Il Pinocchio di Garrone

Di Francesca Ariano

Pinocchio è il titolo di una pluripremiata pellicola diretta da Matteo Garrone, uscita nelle sale nel 2019 e ispirata al celeberrimo romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi.

Tutti conosciamo la storia di Pinocchio, eppure il film di Garrone riesce a darle nuova vita, restituendo al pubblico un senso di stupore, di appagamento, di gusto per l’arte del raccontare storie. Ben lontano dall’edulcorata versione della Disney, il Pinocchio di Garrone si mantiene molto fedele alla fiaba originale di Collodi e non manca di elementi orrorifici, macabri, grotteschi, inquietanti. Basti pensare ad alcune scene ambientate nel palazzo della Fatina, dove diversi personaggi scivolano sulla scia di bava che la Lumaca ha lasciato sul pavimento, ma anche ai toni cupi che caratterizzano l’impiccagione di Pinocchio e alla terrificante immagine del burattino e di Lucignolo trasformati in asini.

Uno dei tratti distintivi di questo film è il realismo con cui rappresenta le vicende e i personaggi, umani e non. Fondamentale per il realismo visivo della pellicola è il trucco, realizzato da Mark Coulier, che senza effetti speciali è riuscito a dare grande credibilità ai personaggi.

È stata particolarmente felice anche la scelta del cast, in primis Federico Ielapi, che ha saputo rendere bene la vivacità ma anche l’ingenuità di Pinocchio. Roberto Benigni si è calato nei panni del suo personaggio con grande maestria, riuscendo a rappresentare un Geppetto che prima ancora di essere un povero falegname “è un babbo, un padre che ama suo figlio alla follia” (come ha detto lo stesso Benigni). Azzeccatissima anche l’interpretazione della Volpe da parte di Massimo Ceccherini, che peraltro ha contribuito ad aggiungere momenti di comicità e leggerezza al film. Una menzione particolare va poi fatta al Grillo Parlante e al suo spiccato accento napoletano.

Il filo conduttore della storia è la musica fiabesca, magica e a tratti malinconica di Dario Marianelli.

Garrone ha detto di aver voluto creare un film “che potesse arrivare a tutti, ai bambini e ai grandi”, e che potesse “essere divertente e avere una leggerezza, una luce”. Credo di poter dire che è riuscito nell’intento, perché il suo Pinocchio non è solo un film per bambini. È una fiaba che incanta, che mescola realismo e magia, orrore e tenerezza. Quando andai a vedere questo film al cinema, alla fine della proiezione uno spettatore seduto davanti a me commentò: “Ho finalmente capito Pinocchio”. E mi sembra la conclusione perfetta per questa recensione.

Doppiaggio e lingua originale

di Rosamarina Maggioni

Molto spesso mi sono ritrovata a discutere con il mio ragazzo se il film che avevamo deciso di vedere la sera sdraiati sul divano lo avremmo visto in italiano o in lingua originale. Parto subito dicendovi che alla fine della discussione ho sempre vinto io e che i film li abbiamo sempre visti con il sublime doppiaggio italiano, mio adorato. Non fraintendetemi, comprendo e rispetto appieno la decisione di chi preferisce guardare i film in lingua originale, con o senza sottotitoli (anche se sfido qualsiasi non madre lingua a capire davvero fino in fondo i dialoghi e le sfumature di espressione in una lingua che non è la sua).

Ma sorvolando sulla capacità di comprensione di una lingua straniera, che non è dote di tutti, me compresa, andiamo un po’ a parlare di questo annoso argomento che ritorna ciclicamente nel dibattito italiano; dico italiano perché la maggior parte dei Paesi europei propongono in lingua originale i film proiettati nelle sale cinematografiche (sarà forse perché non hanno dei doppiatori capaci?).

In ogni caso, direi che è cosa buona e giusta spezzare una lancia a favore di entrambe le parti coinvolte: doppiaggio e lingua originale. Partiamo dal presupposto che chi scrive è nettamente schierato per il doppiaggio e quindi questa non sarà un’analisi imparziale ed oggettiva, affatto. Bene, ora che abbiamo messo le cose in chiaro parliamo della lingua originale: posso riconoscere che ascoltare la voce reale dell’attore, con tutte le sue sfumature e tonalità, con la cadenza e la recitazione ci permette di apprezzare al meglio la sua performance e la capacità di rendere personale l’interpretazione della psicologia profonda del personaggio. Tuttavia, non posso non pensare al fatto che solo chi è madre lingua, e in particolare chi appartiene alla cultura linguistica dell’attore in questione, riesca davvero a percepire tutte quelle sfumature che dovrebbero darci quel qualcosa in più. Un esempio di ciò che sto dicendo è la netta differenza tra la recitazione di un attore inglese ed uno americano: dubito che una persona che conosce l’inglese, magari anche non a livello base, riesca davvero a percepire le sottigliezze della lingua in cui l’attore recita; capirà le singole parole, il senso dei dialoghi, forse qualche slang o modo di dire, ma non certo le sfumature profonde del parlato. Credo che ogni lingua sia un mondo a sé stante e che solo chi ne fa parte riesca davvero a comprenderlo.

Passiamo ora all’altro capo del discorso, parliamo di doppiaggio: questo è il procedimento tecnico e artistico mediante il quale nei prodotti audiovisivi si sostituisce alla colonna sonora originale, sia parlata sia musicata, del prodotto stesso un’altra tradotta, per renderla comprensibile nel Paese di diffusione. Lo scopo principale del doppiaggio è quindi quello di rendere comprensibile un prodotto che contiene del parlato, in modo che anche chi non conosce la lingua originale in cui è stato creato il prodotto possa fruirne. Quindi alla base del doppiaggio c’è la volontà di rendere l’arte (nel nostro caso il cinema) accessibile a tutti, senza distinguere tra nazionalità (e quindi tra lingue). Già questo rende onore e, a mio parere, conferisce un valore aggiunto a questa scelta. Oltre a permettere a tutti di capire, il doppiaggio viene utilizzato per migliorare la qualità del suono di un film, che spesso è scarsa o disturbata, essendo che la regia non riesce mai ad eliminare tutti i rumori di fondo durante le riprese, permettendoci di vivere un’esperienza ancora più intensa, più viva. Personalmente io odio i rumori di fondo dei film non doppiati: mi basta dirvi che per come piace a me vedere i film, anche quelli italiani andrebbero doppiati. Lo so, sono un po’ estremista, ma nel cinema amo il suono pulito; per un’esperienza più vera, se così si può dire, c’è il teatro apposta. Ricordiamo inoltre che quello italiano è il doppiaggio migliore, riconosciuto e premiato in tutto il mondo: non a caso nel nostro Paese sono presenti le migliori scuole di doppiaggio.

Ritengo, in conclusione, che il doppiaggio stesso sia un’arte, paragonabile alla recitazione, che io amo profondamente e che continuerò a sostenere, nonostante il mio ragazzo e i miei amici siano di tutt’altro parere. Mi spiace per loro, ma con me continueranno a vedere film doppiati (faccina compiaciuta).

Marvel Heroes: Iron man e Capitan America

di Rosamarina Maggioni

Da sempre l’uomo ha cercato di lasciare un segno nella realità che lo circondava, riempiendola di colori, oggetti, simboli. Le bandiere sono il più evidente esempio di come i colori possano acquisire una forte connotazione per un gruppo di persone, che vengono riunite ed unite sotto di essi. Parlando dell’MCU, ossia del Marvel Cinematic Universe, ogni figura viene associata a colori e simbologie specifiche: il rosso-bianco-blu della bandiera americana, che si riflette nel suo scudo, per Captain America, uomo d’onore, votato al dovere e alla giustizia, e il rosso-oro per Iron Man, colore che in molte culture viene associato alla guerra, alla forza (Ares per i Greci e Marte per i Romani).

Se si considerano i supereroi Marvel, Iron Man risulta essere la pecora nera di una serie di combattenti senza macchia e senza paura. Nei fumetti, come nei lungometraggi, il personaggio ama presentarsi come un “genio, miliardario, playboy, filantropo” (The Avengers, Joss Whedon, 2012). Per Stark la realizzazione del Sogno Americano non è una conquista lenta e faticosa ma l’eredità del padre; egli non ne comprende fino in fondo il valore e spreca il suo tempo e le sue sostanze conducendo una vita frivola come tutti i figli dell’alta società americana.
Dopo aver quasi perso la vita, a causa di una mina esplosa mentre si trovava in Vietnam per valutare i contributi che le sue industrie avrebbero potuto dare all’esercito americano, comincia per il futuro supereroe un percorso che lo trasformerà in Iron Man. La prigionia, il dover costruire armi per il nemico, l’amicizia con lo scienziato Ho Yinsen e il sacrificio di quest’ultimo che permette a Tony Stark di evadere lo convincono a dare una svolta decisiva alla sua vita per mettersi al servizio della comunità. Attraverso la sua storia personale Tony Stark, la cui fortuna si è costruita sul commercio di attrezzature belliche di ultima generazione, pone una riflessione sulle armi. D’altro canto, però, la tecnologia è anche il superpotere di Iron Man. Al contrario di alcuni suoi colleghi, come Spider Man, Capitan America, Hulk, Thor o gli X-Men, Iron Man non va incontro a trasformazioni di alcun tipo né eredita i suoi poteri per diritto di nascita o genetica: Tony Stark è in un certo senso un self-made hero. La vera fonte del suo potere e ciò che fa di lui un supereroe è, infatti, la sua armatura rossa e dorata, un gioiello di ingegneria.

Capitan America è senza dubbio il supereroe che meglio si presta a rappresentare gli ideali e la cultura americana; si può quasi affermare che esso sia un’incarnazione stessa dell’America. Tale personificazione ha inizio dallo pseudonimo adottato da Steve Rogers in seguito all’iniezione di un siero che lo trasforma in un super soldato programmato per combattere al fianco degli Alleati e sconfiggere i nazisti e, più nello specifico, il famigerato scienziato nazista Teschio Rosso (Red Skull). Capitan America è l’America e l’America si riflette in Capitan America. Questo spiega le continue mutazioni comportamentali a cui il personaggio va incontro nel corso degli anni in modo da corrispondere sempre più fedelmente alla nazione di cui è icona. Nel 1941 è il soldato che difende la libertà e nel corso della guerra fredda l’avversario dell’unico sistema totalitario rimasto in piedi al termine della Seconda guerra mondiale. Il primo livello su cui si realizza l’immedesimazione di Capitan America con la nazione statunitense è la sua uniforme. A differenza di Iron Man, Thor o altri supereroi Capitan America indossa un’uniforme che richiama idealmente alle sue origini militari. Il capitano Rogers è la massima e più completa espressione del sogno americano, la nemesi di tutte le forme di criminalità e di tirannia, l’ispiratore delle forze armate e l’emblema del coraggio e del valore militare e umano. Egli possiede tutte le caratteristiche che in passato erano proprie degli eroi greci: onestà, perseveranza, lealtà, autorevolezza, onore. A più riprese, nelle saghe che hanno come protagonista Capitan America, viene messo in risalto il suo essere un uomo virtuoso: risoluto nei suoi intenti, magnanimo con i nemici sconfitti, dotato di spirito di sacrificio. Malgrado la sua forza eccezionale e le sue capacità di gran lunga superiori alla media, Capitan America non si considera mai migliore degli altri o più meritevole rispetto ai suoi commilitoni. Egli considera i suoi “poteri” un dono e in quanto tali li usa con giustizia e, soprattutto, senza mai perdere quell’umiltà che lo aveva caratterizzato fin da prima di diventare l’icona della lotta al nazismo, quando ancora era un semplice (e sfigato) ragazzo di Brooklyn.

Mr. Robot

di Francesco Marinoni

Siamo abituati, guardando un film o una serie TV, a fidarci istintivamente di ciò che viene raccontato: le immagini scorrono, la trama viene sviluppata nel susseguirsi delle scene e seguiamo i personaggi nel loro arco narrativo, magari con qualche simpatia o antipatia particolare per qualcuno di essi che ci porterà a dar loro più o meno ragione, ma essenzialmente senza porci il dubbio che stiano cercando di fregarci, raccontandoci una storia diversa da quella che sembra apparire sullo schermo. L’idea stessa di personaggio, per quanto possa essere sfaccettata e complessa, si riconduce sempre a una personalità definita, che ha il proprio ruolo all’interno della storia. Certo, siamo abituati a vedere i personaggi evolvere e cambiare, ma quello che risulta più difficile da digerire è quando, condotti inconsapevolmente in una visione distorta della trama, ci rendiamo conto che tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento è stato solo un inganno.

Quando conosciamo Elliot Alderson, il protagonista di Mr. Robot, fin dal primo episodio ci appare come un personaggio che in qualche modo non sta raccontando tutto di sé: i suoi tratti caratteristici, dal tono di voce al vestiario, ci fanno pensare che ci sia qualcosa di occulto in lui. Di giorno lavora in un’azienda che si occupa di sicurezza informatica, la notte la passa seduto alla scrivania del suo appartamento davanti al computer: è chiaro fin da subito che la sua vita ha due facce diverse. Questa divisione è quella che si riflette anche nel suo essere costantemente diviso fra la realtà che lo circonda e il mondo virtuale, fatto di schermi neri e codici scritti in bianco. Se potessimo, probabilmente sceglieremmo un narratore migliore per raccontarci la trama: Elliot è confuso, nei dialoghi con le altre persone e nella sua stessa essenza di personaggio; tuttavia, non avendo alternative, siamo costretti ad affidarci alla sua guida e a seguirlo nello sviluppo della trama. La sensazione, però, resta.

Elliot si rivolge spesso a noi direttamente, “bucando” lo schermo, con un classico espediente per coinvolgere lo spettatore e inserirlo completamente all’interno dell’universo dei personaggi. Nel caso di Mr. Robot ci troviamo trasportati in una New York contemporanea che ha tuttavia, come Elliot, qualcosa di cupo, di innaturale, ed è popolata dagli altri personaggi che incontriamo progressivamente andando avanti nella visione. Quello di cui non ci siamo resi conto è che, già a questo punto, siamo stati ingannati: i sospetti che avevamo all’inizio sul nostro protagonista sono effettivamente fondati, ma è stato comunque troppo astuto perché noi ce ne accorgessimo.

Si potrebbe dire che Mr. Robot è una serie ambientata all’interno del suo stesso protagonista, che apre la sua mente al nostro occhio che, al suo interno, finisce per perdersi. Se in un primo momento, quando finalmente l’inganno ci viene svelato, non possiamo che essere un po’ infastiditi da Elliot, proseguendo e conoscendolo meglio tutto diventa più chiaro. Quel suo essere doppio che fin da subito abbiamo notato in lui non è che la spia di una completa frammentazione dell’io del personaggio, contro cui lui stesso combatte, scoprendola a poco a poco nel corso degli episodi. Il mondo che ci era sembrato così insolito e cupo è effettivamente la rappresentazione più vicina a ciò che lui vive, in una realtà che non è mai (o quasi) quello che sembra.

Mr. Robot non è una visione leggera, né rilassante, né semplice da portare avanti. Come tante opere d’arte può piacere o non piacere, a seconda del gusto personale. Va detto che la regia, l’interpretazione magistrale degli attori (su tutti Rami Malek, nei panni di Elliot) e la sceneggiatura la collocano sicuramente fra le serie TV meglio riuscite dal punto di vista qualitativo, come dimostrano anche i numerosi premi della critica ricevuti. A un ritmo a tratti forse troppo lento in alcune parti della trama rimedia con episodi che si guardano letteralmente tutti d’un fiato, in particolare nella prima e nella quarta (e ultima) stagione, forse le meglio riuscite. Se avrete pazienza per stare al gioco e un certo gusto per immergervi in una realtà della quale vi sembrerà di non capire nulla, Mr. Robot saprà darvi grandi soddisfazioni.

Quando le scale smetteranno di menarci

di Francesco Marinoni

Il 22 ottobre 2009 Stefano Cucchi moriva a Roma, mentre era sottoposto a custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli. Si tratta sicuramente di uno dei casi più eclatanti riguardanti la giustizia italiana degli ultimi anni; anche, e soprattutto, grazie alla costante battaglia dei familiari di Stefano, in particolare della sorella Ilaria, per cercare di fare luce su ciò che lo ha portato a perdere la vita.

L’elevata risonanza mediatica del caso ha stimolato, negli anni, anche la produzione di contenuti di vario genere ad esso ispirati, come canzoni, documentari e lungometraggi. Di questi il film Sulla mia pelle (2018), diretto da Alessio Cremonini e con Alessandro Borghi nel ruolo di Stefano, è sicuramente uno dei meglio riusciti e di maggior impatto, sia dal punto di vista puramente cinematografico sia per le modalità con cui è stato scelto di trattare un argomento così delicato.

Sulla mia pelle, prima di essere un docufilm che racconta l’ultima settimana di vita di Cucchi, è innanzitutto un dramma di un’intensità travolgente per lo spettatore che si pone di fronte allo schermo. Il protagonista, magistralmente interpretato da Borghi, è naturalmente la figura centrale attorno a cui si sviluppano tutte le vicende: lo seguiamo, giorno per giorno, nella lunga e dolorosa agonia che lo spegne a poco a poco davanti ai nostri occhi. La sofferenza di Stefano passa come un coltello freddo e tagliente attraverso l’atmosfera cupa della cella, circondata dall’indifferenza di chi lo ha osservato andarsene senza fare nulla e dallo sconcerto di chi, fino all’ultimo, si è scontrato contro tutti per provare a salvarlo. Tutto questo si amplifica nella scena in cui viene comunicata alla famiglia Cucchi la morte di Stefano, in cui è davvero difficile trattenere le lacrime, siano esse di rabbia o di disperazione.

Ma, come detto, Sulla mia pelle non è solo una pellicola ben riuscita; è infatti interamente basata sugli atti dei numerosi processi che, in seguito alla morte di Stefano, sono stati istruiti per chiarirne le circostanze e che hanno portato alla condanna a 12 anni per due carabinieri accusati del pestaggio che lo ha ridotto in fin di vita. Nel film (che è uscito prima della sentenza sopracitata) la scena del pestaggio è però stata tagliata, una scelta che rende il messaggio di denuncia che il regista ha voluto veicolare ancora più sottile e mirato. Ci viene semplicemente mostrato il protagonista prima e dopo, lasciando allo spettatore il (facile) compito di mettere insieme i pezzi e, in prima persona, prendere posizione.

Il caso Cucchi può e deve far riflettere, perché uno Stato che uccide indossando la divisa di chi dovrebbe proteggere i propri cittadini non può lasciare indifferenti. Purtroppo, nel dibattito pubblico troppo spesso si sono sentite a questo proposito frasi come “in fin dei conti se l’è cercata”, “quando spacci droga devi pensare alle conseguenze” o “un criminale in meno”. Ma da quando la pena di morte è diventata accettabile in un Paese in cui è stata abolita? Davvero si può ritenere giusto che una persona, colpevole o innocente che sia, possa meritare una sorte simile?

Fino a prova contraria, Stefano Cucchi è e rimane una vittima di violenza di Stato. Punto. Niente può giustificare quanto accaduto in quella caserma e il fatto che qualcuno possa anche solo pensarlo è un segno che dovrebbe preoccupare. Anche perché non si tratta dell’unico caso. I nomi di Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva, per citarne alcuni, ci ricordano che Stefano non è stato il primo. Da cittadini che credono nella Giustizia e nella Legalità non possiamo permettere che chi dovrebbe garantirla abusi del proprio potere. Tutti sappiamo chi è Stato; sulla pelle di Stefano e di tutti gli altri.

The Truman Show

di Rosamarina Maggioni

Truman è un trentenne che conduce una vita apparentemente perfetta: è sposato con una bionda e sorridente infermiera, lavora in una società di assicurazioni e ogni mattina si dirige al lavoro sorridente e affabile con tutte le persone che regolarmente incontra.
Sembra felice e tutto intorno a lui appare perfetto, fino a quando comincia ad accorgersi che c’è qualcosa di strano nella vita che conduce, di ripetitivo e di artificioso. Inizia a riprendere in mano vecchie fotografie di quando era più giovane per cercare di capire qualcosa di più sul suo passato, ma non riesce a venirne a capo. Infatti, è difficile arrivare a capire cosa è stata la sua vita fino a quel momento: una grande finzione. Truman è il protagonista di uno show televisivo iniziato proprio dalla sua nascita, dopo che è stato abbandonato e adottato dagli studi di produzione. Tutto attorno a lui è finzione: vive su una grande isola che in realtà è uno studio televisivo dove tutte le persone che Truman vede sono attori, il cielo è disegnato, la notte e il giorno sono date dalle luci degli studi di produzione e così anche le condizioni atmosferiche.
Gli spettatori amano il Truman Show e da trent’anni non riescono a farne a meno: seguono Truman fin dalla nascita, verso i suoi primi passi, la perdita (finta) del padre in mare, la sua adolescenza e il suo primo vero amore, una ragazza contraria allo show che ha cercato fin dall’inizio di avvisarlo della vita che gli stavano facendo vivere e proprio per questo viene allontanata da Truman.

The Truman show è stato prodotto un anno prima dell’affermarsi del primo reality show americano, la versione statunitense de Il grande fratello,e quindi anticipa ampiamente la tendenza della società contemporanea di mettere la vita degli altri sotto i riflettori, di manipolarla e renderla meno vera.
Il film non solo anticipa un’abitudine pressante dei media della società contemporanea, ma parla direttamente allo spettatore, che spesso si sente vivere in un mondo finto e qualche volta vorrebbe, come Truman, prendere una barca, scappare tra le acque e cercare una via d’uscita dal mondo finto che gli è stato costruito attorno.

Ci resta solo da pensare: la nostra vita è vera o siamo solo protagonisti di un grande mondo fittizio creato da un Dio per sentirsi onnipotente? Lo scopriremo nella prossima puntata.

Ella & John

di Rosamarina Maggioni

Una pellicola dolce e amara, delicata e potente; in una parola: travolgente. Ho visto questo film ormai un anno fa, un sabato sera passato con il mio ragazzo al cinema: usciti dalla sala eravamo entrambi emozionati. La storia è quella di Ella, una donna anziana con forti dolori e altri disturbi dovuti all’età, e di suo marito John, afflitto da perdite di memoria. I due sono destinati a vivere gli ultimi anni della loro vita sotto cure intensive e probabilmente rinchiusi in un centro ospedaliero. Nei primi minuti del film vediamo uno scorcio della loro vita quotidiana, fortemente limitata in tutto dai loro acciacchi, nonostante l’aiuto dei figli ormai quarantenni. Ed è per dire no a tutto questo, ad una vita che non è vita, che i due coniugi decidono di farsi un viaggetto, prendendo il loro vecchio camper sgangherato e guidando a tutto motore in direzione Key West, con meta la casa di Hemingway che John, ex professore di letteratura, aveva sempre voluto vedere. Nota bene: il tutto senza dire nulla ai figli che li cercano disperatamente.

Ed è in questa bizzarra vacanza che il mondo dell’anziana coppia si dispiega agli spettatori. Ci vengono mostrate vecchie foto di famiglia, si scoprono antichi tradimenti ma in ogni scena viene sottolineato la forza dell’amore che l’uno prova per l’altro, diventati ormai parte di una cosa sola. Un inno alla vita e alle sue mille sfaccettature che ci tocca così profondamente perché è esperienza di tutti i giorni: Ella e John potremmo essere noi fra sessanta anni, magari lo sono già i nostri nonni o i nostri genitori. Il tutto accompagnato da una colonna sonora di tutto rispetto: basta citare Janis Joplin con Me & Bobby McGee.

Questo film è riuscito a toccare un tema delicato come quello della vecchiaia, della malattia, dell’autosufficienza e del dolore umano andando dritto al cuore di ognuno, senza tanta retorica. Ha trattato temi scottanti e drammaticamente attuali che non vi cito per evitare spoiler clamorosi ma, credetemi, uscendo da quel cinema non avrete solo visto un film spassoso e toccante allo stesso tempo; avrete visto la vita, forse la vostra o forse no, ma vi farà riflettere sul suo senso, sul suo valore, sulla sua forza, sulla sua bellezza.

Paris is burning

di Ernesto Martellaro

Parliamo di drag queen. Parliamo della New York anni ’80, quella “difficile” e violenta. Parliamo soprattutto di appartenenza.

Il film-documentario Paris Is Burning (1990) di Jennie Livingston, senza banalizzare questi temi, ma ritraendoli in tutta la loro autenticità con forza e sfrontatezza, ci accompagna nelle ball rooms newyorkesi in cui prendevano vita veri e propri show drag, tanto colorati quanto esagerati, chiamati semplicemente balls (“balli”). Sul palco di queste ball rooms, tanti giovani, avendo finalmente la possibilità di assecondare la propria vocazione creativa, si sfidavano in performance di ogni tipo e riuscivano a diventare quelle “star” che tanto sognavano nella vita reale. Trucco, abiti, calze e nessun limite, nessuna censura, se non quella imposta dalle grida o dalle risate della sala. Creatività, carica erotica e voglia di uscire da categorizzazioni sessuali troppo strette convergevano in uno spazio che finiva per diventare un rifugio.

Perché appena oltre i confini di queste sale, la realtà sapeva essere assai dura. «Tu sei nero, maschio e gay. Ti faranno vedere i sorci verdi. Se vuoi farcela, dovrai impegnarti come non avresti mai pensato», dice qualcuno all’inizio del film. Le strade dei sobborghi di New York negli anni ’80, a quanto pare, erano spietate. Violenza, criminalità e povertà non erano certo sconosciute, e di sicuro non lo erano per chi partecipava ai balls, per chi era omosessuale e per quelli che vedevano la distinzione tra i “generi” in maniera “anormale”. Tutto ciò, in un istante, poteva diventare emarginazione e discriminazione, traducendosi molto spesso nella perdita delle proprie famiglie, spaventate da figli che decidono inspiegabilmente di indossare “abiti da donna”.

E si comprende, così, un’altra singolare dinamica descritta da Jennie Livingston nel film: i partecipanti a ogni competizione appartenevano a una delle tante “famiglie drag”, cioè gruppi, intesi come clan o fazioni, che avevano a capo una “mamma drag” e che si sfidavano nelle performance di ciascuna serata. Queste famiglie drag, per molti giovani, erano essenziali per costruire un nuovo senso di appartenenza e sentirsi al sicuro in un contesto tutt’altro che semplice. Rappresentavano innanzitutto il desiderio – umano – di sentirsi accettati e, al contempo, costruivano un concetto di famiglia che ancora oggi faticherebbe ad essere compreso ed accettato.

En guerre

di Paola Gea

Chi combatte rischia di perdere

Ma chi non combatte ha già perso

Quale sia l’impotenza di una lotta che potremmo definire senza anacronismi lotta di classe, il regista francese Stéphane Brizé l’ha mostrato nel suo ultimo film, En guerre. Ma quanta sia la potenza di quella stessa lotta possiamo scoprirlo ad ogni angolo della trama e perfino nei suoi fondi chiusi. Da Brizé fino al britannico Ken Loach – per quanto riguarda l’Europa, ma si potrebbe andare ben oltre – uno dei pregi del cinema militante è proprio il testimoniare contro l’impunità di chi sfrutta il lavoro del più debole che gli sta sotto, in qualsiasi regione e a qualsiasi livello delle gerarchie di potere.

En guerre racconta una storia di conflitto sindacale: 1100 operai di una filiale rischiano di rimanere senza lavoro nonostante un accordo con la dirigenza, di due anni precedente, che avrebbe dovuto garantire loro un’occupazione di almeno cinque anni. Ad inasprire le rivendicazioni degli operai, inoltre, i profitti da record che l’azienda madre continua a registrare.

Brizé sceglie di seguire i lavoratori in assemblea o negli incontri con i dirigenti: attacchi e contrattacchi nel film avvengono spesso attraverso il dialogo. Tuttavia, fin dall’esordio, alle parole degli operai fa eco l’impasse del conflitto. In una delle prime scene il protagonista Laurent Amédéo, portavoce dei dipendenti organizzati, è seduto a un tavolo insieme ad alcuni lavoratori. Dall’altro lato siede la dirigenza. Entrambe le parti lottano con i numeri – la differenza è che dietro le cifre riportate dagli operai c’è sempre l’ombra di persone reali, di corpi in gioco per la sopravvivenza. Le loro proteste sono pertinenti, ma si scontrano con leggi del mercato pronunciate nel linguaggio sordo del profitto e della competitività.

Ad un certo punto, come spesso in guerra, occorre allora cambiare strategia: bisogna trincerarsi con i propri corpi, scioperare, negare la propria forza lavoro – unica arma che un operaio, in quanto operaio, può opporre al potere di chi maneggia quotidianamente la logica del mercato.

La tensione fra le parti in lotta, ma anche quella interna fra scioperanti e crumiri, stringe e innerva di pathos ogni scena, tanto da riuscire a preoccupare lo spettatore per più di un’ora e mezza. Non ci troviamo mai immersi nelle retrovie esistenziali del dramma di chi ha perso il lavoro: lungo quasi tutto il film, Brizé rimane sul lido di guerra, nel mezzo del continuo infrangersi dei cortei contro la macchina da presa. La rabbia è tutta lì, non nel ripiegamento doloroso di chi si rassegna.

Soltanto nell’epilogoil protagonista Laurent, in solitario, oltrepassa il campo di battaglia. E, paradossalmente, la sua azione è l’unica in grado didetronizzare i dirigenti, apparenti vincitori seduti sullo scranno del potere. È l’azione estrema – nel senso di terminale e di insuperabile: il martirio.

La scena è urtante, esce dichiaratamente dalla finzione. Sono gli ultimi minuti e Brizé ha passato il testimone a un’altra sceneggiatura: stiamo guardando il video di un cellulare anonimo. All’improvviso, le immagini escono dallo schermo e non c’è più la traduzione dell’arte, non c’è firma perché non c’è autore: è solo realtà che divampa in violenza. Viene da sospettare che Brizé abbia prestato il suo nome a questa storia perché fosse ascoltata, e per poi lasciare che franasse sul pubblico senza paraurti. Nessuno fa in tempo a chiudere gli occhi, o forse nessuno vuole, e infine la guerra deborda senza pudore oltre i confini dell’inquadratura, inondandoci dell’insindacabile testimonianza di come la massima impotenza è il potere più disarmante.

Youtubo anche io

di Paper Issimo Sprinto

Frammenti di estasi – mistica europeo-italiana della prima metà del secolo XXI. La numerazione segue l’edizione di Svodenęøg, Frammenti di deliri post-industriali.

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[…] [comp]endio di motivi per guardare Youtubo anche io.

–              Il nome del canale: se è vero che il titolo di un racconto è il suo massimo riassunto, lo stesso vale qui. Italianizzare YouTube rendendolo addirittura un verbo è un’idea tanto assurda quanto efficace. Senza contare il chiaro riferimento allo Iannacci del Vengo anch’io. Meraviglioso infine come tutto questo non sia stato voluto, supponiamo, ma solo frutto del caso. Come del resto il canale tutto.

–              Il protagonista, regista, producer, influencer è food warrior: geniale nella sua maschera indecifrabile. Ci è o ci fa? C’è chi lo chiama maestro. Quanta pena suscita? Quanto sono contrastanti i sentimenti che provate guardandolo? 

–              [illeggibile]

–              Quanto cazzo dì tiramisù si spolla quel matto? QUARANTA kinder fetta al latte (noto per essere stra bù) e un pollo? Questo sì che è mangiare. Questo sì che è tenere alti gli obiettivi. Non come noi. Noi che strisciamo nel nostro sottobosco di paura di grandezza. Noi aspiriamo, lui è […].

–              La testa, lucida. Come il maestro ferroviere di tutti i tempi, quello che faceva arrivare i treni in orario, testa lucida e idee chiare. Come il nostro eroe.

–              Canale culturale quant’altri mai. Tutorial per schemi e lezioni di storia.

–              Centinaia di migliaia di followerz e milioni di viewz.

–              Spavaldo, non ha da chi imitare e da solo si è fatto.

–              Come mette il parmigiano sugli gnocchi solo lui.

–              La dolcezza con cui chiede di smetterla di andarlo a trovare. Un piccolo orsetto triste, come quello con cui dorme.

–              Tenero, verrebbe voglia di accoccolarsi fra le pieghe della sua pancia e uscirne solo per leccargli il sudore dalla fronte.

–              Conturbante. Come i desideri mitici, di prostitute libiche e il senso del possesso che fu prealessandrino.

3.563

[…]

Buonasera a tutti i miei followerz, sono io! Youtubo anche io, ho deciso di volervi raggiungere anche attraverso questo mezzo desueto, la carta. Carta che uso per detergermi il culo e il sudore, quando a litri mi cola dalla fronte. Tra cinque anni sarò morto. Cosa vi ho lasciato?

3.987

[…]

Ve lo giuro che mi fa piangere. Come sulle ferite di Gesù cristo nostro redentore. Voglio tirarlo giù dalla croce sulla quale si è issato e spezzarmi la schiena sotto i suoi 120 kg (stimati).