e moltiplicare i beneficiari della raccolta. Siamo ragazzi di vent’anni e per noi l’orto è prima di tutto un luogo di relazioni e amicizie.

A: Avete anche uno spazio sui social per condividere i vostri progressi?

O: Abbiamo una pagina Instagram chiamata oltrelorto dove postiamo settimanalmente news e aggiornamenti, una mail (oltrelorto.bg@gmail.com) dove chiunque può scriverci per ulteriori informazioni, e anche un  gruppo Whatsapp (raggiungibile dal link in bio sulla pagina Instagram), dove possono inserirsi coloro che sono maggiormente interessati, in cui cerchiamo di tenere aggiornati sui progressi dell’attività e diamo informazioni su iniziative e progetti inerenti all’orto.

A: Che programmi avete nel prossimo futuro?

O: Attualmente stiamo portando avanti con grande impegno il lavoro all’orto, che richiede molto tempo e una continua opera di documentazione. Nonostante questo, vogliamo già iniziare a lavorare sulla parte sociale e di rete con altre associazioni. In questo senso parteciperemo ad un Bando indetto dalla Rete giovani Val Seriana insieme ad un altro gruppo giovanile già presente da tempo sul nostro territorio, Coltivare comunità, i quali hanno in gestione il Non solo del mercato agricolo di Alzano Lombardo. Con il sostegno reciproco vorremmo sviluppare un progetto di formazione per i nostri due gruppi e di successiva restituzione al territorio tramite attività didattiche, incontri e iniziative simili. La volontà è di lavorare sulla relazione con il territorio e di proporre delle attività inclusive e stimolanti, gettando magari le basi per progetti futuri: un orto è un luogo, uno spazio di aggregazione e ci piacerebbe fosse un centro propulsore e una fucina di molto altro, di oltre!

Intervista ad Adriana Lorenzi

di Francesca Ariano

Adriana Lorenzi è una scrittrice e formatrice nell’ambito della scrittura di esperienza, nonché direttrice editoriale del giornale “Spazio – Diario aperto dalla prigione” della Casa Circondariale di Bergamo. Abbiamo chiacchierato un po’ con lei riguardo al suo lavoro.

Altro: Cosa si intende per “formatrice nell’ambito della scrittura di esperienza”?

Adriana Lorenzi: Significa che tengo laboratori di scrittura dove invito le persone a trasformare gli eventi della loro vita in racconti scritti. Lavoro con ragazzini nei centri diurni, con gli anziani, con gli operatori, i volontari, gli insegnanti… in realtà molto diverse.

A: Quando e come è nato il suo progetto all’interno del carcere?

AL: Lavoro nella Casa Circondariale di Bergamo dal 2002. Mi avevano sentito parlare del lavoro con gli anziani e l’allora segretario della CISL mi propose di fare qualcosa presso il carcere. Cominciai con un laboratorio con le donne, che poi è diventato un laboratorio al maschile.

A: Come concepisce il rapporto tra scrittura e detenuti?

AL: Credo che la scrittura permetta ai soggetti di ripensare la loro esistenza in un’ottica riparativa ma soprattutto generativa. Io non mi occupo di scrittura terapeutica, però raccontare in maniera diversa alcuni pezzetti della propria vita aiuta a riconsiderare alcune cose e a trovare l’energia giusta per il futuro. In carcere ci sono persone che sono lì per un reato e che sono definite dal reato, nel senso che loro si considerano dei “reati che camminano”. Io voglio lavorare sul fatto che sono anche altro, sono padri, madri, figli, fratelli, sorelle, mogli, mariti, compagni, e faccio in modo che riescano a credere ancora in loro stessi e in possibilità future. La cosa che mi colpisce sempre è che si presentano come i redattori di “Spazio”: sono detenuti, e tuttavia aggiungono un’identità diversa a quella che li definisce.

A: Come funziona il laboratorio di scrittura?

AL: Gli incontri sono organizzati in questo modo: c’è una parte introduttiva teorica di discussione, poi leggo un brano letterario che faccia da stimolo e si passa a scrivere. La scrittura è individuale e pretendo il silenzio. Alla fine si legge ad alta voce quello che si è prodotto. Io scrivo insieme a loro, quindi c’è una totale uguaglianza, e affrontiamo i vari argomenti tenendo presente che non si tratta di dare informazioni, di una dissertazione sul tema, ma di usare l’aneddoto per raccontare.

A: Qual è la differenza tra laboratorio e corso di scrittura?

AL: Il mio è un laboratorio e non un corso di scrittura. Da me vengono soggetti che hanno avuto percorsi difficili, fatica con la scuola e io devo conquistarli a utilizzare la scrittura. Si scrive in presenza, che è la modalità laboratoriale, in modo che i partecipanti non sentano la pressione del dover fare bene. La cosa fondamentale è l’espressività, non la correttezza del testo. A me interessa che loro si fidino di questo strumento, anche perché nei momenti in cui io non ci sono la scrittura deve diventare un accompagnamento, una compagnia, un mezzo di crescita e di sviluppo personale.

A: Come funziona “Spazio”?

AL: Il giornale attualmente si sostiene sulle donazioni e sulle offerte. “Spazio” è da pochissimo online, ma a noi serve cartaceo per darlo ai detenuti. Si tratta di un modo per divulgare le notizie dal carcere sul carcere. Noi facciamo informazione solo nel senso che raccontiamo attività svolte all’interno del carcere, come il forno, la saletta per estetista e parrucchiera, il laboratorio di ceramica.. Il giornale ha però un’impronta più letteraria.

Intervista al TTB

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

Per il numero di questo mese, abbiamo pensato di fare qualche domanda a chi con le maschere e le trasfigurazioni ha a che fare tutti i giorni: abbiamo contattato il Teatro Tascabile di Bergamo, un gruppo che dal 1973 svolge attività di teatro-laboratorio sviluppando la ricerca intorno al teatro in spazi aperti, al teatro-danza orientale, alla pedagogia ed alla drammaturgia dell’attore. Le domande sono state poste a Beppe Chierichetti, uno dei fondatori del TTB.

Altro: Quella dell’attore è una figura antica e radicata nella cultura dell’uomo ma, se si dovesse descriverlo, chi è l’attore e quale è la sua funzione?

TTB: La funzione dell’attore è quella di rappresentare qualcosa, sia esso veritiero o fittizio, ad un pubblico che ascolta, vede e percepisce ciò che gli viene proposto. L’arte dell’attore di teatro consiste sostanzialmente nel destare e modellare l’attenzione del pubblico. É lui il maestro dello sguardo dello spettatore. L’insieme dei procedimenti con i quali l’attore modella la propria presenza, e quindi l’attenzione del pubblico, crea nel corpo dell’attore una sorta di “seconda natura” 

A: Come si relazionano i sessi degli attori e quelli dei personaggi da interpretare all’interno del teatro?

T: Che il sesso dell’attore o dell’attrice debba di regola coincidere con quello del personaggio è una convenzione moderna europea. È evidente che, essendo il corpo dell’attore o dell’attrice un “corpo finto”, ricostruito ad arte nei criteri base del suo comportamento, tale finzione o artificio non ha necessità alcuna di legarsi alla reale natura del sesso di chi l’esercita. Tuttavia storicamente è spesso successo che il sesso femminile non venisse ammesso alla professione, come nel teatro elisabettiano dove le donne erano escluse per ragioni extra-artistiche, in nome della pubblica moralità e del pudore loro imposto. Così i ruoli femminili venivano interpretati da giovani maschi, come per altro avviene ancor oggi in alcuni grandi teatri d’Oriente.

A: Che ruolo ha la musica all’interno delle rappresentazioni teatrali?

T: La relazione musica–attore è fondamentale ed anche i padri fondatori del teatro contemporaneo ne hanno avuto l’intuizione. Lo stesso Stanislavskij, fondatore del suo celebre “metodo”, proponeva già come un’ipotesi di lavoro lo sfruttamento della capacità di coinvolgimento che il tempo-ritmo delle azioni può avere sul sistema psicofisico complessivo dell’attore: è quella che chiamò poi “la linea delle azioni fisiche”.

A: Vedete l’atto del recitare come un modo per liberarsi dalla maschera sociale che ognuno di noi finisce per avere?

T: Certamente l’arte è un veicolo che ci può condurre in qualche parte di noi che abbiamo dimenticato di possedere: talvolta può essere un processo doloroso ma è la sola via per ri-trovare se stessi. E così vivere al meglio il proprio tempo in questo mondo. 

A: Quale è il motivo per cui si recita secondo voi?

T: Molti attori sono convinti che la recitazione sia il tentativo di ognuno di fuggire paura e solitudine, ma naturalmente è una domanda a cui chiunque potrebbe rispondere diversamente.

A: Riuscireste a descrivere a chi di recitazione non se ne intende la sensazione che si prova nel momento della rappresentazione di un’opera teatrale?

T: Quando la struttura coreografica costruita è pienamente eseguita dall’attore, ovvero ritmo e melodia coincidono perfettamente, è come se nascesse nel corpo dell’attore una forza sconosciuta, come se qualcuno ci guidasse, qualcuno che non sappiamo chi sia, forse il Maestro. Non è il personaggio, non è l’angelo custode: è qualche cosa che va oltre verso una dimensione metafisica. É il supremo piacere che l’artigiano prova quando ha compiuto tutti i passaggi tecnici necessari a rivelare la sua arte. É pura felicità.

A: La tradizione teatrale influenza le esperienze più moderne?

T: Tradizione deriva dal latino tradere, il cui significato è quello di trasmettere/tradire. L’atto stesso della trasmissione implica che vi sia qualcosa che permane, ma anche qualcosa che si modifica. L’attore, come qualunque artista, attinge al fiume della tradizione, che è quel processo vivo di trasmissione che implica la permanenza e la trasformazione. Tuttavia, il suo lavoro ha una specificità: il carattere effimero dell’evento spettacolare, che fa sì che la sua opera resti soltanto nella memoria degli spettatori oppure nella trasmissione diretta delle sue tecniche agli attori più giovani.

In questo rapporto fra le eredità che si accumulano nel corpo e le varianti dell’arte personale, l’attore costruisce il suo mestiere. Mestiere che risulta essere l’esecuzione davanti allo spettatore di una partitura che prevede il rispetto di una struttura formale e l’espressione della propria soggettività.

Intervista al Collettivo Ferruccio Dell’Orto

di Andrea Calini

Per questo numero abbiamo scelto di intervistare due ragazzi del neonato Collettivo interscolastico Ferruccio Dell’Orto. La forma di questa intervista, come avrete modo di vedere, non è quella classica, dialogica, fatta a domanda e risposta. Questo perchè la chiacchierata fatta con Luca Redolfi e Stefano Zadra è stata molto trasversale, ricca e a briglie sciolte, difficile da costringere nella statica e rigida impostazione giornalistica. 

Il fondamento sul quale è nato il Collettivo Ferruccio Dell’Orto è in realtà un’assenza, quella dei collettivi studenteschi, che erano presenti invece fino a qualche anno fa, in forme e forze diverse, all’interno di quasi tutti gli istituti superiori. Cercare di rianimare questa presenza è stata la prima parola d’ordine: recuperare i contatti e cercare di far nascere qualcosa. Le occasioni per il battesimo del gruppo sono state però principalmente due e ben individuabili Inizialmente, davanti al liceo Falcone, appare, una mattina dello scorso dicembre, uno striscione di Blocco Studentesco, l’organizzazione scolastica legata al partito neofascista Casapound. All’ennesima provocazione davanti ad una scuola, davanti alle teste chinate all’ingresso e alla vergogna nel leggere tali scritte, qualcuno decide invece di alzarla, la testa. Lo striscione viene strappato e gettato a terra, ma non può finire qui. Il giorno dopo un altro striscione accoglie gli studenti in entrata: è semplice, scarno, diretto, senza simboli politici o di associazione. Recita due semplici parole: “Zona Antifascista”. La bellezza di quest’azione risiede nel rivendicare l’antifascismo come bene collettivo, come base morale della vita cittadina e come comandamento morale dell’azione politica. L’antifascismo come pratica corale di civiltà, tolleranza e libertà. Come spazio d’azione che accoglie tutti quelli che credono che non sia solo una parola da rispolverare il 25 aprile o in occasione di qualche provocazione o attacco fascista, ma bensì un universo fatto di idee, esempi, memoria, lotta e liberazione. C’è una storia da difendere e far conoscere: di questo Luca e Stefano sono convintissimi. 

La seconda tappa del battesimo del collettivo è il corteo che ogni anno, l’8 febbraio, si organizza in occasione del memoriale della morte del diciassettenne Ferruccio Dell’Orto, studente di origini milanesi trucidato nel ‘45 dalla barbarie nazifascista. Alla fine di quel corteo, che si conclude come ogni anno sotto la targa dedicata a Ferruccio in via Pignolo 10 (luogo in cui, ferito, venne preso e portato in caserma dagli squadristi), le ragazze e i ragazzi del Collettivo fanno un intervento di grande spessore, ribadendo la necessità di un antifascismo militante all’interno e all’esterno delle scuole per ripulirle e ripulire, al tempo stesso, la memoria troppo spesso tradita di quelle giornate di lotta partigiana.

Luca e Stefano sono ovviamente consapevoli delle difficoltà che temi come questi incontrano di questi tempi: mi parlano della scarsa politicizzazione studentesca (non partitica, della politica più essenziale che si dovrebbe imparare a fare sin dalle scuole), analizzano davanti a me la risalita dei movimenti neofascisti e la contemporanea caduta dei discorsi sul valore e sull’esempio dell’antifascismo; evidenziano il nichilismo e l’individualismo imperanti che decenni di globalizzazione hanno portato nel discorso pubblico come nella vita quotidiana.

Al combattere il disinteresse imperante uniscono la necessità di informare su che cosa sia il fascismo oggi. Su come combatterlo e su come vincerlo. Oggi così come uno studente, 73 anni fa, ha insegnato a tutti a fare.

Intervista a Bruno Fornara

di Francesco Marinoni

Bruno Fornara è uno dei maggiori critici cinematografici italiani ed è uno dei selezionatori per il Festival del Cinema di Venezia. A Bergamo, oltre ad essersi occupato per molto tempo del Bergamo Film Meeting, ha organizzato numerosi seminari sul linguaggio cinematografico, alcuni anche all’interno delle scuole superiori. Noi di Altro l’abbiamo contattato per fargli qualche domanda.

Altro: Per iniziare, quando e come è nato il suo interesse e la sua passione per il mondo del cinema?

Fornara: Io sono nato a Pettenasco, un piccolo comune sulla sponda del Lago d’Orta. Fin da ragazzino frequentavo la piccola sala cinematografica comunale e, la domenica, spesso mi occupavo anche delle proiezioni. Quando poi ho cominciato il ginnasio a Verbania sono entrato in contatto con il cineforum locale, per poi arrivare a fondarne uno con i miei amici che condividevano la mia stessa passione: il Cineforum Omegna, giunto l’anno scorso alla 54° edizione. Crescendo, il nostro interesse per il cinema si è sviluppato ancor di più e mi ha portato a mettermi in contatto con registi e a partecipare ai principali festival in tutta Italia. Nel 1978 sono diventato presidente dell’Associazione Italiana Cineforum, quando ancora facevo l’insegnante. In seguito poi ho scelto di abbandonare la carriera scolastica per dedicarmi interamente a quella di critico cinematografico.

Altro: Al momento di cosa si sta occupando in particolare?

Fornara: Nonostante siano passati molti anni resto ancora affezionato al Cineforum Omegna, del quale mi occupo ancora tutti gli anni. Faccio parte poi della commissione di sei critici che seleziona i film per il Festival del Cinema di Venezia, insegno alla scuola Holden di Torino e tengo anche numerosi corsi per ragazzi ed adulti. Naturalmente scrivo anche su riviste e siti che si occupano di cinema, come Rockerilla e La rivista del cinematografo.

Altro: Ecco, particolarmente interessante è la sua dedizione a tenere corsi sul linguaggio e i retroscena del cinema. Pensa che sia importante fare in modo che si crei una cultura cinematografica negli spettatori?

Fornara: Certamente. Spesso nel vedere un film ci si limita a seguire la storia, al massimo se l’argomento si presta si discute dei temi trattati. Ma quello che lo spettatore medio non riesce a cogliere è il lavoro del regista che sta dietro il film, l’uso dei materiali, i movimenti, le inquadrature. Raccontare una storia è facile attraverso delle immagini, un bravo regista invece riesce a trasmettere anche un senso ed è un peccato non riuscire a coglierlo. Per questo penso sia importante avere delle conoscenze che permettano di andare oltre l’approccio immediato.

Altro: Gliel’avranno sicuramente chiesto in tanti ma siamo comunque curiosi: quali sono i suoi film preferiti, quelli che metterebbe per primi sul suo scaffale?

Fornara: Se penso a film che hanno fatto la storia del cinema, gli imprescindibili, direi Quarto potere di Orson Welles, La regola del gioco di Jean Renoir, La corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e sicuramente qualche film di Federico Fellini. Se invece devo fare una scelta più personale dico La morte corre sul fiume, unico film di Charles Laughton, su cui ho anche scritto un libro.

Altro: Del cinema italiano invece, in particolare di quello attuale, cosa pensa?

Fornara: A mio parere il cinema italiano offre sempre qualcosa di interessante, nonostante sia poco solido dal punto di vista produttivo (gran parte delle produzioni è in mano alla Rai). Se da una parte tanti registi si danno al commerciale, dall’altra ce n’è un buon numero che invece hanno scelto di seguire la loro strada, fra i quali cito Marco Bellocchio, Nanni Moretti e Mario Martone. Il vero limite del cinema italiano forse è che manca di una visione più larga, che vada oltre il nostro Paese.

Altro: Un’ultima cosa: ci da qualche consiglio su cosa andare a vedere in sala?

Fornara: Consiglio sicuramente Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che è anche candidato a numerosi premi Oscar. In uscita c’è poi il Leone d’Oro di Venezia, La forma dell’acqua, anch’esso in corsa per i premi Oscar. Altri film interessanti già in sala sono Morto Stalin se ne fa un altro (un film storico particolare) e Coco (un film di animazione). La verità è che sono tanti i film che meritano, spesso necessitano soltanto del pubblico giusto che vada a vederli.

Intervista ad Alberto Valtellina

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

Dal 1977 Alberto Valtellina lavora all’interno della cooperativa Lab80 con l’obiettivo di affiancare alla struttura dell’associazione culturale cinematografica, nata nel 1956 come cineforum di Bergamo, una parte dedicata alla produzione. Negli ultimi due anni si è occupato principalmente di distribuzione, valorizzando questo settore. Lo incontriamo in un pomeriggio di gennaio.

Altro: Cosa ti ha portato ad interessarti al mondo del Cinema e come ci sei entrato?

Valtellina: Dopo le superiori mi sono diplomato in fotografia e per dieci anni ho fatto questo lavoro quando, ad un certo punto, ho iniziato ad essere incuriosito dal mondo del cinema. All’epoca era ancora tutto su pellicola, così ho iniziato a girare qualcosa, senza un vero impegno. Nel ’76 ho proposto a Lab80 di creare un settore di produzione propria, senza la pretesa di arrivare a Cannes, ma che consentisse alle piccole produzioni locali di avere un respiro internazionale. L’idea di valorizzare i film con minore visibilità, cercando al tempo stesso di creare qualcosa di nostro, credo sia nata dall’affermazione di Cesare Zavattini, sceneggiatore e scrittore italiano, secondo cui: «Arriverà un momento in cui ogni paese avrà la sua cinepresa e il suo proiettore. Quel giorno le storie di vita verranno raccontate.»

A: Come hai vissuto il cambiamento di prospettiva, da spettatore a produttore di film?

V: Questo cambiamento affonda le radici nel mio percorso precedente almeno da due diversi punti di vista; da un lato, già quando studiavo fotografia mi accorgevo che mancava movimento, un’ottica più dinamica. D’altro canto, quando ero spettatore volevo esserlo in modo consapevole. Cercavo di acquisire sempre e di essere attivo, ma non ho mai imparato: si continua sempre ad imparare.

A: Analizzando il fenomeno cinematografico da un punto di vista antropologico, è vero che esistono diversi tipi di approccio dello spettatore alla pellicola? Per esempio uno ludico, uno consumistico, uno più esperienziale…

V: Sono d’accordo con i profili che hai delineato. C’è chi affronta il cinema come un divertimento, un intrattenimento piacevole, chi deve vedere ogni film nuovo al più presto, chi ricerca consapevolmente uno strumento per avere nuovi punti di vista sulla realtà…
Questi profili sono legati anche all’offerta, alla tipologia di distribuzione… proprio su questo mi sono focalizzato negli ultimi due anni, facendolo diventare una parte importante di Lab80.
Era necessario cambiare filosofia e aprirsi ai nuovi supporti tecnologici: la distribuzione era ferma ai tempi della pellicola, ma dal 2014 con l’avvento del digitale questa modalità è desueta. Molti film non possono più essere proiettati e la spedizione delle pellicole costa troppo.
Anche i protagonisti della proiezione sono cambiati: la figura del proiezionista non esiste più per esempio, dato che il digitale è automatico. A fronte di queste evoluzioni tecniche, il sistema distributivo non si è ancora evoluto.

A: Come funziona il sistema distributivo in Italia?

V: Lo schema distributivo italiano è delirante. Tradizionalmente le società più importanti avevano sede a Roma. Oltre ad esse ce ne sono altre che si sono consorziate e hanno agganciato il sistema regionale che serviva per gestire la produzione quando era più difficoltosa. Adesso invece nel loro insieme queste agenzie filtrano e bloccano il mercato. Il sistema è insensato e radicato ed è talmente chiuso da essere paragonabile a una mafia: infatti nel loro insieme finiscono per escludere le piccole distribuzioni.
Si basano sull’assunto che vi sia un solo tipo di pubblico e che si guadagni solo con pellicole commerciali. Questo sistema fa male al cinema, ne ostacola l’evoluzione e non considera che ci sono persone che vorrebbero vedere altri tipi di film.
Un recente esempio ha mostrato che esiste un mercato per una distribuzione diversa. Nel 2013 due donne hanno aperto un cinema a Milano. Poiché le agenzie regionali della grande distribuzione chiedevano per cedere le loro pellicole un minimo garantito, le due esercenti hanno rifiutato e hanno proiettato solo film di piccola distribuzione. Dopo quattro anni sono stati gli stessi grandi distributori a chiedere di proiettare i loro film.
Non c’è un solo pubblico, ne esistono di diversi. Ma esiste una cosiddetta “lost generation”, una generazione che vorrebbe qualcosa di diverso ma non ha la possibilità di averlo… questa generazione è creata dal sistema distributivo italiano che mira alla pancia e non alla testa dello spettatore, producendo una omogeneizzazione del mercato. Vedendo tutto quello che non è poesia, qualcosa di bello rimane: alcuni piccoli film riescono a sopravvivere. Sono però prodotti di nicchia: pur avendo potenzialità, pochi li conoscono.

A: Come pensi sarebbe la tua vita se il cinema non ci fosse?

V: Credo di non saper pensare a una vita senza il cinema. É sempre stato parte integrante della mia vita fin da quando ero giovane: per me è una necessità, non uno strumento. Mi verrebbe da paragonarlo alle donne; è qualcosa che incuriosisce, attrae e affascina chiunque voglia farsi coinvolgere dalla sua magia.

Intervista a Luigi Lombardi Vallauri

di Mattia Guarnerio

Il concetto di “bene comune”, punto focale di questo numero di Altro, non è affatto semplice, né immediatamente accessibile a tutti. Per godere di una visione più ampia riguardo a questo tema, abbiamo provato a metterlo a fuoco con l’aiuto di Luigi Lombardi Vallauri, noto filosofo e professore ordinario di filosofia del diritto.

1) Inizierei chiedendole di pensare all’esempio più lampante, e se vogliamo semplice, che le viene in mente per chiarire cosa lei intenda per “bene comune”. Come lo definirebbe? Quali sono le specifiche condizioni per rendere “comune” un “bene”?

“Bene comune” è quel bene indispensabile a vivere i diritti umani fondamentali: esempi lampanti sono l’aria, l’acqua, la terra, anche e naturalmente la cultura, l’istruzione, le condizioni favorevoli all’espressione creativa della personalità. In particolare, il bene comune è indispensabile al pieno sviluppo della vita umana, garantito dall’Articolo 3 comma 2 della Costituzione italiana. Essendo la nostra Costituzione personalista, i beni comuni dovrebbero quindi essere gratuiti e garantiti a tutti, anche ai non abbienti: ecco perché l’istruzione è libera e gratuita. Un diritto umano fondamentale deve essere garantito anche a chi non può pagare.

2) Crede che la forza della nozione di “bene comune” stia nell’indeterminatezza di ciò a cui rimanda? Ossia: non viene naturale pensare che un bene sia comune quando ogni singolarità lo riconosce come personale? Ognuno spesso identifica il bene comune come un proprio bene: come è quindi possibile che un bene comune debba anche essere un bene per ciascuno?

L’espressione “comune” non significa necessariamente che il soggetto titolare del bene sia una comunità distinta dai singoli. I beni sono anche di ogni singolo e, fra questi, vi sono alcuni che il singolo non è in grado di gestire. Si distinguono, di conseguenza, due categorie di beni: quelli che il singolo acquisisce in prima persona, come il cibo, e quelli che devono essere assicurati da un soggetto collettivo. Quest’ultimo può essere costituito sia dalla comunità dei destinatari, che spesso si fa preferire nell’ideologia del bene comune, sia da un ente pubblico o privato. Personalmente, non sono per un aut-aut, bensì per un et-et, e non escluderei nessuna delle due strade. Alcuni beni possono essere gestiti dalla comunità: un pascolo comune, ad esempio, potrebbe essere affidato alla comunità degli allevatori di pecore; altri, invece, vanno amministrati a livello collettivo alto: quanto durerebbe un volo se fosse diretto dai suoi passeggeri, e non da una compagnia aerea?

3) Crede che il discorso attorno al bene comune sia carico di valenze morali non più sostenibili alla luce del pensiero moderno? È possibile portare avanti un discorso sul bene comune senza introdurre questioni morali prive di fondamento?

È molto difficile fondare un valore morale in un orizzonte, come quello moderno, dominato dallo scientismo tecnologico, o meglio dal riduzionismo scientista, e dall’individualismo possessivo.

4) Ritiene maggiormente necessario un ripensamento del significato del termine “comune” all’interno del concetto di “bene comune” o del contesto sociale in cui viviamo?

Oggi vi è un diritto costituzionale universale e umanista, che tutela sulla carta il bene comune dell’umanità. Dall’altro lato, continuano ad esserci ingiustizie profonde dovute al capitalismo, al primato del valore di merce sul valore d’uso, che genera il problema sociale dell’arricchimento smisurato di pochi e la crisi ecologica.

5) È possibile conciliare la nozione di “bene comune” con la direzione politica, sociale ed economica che il mondo contemporaneo sta seguendo? Non le pare sia un’utopia?

Io sono un difensore dell’utopico, perché la storia è stata promossa dalle utopie. E c’è almeno un luogo, puntare sul quale non è utopico: quel luogo sono io.

6) Lei si considera un pessimista o un ottimista? A cosa aspira professionalmente e dove crede che sia necessario puntare il timone?

Pessimismo e ottimismo riguardano più i giudizi di futuro che quelli di valore. Sono tutto sommato ottimista, considerando il modo in cui sono andati gli ultimi 70 anni, da quando la Costituzione italiana è stata redatta. Ci sono tuttavia dei rischi terribili per il mondo, in particolare sul piano ecologico. La mia visione comunque, più che sul “bene comune”, è centrata su un concetto differente: il “bene non esclusivo”. Ne parlerò più approfonditamente lunedì 5 febbraio 2018, alle 20:45, nell’ex-convento carmelitano della Ripa di Albino, in occasione della mia conferenza: “Per una filosofia dell’economia politica. I beni non esclusivi come chiave dello sviluppo umano pleromatico”.

Intervista a Cristina Togni

di Francesco Marinoni

Cristina Togni ha 53 anni e da 20  lavora in Cambogia come missionaria laica tramite il PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere). Si occupa principalmente di persone con disabilità mentale. Dopo aver lavorato in una fabbrica di jeans ha seguito un corso serale per diventare educatrice. La incontro in un periodo in cui si è presa una pausa per tornare  in Italia.

Come mai hai scelto di occuparti di disabilità e hai scelto di farlo in un Paese così lontano come la Cambogia?

La scelta della destinazione è stata fatta dalla mia organizzazione: dopo aver lavorato per 2 anni nelle Filippine, quando il PIME, e in particolare Madre Teresa, hanno scelto di operare anche in Cambogia, mi sono trasferita là e da allora non mi sono più spostata. Il governo ha permesso il nostro lavoro in quanto ONG di missionari laici, perché non riconosce il ruolo della Chiesa. Fino ad allora i sussidi statali si limitavano solo ai veterani di guerra ed erano comunque piuttosto scarsi: non c’era nulla a sostegno delle persone con disabilità mentali e per questo motivo il PIME ha insistito per inserirsi.

Per quanto mi riguarda, invece, mi sono interessata al mondo della disabilità perché in famiglia avevo esperienze di malattia e di lavoro in questo ambito. Quando ho visto questa opportunità l’ho colta, abbandonando il mio precedente lavoro in fabbrica.

In Cambogia poi il problema della disabilità è legato anche a difficoltà con la religione buddhista: spiegaci perché.

Per i buddhisti il karma è presente in ogni aspetto della vita ed è accettato da tutti: ogni cosa ha una sua giustificazione e la disabilità è vista quindi come una colpa pregressa che va espiata. I genitori stessi delle persone con disabilità hanno questa visione ed è un aspetto importante da conoscere per poter lavorare e confrontarsi con loro. Per questi motivi mancano i diritti per queste persone, perché questo “senso della vita” così diverso dal nostro si riflette anche nelle istituzioni, che non fanno la loro parte. Solo recentemente il governo si è interessato del problema, anche per motivi di propaganda elettorale, e i cambogiani hanno iniziato a studiare all’estero per poter poi lavorare in questo ambito.

Quali sono stati gli aspetti più difficili da affrontare in questa esperienza così particolare?

Non lo nego, una delle cose che ho fatto più fatica ad accettare è stata il cibo: mi mancava la cucina italiana e i piatti cambogiani tendono ad essere piuttosto monotoni. Ho avuto anche problemi di salute e devo dire che in questo caso mi sono sentita in qualche modo aiutata e accolta dalla gente del posto. Una donna con disabilità, una volta che i farmaci si erano rivelati inefficaci, mi ha portata in una pagoda, provando a guarirmi con un rituale religioso incentrato su una corda con dei pezzi di ferro infilati, ognuno dei quali simboleggiava una parte del corpo. Naturalmente non ha funzionato, ma ho apprezzato comunque che avesse provato ad affidarmi al suo Dio per guarire, dato che il mio non mi stava aiutando. Per fortuna poi la situazione si è risolta.

Cosa pensi di aver portato a casa dalla Cambogia e dal tuo lavoro di missionaria?

Nonostante sia sempre stata consapevole delle mie radici italiane, la gente cambogiana inevitabilmente ti segna e in qualche modo cambia il tuo modo di vedere le cose. Più che aggiungere qualcosa di nuovo penso più che altro di aver riscoperto il valore di cose che già conoscevo ma a cui non avevo mai dato così tanta importanza. L’idea del “perdere tempo” per esempio, così distante dalla nostra società, è essenziale in questo contesto: prima di ogni azione la gente ama prendere tempo per poter riflettere e decidere, per poi agire con consapevolezza. Questo ti insegna anche ad ascoltare chi ti sta intorno, altra cosa che spesso si dimentica, e allo stesso tempo saper trovare dello spazio per se stessi.

Il nostro giornale è scritto da giovani per giovani: pensi che il tuo lavoro sia adatto per persone come noi e i nostri lettori?

Il mondo dei missionari, specialmente tramite i gesuiti, è sempre ricco di persone giovani, che vengono da ogni parte del mondo. Questo permette sicuramente di avere una visione differente rispetto a quella degli adulti e aiuta, soprattutto quando si ha a che fare con i ragazzi cambogiani, considerato che l’età media è abbastanza bassa. Tuttavia ci sono una serie di problemi inevitabili, legati alle differenze culturali: in primo luogo la lingua, il cambogiano, derivante dal sanscrito, che ha sostituito francese e inglese come ufficiale. Non bisogna poi dimenticare che si tratta di un Paese piuttosto giovane, che ha vissuto una dittatura traumatica come quella di Pol Pot: ancora oggi la libertà di stampa e opinione, anche per chi viene dall’estero, è limitata. Il mio invito ai giovani è quindi di venire, perché si tratta comunque di una grande opportunità, ma di venire preparati.

Intervista ad Alice Salvi

di Francesco Marinoni

Alice Salvi ha 32 anni e da 8 lavora con la Cooperativa Namastè, dove ora è coordinatrice del servizio di residenza permanente: si occupa delle  persone con disabilità che vivono stabilmente all’interno delle strutture della Cooperativa. È laureata in filosofia e in scienze dell’educazione. La incontro in una sera di novembre.

Altro: Cosa ti ha spinto ad interessarti al  mondo della disabilità e come ci sei entrata?

Alice: Finito il liceo volevo iscrivermi a filosofia per passione, pur consapevole della limitata spendibilità pratica della laurea: decisi quindi di provare un anno di servizio civile per schiarirmi le idee e questo fu il mio primo approccio al mondo del sociale, in una comunità per minori. Da qui il mio interesse, tanto che quando poi iniziai l’università continuai a portare avanti parallelamente altri progetti di questo tipo: lo studio per quanto mi piacesse non mi bastava, cercavo qualcosa di più concreto. Una volta laureata ho trovato il primo impiego stabile, tramite Namastè, in una scuola materna: all’epoca potevano lavorare nel settore anche operatori non qualificati, mentre oggi è necessaria la laurea specifica (che ho conseguito successivamente).

Si può dire che il mio interesse è nato perché per me l’ambito del sociale è un occasione per mettere a servizio la mia abilità nel relazionarmi con le persone, traendone soddisfazione. È un mondo che spreme ma che allo stesso tempo nutre: è un lavoro in cui bisogna continuamente mettersi in gioco, cercando sempre di non limitarsi a fornire risposte semplici ma di interagire con l’altro, accompagnandolo lungo un percorso che lo coinvolga in prima persona.

Altro: Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato sulla tua strada?

Alice: Sicuramente una delle cose che più mi ha messo alla prova è stato l’affrontare la morte e il dolore, che sono aspetti che spesso si dimenticano ma che purtroppo fanno parte della vita, specialmente nell’ambito della disabilità. Inevitabilmente questo incontro spinge a porsi interrogativi di senso a cui è difficile rispondere e anche questo fa parte del mio lavoro. Mi verrebbe da dire che è necessario avere una “pelle” per essere un buon educatore, essere abbastanza forti da non lasciarsi abbattere e distruggere da queste situazioni.

Altro: Quali sono invece gli aspetti positivi che ti hanno convinto che questa era la strada giusta per te?

Alice: Le persone con disabilità, fino a che non le conosci, sono disabili; una volta che entri in contatto con loro e ci passi del tempo insieme scopri le persone che sono veramente. Sono loro la vera ricchezza del mio lavoro, in qualche modo sono sempre legati a un ricordo positivo per me. Penso che la cosa più importante sia essere sempre in grado di affrontare ogni situazione con serenità, saper sorridere e godersela anche quando si è in mezzo alla merda (non solo in senso figurato): se ci riesci, allora capisci di essere sulla strada giusta.

Altro: Quanto sei coinvolta a livello personale quando sei al lavoro? Riesci a tenere fuori la tua vita privata?

Alice: Quando si lavora con altre persone lo si fa sempre tutti interi, nel bene e nel male. Un buon educatore ne è consapevole e sa che deve fare costantemente i conti con i suoi punti deboli personali. Penso che per poter lavorare in un ambiente problematico come è quello della disabilità la tua vita “fuori” deve essere serena: c’è bisogno di una decompressione, di momenti in cui poter staccare e prendersi una pausa per non venire sommersi dalla pesantezza delle situazioni con cui hai a che fare sul lavoro. Le persone con disabilità capiscono subito le tue debolezze e sanno come sfruttarle per metterti in difficoltà. Ti racconto un episodio: una volta ho avuto a che fare con una bambina di 12 anni con gravi disturbi psichici, che aveva la tendenza a sputare per infastidire chi provava a relazionarsi con lei. Quando ha visto che con me non funzionava ha immediatamente cambiato strategia: digrignava i denti, producendo un suono per me fastidiosissimo. Senza che ci fosse stata comunicazione diretta lei aveva capito subito che così facendo mi metteva in difficoltà ed è andata avanti a farlo fino a quando io, a mia volta, ho replicato il suo gesto: così facendo abbiamo raggiunto un’intesa.

Altro: Il nostro giornale è scritto da giovani per giovani: pensi che il tuo lavoro sia adatto per persone come noi e i nostri lettori?

Alice: Mi sentirei di risponderti di sì: in una fase della vita in cui spesso non si hanno ancora le idee chiarissime sul proprio futuro è un occasione per spendersi, mettendo a disposizione il proprio tempo libero e la propria capacità di adattamento. Non bisogna dimenticare però che ci si confronta con un dato di realtà impegnativo: bisogna fare i conti con se stessi e sapersi prendere cura in primo luogo del proprio io, per potere poi occuparsi degli altri. Penso che in generale i giovani più delle altre persone siano idealisti, per questo ritengo sia un lavoro particolarmente interessante per loro. Si tratta di spendersi per un’idea, per realizzare un progetto con altre persone: cosa si può chiedere di meglio?

Intervista a Mario Salvi

di Andrea Calini

1- Come e da quali menti nasce l’idea di un festival a tema scientifico?

Nasce da un gruppo di amici, tra cui due scienziati, che dopo una precedente esperienza con l’associazione Sinapsi, che promuoveva conferenze di scienza letteratura storia etc, hanno deciso di puntare sulla scienza per l’interesse che il pubblico aveva dimostrato in quelle prime occasioni. L’idea era di mettere a confronto con il pubblico scienziati di punta e Nobel; l’obiettivo trasmettere il messaggio scientifico della scoperta con parole semplici e dirette, nei luoghi usati abitualmente per convegni o riunioni di specialisti.

2- Per quale motivo lei e altri sentivate l’esigenza di organizzare una manifestazione sulla scienza?

In parte ho già’ risposto. Un’altra questione importante era la necessità di promuovere la cultura scientifica mettendola a pari livello di quella umanistica, soprattutto per l’incombente minaccia antiscientifica che era allora, ed oggi forse di più, evidente nel panorama culturale italiano.

3- Quali erano gli obiettivi e i sogni che vi eravate preposti e che vi animavano?

Il Festival era lo sbocco naturale dei nostri desideri: la gratuità degli eventi e l’assoluta indipendenza da ideologie e pregiudizi. Gli scienziati possono presentare le loro scoperte scientifiche al pubblico in modo trasparente, potendo approfondire gli argomenti senza la preoccupazione di dover difendere le loro ipotesi o confrontarsi con chi non è d’accordo (vedi dibattiti televisivi tipo Porta a Porta). Chi la pensa diversamente può presentare i propri dati, rigorosamente scientifici, in un’altra conferenza o in una tavola rotonda con un moderatore.

4- BergamoScienza organizza molti incontri e laboratori per e nelle scuole: avete trovato gli istituti subito disponibili a collaborare?

Sì, ma non immediatamente: grazie ad alcuni insegnanti appassionati abbiamo progressivamente coinvolto la maggior parte delle scuole di città’ e provincia. Ora siamo il festival che coinvolge di più gli studenti e la scuola e siamo per questo conosciuti in tutta Italia.

5- Quali sono gli ospiti più illustri che sono stati invitati?

Una ventina di premi Nobel, tra cui James Watson, che ha scoperto la struttura elicoidale del DNA. Ma anche futuri premi Nobel e scienziati che hanno rivoluzionato la ricerca scientifica internazionale. Molti di questi sono italiani che hanno fatto la fortuna dei più prestigiosi laboratori di ricerca internazionali con le loro scoperte. 6- Rispetto ad ora, come pensa che possa crescere ancora BergamoScienza?

Il Festival va bene così, non può e non deve crescere ancora. Abbiamo però da 2 anni la casa della Scienza a Bergamo: il Bergamo Science Center. Questo è il futuro: un luogo dove si parla e si fa scienza tutto l’anno, soprattutto un luogo per giovani e gestito dai giovani. Un luogo pubblico che fa di Bergamo l’unica città’ italiana con uno Science Center in centro, con accesso gratuito e visibile per chi arriva in treno o in bus. La nostra nuova sfida è ora quella di renderlo visibile e fruibile tutto l’anno, con iniziative ed eventi di grande attrattiva. Penso che ce la faremo con l’aiuto di tutti quelli che vogliono partecipare ed aiutare, gratuitamente però.