In principio

E se dicessi che alla fine quel che più associo al Sessantotto è un ritmo?

Ce n’est qu’un début, continuons le combat. Probabilmente al giovane lettore dice niente, ma c’era un bel silenzio-pausa tra “le” e “combat” e dopo avere ritagliato quell’ultima parola, l’accento cadeva sulla “a” di combat. La “a” che è l’alfa, il principio, l’inizio.

Doveva andare così, doveva essere l’inizio, il grande Inizio, come ogni volta in cui comincia l’anno nuovo e ci sono i propositi per il futuro. E per far iniziare il tutto, bisognava prima avere fatto fuori il vecchio, avere fatto terra bruciata, omne consummatum. Il vecchio andava gettato dalla finestra. Il Sessantotto è stato questo: un principio (che strano anche a Praga si sia parlato di “primavera”: una coincidenza?). Un inizio in cui si assaporarono le energie di qualcosa che stava nascendo: un amore, la prima aria non invernale sulle forsizie, nell’orto il primo pomodoro, verde, che contiene ogni sapore possibile circa i futuri pomodori: il massimo per l’immaginazione gustativa. Perciò non ci si deve stupire della corrente di stupore, di freschezza, di fantasia che accompagnò il tutto. A volere scomodare il sociologo, si è trattato di quel rapido processo di destrutturazione-ristrutturazione chiamato “stato nascente”. Frizzante come il vino nei mosti. E a farla da padrone era il desiderio. Di un mondo migliore, di un passaggio dall’autorità alla partecipazione, di una rivolta senza sangue, di un corpo liberato dalle oppressioni della morale benpensante. Per me fu il pacifismo, De André, il Che, don Milani, M.L. King. Poi lessi che qualcuno (Fachinelli in “Quaderni Piacentini”) lo definì una forma del verbo desiderare in cui era importante non “l’oggetto” del desiderio ma lo stato del desiderio. Per questa sua ampiezza indeterminata forse coincise con il precipitare di tante storie, strati diversi che a un certo punto, per un miracolo chimico, vennero a concentrarsi in un unicum: un impasto di racconti individuali mescolati a temi ideologici, sociali e culturali. I rituali delle assemblee, le manifestazioni, i codici di abiti (jeans, eschimi – cfr Guccini – gonne lunghe e zoccoli) e di corpi (barbe fluenti, capelli incolti) tentavano la costruzione di un coro. Certo che dietro c’era la Storia (il Vietnam, la lotta alla Fiat, l’emigrazione – eh sì, anche allora -, la critica alla società repressiva, all’educazione autoritaria, alla scuola classista, le rivolte nei paesi comunisti, lo scontro/dialogo tra Umanesimi -marxista e cristiano- la teologia della liberazione) però diventava subito la “mia” storia, la “nostra” storia.

Ma scrivere di tutto questo, oggi, non può non portare con sé il disincanto. Dell’età adulta, del come è andata a finire, dell’uscita dal mondo del desiderio e dell’ingresso nel principio di realtà. Ci ho pensato bene prima di scegliere il “disincanto” al posto della “delusione”. E la convinzione che ogni scrittura sul passato tende a quel gesto del “romanzare” che è incanto nel territorio della poesia e pericolo in quello della storiografia. Io, per me, mi tengo stretto almeno una cosa, quel “I care”, che appositamente ho tenuto alla fine, come ultima cartuccia da sparare: è diventato da allora uno stile di vita, per me. Colpa del Sessantotto?

I silenzi fuori e dentro la stanza di psicoterapia

Quando il silenzio si introduce nella conversazione terapeutica chiede sempre un ascolto particolare. Infatti, nonostante la sua eloquenza, per intenderne il significato è necessario contestualizzarlo nella relazione in corso e nella storia degli interlocutori.

Innanzitutto, però, ricorda una cosa: l’orizzonte sempre inafferrabile dell’altro, il suo non esaurirsi mai nel conosciuto e che ogni incontro è tale solo se si apre all’inatteso.

Il silenzio marca un confine, rimanda al diritto di scelta tra aprirsi o evitare di farlo e quindi in ultima analisi alla nostra libertà di esseri umani.

Tacere può essere l’ultimo rifugio di chi si sente impotente e comunica questo all’interlocutore mettendolo in scacco, ma forse in fondo sperando che non si riproponga una sterile relazione di potere e una porta inesplorata riveli nuove modalità di discoro.

Evitare di parlare può anche vestire la profonda diffidenza di chi dalle parole si è sentito raggirato e manipolato e fugge da questa profanazione del linguaggio.

A volte si resta muti perchè un troppo, un eccesso fa sentire insufficiente qualsiasi formulazione e l’emozione (o più spesso un insieme di esse) tracima in lacrime o forma un groppo alla gola.

La rabbia può chiudere la bocca in un ostinato rifiuto quasi a far pesare l’inutilità di esprimersi; è come se si dicesse: “non c’è nessuno cui rivolgesi, c’è forse qualcuno a cui parlare?”

Ricordo ancora la bambina, incontrata quando ero alle prime armi più di trent’anni fa e diagnosticata come affetta da mutismo elettivo: il visetto contratto sulle precoci pieghe all’ingiù attorno alle labbra serrate, le spalle strette e la caratteristica andatura sulle punte di chi, fuori casa, si appendeva tutta al suo silenzio. Sabina si portava così tra i compagni nella scuola materna, la maschera e la postura singolarmente contrastanti con l’immediatezza vivace degli altri bimbi.

Un silenzio protettivo, che si trasformava in una prigione e segnalava il fallimento nella costruzione di un confine permeabile tra sé e gli altri, tra i familiari e gli estranei.

Un segreto troppo grande per lei da custodire o un legame familiare vissuto come troppo precario tanto da doverlo ribadire con l’uso esclusivo delle parole per contraddistinguerlo?

Le parole trattenute come ostaggi e pegni del contesto ove si erano originate, non potevano essere veicolo di scambio e di costruzione dinamica di confini sempre diversamente negoziati.

I bambini, più usi degli adulti a comunicare analogicamente con i gesti e col corpo tutto, sembravano più a proprio agio a dialogare con lei, ognuno a suo modo, senza bisogno di parole.

Le maestre a scuola dopo snervanti tentativi per indurla a rispondere alle domande o semplicemente al saluto, dopo essere inutilmente passate dal registro della rassicurazione a quello della seduzione, dall’attesa benevola al braccio di ferro, avevano gettato la spugna.

Come restituire alle parole una funzione dialogica? Come accogliere il silenzio di Sabina senza invaderlo per forzarlo a una comunicazione verbale?

Come andare incontro alla voce celata nel silenzio?

Osservare i compagni di Sabina mi aiutò a ritrovare in me la piccola che poteva comunicare nel gioco, capace di non aver bisogno che lei si esprimesse a tutti i costi a parole.

Un vecchio, popolare gioco con le mani, alternate in gesti fatti a turno, poi confuse prima di essere reclamate dai legittimi corpi con una piccola formula.

Un gioco che fosse uno spazio di condivisione, un tempo familiare per la sua ritualità, un dialogo rassicurante nella sua gratuità. 

E nel gioco, presa e persa nel fondersi/distinguersi ritmico, Sabina, prima a bassa voce, poi più distintamente, pronunciò parole della formula come un dono leggero.

Giocare con le maschere

«Con Leticia e Holanda andavamo a giocare sui binari del Central Argentino nelle giornate calde, aspettando che mamma e zia Ruth cominciassero la loro siesta per scapparcene via dalla porta bianca». E fin qui, questo incipit non ci turba più di tanto (il “ci” riguarda “noi lettori”, noi incantati lettori di Cortazar, del Cortazar di Fine del gioco che possiamo leggere nell’edizione dei Racconti completi pubblicati a cura di Ernesto Franco). Ragazzine che fanno un gioco tra i più comuni, indossare abiti non loro e mettersi in posa, mentre gli adulti dormono. Giochi innocenti: qui nella variazione di tre sorelle che, così agghindate, si mettono in mostra lungo la scarpata come statue davanti al passaggio del treno che rallenta. Grazie al travestimento finiscono per irretire, catturare quasi, la corsa dei convogli: divenute “personaggi” attirano su di sé lo sguardo dei passeggeri. Non dimentichiamo che, nella lingua latina, “persona” era la maschera che ricopriva il volto dell’attore e che serviva a segnalarne il ruolo agli spettatori: dalla cavità della maschera la voce per-sonava, cioè ri-suonava passando attraverso (per). 

Ma cosa capita quando si diventa “personaggio”? La storia di Leticia, una delle tre “in maschera”, racconta che, essendo di natura cagionevole e malaticcia, riesce in questo modo ad attrarre un pendolare che le si dichiarerà, gettandole dal treno in corsa un bigliettino. Da quel giorno entrambi entreranno in una comune dimensione governata dall’immaginario, quella degli innamorati: eden di delizie o camera di torture, ma comunque in ogni caso luogo spostato dal reale, regno posto sotto la giurisdizione di un Eros che tutto travolge e che rende maschere, burattini mossi in territori ultra-terreni. 

Del resto già nel XIII secolo la sapevano lunghissima, in materia di slittamenti tra realtà e finzione, i poeti della Scuola Siciliana come Jacopo da Lentini, che nel suo Meravigliosamente descriveva l’amore come incontro tra immagini, in un gioco di spostamenti provocato dalla sua potenza che rende l’innamorato capace di “costruirsi” una maschera dell’altro, a proprio uso e consumo: 

«così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta come parete»

Del resto, non dobbiamo stupirci se proprio dalla letteratura ci giungono gli echi più insistenti di questa attitudine dell’uomo a diventare altro da sé: i più seducenti personaggi letterari attraggono il lettore nei loro territori e gli fanno per un po’ provare l’illusione di delocalizzarsi, di praticare quel “come se”, quella smemoratezza del grigiore quotidiano, come direbbe il  Pennac di Come un romanzo: «Oh il ricordo di quelle ore di lettura rubate sotto le coperte alla luce di una torcia elettrica! Come correva Anna Karenina verso il suo Vronskij in quelle ore della notte! Si amavano, quei due, ed era già bello, ma si amavano contro la proibizione di leggere e questo era ancora più bello! Si amavano contro mamma e papà, si amavano contro i compiti di matematica da finire, contro l’esercizio di francese da consegnare, contro la stanza da mettere in ordine, si amavano invece di andare a tavola, si amavano prima del dolce, si preferivano alla partita di calcio e alla raccolta dei funghi… si erano scelti e si preferivano a tutto… Dio, che passione!»

Insomma, che sia amore, che sia lettura, la maschera permette di andare altrove. Forse per vincere la paura di un Altrove da dove, invece, non è possibile tornare (non è certo un caso che la parola latina “larva” significhi “maschera teatrale” ma anche “fantasma”).

E allora ben venga il gesto di mettersi la maschera, a intermittenza; per poter scegliere, poi, di togliersela ancora.

Segreteria telefonica

Ciao, amico. Ti osservavo, l’altro giorno, al parco. Sedevi su una panchina, in silenzio, accartocciato: le braccia intorno alle ginocchia, le mani in preghiera, i piedi uniti, piantati sulle assi di legno. Gli occhi sbarrati, lo sguardo assente: fissavi il cielo; un atto inutile, vuoto, privo di significato.

Sì, ti spiavo, dal buio del cipresso, nel tuo momento più nero. Nemmeno eri malinconico, né addolorato. Non avevi la minima idea di come proseguire la tua messinscena, perciò hai staccato. Non sapevi più come far finta, come riempire la tua esistenza in forma socialmente accettabile: così il velo è scomparso, la scenografia ti è caduta addosso e sei rimasto schiacciato. In attesa.

Non te ne rendevi conto, ma stavi aspettando me: il tuo salvatore, la tua roccia, la tua fortezza, il tuo liberatore. Volevo tenderti una mano. Mi sono avvicinato. Sorridente, sono emerso dall’ombra. Mi hai scorto, ti sei spaventato, sei schizzato via. Che peccato. Ora che siamo chiusi nella tua stanza, però, possiamo fare due chiacchiere. Solo io e te.

Tu non credi in niente. Non hai mai combattuto per un’idea forte. Sei cresciuto all’acqua di rose, a forza di pasti caldi, gas e luce. Un letto comodo come rifugio, ogni sera, in una cittadina tranquilla, sonnifera, mortifera. Non sei mai stato vittima di gravi ingiustizie. La tua incolumità non è mai stata minacciata. Non hai mai avuto un grande sogno. L’unica tua volontà è sempre stata sistemarti: un lavoro fisso, una casa a cui poter tornare, un amore che potesse rigenerarti la notte. Non ti sei accorto che eri già a posto così, naturalmente incamminato sul comodo sentiero di una vita di piccole gioie, di facili ricchezze, di semplici piaceri. Il tuo impegno, nei vani giorni dei tuoi futili progetti di mediocre grandezza, non è mai valso a nulla, se non ad ingannarti di essere il protagonista del tuo progresso. In realtà, non hai fatto che mantenere pigramente la tua posizione di privilegio.

Lo stai perdendo. Ti sta lentamente sfuggendo dalle mani. Tutto si sgretola lentamente sotto i tuoi piedi. Ferito, ti metti sulla difensiva. Ti arrocchi ancora più avidamente su quel poco che hai. Soldi, fama, droga, sesso, patria, onore, Dio: sono le briciole di valori che ti rimangono. Le esalti, in una spirale sempre più feroce di folle mediocrità. Fai gruppo con i tuoi simili, vermetti sanguinolenti identici a te, per illuderti che fare schifo sia la normalità.

Solamente perché non riesci più a conservare i tuoi vantaggi ti rifiuti di accettare che non ti siano dovuti. Indebolito, accecato dalla rabbia, ti sfoghi solo sui più deboli, su quelli che i tuoi privilegi non li hanno mai avuti. Nell’immenso gioco delle sedie della contemporaneità, ti concentri ad eliminare gli altri, per tenerti la tua poltroncina.

La musica si ferma. I posti erano sempre di meno ma tu, vile, non ti sei azzardato a fare domande, a rifiutarti di partecipare alla mattanza: ti sei accontentato, hai goduto di esserti salvato, ancora per un po’. Oggi è il tuo momento più nero. Ne sono rimasti pochissimi. Ma non ti chiedi il perché? No: ricerchi invece ossessivamente un motivo per giustificare la tua superiorità a priori. Saresti disposto a tutto, anche ad ammazzare, vile come sei. Sei un insetto. È così che anche tu sei diventato fascista, senza capirlo.

Quando non ci sarà più neanche una sola sedia, sarai finito. Tu, come tutti i tuoi amici o nemici, avrai perso. E quando tornerò da te, riemergendo dai cipressi, per portarti via da qui, non farò differenze: per me siete tutti uguali, in fondo.

Grazie dell’attenzione. Buona giornata!

Far dei muri un muretto

Arabia Saudita–Yemen

Anno di costruzione: 2013

Lunghezza: 1.800 chilometri

Motivo: impedire presunte infiltrazioni terroristiche

Ceuta e Melilla–Marocco

Anno di costruzione: 1990

Lunghezza: 8,2 chilometri e 12 chilometri

Motivo: bloccare l’immigrazione irregolare dal Marocco nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla

Cipro zona greca–zona turca, linea verde

Anno di costruzione: 1974

Lunghezza: 300 chilometri

Motivo: sostenere e concretizzare il muro della linea del cessate il fuoco voluto dall’Onu in seguito al conflitto che divise l’isola in quell’anno

Bulgaria-Turchia

Anno di costruzione: 2014

Lunghezza: 30 chilometri

Motivo: arginare i flussi migratori provenienti da est

Iran–Pakistan

Anno di costruzione: 2007

Lunghezza: 700 chilometri

Motivo: proteggere il confine dalle infiltrazioni dei trafficanti di droga e dei gruppi armati sunniti

Israele–Egitto

Anno di costruzione: 2010

Lunghezza: 230 chilometri

Motivo: contrastare il terrorismo e l’immigrazione irregolare

Zimbabwe–Botswuana

Anno di costruzione: 2003

Lunghezza: 482 chilometri

Motivo: la motivazione ufficiale è contenere i contagi tra il bestiame ed evitare lo sconfinamento delle mandrie, ma in realtà si tratta anche qui di impedire l’arrivo di migranti irregolari

Corea del Nord–Corea del Sud

Anno di costruzione: 1953

Lunghezza: 4 chilometri

Motivo: dividere le due Coree in seguito alla guerra del 1953

Marocco–Sahara occidentale, Berm

Anno di costruzione: 1989

Lunghezza: 2720 chilometri

Motivo: difendere il territorio marocchino dal movimento indipendentista Fronte Polisario

Irlanda, Belfast cattolica–Belfast protestante, peace lines

Anno di costruzione: 1969

Lunghezza: 13 chilometri

Motivo: separare i cattolici e i protestanti dell’Irlanda del Nord

Stati Uniti–Messico, muro di Tijuana

Anno di costruzione: 1994

Lunghezza: 1.000 chilometri

Motivo: impedire l’arrivo negli Stati Uniti dei migranti irregolari messicani e bloccare il traffico di droga

Israele–Palestina

Anno di costruzione: 2002

Lunghezza: 730 chilometri

Motivo: impedire l’entrata in Israele dei palestinesi e prevenire attacchi terroristici

India–Pakistan, line of control

Lunghezza: 550 chilometri

Motivo: dividere la regione del Kashmir in due zone, quella sotto il controllo indiano e quella sotto il controllo pachistano

India–Bangladesh

Anno di costruzione: 1989

Lunghezza: 4.053 chilometri

Motivo: fermare il flusso di immigrati provenienti dal Bangladesh, bloccare traffici illegali e bloccare infiltrazioni terroristiche

Pakistan–Afghanistan, Durand Line

Lunghezza: 2.460

Motivo: chiudere i contenziosi territoriali tra i due stati che risalgono all’epoca coloniale

Kuwait–Iraq

Anno di costruzione: 1991

Lunghezza: 190 chilometri

Motivo: arginare un’eventuale nuova invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, dopo la guerra del golfo.

E’ un elenco divertente da leggere, questo, che ognuno può ‘allietarsi’ ad allungare con un semplice copia-incolla. Non solo perché si vede bene come questo giochino sia stato praticato già da molti anni, e non solo oggi, sull’onda di quella che molti chiamano “l’emergenza migranti”, ma anche perché le motivazioni potrebbero costruire una facile e risibile documentazione di quanto le intenzioni siano facilmente sconfitte dai fatti. A meno che le intenzioni non siano affatto quelle che apparentemente e, ahimè, pubblicamente si dicono tali. Colpiscono particolarmente i verbi usati: “arginare, bloccare, chiudere, fermare, dividere, impedire, contenere, contrastare, proteggere”. Si tratta di verbi di forma attiva e tutti transitivi: c’è sempre un qualcuno che fa passare l’azione su qualcun altro. Ma mentre il soggetto è evidente (nonostante la nozione di Stato non sia oggi in buona salute, nell’immaginario collettivo corrisponde almeno a caratteristiche facilmente ricostruibili: perbacco tutti sanno che l’India o l’Irlanda o Israele non sono la stessa cosa!) i complementi oggetto di quei verbi sono qualcosa di più misterioso. Di nuovo risulta interessante passare in rassegna i vocaboli: immigrati, flusso, migranti, insomma cose così, che hanno in comune proprio il fatto di non essere facilmente definibili. Nomi collettivi la cui identità questa volta è difficilmente ricostruibile, il che li rende evidentemente più pericolosi: tutti sanno che la paura cresce esponenzialmente quanto più il nemico è imprecisato e indefinibile e perciò si presta a ogni immaginazione. Ecco un muro fa questo: di qua c’è la sicurezza e di là c’è il pericolo. Hic sunt leones, dicevano i Romani antichi per delimitare il loro confine; come a dire che le belve stanno di là e che il di là dunque è sempre un negativo, a prescindere dalla linea precisa di quel limes-confine che poteva variare nella sua collocazione territoriale ma che rimaneva sempre intatto nella sua forza di chiusura ermetica rispetto al nemico.

Wendy Pullan, docente di Storia e filosofia dell’architettura all’Università di Cambridge così commenta la tendenza alla costruzione di muri: “La riorganizzazione fisica generata da un muro è accompagnata da un inevitabile impatto sulla psicologia di coloro che vi vivono accanto”. E aggiunge ancora lui, che dirige il progetto Conflitto in Città (Cinc). “C’è una tendenza a denigrare le persone dall’altra parte della barricata. Risulta molto facile sentire: non possiamo vedere chi abita oltre il muro, non li conosciamo, quindi non sono come noi.”

È del tutto dimostrato che nessun muro ha mai risolto i conflitti o arginato le invasioni: la loro funzione, dovremmo concludere, è di natura “spettacolare”, una specie di scenografia che rappresenta con chiarezza il bisogno di esporre la differenza come totem della paura dell’”altro” e della necessaria conseguenza di difendersene. Il che, oggi, nell’epoca della massima globalizzazione del pianeta, non può che essere assolutamente paradossale: chilometri di filo spinato e di cemento che producono l’effetto di incrementare la povertà, di provocare vittime ulteriori, piegando il flusso inarrestabile delle migrazioni su percorsi sempre più rischiosi.

È tempo allora di immaginare nuovi scenari, di costruire un fondale diverso per la commedia umana, dove i muri diventino, come dice il poeta, l’occasione per capire che “l’ora più bella è di là dal muretto” (Montale, Gloria del disteso mezzogiorno, v.7). Ma chi ancora dice che il compito della poesia sarebbe quello di cambiare il mondo?

Il servizio del cinema

Ma, a cosa “ci” serve andare al cinema? A me, che sto scrivendo; a te, che stai leggendo?

La prima risposta è la più facile, già sentita. È quella stessa che può funzionare anche per la letteratura, che del cinema è parente stretta: servono a dis-locarci. A toglierci dal qui per portarci nel là, laddove il grigio delle nostre banali esistenze si definisce nel rigoroso bianco e nero o nello smagliante technicolor della pellicola, un là dove il lungo e noioso piano sequenza della nostra giornata viene tagliato in inquadrature incisive. Un là dove i protagonisti si incontrano al momento giusto, si innamorano, vivono felici e contenti sulle onde della sigla di chiusura o, se si lasciano e arrivano perfino al suicidio, hanno sempre una chance di resurrezione nel film successivo. Anzi, il dramma riprodotto sullo schermo ha quella bella funzione catartica –ipse dixit-  per cui possiamo esclamare: “È stato proprio un bel film: ho pianto tanto”.

Ma non è solo questo: i film, insieme al vasto repertorio degli audiovisivi e delle immagini (quadri, pubblicità, sculture) che ci invadono gli occhi, contribuiscono a creare una specie di archivio capace di “inquadrare”, di dare forma e significato al presente del nostro “reale”. Insomma il modo con cui costruiamo le nostre credenze rispetto al mondo “vero” dipenderebbe anche dalla nostra memoria delle immagini, assunte in forma cinematografica e non, secondo la tesi di Francesco Zucconi (La sopravvivenza delle immagini al cinema. Archivio, montaggio, intermedialità.). Seguendo questa ipotesi ci si allontana così da una funzione accessoria del cinema. Ma lasciamo ai cultori della materia il gusto di andare a leggere la ricca documentazione che l’autore del saggio utilizza per argomentare la sua tesi e torniamo alla domanda iniziale.
Ci siamo ormai abituati a dividere quel che facciamo in utile o superfluo, anche a partire dalla scuola che ci insegna subito la gerarchia tra discipline importanti e materie di contorno. Guai a perdere un’ora di matematica (se perdo un’ora poi non capisco, se non capisco prendo un brutto voto, se mi va male vado a settembre e se non so mi bocciano, non entro nelle facoltà importanti, quelle che mi daranno facilmente il lavoro ecc ecc. Questi, o più o meno questi, sono i pensierini legati a un’idea di mondo dove la scienza e la sua ancella –la tecnologia- la fanno da padroni.) Invece il destino delle ore di storia dell’arte, delle letterature, la mancanza per esempio di un’educazione musicale nelle scuole superiori non pesano sulla bilancia dell’utile.

Quindi è evidente: il cinema non serve a niente. È così se si pensa che l’uomo che sa far di conto sia altro dall’uomo che sogna e da quello che cerca di dare un senso a sé e al mondo.

Quando Lubitsch nel ’42 firmò il suo “To be or not to be”(“Vogliamo vivere!” nella versione italiana) o quando Chaplin nel ’40 costruì la grande parodia de “Il grande dittatore” non sconfissero Hitler: ci vollero lacrime e sangue. Ma costruirono un vaccino, un segmento di quell’archivio che ci potrebbe immunizzare rispetto all’avvento del Male prossimo venturo. Insomma, se la Yourcenar diceva che “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire” possiamo aggiungere alle biblioteche anche i cinematografi. E pace se sono collocati nei centri commerciali.

Italia sì, Italia no

È un personaggio strano, l’italiano. Del resto, poveretto, con il passato tormentato e confuso che si ritrova chi potrebbe biasimarlo? Fra Borbone, Savoia, papi e imperatori è difficile raccapezzarsi, e sono solo alcuni dei personaggi che hanno segnato la storia e le tradizioni della sua nazione. Pertanto è difficile stabilire con esattezza cosa ci sia, alla fine, di così italiano in lui: il suo è un popolo meticcio, spaccato fra Nord e Sud e coacervo a sua volta di altri popoli. Basti pensare agli altoatesini, alle comunità albanesi, slovene o francesi dislocate qua e là sul territorio.

Perciò, se si dovesse pensare a cosa rende un italiano tale, si incontrerebbero inevitabilmente numerose difficoltà. Per esempio: la lingua. Si potrebbe dire che è un elemento determinante, che distingue inequivocabilmente l’italiano da chiunque altro. Anzi, rispetto all’inglese o al francese è molto meno parlata al di fuori dei confini nazionali. Ma andatelo a spiegare a mia nonna, che vi risponderà ostinatamente in dialetto non mostrando segno di aver capito. E il suo dialetto sarà completamente diverso da quelli che si parlano in altre regioni. Non per questo si può dire che non sia italiana.

Il luogo di nascita, quindi. O la discendenza? È l’eterna disputa fra ius soli e ius sanguinis, nessuno dei quali convince veramente tutti: c’è sempre qualcuno in meno o di troppo. La religione poi è una questione ancora più spinosa: c’è chi è convinto della profonda radice cristiana dell’Italia e predica la difesa delle tradizioni, magari cacciandoci dentro anche un pizzico di omofobia che non fa mai male. Naturalmente poi c’è chi, da ateo convinto, si schiera su posizioni completamente opposte. L’Italia resta a guardare, dall’alto della sua laicità dichiarata ma spesso poco praticata, e non accontenta nessuno dei due litiganti.

Ma insomma, è possibile che esista una nazione senza un popolo che la abiti? Chi sono i veri italiani? Forse l’italianità è un po’ un’invenzione, un qualcosa che si racconta (specialmente quando si deve fronteggiare un male comune) per far crescere un sentimento nazionale che molto spesso preferisce restare nascosto. È quel senso di appartenenza che provi veramente quando la tua nazionale alza la Coppa del Mondo di calcio o nel mangiarsi un piatto di pasta o una pizza e pensare che sanno di casa tua, le hai inventate tu (in un certo senso). Quella compassione spontanea che nasce quando in aeroporto vedi un branco di turisti nel panico alla ricerca del loro volo, che fanno la fila in massa per passare per primi: inconfondibilmente italiani. L’emozione nel cantare un inno scritto secoli fa e sentirselo dentro come proprio.

Ecco, forse la chiave, più che l’essere italiani, è il sentirsi italiani. Condividere l’idea di far parte di qualcosa di più grande di noi stessi, della nostra famiglia, città, regione. Senza per forza doverne esaltare ogni cosa ad ogni costo, vantando una presunzione di superiorità rispetto a chi non ne fa parte, ma anzi riconoscendone gli aspetti negativi su cui lavorare. È anche, in definitiva, saper pensare ed agire per il bene comune: perché essere cittadino e sì un diritto, ma soprattutto un dovere.

Solo giochi di parole?

Partiamo da qualche osservazione sulle parole che usiamo, quelle parole che crediamo di avere al nostro servizio perché ci sentiamo “padroni” del linguaggio ma che, probabilmente, dovremmo cominciare a guardare come le autentiche padrone delle nostre comunicazioni. Bisognerebbe infatti che ci ricordassimo che sono loro, spesso, a usare noi e che riconoscessimo quindi che sono proprio le parole a fare di noi quel che siamo.

Questo succede, per esempio, per molti termini che nel nostro senso comune vengono considerati come sinonimi. Osservati con maggiore attenzione, questi termini mostrano bene che i sinonimi non esistono. Basta scavare un po’.

Proviamo:

DIVERSO. Nella parola è presente il verbo latino vertor che vuol dire voltare, deviare, andare da un’altra parte. Un “diverso” è qualcuno che devia, che va da un’altra parte.

Se dovessi disegnarlo farei un omino, come quello della famosa Linea inventata da Cavandoli, che a un certo punto sbaglia strada e va da un’altra parte, si perde, incontra il vuoto, fa qualcosa di innaturale. Esce dal seminato. A questo termine metterei vicino il segno “-“: chi è diverso diverge rispetto a una norma, fa qualcosa che non si fa. Dis-turba.

DIFFERENTE. Nella parola è presente il verbo latino fero che vuol dire molte cose, accomunate però dal significato del “portare”. Ciascuno di noi “porta” agli altri qualcosa di unico, di insostituibile.

Se dovessi disegnarlo, di nuovo, seguendo la metafora dell’omino-Linea, farei un disegno all’incirca così:

Insomma, metterei il segno “+” vicino a questo termine. La differenza porta con sé ricchezza, convoca nuovi mondi, popola di risorse il deserto della normalità, arricchisce.

DISABILE. É un aggettivo o un nome? L’oscillazione tra le due categorie grammaticali non è da poco: l’aggettivo “disabile” in quanto aggettivo non azzera il sostantivo che lo accompagna ma lo specifica, è proprio un’altra cosa rispetto al suo uso sostantivato. “IL DISABILE” smette di essere un uomo, una donna, un bambino. É disabile e basta.

Se poi andiamo a vedere da vicino questa parola, scopriamo la sua forma litotica: composta dall’habilis latino che viene negato con un “dis”. Habilis significa adatto, maneggevole, opportuno, idoneo; insomma pienamente capace di rispondere alle richieste dell’ambiente, del contesto. Chi è disabile è perciò l’opposto, senza mezzi termini e senza troppi sconti, è inadatto. Il suo limite gli impedisce di esercitare rapporti consoni e convenienti con il mondo. Ma chi può dirsi “habilis” nel mondo? Chi si può proclamare pienamente abile nelle svolte e nelle difficoltà della vita? Abile, una volta per tutte. Come se non sapessimo che il processo che ci fa uomini dura tutta la vita e che l’abilitazione ad essere esseri pienamente umani per fortuna non è mai portata a termine.

É un attestato che solo la morte ci consegna nel suo essere definitivamente “il” traguardo che non ci permette più nessuna oltranza.

Insomma, a guardare bene le parole, siamo davvero tutti “dis-abili-chiamati-a-continue-e-successive-abilitazioni”.

Volete il disegno?

Prendete carta e penna, avvicinatevi allo specchio e… buon lavoro!

Il dito di Galilei

Se non temessi di annoiare con i numeri, allora da qui in avanti esporrei una chiara tabella a doppia entrata (date-visitatori) per segnalare l’incremento del pubblico del Bergamo Scienza Festival, per dimostrane il successo pienamente raggiunto e per predire un futuro di divulgazione sempre più allargata e condivisa.

Non c’è la tabella ma so che mi crederete: è facile per chi abita a Bergamo rendersi conto della crescita di un pubblico che, incredibilmente, fa la fila ordinata entro le corsie predisposte per ascoltare le comunicazioni di un Nobel, proveniente da un mondo a parte, quello della scienza, che, per quanto abbia profonde ripercussioni sul mondo degli umani, viaggia troppo spesso dentro la propria torre d’avorio, sigillato nei propri interessi non sempre divulgabili e ben difeso da un linguaggio inaccessibile ai più.

A me è capitato: fare la fila, riuscire a entrare e ricevere le cuffie per capire quel che comunque non capivo ma di sentirmi ugualmente elettrizzato e soddisfatto di questa ammissione nel sacro recinto. Sorretto dall’illusione di capirne un po’ di più, nella speranza di tornare a casa con qualche verità in tasca. Poi le cose non sono andate proprio così: per capire, non basta la traduzione. Ma, uscendo poi, mi sono sentita comunque migliore.

Da dove viene questa sensazione di avere fatto la cosa giusta? di non avere sprecato il mio tempo, di essere riuscito anch’io a…

Dal rito. Proprio come quando si usciva sul sagrato accompagnati dalla formula “ite missa est”.

Dal rito che si compie nella nostra città, di solito così laicamente spoglia e indifferente e che prende vita sotto un effetto che solo l’Atalanta sa procurare (Ma questa è un’altra storia).

La città per un po’ di giorni si veste a festa. Le divise, gli stand, le prime pagine dei quotidiani nazionali, l’arrivo in delegazione di emissari provenienti da altre zone dell’Impero più altolocate della nostra, la regolamentazione degli accessi del popolo festante ai luoghi della Cultura sono tutte cose che riempiono quel che non sapevamo nemmeno di avere: il nostro bisogno di festa.  Capita anche a scuola, quando i ragazzi dicono agli insegnanti, perfino ai più cerberi, “non mi interroghi, in questi giorni sono a Bergamo Scienza”, di ottenere il lasciapassare di sguardi benevoli, di godere dello statuto dell’eccezionalità festivaliera che li salva per un po’ dalla banalità feriale.

E poter vedere dal vivo, poter stringere la mano, poter partecipare agli eventi scientifici produce lo stesso effetto che prova il visitatore del Museo della Scienza di Firenze quando vede esposto il dito medio di Galilei: una interferenza del sacro che penetra nella roccaforte della scienza, un cavallo di Troia che il fondatore della moderna scienza ha usato, anche lui, per introdursi nella tracotanza del logos.

E’ male tutto questo? No, certo: vedere una città risvegliarsi, fosse anche solo per il bacio di uno scienziato di passaggio, è comunque un grandissimo risultato. Avremmo bisogno di più riti come questo perché, come dice il poeta, anche se è un’illusione è pur sempre un’illusione benefica, i cui effetti sono però reali.

Se il Festival non fosse più “necessario” sarebbe il massimo dei risultati di questa kermesse: avere trasformato l’eccezionalità del contatto con quel che si fa nei laboratori del progresso scientifico con la ferialità della pratica della ricerca.

Un buon modo, per l’uomo e le sue città, di stare nel mondo: qualsiasi sia la ricerca di cui ci si occupa, il metodo ci salva dalle banalità del web.

Acclimatation

L’innocenza di una forma d’intrattenimento è stata molte volte smentita, nel lungo srotolarsi della vicenda umana, dalla portata delle sue conseguenze. Spesso imprevedibili, esse hanno il merito di segnare delle tracce, imporre dei giudizi, circoscrivere degli spazi per la critica e la riflessione etica. È scontato dire che, per moltissimi secoli, l’intrattenimento è stato appannaggio della parte culturalmente e materialmente dominante della società (questo è già un dato che fa riflettere); meno scontato dire che, nell’epoca precedente alla grande rivoluzione tecnologica che ha contraddistinto gli ultimi cent’anni, l’intrattenimento ha sempre presupposto la presenza di un altro. Da guardare, da ascoltare, da disprezzare, da compatire.

C’è un esempio, dimenticato purtroppo, che viene raccontato da Marco Paolini nel suo spettacolo teatrale “Ausmerzen”. Viene raccontata la forma forse più spettrale di intrattenimento tramite un’alterità: quella finalizzata all’interpretazione di sé come essere migliore, all’autocompiacimento, all’orgasmo auto-interpretativo. E, conseguentemente, alla discriminazione. Siamo nel 1889, a Parigi. Nel bel mezzo della Belle Époque, quando l’umanità credeva di essere arrivata alla fine dell’evoluzione, al compimento della Storia e del proprio destino: “Ormai possiamo soltanto migliorarci”. In quell’anno in particolare la città ospita l’Esposizione Universale. Per la sua inaugurazione l’ingegnere Eiffel fece costruire la sua famosa torre di ferro, la più alta del mondo, originariamente progettata per essere una struttura  provvisoria da smantellare alla fine dell’evento mondiale. Era la porta principale dell’Esposizione, il cancello di accesso varcato il quale l’uomo bianco moderno e occidentale avrebbe potuto ammirare gli esiti più recenti della meravigliosa macchina tecnica a sua disposizione.

Come sappiamo però la base della torre è quadrata, formata da quattro archi; in corrispondenza di uno di questi c’era un altro ingresso. L’insegna recitava: “Jardin zoologique d’acclimatation.” Si pagava regolare biglietto, si varcava la soglia, qualche bancarella vendeva liquirizia ed assenzio. Poi si vedevano delle gabbie. Ed ecco, a disposizione dell’uomo moderno, una vera e propria galleria di specie umane: beduini del deserto sulla destra, pigmei dell’Africa nera sulla sinistra, ancora più a sinistra i cosacchi delle steppe. Tutti in gabbie arredate in modo da ricreare l’ambiente originario in cui quelle persone-cose vivevano: manciate di ghiaia, finti cespugli di rovi, alberelli di mele.

Chissà quante normali famiglie borghesi si sono intrattenute così, durante le domeniche estive del 1889, ad ammirare i popoli anormali della Terra. In fin dei conti non era facile trovare qualcosa da fare nel tempo libero, quindi perché non prendere moglie e figli e portarli a vedere e a capire quanto culo avevano avuto a nascere nella parte buona, intelligente, colta e importante del mondo? Questo era a tutti gli effetti intrattenimento: c’era un altro, da compatire, ed un soggetto fruitore, da consolare. Consoliamoci, almeno noi siamo umani, ci siamo evoluti, e adesso paghiamo il biglietto per andare a vederli.

Nessuna forma d’intrattenimento è davvero innocente. C’è una colpa originaria da scontare, una colpa che in sé si porta dietro: quello di essere troppe volte una cieca presa di distanza, un voltar le spalle, un istintivo non preoccuparsi. Un ingenuo atteggiamento, si dirà. Ma chi sa calcolarne le conseguenze?