Muro

di Begnamino Morasso

Da qualche decennio a questa parte, l’origine del termine ‘muro’ è fatta risalire al latino mūrus, che presso gli antichi romani designava esclusivamente la muraglia edificata per intenti difensivi (analogamente al più comune moenĭa).

Risulta dunque comprensibile il fermento che ha scosso l’ambiente accademico in seguito alla pubblicazione di un nuovo e motivato contributo su di una questione già da tempo archiviata: l’opera postuma dello studioso tirolese Scipio Tilgher, Contributi orobici sulle origini del linguaggio (Einaudi, 2017), ha già riscosso un largo consenso nei vertici della destra indipendentista, capitanati dal leader rodigino Salvo Matteini, e promette di guadagnare i favori dell’elettorato in occasione della lettura pubblica che se ne terrà nel castello di Pagazzano, nell’ambito della ‘sagra d’i plòcc’[1].   

La genesi di questo classico del pensiero lobotomizzato è illustrata nell’introduzione al volume, a cura dello stesso autore. Tilgher, accademico in declino caduto nel vortice dell’eroina, si trovava allora nei pressi del celebre muro di Berlino – nel versante est –, a presidio di un fabbricato fatiscente in cui gestiva il traffico illecito di 45 giri del cantautore Umberto Tozzi.

La sera del 15 febbraio 1986, ritornando al «pagliericcio di fortuna» ai margini della farmacia Müller, ebbe la fortuna di incontrare Ernesto Fumagalli, operaio specializzato nativo di Scanzorosciate e trasferitosi l’anno precedente nella sede berlinese dell’industria farmaceutica Bayern. Questi, dopo aver gettato un paio di occhiate penetranti al muro antistante, si rivolse al Nostro e con fare meravigliato gli disse: «se ghèt de ’rdà con chèl müs lé?». L’inaspettato dialogo fornì allo studioso il giusto slancio per mettere in relazione la singolare requisitoria dell’operario con i recenti studi nel campo della farmacologia, che avevano in quel tempo riesumato un antico rimedio latino contro le emorroidi, il mūsum[2]: pare che la somministrazione, letale nella gran maggioranza dei casi, avvenisse ai margini di appositi muri, chiamati appunto mūsĭāri, dalla sommità dei quali risultasse più agevole gettare i cadaveri nelle fosse comuni situate all’esterno della cinta muraria.

Per quanto l’ipotesi etimologica possa apparire implausibile, le recenti sollevazione nel consorzio agricolo ‘La capra’ di Clusone in favore di Tilgher impongono alla comunità accademica una rianalisi complessiva del caso: fino ad allora, la prudenza impone di accantonare ogni imbarazzo ed ammettersi ignoranti intorno all’etimologia del termine ‘muro’.


[1] Per ogni informazione, si rinvia al sito: http://www.castellodipagazzano.it/.

[2] Nell’esito italiano si segnala la caduta della sibilante sorda intervocalica s e la successiva aggiunta epentetica di r.

Una parola sulla disabilità

di Ernest Smokecocks

Tra i molti problemi legati all’integrazione delle persone affette da disabilità fisica o psichica, quello del lessico da adottare sembra rivestire un ruolo non secondario. Molti dei termini che un tempo furono adottati in seguito a direttive della comunità scientifica (uno fra tutti, handicappato) non possono che causare, oggi, un certo imbarazzo nelle sedi formali: sarà dunque utile tracciare una breve cronologia di alcune parole legate alla disabilità, per comprenderne la nascita e le ragioni.    

Il quesito intorno al lessico da adottare raggiunge l’opinione pubblica, per la prima volta, alle soglie degli anni Settanta, quando termini come matto, spastico, mongoloide, ma anche infelice e minorato – fino ad allora usati senza particolari precauzioni – vengono avvertiti come inadeguati rispetto all’aggiornamento del dibattito sociale e scientifico. Viene allora introdotta la parola handicappato. Questa deriva dall’inglese to handicap[1] e giunge in Italia come tecnicismo ippico: è già attestata negli ultimi decenni del XVIII secolo nel gergo delle corse di cavalli, dove al cavallo più forte veniva dato un handicap, appunto, per rendere la gara più equilibrata. Già nei primi del Novecento il verbo handicappare – ed i relativi derivati nominali e aggettivali –  avrebbe assunto il significato figurato di ‘svantaggiare’ e come tale sarebbe stato adottato per definire le persone affette da disabilità. 

Quest’uso deve essere apparso legittimo in Italia almeno fino all’inizio degli anni Novanta, se la Legge quadro 104 si proponeva di normare «l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate»[2]. Tuttavia nel resto del mondo, già a partire dagli anni Settanta, ad handicappato si affianca l’opzione disabile: questa (complice l’utilizzo oramai generalizzato che se ne fa nei paesi anglosassoni) ha ormai conquistato gli ambiti del linguaggio burocratico e medico ma senza mai soppiantare del tutto l’antenato lessicale negli ambienti informali.

In tempi recenti, si è assistito alla nascita di nuovi termini, quali diversamente abile o diversabile, i quali hanno tuttavia sollevato perplessità per la loro natura spesso generica ed eufemistica; senza contare il fatto che, senza dubbio, risulta difficile definire una categoria di persone diversamente abile, almeno quanto definirla normale.

Un suggerimento in merito a quanto sarebbe meglio dire proviene forse dalla classificazione dei deficit psico-motori fornita nel 1980 dall’International Classification of Impairement and handicaps[3]. Un primo grande traguardo raggiunto in tale sede fu quello di porre l’attenzione sulla natura vera e propria dell’handicap, interamente legata alle condizioni ambientali e sociali in cui si trova l’individuo. A fornirci un chiaro esempio è il giornalista Claudio Imprudente nell’inchiesta dell’associazione SuperAbile (rivista dell’INAIL) Handicappato sarà lei! Qual è il miglior modo per definire la disabilità?[4]: «io che sono su carrozzina, entro in un bar per bere un Martini e incontro all’entrata tre gradini. In questo caso il mio deficit resta invariato, mentre il mio handicap aumenta. Se invece di fronte al bar trovo una rampa, il mio deficit resta sempre uguale a differenza del mio handicap, che diminuisce». A partire da questa considerazione, sembrerebbe più appropriato adottare soluzioni come portatore di handicap o persona affetta da disabilità, che evidenziano le effettive difficoltà di alcuni individui nell’effettuare certe prestazioni e, allo stesso tempo, non riducono a un etichetta (legata a fattori contestuali) quelle che, prima di tutto, sono persone a pieno diritto: ma anche qui si ripresenta l’astioso problema della definizione di una ‘norma’ rispetto a cui stabilire le prestazioni richieste ad un individuo, le qualifiche per essere definito normodotato.

Sfuggire a questo circolo vizioso spetta forse a specialisti del linguaggio o, più probabilmente, nemmeno a loro: perché è innegabile che di fronte alla carenza di infrastrutture adeguate, aggravata del vergognoso avvicendarsi di provvedimenti che tagliano i fondi destinati alla disabilità, e al preoccupante fenomeno dei maltrattamenti perpetuati in strutture ‘specializzate’, quello della parola è un problema, in fin dei conti, di poco spessore. Se n’era accorto già Tullio de Mauro, grande linguista italiano scomparso giusto il 5 gennaio di quest’anno, in un’intervista rilasciata a SuperAbile: «Le parole sono importanti, ma vengono, se non dopo, certo insieme alle cose e alla maturazione dell’impegno per la parità di diritti»[5].

L’invito è certamente quello ad adeguare la propria terminologia alle nuove acquisizioni mediche, che rendono conto della diversità delle varie patologie, e a non dimenticare la natura contestuale dell’handicap: ma se questo non è unito ad una sensibilità predisposta ad accogliere i problemi della disabilità e, magari, ad un impegno concreto, ogni sforzo di distinzione lessicale è ozioso.


* La fonte principale di questo articolo è il bellissimo contributo di Federico Faloppa apparso sul sito dell’Accademia della Crusca, dal titolo Meglio handicappato o portatore di handicap? Disabile o persona con disabilità? Diversamente abile o diversabile? (e consultabile all’indirizzo http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/meglio-handicappato-portatore-handicap-disab): a questo rinvio per approfondire l’argomento, anche in merito a termini che ho volutamente tralasciato, e trovare alcune essenziali indicazioni bibliografiche. 

[1] Il verbo, le cui prime attestazioni risalgono alla metà del XVII secolo, proviene a sua volta da un gioco d’azzardo in cui i partecipanti erano tenuti a nascondere la posta in gioco in un cappello con le mani: da qui hand in cap; cfr. https://www.etymonline.com/word/handicap.    

[2] http://archivio.pubblica.istruzione.it/news/2006/allegati/legge104_92.pdf.

[3] http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/41003/1/9241541261_eng.pdf

[4] Di cui si possono leggere degli estratti all’indirizzo: http://www.anffaslombardia.it/image/VarieTermini.pdf.

[5] L’intervista integrale è consultabile presso: https://www.superabile.it/cs/superabile/istruzione/20170105-addio-tullio-de-mauro.html.

Intrattenere

di Scipio Tilgher

È un verbo composto dal prefisso latino intra ed il verbo tĕnēre che propriamente significa ‘tenere dentro, nel mezzo’.

Il primo derivato di questa base nelle lingue romanze, di cui abbiamo documentazione, è l’antico normanno entretenir nel Roman de Brut del chierico Robert Wace (circa 1110 – dopo il 1174?): in questo poema sulla storia della Gran Bretagna il termine ricorre con l’accezione del ‘sostenersi mutualmente’. Nei tre secoli successivi la parola deve aver subito un’evoluzione semantica tale da aver guadagnato il significato dell’italiano trattenere ‘far rimanere in una posizione’: questo almeno prima che producesse l’inglese entertain ‘keep someone in a certain frame of mind’, attestato dalla fine XV secolo, da cui proviene l’inglese odierno entertainment ‘divertimento’.

In Italia, la base latina ha dato due esiti autonomi: trattenere ed intrattenere. Il primo è attestato dalla seconda metà del XIV secolo nel Commento alla Commedia di Francesco da Buti (1324-1406), con un significato sostanzialmente affine a quello attuale. Il secondo, pur nascendo dalla medesima base, è invece andato incontro ad una particolare specializzazione semantica: la prima attestazione di questo termine è ne La Rappresentazione di Santa Uliva, dove l’anonimo autore prescrive a coloro che mettono in scena la pièce sacra che «Mentre che si dà ordine alla giostra, per intrattenere la scena» si faccia uscire «un uomo in vesta insino a’ piedi di tela rozza, con maschera comoda e barba o bianca o mischiata». Da quella prima attestazione il termine conosce ampia fortuna, sempre con l’accezione generale di «Far passare il tempo in modo gradevole, tenendo desta l’attenzione con discorsi, trovate, maniere brillanti, avvincenti, simpatiche», insieme al sostantivo derivato intrattenimento, le cui prime ricorrenze sono già in Francesco Berni (1497-1535).

Curiosa il rapporto che lega intrattenere con il sinonimo divertire < divĕrtere ‘volgere altrove’: i due termini, che sarebbero etimologicamente contrari, si accostano solo per tramite dell’uso particolare di divertire come ‘distogliere (dalle preoccupazioni)’, diffusosi solo a partire dal XVIII secolo.

Bibliografia

DELI 356, 616. GDLI VIII. 338, 339, IV. 863, 864. Rohlfs 1018. Trésor de la Langue Française, VII. 1252. TLIO s.v. trattenere.

Sitografia

Orizzonti alcolisti sull’origine del linguaggio

di Scipio Tilgher

Denaro

E’ opinione accreditata che la parola denaro sia l’esito settentrionale del latino dēnārius, a sua volta dal distributivo di dĕcĕm, dēnī ‘dieci alla volta’. Sappiamo infatti che il nome in questione indicava presso i Romani l’unità monetaria (in argento) del valore di dieci assi o due sesterzi e mezzo[1].

La concordia tra gli studiosi è stata improvvisamente turbata dall’intervento dello studioso ginevrino Bartiça Slavik in data 28 febbraio 1997, presso il XXIV convegno della Società Italiana Alchimisti Anonimi. Lo studioso era già balzato agli onori della cronaca quando un fortuito fraintendimento[2] gli era valso il prestigioso incarico di re dei Sanwi, in seguito alla morte del precedente sovrano Michael Jackson il 25 giugno 2009[3].

La suggestiva proposta chiama in causa la delicata questione concernente il culto di Robert De Niro nella Dacia orientale, ai tempi della disgregazione dell’impero (V secolo d.C.). Prendendo le mosse da una suggestione di Max Weber sulle forme di proto-capitalismo nelle comunità rurali, esposte in Intermittenze hollywoodiane nel baratto (1919), Slavik sostiene che l’esistenza di un rudimentale (alla carlona N.d.R.) sistema bancario fosse garantito dallo scambio di santini raffiguranti l’attore: i De-nari, appunto[4]. Gli archivi di stato statunitensi, interrogati dallo studioso, hanno confermato la sostanziale impossibilità di reperire il certificato di nascita dell’attore, che si è ripetutamente dichiarato estraneo alla faccenda. Il culto dell’attore (attualmente tra i principali sospetti nello spiacevole episodio del sabotaggio della Sagra dello stracchino a Castelli Calepio, per cui rimando a «L’Eco di Bergamo», 15 maggio 1998), è attestato fin dal primo secolo dopo Cristo ed è confluito progressivamente nei culti misterici stanziatisi a Bassano del Grappa dal 1666.

In attesa di un adeguato riscontro testuale, l’ipotesi etimologica sul termine denaro è sospesa fino a data da definirsi. 


[1] GDLI IV 175 s.v. Denaro; NOCENTINI: 319 s.v. denàro.

[2] Si veda in proposito l’intervento di George Clooney su «Vanity Fair», febbraio 2012.

[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Kingdom_of_Sanwi

[4] l’evoluzione di i in a è tuttora attestata in rumeno.