Brexit: il capolinea della politica europea?

di Francesco Marinoni

Il 23 giugno 2016 uno degli eventi politici più sorprendenti e significativi degli ultimi anni ha scosso l’Europa: il referendum sull’uscita dall’Unione Europea del Regno Unito ha visto la vittoria del Leave, sulla spinta della campagna elettorale di Nigel Farage, leader dell’United Kingdom Independence Party (UKIP). Ad oggi le difficoltà di un accordo bilaterale hanno impedito che l’espressione di voto diventi realtà e negli anni sono emerse tutte le difficoltà legate a un processo mai verificatosi in precedenza e dalla portata politica, economica e sociale enorme. Nonostante questo, i risultati delle elezioni europee, che hanno visto nel Regno Unito la vittoria del Brexit Party del redivivo Farage, dimostrano come l’opinione degli elettori inglesi non sia stata scalfita dalle difficoltà riscontrate per rendere effettiva l’uscita dall’UE.

Farage ha infatti costruito la sua campagna elettorale solo ed esclusivamente sul leitmotiv dell’uscita a ogni costo, abbandonando anche la linea più soft dei Tories che fin dall’inizio erano stati sostenitori del Leave. La retorica del riprendere in mano il controllo del proprio Paese, del tornare ai vecchi valori di una volta e del privilegiare gli inglesi (che è un eco del Make America great again che ha segnato il trionfo di Trump) si è rivelata vincente e ha convinto moltissimi elettori a votare con una scarsissima consapevolezza delle conseguenze.

A proposito di questo voto e più in generale per quanto riguarda la politica degli Stati europei, è evidente come i populismi e i nuovi nazionalismi attirino principalmente l’attenzione e l’interesse delle persone più anziane: una fetta sempre più consistente dell’elettorato in molti dei Paesi più sviluppati, che hanno visto la propria nazione, in un passato abbastanza recente, in una posizione di sovranità e rilevanza internazionale maggiori rispetto ad oggi. La globalizzazione e il progressivo smantellamento degli imperi coloniali hanno avuto come risultato una perdita notevole di peso politico dei singoli Stati, il tutto accompagnato dall’ascesa delle nuove potenze mondiali.

Fra tutte le nazioni, il Regno Unito è sicuramente quella che più ha vissuto, insieme alla Francia, questo fenomeno. Il popolo inglese si è ritirato sulla propria isola abbandonando gradualmente un Impero di estensione intercontinentale: proprio a questa grandezza perduta si appellano i messaggi populisti. La generazione del Leave è quella che ha assistito a questo processo, con un contemporaneo aumento esponenziale delle disuguaglianze sociali che ha portato a un impoverimento del ceto medio a vantaggio di pochi ricchi. È proprio questo infatti il target principale degli slogan di Farage: più che da ideologie razziste o strettamente di destra, gli elettori del Brexit Party sono accomunati da un desiderio di riscatto e di maggiore rilevanza economica e sociale. Non è un caso infatti che il partito abbia tolto voti sia al Labour sia ai Tories, relegandoli a percentuali a dir poco sorprendenti, considerato il forte bipolarismo che aveva caratterizzato la politica inglese per molti anni.

E le nuove generazioni come si collocano in questo scenario? Ci sono segnali di un’inversione di tendenza? Un dato che sicuramente fa riflettere è che fra i giovani domina l’astensione, mentre i più anziani sono i più affezionati al voto: alle elezioni europee hanno votato il 28 % degli aventi diritto fra i 18 e i 24 anni e il 51 % di quelli sopra i 50 anni[1]. Come si può spiegare questo fenomeno? La risposta probabilmente deriva da fattori diversi ed è piuttosto complessa. Sicuramente l’offerta e i programmi politici poco guardano ai giovani, in primo luogo perché, ragionando in ottica puramente elettorale, sono una percentuale molto bassa dei votanti, soprattutto nei Paesi più sviluppati, e allo stesso tempo perché, a parte poche eccezioni, la classe politica e i leader principali sono dei “dinosauri della politica”, cresciuti in un mondo completamente diverso da quello odierno e che faticano ad adeguarsi al cambiamento sempre più rapido della società (basti pensare ai passi da gigante compiuti dal mondo digitale negli ultimi anni). I cosiddetti millenials fanno quindi fatica a riconoscersi in qualche partito o a costruire una propria coscienza politica perché non trovano le risposte alle domande e ai problemi che si pongono (che sono spesso incomprensibili agli occhi di chi ha una mentalità irrigidita dal tempo) e soprattutto hanno pochissimi interlocutori con cui potersi confrontare.

Un esempio lampante di questo scostamento è il dibattito sui cambiamenti climatici. Dalle elezioni europee, risulta evidente come la crescita dei Verdi in quasi tutti i principali Paesi sia soprattutto espressione del voto dei giovani; tuttavia non dappertutto questi movimenti hanno ricevuto la stessa attenzione e rilevanza politica. Se infatti in Germania i Grüne hanno toccato il record del 20.5 %, in Italia Europa Verde non ha nemmeno superato la soglia di sbarramento, attestandosi intorno al 2 %: questa differenza è evidentemente legata a una presenza molto più duratura del partito nello scenario politico tedesco e soprattutto a una precisa intenzione verso un tema che diverrà sempre più cruciale nei prossimi anni e che, purtroppo, nel nostro Paese ancora non si è manifestata.

Quello dei cambiamenti climatici è solo uno dei grandi temi cari alle generazioni più giovani (probabilmente il più importante) e potrebbe e dovrebbe essere un punto di partenza per la creazione di un nuovo orizzonte politico. Non sarà possibile arrivare a eliminare completamente il contrasto generazionale fra persone che inevitabilmente sono nate e vissute in contesti completamente diversi, ma è evidente che nel futuro prossimo bisognerà cercare in qualche modo di limarlo. Se gli europei invecchiano sempre di più, non possiamo permetterci che l’Europa, e il nostro pianeta con essa, subiscano lo stesso destino.


[1] Dati Euronews

Work in progress

di Marta Naldi

La protesta dei gilets jaunes (in italiano gilets gialli) è una costante nelle piazze francesi dal 17 novembre 2018. Nato da un video divenuto virale su Facebook, il movimento aveva come primo obiettivo le misure del governo per scoraggiare l’uso della macchina. Rapidamente, però, il fronte si è ampliato sino ad assumere i contorni di uno scontro sociale: poveri contro ricchi, metropoli contro periferie.

Leggendo le rivendicazioni, molto eterogenee tra loro, il filo conduttore tra la maggior parte di esse è il bisogno di maggior sicurezza e la richiesta di misure contro la precarietà non solo economica ma anche sociale. Macron non solo ha ritirato l’aumento delle tasse sulla benzina, dei pedaggi autostradali e le altre misure dissuasive dell’uso dell’automobile ma ha concesso anche incrementi salariali e detassazione degli straordinari. Nonostante fossero state accolte le loro richieste iniziali, i gilets gialli non si sono fermati. Sabato dopo sabato le vie delle grandi città sono state teatro di scontri e invettive.

La rabbia è esplosa fra chi non si è sentito garantito e i politici, soprattutto il governo, che non hanno saputo rappresentare i loro interessi. Un altro episodio insomma della serie “Crisi di rappresentanza”, ormai edita in tutto il mondo seppur con diversi format.

I gilets gialli cercano un modo per far sentire direttamente la loro voce. In Italia, il MoVimento Cinque Stelle nasce da un analogo bisogno di democrazia diretta. Tuttavia, le modalità e i mezzi impiegati sono differenti. Il movimento italiano utilizza una piattaforma come fosse un’agorà. I francesi, in piazza, ci sono scesi davvero. Nonostante ciò, le manifestazioni sono organizzate via web e tra i militanti serpeggia l’idea di presentarsi alle elezioni europee come partito.

In cosa questa nuova organizzazione dovrebbe differenziarsi da quelle già esistenti? In che senso può salvaguardare il contatto con la cosiddetta base? Se i vecchi partiti si son rivelati insufficienti come poter trovare nuove forme di rappresentanza? La convivenza tra individui e popoli necessita di compromessi e, dunque, di corpi intermedi. Pensare di abbattere le forme usate sino ad ora senza fornire alcuna soluzione alternativa è pericoloso e imprudente. Oltre a istanze distruttive servono atteggiamenti propositivi. Se un tempo il partito era espressione di un blocco sociale, oggi le società sono più frammentarie e non di rado ci si riconosce solo parzialmente in programmi diversi.

Sorprendentemente, in Francia una proposta interessante è arrivata dal bersaglio attaccato. Macron sta incontrando numerosi sindaci, prossimi ai bisogni e alle necessità del territorio. L’iniziativa sta riscuotendo un tale successo che si vorrebbe prolungarla. Intanto negli ultimi sabati l’onda dei gilets gialli sembra progressivamente scemare; del resto, quando le istanze di ascolto, partecipazione e proposizione alla base di questo movimento vengono accolte, esso non ha più ragion d’essere ed è destinato molto probabilmente ad esaurirsi.

Resta il problema di come colmare la distanza, nella complessità delle società moderne, tra il bisogno di rappresentanza delle democrazie e quello di riconoscimento in esse dei cittadini. Vari laboratori si sono succeduti negli ultimi decenni (Occupy Wall Street, Podemos, etc), ma tanto lavoro resta ancora da fare.

Chiesa e società in Polonia

di Francesco Marinoni

Il profondo legame tra la Polonia e la tradizione cattolica ha origini antiche ma è ancora oggi molto stretto. Si tratta infatti di uno dei Paesi europei con la più alta percentuale di credenti (si definisce cattolico il 90 % della popolazione) e nel 2016 il 36.7 % di questi si è dichiarato praticante[1]: un dato che (seppure in calo) nella maggior parte dei Paesi europei è sotto il 30 %. Le radici di questo connubio risalgono al 966, quando il duca Mieszko scelse di battezzarsi per rafforzare lo Stato contrapponendosi agli Imperatori tedeschi. Da allora la Chiesa ha assunto un ruolo sempre più rilevante nella società polacca, fino a diventare un simbolo dell’identità nazionale, anche nel lungo periodo storico fra la fine del XVIII secolo e la fine della Prima Guerra Mondiale in cui il territorio era spartito fra le varie potenze europee dell’epoca. Negli anni del comunismo poi, la Chiesa rappresentava la tradizione della Nazione Polacca Cattolica contrapposta allo Stato, riunendo intorno a sé tutti gli oppositori di una ideologia politica che risultava essere incompatibile con i propri valori[2]. Una delle personalità che più ha incarnato questa visione del cattolicesimo polacco è sicuramente Papa Giovanni Paolo II, divenuto una figura di culto cui la popolazione resta ancora oggi molto affezionata e devota.

Oggi il peso di questa tradizione incide in modo determinante sulla politica nazionale: la Polonia è uno dei paesi più conservatori su tematiche come l’aborto, l’eutanasia, l’educazione sessuale e i diritti della comunità LGBT, riguardo alle quali il resto dell’Europa si sta invece gradualmente aprendo.

In particolare, a preoccupare è la presenza di numerosi gruppi estremisti che, avvicinandosi sempre più ai movimenti di destra in crescita, si fanno promotori di ideologie retrograde, rifiutando categoricamente il riformismo. Alcuni esempi sono Radio Maryja, il quotidiano Nasz Dziennik e l’emittente televisiva Trwam TV, tutte sostenute apertamente da Prawo i Sprawiedliwość, partito che ha vinto le elezioni presidenziali e parlamentari del 2015 e di cui fa parte l’attuale primo ministro Beata Szydło. Si tratta di una forte presenza mediatica, che conferisce ulteriore forza alla Chiesa rendendola un interlocutore con cui tutte le forze politiche devono fare i conti.

Nel 2013 c’è stata una presa di posizione marcata per quanto riguarda l’ideologia gender, come riporta un articolo dell’East Journal: «Lontani da qualsiasi apertura nei confronti della comunità LGBT, i vescovi polacchi mettono in guardia la comunità cattolica dalla pericolosa avanzata della “ideologia gender”, l’ideologia di genere che attacca – a loro dire – i valori fondamentali della famiglia cristiana sponsorizzando non solo nuove forme di vita familiare ma una più generale autodeterminazione individuale per cui è possibile scegliere il proprio genere e orientamento sessuale. In una lettera[3] indirizzata alle chiese polacche alla fine dello scorso anno, i vescovi affermano che differenti forme di relazione indeboliscono l’istituto del matrimonio e la famiglia basata su di esso e concludono il loro avvertimento episcopale con un appello alle istituzioni affinché non acconsentano, «a compiere esperimenti sui bambini e i giovani in nome di un’educazione moderna» dove per “esperimenti” – spiega l’antropologa polacca Agnieszka Kościańska (grazie a Dio, è proprio il caso di dirlo) – si intende l’educazione sessuale basata sugli standard dell’OMS e le lezioni contro la discriminazione tenute in alcune scuole polacche da femministe e ONG del circuito LGBT.»[4]

Il tema dell’identità nazionale da difendere è il punto cardine su cui i movimenti cattolici fanno leva: «Preoccupata dalla scarsa osservanza dei precetti religiosi e intenta ad offuscare gli scandali di pedofilia, la Chiesa probabilmente assume posizioni così radicali agitando lo spauracchio della minaccia alla nazione – tema storicamente caro all’intera collettività – per preservare e rafforzare la sua posizione poiché in realtà è lei stessa a sentirsi minacciata. Così se da una parte i movimenti LGBT e femministi rivendicano – giustamente – l’appartenenza alla nazione, la Chiesa continua a considerare cattolicesimo e polonità come termini della stessa equazione a fronte di un arretramento del primo nella società polacca, tendenza che non permette di considerare la Polonia così cattolica come la sua immagine stereotipata impone, né di credere che lostessomondo cattolico sia un blocco monolitico, dal momento che i dati concernenti la pratica religiosa per regione mostrano un quadro differenziato che ricalca i confini dell’epoca delle spartizioni con un’area sud-orientale (un tempo parte dell’Austria-Ungheria) più tradizionalista e conservatrice di quella delle aree di Varsavia, Kielce, Lublino o Łódź (un tempo sotto il dominio russo).»[5]

L’influenza della Chiesa sulla società civile resta comunque molto forte, soprattutto nelle aree più arretrate del Paese dove fornisce numerosi servizi di assistenza alla popolazione. Nonostante il suo peso in ambito politico sia ormai evidente a tutti, pare ancora difficile intravedere cambiamenti sul piano istituzionale e legislativo volti a contrastare apertamente le tradizioni cattoliche e la spinta reazionaria. E questo, per la democrazia polacca, non è sicuramente un bene.


[1] Dati forniti dall’Istituto di Statistica della Chiesa cattolica

[2] Per approfondire le vicende storiche si può consultare http://www.storico.org/europa_verso_comunita/identita_polonia.html#

[3] Per ulteriori approfondimenti sulla lettera si rimanda a http://www.lanuovabq.it/it/vescovi-polacchi-in-campo-contro-il-gender

[4] Per l’articolo completo si veda https://www.eastjournal.net/archives/47129

[5] Estratto dallo stesso articolo dell’East Journal https://www.eastjournal.net/archives/47129

Selezione di specie

di Giulio Bonandrini

Oh, la Francia. Lì si che sanno manifestare. Mica come qui.

Il capo d’imputazione: l’ORE, Orientation réussite étudiants.

E sarebbe? Una riforma della maturità e l’introduzione della selezione universitaria.

E quindi? Opposizione, occupazione, spazi di incontro, scontro e mobilitazione.

Aprile 2018.

Grado di infettività del virus insurrezionale: grado 4 scala Bakunin, elevato.

Aree di pronto intervento: la capitale e tutte le città universitarie del paese, bisogna intervenire prima che l’insurrezione si allarghi ai non studenti.

Soluzioni: il manganello (ultimo ritrovato della Sbirri&Co., perfetto su camicie e giacche da intellettuale; non lascia segni; dolore bestia assicurato. Prodotto in conformità all’articolo 43 comma 34528. Nota: non permessa la vendita e l’utilizzo ai civili), assetto antisommossa (formazione: in fila per sei con resto di due), arresti (vite rovinate: almeno sei, solo a Nanterre).

Alleati: i fedeli alleati di centro destra aiuteranno a sostenere l’urto dei disordinati.

Modalità di formulazione della riforma: i) al tavolo delle trattative si sono seduti tutti tranne il personale impiegato nell’educazione; ii) la discussione parlamentare è stata evitata grazie a una procedura prevista dall’articolo 45 comma 2 della Costituzione francese. Insomma: esautorazione delle camere del potere legislativo, super velocità e paraocchi.

Contenuti de loi ORE. I) introduzione della piattaforma Parcoursup: un gran casino fatto di pre-programmazione della vita futura per ogni studente maturando. Nell’anno della maturità ogni studente deve esprimere dieci preferenze per la sua formazione universitaria, i professori e il rettore sono poi chiamati a giudicare queste scelte, e infine le università, dopo aver classificato il tutto, avranno il diritto di ammettere o meno ciascuno studente. I criteri di scelta varieranno però in base al consiglio di amministrazione di ogni università, che fornirà la sua risposta seguendo tempistiche sue proprie, non regolamentate. In soldoni, ogni studente dovrà via via rifiutare le proposte di ciascuna università mano a mano che arrivano senza poter avere un quadro di insieme, sperando di essere ammesso nell’ateneo di sua scelta. Inoltre, di conseguenza, sin dal liceo verrà richiesto a ciascuno studente di conformare il suo percorso scolastico sull’università che andrà a frequentare. Chi di noi a quattordici anni sapeva cosa avrebbe voluto fare?

Riassunto.

Selezione: fa rima con controllo. Controllo di cosa? Della riproduzione sociale. Gerarchizzazione delle università e di conseguenza dei licei, dei titoli e degli studenti, delle periferie e dei poveri. Università livellate sulla base dei posti di lavoro che riescono a riempire; studi umanistici? Chi?

Produrre, progresso.

Scioperi, manifestazioni in tutto il paese. Cariche della polizia, idranti. Democrazia repressiva, democrazia sicura.

Un grido si alza dalle strade: “Tutti contro la selezione, tutti contro la selezione”.

Dicembre 2018

No. Si alzava. Tempo è ormai passato da quei giorni di aprile. La gente ha bisogno di lavorare, di studiare. Non si riesce a fare la rivoluzione. Anche questa volta il governo, soltanto aspettando, ha vinto. Una volta si sarebbe detto “presi per fame”, oggi si dice “ritorno all’ordine”.

Belli, i francesi. Loro ci credono ancora.

La terra del carbone

di Andrea Calini

Zona grigia, terra di carbone: la scoperta di numerosi giacimenti del combustibile fossile ha segnato la fortuna di cui il Donbass ha goduto negli ultimi secoli. Zona di confine, schiacciata tra l’ingombrante presenza sovietica e le antiche aspirazioni di libertà e indipendenza. Zona di conflitto, di una guerra che sembra congelata ma nella quale si continua a sparare e a morire, che come altri conflitti nelle regioni di frontiera dello spazio post-sovietico rimane nel limbo. Quattro anni sono passati dalla fuga di Yanukovich, dai referendum, dall’inizio del conflitto armato. Una guerra che ha radici profonde nel passato della regione del Donec, nella storia dell’Ucraina e nel rapporto di quest’ultima con la Russia, attrice protagonista e bandolo della matassa delle vicende che riguardano quella parte di mondo. Sostegno fisico, materiale, muscolare (per esempio alle repubbliche separatiste autoproclamatesi indipendenti già nella tarda primavera del 2014) ma anche e soprattutto ideologico. 

Il rapporto con Mosca non è semplice, è segnato dalla storia recente dei due paesi: industrializzazione, migrazioni, terrore staliniano e successivo periodo di stagnazione hanno caratterizzato la diffidenza nei confronti sia del gigante ex sovietico sia nei confronti di Kiev. Da ciò capiamo che il processo di autodeterminazione e di autoidentificazione procede su binari non etnico-culturali ma bensì economico-territoriali. «L’idea di essere il cuore industriale del paese, sfruttato e mai ricompensato a sufficienza ha favorito, infatti, il costante risentimento verso il centro di potere. […] Al referendum di dicembre 1991 Donetsk e Lugansk votarono a grande maggioranza per l’indipendenza ucraina, ma già a partire dal 1994 i rapporti con Kiev iniziarono a deteriorarsi. Più che la presenza di una consistente minoranza russa, fu l’idea che a un centro di potere che sfruttava la regione (Mosca) se ne fosse sostituito un altro (Kiev) ad avere contribuito al consolidamento elettorale del Partito Comunista negli anni ’90 e alle crescenti domande di indipendenza e autonomia regionale.»1 

La specificità di questa regione, del suo odierno conflitto e della costruzione di un’identità nazionale unificante, l’intreccio dialettico di rapporti tra la capitale e la periferia, il ruolo principale giocato dal Partito delle Regioni (di cui faceva parte l’ex presidente Yanukovich, partito legato all’elite e agli oligarchi del Donbass) nel creare di fatto uno stato nello stato, la “rivoluzione arancione” del 2004 e le sue politiche di ucrainizzazione. 

Il resto è storia recente. «Il cambio di potere e la fuga di Yanukovich hanno avuto un doppio effetto. Da una parte si è creato un vuoto di potere, seppur temporaneo, a Kiev. Dall’altra, il potere clientelare del PdR in Donbass si è rapidamente disgregato in diverse fazioni intorno alle figure più influenti come gli oligarchi. […] Tra marzo e aprile 2014 circa il 61% degli abitanti di Lugansk e il 70% di quelli di Donetsk vedevano Maidan (e cioè la serie di manifestazioni cominciate in Ucraina nel novembre 2013 all’indomani della sospensione, da parte dell’allora governo ucraino, di un accordo di associazione tra Ucraina e Unione europea) come un colpo di stato orchestrato dall’occidente, mentre la media per le altre regioni del sud-est si attestava intorno al 38%.»[1] Pluralità di fattori, incrocio di storie da districare per comprendere criticamente l’ennesima guerra silenziosa che insanguina le regioni dell’Est Europa.


[1] Dall’articolo UCRAINA: Alla ricerca delle cause della guerra in Donbassdi Oleksiy Bondarenko 

Un governo per l’Europa

di Brian Arnoldi

Il Vecchio Continente è stato il luogo di nascita delle forme di governo del mondo contemporaneo. La democrazia e la monarchia, almeno per come le conosciamo oggi, si sono sviluppate sul suolo europeo dai modelli in uso fin dall’età antica, da cui prendono spunto ancora oggi stati nascenti o bisognosi di riformare il proprio assetto costituzionale. Se è vero che i sistemi di governo europei sono profondamente radicati nella storia del continente stesso, è anche vero che tra essi prevalgono le differenze piuttosto che le similitudini: basti pensare a come in Europa riescano a convivere pacificamente nazioni repubblicane con diversi assetti (la Repubblica Presidenziale in Francia, quella Parlamentare in Italia, quella Federale in Germania) e nazioni che, pur rimanendo entro l’alveo delle democrazie, sono ancora formalmente guidate da una monarchia (la Spagna, il Regno Unito, il Belgio). Al netto delle evidenti differenze strutturali tra i governi europei, è dunque necessario evidenziare ciò che li accomuna e permette loro di dialogare all’interno delle istituzioni comunitarie.

Il primo punto di contatto tra tutti i sistemi democratici è il rispetto del principio della separazione dei poteri, teorizzato da Aristotele, da Locke e da Montesquieu: nei principali Paesi europei, almeno negli ultimi vent’anni, la divisione tra il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario è sempre stata rispettata. A cambiare sono stati invece gli organi che, di nazione in nazione, sono stati investiti di tali poteri, portando quindi alla nascita delle quattro tipologie di governo precedentemente citate. Un interessante confronto, in questo senso, può essere tracciato tra l’Inghilterra e la Francia: storicamente agli antipodi e rappresentanti rispettivamente del potere monarchico conservatore e tradizionalista e degli ideali repubblicani figli della Rivoluzione, ad oggi i due Paesi sono soggetti a forme di governo estremamente simili tra di loro, tanto da portare a pensare che la repubblica francese sia in realtà più monarchica della monarchia inglese. Nonostante il re (o la regina) rimanga il Capo di Stato del Regno Unito e di altre quindici nazioni all’interno del Commonwealth, i poteri della corona sono limitati dal Bill of Rights del 1689: la monarchia non può emanare leggi, non può amministrare il Paese e non può far rispettare la giustizia, limitandosi ad essere la fonte dei tre poteri, che vengono a loro volta divisi tra il governo, alla cui testa vi è il Primo Ministro, il Parlamento, composto dalla Camera dei Comuni e dalla Camera dei Lord, e dalla magistratura. Il ruolo svolto dal monarca è prevalentemente consultivo (la regina riceve il Primo Ministro ogni settimana) e rappresentativo del Paese all’estero, ma sempre al di fuori del sistema di governo democratico del Paese. Sotto questo punto di vista è possibile dire che in realtà la forma di governo inglese sia, almeno da due secoli a questa parte, una repubblica parlamentare del tutto simile a quella italiana. Di più: non sarebbe nemmeno sbagliato asserire che la separazione dei poteri sia più rigida in Inghilterra che in Italia, al punto che il monarca inglese possiede meno poteri del nostro Presidente della Repubblica.

Al contrario, in un sistema repubblicano presidenziale come quello francese, la figura del Presidente della Repubblica ha margini di azione molto più ampi, esercitando parzialmente sia il potere esecutivo che quello legislativo. Tale pratica, condannata dalla stessa costituzione della Quinta Repubblica, è parzialmente aggirata dal fatto che il potere esecutivo de iure sia esercitato dal governo, alla cui guida vi è un Primo Ministro come in Gran Bretagna, anche se questi è di fatto soggetto al volere presidenziale, dal momento che il Capo di Stato ha potere di nomina e revoca del governo. Riassumendo, la forma di governo francese, portatrice degli originali ideali repubblicani e democratici della Rivoluzione, si riduce ad essere «una monarchia dove al vertice non vi è il re ma un presidente eletto» (Giuliano Amato, Forme di Stato e Forme di Governo).All’interno di questa equazione va poi aggiunto il problema della stabilità e della rappresentatività di governo: dal momento che l’esistenza di una democrazia perfetta è pressoché impossibile, ogni nazione deve decidere se garantire che il Parlamento sia una corretta rappresentazione delle preferenze politiche popolari (come avviene in Italia) o se le Camere debbano poter permettere al governo di lavorare stabilmente per tutto il proprio mandato (come avviene nelle nazioni con sistema elettorale maggioritario e uninominale, ad esempio la Francia). A ciò si aggiunge infine la questione della rappresentanza territoriale e del federalismo di natura tedesca, insieme a quella della rappresentanza europea: se è vero che le democrazie europee sono il frutto della secolare storia del continente, è anche vero che in futuro la sfida per tutti sarà quella di creare una governance condivisa nell’ambito comunitario dell’Unione.