Antifascismo a mezz’asta

di Francesco Marinoni e Lorenzo Caldirola

Aprile 2018. Dopo quasi 73 anni dal 25 Aprile 1945, data che segna la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, il nostro paese ancora non è riuscito a fare del tutto i conti con il regime e con l’ideologia ad esso associata. In particolare, la diffusione del fascismo, nelle sue forme moderne, sembra interessare soprattutto i giovani. Abbiamo deciso di indagare questo fenomeno con un questionario che è stato somministrato a studenti delle scuole superiori e universitari di Bergamo e provincia.

Quando abbiamo deciso di stilare il questionario, non sapevamo bene cosa aspettarci. Su argomenti come il fascismo infatti è difficile stabilire a priori che percezione si abbia da parte degli altri. Sono idee che spesso si tende a tenere per sé, perché si tratta di questioni delicate che portano anche a divergenze di opinione e discussioni piuttosto accese. Quelli che abbiamo tratto dalle risposte, quindi, sono dati in ogni caso interessanti, che proviamo ora ad analizzare.

Nella prima parte del questionario abbiamo deciso di concentrarci sul rapporto personale con le ideologie fasciste e su come questo influisca anche sulle relazioni interpersonali. Ne è risultato un quadro piuttosto eterogeneo: sebbene quasi la metà delle persone si riconoscano completamente negli ideali antifascisti, il numero di persone che se ne dissocia non è trascurabile (299 persone su 1019 hanno dichiarato di non sentirsi per nulla o quasi antifasciste). Interessante poi notare la grossa frattura fra antifascismo militante e non: solo il 10% degli intervistati ha dichiarato di aver preso parte a un corteo, mentre il 60% si dichiara antifascista non militante. I giovani quindi sembrano essersi allontanati dalle piazze o comunque l’attaccamento a questo ideale non è tale da spingerli a manifestare. Diversa è la questione quando entrano in gioco i rapporti di amicizia: qui risulta evidente la difficoltà nell’accettare opinioni di stampo fascista, in particolare quando ad esporle sono persone care. Si potrebbe parlare di una “lotta antifascista” che viene condotta solo in piccolo e ha paura di esporsi pubblicamente (o che comunque non ne sente la necessità). Dall’altra parte bisogna comunque registrare un 30% di risposte che indicano indifferenza o apprezzamento nei confronti di opinioni fasciste. Un numero che, seppure piuttosto basso, fa abbastanza riflettere.

Abbiamo poi indagato le opinioni riguardo a fascismo e antifascismo più in generale, con riferimenti anche alla conoscenza storica. Anche qui i dati si presentano piuttosto confusi: sebbene l’antifascismo come valore fondante della Repubblica è accettato da più dell’80% degli intervistati, la condanna del ventennio fascista sembra un passo più difficile da affrontare. Quasi il 40% ritiene infatti che le opinioni negative su questo periodo storico siano, totalmente o parzialmente, dovute ad analisi storiche successive “viziate” dall’esito disastroso dell’Asse in seguito alla guerra. Un altro luogo comune che appare difficile da scalfire è quello che vede antifascismo ed estrema sinistra come legati fra loro: per il 30% è così e questo indica che lo stereotipo del partigiano comunista resiste ancora (in realtà le bande partigiane si riconoscevano in ideologie molto diverse fra loro e non tutte legate alla sinistra).

Nell’ultima parte del questionario ci siamo concentrati sulla situazione contemporanea e sul neofascismo, approfondendo anche il tema dell’immigrazione. Sull’impedire ai movimenti neofascisti di esprimersi l’opinione degli intervistati è sostanzialmente spaccata in due, con una leggera maggioranza di chi è favorevole. Quasi unanime è invece la condanna dell’uso della violenza per portare avanti questo principio (non giustificabile per il 90%). Risulta sorprendente come il 20% degli intervistati non ritenga Casapound e Forza Nuova dei movimenti neofascisti (anche perché sono essi stessi a dichiararsi tali) e che una percentuale di poco più alta (23%) vedrebbe di buon grado per il nostro paese affidare temporaneamente il potere a una sola persona, su modello del dux della Roma antica. Le risposte più inaspettate tuttavia sono arrivate a proposito di un’affermazione sulla logica del “prima gli italiani”, presa dalla pagina Facebook di Simone Di Stefano, leader di Casapound, ma presentata volutamente senza fonte: più della metà delle persone si sono dichiarate d’accordo. Preoccupante: confrontandolo con gli altri dati, è evidente come fra i giovani si faccia fatica a riconoscere affermazioni di stampo fascista quando sono presentate in maniera meno esplicita. Detto in altre parole, se un “w il duce” riscuote poco successo un “prima gli italiani” conquista, anche se a dirlo potrebbe essere la stessa persona. Evidente qui è anche l’influenza della questione immigrazione, che viene infatti percepita come problematica dal 70% degli intervistati. Questo è un dato un po’ più difficile da interpretare, perché il vedere l’immigrazione come un problema può essere legato a fattori diversi e non presuppone per forza razzismo o xenofobia. Tuttavia la correlazione con l’affermazione precedente risulta piuttosto evidente e dimostra chiaramente il pericolo dei nuovi fascismi, che si nascondono dietro ai razzismi più o meno velati cavalcando la paura.

Altre considerazioni interessanti sui dati ottenuti: la conoscenza dei collettivi neofascisti è legata alla partecipazione agli eventi da questi organizzati, il che sostanzialmente mostra come siano essenzialmente i militanti a notare la presenza e a definire neofascisti questi movimenti. Anche da questo traspare una certa difficoltà nel riconoscere i nuovi fascismi da parte di chi non si definisce tale. Da notare poi che chi si dichiara favorevole all’introduzione della figura del dux su modello romano ha un’opinione tutto sommato positiva del ventennio fascista fino all’ingresso in guerra: risultato abbastanza prevedibile, anche perché l’intento era proprio quello di presentare l’ascesa al potere di un dittatore come una soluzione accettabile in grado di dare stabilità e benefici, che è sostanzialmente il pensiero di chi crede che l’unico errore di Mussolini sia stato scendere in guerra.

Infine, una nota per le 70 persone che dichiarano di non sapere cosa si commemora il 25 Aprile (molte delle quali hanno manifestato anche apprezzamenti per il ventennio): la redazione di Altro vi invita calorosamente ad aprire un libro di storia, può farvi solo bene. Ringraziamo invece tutti gli altri per aver preso parte al sondaggio e per i molti commenti divertenti che avete lasciato: ne pubblicheremo una selezione sulla nostra pagina Facebook.

20K

di Ludovica Sanseverino

Muri che chiudono, muri che opprimono, muri che dividono. Soprattutto in questi ultimi anni in Italia si sta vivendo una situazione, se si può dire, disperata. A causa della potente immigrazione di massa proveniente da paesi più problematici, l’odio e il razzismo si stanno diffondendo con facile velocità. Mentre ci fermiamo a bere il nostro caffè al bar, fumandoci tranquilli una sigaretta, ai nostri confini sta divampando una guerra. Una guerra silenziosa che passa inosservata. Un esempio sostanzioso è quello di Ventimiglia; una piccola città Ligure vicina alla frontiera con la Francia dove tutt’oggi si sta scatenando una guerriglia che sembra non avere fine. Un aiuto importante lo ha dato anche Bergamo che, dal 16 luglio 2016, milita sul confine tra Italia e Francia dopo aver fondato un gruppo di operatori solidali chiamatosi “Progetto20k”: un progetto che nasce da delle presentazioni sull’argomento migranti e migrazioni svoltesi tra Bergamo e Milano. Il progetto solidale conta più o meno 20 operatori sparsi tra Bergamo, Milano e Bologna, ma nonostante i problemi di distanza riesce sempre a garantire una presenza giornaliera al confine. Questo progetto, principalmente, è nato “gridando alla libertà di movimento per qualsiasi essere umano”, dicono i militanti del 20K, e tengono a precisare che “il progetto si sviluppa in seguito al nostro desiderio di attivare percorsi reali e partecipati in una situazione difficile e contraddittoria, che spesso lede lo stato di diritto. Siamo un gruppo di donne e uomini che credono fermamente nelle reti di solidarietà”. Ed è proprio questo che preme tanto ai solidali: il rispetto dei diritti umani. Diritti umani che sembrano oramai estinti nelle più remote terre, soprattutto da quando il sindaco di Ventimiglia, Ioculano, ha indetto un’ordinanza per la quale è stata vietata ogni forma di distribuzione di vivande ai migranti da parte dei cittadini (dal divieto è esclusa solo la Croce Rossa). I militanti affermano che “anche quando quest’ultima è stata sospesa per un breve periodo, i continui controlli della polizia impedivano la tranquillità necessaria alla distribuzione”. Infatti uno degli ostacoli maggiori per i solidali è proprio la polizia francese, intenta a sorvegliare il confine tenendo il mondo al di fuori, che invece di aiutare chi effettivamente ha bisogno di aiuto esegue solo gli ordini di uno stato impaurito che è oramai sfociato nella follia. “La polizia di frontiera francese (PAF) si è resa più volte responsabile di soprusi ai danni dei migranti che cercano di valicare il confine, inclusi respingimenti di minori, brutali pestaggi e inseguimenti con i cani-poliziotto. Un aneddoto importante è stata la giornata del 5 agosto 2016: più di trecento migranti sono usciti dal campo istituzionale della Croce Rossa e si sono recati nella zona confinaria dei Balzi Rossi, supportati da circa una ventina di solidali. Polizia, carabinieri e Digos, chiaramente presenti in forze, ci hanno accerchiato e ci hanno impedito di poter mangiare e bere per circa 15 ore. In seguito è partita una violentissima carica. I feriti sono stati moltissimi, circa centoventi migranti sono riusciti a passare il confine per poi essere riportati in Italia, noi solidali siamo stati tutti tradotti o in commissariato a Ventimiglia oppure in questura a Imperia, e ci hanno affibbiato denunce penali e fogli di via con l’obiettivo di spezzare la solidarietà indipendente. Non ci sono riusciti. Alla fine, abbiamo scoperto che quel giorno circa una quarantina di shabab (cioè “ragazzi” in arabo) erano sfuggiti ai controlli arrivando fino a Nizza.”

Insomma, si sta parlando di persone che non hanno garanzie, e alle quali è stato negato il “diritto, inviolabile per chiunque, di potersi muovere come, quando e quanto gli pare, a prescindere dalla regione di provenienza, dall’etnia, dalla religione.”. Persone che sono caricate e scaricate come merci illegali. Persone che subiscono questo trattamento solo a causa del colore della loro pelle, e per colpa di quest’ultimo, agli occhi della gente, non appaiono nemmeno umani. Vorrei soffermarmi per un attimo su quanto mi è accaduto nel 2014. Io e il mio fidanzato ci fermammo alla stazione di Ventimiglia per proseguire, poi, verso la Costa Azzurra. La stazione era piena di giovani ragazzi, abbandonati oramai a se stessi, sdraiati sul pavimento. Fu uno scenario quasi apocalittico e surreale, e venimmo anche a conoscenza di un campo “no borders” permanente stanziato esattamente al posto di blocco sulla strada del confine tra Francia e Italia. Il luogo era pieno di polizia e all’improvviso, mentre stavamo salendo sul treno, un poliziotto fermò un ragazzo ben vestito; scarpe firmate Nike, un I-phone in tasca e delle cuffiette nelle orecchie. Dopo vari controlli gli chiesero i documenti e il biglietto. Lui glieli mostrò. La sua unica colpa era che è nato con la pelle nera. “Chi ha la pelle più chiara non viene nemmeno fermato in frontiera” affermano i militanti di 20K. E io credo di poterlo confermare.

Questo è il mondo che abbiamo coltivato. E questo è ciò che raccogliamo. Il problema, ricordiamocelo, non sta nell’immigrazione illegale, ma nei sistemi di accoglienza che vengono a mancare. E dove mancano i sistemi basilari di accoglienza, manca anche un sistema di spostamento immediato per chi cerca di scappare da situazioni di guerra. Il numero dei morti in mare è troppo alto anche solo per ricordarlo. Quest’epoca mi piace chiamarla “l’epoca dei muri” che si costruiscono e che sempre, ogni giorno, cercano di essere abbattuti. Yurij Gagarin, primo uomo ad andare nello spazio, affermò esattamente queste parole nel suo primo viaggio spaziale: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”.

#NoParkingFara

di Ludovica Sanseverino

Ci ricorderemo tutti di quando l’Unesco, il 9 Luglio del 2017, emanò un verdetto in cui affermava che le mura veneziane bergamasche sarebbero entrate a far parte del patrimonio dell’umanità. Dopo l’esultanza di Bergamo a questa notizia, abbiamo visto il sindaco Giorgio Gori che, in un’intervista al giornale ‘Bergamonews’, dichiarava che: «è una grande soddisfazione anche se ci sono voluti 10 anni (…). Questa è, soprattutto, una grande responsabilità e un grande onore perché dovremmo davvero lavorare per valorizzare le nostre mura (…)».

Eppure, in via Fara, è dal lontano 2004 che si combatte contro la costruzione di un maxi parcheggio. Parcheggio che si costruirà esattamente sulle famose mura, oramai diventato un bene culturale d’importanza. Ma partiamo a raccontare la storia dall’inizio.

Il progetto del parcheggio, come abbiamo detto, risale al 2004 e venne approvato sotto la giunta Veneziani; il maxi progetto assegnava i lavori di costruzione ad un ampio raggruppamento di imprese come Parcheggi Italia SPA, Cavalleri, Cividini, Locatelli e ATB. I lavori di costruzione iniziarono nel 2008, quattro anni dopo, ma furono fermati subito a dicembre dello stesso anno a causa di una frana alla quale seguitò un lavoro di tamponamento da parte dell’impresa Locatelli, che usò rifiuti speciale per il suddetto “lavoro di rattoppamento”; in seguito verrà condannata per aver creato una discarica abusiva all’interno del cantiere. Intanto, la ditta di Bergamo Parcheggi, continuava ad incassare già dal 2004 tutti gli introiti derivanti dai parcheggi, resi a pagamento, delle mura di città alta. Ora è il 2014, e alla campagna elettorale il sindaco Gori promette di ridimensionare l’idea del parcheggio e di riservarlo solo ed esclusivamente ai residenti; e a giugno del 2015 una delibera chiede alla ditta di Bergamo Parcheggi di svolgere un lavoro di pulizia del terreno a causa dei materiali inquinanti presenti nel cantiere. Ma l’impresa decide di non adempiere a nessun tipo di richiesta malgrado le minacce di decadenza della concessionaria. Con sorpresa, nell’ottobre del 2016, nel consiglio comunale la giunta pretende la votazione per un nuovo atto transattivo volto a rinnovare la convenzione con la ditta di Bergamo Parcheggi. Il problema è che nell’atto non si chiede più il risarcimento per i danni recati all’interno del cantiere e molti consiglieri si stupiscono per la frettolosa ed improvvisa decisione. Per di più, il sindaco Giorgio Gori ha deciso che il maxi parcheggio, che sarà della grandezza di 9 piani e dovrà essere terminato nel marzo 2019, sarà destinato ai visitatori e turisti e i parcheggi lungo le mura saranno destinati, invece, ai residenti.

Il 12 luglio del 2017 si è tenuta però una conferenza al comune di Bergamo indetta dal comitato del “No Parking Fara” per bloccare la realizzazione del parcheggio, chiedendo inoltre al sindaco Gori di rivedere il piano di viabilità e d’incremento del turismo (essendo diventato un parcheggio turistico, bisognerà garantire al parcheggio l’accesso 24h su 24h), di modo che il progetto possa essere in sintonia con le bellezze architettoniche e naturali del paesaggio. Il comitato del “No Parking Fara” si è preoccupato anche di raccogliere, già dall’inizio di Giugno di quest’anno, il maggior numero di firme possibili per fermare la costruzione del parcheggio. Il numero raccolto di sottoscrizioni è arrivato a più di 6400 in 3 mesi, che sono state poi consegnate direttamente al sindaco Gori, che ha risposto negativamente alla richiesta di stop dei lavori.

Il problema sorge dal momento in cui si decide di creare un ennesimo parcheggio, invasivo e rumoroso, che non rispetta né l’ambiente né il vicinato che dovrà sorbirsi carrozzate infinite di auto di visitatori paganti per camminare comodamente su un monumento ormai nazionale e di grande importanza. Ma oramai noi italiani siamo abituati a questo tipo di cose. È da anni e anni che l’Italia non si occupa più del proprio patrimonio culturale in maniera genuina e consapevole. L’importante è il business turistico, mentre della manutenzione del patrimonio ce ne laviamo le mani. La domanda effettivamente sorge spontanea: perché costruire un enorme parcheggio di 9 piani, essendo comunque consapevoli della sua invasività, mettendo a rischio anche il crollo dell’intera rocca che aveva già rischiato di crollare all’inizio dei lavori nel 2008, mettendo in pericolo anche le abitazioni vicine? I soldi e il business sono sempre più importanti delle opere storiche? È una domanda lunga che attende ancora risposta.

O.S.S.

di Ludovica Sanseverino

<<Il nostro è un lavoro non duro, ma di più>>: questa è la prima cosa che potrebbe dirvi un OSS (Operatore Socio Sanitario) e a Bergamo in particolare si tratta di un impiego veramente molto attivo, soprattutto grazie al comune (si tratta infatti di un servizio comunale). Per definire nel particolare cosa sia un OSS possiamo documentarci sul sito di Nurse24.it, dove si specifica che: <<l’Operatore Socio Sanitario è un tecnico di supporto di cui ci si può avvalere ove necessario. Esso lavora con persone che vivono in una condizione di disagio sociale, fragili e malate.>> Alla luce di questa definizione, gli operatori effettivamente lavorano soprattutto con le persone anziane, svolgendo un servizio domiciliare, che è però solo una faccia delle tante e diverse attività svolte dagli operatori: li si può vedere lavorare anche, per esempio, in ospedale, dove svolgono servizi di igiene e di supporto dei pazienti.

Detto questo chiarisco che le operatrici intervistate per questo articolo svolgono un servizio di tipo domiciliare. La prima cosa su cui tutte concordano è che <<è molto dura lavorare con gli anziani, non è per niente facile. Li laviamo, puliamo, e ogni tanto a qualche paziente mi capita di portare qualche dolce che preparo la sera prima.>> Quello delle OSS, ci dicono, non è un lavoro semplice perché oltre a dover fare assistenza medica c’è bisogno di instaurare un rapporto concreto con i “pazienti”. E l’instaurare un rapporto intimo con quest’ultimi prevede un bel bagaglio di coraggio: ci dicono che spesso vengono derise dai pazienti che assistono o che subiscono atti di violenza fisica e verbale. Alcuni degli assistiti sono anche alcolizzati o ex alcolisti ma, ci dicono le operatrici, agli insulti non viene dato poi così tanto peso.

Continuano le intervistate: <<quello che un operatore deve soprattutto fare è essere accettato dalla casa che lo sta ospitando. Alla fine penso che sia difficile anche per le persone assistite essendo noi degli estranei per loro. Ma bisogna tenere a mente che il lavoro principale di un OSS è prendersi molta cura del paziente, cercando di farlo sentire bene ed evitare atteggiamenti scomodi che potrebbero infastidirlo. Noi OSS dobbiamo quasi essere dei genitori.>> Alcuni di loro, dicono le operatrici, vivono in situazioni familiari ed economiche veramente disperate: <<alcuni non possono permettersi neanche i cibi per gatti, qualche volta porto io qualcosa a loro, se ho del cibo per animali a casa lo regalo volentieri. Oppure, quando ho più tempo, cerco di preparare delle torte o qualcosa da mangiare da portare agli anziani. Almeno così li vedo sorridere.>>

Ma prima di diventare un OSS, dicono le intervistate, bisogna sostenere un esame: infatti <<prima di diventare ufficialmente operatrice ho dovuto frequentare un corso che ha la durata di un anno. Alla fine di quell’anno ho dovuto sostenere un esame e in più bisogna aver svolto due tirocini. Io, per esempio, ero andata a lavorare al Gleno come tirocinante e poi all’ospedale Maggiore di Bergamo, che ora è l’ospedale Papa Giovanni XXIII. In ospedale mi avevano assegnato al reparto hospice, cioè quello dei malati terminali. Mi ricordo che era situato fuori dall’ospedale ed era molto diverso da tutti gli altri reparti perché, per esempio, in ogni camera c’erano 12 posti letto e la parentela poteva entrare ed uscire quando voleva. Ci sono stata solo un mese fortunatamente. Mi ero trovata bene a lavorare nell’ambiente, ma non è stato piacevole da un punto di vista emotivo. Di solito ai medici, infermieri o operatori che lavorano con i malati terminali viene affiancato un servizio di tipo psicologico, nel senso che ogni lavorante può richiedere l’aiuto di uno psicologo. Io decisi di non usufruirne.>> L’intervistata in questione poi afferma che gli Operatori Socio Sanitari possiedono, anche loro, un supporto psicologico: ad ogni riunione è presente anche la figura di uno psicologo che chiede tempestivamente a tutti gli operatori se le cose stanno andando bene e se qualcuno ha bisogno di supporto. <<Purtroppo ogni tanto il supporto psicologico può servire perché alcuni degli assistiti sono casi disperati e violenti. Ma noi non demordiamo. Credo che per fare questo lavoro bisogna essere davvero portati. Bisogna, soprattutto, essere davvero ma davvero forti.>>

Odi et amo

di Francesco Marinoni e Ludovica Sanseverino

Ogni anno BergamoScienza attira e coinvolge migliaia di bergamaschi, che partecipano alle numerose iniziative, conferenze e laboratori proposti dal festival. Eppure nel percorso scolastico di molti ragazzi sono proprio le materie scientifiche a creare più difficoltà e ad appassionare meno. Noi di Altro abbiamo cercato di indagare e spiegare questa apparente contraddizione.

Odi

Il Liceo Lussana è uno dei due principali licei scientifici statali di Bergamo, insieme al Liceo Mascheroni, frequentato ogni anno da circa 1500 studenti e da molti ritenuto una validissima scuola. Sorprendentemente però, una buona parte dei ragazzi che lo termina sceglie di iscriversi a facoltà tutt’altro che scientifiche, dimostrando di non essersi affezionati particolarmente a quelle che dovrebbero essere le materie d’indirizzo. Certo, non sempre al momento di scegliere la scuola superiore si hanno le idee chiare, ma resta il fatto che la matematica o la fisica siano l’incubo degli studenti molto più spesso che l’italiano o la filosofia.

Cerchiamo dunque di interpretare questo dato: da ex-lussaniano il principale motivo che mi viene in mente è lo scarso utilizzo dei laboratori, poveri inoltre delle apparecchiature necessarie.
Raramente mi è capitato di andarci e spesso gli esperimenti venivano svolti esclusivamente dal docente, perché la strumentazione non bastava per tutti. Questo è un punto importante: la prima cosa che si insegna quando si parla di scienza, fin dalle elementari, è il metodo scientifico sperimentale, la spina dorsale su cui da secoli si basa la ricerca. Come si può pretendere che materie come la fisica o la chimica stimolino l’interesse degli studenti se non gli si dà la possibilità di applicarle?

L’esperienza di laboratorio manca e si sente. Naturalmente questo non vuol dire che la scuola debba trasformarsi in un laboratorio, perché le basi di teoria sono fondamentali e imprescindibili, ma sicuramente la pratica meriterebbe più spazio di quello che al momento le è riservato. In questo modo invece il rischio è che i ragazzi non riescano a cogliere la bellezza della scienza e che finiscano a studiare per ore e ore nozioni sterili a memoria, di cui conoscono a malapena il significato, per poter portare a casa una sufficienza.
Una lezione frontale, per quanto preparato ed entusiasmante un docente possa essere (e per fortuna ce ne sono tanti con queste doti), non è sufficiente. Non per la scienza, per lo meno.

Tradurre le parole in pratica non è semplice, ma sono convinto che la direzione giusta per un liceo scientifico di qualità sia questa. Allo stato attuale delle cose sembra però che gli obbiettivi siano altri, per esempio l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro (su cui si potrebbe discutere molto). È un peccato: gli studenti italiani hanno il pregio di essere fra i più preparati d’Europa e del mondo. Sarebbe bello riuscire anche ad appassionarli.

Amo

Sono una ragazza di 21 anni, ancora abbastanza giovane. Non ho mai amato le scienze, eccetto l’astronomia. In passato ho dovuto accantonare questa mia passione per il cielo a causa di un problema, una lieve discalculia. A parte questo mio interesse per i pianeti e le stelle, ho sempre mal tollerato le materie scientifiche. Ma, per i profani delle scienze come me, amanti dell’arte e della letteratura, c’è un festival chiamato “BergamoScienza”: una manifestazione dedicata alle scienze e che vanta di essere il festival più grande d’Europa.

Visto che il nostro giornale parla soprattutto di giovani, mi sono presa la briga di contattare la referente del “Comitato Giovani BergamoScienza” perché volevamo affrontare il netto contrasto che c’è tra la scienza insegnata a scuola e quella presentata dal festival. La referente Lucia Fumagalli, di venticinque anni, ha risposto che questo tipo di evento è principalmente divulgativo e che il modo di spiegare la scienza è nettamente diverso da come potrebbe essere a scuola, essendo questa insegnata in modo facile, comprensibile e divertente: «L’insegnamento nelle scuole, per forza di cose, diventa spesso per gli studenti un obbligo, uno studio mnemonico per l’interrogazione. BergamoScienza offre un’occasione per i ragazzi di tutte le età di scoprire argomenti con un approccio diverso, a volte più pratico, cosa che non sempre a scuola si ha occasione di fare».

Il festival infatti si preoccupa di promuovere laboratori che, ideati con la partecipazione delle scuole, si rivolgono agli studenti. Nella maggior parte dei laboratori, sono proprio i ragazzi a spiegare argomenti complessi ai loro coetanei, argomenti che forse a scuola vengono spiegati male e in maniera soporifera.

Non ho mai frequentato ragazzi appassionati di scienza. Gli amici più cari che ho sono tutti amanti e studenti di arte, letteratura e filosofia. Quando ho sentito parlare l’intervistata a telefono, però, ho percepito quel brivido di passione nella sua voce e nel suo modo di parlare che è lo stesso che ritrovo in me e nei miei amici quando parliamo della dichiarazione d’amore di Mr. Darcy ad Elizabeth Bennet in “Orgoglio e pregiudizio”.

Credo mi abbia affascinato il fatto che Lucia mi raccontasse tutto minuziosamente, con fierezza e gratitudine nei confronti di chi le ha fatto intraprendere questa strada. Confesso di essere stata molto colpita quando le ho chiesto se avesse scelto una carriera scientifica per uno scopo puramente economico e Lucia mi ha prontamente risposto che la sua attrazione per la scienza non ha nessun tipo di collegamento con i soldi. In più, avendo frequentato il liceo classico, non ha mai disprezzato le materie umanistiche.

Alla fine dell’intervista la giovane responsabile mi ha invitata molto gentilmente ad avvicinarmi di più al progetto di BergamoScienza, avendole confessato di non aver mai partecipato.

Il problema è che probabilmente ho interessi diversi. Io me ne intendo di arte e lascio volentieri agli intenditori di scienze fare il loro lavoro. Però su una cosa siamo state d’accordo: che artisti e scienziati sono molto simili, perché entrambi guardano alle stelle.

Il comune di Bergamo e i giovani – Segnali di speranza

di Filippo Oggionni

“Bergamo è una città morta.”

E’ una frase che serpeggia negli ambienti giovanili bergamaschi: è opinione condivisa infatti che Bergamo non figuri tra le città universitarie (sì, Bergamo è stata dichiarata tale nel 2013) più dinamiche d’Italia. Anzi, alla vista di via XX settembre deserta il sabato sera o leggendo alcune lamentele dei residenti per la presenza di alcuni locali ritenuti “irrispettosi della quiete pubblica” (si veda il caso di Borgo Santa Caterina), verrebbe da pensare che Bergamo sia una città retrograda e poco avvezza ai cambiamenti in favore del mondo giovanile.

Tuttavia, in particolare negli ultimi dieci anni, c’è stato un cambio di passo tangibile su numerose questioni, reso possibile dall’appoggio delle istituzioni bergamasche e dall’iniziativa dei giovani stessi. Ma, nel concreto, cosa fa il Comune di Bergamo per incentivare le politiche giovanili? Per rispondere abbiamo parlato con Niccolò Carretta, consigliere comunale e presidente della Commissione Giovani, che spiega: «Il Consiglio Comunale dispone di una commissione speciale, composta da 9 consiglieri e da 3 relatori, che ha il preciso compito di rendere fertile il territorio di Bergamo per il pieno sviluppo delle attività giovanili. La Commissione Giovani, attraverso degli spazi di discussione aperti al pubblico, si occupa di redigere periodicamente un ordine del giorno da presentare in Consiglio Comunale. Finora – aggiunge Carretta – tutti gli ordini del giorno presentati dalla Commissione sono stati approvati all’unanimità, segno che la scelta di accantonare le divergenze politiche a favore di una discussione più ampia sta maturando i suoi frutti.»

Ultimamente, per esempio, è stato aperto un nuovo spazio dedicato ai giovani: GATE, all’interno del Parco della Malpensata, che si aggiunge all’Edonè (Redona),  al Polaresco (Longuelo) e ad altri spazi meno conosciuti ma altrettanto importanti (Monterosso, Celadina, Boccaleone, ecc…). Si è aggiudicata la gestione di GATE la cooperativa sociale Empeiria, che presenta così il nuovo spazio giovanile: «GATE è bar e musica live; GATE è attività, eventi e cultura; GATE è un nuovo modo di vivere la città; GATE è un’opportunità innovativa per i giovani; GATE è occasione di ritrovo; GATE è una porta aperta». Tutti e tre gli spazi rimangono di proprietà del Comune di Bergamo, che organizza periodicamente un bando per concedere a imprese e associazioni giovanili l’utilizzo dei locali, in cambio di un affitto agevolato. Il ruolo dell’Istituzione rimane secondario: si punta a responsabilizzare i giovani affinché si rendano protagonisti e fautori di un nuovo progetto di coesione sociale.

Fa differenza invece lo Spazio Polaresco, sede del Servizio Giovani e dello Spazio InformaGiovani, entrambi direttamente promossi dall’Assessorato alle Politiche Giovanili (che include anche gli ambiti di Sport e Tempo Libero). Negli ultimi anni il Comune ha sicuramente investito molto in questi servizi, totalmente gratuiti per tutti coloro che volessero usufruirne. Raggiungibili anche dal sito giovani.bg.it, le opportunità offerte sono molteplici: si passa dalla formazione accademica a quella professionale, dal volontariato a offerte lavorative, da bandi e concorsi rivolti ai giovani fino a viaggi formativi di ogni tipo. L’obiettivo di fornire un servizio su misura per i giovani e a 360 gradi è stato raggiunto? Ni. Gli intenti sono nobili e sacrosanti, ma lo Spazio Polaresco, vittima anche di una serie di infelici cambi di gestione, non è ancora abbastanza conosciuto e frequentato, o perlomeno la sua parte più “istituzionale” che dovrebbe essere un punto di riferimento per tutti i giovani bergamaschi.

Un tetto per tutti

di Ludovica Sanseverino

“Un tetto per tutti”. Questa citazione fa riferimento al titolo dell’opera del writer Blu che, negli scorsi mesi, ha voluto dedicare un suo murale a chi, come tanti, non ha la possibilità di “abitare”. L’opera è posta proprio sulla facciata di una palazzina, sull’angolo tra via Monte Grigna e via Daste e Spalenga, nel quartiere di Celadina. Un’opera di forte impatto che ha un significato ben preciso: chiunque ha il diritto ad avere una dimora. Questo è anche il pensiero del “Comitato lotta per la casa” che da tre anni a questa parte ha occupato una delle 250 palazzine popolari rimaste vuote, proprio la palazzina dove è posto il murale, che rimane occupata ancora oggi. Ma cominciamo dall’inizio.

Il comitato nacque nel 2014, dopo che As.IA Bergamo (Associazione Inquilini e Abitanti) denunciò il fatto che ci fosse uno stato di totale abbandono delle edilizie residenziali dei quartieri popolari da parte del comune e delle istituzioni. Fu proprio all’inizio di febbraio dello stesso anno che un gruppo di famiglie sfrattate, composte principalmente da precari e studenti, si organizzò per liberare la palazzina vuota nel quartiere di Celadina.

“Al primo ingresso della palazzina ci siamo trovati di fronte ad uno scenario disastroso. Alcuni appartamenti erano abbandonati da anni, con mobili accatastati, pareti divorate dalla muffa, sporcizia e impianti non funzionanti, non c’erano né acqua né corrente elettrica. Grazie alla raccolta di fondi tramite iniziative autorganizzate e al lavoro di tante persone solidali al comitato, per qualche mese ci si è dati da fare insieme per rendere abitabili e dignitosi i 12 appartamenti che compongono l’edificio.” L’aiuto, affermano, gli venne anche dagli abitanti vicini che, con dei piccoli gesti di solidarietà, aiutarono il Comitato a crescere. “Ci portavano cibo e bevande calde, oppure ci regalavano mobili usati in modo che noi potessimo arredare gli appartamenti delle palazzine.” Quella che vediamo dinanzi ai nostri occhi è la crescita costante di una comunità unita. Infatti, con il passare del tempo, la piccola collettività ha cercato di rendere sempre più vivibile il quartiere attraverso iniziative sociali come merende o pranzi, inaugurando anche il loro principale evento “Celada in strada”: una festa di tre giorni in cui si possono gustare cucine multietniche, buona musica e laboratori per adulti e bambini. Un buon modo per incominciare a far rivivere un quartiere che si è sentito morto per troppo tempo.

Ma le istituzioni non sono state magnanime. La giunta comunale ha sempre denunciato la loro presenza illegale nelle palazzine, anche se il comitato aveva per anni lottato e “domandato una soluzione concreta all’emergenza abitativa a Bergamo”, facendo appello all’enorme numero di case vuote presenti in città e provincia; difatti il numero degli sfratti a Bergamo e dintorni è arrivato a 2.700, e  sono circa 6000 gli immobili sfitti in città e più di 100.000 quelli in provincia (così si legge in un articolo del giornale locale online “BGreport”). I membri del comitato vogliono precisare che il sindaco Gori è stato presente alla visione del quartiere solo una volta, in vista della sua campagna elettorale, dopodiché non si è più fatto vivo. Infine il comitato afferma: “Al momento dovrebbe partire il bando legato al progetto “Legami urbani”: un piano da 25 milioni di cui 18 versati dal governo, i quali dovrebbero migliorare le periferie della città, tra cui Celadina. Questo bando ha parecchi punti oscuri che non smetteremo di controllare. Terremo d’occhio a chi verranno appaltati i lavori e come verranno impiegati i fondi. Riteniamo centrale, nel nostro percorso di lotta, la dignità degli abitanti dei quartieri popolari, che non devono essere considerati cittadini di serie B rispetto a chi vive nel centro della città, sempre più vetrina per turisti e campo d’azione per speculatori e palazzinari.”

Il problema delle “case vuote” non riguarda solo la realtà bergamasca ma tutta l’Italia e, probabilmente, tutto il mondo. Lo si potrebbe definire un “grosso squilibrio abitativo”. Tutti abbiamo diritto ad “abitare”. Sono convinta che non dovrebbero esistere persone senza casa, e che le case non esistono senza persone.

Sigilli nella Valle Seriana

di Domnita Prisacari

Il sito Bikeitalia e tanti altri di consultazione regionale la descrivono come un’ottima pista, una delle più belle della provincia. Stiamo parlando della ciclopedonale della Valle Seriana. Provare per credere: è davvero il modo migliore esplorare la valle con la bici, tanto più che alla pista si aggiungono altri percorsi secondari che si dipartono dalla dorsale principale. Si evitano le code in auto, le cadute in moto, le lentezze a piedi. L’ideale, insomma.
Questa ciclopedonale è anche un ottimo esempio di riuso intelligente del territorio in quanto è stata ricavata, almeno in parte, sul percorso della ferrovia in disuso, la Bergamo-Clusone. Il tratto più completo è quello che va da Albino a Clusone ma poi è possibile continuare a risalire la valle fino a Valbondione, alternando la pista ciclabile a strade secondarie poco trafficate. E anche i molti tratti sterrati risultano facilmente percorribili. Fin qui tutto bene.
Quasi tutto bene. Prima dell’inaugurazione di uno di questi tracciati secondari sono state riscontrate delle irregolarità tanto che il Corpo Forestale dello Stato ha messo i sigilli sul tratto della pista ciclabile della Valle del Lujo che da Albino, in mezzo ai boschi e al verde, porta fino a Fiobbio. Questa situazione risale al 28 luglio dello scorso anno e da allora la pista risulta sotto sequestro.
Stando alle notizie riportate sull’Eco di Bergamo e Il Corriere, dopo un sopralluogo gli uomini della Forestale avrebbero “riscontrato delle difformità rispetto al progetto approvato (l’opera è comunale) e delle inadempienze nella gestione del materiale e rocce di scavo”. Trattandosi di un tratto immerso nel verde e nelle foreste è alta l’attenzione ai materiali da non utilizzare poiché vi sono specie animali e vegetali da tutelare. La Forestale aveva affermato che il motivo del sequestro sarebbero stati dei “riporti di materiali non previsti a progetto e strettamente funzionali alla pista ciclabile”. Però sembra (e ad oggi non risulta) che non siano stati depositati dei rifiuti pericolosi e il punto interessato, trovandosi sopraelevato, non dovrebbe causare problemi idraulici al corso del torrente Lujo.
Ci sono persone ancora indagate mentre il sindaco di Albino, dott. Fabio Terzi, è stato nominato custode dell’area sequestrata. Dall’ormai lontano 28 luglio sono passati sette mesi. Nonostante la cessazione del sequestro della pista fosse stata annunciata per il 30 settembre del 2016, i nastri permangono e nessun bipede umano vi si avventura né si può ancora godere della striscia asfaltata per sfrecciare in sella alla propria bici. Si attende la primavera per avere ulteriori news e tutti nella valle si augurano un finale lieto e lungimirante. Anche a noi non resta che unirci all’attesa di risposte.

La vostra voce in numeri

di Alfredo Marchetti

Spettabili lettori,
il tema del numero di questo mese lo avete inteso, è chiaro.
Volendo parlare di qualcosa che riguarda da vicino tutti, abbiamo chiesto al pubblico, attraverso un rapido questionario, di raccontarci qualcosa delle loro esperienze. È con stupore che abbiamo rilevato un’ampia partecipazione, infatti sono stati più di 400 a dedicarci parte del loro tempo.
Si è voluto sondare, in modo generale, quelle che sono le attitudini, le abitudini, le paure e i fraintendimenti dei giovani riguardo al sesso e a tutto ciò che gli si correla. Chiunque ha potuto svolgere il questionario sebbene fosse indirizzato in particolare a ragazzi tra i 15 e 21 anni. La fascia di età è quella dove, generalmente (ma non è la regola), l’attività sessuale e affettiva si fa più turbolenta e irrequieta.
Va precisato che il questionario è stato realizzato interamente da noi redattori, nessun esperto in materia ha preso parte al lavoro di stesura delle domande e organizzazione delle risposte. Questo lavoro non ci fornisce nessun dato “scientifico” né significativo su larga scala, ma non perde nemmeno di valore in quanto rappresenta il parere di un piccolo campione di popolazione che, comunque, ci fornisce dati oltremodo interessanti. Noterete come su alcuni aspetti le posizioni dei partecipanti risultano chiare e nette. È anche vero che molte domande accettassero solamente una risposta secca ma è parimenti vero che, se indecisi, si disponeva della facoltà di non rispondere. I dati rilevati sono parecchi, in questo articolo ve ne presentiamo solo alcuni ma per i più curiosi è disponibile un file sulla nostra pagina Facebook con le domande e le risposte complessive (naturalmente anonime). La stesura del questionario si è rilevata più complessa e avvincente di quanto immaginassi e ci ha sicuramente lasciato intendere quanto sia importante, e al contempo difficile, formulare correttamente una domanda. Tanto che quel che vi presentiamo è un lavoro che ci ha occupato a più riprese fin dagli incontri di redazione di agosto.
Il pubblico, seppur in modo non canonico, ci ha raccontato qualcosa di personale, di intimo. Ci ha pure detto che alcune cose non vanno, che a volte l’immagine o l’assenza di comunicazione causano pressioni indesiderate, a volte opprimenti. Il feedback generale non ci è troppo chiaro, ed è forse un bene: sbilanciarsi sull’analisi di un piccolo campione e su di un tema così complesso sarebbe da sprovveduti.
A noi basta riportarvi i dati nella loro genuinità (ottenuta grazie al filtraggio di alcune risposte un po’ troppo “simpatiche”, per fortuna poche) e lasciarvi con qualche rapida conclusione.
Ai numeri l’ultima parola.

I dati

di Lorenzo Caldirola

Il campione, formato da 420 individui, è principalmente eterosessuale (87%) anche se nella parte femminile si riscontra un considerevole 11.5% di bisessuali. V’era inoltre la possibilità di dichiararsi asessuali, scelta compiuta da solo 7 persone.
Oltre al 7% del campione maschile che si dichiara omosessuale o bisessuale un 10% pur definendosi etero confessa di aver provato almeno una volta esperienze omoerotiche. Per la controparte femminile il dato si fa ancora più interessante, infatti risulta che più del 30% delle partecipanti ha avuto esperienze omoerotiche.
Questi dati vanno valutati comunque ricordando che la metà dei partecipanti, soprattutto quindici e sedicenni, sono ancora vergini. Eppure riguardo a chi si è detto già avviato ad esperienze sessuali risulta che la perdita della verginità per la maggior parte di loro sia avvenuta tra i 15 e i 17 anni.
Dopo il tema classico della verginità siamo andati a mettere il naso in un altro must: la masturbazione, curiosi di indagarla soprattutto al femminile. Ampio è infatti il divario tra uomini e donne, infatti se a masturbarsi sono il 91% dei primi per quando riguarda le seconde sono il 52%. Gli uomini inoltre fanno nella maggioranza dei casi uso della pornografia per farlo, delle donne solo il 37%. Inoltre se il 70% degli uomini si masturba almeno 4 volte a settimana delle donne solo il 20% supera le 3 volte.
È opinione comune che le donne abbiano una maggiore tendenza a non accettarsi e ad essere meno sicure del proprio aspetto, ma risulta ugualmente sorprendente che quasi la metà di queste abbia dichiarato di provare imbarazzo nel mostrarsi nuda al proprio partner. Al maschile invece questo stesso dato si attesta sul 10%.
Spesso è l’uomo imputato di non essere riuscito ad iniziare a concludere un rapporto sessuale, invece dai dati emerge che questo è capitato maggiormente alle donne (40% e 50% rispettivamente). In ogni caso l’80% dei partner non l’ha fatta pesare allo/a sfortunato/a.
Sfatiamo poi un cliché sugli uomini che parlano sempre di sesso con gli amici perché la discrepanza per quanto riguarda questo dato tra maschi e femmine è solo del 5%.
Risulta infine che in casa si parla ancora poco di sesso. Gli uomini sono i meno propensi ad affrontare queste tematiche coi genitori ma in generale l’ha fatto solo il 40% degli intervistati. Sembra dunque esserci un salto generazionale e un tabù familiare.

In conclusione

di Arianna Gelfi

Questi siamo noi, in numeri. Ma siamo noi davvero perché siamo stati i primi ad auto-sottoporci al questionario per testarlo e poi a girarlo ai nostri amici, di cui conosciamo la fidanzata, la mamma, la ex fidanzata. Eppure questa moltiplicazione di voci ci restituisce un’immagine che guardiamo con grande stupore e forse con ancora maggior curiosità.
Come abbiamo già detto non ci sentiamo di tirare delle conclusioni universali ma ciò non toglie che sia stato importante saperci un po’ tutti sulla stessa barca, alle prese con questa sessualità che ci fa perdere la testa, il treno o l’infanzia. Ognuno se la cava come può, qualcuno la soffre un po’, altri hanno imparato a godersi il viaggio. Già che si è su questa barca, si è pensato di approfittare così della situazione.
Col senno di poi vi diciamo che è stato bello chiaccherarne insieme.

I locali dei giovani bergamaschi

di Ludovica Sanseverino e Francesco Marinoni

Questo mese Altro ha scelto di occuparsi di luoghi e in particolare della relazione fra questi e chi li frequenta. Abbiamo quindi deciso di realizzare una piccola esplorazione giornalistica che prendesse in esame due luoghi molto diversi dove i ragazzi bergamaschi passano le loro serate: la discoteca (per esempio, il Setai Club) e un locale serale (il Circolino). Abbiamo cercato di capire, principalmente attraverso interviste, perché una persona decida di andare da una parte piuttosto che dall’altra, cosa abbiano da offrire questi due luoghi e soprattutto se si possa individuare un “frequentatore tipo”, con determinate caratteristiche.

Setai Club

Il Setai Club è una discoteca situata ad Orio al Serio, la più vicina a Bergamo, che a differenza di molte altre città non ha locali di questo tipo in centro. Parlando con chi ci va da un po’ di tempo emerge come il primo approccio sia spesso legato alla ricerca di partner occasionali, dato che ad andarci sono spesso i giovanissimi (dai 14 anni in su) nel pieno dell’adolescenza. Poi più si inizia a frequentare il posto più si sviluppano anche altri interessi, per esempio il genere musicale. Per alcuni la musica da discoteca è tutta uguale, ma in realtà esistono generi molto diversi fra loro che spesso sono legati ai diversi locali: per esempio, il Bolgia (discoteca di Osio Sopra) è specializzata in musica techno. Il Setai da questo punto di vista offre principalmente musica più commerciale e orecchiabile, per cercare di andare incontro agli interessi del maggior numero di persone. Dalle interviste è poi emerso che, a differenza di altri luoghi, in discoteca ci si diverte a priori, senza per forza dover essere alticci: infatti si ha comunque la possibilità di ballare e quindi di impiegare il proprio tempo, mentre per esempio in un pub questo non è possibile e il rischio è quello di passare una serata noiosa e poco movimentata se si esce in macchina, dato che si è costretti a restare sobri. In uno scenario in cui l’alcool fa sempre più spesso parte delle serate giovanili questo è un grosso punto a favore, perché permette di conciliare interessi e necessità diverse.

Visti i motivi principali per cui alcuni giovani frequentano luoghi come il Setai Club, abbiamo cercato poi di individuarne il “frequentatore tipo”. In base ai dati raccolti si può delineare il profilo di un ragazzo/a giovane, con età solitamente sotto i vent’anni, senza particolari gusti musicali, con un look piuttosto curato, spesso ma non necessariamente inserito in un gruppo di amici coetanei. Naturalmente questo profilo cambierà di discoteca in discoteca, dato che, come abbiamo visto, i locali possono anche essere molto diversi fra loro: i discriminanti sono solitamente il genere musicale, l’età e il modo di vestirsi. Non esiste quindi un “tipo da discoteca” in generale perché i frequentatori sono molto eterogenei, ma si può piuttosto parlare di “tipi” diversi per locali diversi. Non si può negare quindi che esista una relazione fra luogo e persona, almeno in questo caso, anche se non bisogna dimenticare che si tratta pur sempre di generalizzazioni, che in quanto tali hanno un valore limitato.

Circolino

Il Circolino, chiamato anche “il basso” dai frequentatori più accaniti (che necessitano di distinguerlo da quello omonimo di Città Alta) è un locale situato nella zona della Malpensata, esattamente in via Luzzatti. Ciò che salta più all’occhio entrando nel locale è il calore familiare che si respira, insieme al grande brusio nei pressi del bancone. Basandoci sulle interviste fatte, alla domanda “Come mai vieni al Circolino?” i frequentatori si ritrovano tutti a rispondere allo stesso modo: “è un posto accogliente, è familiare”. Chiunque frequenti spesso questo luogo conosce infatti anche tutti gli altri, comprese le bariste, che dagli habitué vengono addirittura chiamate per nome.

Un’intervistata ha persino affermato che spesso si ritrova a venire in solitaria perché sa che alla fine troverà qualcuno che le farà compagnia. Ciò che stupisce ancor di più è come lo spazio sembri indiviso fra il dentro e il fuori. Il locale all’interno è molto piccolo e può ospitare pochi tavoli, quello all’esterno, invece, ne ospita almeno una quindicina che, a loro volta, bastano per una decina di persone l’uno. Anche in inverno lo spazio all’esterno viene sfruttato di più di quello all’interno e gli intervistati ci hanno raccontato più volte che nei mesi invernali il freddo non si sente, anche se si sta fuori, perché “è come se ci scaldassimo a vicenda essendo tutti vicini, possiamo parlare in compagnia. Ma soprattutto possiamo fumare.”

L’età media dei frequentatori va all’incirca dai diciotto ai venticinque anni. Ma questo è uno di quei luoghi senza età. Infatti si possono trovare persone che frequentano il bar da anni, oppure ragazzini che lo hanno appena scoperto per passaparola. Tanti dicono che è proprio il fatto che ci si sente tutti uguali anche se diversi a renderlo familiare e speciale. Per questo è molto difficile individuare un “frequentatore tipo” ma ci sono state persone che affermavano che il locale, già da quando fu fondato, aveva uno stampo di sinistra. Difatti possiamo trovare affissi ai muri diversi adesivi antifascisti o con frasi provocatorie.

Ma adesso parliamo di alcolici. Il Circolino è uno di quei locali che deve cercare di soddisfare le tasche povere dei frequentatori e, soprattutto, mantenere il suo stampo di bar “sociale”.

Infatti, un bicchiere di vino costa solo un euro e una buona maggioranza degli intervistati ha ammesso di frequentarlo soprattutto perché gli alcolici sono molto economici, quindi perché è facile ubriacarsi. Tutti gli alcolici vengono venduti a prezzi moderati proprio per soddisfare le richieste poco pretenziose dei clienti e, come affermato da alcuni intervistati, si sono ritrovati spesso brilli o totalmente ubriachi a fine serata.

Anche gli orari di apertura fanno la loro parte. La maggioranza dei frequentatori sostiene che sia l’unico locale per giovani a Bergamo a tenere aperto fino a tardi. Infatti, anche in settimana, l’orario di chiusura è alle due di notte. Bergamo sicuramente non è una città che pullula di giovani, e, per i pochi giovani, non è effettivamente facile trovare un buon luogo in cui rifugiarsi la sera tardi. Prendendo in considerazione anche il centro città è un dato di fatto che lì i locali chiudono presto e, per la maggior parte, sono anche molto costosi. “Ma non potresti trovare altri luoghi che ti piacciano, in cui star bene?”. A questa nostra provocazione i giovani han risposto in modo chiaro: “il problema è che non ce ne sono di posti così, c’è una domanda giovanile molto alta ma Bergamo non risponde. Veniamo sempre qua perché è l’unico luogo aperto fino a tardi, anche in settimana”.

Probabilmente una città di provincia come Bergamo non ha molte pretese, soprattutto per quanto riguarda l’ambito giovanile, ma un’intervistata ha raccontato che, proprio perché non c’è una vera risposta da parte dei locali di Bergamo centro, è costretta a venire al “basso”, anche se si è stufata di vedere sempre le solite facce e sempre lo stesso tipo di gente. É certo, però, che di locali che applaudono quando si rompe un bicchiere ce ne sono veramente pochi, e il Circolino, anche in questo senso, fa la differenza.