La politica del figlio unico in Cina: storia, controversie ed effetti del più grande esperimento di controllo delle nascite

di Francesco Marinoni

Il mondo odierno presenta numerose questioni e sfide difficili da analizzare e ancor più complicate da risolvere: probabilmente la prima che viene in mente è il cambiamento climatico, con tutte le annesse conseguenze, ma si potrebbe pensare anche all’evoluzione dello scacchiere geopolitico, con i rapporti di forza fra i Paesi che inevitabilmente cambiano nel tempo, rompendo alcuni equilibri e creandone di nuovi, oppure alle tante rivendicazioni per i diritti delle minoranze, che ormai interessano, seppure su piani diversi, tutto il mondo. Un altro esempio particolarmente calzante, e soprattutto sempre più attuale, è quello dell’aumento della popolazione mondiale; se da un lato si tratta di un argomento su cui si dibatte da molto tempo (le teorie di Malthus, uno dei nomi che più facilmente si associa a questo tema, risalgono all’inizio del XIX secolo), non si può certo dire che si siano raggiunte conclusioni incoraggianti su come affrontare i problemi ad esso connessi, fra cui la questione alimentare e l’impatto crescente dell’attività umana sull’ambiente.

A questo proposito però la storia recente ci offre un vero e proprio “caso di studio” da manuale, ovvero la politica del figlio unico, adottata dalla Cina a partire dal 1979 e, si può dire, ad oggi quasi completamente superata (avremo modo di approfondirne l’evoluzione più nel dettaglio in seguito). Si tratta probabilmente del più celebre ed esteso tentativo di controllo delle nascite mai operato da un Paese e ,proprio per questo motivo, studiarne l’implementazione e gli effetti può aiutare a trarre numerose conclusioni economiche, sociali e politiche.

Partiamo cercando di contestualizzare a grandi linee la situazione cinese nel periodo antecedente al 1979. Il Paese si trovava in una complessa fase di evoluzione, decisamente accelerata, da un’economia prevalentemente agricola a un’industrializzazione massiccia e forzata e accompagnata da un enorme aumento della popolazione (dai 542 milioni di abitanti del 1949 ci si avvicinò alla soglia del miliardo alla fine degli anni ’70). Durante questa transizione, data la grande rapidità del fenomeno, lo Stato non era in grado di garantire una vita sostenibile a tutti e il Grande Balzo in avanti (il piano economico messo in atto da Mao dal 1958 al 1961) ebbe come conseguenza emblematica una terribile carestia, che portò alla morte di un numero imprecisato di persone, nell’ordine delle decine di milioni. Il tasso di natalità, che arrivò a superare addirittura i 6 figli per donna nel corso degli anni ’60, seppur assestatosi su un trend discendente, si mantenne a livelli piuttosto elevati anche nel decennio seguente. Il problema dell’esplosione demografica era quindi presente da molto tempo quando, nel 1979, il presidente Deng Xiaoping decise di introdurre una misura drastica, la politica del figlio unico, che nelle previsioni del governo sarebbe servita ad evitare un eccesso di 400 milioni di ulteriori nascite che avrebbero messo a rischio la crescita economica negli anni a seguire. Ma di cosa si tratta esattamente?

Inizialmente presentata come una soluzione temporanea, la politica del figlio unico prevedeva, come suggerisce il nome, che ogni donna potesse generare al massimo un figlio. Erano previste alcune deroghe, modificate poi nel corso degli anni e applicate in modo diverso nelle regioni del Paese. Era concesso per esempio di avere più di un figlio in caso di parto gemellare: non sorprende, a questo proposito, che alcune indagini indichino come molte donne in quegli anni assumessero farmaci per aumentare la fertilità, nella speranza che questo evento si verificasse. Altre eccezioni riguardavano le famiglie rurali la cui prima figlia fosse stata femmina, vista l’importanza in questi contesti di un erede maschio (torneremo su questo punto più avanti), e alcune minoranze etniche.

Al di là dei criteri precisi (che potevano arrivare ad essere talmente intricati che alcune famiglie si trovavano involontariamente a violare le norme), è più interessante analizzare il modo in cui queste politiche sono state portate avanti. Alla base di tutto, oltre a una diffusione massiccia di contraccettivi, è stato posto un sistema di incentivi e disincentivi: alle famiglie “obbedienti” venivano concessi benefici economici e sostegno nella crescita del figlio, mentre quelle “disobbedienti” venivano punite con multe (il che ha permesso ai più ricchi di evadere di fatto la regola). A questo però vanno purtroppo aggiunti altri aspetti, decisamente più disturbanti. Innanzitutto, come prevedibile, molti figli sono nati comunque, nonostante i divieti, e si trovano tuttora a vivere a tutti gli effetti in uno status di clandestinità nel loro stesso Paese: non hanno potuto accedere al sistema educativo e sono sprovvisti di documenti, trovandosi quindi impossibilitati anche a lasciare la Cina per vie legali. Ma le conseguenze più scabrose della politica del figlio unico sono sicuramente i numerosissimi casi, solo in parte denunciati, di sterilizzazioni e aborti forzati, oltre a un numero imprecisato di neonati dati in adozione all’estero senza il consenso dei genitori. Le modalità con cui avvenivano queste adozioni, in particolare, sono state tenute nascoste dal governo per molto tempo, sia ai cinesi sia al resto del mondo (comprese le stesse famiglie adottive): la propaganda statale infatti da un lato promuoveva le nuove politiche di natalità con forza, tanto che molte persone sono cresciute con l’idea che fosse una misura necessaria e ignare dei suoi effetti, mentre dall’altro silenziava chi, per diversi motivi, non voleva adeguarvisi. Il livello di questa operazione di occultamento fu tale che ad oggi non si hanno stime precise sul numero di persone coinvolte in queste procedure.

Naturalmente, in un Paese vasto come la Cina, sarebbe ingenuo pensare che le direttive dello Stato siano state applicate in modo uniforme su tutto il territorio. Al netto delle diverse legislazioni delle regioni (che hanno un certo grado di autonomia decisionale rispetto al governo centrale), la differenza principale che si può osservare è fra le città e le aree rurali. Nei contesti urbani infatti la politica del figlio unico è stata portata avanti con molto più successo, sfruttando anche come leva fondamentale la minaccia di perdere il lavoro: quando infatti non venivano scelte soluzioni più estreme, come quelle illustrate in precedenza, ricatti di questo tipo risultavano particolarmente efficaci. Anche nelle campagne potevano verificarsi episodi di questo tipo, ma data la lontananza dai centri di potere veri e propri il rispetto della legge si basava più che altro sulle autorità, più o meno ufficiali, dei singoli villaggi: sono riportati casi, ad esempio, in cui le famiglie ribelli venivano ricattate con il furto di oggetti di valore o anche solo con l’isolamento all’interno della comunità. Tuttavia si può ragionevolmente pensare che non in tutto il Paese ci fosse questo livello di controllo (che di fatto non era altro che un autocontrollo della popolazione stessa), soprattutto nei contesti più isolati, dove inoltre risultava decisamente più semplice nascondere le gravidanze o i figli stessi con la complicità di amici e parenti.

Essendoci addentrati più nel dettaglio nella politica del figlio unico, è ora tempo di analizzarne le conseguenze, a breve e lungo termine, sull’economia e sulla società cinesi. La prima domanda che sorge spontanea è: questo sforzo, sia in termini di sacrificio per la popolazione sia di risorse investite per l’applicazione della legge, è servito a raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero a garantire la crescita del Paese? Da uno sguardo molto superficiale ai dati macroeconomici si potrebbe dire che l’effetto è stato complessivamente positivo, dato che l’espansione del PIL cinese non si è di fatto mai fermata dagli anni ’80 e viaggia tuttora a ritmi che nel mondo occidentale fanno ormai parte del passato. Tuttavia stabilire una diretta consequenzialità fra il controllo delle nascite e lo sviluppo cinese non tiene conto anche di numerosi altri fattori che hanno contribuito allo stesso effetto, oltre ad essere questo estremamente difficile da stimare a livello quantitativo (secondo uno studio dell’ONU, la favorevole distribuzione di età della popolazione negli ultimi due decenni del secolo scorso ha pesato per circa il 15 % della crescita economica). Sorgono dei dubbi anche sull’efficacia stessa della legge sul figlio unico nel raggiungere il suo scopo immediato, ovvero il controllo delle nascite: come accennato in precedenza infatti il tasso di natalità cinese, seppur ancora molto elevato nel 1979, era già in discesa prima dell’introduzione della norma, secondo un normale andamento tipico dei Paesi in via di sviluppo. Naturalmente è impossibile sapere se questa diminuzione sarebbe stata la stessa in assenza del provvedimento ed è allo stesso modo impensabile che esso non abbia avuto un qualche effetto (seppure, anche in questo caso, difficilmente quantificabile), ma queste considerazioni dimostrano sicuramente come l’utilità della politica del figlio unico sia quanto meno discutibile, anche volendola analizzare da una prospettiva estremamente cinica.

Volgendo lo sguardo alla situazione attuale della Cina, il giudizio sul controllo forzato delle nascite non può che farsi più critico. Due infatti sono le conseguenze più importanti a livello socioeconomico, le quali minacciano il presente e soprattutto il futuro del Paese, entrambe sicuramente riconducibili almeno in parte alla politica del figlio unico: l’enorme disparità di genere e l’invecchiamento squilibrato della popolazione.

Partiamo dalla prima. Attualmente in Cina ci sono circa 30 milioni di uomini in più rispetto alle donne, con previsioni che stimano come questo numero possa crescere fino a 60 milioni in futuro. Come si è arrivati a questo e soprattutto quale è stato il contributo della politica del figlio unico? Il motivo principale è che     molti genitori, obbligati dallo Stato ad avere un solo figlio, hanno preferito che questo fosse maschio: questo perché tradizionalmente le figlie femmine sono quelle che, una volta trovato marito, lasciano la famiglia, mancando quindi di fornire quel supporto che, soprattutto in contesti rurali, era fondamentale per sostenere i genitori nell’invecchiamento. Per questo motivo i casi di abbandono e, una volta che le tecnologie per conoscere il sesso dei nascituri divennero più diffuse, di aborti delle figlie femmine furono diffusissimi, arrivando al punto di generare situazioni paradossali in cui villaggi interi sono popolati solo da uomini. Naturalmente lo squilibrio generato da queste scelte nel corso dei decenni ha portato oggi ad avere un enorme platea di uomini che sono destinati a non sposarsi (in cinese sono identificati dal termine guang guan, traducibile approssimativamente come rami spezzati, in riferimento alle linee genealogiche che si interrompono), il che per una società come quella cinese (come del resto anche nel mondo occidentale, nella tradizione cattolica) significa essere condannati a un’incompiutezza della propria vita, che dovrebbe invece assumere pieno significato solo nel matrimonio. Il problema è estremamente evidente, tanto che l’equivalente cinese del Black Friday (la “festività dello shopping”) corrisponde al “Single’s Day”: giganti del commercio come Alibaba sfruttano questa situazione in cui versano moltissimi abitanti per alimentare le vendite. Un altro effetto visibile della disparità di genere è l’aumento del prezzo delle case nelle grandi città, che stanno diventando sempre di più una sorta di “dote” che la famiglia lascia al proprio figlio maschio nella speranza che lo renda più “appetibile” per essere fra i pochi che si sposeranno.

Purtroppo, la presenza di tanti uomini soli impossibilitati a trovare una compagna sta alimentando anche fenomeni decisamente più inquietanti, come il rapimento e la “compravendita” di donne provenienti dai Paesi confinanti con la Cina, che diventano vittime di questo terribile circolo vizioso diventando loro malgrado mogli. Le statistiche ufficiali non raccontano fino in fondo l’entità di questo traffico, sia per la volontà del governo cinese di occultare il problema (per cui si fanno anzi campagne per promuovere l’immigrazione femminile da Stati confinanti, dipingendola come un’opportunità e nascondendone i rischi) sia per la sudditanza, politica ed economica, degli stessi Paesi di provenienza delle ragazze (principalmente Indonesia, Corea del Nord, Pakistan, Myanmar), che non osano denunciare pubblicamente queste pratiche per paura di ritorsioni. Per i cinesi single che hanno denaro da spendere questa soluzione sta diventando sempre più diffusa e sicuramente si tratta di una delle conseguenze più disturbanti e oscure del marcato divario di genere.

Passiamo ad analizzare la seconda importante conseguenza: ci sono grosse fette di popolazione che stanno progressivamente invecchiando, avendo però un numero di lavoratori che, in proporzione, sta diminuendo drasticamente. Attualmente in Cina ci sono circa 5 adulti lavoratori per ogni pensionato, ma questo numero secondo le stime è destinato a scendere a 1.6 in 20 anni. È un problema molto familiare da una prospettiva italiana (nel nostro Paese questo rapporto vale poco più di 2), ma se nel mondo occidentale l’invecchiamento dei cittadini è noto da anni non sta assolutamente procedendo a ritmi paragonabili a quello cinese: per avere un’idea, si ipotizza che entro il 2050 più di un quarto della popolazione avrà più di 65 anni, il che significa che i pensionati cinesi, se vivessero in una nazione a sé, sarebbero il terzo Paese più popoloso al mondo. Non è un caso che si stia parlando di innalzamento dell’età pensionabile, attualmente a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne, per la prima volta in 40 anni. Questi numeri naturalmente non sono solo un effetto della politica del figlio unico ma piuttosto del miglioramento delle condizioni di salute, con la speranza di vita che è cresciuta notevolmente rispetto al secolo scorso. Il vero problema sta nella mancanza di persone giovani che si prendano cura dei loro genitori e allo stesso tempo possano garantire un numero sufficiente di nuove nascite.

Questo genera inoltre un enorme disagio per le tante famiglie (al 2010 sono circa un milione) che hanno perso il loro unico figlio, il quale, oltre all’evidente legame affettivo, rappresenta una sicurezza fondamentale per i genitori che invecchiano. Questa triste condizione è molto riconosciuta, tanto da essere etichettata da un termine specifico, shidu. Queste persone, oltre a dover affrontare in alcuni contesti uno stigma sociale, hanno difficoltà ad accedere alle residenze per anziani e alle cure, che tradizionalmente sono a carico dei figli e parte del loro dovere nei confronti della famiglia (citato anche nella Costituzione). Addirittura ci sono persone che si sono viste negare la possibilità di garantirsi spazio nei cimiteri, non avendo nessuno a garantire che le spese funerarie verranno pagate. In questo senso, dal 2013 il governo cinese ha avviato programmi per sostenere gli anziani soli e in generale offrire più servizi di accompagnamento della vecchiaia, ma per molti questi sforzi sono ancora insufficienti e non bastano a coprire le spese per le cure e l’assistenza di cui sempre più persone avranno bisogno.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto: che politiche sta pensando di intraprendere lo Stato cinese per porre rimedio, almeno in parte, a tutti questi problemi? Ironicamente, la soluzione che sembra essere stata scelta è quella di fare retromarcia: l’obiettivo si è improvvisamente spostato sull’incoraggiare le donne a fare figli. Nella versione ufficiale propagandistica questo non è assolutamente in contraddizione con la politica del figlio unico: si tratta semplicemente di fasi storiche diverse e quindi se in precedenza bisognava limitare le nascite per il bene dello Stato allo stesso modo adesso è necessario incentivarle. Molto rapidamente si è quindi arrivati a una prima abolizione della legge del figlio unico nel 2015 (in cui si è aperta la possibilità di avere un secondo figlio) e alla recentissima apertura anche al terzo, annunciata proprio quest’anno, accompagnate da stimoli e incentivi alla natalità in modo esattamente speculare a quanto visto nei decenni scorsi. Il naturale seguito sarà, molto probabilmente, una rimozione completa delle limitazioni sul numero di figli per coppia, attesa negli anni a venire.

I numeri del resto sono impietosi: il tasso di fertilità si attesta ora all’1.3, molto lontano dalla soglia che garantisce un futuro sostenibile, e si prevede che i nuovi nati saranno sempre meno in Cina ad ogni anno che passa. Sarà possibile invertire questa spirale con politiche analoghe a quelle che l’hanno generata? È ragionevole pensare che, per quanto la propaganda e gli incentivi siano determinanti, non basteranno a mettere una pezza ad un buco che è destinato invece ad allargarsi sempre di più. Moltissime famiglie infatti non sono interessate in alcun modo ad avere altri figli, per diversi motivi. Una prima ragione è che, in un Paese sempre meno povero, fare un figlio sta passando sempre di più dall’essere una risorsa all’essere un costo che molti genitori non possono più permettersi: anche qui è facile riconoscere un problema con cui siamo molto familiari nel mondo occidentale. Dai sondaggi prodotti dallo stesso governo risulta, per esempio, che solo l’11.2 % delle famiglie in contesti rurali sarebbe disposta ad avere un terzo figlio e la percentuale scende al 4.3 % se ci si sposta nelle città. Un secondo importante fattore da tenere in considerazione è di tipo socioculturale: una società che per decenni è stata abituata ad avere un solo figlio si è adattata a questo scenario, il che significa per esempio aver pianificato le risorse economiche in modo da concentrarle per una sola persona. Non è un caso che molti genitori siano letteralmente ossessionati dal crescere figli che eccellano in tutti i campi, dallo studio agli sport, il che ha portato anche all’idea stereotipata che spesso si ha dei “bambini cinesi” in grado di fare qualsiasi cosa, oltre a infanzie spesso rovinate e passate in collegi in cui fin dalla tenera età si è sottoposti alla disciplina più ferrea.

Insomma, si potrebbe dire che la politica del figlio unico cinese ha contribuito in definitiva a modificare radicalmente la società e la cultura di una nazione intera, portando con sé anche una serie di conseguenze orribili. Di fronte alle sfide poste dall’aumento della popolazione a livello globale, essa rappresenta sicuramente un monito sulle conseguenze che certe politiche possono avere a lungo termine  e allontana da soluzioni semplicistiche che, a volte, vengono proposte per risolvere problemi di una complessità enorme.

Per approfondire, allego le fonti utilizzate per la stesura dell’articolo:

https://www.vice.com/it/article/4avpww/cina-adozione-politica-figlio-unico?fbclid=IwAR0OJuXX4zrWHujVF5HTpRRwaIA1jRYNhQ1gMVxXujCRyCrxayo7jA6ic08

https://www.vice.com/en/article/nem7az/chinas-gender-imbalance-is-fueling-a-market-for-kidnapped-indonesian-brides

https://www.hrw.org/news/2019/10/31/chinas-bride-trafficking-problem

https://www.vice.com/en/article/zm7399/china-just-scrapped-its-one-child-policy

https://www.vice.com/en/article/wjwqnb/the-kids-of-chinas-80s-one-child-policy-still-feel-its-pain

https://www.npr.org/2016/02/01/465124337/how-chinas-one-child-policy-led-to-forced-abortions-30-million-bachelors?t=1629280477902

https://www.bbc.com/news/world-asia-china-34667551

http://www.chinadaily.com.cn/china/2007-07/11/content_5432238.htm

https://www.globaltimes.cn/page/202108/1232046.shtml

https://theconversation.com/chinas-one-child-policy-left-at-least-1-million-bereaved-parents-childless-and-alone-in-old-age-with-no-one-to-take-care-of-them-162414

https://www.theguardian.com/world/2019/mar/02/china-population-control-two-child-policy

https://www.npr.org/2021/06/21/1008656293/the-legacy-of-the-lasting-effects-of-chinas-1-child-policy?t=1631533141903

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3135510/chinas-one-child-policy-what-was-it-and-what-impact-did-it

https://www.investopedia.com/terms/o/one-child-policy.asp

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Il Grande Fratello con gli occhi a mandorla

di Lorenzo Caldirola

Ormai da tempo il progresso tecnologico procede a un ritmo vertiginoso, con la diffusione delle tecnologie 5G, la crescente implementazione dell’internet delle cose e lo sviluppo di algoritmi di machine learning e AI sempre più raffinati come avanguardia della ricerca.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto è la Cina ad essere il leader mondiale indiscusso nelle intelligenze artificiali, con una particolare attenzione allo sviluppo di algoritmi di riconoscimento facciale.

Nello stato di Hong Kong tutti i cittadini sono schedati in un database connesso in tempo reale alle numerosissime telecamere sparse per tutto il territorio. Il livello di controllo sulla posizione e sulle attività pubbliche della popolazione è pressoché assoluto ed è proprio per questo che quando un paio d’anni fa la città fu violentemente scossa da tumulti e proteste uno dei simboli dei manifestanti divenne l’ombrello, usato per celare il proprio volto alle telecamere, se non direttamente per oscurarle.

Allo stesso modo nella provincia dello Xinjiang, nella Cina del nord, i software di riconoscimento facciale sviluppati dal colosso Megvii sono stati additati dalla comunità internazionale per il loro presunto impiego su larga scala nell’individuazione dei cittadini appartenenti alla minoranza Uigura e nella loro conseguente cattura e detenzione nei molti campi clandestini lì presenti.

Posti questi esecrabili esempi negativi va però riconosciuto che l’applicazione su larga scala di queste tecnologie ha anche diversi risvolti positivi, non solo per quanto riguarda la sicurezza pubblica, con una maggior efficacia nell’individuazione dei criminali e nella prevenzione di attentati terroristici (seppur con risultati talvolta errati), ma anche nei servizi alla comunità. Sono infatti diversi i casi di persone smarrite che sono state ritrovate grazie a una segnalazione automatica delle telecamere o identificate direttamente dagli agenti di polizia grazie all’ausilio di questi software mentre vagavano in stato confusionale e ricondotte alle proprie abitazioni.

Mentre la Cina avanza imperterrita nella ricerca gli Stati Uniti cercano di tenere il passo tra mille polemiche, l’Europa è ancora impegnata in discussioni preliminari su etica e privacy. È indubbio che il modo in cui queste tecnologie stanno venendo attualmente impiegate non garantisca assolutamente alcune delle libertà individuali più fondamentali, tuttavia se da un lato non possiamo che condannare l’uso indiscriminato di questi algoritmi, né tantomeno i modi spesso impropri in cui vengono costruiti i loro database di riferimento, dall’altro non possiamo assolutamente restare indietro nello sviluppo di una tecnologia tanto potente e che troverà sicuramente migliaia di applicazioni fondamentali in futuro, per le quali non vorremo essere costretti a dipendere da uno stato dai processi opachi come la Cina.

E allora la Cina?

di Francesco Marinoni

La Cina, negli ultimi anni, ha progressivamente scalato qualsiasi tipo di classifica a livello internazionale: una popolazione che ad oggi rappresenta circa il 20 % di quella globale, un’economia in continua espansione in tutti i settori e un’influenza geopolitica internazionale che è arrivata a fronteggiare la strapotenza degli Stati Uniti. In tutto questo, inevitabilmente, il gigante asiatico è arrivato anche a primeggiare in un campo ben poco invidiabile: quello dell’inquinamento. Del resto, con un Paese che sta vivendo un boom economico che il mondo occidentale ormai non ricorda più, la produzione di rifiuti e le emissioni sono arrivate ad essere la fetta più grossa di tutto l’inquinamento prodotto sul pianeta.

Per questo motivo, ultimamente, con il dibattito sul climate change che sta diventando sempre più una delle grandi questioni che l’umanità si trova ad affrontare, viene facile puntare il dito sulla schiera di Stati che stanno avendo una crescita esponenziale paragonabile a quella occidentale fra ‘800 e ‘900, di cui la Cina è sicuramente il leader ma a cui si aggiungono India, Brasile, Nigeria e tanti altri. L’accusa è di essere il vero freno alla possibilità di invertire la rotta, che impedisce qualsiasi possibile sforzo da parte del mondo occidentale: a cosa serve fare sacrifici e ripensare l’intero sistema produttivo ed energetico quando dall’altra parte del mondo si fa l’esatto opposto?

Ecco, come spesso accade, diventa comodo appellarsi a questa narrazione estremamente semplicistica che, pur essendo basata su dati innegabili, risulta essere fin troppo superficiale. Un primo elemento interessante che si può prendere in considerazione è la quantità di CO2 prodotta pro-capite, da cui si vede come la Cina abbia un valore che è meno della metà di quello degli USA[1] (7.5 contro 16.5 tonnellate pro-capite). Non solo, se si volesse fare una classifica delle “colpe” da imputare alle singole nazioni, la quantità di emissioni storiche è decisamente maggiore per tutto il mondo occidentale, che nel processo di industrializzazione ha prodotto una quantità di gas serra enorme.

Pur tenendo in considerazione questi presupposti, è innegabile come nel prossimo futuro che ci attende la posizione della Cina sulla questione del climate change, così come quella di tutte le grandi potenze, sarà fondamentale per cercare di contenere i danni sempre più irreversibili che l’attività umana sta producendo. È interessante quindi andare a vedere in che modo il gigante asiatico si stia ponendo riguardo alla questione. Anche qui, l’opinione comune tende spesso a pensare che ci sia indifferenza totale da questo punto di vista nel Paese, ma la realtà è piuttosto diversa.

Seppure le emissioni complessivamente siano destinate a crescere anche nei prossimi anni, numerosi studi hanno calcolato che il picco verrà probabilmente raggiunto diversi anni prima di quando si era inizialmente pensato, seguendo gli andamenti attuali: la previsione iniziale era per il 2030 mentre i dati attuali suggeriscono che dovrebbe avvenire fra il 2021 e il 2025[2]. Mentre su queste ipotesi c’è in generale un cauto ottimismo, un discorso più complesso è la riconversione delle fonti di energia a sorgenti non-fossili, processo per cui la Cina potrebbe fare più fatica a raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi del 2015.

Le misure del governo cinese puntano decisamente verso una svolta che avrebbe un ruolo determinante, anche perché nel Paese l’inquinamento, soprattutto atmosferico, è una realtà con cui i cittadini sono costretti a convivere ogni giorno. Nelle grandi città infatti la qualità dell’aria è preoccupante e questo è la causa di circa 1.1 milioni di morti all’anno in tutto il paese[3], per cui il governo si trova nella posizione di dover assolutamente fare qualcosa per migliorare la situazione. In questo senso infatti, le misure restrittive per ridurre le emissioni sono già presenti, soprattutto per limitare l’uso di veicoli privati. La grande prova sarà però senza dubbio la questione dell’energia, che ha un impatto sia sul mondo industriale sia sul consumo nelle grandi città.

Il grosso problema della Cina in questo momento è infatti la sua dipendenza dai combustibili fossili (attualmente il 63 % dell’energia elettrica è prodotta da carbone, petrolio e gas naturale)[4], ma anche in questo campo il Paese si sta mostrando determinato a compiere dei passi avanti: gli investimenti fatti mostrano appunto come il 55 % delle risorse è stato destinato alle energie rinnovabili[5], che nelle previsioni dovrebbero arrivare a coprire il 57.1 % del fabbisogno totale nel 2040[6]. La Cina è, in questo momento, a tutti gli effetti leader nel campo delle rinnovabili, sia in termini di fondi stanziati sia in termini di progetti (il 76 % dei brevetti sulle energie rinnovabili sono cinesi)[7].

Insomma, dal quadro che emerge, il ritratto diffuso che si ha in mente della Cina quando si parla di inquinamento appare alquanto impreciso. Sicuramente il Paese avrà un ruolo cruciale, con le scelte che farà, nella questione climatica, ma questo non deve assolutamente essere un alibi per tutti gli altri Stati, che dovranno fare la loro parte. Nascondersi dietro queste argomentazioni non è solo sbagliato ma anche estremamente pericoloso e le dichiarazioni di alcuni leader in questo senso non fanno presagire nulla di buono. Le grandi democrazie possono scegliere se assumere un ruolo di primo piano nella lotta per salvare il pianeta o restare nel loro angolo a contare i danni dei vicini.


[1] The World Bank, dati del 2017

[2] Marlowe Hood, phys.org

[3] Ernest Kao, South China Morning Post

[4] International Energy Agency, dati del 2016

[5] Dati da China Global Energy Finance

[6] Proiezione della International Energy Agency

[7] EMW Law LLP, dati del 2017

Sottozero

di Susanna Finazzi

Come si capisce se una persona è ancora viva? Di solito si controllano le reazioni agli stimoli, il battito cardiaco o la respirazione, ma questi metodi non sono considerati validi per tutte le situazioni. Apparentemente, il caso di Shri Maharaj, un leader spirituale indiano, è uno di questi: i suoi seguaci credono che sia in uno stato di profonda meditazione fin dal 2014 e rifiutano di accettare i segnali che dimostrano che l’uomo è inequivocabilmente morto.

Per la religione induista la meditazione è uno dei momenti più importanti dell’intero percorso spirituale di una persona. Meditando si dovrebbe avere accesso agli stadi più alti della coscienza e, dopo un lungo allenamento che dura tutta una vita, si può aspirare al raggiungimento dell’illuminazione.

Maharaj era – o è, a seconda dei punti di vista – uno dei guru più famosi di tutta l’India. Il fatto di essere nato in una famiglia di bramini benestanti gli ha permesso di studiare in Germania e, qualcuno dice, farsi una famiglia, prima di lasciare tutto per andare alla ricerca della propria realizzazione. Ha incontrato i maggiori leader spirituali asiatici, compiendo pellegrinaggi nel nord dell’India e in Nepal. Sulla catena dell’Himalaya è rimasto in meditazione per diversi giorni di seguito, incurante delle bassissime temperature, senza mangiare né bere. Per questo, quando nel 2014 non è più riemerso dallo stato meditativo, i suoi seguaci hanno pensato che fosse sulla strada giusta per raggiungere l’illuminazione e hanno deciso di non disturbarlo. Per molto tempo hanno impedito le analisi mediche, finché il caso non è passato alla corte del Punjab, una divisone della Corte Suprema indiana, che si è trovata di fronte al dilemma di dover stabilire se Shri Maharaj era vivo o morto. I medici incaricati dell’accertamento hanno riscontrato un arresto cardiaco e confermato la versione della polizia del Punjab, che aveva dichiarato che il guru era morto da un pezzo.

La Corte Suprema, invece, ha affermato che essendo “una questione di spiritualità” si doveva “rispettare la convinzione dei suoi seguaci che lui fosse ancora vivo”. A questo punto è iniziata una battaglia tra i fedeli di Maharaj e la sua famiglia, che lui apparentemente aveva abbandonato per seguire la vocazione religiosa. I seguaci della setta fondata dal guru affermano che lui non si è mai sposato e non ha mai avuto il figlio che invece, presentandosi come tale, è comparso davanti alla Corte Suprema per veder riconosciuto il decesso di suo padre. Affidandosi alle perizie mediche, l’uomo si è opposto all’idea che il leader spirituale potesse essere ancora vivo e ha protestato contro l’iniziativa di conservare il corpo in un apposito frigorifero. I fedeli, infatti, sono convinti che esponendo Maharaj alle stesse temperature che ha affrontato in Nepal lui possa concludere il suo stato meditativo e “ritornare quando vuole” senza conseguenze.

Il figlio del guru sostiene che questa sollecitudine nel negare la morte di suo padre sia dovuta all’enorme ricchezza da lui accumulata negli anni, su cui la setta perderebbe la presa se fosse riconosciuto non solo il decesso ma anche la presenza di una famiglia. Maharaj ha fondato uno degli ordini religiosi induisti più famosi, con milioni di fedeli sparsi per l’India e per il resto dell’Asia, fedeli che non hanno intenzione di credere che un guru così importante possa essere semplicemente morto.

Oggi il corpo di Maharaj è ancora conservato in un frigorifero, a temperature molto sotto lo zero, mentre molti induisti attendono che la meditazione più lunga del mondo possa finalmente arrivare alla fine.

Il carcere della terza età

di Marta Caserio

Invecchiare è considerato da molte persone come una disgrazia: la perdita di forze, le rughe, la perenne spossatezza e la consapevolezza di essere sempre più vicini alla fine sono solo alcuni degli elementi che contribuiscono a questa sensazione. In Giappone in particolare è un peso enorme quello di invecchiare: in uno dei paesi con la più alta percentuale di over 65 (circa il 30 %), la vita è per gli anziani sempre più dura e difficile. La solitudine, la povertà e la trascuratezza sono solo alcune delle cause per le quali sempre più anziani si fanno arrestare per poter vivere meglio. Secondo una recente inchiesta del Japan Times, circa il 20 % delle persone detenute nelle carceri giapponesi sono nella fascia d’età sopra i 65. Si tratta soprattutto di piccoli furti, che però permettono loro di avere tre pasti al giorno, cure sanitarie e poter svolgere una qualche attività in ambito sociale.

Un tempo prendersi cura dei vecchi era un compito che spettava alle famiglie e alla comunità in generale, ma ora l’organizzazione sociale è cambiata: dal 1980 al 2015 il numero di anziani che vivono da soli è aumentato di oltre sei volte. Il 40 % dei detenuti ha infatti affermato di non avere famiglia o di parlare raramente con i propri parenti. Sono persone che non hanno nessuno a cui rivolgersi quando hanno bisogno di aiuto.

Questo fenomeno è sempre più frequente per le donne, delle quali circa 1 su 4 è stata almeno una volta in carcere. La vita per le donne anziane in Giappone è sempre più difficile; non potendo ricevere alcuna pensione, una donna su quattro vive al di sotto della soglia di povertà e per le donne divorziate o non sposate questo numero sale circa al 50 %.

Infatti il sistema pensionistico giapponese è basato principalmente su nuclei familiari matrimoniali, sfavorendo quindi le donne, che dovrebbero occuparsi principalmente delle casa e dei figli.

Numerose donne hanno dichiarato di aver rubato non per un effettivo bisogno materiale, ma più per evitare la solitudine: in carcere hanno modo di interagire e parlare con altre persone, talvolta svolgere lavori in fabbrica o nel contesto sociale.

Per far fronte a questo problema, il governo giapponese ha messo in atto riforme per il miglioramento e la maggiore tutela delle fasce più vecchie della popolazione, ma soprattutto una maggiore cura e attenzione all’assistenza agli anziani sia negli ospizi che nelle carceri.

Sono stati assunti anche dei lavoratori specializzati per aiutare i detenuti più anziani a lavarsi e andare in bagno durante il giorno, ma di notte questi compiti spettano alle guardie. In alcune strutture, essere una guardia carceraria è come essere l’assistente di una casa di cura.

Nonostante ciò questa pratica è ormai recidiva per certi individui, che trovano nella prigione conforto e aiuto, non potendosi rivolgere da nessun’altra parte.

Hum aurat

di Elisa Morlotti

Unite dallo slogan “hum aurat” (tradotto, “noi donne”), migliaia di pakistane hanno manifestato lo scorso 8 marzo per denunciare le ingiustizie e le violenze che molte di loro devono subire abitualmente. La Aurat march non è stata organizzata da alcuna associazione o movimento particolari, ma è frutto dell’ondata di femminismo che si sta diffondendo negli ultimi anni in Pakistan, Paese in cui la condizione della donna è fra le peggiori al mondo. Purdah (la pratica che vieta alle donne di mostrarsi agli uomini in determinate occasioni e le obbliga a indossare il burqa), matrimonio infantile, violenze e molestie, delitti d’onore mai adeguatamente puniti sono solo alcuni esempi di ingiustizia nei confronti di moltissime donne. Portavoce e difensori di questo aspetto della cultura pakistana sono soprattutto i gruppi religiosi islamici presenti sul territorio, che interpretano alcune pagine del Corano leggendovi la superiorità dell’uomo rispetto alla donna. Anche per questo motivo, la marcia delle donne è stata vista come un attacco ai valori culturali e tradizionali del Pakistan ed è stata oggetto di critica da parte di molti leader religiosi e politici; alcune attiviste e organizzatrici dell’evento sono state contattate su internet e minacciate di stupro e di morte.

Considerata la situazione, stupisce il fatto che, negli ultimi anni, una parte del corpo di polizia della regione di Khyber Pukhtunkhwa, regione fra le più conservatrici del Pakistan, sia composta da donne. In realtà, la scelta di arruolarle nella polizia, specialmente nei nuclei antiterrorismo, è solo strumentale e non è dovuta ad alcun ideale di parità di genere o di uguaglianza. In poche parole, la presenza femminile fra le forze armate è necessaria per poter operare e compiere arresti senza inimicarsi la popolazione locale. Infatti, per la cultura pashtun, gli agenti maschi non possono perquisire una donna con il burqa, né entrare in qualsiasi ambiente di un’abitazione in cui non ci siano solo uomini. La partecipazione femminile alle operazioni militari, quindi, ha semplificato molto gli arresti di terroristi e integralisti armati: solitamente, i primi agenti ad entrare in un’abitazione durante un’irruzione sono donne, che allontanano le ragazze presenti e permettono ai colleghi di intervenire. Se non si operasse così, probabilmente la popolazione locale, molto legata alle tradizioni pashtun, si ribellerebbe alle forze di polizia, favorendo i gruppi terroristici presenti in Pakistan.

La necessità di arruolare delle poliziotte è nata dopo il 2007, anno in cui molti gruppi armati integralisti si sono uniti sotto la bandiera del Ttp (Tehrik-i-taliban Pakistan). Nei tre anni successivi, il Ttp ha rivendicato 240 attentati, che hanno causato tremila morti e più di ottomila feriti. La presenza di organizzazioni terroristiche in questa regione, che confina con l’Afghanistan, è una conseguenza dell’intervento armato statunitense sul suolo afghano dopo l’11 settembre 2001. Molti integralisti afghani si sono rifugiati in Pakistan, trovando accoglienza e appoggio fra i leader religiosi più estremisti, in particolare quelli legati alla Lal Masjid (la moschea rossa) di Islamabad. Gli estremisti hanno iniziato a sfruttare alcuni aspetti della cultura del posto per attaccare bersagli istituzionali e statali. Anche le donne hanno contribuito agli attacchi: per loro era estremamente facile nascondere armi o esplosivi sotto il burqa. Da qua, appunto, la necessità di avere nei corpi di polizia anche delle figure femminili, che potessero quindi perquisire donne senza mancare di rispetto alla cultura locale.

Le poliziotte pakistane vedono nei loro confronti un atteggiamento positivo, poiché i colleghi si dimostrano gentili, aperti e persino protettivi. Il dubbio è che questa accoglienza non sia dovuta ad una nuova mentalità riguardo alla questione femminile, ma piuttosto semplicemente al fatto che ormai le donne sono necessarie e indispensabili per le forze armate del Pakistan. A proposito del suo lavoro, Rizwana Hameed, la prima donna a capo di una stazione di polizia di soli uomini, ha affermato: «Non ha senso sbattere la testa contro il muro per cancellare la differenza. Noi trasformiamo la differenza in un’arma». La speranza è che quest’arma, oltre che a livello militare, funzioni sul piano sociale; che vedere anche solo poche donne rispettate e tenute in considerazione aiuti i pakistani a capire che le loro connazionali devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità.

Non ritorno

di Ernesto Martellaro

Essere Ministro della Salute è un compito difficile. Ma essere Ministro della Salute alle Isole Cook è pura follia. Ordine del giorno: il 50% della popolazione soffre di obesità. Come la mettiamo? Il Ministro, o meglio la Ministra, Rose Toki-Brown, se lo sta probabilmente chiedendo anche in questo momento. Gli abitanti del piccolo arcipelago, situato in mezzo al Pacifico, sono alle prese con grossi problemi di salute legati all’alimentazione, problemi che in realtà condividono con tanti altri arcipelaghi della stessa regione. Eppure un tempo la situazione non era tanto grave. Qualcosa dev’essere cambiato. Qualcosa deve aver influito irreversibilmente sulla vita di queste isole. Qualcosa che sta causando seri danni alla popolazione.

Stando agli studi dell’Oxford University, sembra che le Isole Cook avessero una lunga tradizione di pesca e di agricoltura, occupazioni che tenevano gli abitanti costantemente in attività, fornendo al contempo prodotti che oggi definiremmo “a chilometro zero”. L’arrivo degli “esploratori” europei ha poi gradualmente alterato questo equilibrio: gli abitanti delle isole hanno cominciato a dedicarsi all’estrazione di minerali, altamente richiesti in Europa, e hanno progressivamente abbandonato le loro occupazioni tradizionali, tra l’altro meno redditizie. Fu così che la loro alimentazione rinunciò pian piano alla verdura fresca e al pesce appena pescato e si arricchì di prodotti importati dall’estero, generalmente di qualità molto più bassa. Qualcuno sostiene addirittura che i navigatori europei abbiano insegnato agli abitanti delle isole come friggere il pesce, fino ad allora consumato crudo. Questi fattori devono aver causato effetti negativi sulla salute degli abitanti delle Isole Cook e di molti altri piccoli Stati della stessa area geografica.

Una volta esaurite le riserve minerarie e terminato il periodo coloniale, tuttavia, non fu facile tornare alle vecchie abitudini di pesca e agricoltura. Inoltre, in mancanza dell’industria estrattiva e del commercio con l’Europa, il reddito delle Isole Cook si è fortemente ridotto. Di conseguenza, succede sempre più spesso che i pochi pescatori rimasti vendano il pesce pescato a caro prezzo per acquistare il più economico tonno in scatola. E anche l’acqua, in molti casi, può costare più di una bevanda in lattina. Succede così che le cattive abitudini alimentari, piuttosto che scomparire, determinando il record mondiale di obesità.

L’attuale governo del piccolo Stato si interroga sulle possibili soluzioni per arginare il problema e propone numerose campagne di sensibilizzazione sui rischi dell’eccesso di peso, mirando particolarmente ai giovani. Il Ministero della Salute, in particolare, sta instaurando un dialogo diretto con gli studenti delle scuole a tutti i livelli, cercando di registrare anche la loro percezione del problema. Il percorso per gli abitanti delle Isole Cook sembra ancora molto lungo e le parole di uno studente di 11 anni sono emblematiche per farci capire quanto sia difficile per gli stessi abitanti comprendere e affrontare il problema: «La mia famiglia non mi credeva quando ho detto che siamo in cima alla classifica dell’obesità. Mio padre crede che gli abitanti delle Cook siano ancora in forma, così gli ho fatto leggere i dati…»

Non se ne vede la fine

di Giulio Bonandrini

Rapporti India-Pakistan, breve riassunto degli ultimi 70 anni: a seguito della scriteriata politica post-coloniale inglese e delle sue conseguenti randomiche suddivisioni territoriali, i due Stati, entrambi nella top 10 delle nazioni con il più alto numero di abitanti (parliamo di più di un miliardo e mezzo di persone), sono ancora invischiati in una guerra che non sanno risolvere. 

Il primo punto di contrasto al giorno d’oggi, anche perché reso un simbolo dai due opposti nazionalismi, è l’area del Kashmir. Una valle lunga 135 chilometri, larga 30, che ospita ben 7 milioni di abitanti. Zona molto fertile, è diventata un simbolo perché durante la dominazione inglese quest’area, a larga maggioranza musulmana, fu venduta o meglio assegnata a una famiglia indù. A questa prima stortura si aggiunse anche la suddivisione territoriale a seguito dell’indipendenza che rese definitivamente questa valle parte del territorio indiano. Anche se ormai i suoi abitanti, benché musulmani, preferiscano restare a far parte della democrazia indiana, il governo di Islamabad è accusato di finanziare una guerriglia anti-indù, che costringe le forze indiane a mantenere uno stretto controllo sulla regione. Attentati e scontri si registrano ancora oggi. 

La seconda causa del perenne stato di insicurezza è collegabile invece all’esercito. Nel corso della lunga dominazione del subcontinente indiano, gli inglesi reclutarono la maggioranza dei generali dalle cosiddette “razze marziali”, espressione che oggi suona malissimo e che serviva ad indentificare quelle particolari etnie/religioni/confessioni che meglio si adattavano alla guerra, soprattutto quindi musulmani o comunque provenienti dall’India nordoccidentale. A causa di ciò, dopo l’indipendenza, il Pakistan si ritrovò con la maggior parte di quello che rimaneva dell’esercito indiano. Un esercito con un grande peso nella scena politica pakistana e con un grande potere drenante nei confronti della cassa pubblica (la spesa militare gravava sul bilancio fino al 75% della spesa totale). Questa capacità drenante è diminuita con il tempo, rallentata però dalla scusa dello stato di tensione con l’India. «A noi toccarono i burocrati, a loro i generali» dicono gli indiani. 

Ultimo punto di contrasto che ci sentiamo qui di tratteggiare brevemente è quello della situazione economica. Se, sul piano militare, l’India, grazie a una popolazione più numerosa e a maggiori risorse, è comunque sempre riuscita sconfiggere il Pakistan in ogni contesa, sul piano economico è sempre stato il Pakistan a crescere più velocemente, grazie alle sue politiche meno dirigiste e autarchiche. Negli ultimi anni però questo trend si è invertito, aumentando il senso di impotenza del Pakistan che, grazie all’acquisizione del nucleare ed agli accordi con altri Stati, cerca di ritagliarsi il suo spazio in altri modi. Se nel periodo successivo alla partizione si era rivolto agli Stati Uniti che lo avevano ricoperto di fondi e armamenti grazie alla sua strategica posizione anti U.R.S.S., negli ultimi anni il più grande alleato e partner commerciale è diventata la Cina, grazie soprattutto all’astio che entrambi i paesi condividono nei confronti della loro ingombrante vicina. 

Se in una soluzione bisogna sperare, questa si potrà intravedere solo quando l’India riuscirà ad arginare la spinta nazionalistica che ha portato al potere Narendra Modi e il Pakistan avrà ridotto il potere di un esercito ancora troppo influente sulla scena politica del paese. 

Lo svantaggio di essere donna

di Elisa Morlotti

Nella cultura giapponese il gesto dell’inchino ha un profondo significato simbolico: se in ambienti familiari l’inchino è una forma cordiale di saluto, in occasioni formali e importanti sta ad indicare un atteggiamento di rispetto e gratitudine profondi, oppure è espressione di un sincero pentimento.

Proprio quest’estate, nei primi giorni di agosto, abbiamo visto il direttore dell’Università di Medicina di Tokyo, una fra le più prestigiose e importanti del paese, inchinarsi con viso contrito durante una conferenza stampa e confessare la manipolazione dei risultati del test di ammissione al corso di laurea in medicina. Le vittime sono le aspiranti dottoresse, lo scopo quello di mantenere una percentuale di studentesse inferiore al 30%. A partire dal 2006, anno in cui il corpo studentesco dell’università era composto per il 40% da ragazze, i test d’accesso sono stati manipolati per abbassare il numero di studentesse ammesse al corso di laurea: a tutte le ragazze veniva tolto un quinto del punteggio finale ottenuto, in modo da essere svantaggiate nella graduatoria finale ed essere escluse dal corso nella maggior parte dei casi. La motivazione che spinse il consiglio direttivo dell’università a manipolare il test era la convinzione che le donne fossero meno indicate a ricoprire la professione del medico. Secondo il consiglio, un’eventuale maternità avrebbe potuto interrompere la loro carriera; inoltre, il fisico di una donna sarebbe stato meno adatto a sopportare i ritmi di una sala operatoria o dei reparti di rianimazione. Questi aspetti, per quanto ridicoli, vennero giudicati dall’università come possibili cause di una perdita economica nell’ambito sanitario. Anche se, per legge, in Giappone tutti gli ospedali devono essere organizzati senza scopo di lucro e con il solo obiettivo di garantire assistenza sanitaria ai cittadini, questi motivi furono considerati sufficienti per attuare una discriminazione significativa nei confronti delle donne.

“Abbiamo tradito la fiducia dei cittadini”. Queste sono alcune delle parole con cui il direttore Tetsuo Yukioka ammette le colpe della propria università, sottolineano bene uno dei molti aspetti per cui il fatto è tanto grave. All’interno di una società, l’università rappresenta uno degli ambienti più colti e vivaci dal punto di vista culturale, e per questo è un punto di riferimento all’interno dei diversi campi in cui opera. La meritocrazia deve regnare sovrana in ambito accademico, perché fra gli obiettivi dell’università ci sono quelli di promuovere la ricerca e lo sviluppo del sapere e di formare cittadini sempre più capaci, colti e meritevoli. Scoprire la manipolazione di un test d’accesso all’università, rende selettivo e discriminatorio questo ambiente agli occhi dei cittadini: a contare, in ambito accademico, non è più solo il merito. Quando si assiste a ingiustizie o a fatti disdicevoli, spesso si tende a generalizzare: dopo che una sola università si è macchiata di una colpa così grave, viene spontaneo chiedersi se anche in altri atenei non ci siano trasparenza e onestà. L’università così perde la fiducia e il rispetto dei cittadini, e questo ambiente dedicato al sapere diventa, nell’immaginario collettivo, corrotto e interessato più alla propria convenienza che alla cultura e alla ricerca. In un sistema scolastico come quello giapponese, che viene chiamato “inferno degli esami” proprio a causa dei difficilissimi test d’accesso alle scuole di qualsiasi grado, la scoperta di manipolazioni di questo genere fa perdere a tanti giovani la determinazione e la voglia necessarie per poter accedere e frequentare l’università. L’ammissione ad un corso di laurea viene vista come una questione più di fortuna che di merito.

Yukioka ha affermato di voler ammettere retroattivamente le studentesse escluse dal corso a causa della manipolazione, ma questo provvedimento sembra ridicolo e inutile. Dopo essere state escluse dal corso di medicina, molte ragazze hanno intrapreso un percorso di studi differente e difficilmente accetteranno la proposta del direttore dell’università: il loro sogno di diventare dottoresse probabilmente non diventerà mai realtà.

Questo episodio mette in luce un problema che ancora esiste in ambito accademico in quasi tutto il mondo, anche nel nostro Paese. La discriminazione delle donne e il profondo maschilismo che vivono nelle università sono alla base della denuncia del Rettore della Normale di Pisa Vincenzo Barone. Questi aspetti devono essere combattuti con decisione: oltre ad essere una clamorosa ingiustizia e ad essere sbagliato dal punto di vista sociale e morale, svantaggiare le donne in ambito accademico può far perdere importanti contributi alla ricerca universitaria.

La Scuola di Gomme

di Paola Gea

Al Khan Al Ahmar – Gerusalemme Est, Territorio Occupato Palestinese

Nel 2009, per il diritto all’istruzione dei beduini palestinesi che vivono in Area C, l’ONG Vento di Terra ha coordinato la costruzione di una scuola nel campo profughi di Khan al-Ahmar. Oggi, nella comunità beduina Jahalin circondata dagli insediamenti israeliani, la Scuola di Gomme ospita più di un centinaio di minori provenienti dal campo e dai territori limitrofi.

La continuità della tradizione orale Jahalin è a rischio fin dagli anni ‘50: il conflitto con Israele comporta la permanenza di uno stato di emergenza, minando la scolarizzazione delle nuove generazioni. La costruzione della scuola elementare nel deserto della Giudea ha perciò rappresentato uno spartiacque di resistenza passiva. Come le altre scuole dislocate nei campi profughi informali, il progetto è diventato un’oasi contro la progressiva desertificazione operata da Israele nei confronti della terra e della cultura beduina.

Prima del 2009, per andare a scuola occorreva percorrere a piedi diversi chilometri e attraversare l’autostrada di Jericho. I bambini, e soprattutto le bambine[1], erano disincentivati a frequentare a causa dei pericoli connessi alla lontananza delle strutture.

Gli obiettivi principali di chi lavora per la scuola sono la garanzia del diritto all’istruzione dei minori[2] e il sostegno all’autodeterminazione delle comunità locali. Secondo l’operatore umanitario M. A. Rossi, ex presidente di Vento di Terra, uno dei modi per far fronte alla discriminazione dei profughi palestinesi è “dare legittimità all’infanzia” all’interno dei campi.

Per ovviare alla mancanza di edifici adibiti all’istruzione – un problema comune ai territori dislocati e di conflitto – il gruppo ARCò (Architettura e Cooperazione) ha immaginato e realizzato una scuola in architettura bioclimatica. Come riportato sul sito di Vento di Terra, il contesto entro cui nasceva la Scuola di Gomme imponeva vincoli complessi: il clima desertico; la normativa israeliana vigente per la quale ai Palestinesi è precluso, di fatto, il diritto di costruire infrastrutture in muratura; la necessità di lavorare anche in mancanza di manovalanza specializzata; l’uso di materiali locali; le scarse risorse finanziarie. Si è arrivati così alla scelta di riutilizzare vecchi pneumatici riempiti di terra, poi ricoperti da un’intonacatura in argilla. Materiali semplici e con un’elevata prestazione termica e statica. La struttura non è permanente, ma procura elettricità attraverso pannelli solari e si adatta con efficacia alle esigenze degli interventi educativi.

Più che di emergenza educativa[3], la formazione a Khan al-Ahmar si declina come educazione nell’emergenza. A studenti e studentesse, oltre a pratiche di supporto psicosociale come la riduzione dell’aggressività e l’elaborazione dei traumi legati al conflitto[4], viene assicurato un incontro con le proprie potenzialità.

La Scuola di Gomme è continuamente sotto la minaccia di demolizione da parte del governo israeliano, che vorrebbe dislocare la comunità nei pressi di una discarica di Gerusalemme per unire due insediamenti ebraici nella zona strategica E1. La pianificazione urbanistica è da sempre nelle mani dell’esercito israeliano. Questo settembre, in seguito all’iniziale decisione della Corte Suprema di avviare la demolizione, alcuni attivisti hanno dormito sotto un tendone vicino alla scuola per proteggere le aule e le 35 famiglie del villaggio. Per scongiurare lo sgombero, è stato anche creato un avamposto di cinque container poco distanti. Durante questi mesi minacce e scontri hanno tempestato quotidianamente il porto sicuro di Khan al-Ahmar, ma grazie alla pressione internazionale del Parlamento europeo e alle dimissioni del Ministro per la Difesa israeliano Lieberman, l’ordine di demolizione è stato per ora rinviato. Sulle pareti della scuola si può leggere in arabo: “Rimarremo qui finché lo za’atar e le olive rimarranno”.


[1]Una delle maggiori difficoltà dell’educazione all’interno dei campi profughi informali, secondo un documento del 2016 redatto da UNHCR e Global Education Monitoring Report, è l’ulteriore marginalizzazione di categorie normalmente già più svantaggiate.

[2] Nell’agosto 2009 il Ministero dell’Istruzione palestinese ha riconosciuto ufficialmente l’edificio.

[3] Dispositivo che si attiva tipicamente in seguito a situazioni emergenziali causate da catastrofi naturali, per esempio nel caso delle zone terremotate.

[4]Traumi da guerra sono frequenti soprattutto tra i bambini. Le famiglie si trovano in mezzo ai combattimenti, a volte per settimane, e la sindrome più comune è l’agorafobia. I bambini hanno il terrore di uscire allo scoperto, non riescono a socializzare e soffrono di enuresi.