Festa

di Francesco Marinoni

Dicembre porta subito alla mente un pensiero: le feste. Quei giorni in cui la maggior parte di noi può staccarsi dal proprio lavoro per dedicarsi alla celebrazione di ricorrenze religiose e non solo. Fra tradizione e adattamenti alla modernità, regolarmente il periodo delle vacanze di Natale ci accompagna verso la fine di ogni anno solare; perciò diventa un momento particolare che si guadagna uno spazio tutto suo nel ciclico scorrere dei nostri giorni. C’è chi è convinto che, nello spirito della festa, tuttə diventiamo più buonə e chi invece, al contrario, mal sopporta l’atmosfera impregnata di consumismo e canzoncine che pervade ogni strada delle nostre città. Parlando più in generale, però, possiamo dire che festa è una parola che normalmente associamo alla gioia, allo stare insieme con le persone a cui più teniamo e, di per sé, è un concetto che si tende a dare per scontato, come se esistesse, immutabile, da sempre. In realtà, dietro di essa si nascondono molti spunti di riflessione ed è proprio per questo motivo che abbiamo scelto di dedicare il numero del mese a questo tema. Fra cinepanettoni, rivoluzione francese e polemiche (più o meno serie), vi accompagneremo con i nostri articoli fino ai primi fuochi d’artificio del 2022. Così, fra un boccone e l’altro, cercheremo, come sempre, di conquistare la vostra attenzione: buona lettura!

A mente fredda

di Francesco Marinoni

Il giornalismo, solitamente, ha lo sguardo rivolto al presente, per analizzare il quotidiano e raccontare in parole il mondo. Che sia un inviato speciale della BBC o un redattore di Altro, il giornalista deve sempre in qualche modo inseguire i fatti, provando a stare al passo con il tempo. In questa operazione delicata succede facilmente di perdersi dei pezzi, e sarebbe irragionevole pensare che il contrario sia possibile: chi scrive non è immune alle debolezze umane, soprattutto quando il tempo per riflettere è poco. Quando poi il momento che si sta attraversando appare subito essere un qualcosa di storico su cui tutti, a modo loro, avrebbero qualcosa da dire, trovare la propria voce diventa estremamente complesso.

Per questo abbiamo scelto, come redazione, di ignorare per molti mesi l’elefante nella stanza che da ormai quasi due anni ci accompagna: la pandemia. Ci siamo detti che, forse, avendo più tempo per ragionarci avremmo potuto produrre qualcosa di più significativo su questo tema, un punto di vista davvero Altro, che è quello che speriamo di portarvi in questo numero di novembre. 

L’obiettivo che ci siamo posti è certamente ambizioso: solo voi che ci leggerete potrete dire se l’abbiamo raggiunto o meno. In questi mesi abbiamo avuto anche modo di conoscervi meglio, tramite il questionario a cui molti di voi hanno partecipato e che ci ha permesso di trovare le parole di cui avevamo bisogno. Speriamo davvero che con i nostri articoli possiamo in qualche modo ricambiare questo dono prezioso che ci avete fatto.

Chi è senza vizi scagli la prima pietra

di Francesco Marinoni

Per quanto si cerchi di resistervi, il fascino del Male è sempre presente, almeno in parte, in tutti noi. Dalla tentazione del serpente nel giardino dell’Eden fino ad oggi, gli ostacoli posti lungo la strada dell’uomo verso il Bene sono stati innumerevoli e, spesso, difficili da evitare: l’essere umano è, da sempre, vizioso.

Certo, questo non gli ha impedito di elaborare regole di vita per cercare di esserlo sempre meno, tentando disperatamente di piegare la curva della propria esistenza fino a tangere la perfezione, la santità. Dividere il Bene dal Male, ciò che è morale da ciò che non lo è, Halāl da Harām. Naturalmente non sempre è facile mettersi d’accordo su questioni di questo calibro; anzi, si potrebbe tranquillamente affermare che non sarà mai davvero possibile raggiungere un vero consenso.

E allora perché affannarsi tanto? Secoli e secoli di condanna dei vizi non sono certo riusciti ad eliminarli; e forse questo dovrebbe suggerirci che sarebbe meglio dedicarsi a qualcosa di diverso. Cogliere le imperfezioni nell’altro, guardarle dentro e, piuttosto che condannarle, riconoscervi le proprie, perché ognuno ha le sue.

Parliamo quindi del vizio da una prospettiva differente, che si allontana dal giudizio morale per avvicinarsi, invece, alla comprensione empatica. Perché, in questo caso, è giunta l’ora di smettere di nascondersi. Dopotutto, cosa sarebbe il nostro giornale, Altro, se non la manifestazione del nostro incorreggibile vizio di scrivere?

Qualcuno pensi ai bambini

di Francesco Marinoni

Altro, fin dalla sua nascita, è sempre alla ricerca di punti di vista e sguardi diversi: la scrittura, nella nostra modesta interpretazione, è anche un modo per andare oltre la propria visione personale e rendere chi legge partecipe di questo. È con questa idea in mente che abbiamo scelto come tema per questo numero l’infanzia.

Lo sguardo del bambino è un’immagine che spesso si utilizza e in sé contiene diversi aspetti che normalmente associamo a questa fascia di età: l’innocenza, la spensieratezza, l’inconsapevolezza, la curiosità insaziabile. Dalla prospettiva di un adulto naturalmente è difficile immedesimarsi in questo, anche perché spesso i ricordi della propria infanzia sono pochi e confusi: inevitabilmente, l’idea di essere bambino che ognuno ha è quella che gli è stata raccontata da chi l’ha visto crescere.

Consapevoli dell’inevitabile limite dell’essere adulti, abbiamo comunque scelto di parlare di bambini cercando di non limitare il nostro sguardo all’infanzia che la maggior parte di noi, nata nella parte fortunata del mondo, ha vissuto. Altro cerca anche in questo di non fermarsi al qui e ora, ripercorrendo all’indietro la linea del tempo ed espandendo gli orizzonti oltre il mondo occidentale.

Lingua

di Francesco Marinoni

Parlare di linguaggio non è un compito semplice. Innanzitutto, per poter pensare di dire qualcosa a riguardo bisogna servirsi di una forma del linguaggio stesso, quella verbale, che è il mezzo imprescindibile attraverso cui noi esseri umani comunichiamo, tramite la parola scritta o parlata. Si potrebbe quindi affermare che scegliere un tema di questo tipo sia quantomeno presuntuoso, a maggior ragione per la redazione di un modesto mensile come Altro. Tuttavia, come sempre, il dialogo e lo scambio di idee per preparare la stesura degli articoli ci hanno portati ad evidenziare molti aspetti che abbiamo ritenuto interessanti e ci siamo detti che, per quanto fosse complesso, sarebbe valsa la pena di affrontare questo tema. 

Abbiamo analizzato il linguaggio dal punto di vista strettamente tecnico, per mostrare come la scelta delle parole da usare per veicolare un messaggio abbia inevitabilmente una ricaduta sul contenuto del messaggio stesso. Adottando poi un punto di vista diverso, abbiamo osservato la lingua come espressione della cultura che la adopera: gli idiomi nazionali, quindi, ma anche e soprattutto i dialetti, il cui ruolo in particolare in alcune comunità locali è (percepito come) imprescindibile. Ci siamo spinti anche a ragionare su come sia possibile creare una lingua nuova dal nulla, analizzando l’operazione compiuta da Tolkien all’interno dell’universo fantasy in cui si sviluppa la sua produzione letteraria.

L’operazione, come detto, non era sicuramente semplice, ma siamo convinti di avere fatto del nostro meglio. Nel corso del mese di luglio vi accompagneremo quindi con questo nuovo numero di Altro, con la speranza che il tema, solo accennato in questo primo articolo, vi abbia già incuriosito in attesa dei prossimi. Buona lettura!

Eroi

di Francesco Marinoni

A chiunque, nel corso della propria vita, sarà sicuramente capitato, almeno una volta, di avere una persona da prendere come punto di riferimento, da ammirare, che ai nostri occhi aveva un qualcosa di speciale che la distingueva da tutti gli altri: in sostanza, qualcuno che ritenevamo essere in un certo senso un eroe, capace di fare tante cose che magari avremmo voluto saper fare anche noi ma di cui non ci sentivamo all’altezza. Per me e per molti altri, nell’infanzia, queste persone erano i genitori, che si prendevano cura di noi e impegnavano il loro tempo in gesta che, per un bambino, non possono che apparire sovrannaturali.

Poi nel corso degli anni mi sono reso conto che avevo sbagliato tutto: i miei genitori non erano mica eroi, anzi, erano quelli che mi imponevano limiti che non volevo accettare, con cui litigavo un giorno sì e l’altro pure. L’età delle prime passioni, in tutti i sensi, in cui le figure degli eroi spesso coincidevano magari con il coetaneo particolarmente “ribelle”, oppure con protagonisti di libri, di film o con personaggi del mondo dello sport, dello spettacolo, così liberi di esprimere tutta la loro potenzialità, in contrasto con quella sensazione di stare in una gabbia che tanto mi faceva arrabbiare.

Crescendo ancora mi sono accorto che in effetti, forse, ad essere sbagliata era proprio l’idea di cercare un eroe di per sé. Viviamo circondati da un mondo che ne è talmente pieno, di eroi o presunti tali, che la domanda se questa parola possa avere un senso sorge legittima. La sensazione è che noi umani tendiamo a utilizzare questa categoria per semplificare una realtà sempre più complessa, cercando di aggrapparci per puro istinto di sopravvivenza a dei capisaldi di certezze che, possa anche crollare il mondo, resteranno in piedi, e noi con loro.

Parlare di eroi significa quindi provare a lavorare sulla retorica che si costruisce attorno ad essi, che vale oggi ma valeva anche per le figure della tradizione dei grandi poemi epici; significa indagare su questi personaggi, entrarci dentro, per scoprire chi eroe si è sentito davvero e a chi invece l’etichetta è stata appioppata da altri, magari sulla propria tomba; significa anche osservare che, così come il tempo scorre, allo stesso tempo i riferimenti delle varie epoche sono, e non possono che essere, diversi, opposti addirittura. Uno sforzo erculeo, si potrebbe dire, ma che speriamo abbia prodotto dei risultati interessanti.

Ciò che è reale è virtuale

di Francesco Marinoni

Realtà. Semplice, inequivocabile: è una parola sul cui significato è difficile avere dei dubbi. Reale è tutto ciò che ci circonda, il mondo in cui camminiamo e viviamo: l’intero universo, di cui nemmeno conosciamo i confini, è per definizione reale. Sembra però che, in tutta la storia dell’umanità, la nostra specie non si sia mai accontentata di tutto questo ora immaginando, ora sviluppando e infine raccontando modi per fuggire dalla realtà. Luoghi immaginari e universi paralleli, divinità onnipotenti e spiriti maligni sono solo alcuni esempi dei nostri tentativi di evasione dal quotidiano e sono una parte essenziale delle culture, delle religioni e delle società in tutto il mondo.
Se la “realtà reale” non è l’unica ad esistere, allora le cose si dimostrano molto più complicate di come potrebbero apparire a prima vista. Pensando in particolare a tutto quello che è avvenuto negli ultimi decenni, con la rivoluzione digitale che sempre più è entrata a far parte del nostro vivere quotidiano, a maggior ragione in questo periodo di pandemia, la confusione e la complessità nella definizione di ciò che è reale non hanno potuto far altro che accentuarsi.
In questo numero abbiamo deciso di provare a mettere insieme questi aspetti, per provare a raccontare i rapidi cambiamenti nel concetto stesso di realtà che avvengono nella società in cui viviamo, focalizzandoci in parte sull’arte come strumento di evasione, e per il resto sulla tecnologia e su internet come luoghi di opportunità e di rischio. Come sempre, abbiamo cercato di fornire degli spunti interessanti per portare a riflessioni più ampie su temi che diventano ogni giorno più determinanti per ciascuno di noi: speriamo che dalla nostra scrittura, anche questo mese, possiate portarvi a casa qualche elemento in più.

Buoni e cattivi

di Francesco Marinoni

Le parole non sono tutte uguali. Sono il modo che abbiamo per esprimerci, contengono dentro di sé tanti concetti della cui sintesi sono il frutto. E una parola come criminalità, per come viene abitualmente utilizzata, è inevitabilmente sporca, cupa. Evoca un insieme di immagini che comprende sentimenti come violenza, spregiudicatezza, avidità: impulsi che, fin da bambini, ci è stato insegnato a riconoscere come sbagliati. Cresciamo associando la criminalità a un mondo tutto suo, come se non avesse contatti con quello pulito in cui vivono “i buoni”; come se in qualche modo fosse una specie di inferno metaforico, in cui i criminali strisciano sotto terra e lavorano ai loro progetti pericolosi per minare alla stabilità di ciò che sta sopra.

Le cose non stanno proprio così; quelli che da bambini potevamo identificare in modo generico come “i cattivi” non sono poi così diversi dagli altri e, soprattutto, non sono tutti uguali, con il passamontagna e il coltello in mano. Ci sono criminali in giacca e cravatta, criminali in divisa, criminali che si nascondono e altri che invece agiscono allo scoperto. Una parte del nostro vivere insieme, come comunità, è sempre stata definire ciò che è lecito fare e ciò che non lo è, elaborando sistemi giudiziari più o meno “giusti” per poter arrivare a dichiarare una persona colpevole di un crimine. Spesso lo diamo per scontato, dimenticandoci che questi sistemi da noi ideati, per quanto siano migliorati nel corso della storia del genere umano, sono ben lontani dall’essere perfetti. Riguardo questo, il concetto di “prigione”, inteso spesso come luogo esclusivamente di confinamento degli individui ritenuti dannosi alla società, la dice lunga sulla visione che si ha del criminale, ferma a quella distinzione per bambini fra “buoni” e “cattivi”.

In questo numero abbiamo voluto esplorare il mondo criminale, in Italia e nel mondo, raccontando alcuni episodi o storie del passato e del presente, senza dimenticare tutto ciò che questo mondo ha ispirato per quanto riguarda l’arte, la letteratura, il cinema. Abbiamo varcato il confine sottile della legge, provando a riportare indietro qualcosa che valesse la pena di scrivere, facendo luce su ciò che molto spesso vediamo solo come oscuro e distante.

XXI secolo

di Francesco Marinoni

Il destino del nostro pianeta è sempre più sulla bocca di tutti. Se fino a poco tempo fa le questioni legate all’ambientalismo erano circoscritte ad un nucleo abbastanza ristretto di persone, solitamente quelle impegnate nell’attivismo, oggi il climate change è entrato a tutti gli effetti nel dibattito pubblico, con tutte le conseguenze del caso. Se da un lato questo ha permesso che certe questioni venissero portate alla conoscenza dalla maggior parte delle persone, dall’altro ha generato diverse diatribe su come si debba affrontare quello che probabilmente sarà il grande tema del nostro secolo.

Il mondo occidentale in particolare è sempre più coinvolto in questi discorsi, a livello sia politico che sociale: con il termine green new deal che ormai sta diventando un mantra nelle politiche economiche in molti Stati e personaggi “pop” come Greta Thunberg, in grado di coinvolgere attivamente milioni di ragazzi, la questione del clima e dell’inquinamento entra in moltissimi aspetti anche della vita quotidiana.

Non è facile orientarsi in un panorama così ampio e complesso. Noi di Altro proviamo a proporvi alcuni spunti, che inevitabilmente presentano solo una piccola parte di tutto quello che si potrebbe dire e pensare riguardo al climate change e ciò che vi ruota attorno. L’invito è sempre quello di informarsi su questo tema fondamentale, cercando anche di spostare lo sguardo al di là dei luoghi comuni e ai clichè che vengono spesso venduti come verità inattaccabili: mai come adesso non possiamo permetterci di restare indifferenti.

Cinquanta

di Francesco Marinoni

Ci sono numeri un po’ più importanti di altri. Non si sa bene perché, ma le cifre tonde affascinano sempre e per questo, quando ci siamo messi a pensare a questo numero cinquanta, ci siamo chiesti come renderlo diverso dagli altri, unico. Fra le tante idee emerse alla fine abbiamo scelto un tema che è un po’ l’essenza stessa del nostro giornale e, in generale, di chiunque prenda in mano una penna o una tastiera e provi a scrivere un articolo: la notizia.

Tutti i giorni sentiamo la celebre espressione fake news, diventata di moda da quando ci si è resi conto che, progressivamente, l’informazione si è spostata su internet, con tutte le diversità e problematiche del caso. Come si può verificare una notizia correttamente? Esistono davvero fonti affidabili nell’epoca in cui le informazioni volano a una velocità troppo elevata per poter essere trattate con la dovuta cautela?

Queste erano solo alcune delle domande che avevamo in niente quando abbiamo immaginato il nostro numero cinquanta. Abbiamo cercato di mettere nero su bianco tutta le problematicità della verità e della post-verità, con l’intento di stimolare il lettore a mettere in dubbio ogni cosa di quello che sta leggendo. Altro 50 è un numero da leggere con una certa attenzione e di cui è bene fidarsi poco.

Fare i burloni è divertente e anche per questo abbiamo scelto di provare questo esperimento. Ma il messaggio che vorremmo far passare è di avere sempre in mente che ciò che leggiamo, spesso, è molto meno vero di quanto siamo portati a credere.