Intervista a Marina Abramovic

di Rosamarina Maggioni

“The Artist Is Present” è il titolo della performance che Marina Abramovic ha realizzato al MoMa di New York nel 2010. L’obiettivo è stato quello di superare i limiti imposti dal corpo: seduta, immobile e in silenzio, sette ore al giorno, tutti i giorni, per tre mesi, ha osservato 1400 persone negli occhi. Una per una. C’è chi ha resistito per pochi minuti. Chi per ore. Chi ha riso. Chi si è disperato. Con questa performance Marina ha voluto dimostrare la forza delle emozioni che possono scaturire tra due persone, in silenzio, utilizzando lo sguardo come unica forma di comunicazione. 

Altro: Quello che hai realizzato al MoMa è stato incredibile, molte persone si saranno fatte delle domande su questa storia, non credi?

Marina: Certo, la gente si chiedeva come fosse possibile che io stessi seduta sette ore al giorno senza bere, mangiare, orinare. Si chiedeva se ci fossero strani meccanismi dietro questo incredibile sforzo. Nel documentario che è stato realizzato durante lo svolgersi della performance ho voluto dimostrare che non c’è nessun hocus pocus, ma solo una fortissima forza di volontà e una grande preparazione. 

Altro: Alcuni tuoi commentatori affermano che “Marina non sta mai non facendo una performance”. Dunque non esistono barriere tra la tua arte e la vita? 

Marina: Non sono d’accordo con questa affermazione. Troppo generalizzante. Io sono più persone, tutte diverse tra di loro. Esiste la Abramovic personaggio pubblico, ma esiste anche quella privata, che piange di nascosto da tutti, con le sue fragilità e il suo bisogno di essere amata.

Altro: Cosa pensi del mondo dell’arte di oggi, senti di condividerlo?

Marina: Vorrei poter dire di sì, ma non è così. Sono molto stanca dell’intellettualismo e del cinismo che contraddistingue gran parte non solo dell’arte, ma anche della società americana. Tutto il mio lavoro è emozionale, suscitare sentimenti ed emozioni è sempre stato il mio obiettivo: l’arte ti deve prendere allo stomaco, deve arrivare dritta al cuore.

Altro: Parlaci un po’ della tua performance al MoMa.

Marina: The Artist Is Present è uno dei miei lavori con più livelli di significato: la performance si è tenuta nello spazio più difficile del museo, un atrio di passaggio che le persone attraversano per andare alla caffetteria o alla sala cinema del Moma. Io ero immobile in mezzo a questo ciclone di persone, chi sedeva davanti a me poteva farlo per tutto il tempo che riteneva necessario: c’è chi lo ha fatto per sette ore, cioè l’intero orario di apertura del museo. Volevo dimostrare che la performance è arte del vivente, essenzialmente immateriale: non la puoi toccare come un dipinto o una scultura, ma la puoi vivere. Soprattutto attraverso lo sguardo, porta dell’anima. Elemento fondamentale di questa immaterialità è il silenzio. Bisogna rivalutare l’importanza del non sprecare le parole. Spesso parliamo solo per il gusto di farlo. Eppure la comunicazione non verbale è più vera, profonda, onesta. Tutto il tuo corpo comunica: gli occhi, la pelle, le mani. Il silenzio cambia l’intero essere e il modo di percepirlo dall’interno. Questo lavoro ha cambiato la mia vita, cosa che appartiene a tutto il mio lavoro: l’arte cambia me stessa, non sono io a cambiare l’arte. Dopo ogni mia performance, niente è più come prima. Il mio lavoro, oggi, è incentrato sul dono, sul darsi. In un muto scambio. Perché è stato grazie all’ amore del pubblico che ho portato a termine The Artist Is Present.

Intervista a Vittorio Sgarbi

di Francesco Placenza

Altro: Onorevole Sgarbi: finalmente, dopo numerosi tentativi per contattarla, abbiamo il piacere di intervistarla. Troppi impegni durante la campagna elettorale?

Sgarbi: Ma vuole farsi i c***i suoi? Devo forse dar conto di come conduco la mia vita? Fatevi bastare le foto di me nudo sul divano e i miei video sul cesso per quello!

A: Ho capito, torneremo più tardi alla politica. Cominciamo da dove ha cominciato lei: come l’hanno conosciuta gli italiani? Come è diventato famoso?

S: Una domanda già più seria. Mi affermai in televisione al Maurizio Costanzo Show, dove alternavo lezioni d’arte a vivaci dispute con persone che si credevano intelligenti e istruite ma, poverette, non sapevano di essere delle capre.

A: Vi fu in particolare un litigio molto accesso con un’insegnante/poetessa, dico bene?

S: Dice malissimo, perché quella non era un’insegnate, tantomeno una poetessa, bensì un’ignorante. Ma una che viene in televisione a leggere una poesia, di cui avrebbe fatto meglio a non dichiararsi l’autrice, e poi, in seguito alle mie critiche sul suo orribile componimento, mi dà dell’”asino poetico”, secondo lei può pretendere che io non risponda? Che non dica nemmeno la mia opinione?

A: E quale fu la sua opinione? 

S: Le dissi: “lei è una stronza”. Questo risultò scandaloso per all’epoca (era il 1989), poiché nessuno, prima di me in quell’occasione, si era mai permesso di dire una parolaccia in televisione. 

A: Immagino che le conseguenze furono gravi, se l’accaduto ebbe l’effetto che lei mi dice…

S: Non ne parliamo: Costanzo era indignato a dir poco e pretese le mie immediate scuse alla signora e quando mi rifiutai la “poetessa”, come a lei piace chiamarla, mi querelò.

A: Fu condannato?

S: Ebbene sì; per aver detto la verità fui condannato a pagare una multa di 60 milioni di lire. 60 MILIONI DI LIRE. C’è però un lato divertente: a mia volta querelai la suddetta “poetessa”, che fu obbligata dal giudice a restituirmi 15 milioni di lire. Ricordo ancora la sua faccia, era rimasta di stucco.

A: Non mi è chiara una cosa però: pare che lei, in fin dei conti, ci abbia rimesso in tutta questa storia. Pertanto come è possibile che lei consideri tale evento come quello che fece conoscere a tutta Italia il nome di Vittorio Sgarbi?

S: Per essere onesti non sapevo, prima di ritrovarmi in quella situazione, che avrei riscosso tanto successo, che tutti avrebbero saputo chi ero. No, io avevo solo un’intuizione che utilizzai sempre, dalla prima volta che andai in televisione: fare bastian contrario, cioè l’esuberante, che non ha peli sulla lingua o frani inibitori. Bene inteso che Vittorio Sgarbi non è così nella sua vita privata; amici e familiari non ne avrei nemmeno se mi comportassi così.

A: Perché allora fa così?  Se questo non è lei, perché comportarsi in questo modo?

S: Ma lei sa cosa faccio io? Io sono un laureato in filosofia con specializzazione in storia dell’arte, ambito in cui pubblico libri. Secondo lei quanti li leggerebbero? Quanti verrebbero a teatro a sentirmi parlare di Caravaggio o Michelangelo? Tutta la mia formazione ha pochissimo peso oggi e l’unico modo per farsi conoscere da un vasto pubblico è stato andare in televisione a recitare la parte di qualcun altro. I telespettatori non vogliono vedere il noioso critico d’arte Vittorio Sgarbi, ma l’esuberante Vittorio Sgarbi che manda tutti a cagare. E io sono l’unico che li ha accontentati.

Intervista alla pancia della nazione

di Marta Naldi

Intervistatrice: Buongiorno signora Pancia. Posso interrompere la sua digestione per chiederLe la sua opinione riguardo la questione dell’immigrazione…

Pancia: Cosa vuole che le dica?! È sotto gli occhi di tutti cosa portano gli immigrati: il numero di disoccupati aumenta, gli italiani non hanno casa, i crimini e il disordine crescono. La verità è che ci vuole un uomo forte pronto a ripristinare ordine e disciplina. Basta con questi politici che si promettono e che si ingrassano a nostre spese.

I: Nei periodi di crisi economica e sociale è ricorrente la sfiducia negli strumenti della democrazia. La globalizzazione dei mercati e la delocalizzazione della produzione, l’automazione dei processi produttivi e la rapida obsolescenza delle professioni richiedono una riflessione complessa…

P: Me ne frego! Siamo invasi dagli immigrati che rubano lavoro e casa agli italiani, rapinano e spacciano, stuprano le nostre donne e portano anche le malattie…

I: Mi sembra che anche in altri momenti storici, ad esempio al tempo dell’impero romano, ci furono migrazioni imponenti. L’arrivo dei barbari aiutò la caduta dell’impero, tuttavia la nostra civiltà occidentale è nata proprio dalla mescolanza dei popoli e del diritto e delle tradizioni franche, dei valori cristiani diffusi dall’impero e dalle usanze longobarde. Inoltre la storia stessa dell’umanità nasce dallo sconfinamento dei nostri progenitori dal continente africano verso l’Eurasia. Nonostante la nostra percezione, è scorretto e fuorviante parlare di un’invasione o, addirittura, di una sostituzione etnica: non si può negare la loro presenza all’interno del paese ma rappresentano solamente l’8% della popolazione complessiva!

P: Bei discorsi ma ci vuol altro: prima gli italiani! Rimandiamoli a casa questi clandestini: è tutto un traffico e un magna magna, chi scippa di qua chi ruba di là. Spendiamo più per loro che per i nostri malati e per i nostri giovani disoccupati!

I: Veramente in questo grande business dell’accoglienza e dell’integrazione gli unici a lucrare e a trarre profitto sono gli italiani, impiegati o dirigenti che siano, di certe cosiddette organizzazioni non governative (ONG). Infatti, dei 35 euro giornalieri garantiti dallo Stato, nelle tasche dei migranti spesso e volentieri ne arrivano solo 2. Una cifra ridicola se si pensa ai bisogni quotidiani che ciascuno di noi deve soddisfare.

P: Puttanate! Così come i corridoi umanitari! Qui vogliono farci fessi, credono che non capiamo che è solo una strategia per fare sembrare il tutto più legale. Ma io non me la bevo: che vengano con i barconi o che arrivino a bordo di una nave da crociera sempre in Italia sbarcano!

I: A dire il vero proprio grazie ai passaggi umanitari il numero di profughi è sensibilmente diminuito. Per di più coloro che approdano in territorio italiano sono controllati prima e dopo il viaggio. Essendo registrati subito dopo il loro arrivo è più facile, per le autorità locali e non, monitorare i loro spostamenti.

P: Macché spostamenti e spostamenti. Quelli ce li lasciano tutti qui. Altro che Europa! In quest’inutile Unione siamo gli unici a farci carico di ‘sti disgraziati…

I: Mi permetto ancora una volta di contraddirla… la Germania accoglie più di noi e meglio: le sue politiche, infatti, favoriscono l’integrazione lavorativa e sociale. Questo è quello su cui dovremmo puntare anche noi. 

P: Ma come anche lei sta da quella parte? Me lo poteva anche dire subito che non perdevo tempo con lei!

I (rincorrendola): Signora Pancia mi ascolti… La prego aspetti un attimo… l’intervista non è ancora terminata…

(La Pancia è, però, troppo lontana per udirla o forse così vuol farle credere)

Intervista a Lili Elbe

di Camilla Facchinetti

Altro: Signorina Lili, la ringrazio per averci accolto nonostante il suo precario stato di salute

Lili Elbe: Non preoccupatevi per me cari, il peggio è passato. Ricordo quando ho fatto il secondo intervento per riuscire a riappropriarmi del mio corpo di donna. Fu tragico. Passai ore ed ore in sala operatoria e per molti mesi, senza sedativi, sarei morta di dolore. Dunque ditemi come posso esservi utile.

A: Questo mese “Altro” si occupa del tema “Muri”, vorremmo la sua opinione in quanto pensiamo che lei ne abbia scavalcato uno molto importante. Ma prima ci racconti la sua storia.

L.E: Ebbene, io nasco come Einar Mogens Andreas Wegener a Vejle, 28 dicembre 1882. Ho sposato e amato la mia bella Gerda per la maggior parte della mia vita. Era il 1912 quando insieme ci siamo trasferiti a Parigi. Eravamo giovani artisti nella capitale del divertimento europeo. Furono anni meravigliosi. Io dipingevo la mia terra natia e Gerda cercava la sua strada nel panorama culturale che ci circondava. Poi un giorno accadde. Fu un lampo a ciel sereno. Ricordo che nella mia mente un pensiero insistente cercava spazio, si riproponeva ad ogni ora sempre più accanito di prima. Non capivo di cosa si trattasse. Mi ammalai di una malattia incurabile, la depressione. Gerda è stata al mio fianco e in quel frangente particolare le devo la vita, la mia vita, quella di Lili.

A: Come ha capito di essere Lili, il momento in cui ha infranto il muro?

L.E: A Gerda serviva una modella femminile e un giorno mi chiese di indossare un vestito, frettolosamente, perché avrebbe dovuto consegnare a breve il suo lavoro. Era un vestito bianco, con il corsetto. Era delicato, con tanti nastri sulla schiena, di stoffa morbida. Ricordo che mentre dipingeva continuava a dirmi di smetterla di accarezzarlo.

A: E da lì la sua vita cambiò?

L.E: Radicalmente; iniziai ad interessarmi di casi come il mio, ma agli inizi del 1900 fu una ricerca quasi infruttuosa. Intanto io e Gerda partecipavamo a molte feste insieme, ma io ero Lili, una lontana cugina. Più mi vestivo, più mi truccavo come Gerda, sempre meglio di Gerda, sempre più alla moda, sempre più femminile, più realizzavo che stavo partecipando ad una corsa che volevo vincere ma in cui non conoscevo i miei avversari. Poi, quando mi innamorai di Claude, capiì. Claude è stato il primo uomo a capirmi, ad interessarsi a me come donna. Gerda ci ritraeva insieme a volte. Alla fine realizzai che stavo rincorrendo me stessa: il mio avversario ero io, Einar, e Lili doveva trionfare.

A: E così ha deciso di sottoporsi all’operazione?

L.E: Le operazioni principali furono quattro: la prima mi evirò come uomo, la seconda doveva darmi gli attributi di una donna, la terza mi salvò dalla seconda, mentre la quarta mi consegnò al regno di chi non occupa più questo mondo. Ma voi parlate di muri e continuate a pensare che io ne abbia scavalcato o distrutto uno. No, non è così. Riflettendoci sono sempre più convinta che i muri li creiamo dentro di noi, ma non servono a tenere le persone fuori, bensì dentro. Quando conosciamo qualcuno che ci piace, allora lo lasciamo entrare tra le nostre mura, come se fossimo una piccola città, e poi man mano le allarghiamo per riuscire ad ospitare più gente. Ma non le proteggiamo dal mondo esterno, le costringiamo ad essere accerchiate da mura invalicabili affinché non ci lascino. Quando io e Gerda abbiamo presentato Lili alle nostre famiglie non hanno voluto ascoltarci, non ci hanno più voluto nelle loro vite. Io non ho infranto nessun muro, piuttosto sono stata esiliata, bandita, cacciata o nel migliore dei casi ignorata, come un mendicante che chiede la carità ai piedi di una chiesa. Gerda mi ha accolto a braccia aperte, ma poche altre persone lo hanno fatto.

A: Ne è valsa pena? Intendo soffrire anche fisicamente per poi non essere riconosciuta come la donna che è in realtà?

 L.E: Solo nel momento in cui Lili ha preso vita mi sono resa conto di essere al mondo. Se lei avesse una, una sola ed unica occasione per essere sé stesso, per sentirsi libero nel mondo, non si lascerebbe scacciare da tutte le città che conosce pur di riuscirci? Ho patito le pene dell’inferno, eppure per qualche ultimo istante della mia vita sono stata felice nel corpo di una donna. Ero sola, come se fossi stata in cima ad una montagna, lontano da tutto e da tutti, eppure prima di allora era come se non avessi mai vissuto. 

Intervista a Harvey Weinstein

di Susanna Finazzi

Signor Weinstein, devo dire che sono contenta di poter parlare direttamente con lei. Finora abbiamo avuto notizie tramite i suoi portavoce, ma avere un’opinione di prima mano è sicuramente  molto meglio.

Sono contento anch’io di poter rilasciare questa intervista. Credo sia venuto il momento di far sentire la mia voce. Forse questo aiuterà a riscattarmi agli occhi di chi crede di aver subito un torto.

(Mi rivolge un sorriso che scelgo di interpretare come premuroso) Perché resta sulla porta? Non vuole entrare e sedersi?

Sto bene qui, grazie lo stesso. Lei ha detto che cerca un’opportunità di riscatto, ma dopo le accuse che le sono state rivolte crede che potrà effettivamente averne una?

Credo che tutti abbiano diritto ad una seconda chance e spero che a me non verrà negata. Ho cominciato un percorso con una psicologa per sanare il mio rapporto con l’altro sesso. In realtà è l’unica donna con cui riesco ad aprirmi, forse perché non sono distratto dalle sue gambe (ride).

In ogni caso, sono pronto ad impegnarmi per diventare una persona migliore, sperando che i miei sforzi vengano percepiti come un tentativo di scusarmi.

Perché invece di sperare che leggano tra le righe non presenta apertamente le sue scuse alle donne che l’hanno accusata?

Rispetto molto tutte le donne e mi pento di ciò che è successo, però bisogna capire se le accuse di cui lei parla sono fondate. Credo che i rapporti con ognuna di quelle donne fossero consensuali, anche perché altri che hanno assistito agli eventi hanno una considerazione diversa di ciò che traspariva. Vede, esiste un codice su cui si basano le relazioni con le altre persone e bisogna rispettarlo per non creare situazioni spiacevoli.

Mi dispiace, ma non credo di aver capito cosa intende dire.

(In tono didattico) È molto semplice, signorina, una questione di stimolo e risposta. Se lei si comporta in un certo modo è chiaro che gli altri si comporteranno di conseguenza. Le donne che dicono di essere state vittime di attenzioni indesiderate hanno agito in modo ambiguo, che ho creduto di poter interpretare come accondiscendente.

Quindi lei mi sta dicendo che bisogna essere in due per ballare il tango, giusto?

Esattamente. Non si può mai sapere cosa è disposta a fare una donna per diventare famosa. Ho cominciato la mia carriera nella Hollywood degli anni ‘60 e ‘70, dove i comportamenti sul luogo di lavoro erano molto diversi da quelli di oggi. Era la cultura dell’epoca. Tutti noi siamo stati abituati a considerare certi… favori come la norma. Molti contratti sono stati firmati in stanze d’albergo e finora nessuno si era mai lamentato. Accettare alcune situazioni implica che si sia disposti ad arrivare fino in fondo.

(Vedendomi schiacciata dal peso di tale maschilismo tipicamente WASP) È sicura che non vuole entrare? Posso offrirle qualcosa da bere, la vedo stanca.

No, grazie, sono comoda e idratata. In una lettera al New York Times lei ha ribadito che il percorso di psicanalisi sta dando risultati. Cosa è cambiato rispetto a prima?

Sicuramente la percezione che ho di me stesso, anche se ho ancora molto su cui lavorare. Ora conosco i miei limiti, ma anche le mie qualità… le assicuro che sono parecchie (fa l’occhiolino). Ho intrapreso una strada nuova: devo trovare il modo di incanalare tutta quella rabbia e diventare una persona migliore per i miei figli. Ho anche cominciato una dieta povera di zuccheri, perché assumerne troppi non fa bene al mio umore.

Questa è una buona notizia per i suoi dipendenti, che hanno parlato di atteggiamenti dispotici e manipolatori da parte sua. È un sollievo sapere che sono imputabili alle ciambelle.

Che mi dice invece dei suoi progetti futuri?

Per ora ho messo da parte la mia carriera per potermi concentrare su me stesso. Ho ricevuto delle critiche per questo, mi hanno esortato a non tirarmi indietro in un momento così delicato. Penso di dover fare dei sacrifici per dimostrare la mia buona fede e provo pena per chi non riesce a concepire il cambiamento. In ogni caso ho intenzione di continuare con alcuni progetti che avevo iniziato, come il programma di borse di studio per le aspiranti registe. È una cosa a cui tengo molto: le ho dato il nome di mia madre. Penso che se potesse vedermi ora sarebbe orgogliosa di me.

Intervista al Signor Fumagalli

di Turoldo Bignami

Altro: Signor Fumagalli: il suo nome figura tra i manifestanti che hanno protestato per la costruzione di un nuovo complesso commerciale negli immediati dintorni del suo palazzo. Ci spiega le sue motivazioni?

Signor Fumagalli: Il terreno che vedo tutte le mattine dalla finestra di camera mia è rimasto sgombro dai tempi di mio padre. è un angolo di respiro per il nostro paese: i bambini ci catturano i maggiolini, i pastori in transumanza ci lasciano le pecore. Mantiene intatto quel sapore antico e salutare che la cementificazione vuole portarci via. Fondare un comitato di protesta è stato il primo passo per rivendicare il nostro diritto a vivere pienamente uno spazio dedicato alla comunità.

A: Lei è consapevole che questo terreno è di proprietà di un privato che l’ha venduto poco dopo l’acquisto ad un’impresa edile della zona?

F: Questo non ha alcun rilievo ai fini della nostra protesta. Dopo tanti anni di abbandono, non mi sembra sensato che questo terreno figuri ancora tra le sue proprietà. La chiami pure usucapione: la comunità che ne ha goduto per decenni ha il diritto di mantenerlo verde così com’è.

A: Eppure il legittimo proprietario disponeva il taglio dell’erba e la disinfestazione, le attività che vi hanno permesso fino ad oggi di usare liberamente il terreno.

F: Ma le sembra un’osservazione pertinente? D’ora in poi sarà la stessa comunità a svolgere le stesse mansioni! Basta che ceda un paio di carte e non sarà più un suo problema.

A: (impaziente) Va bene. Cambiando discorso: l’opera in corso potrebbe dare del lavoro a una grande quantità di operai e, nel futuro, di venditori. Di questi tempi, si sa, di lavoro ce n’è poco.

F: (tra l’imbarazzo e l’ira) Mi ascolti bene. Di costruzioni e appalti, di questi giorni, se ne vedono a migliaia; di spazi verdi lasciati intatti pochissimi. Al diavolo qualche posticino di lavoro in più se il prezzo è la perdita di un qualche respiro più pulito quando si porta a passeggio il cane!

A: La sua posizione sembra alquanto egoista: pensi alle comodità per la comunità che comporterebbe la costruzione di un complesso commerciale dotato di supermercato, negozi di elettronica e di vestiti su quel vostro terreno comune.

F: (incontenibile) Lei è un gran cafone, innanzitutto! Oltre a questo le potrei rispondere che se la comunità ha espresso disappunto per questo progetto, che ne vuole sapere lei delle comodità? Com’è che tra di voi funzionari del potere non c’è nessuno che comprenda l’importanza di un prato dove i bambini possano pestare le merde di cane o i cani possano riportare pezzi di lamiera taglienti? E ora se ne vada, che quest’intervista ha sempre più l’aspetto di un processo giudiziario!

Chiacchierata con l’altra me

di Chicca Torlo

Ciao Chicca, come stai

Bene, davvero bene in realtà. Sai, probabilmente per come sono andate a te le cose devi guardarmi quasi con pena, ma io veramente sto alla grande. 

Si può dire che tu sia… felice?

Da quando ho smesso di camminare non direi che mi è cambiata la vita, ma piuttosto che ne è proprio cominciata una nuova. È come essere rinata. Lo sai come sono fatta, per noi è facile risollevarci di fronte a qualsiasi cosa.

Non è stato diverso questa volta. Non cammino, pensa a quante volte avresti pagato per non camminare, io ce l’ho fatta! 

(ridiamo)

Sto facendo quello che avrei fatto comunque: studio, faccio musica, le nostre cose Chicca.

Hai presente quando dicono che i ciechi hanno l’olfatto o l’udito più sviluppati? Ecco, io credo di aver sviluppato una voglia incredibile di fare il triplo di quello che chiunque potrebbe fare.

E come funziona la tua giornata? Hai spesso bisogno d’aiuto? 

No, ormai proprio no.

È da 12 anni che sono sulla sedia a rotelle e dopo qualche mese ero già diventata del tutto indipendente. 

E riesco a fare qualsiasi cosa, qualsiasi cosa mi venga in mente. 

Ti ricordi quando sei andata con tuo papà a fare quella specie di salto nel vuoto, da una montagna all’altra tutti imbragati?

Si, certo, è stato bellissimo.

Ci credi?  L’ho fatto anche io! Nello stesso modo, con la stessa intensità. Anzi, forse di più. 

Beh immagino. Ma dimmi un po’, io dopo l’incidente nonostante i problemi che ho avuto sono sempre riuscita a mantenere un altissimo livello di autostima, giocando con i miei difetti e fregandomene. 

Per te come è stato? 

È andata, anzi va perlopiù, a periodi: ci sono giorni in cui mi sento un leone ed altri in cui mi sento una gazzella. Quello che mi pesa di più è non potermi spostare da sola. In moto, come fai sempre tu. Lo so perché lo fai, so quanto ti piaccia poterti gustare i momenti fuori per il tempo che solo tu decidi. Quando hai voglia esci, quando ti rompi torni a casa. 

Per me è un po’ più complesso, cerco amici che vogliano andare dove voglio andare anche io (facendo leva sul fatto di non poter camminare per convincerli, ovviamente) e anche entrare in alcuni luoghi non è proprio una “passeggiata”. 

Capita che le persone mi guardino in modo strano, in modo diverso, e ne ho risentito molto durante l’adolescenza. C’erano giorni in cui non mi volevo neanche alzare dal letto, pensavo: <<cosa posso fare veramente, cosa ho da offrire io al mondo?>>  Ma piano piano, diventando grande ti accorgi che è troppo forte quello che hai dentro per lasciarlo intrappolato su una sedia a rotelle e la mente comincia a fare quello che il tuo corpo non può e corre, corre: inizi ad avere un milione di idee al giorno e questo ti sprona veramente tantissimo. 

Mi è venuto in mente il mare. Hai più fatto il bagno?

Tantissime volte! L’ultima volta proprio quest’estate, è semplice e molto rilassante. 

Mia mamma mi ha trascinata lentamente in acqua e mi teneva a galla. Intanto chiacchieravamo tantissimo. 

Ecco, parlami del rapporto con i tuoi genitori

Beh è molto interessante perché tu sai che è sempre stata particolarmente stretta la relazione sia con mia mamma che con mio papà. Tutta la componente fisica poi che condivide con entrambi intensifica molto il rapporto. 

Non solo perché capita che mi debbano aiutare a spostarmi, ma anche perché di conseguenza si è sbloccata una fisicità che sfruttiamo al di fuori delle situazioni di aiuto vero e proprio. Ci coccoliamo tantissimo insomma. È bello, davvero tanto.

Quindi mi dici che stai bene, che la tua vita è andata avanti alla grande… ma per quanto riguarda il futuro, tu come ti vedi tra 20 anni? Sai già come sarai?

E tu invece, lo sai?

Intervista a गांजा

di Prisacari Domnita

Noi di Altro, pendolari come molti di voi brava gente (e molti di voi futura brava gente), aspettando con pazienza e rassegnazione un treno tradizionalmente in ritardo, (al fine di raccontare la nostra storia la direzione dell’oscillazione del nostro pendolo non è indispensabile) ci trovammo a occupare un posto vicino a un curioso personaggio. Di certo potreste argomentare dicendoci che le stazioni sono il posto giusto (insieme agli aeroporti o altri luoghi di incroci internazionali casuali) in cui si ricerca e si incontra la stranezza e la diversità umana, e non.

Ebbene, in pieno periodo di esami, ci sbattiamo esausti su questa sedia ed estraiamo un libro e un taccuino (per fare la figura di intellettuali e per non farci scappare i pensieri). Vicino a noi, felice in un modo da farlo sembrare fuori posto, un po’ nel proprio mondo, sedeva un uomo. Aveva lunghi capelli corvini raccolti in una coda e vestiva abiti poco impegnativi, al limite del socialmente accettabile. Era abbronzato e traspirava pace interiore con ogni movimento. Un turista di ritorno da un viaggio in paesi caldi e poveri, pensammo subito noi (ahimè i cliché sociali sono difficili da reprimere). Questi, sentendosi scrutato, ci guardò a sua volta. Ci sorrise e poi ci parlò:

M: “Salve!” – Disse in un accento dell’italiano nordico e accompagnò il saluto con un sorriso. – “E’ uno studente pendolare?”

A: (arossisce perché colto di sorpresa. Si riprende in pochi secondi e…) “Salve!” (imbarazzato dall’interazione sociale spontanea, tenta di iniziare un colloquio accettabile)

M: “Sa, lo si nota dallo sguardo: è di una stanchezza assassina. Da quanto non si rilassa un po’? da quanto non si prende del tempo e…lei mi capisce, si gode un po’ la vita?”

A: (tenta di fare un viaggio mentale nel passato per ritrovare sulla linea del tempo l’ultimo episodio che risponda alla classificazione dello sconosciuto, ma fissa il vuoto con un’espressione da tonto per un tempo indeterminato)

M: “Capisco, è fuso dallo studio. Dovrebbero perseguitarlo così come fanno con me! Quanta gioventù persa e quanta sprecata tra le pagine impolverate di una conoscenza superata!”

A: (Nel frattempo si riprende e diventa un essere sociale capace di colloquio. Inforca una penna e comincia a riempire di parole una pagina del taccuino) “Mi perdoni….ha per caso detto di esser stato perseguitato? per quale motivo?”

M: “Non ha ancora capito chi sono io, vero? Mi permetta di presentarmi in maniera ufficiale! Io sono Cannabis sativa, talora vengo indicato col termine hindi Gānjā, macomunemente noto come Marijuana.” (finita la sua presentazione si alzò in piedi e fece un inchino teatrale. Non appena adagia il fondoschiena sulla sedia scruta A. con curiosità.)

A: (Perde la mascella per lo stupore) “Lei qui? Cosa ci fa alla stazione dei treni?”

M: “Sa, negli ultimi decenni la comunità scientifica cerca di riabilitare il mio nome. Ebbene, vista la mia crescente popolarità tra la “gente per bene”, viaggio per il mondo per partecipare a convegni, mostre e fiere!”

A: (continua a cascare dalle nuvole) “Mi scusi…ha detto fiere?”

M: “Certo, ve ne sono centinaia in tutto il mondo! So di non essere innocente (e nessuno lo è!), tuttavia sarà d’accordo con me che reco dei benefici! Ho effetti analgesici sul dolore cronico o di malati terminali, provoco l’attenuazione degli effetti di malattie autoinfiammatorie e di alcuni disturbi legati alle demenze, dò benefici contro l’artrite, i tremori del Parkinson e gli effetti collaterali della chemioterapia, e ottengo buoni risultati nel trattamento di ansia patologica e disturbo post-traumatico da stress.”

A: ”Senza contare il suo impegno in ambito accademico: fornire momenti di svago e ricreazione alle menti stracariche degli studenti, visto che molti la incontrano durante gli anni di studio matto e disperato!”

M: “AH! Vero vero!” (il sorriso gli scompare per un attimo per poi riaffiorare) “Sa, vorrei essere onesto perché lotto da molto tempo per ripulire il mio nome…..come ben sa, vengo spesso usato in qualità di sostanza stupefacente e la dipendenza da me non è cosa trascurabile. Vengo spesso coinvolto in transazioni illegali, ma spesso avvengono senza il mio consenso. Mi piacerebbe riuscire a venir fuori nella luce e sentirmi accettato…potrebbe gentilmente presentarmi ai suoi lettori come tale?”

A: (si rende conto che sta prendendo appunti in modo frenetico ma non si è presentato nel suo ruolo di giovane giornalista) “Ah, mi scusi, mi scusi! Lei si era presentato mentre io no! Ha ragione, scrivo e mi rivolgo ai giovani e….”

M: “Mi dispiace interromperla, ma il mio treno è arrivato. La devo di conseguenza lasciare. Spero di non averla annoiata…Spero anche di incontrarla ancora!” (Si alza, fa l’occhiolino e, leggero di animo e bagagli, si dirige verso i binari.)

A: (Risponde all’occhiolino con un sorriso, poi alza gli occhi e guarda il tabellone. Il suo di treno, per rimanere coerente con la propria politica lavorativa, aveva accumulato un ulteriore ritardo di 20 minuti. Rassegnato, ma non più così stanco, aprì il libro che aveva tirato fuori prima e si rimise a fare l’intellettuale impolverato.)

Intervista a uno scaltro clown

di Giulio Bonandrini

«Ehi lei! Si, lei! Vuole vedere un trucco di magia?»

«No guardi, sono di fretta»

«Ma come di fretta? Scommetto che sta andando al lavoro»

«Sì esatto, sa cosa vuol dire lei lavoro? Non credo.. Ehi, si fermi, tenga giù da me quelle mani tutte imbiancate, non sarà mica un sepolcro, vero?»

«…»

«Fa il clown e non capisce nemmeno battute su basilari citazioni bibliche»

«Mi lasci fare il mio trucco e poi vedremo»

«Senta ho un’intervista con Sgarbi a breve: mi lasci in pace»

«Vittorio?»

«Sì lui, anche se lavora per strada ne avrà sicuramente sentito parlare»

«Sì, è mio fratello»

«Sgarbi non ha un fratello»

«Non a quanto mi risulta»

«… senta scherzavo prima, non son di fretta, se presto attenzione al suo gioco di magia metterà una buona parola con il Maestro?»

«Si metta qui, seduto. Bravo. Chiuda gli occhi. Bravo. Adesso s’immagini di essere in cima alla montagna più alta che le viene in mente. Fatto?»

«Certo Maestro, sono in cima all’Everest; no anzi, sono in cima al Kalidasa a praticare ascesi»

«Sì sì esatto, proprio lì. Lo sente il vento gelido che la trafigge? Che le scuote i vestiti tanto che le sembra le si stiano strappando di dosso?»

«Sì lo sento! È incredibile! Proprio come nella pubblicità dell’acqua: freschissima, filtratissima e quindi pulitissima!»

«Esattamente! Mi ascolti con la stessa attenzione con cui ascolterebbe mio fratello»

«Certo maestro»

«Non le piacerà quello che ho da dirle. Le dico che lei dorme, tutto il giorno, tutti i giorni. Anche quando crede di essere sveglio lei sta dormendo. Un sonno profondo, da cui è impossibile risvegliarsi. Sa chi è sveglio? Io, il clown. Sono sveglio perché dietro questa faccia dipinta si trova un occhio vigile. Perché dentro queste scarpe enormi ci sono dei piedi attenti a dove si posano. Perché questi vestiti colorati non sono stati comprati, ma cuciti, per servire uno scopo, non una moda. Perché lo sguardo e la fretta con cui vengo lasciato in disparte sono causati dal mio non prestare fede al vostro intrattenimento. Mi travesto da clown solo per nascondermi meglio. Per vivere più libero di mio fratello e di lei, così costretti nei vostri stretti abiti e strette scarpe. L’unica cosa di stretto che ho è questo naso rosso, ma credo valga ben una libertà»

«…»

«Si lo so, non sa cosa dire, ma le devo confessare un’altra cosa. Sono anche un ventriloquo ed un abile manolesta. Ha presente il vento del Kalidasa? Arrivederci, signore, trascriva una bella intervista, il registratore gliel’ho lasciato»

Aprii gli occhi ed, in mezzo a una strada deserta, c’ero solo io, senza nemmeno un soldo. Sgarbi non ha più risposto alle mie chiamate e questo è ciò che mi è rimasto da pubblicare.

Intervista a Marilyn Monroe

di Beatrice Marconi

Altro: Buongiorno Miss Monroe, ho appuntamento, è per quel giornale: Altro.

Marilyn Monroe: Oh, sì. Ho letto il vostro ultimo numero, l’intervista a Melania era così divertente! Ma non riuscirete a far sembrare anche a me ridicola: bisogna essere una mora molto intelligente per interpretare un’oca bionda.

A: Non è questa l’intenzione, Miss Monroe. Vorremmo solo intervistarla su un tema che ci sta molto a cuore (almeno questo mese): i soldi.

MM: Scelta ottima, cari. Be’ penso che la mia opinione a riguardo sia piuttosto conosciuta, perfino nel secolo strambo in cui vivete: “Un baciamano può essere molto raffinato, ma i diamanti sono i migliori amici di una ragazza”. E ora aggiungo che nemmeno agli uomini dovrebbero dispiacere.

A: Ha sempre avuto questa opinione?

MM: Devo dire di no. Quando il successo mi ha travolta all’improvviso, non capivo ancora il valore dei soldi, forse perché non ne avevo. Lo scriva pure: ai suoi esordi Marilyn Monroe non poteva nemmeno permettersi un golfino. Ma anche più tardi, quando ho iniziato a guadagnarmi da vivere a Hollywood, non sono stati i soldi farmi capire quanto valevo, furono le persone: i miei fans. Mi scrivevano moltissime lettere, lo studio ne era sommerso. Sono stati loro a dirmi per primi che ero una, anzi, l’unica star!

A: Ma non pensa che la celebrità, con tutto quello che comporta, possa averla cambiata?

MM: Io non sono affatto cambiata, è stata la gente a iniziare a vedermi in modo diverso. A vedermi come qualcosa che non apparteneva più al loro mondo. Il pubblico ha cominciato a voler capire se fossi “vera” e i giornalisti si facevano in quattro per accontentarlo: immagino sia difficile concepire che una persona famosa, proprio in quanto vera, abbia bisogno di avere dei segreti. Oh, quante volte ho pensato “Quanto mi piacerebbe essere una donna delle pulizie”, ma poi mi accontentavo di ciò che ero.

A: Allora sarà stata Hollywood ad accettarla…

MM: Su questo vi sbagliate. Non sopportavano che potessi anche solo pensare di sentirmi una star senza il loro consenso. Vi faccio un piccolo esempio. Ho sempre avuto il vizio di essere ritardataria, ma quando ero una ragazza normale potevo permetterlo. Se un’attrice, una persona di successo è in ritardo è perché vuole farsi attendere, perché è viziata. Oh, ma che sciocca, non vi ho ancora offerto da bere! Qui ho solo champagne, mi piace ancora molto, sapete? Forse in vita mi piaceva troppo, devo dire.

A: No, grazie Miss Monroe. Non ci è consentito bere mentre lavoriamo.

MM: Be’ meglio, berrò anche per voi. Comunque, non pensiate che non ne abbia da dire anche sulla categoria dei giornalisti. Stanno lì, così vicini al mondo della ricchezza che, quando non riescono a farne parte, soffrono più di coloro che nemmeno lo possono immaginare. E così cercano di brillare di luce riflessa, cercano di prendersi pezzi delle persone che intervistano e non sempre sono clementi. La fama ti lascia solo e, se sei sfortunato come lo sono stata io, ti isola anche da quelli che la condividono con te. È un covo di vipere.

A: Ma i diamanti non erano i suoi migliori amici?

MM: Certo, ma i diamanti vengono sempre donati da qualcuno e per ogni diamante che hai c’è sempre qualcuno che ne ha uno in meno. Sono queste persone il pericolo, non le pietre.