La trasfigurazione infantile nelle opere di Paul Klee

di Andrea Riva

Molti sono gli artisti che hanno portato il tema dell’infanzia all’interno delle loro opere, basti pensare all’arcinota poetica del fanciullino di Giovanni Pascoli. Tra questi possiamo annoverare certamente Paul Klee, prolifico pittore novecentesco che, attraverso uno stile unico e personale, è stato capace di integrare nella sua arte diversi elementi provenienti dalle più celebri correnti artistiche del XX secolo.       
Tra tutte è però l’Astrattismo l’avanguardia a cui il nome di Klee viene solitamente associato. La sua adesione nel 1911 al gruppo espressionista del “Cavaliere Azzurro” di Vasilij Kandinskij e Franz Marc segna per lui il primo decisivo passo verso un’arte sganciata da ogni preciso riferimento figurativo alla realtà esterna.
«L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile»: con queste parole Klee dichiara per l’appunto di voler considerare l’arte non come uno strumento con il quale descrivere e rappresentare la realtà circostante, quanto, piuttosto, come un mezzo per rivelarne i suoi meccanismi più reconditi. Questa concezione dell’arte ben si sposa con un altro tema della pittura di Klee, che è quello che ci riguarda: quello dell’infanzia.

Poster Premium Castello e sole

Paul Klee, Castello e Sole, 1928

L’interesse di Klee per il disegno infantile nasce già nel 1902, quando casualmente s’imbatté in alcuni suoi disegni realizzati da bambino.  Di queste piccole opere primordiali Klee ammira soprattutto la capacità di guardare il mondo in modo innocente e senza filtri. Scriveva Klee «I signori critici  dicono spesso che i miei quadri assomigliano agli scarabocchi dei bambini. Potesse essere davvero così! I quadri che mio figlio Felix ha dipinto sono migliori dei miei». Ecco quindi che la visione astratta della sua pittura passa proprio da questa innocenza puerile, da questo sguardo infantile.

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932 

Un altro evento significativo per la maturazione artistica di Klee sarà un viaggio in Tunisia nel 1914 dove il pittore, rimasto particolarmente colpito dal colore e dall’atmosfera dei paesaggi nordafricani, prenderà una nuova consapevolezza dell’utilizzo del colore proprio con lo scopo di raggiungere quella trasfigurazione della realtà. Le sue opere quindi, i cui soggetti non sono mai comunque totalmente astratti, a differenza di quelli di Kandinskij, sono caratterizzate dall’utilizzo di forme e figure primitive ed infantili e da una significativa valorizzazione dei colori.  

Un esempio emblematico di tutto ciò è il suo dipinto Villa R., dove un’abitazione proveniente da qualche remoto ricordo d’infanzia viene trasfigurata in un luogo magico, formato da coloratissime forme geometriche che ricordano alcuni giochi per bambini.

Paul Klee, Villa R., 1919

Quando l’arte progetta il futuro: La Città Nuova di Antonio Sant’Elia

di Andrea Riva

L’arte ha insita in sé la stupefacente capacità di rendere visibili le astratte creazioni dell’immaginazione e della fantasia umana. Rappresentare con linee e colori ciò che altrimenti esisterebbe solo nella nostra mente ci permette di creare nuovi mondi e nuovi spazi. Tali realtà virtuali, come abbiamo detto più volte nel numero di questo mese, sono innanzitutto un modo per evadere da quella che invece è la nostra realtà, realtà  in cui siamo immersi e che ogni giorno ci circonda. Ma non è solo questo. Rappresentare queste realtà vuol dire anche renderle in qualche modo più concrete, meno sfuggenti.
D’altronde, chi ha mai detto che una realtà virtuale debba per forza rimanere tale? A volte un mondo immaginario può diventare una fonte d’ispirazione, un modello a cui possiamo guardare per riplasmare e trasformare il reale.

Parlando di realtà virtuali, molto spesso ci siamo collegati al tema delle nuove tecnologie e del progresso scientifico. Proprio per questo motivo, per questa rubrica mi è sorto spontaneo trattare del movimento artistico che ha fatto del progresso il soggetto prediletto delle sue opere, ossia il futurismo. In particolare, un esponente di questa avanguardia artistica che ha saputo dar vita ad un’interessante realtà virtuale è stato Antonio Sant’Elia.
Pittore e architetto nato a Como nel 1888, Sant’Elia è divenuto celebre in particolare per la realizzazione tra il 1913 e il 1914 della serie di tavole della Città nuova, in cui vengono rappresentati gli imponenti edifici di una visionaria metropoli moderna. Ad animare queste costruzioni immaginarie sono i principi di cui l’architetto parla nel Manifesto dell’architettura futurista, di cui riportiamo il primo punto: «Che l’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza».
Nei suoi disegni (tra i più celebri annoveriamo il Disegno di una centrale elettrica e Stazioni d’aeroplani e treni ferroviari) vengono quindi ricreate ambientazioni quasi fantascientifiche (proprio le tavole di Sant’Elia hanno ispirato Fritz Lang nella realizzazione delle architetture del suo capolavoro cinematografico Metropolis) dove ogni ornamento architettonico viene bandito per lasciare invece spazio all’uso spregiudicato delle tecnologie e alla «meccanica semplicità» delle dinamiche linee dei nuovi monumenti.
Nella realizzazione delle sue tavole Sant’Elia sa bene che le sue città sono irrealizzabili; i suoi progetti vogliono essere profezie, sollecitazioni, provocazioni per l’avvenire. Proprio come dicevamo in precedenza, si tratta di una realtà virtuale che vuole fornire spunti, in questo caso per la realizzazione dei paesaggi urbani del futuro.
Effettivamente, ad oltre un secolo di distanza, volgendo il nostro sguardo agli skyline delle più grandi metropoli dell’epoca contemporanea, non possiamo non notare come le città futuriste di Sant’Elia, più che utopiche visioni, siano diventate concrete realizzazioni. Ecco dunque che quella che ad una primo sguardo poteva essere solo un’immaginaria realtà virtuale si è infine tramutata nella “realtà reale” dei nostri tempi.

Merda d’artista

di Ludovica Sanseverino

Ci troviamo nei prorompenti anni ’60. Gli anni dell’ascesa della tecnologia, della comunicazione di massa e della globalizzazione. Un tempo in cui l’arte ha bisogno, soprattutto, di essere rivalutata anche in campo tecnologico, mettendo in campo artisti che si impegneranno nel porre la tecnologia e la manipolazione dei media al centro delle loro opere, cercando di esercitare un’azione non solo estetica ma politica e sociale. Stiamo parlando di un’epoca in cui la libertà individuale e d’espressione viene richiesta a gran voce, sia agli inizi degli anni 60, simboleggiati dall’America di Kennedy, sia alla fine del decennio con le rivoluzioni culturali del ’68. Gli artisti conseguentemente si rifiutano di adottare metodi “tradizionali”, definiti “ricchi e borghesi”, per creare le loro opere, preferendo materiali poveri e presenti in natura.

Vediamo la nascita di un’arte definita “del consumo”, denominata poi all’inglese popular art (Pop art) dall’inglese e critico Lawrence Alloway, che già aveva iniziato a nascere anche prima dell’inizio del decennio. Un’arte riproducile in serie che in Italia viene presa assolutamente alla lettera da Piero Manzoni e la sua Merda d’artista; un artista che cavalca l’onda dell’arte concettuale dove, appunto, l’idea viene molto prima della realizzazione dell’opera stessa. L’opera di Manzoni fu creata nel 1961 e in sé sigilla un vero e proprio concetto provocatorio: Manzoni confezionò esattamente 90 scatolette (la dicitura esterna di ogni scatoletta recita: “Merda d’artista. Contenuto netto gr 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961”) al cui interno dovrebbe essere presente ciò che viene dichiarato nell’etichetta. Le opere sono pensate per essere vendute a seconda delle quotazioni di mercato raggiunte dall’oro.

Ovviamente, le suddette scatolette non possono essere aperte, ergo bisogna fidarsi della parola dell’artista, che da solo l’ha eletta a opera d’arte. Al suo interno dovrebbe esserci del materiale da lui definito intimo, ma nessuno saprà mai esattamente cosa conterranno. Nel 2007, in un articolo del Corriere della sera, Agostino Bonalumi, amico di Manzoni, afferma che all’interno del barattolo è contenuto solo del gesso. Invece, nel 2008, Bernard Bazile esibì a Parigi una delle lattine aperte e all’interno era presente una lattina più piccola avente al suo esterno la stessa dicitura. Insomma, come si suol dire, una gran presa per il culo. Basti pensare che Vittorio Sgarbi, in una puntata de L’aria che tira, definì le suddette scatolette come “scatolette di merda”, associandole in parallelo al concetto delle fake news. E se lo dice Sgarbi…

Io, vecchia opera d’arte

di Elisa Morlotti

Wang Suzhong è un uomo che vive, ormai da anni, solo, in una casa popolare di Chengdu, nel sud-ovest della Cina. Estremamente attento alla cura della sua persona e alla sua apparenza, si guadagna da vivere posando nudo per gli studenti delle scuole d’arte e delle università della sua città diversi giorni a settimana, anche più di una volta al giorno. Quello che stupisce di quest’uomo è che ha quasi novant’anni.

Per quasi tutta la vita, Wang ha lavorato come sarto nell’industra della moda e, facilitato anche dalla sua professione, è sempre stato attratto dalle forme d’arte che vedono come protagonista il corpo umano. Ha iniziato a lavorare come modello nel 2012. Se da una parte questo impiego ha rappresentato per lui il coronamento di un sogno, dall’altra è un ottimo antidoto alla solitudine e alla malinconia. Wang è uno dei cosiddetti empty nester cinesi, cioè un padre i cui figli hanno lasciato la casa e che è quindi costretto a vivere solo l’ultima parte della sua vita. Gli empty nester sono considerati una piaga sociale per la Cina, tanto che, nel 2013, il governo cinese ha approvato una legge che obbliga i figli che vivono lontani dai genitori a chiamarli o far loro visita frequentemente. In un contesto che considera l’anziano come un peso per la società, e che quindi lo spinge a sentirsi inutile ed escluso, Wang insegna che a qualsiasi età si può essere partecipi della vita sociale e ci si può rendere utile per la comunità. Il messaggio che Wang lancia a tutti gli empty nester della sua provincia è chiaro: nella nostra società c’è un posto anche per voi, non abbiate paura di farne parte. Wang è un esempio e uno stimolo per tutti quegli anziani cinesi che non si sentono più coinvolti e accettati da una comunità a cui hanno dedicato tutta la vita. In questo senso, la storia di Wang è anzitutto la storia di un riscatto sociale.

Wang svolge un lavoro che molti si rifiuterebbero di fare, ma che è estremamente utile per i giovani artisti. Anche se, secondo la mentalità cinese, essere un modello di nudo è ancora disonorevole, ha dato un senso nuovo ed interessante alla sua vita grazie a questa attività.

La sua storia ha tanto altro da insegnarci. Wang ci ricorda che un vecchio non è solo saggezza, nostalgia del passato oppure confusione mentale, ma anche fisicità, e che il corpo di un anziano è un degno soggetto dell’arte. Lo ricorda soprattutto a noi occidentali, che ci vergogniamo di fronte ad un corpo segnato dal tempo e ricorriamo spesso alla chirurgia estetica per sembrare eternamente giovani. Invece, forse con un po’ di coraggio e di spirito di ribellione, Wang si fa dipingere così com’è, con le sue rughe, le cicatrici e la pelle cascante, senza alcun imbarazzo. Ed è bello che lui commenti così: «Questo mi fa sentire come un’opera d’arte».

Arte resistente

di Ludovica Sanseverino

Il 3 febbraio del 2019 il ministro dell’interno, Matteo Salvini, tenne un comizio nella cittadina abruzzese di Atri e, nella stessa piazza, nelle prime ore del mattino è comparso un oceano terreno, con delle mani di cartone che uscivano dal pavimento in segno di protesta contro le «politiche disumane del governo in materia d’immigrazione e soprattutto di soccorso in mare» (così affermano i cittadini che hanno partecipato all’installazione d’arte). Delle semplici mani create da oggetti riciclati e riciclabili che annegano nella piazza della cittadella implorando aiuto, umanità e comprensione. Da questa efficace installazione artistica, denominata “Mediterraneo”, è nato un movimento nuovo chiamato “Arte resistente”. L’opera è stata replicata 24 volte da nord a sud dell’Italia e ora, ci dicono i partecipanti all’iniziativa, qualcuno ha avuto il desiderio di ripetere l’esperienza anche all’estero. Queste repliche vengono poi fotografate e postate sulla pagina Facebook di “Arte resistente”, che viene gestita da quegli stessi cittadini, attivisti e artisti che si sono riuniti in quella prima per la prima volta ad Atri.

«Dopo averla posizionata [l’installazione] nella piazza dove ci sarebbe stato il comizio di lì a qualche ora, scoprimmo che, in poche decine di minuti prima, era già stata fotografata e rilanciata sui social. Decidemmo così di creare una pagina Facebook dalla quale promuovere la replica dell’opera, affinché ci fosse un pezzo di Mediterraneo implorante in ogni città.» L’idea viene dall’esigenza di una ribellione ad un potere disumano che mina la libertà dell’individuo; un potere con cui si fa fatica ad arrivare ad un dialogo costruttivo e che ha deciso di imbracciare la bandiera dell’odio e della disumanizzazione. L’intento degli artisti militanti è stato infatti fin da subito quello di portare nel dibattito pubblico un tema che ci rende tutti protagonisti di questo sistema ormai malato, affermando anche che lo scopo principale è «portare quelle mani imploranti aiuto sulla terraferma, affinché ogni cittadino si assuma la responsabilità e prenda coscienza di quelle morti. […] e superare quell’agglomerato di slogan e luoghi comuni che rende di fatto impossibile ogni tentativo di dialogo e dialettica. Si può forse discutere con chi esulta per l’annegamento di persone al grido “porti chiusi” senza dover ripercorrere secoli di etica e politica? Si può forse avere un sano dibattito con chi ignora elementari principi di educazione civica e di organizzazione statale?»

L’installazione può essere replicata in ogni piazza, in ogni luogo di ogni città e anche per questo “Arte resistente” è stata previdente, avendo pubblicato due tutorial per la realizzazione dell’opera d’arte sulla pagina Facebook. Invito i lettori a seguire la pagina e, se possibile, mobilitarsi per la replica di questa protesta artistica, silenziosa e pacifica, ma sicuramente efficace.

Nouvelle Cousine

di Ludovica Sanseverino

Quando si parla di cucina solitamente ci si rimanda ad un concetto tradizionale di quest’ultima: tutti ricordiamo i pranzi domenicali preparati con cura ed amore dai nostri cari; un’idea che si collega più specificatamene all’affetto per la famiglia e allo stare insieme, seduti ad un’enorme tavolata di parenti chiacchieroni che inizieranno le loro conversazioni partendo sempre da domande scomode, per sentirsi poi rispondere con frasi altrettanto imbarazzanti. Ma, come è giusto che sia, ogni tipo di tradizione è destinata ad evolversi o, per meglio dire, intraprendere diverse strade, che possono trasformare o completamente rivoluzionarne i contenuti.

Come ogni forma d’arte che si rispetti anche il cucinare ha avuto modalità di progresso. Un momento fondamentale in questo senso sono stati gli anni ’70, periodo in cui avvenne una vera e propria rivoluzione culinaria che prese il nome di nouvelle cousine. I padri fondatori furono i critici gastronomici Henri Gault e Christian Millau, che istituirono i “10 comandamenti” della “nuova cucina”. Comandamenti che vedevano, e vedono tutt’oggi, regole culinarie come l’assenza di sughi pesanti e l’abbandono totale di cotture a lunga durata, di modo da poter preparare i pasti istantaneamente utilizzando materiali sempre freschi e di stagione. Il movimento si preparava ad assalire un concetto modernista di cucina che tendeva ad abbandonare i canoni tradizionali della gastronomia. La missione della nuova cucina era quella di accaparrarsi una nuova clientela, più borghese e sofisticata, che fosse in linea con le nuove ideologie dell’arte culinaria, soprattutto con il poter vedere la cucina e la preparazione dei piatti come una tela da dipingere, come un atto creativo a tutti gli effetti.

Ma, come tutte le rivoluzioni che si rispettano, anche questa ha dovuto affrontare una forte opposizione, capitanata da chef legati alla tradizione che si trovarono in disaccordo col nuovo modo di vedere le singole pietanze che, a detta loro, erano presentate in proporzioni misere e annegavano in piatti decisamente enormi.

Oggi la cucina, in tutte le sue sfumature, viene vista tuttavia come una forma d’arte a tutto tondo, che prevede soprattutto l’uso della chimica e della creatività. Come ogni forma d’arte anche quella culinaria è dotata di cultura, storia e politica. Ma che sia tradizionale o moderna, a noi “ce basta magnà”.

Toccare il cielo con un pennello

di Ludovica Sanseverino

L’arte figurativa è sempre stata simbolo di comunicazione; comunicazione non sempre diretta tra uomo e uomo, ma anche tra l’uomo e il divino. L’arte, probabilmente, non ha mai smesso di essere religiosa. Dipende, tuttavia, da che tipo di significato vogliamo dare al termine “religioso” o “religione”. 

Fin dagli albori della pittura l’essere umano, nel corso dei secoli, ha sempre cercato una via di contatto con Dio. Il contatto figurato con il divino nacque indicativamente nel periodo dell’arte Paleocristiana, fase successiva alla nascita del cristianesimo; più precisamente nel 313, quando Costantino emanò il suo editto in cui concesse ai cristiani la libertà di culto, fornendo alla Chiesa la libertà di costruire edifici adibiti ai fedeli. In quel periodo Roma fu completamente rivoluzionata: si costruirono alcune delle basiliche più famose come quella di San Pietro e la città smise di essere capitale politica per far spazio all’etichetta di città cristiana.  

Se si vuol parlare di religione nell’arte poi non si può non prendere in considerazione l’abbazia di Cluny in Borgogna, fondata nel 910 da Guglielmo III di Aquitania e classificata come monumento fondamentale dell’arte cristiana del Medioevo. Andando avanti coi secoli l’arte figurativa o architettonica si è sempre basata su iconografie religiose che si sono evolute col passare del tempo, soprattutto perché in Italia la Chiesa aveva un enorme potere di mecenatismo sugli artisti del tempo; soprattutto in epoca medievale e rinascimentale. Ricordiamo artisti come Michelangelo, Leonardo da Vinci e Raffaello. Raffaello Sanzio fu considerato come “l’artista dei papi” per eccellenza, dato che già in giovane età, intorno ai 35 anni, era coinvolto nelle attività del papato legate alle arti. Divenne poi, nel suo periodo fiorentino, l’artista più importante dello scenario di Firenze, dato che i suoi due contemporanei più influenti, Michelangelo e Leonardo, si spostarono rispettivamente a Roma e a Milano.  

La prima opera datata del Sanzio fu una pala d’altare creata per la chiesa di San Nicola da Tolentino in Città di Castello, commissionatagli nel 1500; creò poi successivamente altre opere per le chiese della stessa località. Nel periodo di permanenza a Roma fu poi chiamato da papa Giulio II, salito al Soglio nel 1503, per decorare i suoi appartamenti del Vaticano; da questa commissione la carriera di Raffaello subì una grande svolta, dato che allora l’artista aveva appena 25 anni ed era la prima volta che assumeva incarichi così importanti. Negli anni successivi rimase al servizio di Giulio II e poi di Leone X e divenne l’artista più richiesto dello scenario romano.  

Lo scopo delle raffigurazioni religiose artistiche era un avvicinamento dell’umano ai canoni del divino, come se l’uomo dovesse osservare la grandezza di Dio sul suolo terrestre prendendo spunto dalla sua perfezione per poi imitarlo nella vita di tutti i giorni. Ma molto prima dell’epoca cristiana l’uomo non si elevava alla santità ma alla concretezza della madre terra, come testimonia ad esempio la Venere di Willendorf, statuetta raffigurante una figura femminile con seno e vulva enormemente pronunciati per elogiare la fertilità e la prosperità della terra. Dico che l’arte, come la intendiamo noi, non ha mai smesso di essere religiosa perché, come ogni cosa, si aggrappa ad una propria credenza e alle proprie speranze che mutano col passare del tempo. L’arte non smetterà mai di essere religiosa perché si aggrapperà sempre a qualcosa che l’uomo riterrà sacro, in modo individuale o massificato. Al giorno d’oggi l’arte non viene più accostata all’aggettivo “religiosa” solo perché l’uomo ha solo cambiato il suo modo di descriverla. 

Pittura combattente

di Petra Valtellina

La distruzione del patrimonio artistico di una nazione in guerra rappresenta una grande perdita per l’identità del paese. Vittime dimenticate, le opere d’arte esposte nei musei sono state, nel corso della storia, martiri di ingiuste dispute fra poteri. Durante il conflitto si comprende chi è davvero consapevole dell’importanza di proteggere i tesori artistici: «Mentre gli aerei dei ribelli hanno gettato bombe incendiarie sui nostri musei, il popolo e i miliziani, a rischio della vita, hanno salvato le opere d’arte e le hanno messe al sicuro», scrive Picasso, allora direttore del Museo del Prado, in un messaggio indirizzato al Congresso degli Artisti americani, nel 1937, durante la guerra civile spagnola. In quegli anni, l’artista stava lavorando al Guernica, celebre dipinto in cui le dinamiche crudeli e insensate del conflitto sono presentate attraverso la visione di Picasso, apertamente schierato a favore della repubblica.  

Più tardi, nel 1945, in un’intervista concessa a Jerome Seckler, artista americano, emerge l’unicità di Guernica fra tutti i lavori di Picasso per l’utilizzo di una pittura simbolica. L’aspetto semantico è dovuto anche alla tecnica murale del dipinto, che, avendo come fine l’espressione definita e la soluzione di un problema, giustifica il significato allegorico degli elementi raffigurati nell’opera: il toro rappresenta la brutalità, il cavallo, il popolo… La manifestazione artistica del pensiero di Picasso, dei suoi valori e del suo impegno politico si hanno, però, solo nel Guernica, che l’artista utilizza come mezzo per rivolgere un deliberato appello al popolo. Picasso è perfettamente consapevole della connessione che esiste fra arte e politica, ma, fatta eccezione per Guernica, sceglie di non esplicitarla nei suoi lavori. 

Importante è, nella visione di Picasso, il ruolo dell’artista nel contesto del suo tempo. «In questo periodo di cambiamenti e rivoluzioni, è il momento di usare un modo rivoluzionario di dipingere, lasciando da parte ciò che si faceva prima». È il momento di servirsi di una pittura che derivi dal pensiero dell’artista, poiché egli è un uomo politico che, attento agli avvenimenti del mondo circostante, crea un’arte modellata su di essi. L’artista non riesce ad essere indifferente a tutto ciò che vi è di umano: «No, la pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico». Guerra, in questo caso, intesa come lotta per valori profondi, rifiuto di imposizioni dettate dall’intolleranza. Una guerra sensata, non ingiusta e inutile come la maggior parte di quelle combattute. Una guerra intelligente, in cui l’arte ha una presenza importante all’interno del dibattito sociale.  

La figura di Picasso ha segnato un’epoca, ma si può ancora dire che essa sia attuale? Ci piace sperare che sia così, che l’artista non agisca solo con fini commerciali, ma dia il suo contributo per la creazione di una società migliore e che l’unica arma usata sia quella simbolica dell’arte. 

Flooded Modernity

di Ludovica Sanseverino

Dall’alba di questa estate la cittadina danese di Vejle ha ospitato il Floating Art Festival, un festival d’arte contemporanea, terminato il 2 settembre, che incentra la sua attenzione su un tema ricorrente soprattutto nel contemporaneo, cioè l’impatto negativo che l’uomo ha assunto sulle risorse del nostro pianeta. Tra i principali effetti c’è il surriscaldamento globale, che determina i fenomeni di desertificazione, di scioglimento delle calotte polari e conseguentemente di innalzamento del livello del mare. Infatti, le istallazioni di ben undici artisti sono state posizionate sul pelo dell’acqua del fiordo danese della piccola città di Vejle, mettendo al centro dell’attenzione l’elemento acqua, simbolo di linfa vitale terrestre e protagonista dei principali cambiamenti legati all’ambiente.

Ma al tema ambientale si affianca inevitabilmente quello sociale: infatti la curatrice del festival Pernille Rom Bruun ci tiene a puntualizzare: «La selezione dei lavori si focalizza sulle sfide, globali e politiche, che ci troviamo ad affrontare proprio ai nostri giorni». Proprio per questo motivo l’opera di Asmund Havsteen-Mikkelsen non è passata inosservata: denominata Flooded modernity, rappresenta una delle più celebri opere architettoniche, cioè Ville Sovoye del noto artista Le Corbusier, affondata nelle acque del mare. La celebre struttura di Le Corbusier, la cui costruzione è iniziata nel 1928 e terminata nel 1931, si trova a Poissy ed è stata fino ad oggi simbolo di modernismo, di progresso e razionalismo. Tutti principi e ideali che per Havsteen-Mikkelsen sono letteralmente sprofondati negli abissi più scuri della contemporaneità, definita oramai irrazionale e antidemocratica. Lo stesso artista dichiara: «Il progetto è un commento critico sullo stato attuale della Modernità dopo gli scandali di Cambridge Analytica, con l’elezione di Trump e la Brexit». 

L’autore mette anche in luce un punto cruciale della nuova modernità, cioè le relazioni che l’uomo ha con la tecnologia, ora che quest’ultima viene utilizzata anche per manipolare delle elezioni democratiche attraverso i social media. Sempre Havsteen-Mikkelsen aggiunge: «Il nostro senso di democrazia e di sfera pubblica è stato distorto attraverso le capacità delle nuove tecnologie di riuscire a manipolarci con facilità».  Ville Sovoye da sempre è stata simbolo di ottimismo volto a rendere migliore il mondo soprattutto attraverso la ragione umana. Ottimismo che, evidentemente, sta svanendo insieme all’intelletto umano e piano piano sta venendo progressivamente sostituito da pessimismo e follia.