Pandemia e DaD: un’analisi statistica

di Lorenzo Caldirola

Come forse i nostri lettori più fedeli ricorderanno, a giugno abbiamo somministrato ad un vasto campione di studenti delle superiori della Lombardia, soprattutto Bergamo e provincia, un questionario per indagare la loro esperienza con la didattica a distanza e, più in generale, con le misure restrittive introdotte durante la prima ondata della pandemia.

Dei 169 rispondenti il 70 % erano donne e più dell’85 % studiava in un liceo. Per quanto riguarda le età tutte le classi delle superiori erano ben rappresentate.

Considerando l’aspetto propriamente didattico, è risultato evidente che la capacità di studiare e di seguire con attenzione le lezioni da parte degli studenti è molto scemata con l’introduzione della DAD, per loro stessa ammissione. Soprattutto però è stato riscontrato quasi all’unanimità che a venir meno è stata la capacità dei professori di tenere le lezioni in modo chiaro e comprensibile, oltre che di vigilare correttamente sull’attenzione in classe e durante le verifiche. Quasi la metà degli intervistati ha infatti affermato che svolgere le verifiche a distanza era più semplice che in classe, ma soprattutto il 42 % di loro sostiene di aver iniziato a copiare proprio grazie alle “nuove possibilità” che la DAD mette a disposizione per farlo.

Ricordando che la scuola non è fatta solo di istruzione ma anche di relazioni, abbiamo poi sottoposto agli studenti una serie di domande per esplorare come il lockdown abbia influenzato i rapporti interpersonali. Dalle loro risposte possiamo vedere che per molti di essi è stato decisamente difficile riuscire a separare in maniera chiara il tempo dedicato allo studio e quello dedicato allo svago, questo anche perché le due attività venivano per forza di cose svolte nello stesso luogo e spesso sullo stesso dispositivo. Un dato interessante però è che, nonostante molti studenti abbiano ammesso che le loro relazioni sia con i compagni che con i professori sono peggiorate durante i mesi di DAD, un nutrito 26 % ha anche dichiarato di essersi ben abituato alla didattica a distanza e di non sentire nessuna necessità di tornare sui banchi di scuola. Su questo posso ipotizzare una interpretazione: da pendolare di lunga data  e svestendo momentaneamente i panni dello statistico, potersi svegliare dieci minuti prima dell’inizio delle lezioni e non dover passare dal freddo di una strada congelata al caldo soffocante di un mezzo pubblico, pressato con altri cento studenti, ha il suo fascino.

Guardando infine al lato più intimo e personale di tutta questa vicenda, molti studenti si sono sentiti soli, o almeno più soli, durante i mesi di lockdown; hanno sofferto molto l’interruzione di gite e attività sportive e, anche se fortunatamente in pochi casi, hanno anche iniziato ad assumere alcolici e a fare uso di droghe. Penso che lo specchio di tutta questa solitudine sia il 93 % di persone che ha ammesso di aver violato le restrizioni almeno una volta per incontrare un amico o il proprio partner.

Volendo riassumere e concludere il discorso, possiamo dire che la pandemia ha avuto effetti evidenti sulla società in generale e sulla scuola in particolare. Gli strumenti erano pronti, o comunque lo sono stati in fretta, mentre le persone ci hanno messo un po’ di più ad adattarsi alla nuova situazione e non sempre ci sono riuscite al 100 %. Sicuramente è stato dimostrato che una scuola differente da quella tradizionale è possibile ed è stato dato spazio ad alcune innovazioni che faciliteranno e integreranno molto bene la didattica in futuro. È emerso tuttavia in maniera altrettanto evidente che quello della scuola è anche il tempo e il luogo in cui i giovani stringono relazioni, mettono alla prova sé stessi e maturano; privarli di tutto questo è stata una triste necessità, ma non potrà mai e poi mai essere il futuro.

Pandemia e DaD: testimonianze dai giovani

di Francesco Marinoni

I “giovani”: quante volte vi è capitato di sentire usi (e soprattutto abusi) di questa categoria? Mai abbastanza intraprendenti ma allo stesso tempo troppo esuberanti, irrispettosi, indisciplinati, maleducati e chi più ne ha più ne metta. E, naturalmente, con l’arrivo della pandemia una nuova categoria si è aggiunta alla lista: untori per eccellenza. Capita, per esempio, che sul Corriere della Sera si possano leggere pensieri illuminati di editorialisti storici che propongono ragionamenti di questo tipo:

«Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla? Ormai è diventato un rito. Al calar d’ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d’infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società «per bene» insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere.»

Ma se forse parole come queste rappresentano un apice particolarmente delirante (e classista) del profondo disprezzo di cui i famosi “giovani” godono in questo Paese, non è certo difficile trovare altri esempi simili. L’intera retorica iniziata nell’estate 2020, e portata avanti anche in quella appena trascorsa, della movida pericolosa, condita da varie ordinanze per promuovere il “decoro” e combattere il “degrado”, si è alimenata sull’addossare responsabilità per una pandemia in corso solo ed esclusivamente a una fetta (per altro in costante diminuzione nel nostro Paese) della popolazione, che ha permesso tra le altre cose di dimenticare e nascondere alcuni aspetti cruciali.

Pensiamo alla gestione della scuola e dell’università nella prima e soprattutto nella seconda ondata della pandemia. Si è parlato molto di DAD, certo, e sarebbe ingeneroso dire che non siano stati sottolineati gli aspetti negativi e problematici ad essa connessi, ma molto spesso si è dimenticato di considerare il punto di vista fondamentale di chi l’ha vissuta in prima persona. Quanto spazio è stato dato a studenti e studentesse per dire la loro? Secondo noi di Altro, sicuramente non abbastanza.

Per questo motivo abbiamo scelto di cercare delle voci per aiutarci a raccontare meglio cosa è stato davvero affrontare la pandemia dal loro punto di vista. Abbiamo fatto circolare, alla fine dello scorso anno scolastico, un questionario rivolto a ragazzi e ragazze delle scuole superiori grazie a cui abbiamo raccolto molte risposte su cui vale la pena di riflettere (e di cui tratteremo in un articolo a parte), e siamo riusciti anche a realizzare alcune interviste per approfondire meglio domande che, inevitabilmente, non potevano risolversi in una semplice risposta a crocette.

Chiacchierando sono emerse molte prospettive interessanti. C’è chi, per esempio, nel corso di quest’anno non ha perso la fiducia nel ruolo della politica e ha scelto di iscriversi a un partito, con la voglia di mettersi in gioco in prima persona e dire la propria. C’è la consapevolezza sempre più crescente dell’importanza della salute mentale, che non può essere trascurata e messa in secondo piano. Abbiamo incontrato persone che, nonostante abbiano trovato difficoltà nel cambiare radicalmente le proprie abitudini, erano ben consapevoli della situazione e sono riusciti ad adattare la propria vita sociale anche grazie ai mezzi tecnologici.

Naturalmente, ogni esperienza è personale e non si può certo pretendere di trarre delle conclusioni definitive da alcune opinioni. Personalmente però credo che le parole siano fondamentali: nel questionario, alla fine, abbiamo chiesto di pensare alla prima parola che venisse in mente ripensando all’esperienza passata. Le abbiamo raccolte in questa immagine:

Già solo da qui lo spazio di riflessione è immenso. Dietro a queste parole ci sono ragazzi e ragazze, tante personalità e storie di vita diverse che arrivano a questo quadro impietoso e preoccupante. Come qualcuno ci ha raccontato nelle interviste, l’impressione che la pandemia e la sua gestione abbiano segnato le esistenze di tanti e di tante è forte. Forse non è il caso di suonare troppo disfattisti, ma i numeri del 2020 e del 2021 sulla salute mentale sono decisamente poco incoraggianti.

Quel che è certo è che riconoscere i problemi è sicuramente un buon modo per provare ad arginare i danni. Archiviare il 2020 come semplice “incidente di percorso” non può essere una soluzione: al contrario, la testimonianza di ciò che ha significato sarà una risorsa fondamentale affinchè in futuro si rifletta in modo più approfondito e consapevole su certe scelte e sulle loro conseguenze

Per concludere, vorrei lasciare qui sotto i tantissimi commenti che ci sono arrivati al termine del questionario: queste righe raccontano molto più di quanto è stato possibile sintetizzare in questo articolo. Tanti pensieri saranno stati probabilmente lasciati da voi che state leggendo: colgo l’occasione per ringraziarvi ancora una volta, a nome di tutta la redazione, per la straordinaria partecipazione.

«Una mala gestione di un contagio permette a professori tecnicamente impreparati di valutarti anche solo per le facce che normalmente faresti durante le lezioni e il tutto mentre tutti i contatti con l’esterno si allontanano e quelle vecchie amicizie che ti rimanevano si distruggono per inezie.»

«Sono d’accordo sulla prudenza, ma alcune restrizioni erano inutili e l’unica cosa che facevano era danneggiare la salute mentale dei giovani. Non hanno considerato i ragazzi delle superiori e quelli delle università per niente, credendoli abbastanza maturi da affrontare una cosa del genere, ma così facendo ci hanno totalmente trascurati. Non vediamo l’ora di fare il vaccino e lasciarci tutto alle spalle e se questo vuol dire andare a scuola tutti i giorni e fare anche più verifiche non fa niente, sempre meglio di stare in casa attaccati a un computer tutto il giorno.»

«Molto triste, noioso, disumano.»

«Vorrei non fosse mai accaduta.»

«Sicuramente ci sono pro e contro di ogni esperienza. La pandemia ha creato paura e timore, ma allo stesso tempo ha aiutato ad unire le persone. La DAD può essere un buon mezzo per il futuro, ma non siamo ancora in grado di utilizzarlo al meglio.»

«Spero di non fare mai più DAD.»

«Spero finisca completamente tutto al più presto.»

«Penso sia un esperienza che non abbia voglia di ripetere, soprattutto il fatto di rimanere chiusa in casa senza poter vedere amici e parenti o fare le solite attività che facevo per distrarmi un po’ dalla scuola. Ho detestato il lockdown, ma ho la fortuna di avere una famiglia numerosa e quindi è stato bello anche riscoprire quanto sia bello stare anche in famiglia.»

«Io sono in una quarta ginnasio al liceo classico, non ho potuto legare e conoscere i miei compagni, non ho potuto condividere emozioni con loro, solo nell’ultimo periodo prima della fine della scuola sono riuscita a creare dei legami anche con ragazzi al di fuori della mia classe; quando ero in DAD mi sentivo isolata dal mondo, come in una bolla impenetrabile, mi sentivo soffocata e ovattata.»

«Mi ha rovinato, prima riuscivo a studiare come ogni persona ma adesso non ho più la voglia degli anni passati.»

«Ansia.»

«Inevitabile.»

«É stato tutto molto pesante, ha portato molti a chiudersi in sè stessi, la fiducia nei confronti degli altri è diminuita.»

«È stata una situazione pesante e difficile per tutti sotto tutti i punti di vista. Penso che la DAD sia stata la migliore delle conseguenze della pandemia, ma è stata comunque una cosa negativa per molti studenti (se non per tutti) e spero che si torni alla normalità dall’anno prossimo.»

«Non ne potevo più della DAD: professori che facevano fatica a fare lezione perchè c’era sempre un problema (es. non funzionava il microfono), salti della corrente, problemi con i link per entrare nelle lezioni… ma, soprattutto, mancava la socialità; il contatto, lo stare per davvero tutti insieme. Ho fatto fatica a conoscere i miei compagni, con la DAD: come si fa a conoscere una persona tramite uno schermo? A me è parso impossibile. Ora, ovviamente ci sono gli aspetti negativi, ma anche quelli positivi: sono una persona molto ansiosa, e quando ci sono interrogazioni vado nel panico; con la pandemia e la conseguente DAD, non ho avuto particolari problemi con le interrogazioni, proprio a causa di quella distanza dal docente che mi permetteva di stare più tranquilla. Quando poi però siamo tornati in presenza, da questo punto di vista è stato un disastro. In generale, non mi è piaciuta la DAD e spero davvero che, se ci sarà, l’anno prossimo sia limitata.»

«Sono cambiata molto nell’ultimo anno. Forse il fatto di ritrovarmi a casa da sola, distante dalla costante condivisione con amici e compagni, mi ha permesso di concentrarmi maggiormente su me stessa, capirmi e ritrovarmi. Per questo direi che, nonostante tutto, per me è stata anche un’esperienza costruttiva e, paradossalmente, “ringrazio” che ci sia stata.»

«Nonostante sia stato molto faticoso e stressante è stato necessario per provare a far fronte all’emergenza.»

«Sotto alcuni aspetti mi è serita a capire meglio me stessa e chi mi vuole davvero bene e che tiene veramente a me, sotto altri è stata tosta non avere persone molto importanti per un semplice abbraccio, pizza o divertimento.»

«Spero di non dover trascorrere un altro anno di fronte al computer, sento il bisogno di andare a scuola e vivere questi anni di Liceo. Non riesco più a reggere l’idea di trascorrere sempre meno tempo con i miei amici o l’idea di passare le ore a vedere persone uscire dalla lezione/fingere di avere problemi di connessione pur di non fare verifiche/interrogazioni. A fine Liceo mi piacerebbe guardare indietro e ricordare tanti bei momenti vissuti in presenza (il confronto con i compagni pre e post interrogazione/verifica, le lezioni dal vero, le risate, le gite e le colazioni con gli amici), non giornate trascorse in casa, seduta davanti a uno schermo ad aspettare la fine di questa situazione.»

«È stato un periodo difficile per tutti e passerà nella storia, e forse sarà difficile tornare alla normalità dopo tutto quello che è successo.»

«Mi ha fatto fondere la PlayStation 4.»

«Penso sinceramente che la DAD sia stata una presa per il culo da parte di tutti, dagli alunni agli insegnanti a dietro le quinte della scuola. La pandemia è stata una merda per tutti, non lo metto in dubbio, eppure c’è chi si è fregato il cazzo della situazione e ha vissuto la sua vita felicemente, mentre coglioni come me sono rimasti a casa anche quando si poteva uscire tranquillamente. Ma alla fine di tutto, questo non è successo solo col lockdown, ma succede in qualsiasi situazione, perchè non sono furbo abbastanza come loro.»

«Non mi piace.»

«Secondo me siamo stati molto pigri nel svolgere la DAD. Alcuni dormivano, alcuni mangiavano etc… Però i professori potevano almeno renderle interessanti. Ogni volta mi devo svegliare con il brutto vizio di non seguire perchè è noioso, anche dal fatto che è un dispositivo elettronico e si ha la libertà di giocare a giochi che ti piacciono senza che ti becchino.»

«Penso che la prima pandemia abbia preso di sprovvista e che quindi non fosse possibile essere preparati ma per quanto riguarda la seconda ondata penso sia stata gestita male, per esempio l’idea dei banchi con le rotelle su cui sono stati investiti molti soldi è stata un fallimento anche perché molte scuole come la mia non li hanno neanche ricevuti.»

«È stato un momento di riflessione, che mi ha portato però a conoscere anche nuove persone attraverso il maggiore utilizzo dei social.»

«Venne e continua a essere una situazione gestita malissimo. Ci si ammala di più a stare in casa, isolati e con il terrorismo psicologico fatto dalle televisioni che per il virus. Serviranno molti più psicologi che “dottori”.»

«Sono tutte o cause o conseguenze di questa situazione “emergenziale” in cui ci troviamo. Di sicuro nuociono al nostro benessere psico fisico. (Sono presenti le virgolette perché di questa situazione se ne sta facendo un abuso oramai).»

«Penso che le continue chiusure, restrizioni abbiano reso più fragili coloro che non avevano problemi, abbiano distrutto le persone già in difficoltà. Capisco che nel 2020 ci si è ritrovati spiazzati da una nuova malattia, assurdo che dopo l’estate sia stata trattata la situazione allo stesso modo, senza prestare attenzione a quelli che magari il virus non l’hanno contratto, ma che hanno dovuto affrontare situazioni difficili, per esempio in famiglia.»

«Disorganizzata, studenti e scuole lasciate allo sbaraglio, norme e regole assurde.»

«Credo sia stata un’esperienza difficile per alcuni aspetti e che ha costretto tutti a cambiare le proprie abitudini per il bene comune. Tuttavia, le lezioni in DAD hanno dato la possibilità di imparare a sfruttare in maniera produttiva la tecnologia e hanno messo a disposizione più tempo per sè stessi.»

«Ha cambiato il mio pensiero e modo di pensare e affrontare difficoltà.»

Tutto quello che dovresti sapere sulle sigarette elettroniche

di Francesco Marinoni

Fra le diverse abitudini che portano a danni per la salute, il fumo di sigaretta rappresenta sicuramente uno dei vizi più radicati: per impatto, è il primo fattore di rischio evitabile causa di malattie cardiovascolari e di tumori. Ad oggi, i fumatori rappresentano circa il 18.6 % della popolazione italiana sopra i 14 anni; va comunque osservato che, in seguito alle sempre più diffuse campagne di sensibilizzazione e all’introduzione delle norme che proibiscono il fumo nella maggior parte dei luoghi chiusi, questa percentuale è ormai in calo da molti anni, in tutte le fasce di età (nel 2001, per esempio, si attestava al 23.7 %). In particolare, un altro fattore che ha sicuramente contribuito all’abbassamento di questo numero è l’introduzione di nuove alternative alla sigaretta tradizionale, come per esempio le cosiddette sigarette elettroniche. Tuttavia, nel tempo sono stati sollevati numerosi dubbi sull’efficacia e la sicurezza di questi strumenti, che inizialmente venivano presentati come un’alternativa quasi priva di effetti nocivi al consumo di tabacco.

Introdotta per la prima volta in Cina nel 2003 e diffusasi in Occidente a partire dal 2006, la sigaretta elettronica (“svapo” per gli amici) funziona vaporizzando un liquido a base di acqua che contiene glicerolo, glicole propilenico e diverse sostanze aromatizzanti, oltre a un quantitativo di nicotina che varia a seconda del prodotto scelto, anche se è possibile acquistare liquidi in cui quest’ultima è assente. Il motivo per cui per molti questa è stata considerata fin da subito un’ottima alternativa alla sigaretta tradizionale è evidente: pur mantenendo la gestualità e il meccanismo, il fumatore non è esposto alle numerose sostanze tossiche e cancerogene rilasciate dalla combustione del tabacco; e poi, può regolare la quantità di nicotina assunta, riducendo così il fattore di dipendenza che questa sostanza genera. Data questa premessa quindi, naturalmente, tutte le principali aziende produttrici di questo tipo di prodotto si sono affrettate a pubblicizzarle come un efficace metodo per smettere di fumare, alimentando un mercato che, seppure ancora piuttosto ristretto (riguarda meno del 2.4 % della popolazione in Italia, al 2020), è in costante crescita, soprattutto nella fascia dei più giovani.

Per cercare di fare più chiarezza sull’argomento ed individuare possibili rischi per la salute dei consumatori sono stati effettuati numerosi studi sull’utilizzo della sigaretta elettronica. In particolare, di recente pubblicazione è il parere presentato dal Comitato scientifico per la salute, l’ambiente e i rischi emergenti della Commissione Europea (SCHEER), che permette di abbozzare un quadro piuttosto completo rispondendo in parte ai numerosi interrogativi che sono sorti in questi anni. Un primo aspetto messo in luce è che questi prodotti possono rappresentare una porta d’accesso per i non fumatori al consumo di prodotti a base di tabacco, data la facile reperibilità e l’aspetto accattivante cui contribuiscono anche i diversi aromi utilizzabili. Inoltre, così come le sigarette tradizionali, quelle elettroniche possono portare alla dipendenza da nicotina, in quanto, come già detto, questa sostanza è spesso presente nel liquido vaporizzato. Per quanto riguarda altri danni alla salute (escludendo effetti a lungo termine che, data la commercializzazione relativamente recente, non possono ad oggi essere valutati con certezza), ci sono moderate evidenze di effetti limitati sulle vie respiratorie (prevalentemente irritazione) e sul sistema cardiovascolare, mentre per quanto riguarda la cancerogenicità, gli effetti negativi sul sistema nervoso centrale e sulla riproduzione le prove sono più deboli (a differenza di quelle, ormai ben note, per le sigarette tradizionali). La maggiore pericolosità evidenziata è in realtà legata alla possibilità di difetti di fabbrica o utilizzi non corretti, che possono portare a entrare in contatto direttamente con il liquido contenuto all’interno. In questo senso quindi, allo stato attuale della conoscenza, si può affermare con relativa certezza che i danni alla salute provocati dalle sigarette elettroniche sono minori rispetto a quelli delle loro “cugine”.

L’altro aspetto da considerare è però l’efficacia delle “svapo” nell’aiutare i fumatori a smettere: in questo senso le prove a sostegno, al momento, sono piuttosto deboli. Però, come minimo, sembra esserci un contributo nella riduzione del quantitativo di tabacco fumato, dato che spesso i consumatori fanno un uso combinato di sigarette elettroniche e tradizionali. Chi propone quindi questi prodotti come percorso semplice per liberarsi del vizio del fumo, che poi nella maggior parte dei casi sono le stesse aziende che li producono, non basa le proprie affermazioni su un’evidenza scientifica consolidata. Proprio per questo motivo attualmente le sigarette elettroniche non sono commercializzate (nella maggior parte dei Paesi) come prodotti di tipo farmaceutico, che richiederebbero un’analisi ben più dettagliata e solida dei benefici portati.

Ancora più complessa è l’analisi di un’altra alternativa che si sta diffondendo sempre maggiormente, ovvero le sigarette a riscaldamento di tabacco. In questi prodotti, a differenza delle sigarette elettroniche, è presente il tabacco e il consumatore aspira il vapore prodotto dal riscaldamento ad elevata temperatura (ma senza combustione) delle foglie. Questo vapore, oltre ovviamente alla nicotina, contiene (a differenza di quello prodotto dalle “svapo”) una serie di sostanze cancerogene presenti anche nel fumo di sigaretta tradizionale, seppure in quantità minori. Il grosso problema di questi prodotti al momento è che quasi tutti gli studi effettuati su di essi sono stati promossi dalle stesse compagnie che li producono, il che fa inevitabilmente sospettare della loro affidabilità: infatti, sebbene sia certo che la minore concentrazione di molte sostanze cancerogene nel fumo generato dal riscaldamento rispetto a quello generato dalla combustione del tabacco lo renda meno tossico, non si hanno dati abbastanza sicuri sui danni che comunque si provocano, inevitabilmente, nel fumatore.  A questo proposito l’Istituto Superiore di Sanità ha segnalato la debolezza degli studi promossi dall’azienda Philip Morris, che commercializza le IQOS oltre ad essere il maggiore produttore di sigarette al mondo.

In conclusione, è importante tenere a mente tutti questi aspetti nel bilancio dei rischi e benefici delle alternative moderne alla sigaretta, che non andrebbero in ogni caso considerate come metodi efficaci per smettere di fumare: a questo scopo, oltre al supporto farmacologico (disponibile per esempio nella forma dei cerotti alla nicotina), è invece raccomandabile un percorso di aiuto psicologico, che può fornire un importante sostegno ai fumatori desiderosi di abbandonare il loro vizio.

Di seguito potete trovare le fonti di cui mi sono servito in questo articolo:

http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=15512#
https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/la-sigaretta-elettronica-e-meno-pericolosa-della-sigaretta-di-tabacco
https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1882_allegato.pdf
https://www.salute.gov.it/portale/fumo/dettaglioContenutiFumo.jsp?lingua=italiano&id=5589&area=fumo&menu=vuoto
https://www.nbst.it/1009-sigarette-elettroniche-il-parere-finale-della-commissione-europea-ma-ancora-dubbi-su-svapo-e-covid-19.html
https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/sigaretta-a-riscaldamento-di-tabacco
https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/fumo/le-iqos-potrebbero-essere-dannose-quanto-le-sigarette-tradizionali
https://www.altroconsumo.it/salute/cura-della-persona/speciali/rischio-fumo-sigarette-elettroniche

Due numeri sul gioco d’azzardo

di Francesco Ronzoni

Il gioco d’azzardo, o meglio l’insieme di tutte quelle attività ludiche che coinvolgono delle scommesse in denaro e le relative possibili vincite, è probabilmente considerato uno dei vizi più diffusi nella nostra società, oltre ad essere sicuramente fra i più antichi. Infatti, sebbene non tutti siano attratti dal suo fascino , ogni tanto capita anche alle persone più impensabili di lasciarsi scappare la tentazione di misurare la propria fortuna alla lotteria, alle slot machines o a qualsiasi altro gioco che possa soddisfare la voglia di sfidare la sorte.

Purtroppo per noi il romanticismo insito in questo gesto spesso viene presto frantumato: ciò avviene a causa di quei due freddi antagonisti che sono da un lato il guadagno (sottinteso: di chi il biglietto della lotteria ce lo vende, non certo il nostro), dall’altro la matematica, che da terribile amica ci aiuta a riaffacciarci alla realtà.

Per questo articolo l’intenzione è quella di descrivere molto superficialmente il ruolo che la matematica svolge dietro le quinte nel gioco d’azzardo. Mi limiterò al contesto del gioco legale: la matematica che si calcola al di fuori della legalità non la conosco realmente, ma posso solo immaginare che sia nei fatti molto più affascinante, seppur una peggiore amica.

Dunque, in Italia l’agenzia fiscale che si occupa, tra le altre cose, delle regolamentazioni legate al Gioco è l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM). Ogni anno questo ente provvede a redigere il “Libro Blu” (facilmente reperibile in pdf online), in cui vengono pubblicate tutte le informazioni relative al gioco nel nostro paese: da qui sono stati ricavati i dati discussi in seguito.

Prima di entrare nel dettaglio però bisogna chiarire cosa si intende esattamente con gioco d’azzardo: l’ADM riconosce vari tipi di “giochi” tra cui vengono differenziati, per esempio, apparecchi AWP (Amusement with Prizes) e VLT (Video Lottery Terminal), lotterie, scommesse sportive, scommesse ippiche,  giochi da casinò e di carte, bingo… Molti di questi, inoltre, sono disponibili sia in versione fisica che virtuale. Ogni tipologia comporterebbe un discorso a sé che evidentemente non ci possiamo permettere di fare in un semplice articolo, perciò ho deciso di concentrarmi principalmente su AWP e VLT (per intenderci, le slot machines). Gli apparecchi AWP, composti da cabinet e scheda di gioco, sono i più comuni  e si possono trovare anche in locali non specializzati come bar, edicole e tabacchi, oltre, ovviamente, a tutte le sale gioco, in cui sono ammessi anche gli apparecchi VLT. Quest’ultimi sono invece terminali internet multi-gioco con touch screen collegati ad un sistema centrale, gestito dall’ADM. Per legge, tutti questi apparecchi devono garantire un ritorno di denaro percentuale ai giocatori (Vincita) sul totale giocato (Raccolta) equivalente, come minimo, al 70% della Raccolta per ogni ciclo (per le slot machines  virtuali la percentuale sale fino all’80/90%); si definisce ciclo un numero variabile tra 14.000 e 140.000 turni di gioco.

Facciamo allora un esempio: mettiamo caso che l’apparecchio su cui stiamo giocando completi un ciclo dopo 100.000 turni e che la percentuale di Vincita sia un po’ più alta del minimo di legge, diciamo dell’80%. Ciò significa che alla conclusione dell’ultimo turno  (all’incirca) un 20% del totale dei soldi giocati è rimasto nell’apparecchio e che, in media, tutti quelli che hanno tentato la propria fortuna sono tornati a casa con solo l’80% di quanto hanno giocato. Ma questo scenario mediato non è ciò che succede quando ci si trova a giocare solo per una manciata di turni: l’apparecchio è programmato, giustamente, per essere imprevedibile e le vincite possono essere quindi considerevoli (fino ad un massimo di 100€ a partire da una giocata massima di 1€ per turno nelle AWP; fino ad un massimo di 5.000€ con giocata massima di 10€ per le VLT). A lungo andare, però, le vincite tendono ad assestarsi sull’80%, rendendo l’apparecchio più vantaggioso per chi offre il servizio: risulta così evidente che giocare più e più partite comporta un equilibrarsi delle vincite e perdite su una media comunque negativa (nell’esempio proprio l’80%).

Similmente si potrebbe dire di quasi tutti gli altri giochi. Un caso particolare è quello dei Gratta&Vinci: per legge, per questo genere di gioco sulla Vincita è stata fissata una percentuale massima del 75%. Le scommesse, sia sportive che ippiche, non essendo legate ad alcun sistema regolabile di vincite, non presentano limiti di legge e si qualificano, in un certo senso, come le più rischiose. Più in generale, le percentuali, quando possono essere definite, si aggirano sull’80 o 90% delle Vincite sulla Raccolta.

Baby boss della camorra: i nuovi eroi?

di Francesca Ariano

L’eroe non è mai un eroe di per sé. Gli eroi esistono solo se c’è una società che li definisce tali.

È il caso di Emanuele Sibillo, capo del clan camorristico la paranza dei bambini, ucciso nel 2015, ancora diciannovenne, nella guerra con un clan rivale. Dopo la morte di Sibillo, la sua famiglia decise di trasformare l’edicola votiva situata nel palazzo dove viveva, originariamente dedicata alla Madonna, in un vero e proprio altarino in memoria del giovane. Per quasi sei anni nell’androne del palazzo in vico Santi Filippo e Giacomo, a Napoli, un busto raffigurante Emanuele Sibillo e l’urna contenente le sue ceneri sono rimasti esposti in una struttura di alluminio insieme alla figura della Madonna. Nell’aprile di quest’anno, su richiesta del prefetto di Napoli, le forze dell’ordine hanno rimosso l’edicola votiva dedicata a Sibillo, scatenando la furia dei familiari.

Lungi dall’essere un semplice memoriale, l’altarino del giovane boss aveva assunto un valore simbolico: era una vetrina che esibiva il potere del clan, un potente mezzo per riaffermare, davanti a chi percorreva quelle vie e all’intera città, la potenza criminale e la forza della camorra. È significativa la testimonianza di alcuni commercianti che hanno poi raccontato come il clan, quando doveva riscuotere il pizzo, dava loro appuntamento al cosiddetto palazzo della buonanima e li obbligava a inginocchiarsi davanti all’edicola. E non è tutto.

Il palazzo era diventato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio, non solo per persone vicine al clan, ma anche per i bambini dei vicoli e per i giovani studenti della scuola vicina. Sui social si trovano video di giovanissimi che fanno gesti di venerazione di fronte alla statua del baby boss.

Tutto ciò è il segno tangibile del fatto che Emanuele Sibillo è stato e rimane, nella mentalità di una certa collettività, un eroe e un martire. L’altarino a lui dedicato aveva l’obiettivo di perpetuare il mito del giovane boss e costituiva una testimonianza concreta della costante presenza del clan sul territorio.

L’altare di Sibillo è solo uno dei tanti omaggi a giovani camorristi: in vari quartieri di Napoli striscioni, scritte, murales ed edicole innalzano i ras di clan mafiosi a eroi.

In queste zone dominate da un’economia criminale ancora consolidata, un tasso di evasione scolastica alto e da una crisi economica che si è inasprita per via della pandemia, Sibillo rappresenta per i ragazzini di alcuni quartieri napoletani un modello da imitare per diventare “qualcuno” e riscattarsi dalla miseria.

L’Italia del futuro

di Francesco Marinoni

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che contiene le proposte del governo italiano per accedere ai fondi europei pianificati in seguito alla pandemia, è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico. Seppur finora la maggior parte delle riforme e degli investimenti siano stati presentati in modo molto poco dettagliato, limitandosi a linee guida generali che indicano le direzioni che si vorranno intraprendere da qua ai prossimi anni, sono chiare quanto meno le macroaree su cui il Governo è intenzionato a intervenire. Il piano è diviso in sei obiettivi principali, a cui sono state assegnate diverse fette dell’ammontare totale dei fondi: la parte più significativa è prevista per la transizione ecologica (per cui si prevedono circa 70 mld in totale), mentre al secondo blocco, destinato alla digitalizzazione, alla cultura e al turismo, andranno all’incirca 50 mld, ovvero approssimativamente 1/5 del totale.

Nelle intenzioni, tramite investimenti e riforme, si vorrebbe andare a colmare un gap evidente che l’Italia ha rispetto a molti Paesi del mondo occidentale per quanto riguarda l’utilizzo dei sistemi informatici e di internet, in particolare nella Pubblica Amministrazione, cui infatti saranno dedicati ben 11.15 mld. Il problema è in effetti piuttosto evidente e uno sguardo ad alcuni dati aiuta a farsi un’idea più dettagliata della situazione: al 2020 l’87.8 % delle PA locali utilizza ancora strumenti analogici e fra queste circa il 45 % ha protocollato in questo modo oltre la metà della propria documentazione; solo il 28.7 % utilizza una connessione tramite fibra ottica, con velocità oltre i 100 Mbps nel 17.4 % dei casi. Estremamente preoccupante è poi il dato sul numero di dipendenti che hanno seguito corsi di formazione su materie informatiche, che si attesta al 9.5 %. Questo ha un’incidenza evidente anche sulla qualità dei servizi offerti, per cui l’Italia è fra i Paesi europei che registrano la peggiore soddisfazione per l’operato della PA, fra lentezza, scomodità e complicazioni delle procedure.

Insomma, appare evidente che in questo senso degli interventi siano sicuramente necessari e urgenti. Il ministro che avrà un ruolo centrale è Vittorio Colao, il cui dicastero è espressamente dedicato all’innovazione tecnologica e alla transizione digitale. Stando alle sue dichiarazioni, l’obiettivo che si spera di raggiungere è innanzitutto migliorare la possibilità di accesso a internet dei cittadini, sia in termine di velocità di connessione sia di copertura, oltre a un progressivo impiego delle identità digitali (che già ad oggi esistono) per l’accesso ai servizi pubblici. Questo stesso discorso, nelle intenzioni del ministro, si estende anche alla PA, con una maggiore diffusione e condivisione capillare dei dati, aumento della fornitura di servizi in forma digitale e formazione del personale.

A questo punto viene da chiedersi, dato che sostanzialmente chiunque sarebbe d’accordo nell’avere uno Stato che funzioni meglio e fornisca maggiori opportunità di operare all’interno del mondo digitale per tutti, se gli obiettivi che il governo si pone e soprattutto gli strumenti con cui intende perseguirli siano realistici ed effettivamente realizzabili.

Per farlo, torniamo a dare uno sguardo alla situazione del nostro Paese: al 2019 la percentuale di famiglie italiane che hanno almeno un accesso a internet sono il 76.1 % del totale; un dato che, se confrontato con il 2009 (47.3 %), mostra un notevole incremento, a riprova che in un mondo sempre più digitale inevitabilmente cresce il numero di persone che, volenti o meno, utilizzano questi strumenti. Il dato naturalmente è nazionale e riflette solo in parte la situazione locale, che nel nostro Paese, dove il divario fra regioni è un fattore determinante, significa avere una visione solo parziale del problema. A questo andrebbe aggiunta anche un’analisi più dettagliata sul tipo di connessioni utilizzate, ma per non complicare ulteriormente la questione mettiamo da parte queste problematiche, anche perché in questo senso le intenzioni del Governo appaiono piuttosto chiare e vanno appunto nella direzione di ridurre queste disuguaglianze.

Scendiamo invece più nel dettaglio per quanto riguarda le famiglie con accesso a internet: sempre al 2019, appare evidente come siano le nuove generazioni ad avere un forte peso in questa statistica (tra le famiglie con almeno un minorenne è presente una connessione nel 96.3 % dei casi), mentre per le fasce di età più anziane vale il discorso opposto (solo il 35.3 % delle famiglie di soli anziani con più di 65 anni utilizza internet). Chiaramente il dato non sorprende in sé, anche perché è soprattutto la vita dei più giovani ad essere sempre più legata alle nuove tecnologie, sia in termini di lavoro sia per quanto riguarda relazioni sociali e svago. Fa tuttavia riflettere il fatto che, in un Paese che sta inevitabilmente andando verso un rapido invecchiamento della propria popolazione, si possa pensare, nell’arco dei 5 anni in cui i fondi verranno implementati, di operare una digitalizzazione massiccia così velocemente. Questo significherà, come già in regioni come la Lombardia avviene in parte, che per accedere ai servizi sanitari bisognerà utilizzare strumenti digitali, quali app e portali online, che presuppongono, oltre alla possibilità di avere una connessione, un minimo di capacità di utilizzo di questi strumenti, e ad avere in difficoltà in questo senso sono proprio le persone che statisticamente avranno più necessità di ricevere assistenza sanitaria, anche in un’ottica di maggiore utilizzo degli strumenti della telemedicina. Quello su cui si vuole riflettere non è tanto la necessità o l’utilità di accelerare sulla digitalizzazione, ma i necessari step complementari che occorrerà compiere per far sì di non lasciare indietro una grossa fetta della popolazione (ad oggi, quasi 1/4 degli italiani ha più di 65 anni). Pensare di fare tutto questo senza una campagna ben strutturata di accompagnamento e istruzione all’utilizzo delle nuove tecnologie significa lasciare molte di queste persone nel migliore dei casi ad affidarsi ai propri figli e nipoti, quando ci sono, nel peggiore a loro stesse.

Se il problema delle competenze digitali nelle persone più anziane è evidente, anche fra gli adulti in realtà la situazione non è molto migliore. Tornando al dato precedente sull’accesso a internet delle famiglie risulta che nel 56.4 % di quelle che non hanno una connessione il motivo è che nessuno dei componenti sa usare internet. Il dato non si discosta molto da quanto si osserva nelle famiglie di persone sopra i 65 anni (dove si attesta al 68.4 %), mentre è nettamente minore in presenza di minorenni (14.6 %). Per dare un’idea, la mancanza di capacità di utilizzo dello strumento incide nettamente di più rispetto ai costi della connessione stessa e delle apparecchiature necessarie (che spiega il 16.5 % delle famiglie non connesse). Il problema appare quindi evidente e riguarda sostanzialmente tutta la popolazione adulta, non solo in termini di offerta dei servizi pubblici ma anche per i suoi riflessi nel mondo del lavoro: secondo la Corte dei Conti UE più del 50 % della popolazione italiana è priva di competenze digitali e i dati sopra elencati si accompagnano perfettamente con questo scenario.

La domanda che viene da porsi è se, nelle intenzioni di chi darà forma all’Italia per il futuro, ci sia anche quella di avere uno sguardo che voglia essere il più inclusivo possibile verso una realtà del Paese chiarissima e problematica. L’esperienza della DAD, che ha riguardato un altro servizio essenziale come l’istruzione, ha contribuito a mostrare concretamente molte di queste difficoltà, con una crescita delle disuguaglianze (sia di reddito, sia territoriali) che non può e non deve essere ignorata. Per un’Italia che vuole viaggiare veloce non si può prescindere da una pianificazione dettagliata e massiccia dell’educazione digitale, che significa acquisizione delle competenze per la maggior parte della popolazione ma anche consapevolezza su come muoversi in sicurezza su internet, che espone naturalmente a molti rischi un utente poco informato o inesperto. Il punto di partenza non può che essere la scuola pubblica, dove il ruolo dell’informatica è ancora insufficiente, considerando la vitale importanza per la formazione delle nuove generazioni di questo ambito, ma è auspicabile che si estenda anche al di fuori di essa, per coinvolgere il più possibile i cittadini in una transizione che, se affrontata con poco criterio, rischia di generare molti più problemi di quelli che si propone di risolvere.

Dove non altrimenti indicato, i dati presentati sono tutti ISTAT.

Immigrazione e criminalità, uno sguardo ai dati

di Lorenzo Caldirola

Quante volte vi è capitato di associare più o meno inconsciamente il fenomeno immigrazione e il problema della criminalità? A un primo impatto è un ragionamento sensato, chi immigra illegalmente in Italia è spesso una persona disorientata che vive in una condizione di totale precarietà e può contare solo su se stesso per andare avanti: come dice il Sommo “più che ‘l dolore poté ‘l digiuno” e così si finisce a delinquere. Poi si può anche considerare che si tratta perlopiù di persone che nessuno conosce e che poco hanno da perdere, perciò possono anche commettere qualche efferatezza a cuor leggero. Tuttavia, sappiamo che non è che se qualcosa nella propria testa fila allora deve essere per forza vero, bisogna anche che i fatti dimostrino le parole. E per verificare questo cosa si fa? Si vanno a guardare i dati.

Facendo questo si scopre che le malelingue hanno ragione, in media effettivamente gli immigrati irregolari hanno una propensione al crimine doppia rispetto ai cittadini italiani, con una particolare propensione per reati minori come furti, rapine e sfruttamento della prostituzione, mentre non ci sono associazioni significative con reati più gravi come stupri e omicidi. I dati sembrerebbero sconcertanti e giustificherebbero ancora una volta l’equazione immigrato=criminale, ma non è così, o meglio, non è la condizione di immigrazione ad essere correlata con un aumento della propensione al crimine, bensì la condizione di regolarità. Se infatti andiamo a consultare i dati sugli immigrati che hanno ottenuto il permesso di soggiorno e quindi risiedono regolarmente sul suolo italiano non si individua più alcuna significativa differenza tra italiani e stranieri.

Questo non dovrebbe stupirci, infatti dopo anni di scienza e buon senso dovrebbe essere chiaro che non è tanto il colore della pelle o la lingua che si parla a fare il criminale, ma la condizione di povertà e precarietà e la coscienza che uscirne è molto difficile. La soluzione sarebbe regolarizzare tutti gli immigrati? Forse, non per forza, detta così è un po’ una provocazione. Un’idea potrebbe essere “semplicemente” (si fa per dire) quella di mettere chiunque, italiano e non, nella condizione di avere una vita dignitosa senza dover ricorrere a espedienti disonesti. È tremendamente difficile, nessuno vi costringe a farlo, ma sappiate almeno che se sentite di un immigrato che ha rubato un portafoglio in metropolitana forse l’ha fatto non per una sua presunta propensione al crimine, ma perché non aveva altra scelta.

Intervista a Fridays for future Bergamo

di Lorenzo Caldirola

Fridays for future è un’iniziativa politica ma apartitica che dal novembre del 2018 porta studenti di tutto il mondo a scioperare il venerdì manifestando in favore dell’ambiente e contro il surriscaldamento climatico. Altro ha avuto l’occasione di intervistare due giovani membri del coordinamento bergamasco del movimento per scoprire cosa si cela dietro l’organizzazione delle manifestazioni che hanno fatto tanto discutere nel maggio e nel settembre del 2019.

Il gruppo conta quasi un centinaio di studenti, quasi tutti delle superiori, ma anche universitari e qualche ragazzo delle medie. Tutto ciò che il gruppo organizza è interamente pensato e gestito dai ragazzi, i quali, con ammirevoli sforzi e inventiva, non solo tirano insieme manifestazioni gigantesche come quella di settembre ma si occupano anche di molte attività di salvaguardia ambientale come, ad esempio, la raccolta di rifiuti nel territorio.

Le manifestazioni hanno già ottenuto i primi successi, riuscendo a far firmare al comune la Dichiarazione di emergenza climatica, sebbene in una versione più blanda. Gli intervistati riconoscono l’impegno della giunta e si dicono fiduciosi riguardo al futuro.

Parlando nello specifico della manifestazione di settembre e dello straordinario successo di affluenza i ragazzi si dicono entusiasti e riconoscono alle scuole il merito di aver concesso agli studenti di partecipare alla manifestazione senza essere considerati assenti a lezione. Questo da un lato è positivo poiché ha appunto consentito un’affluenza senza precedenti, d’altra parte questa scelta in buona fede da parte delle istituzioni ha smorzato il lato più ribelle del movimento, quello degli scioperi e dei disagi, e perciò da alcune personalità vicine è stato visto con sospetto.

Quello che per gli intervistati è certo è che la scuola ha cominciato a prendere coscienza dell’emergenza che ci troviamo a vivere, e questo è un importante passo avanti. La strada però resta ancora molto lunga. Gli scioperi infatti perdono buona parte della loro efficacia se non provocano disagi, ma perché questo avvenga non bastano gli studenti, serve che scendano in piazza anche i lavoratori. La cosa non sembra così immediata; forse per disinteresse, forse per sfiducia verso i più giovani, i sindacati hanno appoggiato solo timidamente gli scioperi per il clima non invitando a conti fatti i lavoratori a partecipare alla manifestazione se non in casi limitati e poco chiari.

Questo carica sulle spalle dei soli ragazzi l’intera organizzazione di eventi così importanti. Stiamo parlando di mesi e mesi di intensa attività di organizzazione e finanziamento. È doveroso sottolineare infatti che queste manifestazioni non sono sponsorizzate in alcun modo, sono i ragazzi a organizzare campagne di autofinanziamento, e che l’impatto ambientale di tutto quanto viene tenuto il più basso possibile, con ogni espediente che i mezzi a disposizione di Fridays for future consentono e non senza ingegno.

Nel complesso i ragazzi mi sono parsi seri e appassionati, con tanta voglia di fare e idee abbastanza chiare in testa. Certo, non è facile scontrarsi col mondo degli adulti e degli interessi dei singoli e la strada è ancora lunga, ma impegno e buona volontà non mancano perciò non posso che augurare loro buona fortuna.

Roma, la capitale dei rifiuti

di Francesco Marinoni

Certi problemi ci accompagnano da talmente tanti anni che ormai nessuno si preoccupa più di capire cosa li abbia generati. Ci comportiamo come se esistessero da sempre, come se ormai si fosse messa in atto qualsiasi soluzione, senza esito, e allora tanto vale rassegnarsi. Quando ciclicamente queste problematiche tornano a fare notizia, in occasione di particolari emergenze, infiammano l’opinione pubblica e il dibattito politico, con tutti che si riempiono la bocca di grandi parole e regolarmente finiscono per non fare nulla di concreto, alimentando il circolo vizioso.

Ecco, cosa c’è di più ricorrente e cronico dell’emergenza rifiuti? Tantissime città italiane sono finite a turno sotto esame per le situazioni invivibili in cui i cittadini si ritrovavano a vivere, con le strade invase di scarti di ogni tipo, spesso anche tossici. Napoli, Palermo e soprattutto Roma sono sicuramente fra le più citate, ma è proprio la capitale a far parlare più spesso di sé, tanto che persino il New York Times si è occupato del caso con un conseguente notevole danno d’immagine.

Cerchiamo quindi di capire come mai, dopo decenni di crisi rifiuti e amministrazioni di qualsiasi colore politico, ancora oggi siamo qui ad assistere all’ennesima imbarazzante emergenza. Il primo grande nodo da cui bisogna inevitabilmente partire è un dato fondamentale: il comune di Roma è di gran lunga il primo per numero di abitanti (per avere un’idea, non basta sommare i cittadini di Napoli e Milano per eguagliare i romani) ed ha un’estensione territoriale enorme, quasi 1300 km2. Ne consegue che qualsiasi tipo di servizio opera su una scala completamente diversa dal resto d’Italia e, soprattutto, il quantitativo di rifiuti prodotto è impressionante: 1.7 milioni di tonnellate (quasi il 6 % del totale nazionale)[1] escono dalla capitale ogni anno, di cui solo 700mila è differenziato.

A questo punto è chiaro quale sia il prossimo nodo: 700mila su 1.7 milioni significa circa il 40 % di raccolta differenziata. Non proprio una cifra invidiabile, ma in realtà da questo punto di vista Roma non è nemmeno messa troppo male se raffrontata con il resto del Paese. Seppur ben lontana dai comuni “ricicloni”, soprattutto nel Nord Italia, da questo punto di vista riesce a fare meglio di altre città come Palermo, ferma al 20 % di differenziata. Da questo punto di vista dei progressi si stanno facendo con l’incremento della raccolta porta a porta, ma la scarsa educazione al riciclo dei cittadini e le inadempienze della disastrata AMA (la partecipata che si occupa della raccolta a Roma) fanno sì che togliere i rifiuti dalle strade sia di per sé già complicato.

Ciò che ha fatto scattare l’emergenza, tuttavia, non è la semplice incuria ma un evento ben preciso, ovvero l’incendio del Tmb sulla Salaria[2]. Per capire come questo sia un elemento fondamentale bisogna innanzitutto capire cosa sia un Tmb: si tratta di centri per il trattamento meccanico-biologico dei rifiuti, destinati per lo più ad ospitare la grossa fetta di indifferenziato, ma che di fatto non smaltiscono nulla. Si limitano a pretrattare ed essiccare i rifiuti, che dovrebbero poi concludere il loro ciclo in altri luoghi ma che spesso finiscono per stanziarsi e mettere radici in questi punti di raccolta intermedi (vi ricordate le famose ecoballe in Campania? La maggior parte non si è mossa da lì). Ecco, in Italia i Tmb sono 130 e ricevono ogni anno più del 30 % dei rifiuti urbani, fra frazione secca e umido non compostabile: vediamo quindi che il problema è in realtà in gran parte nazionale, dato che questa è stata la scelta adottata ovunque per lo smaltimento dell’indifferenziato.

Dove finiscono queste 10 milioni di tonnellate? Solo 1.7 viene smaltita in inceneritori a produzione energetica, mentre il 54.2 % termina il suo viaggio in una deliziosa discarica. Con un costo dai 40 agli 80 euro a tonnellata, spendiamo ogni anno dai 200 ai 400 milioni di euro per portare rifiuti destinati alla discarica in un centro che non li smaltisce. Non proprio un affarone, quantomeno per le tasche dei comuni.

Ma torniamo a Roma e al Tmb di Via Salaria. Già prima del rogo la città spediva buona parte dei rifiuti in altri Tmb, sovraccarichi e non in grado di gestire questa mole, e va tenuto conto che mancano centri di compostaggio, per cui all’indifferenziato si aggiunge buona parte dell’umido. Chiaramente, partendo da questa situazione, l’improvvisa chiusura di uno snodo fondamentale ha mandato completamente in tilt il sistema di raccolta, con i risultati che tutti abbiamo visto e letto sui giornali.

Comune e Regione, guidati rispettivamente da Virginia Raggi (Movimento 5 Stelle) e Nicola Zingaretti (Partito Democratico), hanno posizioni opposte su come risolvere la crisi. Mentre il secondo chiede l’apertura di una discarica in città, la prima resta dell’idea che la città non è autosufficiente e mai lo sarà da questo punto di vista, perciò sarà sempre inevitabile spedire una parte dei rifiuti prodotti altrove. Raggi inoltre evoca lo spettro di Malagrotta, l’ultima discarica operante a Roma che finì al centro di un grosso scandalo e venne chiusa dall’allora primo cittadino Marino nel 2009.

Difficile preferire una delle due posizioni, in quanto nessuna di esse può rappresentare una soluzione a lungo termine, e soprattutto difficile pensare che uno stallo sulle proprie posizioni dettate dalla contrapposizione politica possa giovare alla città. La via maestra da seguire è sicuramente aumentare sempre più la quantità e la qualità della raccolta differenziata, con la realizzazione di impianti di smaltimento specifici. Ma questo, come già visto, non è un problema solo di Roma. L’Italia deve iniziare a pensare seriamente a nuovi piani per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, oppure rischierà in ogni momento di ritrovarsi all’improvviso sommersa dalla “monnezza”.


[1] Questo e i successivi dati sono presi da un’analisi di Chicco Testa, presidente di FISE-Assoambiente, su Start Magazine

[2] Per un approfondimento sull’incendio e su questo specifico Tmb si rimanda all’inchiesta di Marina Forti per Internazionale

Una cura per Sansone

di Elisa Morlotti

Con il passare degli anni, i ragazzi giovani temono sempre più quel difetto fisico che viene detto comunemente “pelata”. Intorno ai trent’anni circa, moltissimi uomini iniziano a vedere i propri capelli cadere e non ricrescere più, per un processo fisiologico denominato scientificamente Alopecia androgenetica. La causa di questo fenomeno è nota e risiede in un enzima chiamato 5-alfa reduttasi di tipo 2. Questo enzima trasforma il testosterone (l’ormone tipico del sesso maschile, responsabile dello sviluppo di tutte le caratteristiche proprie di un uomo) in una sostanza leggermente diversa, il DHT, o diidrotestosterone, il quale provoca l’atrofizzazione e la conseguente morte dei follicoli dei capelli.

Alcuni metodi per combattere la calvizie sono universalmente conosciuti, il più efficace dei quali è sicuramente l’autotrapianto di cuoio capelluto. Recentemente, si è scoperto che due farmaci, la finasteride e il monoxidil, già concepiti per altri scopi, permettono di ridurre il processo di atrofizzazione dei follicoli. Il problema di queste sostanze farmacologiche sono gli effetti collaterali dovuti ad un’assunzione prolungata nel tempo: ipertensione, infiammazioni diffuse e croniche, impotenza, depressione.

Un’importante novità su questo fronte viene da Mia Rosselli, giovane ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università di Bolzano. In una sua recentissima pubblicazione, ancora oggetto di studio per la comunità scientifica, Rosselli presenta una cura preventiva per l’Alopecia. Si tratta di un antico metodo ideato dai nonni della ricercatrice, farmacisti ed erboristi, che sfrutta esclusivamente molecole e principi attivi naturali. La cura consiste nell’applicazione sulla cute e i capelli di tutto il capo una lozione a base di limone, banana, ginepro e foglie di aloe. Gli impacchi devono essere ripetuti tre volte al mese per tre mesi, e ogni volta bisogna lasciar agire la lozione sul capo per almeno tre ore. Tutti i clienti dei nonni di Rosselli si ritengono soddisfatti di questa cura, che sembra essere efficace nella quasi totalità dei casi.

Il merito di Rosselli sta nell’aver dato un fondamento scientifico ad un metodo già considerato utile e sicuro da tutti coloro che ne conoscono l’esistenza. Grazie alle svariate conoscenze nell’ambito della biologia e della chimica, la giovane ricercatrice è stata in grado di spiegare il motivo per cui questa cura può davvero prevenire la calvizie: l’acido citrico del limone, se combinato con l’acetato di isoamile della banana e con i flavonoidi del ginepro e dell’aloe, produce una sorta di barriera organica che avvolgerebbe il follicolo e lo proteggerebbe dall’attacco del DHT.

Se la comunità scientifica dovesse ritenere la ricerca sufficientemente attendibile e precisa, probabilmente questo nuovo farmaco, completamente naturale e senza effetti collaterali, sarebbe la soluzione al problema della calvizie maschile. «Problema che spesso viene sottovalutato» spiega il dottor Francesco Migoni, professore ordinario di Psicologia all’Università di Camerino. «La maggior parte degli uomini, quando perde i capelli, subisce un trauma emotivo simile a quello dovuto al tradimento di un amico.» Oltre ad essere un segno visibile dell’età che avanza, per il subconscio dell’uomo la calvizie rappresenta la perdità di mascolinità e di autorità. Anche se spesso questo non è percepito dalla sua coscienza, la calvizie provoca in un uomo un malessere diffuso, malinconia, insicurezza, svilimento e, in alcuni casi, perfino depressione. «Questa nuova cura, se confermata, potrà aiutare i molti uomini che soffrono della cosiddetta Sindrome di Sansone, donando loro sicurezza e tranquillità nel loro percorso di crescita e invecchiamento. È per questo che questa ricerca è così importante e interessante: fra qualche anno probabilmente Rosselli godrà di grande fama nel mondo scientifico», conclude il professore.