I giannizzeri

di Lorenzo Caldirola

Nonostante si tratti di uno degli imperi più importanti a livello eurasiatico per più di 600 anni, non sono in molti in Italia ad essere informati su cosa fosse e come fosse organizzato l’Impero ottomano.

Siccome è più che evidente che un articolo non sarebbe mai in grado di spiegare tutta la complessa storia di un regno centenario, mi limiterò ad analizzare un singolo elemento ad esso legato: il corpo dei giannizzeri.

Volendo riassumere tutto in poche parole, i giannizzeri erano bambini cristiani che venivano prelevati dai loro villaggi entro il decimo anno di età e condotti a Costantinopoli, dove sarebbero stati formati per diventare soldati d’élite o funzionari governativi, a seconda delle proprie capacità.

Di primo acchito verrebbe da compatire questi poveri bambini, strappati alle loro famiglie e alla loro fede e condotti a chilometri e chilometri di distanza per ricevere un rigido addestramento militare (o peggio, le “attenzioni” del sultano).

Effettivamente si tratta di un pensiero legittimo; tuttavia, va tenuto in considerazione che in quel contesto le possibilità per un cristiano (e per tutta la sua famiglia, perché il nepotismo non l’abbiamo inventato mica noi) di fare carriera era appunto quella di entrare da bambino nel corpo dei giannizzeri. Ebbene sì, perché non si parla di briciole: i più dotati tra i prescelti ottenevano le cariche più importanti del governo ottomano, financo quella di Visir, il secondo uomo più importante dell’impero, nonché reale burattinaio delle sue politiche. Capirete come mai vi fossero famiglie e interi villaggi che pagavano fior di tangenti ai funzionari imperiali perché scegliessero proprio i loro figli (no, nemmeno la corruzione abbiamo inventato).

Ma cosa possiamo dire allora di un impero che basava la sua politica e il suo esercito su bambini strappati alle proprie radici geografiche e culturali ed educati appositamente per diventare temibili guerrieri e astuti politicanti? Da un lato possiamo vedere lo sforzo immenso compiuto dagli ottomani per integrare delle minoranze etniche e religiose ai più alti livelli possibili; dall’altro non possiamo che denunciare un sistema cinico che prende dei bambini ancora innocenti, li lobotomizza e li trasforma in obbedienti ingranaggi di un sistema complesso e raffinato, ma fondato sulla violenza.

Se posso permettermi di dare un consiglio generale, la storia dell’Impero ottomano è molto interessante e troppo poco nota, considerando quanto ha coinvolto in realtà anche noi italiani nei secoli. Se questo articolo scritto così un po’ a braccio ha suscitato il vostro interesse dovete assolutamente recuperare la puntata del podcast di Alessandro Barbero dedicata all’argomento al link: https://www.spreaker.com/user/fabb/134-impero-ottomano-alessandro-barbero

Parlo da fanboy, ma vi assicuro che non ve ne pentirete!

Il ruolo delle lingue nazionali nella caratterizzazione dei regimi autoritari

di Francesco Marinoni

La lingua è uno strumento fondamentale che garantisce la possibilità di comunicare fra le persone che la conoscono: ciò permette per un verso di unire i parlanti dello stesso idioma, ma allo stesso tempo inevitabilmente di escludere chi invece non lo padroneggia. Questo dualismo non va mai dimenticato quando si parla di lingue nazionali, che sono sia un aspetto fondamentale della cultura di un Paese sia un modo per ribadire la propria diversità rispetto agli altri.

Inevitabilmente, quindi, parlare di lingua nazionale non può prescindere da un approccio strettamente politico. Un primo esempio che si può considerare in questo senso è quanto avvenuto nella storia del colonialismo europeo: in tutti i Paesi colonizzati, oltre naturalmente alla dominazione militare, è stata fondamentale l’imposizione ai coloni della lingua parlata dai colonizzatori, in un processo di appropriazione completa e sottomissione della popolazione indigena. Il fatto che ancora oggi in molti Paesi africani si parlino lingue come l’inglese o il francese o che in America latina si parlino spagnolo e portoghese è segno del lungo strascico che l’imposizione linguistica ha lasciato anche a distanza di decenni (o secoli in alcuni casi) dall’indipendenza, senza naturalmente dimenticare che questo è dovuto in gran parte anche alla condizione di sudditanza economica in cui molte ex colonie versano tuttora nei confronti degli ex Paesi colonizzatori. La lingua nazionale è quindi sicuramente un potente strumento di sottomissione culturale e la sua imposizione è un modalità da sempre utilizzata per manifestare la propria superiorità.

È interessante vedere anche come il ruolo della lingua nazionale sia stato centrale in molti Paesi durante alcune parentesi dittatoriali. In questo senso la Spagna è un esempio particolarmente calzante, data la presenza al suo interno di forti minoranze linguistiche, come la lingua catalana e quella basca, simboli ed espressioni di comunità locali che da sempre (e ancora oggi) hanno rivendicato la propria autonomia. Negli anni del regime di Franco venne portato avanti il castigliano come lingua unica, simbolo dell’unità nazionale, imponendone l’insegnamento all’interno delle scuole e l’utilizzo in tutti i contesti pubblici. Lo stesso termine castigliano è indice della forzatura di questo processo: quello che viene normalmente considerato spagnolo è in effetti l’idioma prevalente e originario della regione della Castiglia, che comprende la capitale Madrid. È chiaro quindi che l’imposizione del castigliano in regioni del Paese, in cui vi erano altre lingue prevalenti, e la sua identificazione con lo spagnolo stesso siano stati tentativi del regime di costituire una forte identità nazionale, da contrapporre a tutto ciò che invece provenisse dall’estero. Negli anni del franchismo infatti, a questo processo di soppressione delle minoranze linguistiche si accompagna una marcata xenofobia rispetto alle altre lingue, con la creazione di improbabili traduzioni forzate (che in alcuni casi sopravvivano ancora oggi) per soppiantare i termini stranieri, soprattutto inglesi, che, come in molti altri Paesi, erano già piuttosto diffusi in molti contesti. « Los pueblos más dotados de facilidad para aprender lenguas son el eslavo y el judío; y los menos, el inglés y el español »: così affermava Ramón Carnicer a metà degli anni Sessanta, quando ricopriva l’incarico di segretario della Escuela de Idiomas Modernos dell’Università di Barcellona; l’essere refrattari all’apprendere lingue straniere viene qui presentato come un segno di orgoglio nazionale e superiorità.

Nel passaggio dalla dittatura alla democrazia, uno dei punti chiave della scrittura della Costituzione spagnola del 1978 è quindi inevitabilmente stato la definizione della lingua nazionale. È interessante vedere la formula scelta a questo proposito, nell’articolo 3.1: « El castellano es la lengua española oficial del Estado (…) Las demás lenguas españolas serán también oficiales en las respectivas comunidades autónomas de acuerdo con sus estatutos ». Il messaggio, in questo caso, è sicuramente contorto, ma permette di superare la spinosa questione dell’identificazione univoca dello spagnolo con il castigliano: quest’ultimo è indicato sì come lingua spagnola ufficiale dello Stato, ma allo stesso modo sono definite “lingue spagnole” anche le altre lingue parlate nelle comunità autonome. Naturalmente, come noto, questa apertura non ha significato la risoluzione di molti altri problemi fra le autonomie e lo Stato centrale, ma ha sicuramente segnato un fondamentale elemento di rottura con il periodo di Franco.

A livello strettamente linguistico, l’operazione del regime spagnolo aveva inoltre creato problemi nell’uso di vocaboli castigliani, sostituiti con perifrasi contorte che nascondessero alcuni significati ritenuti pericolosi: questo ha comportato, con la fine della dittatura, la necessità di creare un nuovo “vocabolario politico” per sostituire quello precedente, che permettesse davvero al Paese di voltare pagina. Questa espressione viene utilizzata da Otello Lottini in “Democrazia linguistica e postfranchismo”, lavoro da cui ho tratto anche numerose informazioni per la stesura di questo articolo.

La questione del vocabolario politico si può ritrovare anche in altri contesti, come per esempio quello del regime nazista. Risulta infatti problematico l’utilizzo di alcuni termini in lingua tedesca in Germania in quanto, pur se associabili a significati comuni, richiamano inevitabilmente ben altri concetti legati al passato oscuro del Paese: la parola “Anschluss”, che può per esempio essere utilizzata per indicare l’allacciamento a una rete elettrica o telefonica, non può che rievocare quella che, per tutti, è l’inizio dell’espansione nazista in Europa, con l’annessione dell’Austria. Un tentativo che è stato fatto per porre questi problemi è la stesura di un dizionario per ricordare i significati di queste parole nel passato, con l’obiettivo principale di rendere consapevoli di questi equivoci soprattutto tutti coloro che, per motivi anagrafici, non hanno potuto avere esperienza diretta o indiretta del nazismo. La lingua in questo caso ha assunto connotati talmente legati a ciò che la nazione tedesca ha rappresentato in un determinato periodo storico da rendere alcuni termini problematici da utilizzare in contesti diversi dal riferimento al passato. Naturalmente non è semplice risolvere questi problemi, ma è sicuramente importante rendersene conto per sviluppare un dialogo costruttivo attorno alla questione.

Parlare delle eredità e del ruolo oppressivo che le lingue (fra cui non va dimenticata anche la lingua italiana, per esempio nei processi di italianizzazione forzata di regioni come Istria e Alto Adige) hanno assunto nel tempo non cancellerà mai le peculiarità e la bellezza che racchiude ogni idioma, unico e importante per la cultura del proprio Paese: significa semplicemente rendersi conto della potenza di uno strumento che utilizziamo tutti i giorni, spesso senza pensarci, soprattutto dalla prospettiva privilegiata di chi non ha mai subito questi fenomeni sulla propria pelle.

Cristoforo Colombo, ovvero come essere delle persone orribili e venire considerati eroi lo stesso dal 1492

di Lorenzo Caldirola

Come ben saprete siamo in un periodo in cui si sta guardando con molta criticità ad alcuni personaggi storici, tradizionalmente celebrati nella nostra cultura, che risultano decisamente controversi se si approfondisce anche solo un pochino il discorso.

Alcuni nomi illustri sono ad esempio quelli di Winston Churchill o di Indro Montanelli, se pensiamo all’Italia, ma se dovessimo individuare chi ha suscitato più polemiche a livello mondiale il candidato numero uno è sicuramente Cristoforo Colombo.

L’esploratore genovese, meritevole di aver scoperto le Americhe, è celebrato in tutto il mondo e in particolar modo negli Stati Uniti, dove è considerato l’eroe della libertà e dell’intraprendenza che si ribella agli schemi tradizionali e alle superstizioni del Vecchio Mondo e si imbarca in una delle imprese più coraggiose ed importanti della storia umana, rivoluzionando di fatto la Storia.

Questo però è frutto di un’interpretazione strumentalizzata del personaggio storico, che ha perdonato – anche se forse sarebbe meglio dire dimenticato – tutte le nefandezze commesse da Colombo e dai suoi uomini al loro arrivo nelle Bahamas e in tutti gli anni seguenti.

Quando gli esploratori giunsero nel luogo che nominarono San Salvador, infatti, furono accolti con curiosità e benevolenza dagli indigeni Taino, i quali, da quanto racconta lo stesso Colombo, non imbracciarono le armi, ma al contrario vollero conoscere gli uomini venuti per mare e commerciare con loro.

Scrive Colombo: “Gli abitanti (…) mancano di armi, che sono a loro quasi ignote, né a queste son adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi […] Del resto, quando si vedono sicuri, deposto ogni timore, sono molto semplici e di buona fede, e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richieggia nessuno nega ciò che ha, ché anzi essi stessi ci invitano a chiedere” (Prima relazione sul viaggio nel Nuovo Mondo, 14 marzo 1493)

Colombo, pragmatico e serenamente convinto della propria superiorità di uomo bianco, cristiano e civilizzato non ci pensò invece due volte a costringere in schiavitù quanti più uomini poteva, così da poter tornare in Europa con un dono esotico per la corona spagnola, che aveva finanziato la spedizione, come se si trattasse di un animale mai visto fino ad allora. Il tutto condito da stupri ed esecuzioni pubbliche, che nella storia delle conquiste non sono mai mancati.

Ma non solo, egli compì altri viaggi nel Nuovo Mondo e fu infine premiato col titolo di governatore di Santo Domingo, capitale della Repubblica Dominicana, dal quale fu poi destituito nel 1500 dagli stessi sovrani di Spagna per via del modo tirannico e disumano in cui amministrava la colonia. Tra i documenti del processo sono presenti tra le altre cose le testimonianze di 23 persone che confermarono le torture effettuate dal governatore.

Posto tutto questo, non volendo né essendo in grado di dare giudizi netti e contestualizzando Colombo in un’epoca i cui valori erano ben diversi da quelli odierni, non possiamo che fare un passo indietro e celebrare la sua impresa nel modo più consapevole possibile, soffermandoci giustamente sulla portata rivoluzionaria della sua spedizione, ma senza ignorare la bassa caratura morale degli uomini che le hanno compiute.

Tangentopoli: la fine di un’era?

di Francesco Marinoni

Il 1992 è stato sicuramente un anno cruciale nella storia recente del nostro Paese e ha rappresentato, per alcuni aspetti, un forte elemento di rottura rispetto alla stagione precedente, in particolar modo a livello politico. È l’anno dei grandi attentati di mafia: il 23 maggio il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta vennero uccisi da una bomba nella strage di Capaci e poco dopo, il 19 luglio, trovarono la morte anche il collega Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta nella strage di Via d’Amelio. Due eventi che sconvolsero l’intero Paese, dando l’immagine di uno Stato non in grado di proteggere i suoi rappresentanti contro un’organizzazione criminale che non si poneva alcuno scrupolo nel combatterlo.

Tuttavia, il 1992 verrà ricordato anche per un altro motivo: una serie di indagini inizia a far luce sul più grande scandalo di corruzione italiano, che prenderà il nome di Tangentopoli. Il 17 febbraio Mario Chiesa, esponente di spicco del PSI milanese, viene arrestato nell’atto di incassare una tangente di 7 miliardi di lire da un imprenditore brianzolo. Data la sua posizione all’interno del partito, Chiesa viene immediatamente dipinto come un caso isolato, in primo luogo dal leader Craxi, per cercare di salvare l’immagine e contenere il caso, che fin da subito però appare impossibile da nascondere. Già nelle elezioni politiche dello stesso anno si registra un calo di consensi considerevole per i grandi partiti, con la crescita di forze emergenti (fra cui una certa Lega Nord, che tutti conosciamo bene) che cavalcano questa onda di indignazione nei confronti di ciò che le indagini stanno iniziando a rivelare.

Il terremoto non si ferma: il 12 settembre dello stesso anno Sergio Moroni, esponente del PSI, si toglie la vita in seguito al coinvolgimento nelle indagini e nell’anno successivo una pioggia di avvisi di garanzia colpisce tutti i principali partiti tradizionali. La bufera imperversa e il 20 aprile 1993, in seguito a una grande manifestazione di protesta a Roma, si assiste allo storico evento del lancio delle monetine contro Craxi, che diverrà poi un simbolo ricordato a lungo negli anni successivi: in seguito a questo episodio, lo stesso leader del PSI ammette per la prima volta l’esistenza dei “finanziamenti” diretti verso il suo partito. Nelle indagini in corso si distingue inoltre in particolare un magistrato, Antonio Di Pietro, che diventa il simbolo di questa battaglia condotta per scoperchiare il più grande vaso di Pandora della politica italiana: un nome che sicuramente molti di noi ricorderanno per le sue alterne fortune politiche in anni più recenti, ma che in quel momento diventa una figura di riferimento cruciale agli occhi dell’opinione pubblica.

Qualcosa a un certo punto però sembra rompersi: nel 1994 il Paese torna al voto e un certo Silvio Berlusconi è il vincitore delle elezioni, sceso in campo pochi mesi prima, dando inizio di fatto a una nuova stagione della politica italiana. Nello stesso anno avviene anche la fuga di Craxi in Tunisia e viene approvato dal parlamento il controverso decreto Biondi (13 luglio), che ammorbidisce il trattamento per le persone coinvolte in indagini per reati di corruzione: sono i primi segnali che l’opera di “liberazione” della classe politica sta prendendo una piega poco incoraggiante. In seguito a questi eventi lo stesso Di Pietro, insieme al pool di magistrati che si sta occupando dell’indagine (che verrà ricordata con il nome Mani Pulite), chiede di essere assegnato ad altri incarichi, in segno di protesta.

Il primo governo Berlusconi ha vita breve e già il 19 dicembre 1994 perde la fiducia del parlamento: viene sostituito da un governo tecnico guidato da Dini. Si chiude così la cosiddetta Prima Repubblica, aprendo una nuova stagione della politica italiana, che fin da subito però, per quanto sulla carta sia popolata da molti esponenti nuovi, sembra avere molta affinità con i meccanismi e le modalità di chi li ha preceduti. L’interesse per le indagini viene progressivamente distolto, in primis dallo stesso Berlusconi, ma con un accordo trasversale più o meno da tutte le forze politiche. L’eredità di tutto questo si trascina poi fino ad oggi, dove assistiamo a un panorama politico in cui gli scandali di corruzione, sebbene mai abbiano raggiunto la portata di Tangentopoli, non sono certo episodi sporadici che facciano pensare che quanto avvenuto nel 1992 sia bastato a cambiare radicalmente il sistema. La corruzione era e resta uno dei problemi endemici dello Stato italiano, i cui effetti pesano fortemente sul funzionamento degli apparati statali e quindi, di conseguenza, su tutti noi cittadini.

Se c’è una cosa che Mani Pulite ci ha sicuramente lasciato in eredità è un sentimento di sfiducia e diffidenza profonda verso chi ci governa, che si è declinato in movimenti che, con maggiore o minore successo, hanno provato a portare avanti ideali di cambiamento radicale e rovesciamento dello status quo nello scenario attuale che molti definiscono come la “stagione dei populismi”: quel che è certo è che, fino a oggi, nessuno si è tuttavia dimostrato in grado di dare davvero un cambio di registro tale da poter affermare che il problema della corruzione appartenga solo al passato. 

Beyond the limits

di Elisa Morlotti

Siamo negli anni ’60. Dopo un periodo di grande crescita economica e di diffusione del benessere in molti Paesi del mondo, iniziano a farsi evidenti le problematiche causate dalle attività umane e il degrado dell’ambiente assume i caratteri di una vera e propria emergenza. In questi anni inizia a diventare condivisa la critica alla modifica dell’ambiente da parte dell’uomo: un po’ ovunque nascono gruppi che si propongono di lottare a favore della tutela degli ambienti naturali e delle specie animali in via d’estinzione (solo per citarne alcuni, il WWF -World Wildlife Fund- viene fondato nel 1961, l’associazione Greenpeace nel 1971). Poiché il crescente sviluppo industriale e tecnologico necessita di un uso sempre maggiore di energia, negli anni ’70 risulta chiaro che per sostenere la crescita economica è necessario utilizzare fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, che nel XX secolo rappresentano la principale fonte di energia e la prima causa dell’inquinamento atmosferico. Nasce l’idea dello sviluppo sostenibile, ossia di una crescita economica rispettosa dell’integrità dell’ambiente e delle risorse.

È in questo contesto che viene fondato il Club di Roma. Nato nell’aprile del 1968 dall’incontro di una trentina di scienziati, economisti, industriali e umanisti, il Club di Roma è un’organizzazione informale che si propose di comprendere le componenti economiche, sociali e naturali che caratterizzavano il sistema globale di allora e di “discutere di un argomento di impressionante portata – i dilemmi, presenti e futuri, dell’uomo”[1]. Per questo motivo il Club commissionò a una equipe di studiosi del MIT (Massachusetts Institute of Technology) una ricerca volta a costruire delle linee di tendenza di fattori determinanti per la vita sulla Terra, al fine di trovare un’eventuale soluzione alla “World problematique” (“problematica globale”), di cui sono aspetti preoccupanti la povertà, il degrado dell’ambiente, la perdita di fiducia nelle istituzioni statali, la precarietà del lavoro, l’inflazione e ogni crisi monetaria ed economica. I risultati di questa ricerca furono esposti nel cosiddetto “Rapporto Meadows”, dal nome della coordinatrice del progetto, pubblicato nel 1972 con il nome The limits to growth.

Il rapporto steso dal MIT analizza le relazioni fra i cinque fattori base (la crescita della popolazione, la mancanza di cibo, il consumo di risorse naturali non rinnovabili, la produzione industriale e il degrado ambientale) che determinano, e quindi possono limitare, lo sviluppo su questo pianeta. Le conclusioni a cui giunse il team di scienziati che si occupò della ricerca possono essere riassunte brevemente in tre concetti chiave. Anzitutto, se la crescita della popolazione mondiale, dell’industrializzazione e dell’inquinamento, la produzione di cibo e il consumo di risorse continuerà invariato, entro un centinaio di anni si raggiungeranno i limiti allo sviluppo del nostro pianeta. In secondo luogo, è possibile modificare questi ritmi di crescita e stabilire una condizione di stabilità ecologica ed economica che sia sostenibile anche nel futuro. Questo potrebbe fare in modo che ogni persona veda soddisfatti i propri bisogni primari e abbia le identiche possibilità di realizzare il proprio potenziale umano. Infine, tanto prima la comunità umana inizierà ad impegnarsi in questa direzione, tanto maggiori saranno le possibilità di raggiungere risultati soddisfacenti.

Nonostante le tesi espresse nel rapporto del MIT siano gravi e angoscianti, troppo poco è stato fatto per risolvere la problematica globale. Nei due aggiornamenti del rapporto del MIT del 1992 (Byond the limits) e del 2004 (Limits to Growth: The 30-Year Update) emerge chiaramente che i limiti di produttività del nostro pianeta sono stati già superati e che è sempre più urgente modificare il nostro modo di abitarlo. È indispensabile mettere in atto quella “rivoluzione sostenibile” che gli autori auspicano, grazie all’impegno di tutti, cittadini, politici ed economisti: non possiamo indugiare più.


[1] D. H. Meadows, D. L. Meadows, J. Randers, W. W. Behrens, The limits to growth. A report for the Club of Rome’s project on the predicament of mankind, Universe Books, 1972.

Il negazionismo storico mette a rischio i rapporti atlantici tra Giappone e Stati Uniti

di Brian Arnoldi

Il 13 dicembre 1937 le truppe giapponesi entrano a Nanchino, allora capitale della Cina, dopo aver messo a ferro e fuoco il nord del Paese per cinque mesi, in quello che fu il più sanguinoso atto del preambolo asiatico alla Seconda guerra mondiale, la Seconda guerra sino-giapponese. L’occupazione giapponese della capitale si protrasse per anni, ma furono i primi mesi a vedere il maggior numero di crimini di guerra: un terzo della città fu dato alle fiamme, mentre l’esercito si insediò nei palazzi governativi e praticò furti e razzie nel resto della città passando in rassegna ogni abitazione. I funzionari cinesi vennero catturati ed insieme a loro tutto il ceto politico e militare della città, oltre ad altre migliaia di cittadini, bambini compresi: la mancanza di campi di prigionia in Giappone ed in Manciuria tuttavia portò all’uccisione dei prigionieri, che vennero massacrati a migliaia nell’arco di poche settimane. Le donne tuttavia furono la categoria sociale colpita con più brutalità: a Nanchino i soldati stuprarono in massa le donne cinesi, torturandole tagliando loro i seni ed arrivando persino ad ucciderle, dopo averle violentate, impalandole con le loro stesse baionette. Proprio per via della brutalità con cui vennero trattate le donne durante l’assedio della città, il saccheggio della capitale cinese ed i crimini di guerra annessi sono spesso indicati con il termine stupro di Nanchino.

Eppure, consultando un libro di Storia edito in Giappone o un manuale storico per le scuole, della locuzione stupro di Nanchino non vi è neanche traccia. Molti manuali non parlano nemmeno degli avvenimenti, annoverandoli tra i fatti di secondaria importanza che prepararono il teatro per la Seconda guerra mondiale, che certamente non mancò di dare prova al mondo dell’efferatezza di altri popoli. Non è però qui che si fermano il negazionismo ed il revisionismo storico del Giappone: la Guerra sino-giapponese e la Seconda guerra mondiale vengono spesso trattate in maniera parziale e distorta, arrivando persino a mentire ai cittadini in merito alla natura dell’attacco a Pearl Harbor. La guerra viene travisata asserendo una finalità anticoloniale del Giappone, che non intendeva conquistare le zone che ha strappato al governo degli inglesi, dei francesi o degli olandesi, ma liberarle dal dominio coloniale. In realtà invece il Giappone collaborò con l’amministrazione francese di Vichy e con le élite inglesizzate, respingendo gli inglesi di discendenza o nazionalità britannica solo perché schierati nella fazione opposta durante la guerra. Agli ex-domini inglesi e francesi comunque i giapponesi concessero un certo autogoverno, facendo anche promesse per un’indipendenza che non si verificò mai: solo nel 1945 infatti l’Indocina Francese divenne indipendente, a guerra praticamente finita e mentre il potere giapponese sulla regione era pressoché nullo. Al contempo, il Giappone aveva però invaso la Thailandia ed aveva sottoposto l’Indonesia ad un regime ancora più stringente di quello dei Paesi Bassi, trattando dunque l’arcipelago indonesiano come una vera e propria colonia.

La visione che il Giappone dà della Seconda guerra mondiale è dunque storicamente ed ideologicamente scorretta, ideata per plagiare le menti dei giovani studenti e per fomentare il nazionalismo nel Paese. E non è dunque un caso che i principali editori di libri scolastici del Giappone siano tutti uomini del PLD (Partito Liberal-Democratico) molto vicini all’attuale primo ministro Shinzo Abe, che rappresenta l’ala più conservatrice e nazionalista del Partito. Questa narrazione, che secondo Makoto Sakurai, leader politico del JFP (Japan First Party, l’Estrema Destra giapponese), ha il fine di «rendere i bambini giapponesi fieri della propria Storia al pari di quelli del resto del mondo», crea però un grande interrogativo: se il Giappone è una delle vittime della Seconda guerra mondiale, chi fu il carnefice del Teatro del Pacifico nella Seconda guerra mondiale? La risposta a questo interrogativo è semplice: gli Stati Uniti d’America. La convinzione che vede gli americani come l’Impero del male che avrebbe aggredito i liberatori nipponici, è oggi condivisa presso una parte cospicua del ceto medio giapponese e non solo dagli estremisti e dai neonazisti, ma viene solo sussurrata nelle stanze del potere della destra sovranista: i suoi esponenti temporeggiano, non ne prendono le distanze procedendo verso una maggiore accuratezza storica ma nemmeno la abbracciano.

Questo avviene perché la collocazione geopolitica del Giappone non può che essere quella atlantica all’interno della NATO: il Sol Levante è circondato da nemici troppo forti, come la Russia e la Cina, per non necessitare dell’aiuto militare e politico americano. Inoltre, il Presidente americano Donald Trump è il modello a cui molti politici della destra nazionalista fanno riferimento: non a caso il nome Japan First Party scimmiotta il motto America First, mentre Trump ed Abe hanno ottimi rapporti personali e politici. Riportare in auge un dibattito vecchio di mezzo secolo sull’interpretazione della Seconda guerra mondiale sarebbe sconveniente per i giapponesi, che si guardano bene dal farlo: allentare i rapporti atlantici significherebbe perdere gli accordi economici di libero scambio con gli Stati Uniti e potenzialmente quelli con i ricchi Paesi NATO, mentre il possibile ritiro delle navi da guerra americane dal Mar del Giappone potrebbe portare a nuove tensioni con la Cina oppure spostare gli equilibri in favore della Corea del Nord. È per questo che il negazionismo revisionista giapponese non viene ancora sbandierato al mondo, ma rimane sopito, pur scalando i consensi del ceto medio e venendo utilizzato dalla classe politica per fare propaganda politica propugnando l’idea di una nuova era di splendore per il Paese. Ed è proprio a questa nuova epoca di splendore che si è rifatto l’Imperatore Naruhito, nipote di Hirohito, l’Imperatore dell’aggressione giapponese a Nanchino: l’era che Naruhito ha inaugurato per il Giappone è infatti chiamata Reiwa, ovvero “splendente armonia”, ammiccando pericolosamente ai nazionalisti giapponesi, che dalla grande e commossa partecipazione popolare all’incoronazione imperiale non hanno fatto altro che ottenere consensi su consensi sul piano elettorale, segnando probabilmente l’inizio della ricaduta del Giappone verso le stesse spire dell’autoritarismo e del nazionalismo che lo portarono, poco più di ottant’anni fa, ad inaugurare la Daitowa Senso, ovvero la Grande guerra dell’Oriente.

Church church burning bright

di Lorenzo Caldirola

Dopo i fatti del 15 Aprile, ovvero l’incendio di Notre Dame a Parigi, e trovandoci a trattare in questo numero di vecchiaia è giunta l’occasione per discutere di monumenti, memoria storica e conservazione dei beni culturali.

Sapete, quando in Italia si parla di certe cose si finisce sempre tra chi «abbiamo il patrimonio storico/artistico/culturale più grande del mondo e non siamo in grado di valorizzarlo» e chi invece «mannaggia la crisi, non abbiamo i soldi per pagare le pensioni, figuriamoci se dobbiamo andare a spendere miliardi per ripulire i monumenti».

Per quanto sarebbe facile parteggiare per la prima opinione non è tuttavia sbagliato considerare che se una chiesa, una colonna, una tomba è lì in piedi da 500, 1000 o chissà quanti anni allora può tenersi insieme per ancora un paio di secoli senza il nostro aiuto. Teniamo presente che Notre Dame ha preso fuoco durante i lavori di restauro; è stupido, parziale e ignorante dirlo ma si può anche provare a fare due più due…

Ulteriore elemento che ha suscitato qualche polemica sono stati i miliardi di euro di donazioni raccolti per finanziare le riparazioni dei danni che l’incendio ha arrecato alla cattedrale francese. È stato meraviglioso vedere quanto grande può essere l’amore del mondo intero per un monumento così importante, peccato che quando si cercavano fondi per il restauro ordinario di Notre Dame, molto prima dell’incendio, tutti avessero il braccino corto.

Demagogia a parte è proprio questo quello su cui intendevo riflettere. Perché se siamo tutti d’accordo sul fatto che prevenire è meglio che curare ci mettiamo in moto solo in seguito a una tragedia? E non parlo solo di Notre Dame e non parlo solo di monumenti *cough* *cough*. Poi ovviamente le variabili in gioco sono troppe e non me la sento di giudicare oltre da dietro uno schermo.

Credo di aver messo in luce una parte del problema e nonostante tutto non ho ancora un’opinione chiara in merito. Cioè boh, le chiese son belle, i quadri son belli, tutto ciò che ci parla di un tempo che non c’è più è importantissimo, eppure mi piace pensare di vivere nell’oggi, di pensare al futuro, di gettarmi alle spalle il passato, non dovrebbe importarmi se una cattedrale va a fuoco, un grattacielo di cristallo è ugualmente bello e mille volte più funzionale.

No dai, ovviamente scherzavo, torniamo a fare la rubrica di Storia. Visitate nuovi posti, andate a vedere musei e monumenti e rispettate ciò che vi sta intorno perché gli uomini passano ma le opere restano, a maggior ragione se ci impegniamo a preservarle. 

Non c’è potere senza sottomissione

di Lorenzo Caldirola

Scaligeri, Visconti, Medici, Montefeltro e altri nomi altisonanti risuonano nelle nostre orecchie insieme a parole forti come potere, intrighi, dominio, ricchezza e chi più ne ha più ne metta. Ma erano davvero questi principati e signorie a detenere il Potere in Italia nel XIV e XV secolo?

Il ruolo del Signore, Principe, Tiranno o qualsiasi altra etichetta che gli si voglia dare non fu affatto semplice; difatti la coperta era sempre troppo corta e chi voleva detenere il potere doveva contemporaneamente stare attento a non pestare i piedi alla Chiesa, che ai tempi era all’apice del proprio splendore e deteneva possedimenti praticamente ovunque ed esercitava un’influenza impareggiabile sul popolo, ed evitare di apparire troppo importante agli occhi dell’Imperatore (del Sacro Romano Impero) che non avrebbe tardato a deporlo. Inoltre, doveva impegnarsi a non ledere troppo l’immagine che i cittadini avevano della forma di governo della città che formalmente in molti contesti restava una Repubblica.

Chi in questa spinosa situazione riuscì a mantenere saldo il potere e perciò è passato alla Storia non fu chi ebbe dalla sua la forza delle armi ma chi seppe al meglio districarsi nella complessa arte della diplomazia.

E fu così che Cosimo il Vecchio de Medici ricoprì giusto un paio di volte il ruolo di gonfaloniere di giustizia e negli ultimi dieci anni di potere non ricoprì nemmeno una carica ufficiale, così come il suo più illustre successore Lorenzo il Magnifico. Matteo Visconti ottenne il titolo di vicario imperiale pagando profumatamente Enrico VII così come fecero gli Scaligeri e i Gonzaga. Infine i signori dell’Italia centrale, ad esempio Malatesta e Montefeltro, non erano che, formalmente, vassalli del Papa.

Come potete immaginare la situazione era difficile e per prosperare le magnifiche signorie italiane, vanto della nostra Storia, dovettero chinare il capo ai veri potenti del tempo, Impero e Papato, e al contempo governare nell’ombra, in alcuni casi senza mai ricoprire cariche ufficiali, per non contrariare troppo i più zelanti fra i personaggi del popolo. È questo motivo di vergogna? Direi di no, dopotutto come ci insegna il Machiavelli l’importante è mantenere il potere ed esercitarlo al meglio, se per farlo tocca pulire con la lingua qualche suola vescovile lo si fa, per la Storia e la gloria eterna!

Storia della vacca sacra

di Francesco Marinoni

Il particolare rapporto dell’India con le vacche è da tempo conosciuto in tutto il mondo e viene spesso considerato come una tradizione millenaria, una caratteristica della cultura e della religione del Paese. Confesso che anche io, prima di scrivere questo articolo, ero convinto di questo. Andando a fare delle ricerche più approfondite però si scopre che la storia è andata in modo diverso da quel che si pensa.

In effetti esiste, nell’Atharvaveda (V. 18), un’indicazione in questo senso:

  1. Gli dei non la dettero a te perché tu la mangiassi, o Re. Non desiderare, o nobile, di mangiare la vacca del brahmano che non deve essere mangiata.
  2. Un nobile malvagio, sfortunato ai dadi, che ha perso al gioco perfino se stesso, solo lui potrebbe mangiare la vacca del brahmano perché si augura di vivere oggi e non domani.

Tuttavia un’interpretazione meno letterale di questo principio suggerisce che il divieto sarebbe da intendersi più che altro come un riferimento generale ai beni del brahmano: la vacca è presa come simbolo per indicare tutto ciò che gli appartiene. Nel corso dei secoli questa interpretazione è stata però progressivamente soppiantata da una lettura più integralista, che ha portato al diffondersi dei divieti di consumare carne e macellare i bovini.

Dopo un primo tentativo di promuovere la protezione della vacca durante la breve vita dell’Impero Sikh (1801-1839), il momento di maggior diffusione del culto della vacca coincide con il consolidarsi dell’identità nazionale indiana. Il primo Cow Protection Movement è attivo infatti solamente dal 1880 e riscuote subito un discreto successo fra tutti i movimenti induisti, più o meno radicali. L’animale diventa un simbolo da contrapporre alle minoranze musulmane e, soprattutto, ai coloni inglesi; segna un importante distinzione rispetto alle altre culture e, con la rivoluzione indiana, viene portata avanti come battaglia dallo stesso Gandhi.

Nonostante l’India non abbia leggi specifiche che regolamentano la questione della vacca (esiste solo un accenno alla questione in un articolo della Costituzione), quasi tutti gli Stati che compongono la nazione hanno adottato provvedimenti più o meno restrittivi in difesa di questa tradizione. Questo ha portato quindi al riconoscimento definitivo della sacralità dell’animale che viene associata comunemente al popolo indiano, anche se in realtà i dati su consumo e produzione di latte e latticini puntano in un’altra direzione. È infatti nota l’esistenza di allevamenti intensivi destinati all’esportazione in numero simile a quelli presenti in Paesi come il Brasile e l’Australia, e le condizioni in cui versano gli animali in questi luoghi è spesso motivo di controversie.

I movimenti che difendono queste norme sono quindi inevitabilmente legati alle frange più nazionaliste della popolazione e diventano più che altro uno strumento di facciata, sfruttato per l’isolamento e l’opposizione alle minoranze religiose (soprattutto musulmane).

La radice dei conflitti contemporanei

di Brian Arnoldi

L’11 novembre 1918, si concludeva la Grande Guerra. Il più grande conflitto finora affrontato dall’uomo si chiudeva con una netta vittoria delle potenze Alleate, che utilizzarono la propria posizione predominante per farsi giudice, giuria e talvolta persino boia degli Imperi Centrali: gli Alleati infatti non decisero solo di trarre dalla guerra quanti più vantaggi territoriali ed economici possibili, ma anche di umiliare la Germania, l’Austria-Ungheria e l’Impero Ottomano. 

La scelta degli Alleati si sarebbe tuttavia rivelata assolutamente controproducente appena dopo i trattati di pace, se non già durante gli stessi: alla Conferenza di Parigi non vennero mai invitate le potenze sconfitte, che si limitarono a sottoscrivere i trattati sotto la minaccia di una riprese delle ostilità, mentre alcuni Paesi che sedettero tra i vincitori della Grande Guerra, come l’Italia e la Serbia, ne uscirono profondamente delusi e con una forte avversione per i francesi e per gli inglesi. Fu proprio da questo sentimento, o quantomeno anche da questo sentimento, che trassero la propria fortuna i regimi dittatoriali del Novecento: la risoluzione delle questioni territoriali dell’Istria e della Dalmazia fu il motivo che spinse molti ex-soldati a militare per il fascismo, mentre in Germania l’odio per le potenze alleate si era focalizzato sul Corridoio di Danzica, che di fatto separava in due il Paese. 

Le divisioni territoriali operate dagli Alleati ai danni dell’Austria-Ungheria e dell’Impero Ottomano hanno poi avuto conseguenze a lungo termine: la creazione della Yugoslavia si rivelò presto una totale inottemperanza del principio di autodeterminazione dei popoli, dal momento che all’interno del Paese furono costrette a convivere popolazioni ortodosse, cattoliche e islamiche in un costante stato di conflitto interno che sarebbe sfociato in guerra civile solo negli anni Novanta. Un caso simile fu quello dell’Iraq, che fu creato unendo zone sciite e sunnite a zone popolate dai curdi yaziti, mentre non venne nemmeno rispettato l’ordinamento statale preesistente, che era basato sul legami tribali di stampo pseudo-feudale, ma venne imposta un’organizzazione nazionale sotto forma di un protettorato inglese. Da qui nacque poi la questione curda, dal momento che la creazione del Curdistan venne auspicata durante i trattati ma non si concretizzò mai per via dell’incapacità di inglesi e francesi di giungere ad un accordo sulla divisione territoriale della zona. L’ultima questione che sorse in seguito ai trattati di pace fu quella dello Stato di Israele: il nascente nazionalismo ebraico, unitamente al protettorato inglese sulla Palestina, permise a numerosissimi ebrei europei di trasferirsi in quello che essi consideravano essere legittimamente il proprio Stato Nazionale, portando, all’indomani della seconda guerra mondiale, all’apertura di un conflitto ancora insoluto.