American dream, fra sogno e realtà

di Francesco Marinoni

Tutti i popoli, da sempre, si raccontano delle storie e portano avanti delle narrazioni che contribuiscono a formare ciò che si potrebbe chiamare “carattere nazionale”. Questa retorica, diversa da nazione a nazione è legata spesso ai processi storici e politici di costruzione dei singoli Stati, si accompagna naturalmente alle aspirazioni dei singoli cittadini, che attraverso queste idee crescono con determinate convinzioni che ne influenzano le scelte e gli obiettivi.

Uno degli esempi più intuitivi di questo è il cosiddetto american dream, uno dei tratti distintivi della cultura statunitense che, di riflesso, è stato preso poi spesso come esempio da seguire anche in altri Stati. L’idea fondamentale è che in una nazione come gli Stati Uniti, da sempre autoproclamatasi la terrà della libertà e della democrazia per eccellenza, per qualsiasi cittadino sia possibile, attraverso il duro lavoro e il sacrificio, raggiungere qualsiasi posizione sociale desideri, sia in termini di ricchezza sia in termini di potere. Da questo principio, la celebrazione del self-made hero è la logica conseguenza: l’americano che realizza il proprio sogno facendosi da sé è quanto di più nobile ci possa essere agli occhi dei suoi concittadini, perciò la figura del super ricco imprenditore alla Jeff Bezos che inizia la sua carriera in un ufficio sporco e arriva a possedere un patrimonio che è sostanzialmente impossibile da quantificare non può che essere un esempio che, idealmente, tutti sono spinti a seguire. Questo discorso naturalmente è molto comune e in un certo senso estendibile anche all’intero mondo occidentale, ma è soprattutto negli Stati Uniti dove esso ha messo le radici più profonde.

Verrebbe da pensare, dove sta il problema in tutto questo? Del resto è abbastanza comunemente accettato che per ottenere dei risultati bisogna compiere sacrifici e lavorare, cosa c’è di sbagliato nel proporre figure di successo che ispirino e motivino tutti a dare del proprio meglio?

Quello che spesso si dimentica nella retorica del sogno americano è che se sognare non costa nulla, realizzare i propri sogni ha un costo, non di certo irrilevante, e perciò le condizioni socioeconomiche del sognatore sono in verità il vero discriminante quando si tratta di decidere la sua carriera. Limitare il discorso alla meritocrazia (concetto che usiamo abitualmente in un’accezione positiva ma che, di per sé, è estremamente vago e che presuppone soprattutto che esista un modo efficace per “misurare il merito”) dimentica l’assunto fondamentale che nessuna società è mai riuscita a garantire per tutti un punto di partenza che si possa definire paritario. È molto più probabile che a realizzarsi siano i grandi progetti del celebratissimo Elon Musk (di cui spesso si dimentica di ricordare l’origine dei capitali con cui ha iniziato la sua attività imprenditoriale) piuttosto che del figlio di un dipendente di Wallmart. Questo semplice esempio naturalmente andrebbe ampliato all’infinito considerando tutte le possibili fonti di discriminazione (etnia, genere, orientamento sessuale…), per cui risulta subito evidente come ridurre tutto al merito sia estremamente limitante.

Questi discorsi vengono spesso trascurati, etichettandoli come invidia sociale che chi scrive proverebbe verso chi è riuscito ad avere più successo di lui, perché evidentemente dotato di maggiori capacità e opportunismo. Naturalmente il mio argomento non è che i vari Gates, Musk o Bezos siano semplicemente persone che hanno vinto alla lotteria e non abbiano alcuna capacità, da cui conseguirebbe che le loro fortune derivino esclusivamente dalla “fortuna”, ma piuttosto che la vera questione non sia sempre ricondurre tutto all’abilità personale, staccandola completamente dal contesto. Per ognuno di loro che “ce l’hanno fatta” esistono sicuramente tantissime altre persone ugualmente “meritevoli” (se anche ci fosse un modo per misurarlo davvero, questo merito) che invece non potranno mai aspirare ad arrivare allo stesso livello di ricchezza, potere e influenza sul mondo.

Tutti questi discorsi dell’american dream hanno poi un altro aspetto storico interessante, che si può leggere nella storia di una nazione che, nel corso della sua fondazione, ha avuto a disposizione una quantità di territori e risorse decisamente sproporzionata rispetto alla popolazione: si potrebbe quindi pensare che un tempo forse molte più persone potessero davvero aspirare a migliorare notevolmente la propria posizione sociale, anche solo tramite il possedimento di terreni, per cui poi anche nei secoli a venire l’idea che la ricchezza potesse arrivare a tutti gli uomini di buona volontà è rimasta. Ad oggi, però, di questa possibilità rimane ben poco: la ricchezza maggiore viene spesso passata in buona parte per eredità ed è comunque limitata a un circolo di persone molto ristretto, il famoso 1 % che, però, nel tempo sta diventando sempre più piccolo e sempre più ricco. Non è un caso che all’arricchimento dei più ricchi corrisponda un aumento delle disuguaglianze e un progressivo spostamento verso il basso della “classe media”, come si può osservare direttamente nell’aumento dell’indice di Gini negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni[1].

In definitiva quindi, ricollegandosi in qualche modo agli eroi, tema di questo numero di Altro, l’invito è a riflettere maggiormente sulle figure che spesso vengono prese a modello, cercando di andare oltre la celebrazione delle mirabolanti gesta per vedere cosa ci sta dietro, mettendo in discussione anche il concetto, spesso abusato, di meritocrazia. Una società in cui tutti hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, verso chi ne ha raggiunto il vertice, spesso si dimentica di vedere le fondamenta su cui poggiano i loro piedi.


[1] Dati World Bank

Dei delitti delle pene

di Elisa Morlotti

Dead man walking è un film di Tim Robbins, girato nel 1995, che racconta le vicende di un condannato alla pena di morte e di una suora, la sua guida spirituale. Matthew Poncelet è un cittadino statunitense colpevole di violenza sessuale e omicidio, e per questo viene condannato a morte. Accompagnato da suor Helen Preajan, Matthew confessa le sue colpe e chiede perdono alle famiglie delle vittime quando ormai si trova sul lettino per l’iniezione letale. Quello che stupisce del film è l’empatia che riesce a farci provare per il condannato, sebbene sia autore di un crimine tremendo e sia estremamente arrogante sia durante sia dopo il processo. I temi trattati dal film sono impegnativi e pieni di risvolti morali e sociali: la pellicola ci fa riflettere sulla crudeltà e sulla legittimità della pena di morte, sull’importanza per le famiglie delle vittime di una risposta penale a un delitto, sul valore rieducativo della detenzione e della pena in generale.

Il titolo del film è dato dalle parole con cui negli Stati Uniti un condannato nel braccio della morte viene accompagnato dalla sua cella alla sala dell’esecuzione. Negli ultimi decenni le esecuzioni e le condanne alla pena capitale sono diminuite di molto e durante la presidenza Obama molti condannati hanno potuto ottenere la grazia oppure una commutazione della pena all’ergastolo senza condizionale. Eppure non possiamo parlare di un progressivo abbandono della pena di morte. Infatti, nel luglio 2019, il ministro della Giustizia William Barr ha annunciato che riprenderanno le esecuzioni federali, sospese de facto da una quindicina d’anni. Il ministro ha giustificato la sua decisione dicendo di voler “sostenere lo stato di diritto americano, in rispetto alle vittime e alle loro famiglie.” Queste parole fanno sorgere spontanee due questioni. Anzitutto, se non si può negare la legittimità della pena, che è prevista appunto dall’ordinamento giuridico statunitense, di sicuro è bene chiedersi se la pena di morte possa essere considerata rispettosa degli ideali costituzionali e se non sia necessario riscrivere e correggere il codice penale. I cittadini americani sono spaccati a proposito di questo argomento: secondo i sondaggi, circa la metà dei cittadini è favorevole alla pena capitale, mentre poco più della metà vorrebbe che venisse abolita. L’altra questione che le parole di Barr sollevano è la seguente: l’esecuzione dell’autore del delitto può in qualche modo lenire il dolore delle vittime e delle loro famiglie? Il rispetto di cui Barr parla non dovrebbe piuttosto passare attraverso azioni di sensibilizzazione e di sostegno sociale alle vittime?

Oltre ad essere prevista a livello federale, la pena capitale è attualmente in vigore in 32 Stati degli USA, ma in 9 di essi viene applicata una moratoria. Nei restanti 18 Stati questo tipo di pena è stato abolito e non è previsto dall’ordinamento giuridico. Il dibattito a proposito della validità della pena di morte all’interno della società statunitense è ancora aperto. I sostenitori argomentano la propria tesi con la necessità di maggiore sicurezza sociale e con l’effetto deterrente della pena. In realtà non è mai stato provato che la certezza della pena di morte faccia desistere da un proposito criminale e non si nota nessuna differenza fra il tasso di criminalità negli Stati abolizionisti e in quelli in cui la pena capitale è ancora in vigore. Negli Stati Uniti inoltre la questione della pena di morte è strettamente legata a quella del razzismo. Anche se la forbice si sta riducendo negli ultimi decenni, c’è una netta sproporzione, in percentuale, fra il numero di neri condannati a morte e giustiziati e quello dei bianchi. La pena di morte, oltre ad essere una punizione irrevocabile e che viola il diritto alla vita, è anche molto spesso sinomino di discriminazione e repulsione sociale.

È indiscutibile la necessità di una punizione dopo un reato: una società democratica si basa su un patto sociale ed è giusto punire chi trasgredisce le leggi che garantiscono una convivenza pacifica. La giustizia gioca quindi un ruolo fondamentale nel mantenere coesa e pacifica la società. La sua sfida più grande sta nel punire chi commette un reato senza dimenticare che la pena ha una funzione essenzialmente rieducativa e riabilitativa: ogni pena che non abbia lo scopo di educare il punito alla vita sociale e di reinserirlo nella comunità è semplicemente una vendetta e un delitto legalizzato.

Democrazie al limite

di Francesco Marinoni

Quando si pensa a un colpo di Stato, la nostra mente evoca probabilmente immagini di militari, palazzi in fiamme e guerriglia nelle strade. La storia tuttavia, in particolare quella contemporanea, ci insegna che non sempre le cose accadono in questo modo. I golpe striscianti e subdoli, le prese di potere attraverso mezzi diversi dalla forza bruta avvengono e spesso, proprio per questo motivo, tendono a passare pericolosamente in sordina. Anche in una democrazia infatti, specie se giovane e fragile, non sempre i passaggi politici sono del tutto cristallini e il rischio di derive autoritarie non è mai del tutto escluso. Senza scomodare gli esempi del ‘900 (Hitler, ricordiamolo, passò dalle elezioni prima di assumere pieni poteri), concentriamoci su un caso molto più recente: il Brasile. Un Paese, in cui solo dal 1988 è stata ristabilita la democrazia dopo gli anni della dittatura militare, che ha sperimentato sulla propria pelle quanto possa essere difficile la transizione da un ordinamento politico a un altro. E quanto questo processo possa portare con sé molte insidie.

Il Brasile, come ben noto, fa parte dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ovvero quelle nazioni considerate come le nuove potenze nascenti in rapido sviluppo. Grazie infatti alla enorme disponibilità di materie prime e forza lavoro, il Paese ha attirato su di sé l’attenzione delle grandi multinazionali, con un conseguente enorme flusso di capitali investiti. Questo, naturalmente, ha fatto gola alla nascente classe politica brasiliana, che fin da subito è stata coinvolta in numerosi casi di corruzione sistematica: nei primi mandati i partiti principali (MDB, PTC e PSDB) si sono spartiti ad ogni elezione le posizioni di potere e con esse le grosse fette di denaro delle grandi aziende.

La conseguenza, naturalmente, è stato un progressivo aumento delle disuguaglianze, con una massa sempre crescente di popolazione in condizioni di povertà estrema. In quegli anni fa il suo esordio sulla scena politica un personaggio nuovo, che promette idee rivoluzionarie e si batte per i diritti degli ultimi: è Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori), che diventerà un personaggio chiave delle vicende politiche brasiliane. Nel 2002, dopo diversi tentativi, vince le elezioni e diventa Presidente. Durante i suoi due mandati mette in atto riforme di vitale importanza, che aiutano molte persone in condizioni disperate a raggiungere condizioni di vita dignitose.

A succedergli è Dilma Rousseff, con un passato da oppositrice del regime, scelta da Lula come candidata del PT per le elezioni del 2010. Uno degli impegni principali della nuova Presidente è la lotta alla corruzione dilagante. Con il lancio della cosiddetta Operazione Autolavaggio nel 2014, anno in cui Dilma viene rieletta per il suo secondo mandato, la magistratura ottiene mezzi d’indagine, strumenti punitivi e libertà d’azione per incriminare moltissimi esponenti politici, scoperchiando il vaso di Pandora delle tangenti che sistematicamente coinvolgono tutti i principali partiti. In particolare, lo scandalo riguardante la compagnia petrolifera Petrobas è uno dei più importanti e diventa l’occasione perfetta per il candidato Presidente sconfitto, Aécio Neves del PSDB, di rivalersi sulla sua avversaria.

Infatti, anche il partito di Lula viene coinvolto nelle indagini: spunta un appartamento, apparentemente donato all’ex Presidente da persone coinvolte nello scandalo. Le indagini continuano e si distingue particolarmente un magistrato, Moro, che accusa direttamente Lula di corruzione e riciclaggio di denaro. Il consenso popolare di Dilma subisce un notevole calo: pur non essendo coinvolta in prima persona, la sua immagine è infangata da quella del partito. Le piazze iniziano a riempirsi di manifestanti che chiedono la deposizione della Presidente, spinte dalle opposizioni che si appellano a Moro come salvatore del Paese. Gli altri partiti infatti approfittano della situazione per attaccare tutte le politiche portate avanti da Dilma, arrivando (nel 2016) a una richiesta di impeachment, che viene fatta arrivare al Senato.

La Presidente viene deposta anche con i voti dei deputati alleati di governo, pur non essendo di fatto coinvolta in nessuna indagine, e il suo posto viene preso dal vice Temer, esponente dell’MDP. I senatori durante il voto si riempiono la bocca di parole in difesa della legalità, ma la manovra che avviene è strettamente legata a motivi politici. Lo strumento prezioso della Operazione Autolavaggio è ormai una vera e propria arma che i partiti utilizzano per infiammare le piazze e manovrare i consensi. Il colpo di grazia, però, arriva durante la campagna elettorale seguente.

Lula, ricandidatosi, è dato ancora avanti nei sondaggi. Il suo principale avversario è Jair Bolsonaro, ex capitano dell’esercito ai tempi del regime, che rivendica con orgoglio il suo passato e spinge per un Brasile che svolti pericolosamente a destra. È proprio in questo momento che il processo dell’ex presidente arriva a una conclusione: Lula viene condannato, pur in assenza di prove effettive riguardanti lo scandalo dell’appartamento, ed è costretto a ritirarsi dalla corsa, lasciando al suo avversario la strada completamente spianata.

Il seguito già lo conoscete: Bolsonaro diventa il nuovo presidente del Brasile nel 2018, nonostante fino all’ultimo il Paese sia diviso fra le manifestazioni dei suoi sostenitori e quelle in favore di Lula. I messaggi nostalgici lanciati sono molto chiari e hanno fatto il giro del mondo. Con la sua elezione, il Brasile ha dimostrato quanto una fragile democrazia sia costantemente in pericolo e come un regime militare sconfitto possa tornare anche senza un esercito.

Per approfondire le vicende politiche brasiliane consiglio la visione di Democrazie al limite, documentario disponibile su Netflix.

Tango de-genere

di Marta Naldi

Fino al 9 agosto 2019 in Argentina non sarà permesso proporre alcun disegno di legge per introdurre la possibilità di abortire legalmente. Lo scorso agosto, dopo sedici ore di dibattito in cui hanno parlato 61 dei 72 membri che siedono in Senato, il voto ha rivelato un dietrofront rispetto alla scelta presa dalla Camera due mesi prima.

Il governo è stato spiazzato dalla grande mobilitazione popolare in piazza per la salvaguardia del diritto alla vita. La stessa Chiesa, che aveva avuto, dopo la vittoria del fronte abortista alla Camera il 15 giugno 2018, una posizione misurata, ha colto l’occasione per unirsi con maggior forza alla causa. Sgravata dal peso di sembrare conservatrice e incitata dall’opinione pubblica, si è espressa sempre più esplicitamente riguardo al voto previsto per l’agosto 2018. Molti cardinali si sono uniti all’appello di altre confessioni religiose chiedendo apertamente alla politica di votare contro la legge. Questa presa di posizione netta e chiara ha comportato un cambio di passo anche all’interno del governo. Dovendo rispondere a una base fortemente cattolica, i parlamentari di Cambiemos si sono mostrati più incerti nell’espressione del loro voto, anche in vista delle elezioni del 2019. Alla fine, come hanno mostrato i risultati, molti hanno cambiato idea.

La pressione elettorale ha vinto sulle premesse etiche del provvedimento: infatti, i cattolici sono la quasi totalità della popolazione (la percentuale oscilla tra il 79 e il 94%) e, quindi, dei votanti. Tuttavia, la fede religiosa degli argentini non spiega appieno l’entità della mobilitazione che ha anticipato quella di vescovi cardinali.

Forse una radice storica può essere rintracciata nell’esaltazione della maternità cavalcata dal movimento femminista all’inizio del ventesimo secolo per ottenere il suffragio femminile. Questa maternizzazione della femminilità fu accettata fra le donne, indipendentemente dal fatto che fossero o non fossero femministe. L’aborto, così come i i metodi contraccettivi, era condannato dalla società in quanto contro all’idea di «natura materna femminile», posta alla base non solo della famiglia moderna ma anche della nazione. Inoltre, i lunghi anni della dittatura militare pesano sulla mentalità del paese latino, che ne è stata modellata e modificata. A riprova di questo, solo dopo il ripristino della democrazia, nel 1987, l’Argentina ha legiferato, tra gli ultimi Stati al mondo, sul divorzio.

L’opinione pubblica continua a resistere nonostante casi di cronaca sconcertanti. Recentemente, a causa di un abuso intrafamiliare, una undicenne è rimasta incinta. La legislazione prevede l’interruzione volontaria di gravidanza solo in caso di stupro o di pericolo di vita per la madre. La bimba avrebbe quindi avuto diritto a restare tale. Invece, l’obiezione di coscienza di alcuni medici e il procrastinare dei giudici la hanno costretta a un parto cesareo di emergenza.

In questo quadro le vicende della legge sull’interruzione di gravidanza risultano sintomatiche dei rapporti di genere in un preciso contesto storico. Il tipo di relazioni che si stabiliscono fra i sessi esprime o non esprime lo spirito democratico di una società.

Davide e Golia

di Susanna Finazzi

Sembra proprio che per il Venezuela non ci sia più nulla da fare. Le falle nel sistema sono così grandi che non si capisce come possa ancora rimanere a galla, ma Maduro non si arrende. Si aggrappa al socialismo di Chávez e alla poltrona presidenziale nella speranza di diventare una leggenda della rivoluzione.

Ormai per lui è troppo tardi. Come ogni dittatore è innamorato del potere, ma non ha né il carisma né il capitale sufficiente per replicare l’età dell’oro di Chávez. Fin da quando è salito al potere ha cercato di ingozzare i venezuelani di retorica chavista e adesso le persone o sono dalla parte del presidente o muoiono protestando. Il sostegno dell’esercito non fa più alcuna differenza per Maduro, perché la maggioranza della popolazione non vuole più saperne del socialismo e piuttosto che vivere ancora un giorno di dittatura è disposta a scende in piazza fronteggiando la polizia.

Tutto sommato, però, al Presidente va bene così, almeno finché ci sarà qualcuno su cui esercitare un potere. Gli ingranaggi del sistema di Maduro stridono e si bloccano uno dopo l’altro, ma riescono ancora a spremere i poveri quel tanto che basta a mantenere il tenore di vita dell’élite.

In questa situazione i venezuelani sono disposti ad accettare chiunque non sia Maduro e Juan Guaidó lo sa molto bene. Per questo a gennaio si è proposto come nuovo presidente ad interim, decidendo che lui è l’uomo giusto per risolvere la crisi del paese. Il semplice fatto che si opponga a Maduro gli dá la credibilità necessaria perché molti governi esteri lo riconoscano come legittimo capo di stato. Guaidó è un volto giovane tra le facce arrugginite del potere e la sua iniziativa sembra l’unico modo in cui il Venezuela può scrollarsi di dosso gli strascichi del vecchio regime. A prima vista pare che Guaidó sia il nuovo Davide che sconfigge i ricchi e potenti Golia della dittatura socialista, ma in questa versione della storia c’è qualcosa di poco chiaro.

Un presidente ad interim si nomina, per definizione, in situazioni di vuoto di potere, ma questo non è il caso del Venezuela. Il paese non ha bisogno di un governo, ma solo di un governo decente: la pretesa di Guaidó alla poltrona presidenziale equivale a un golpe, anche se lui si è appellato alla Costituzione. Tutto sommato, Juan Guaidó non è un Davide qualunque, ma uno che punta ad essere Golia. Diventare un gigante, però, non è facile e il Venezuela è schiacciato non da uno, ma ben due sogni di grandezza troppo pesanti da sostenere. Le tonnellate di aspettative internazionali aggravano la pressione della crisi e mentre si prende una decisione il popolo è torchiato ancora più ferocemente dalla macchina statale.

La soluzione al crollo del Venezuela non può essere democratica. Sia Maduro che Guaidó fanno promesse che non possono mantenere, uno perché non ha più potere e l’altro perché non l’ha ancora ottenuto. Il loro braccio di ferro si riduce allo sbriciolarsi a vicenda per ottenere un grammo di autorità alla volta. In nessun caso ci deve essere spazio per l’opposizione, perché entrambi i politici basano il loro programma sull’eliminare l’avversario ed essere gli unici in corsa per la presidenza. È evidente che non ci sono le premesse per una soluzione indolore e le conseguenze saranno tutte a carico del paese.

Il politico ottocentesco Lord Acton scriveva che «il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto», cosa quanto mai evidente nel Venezuela di oggi. Ormai non si tratta più di mantenere in vita la rivoluzione, ma di tutelare la propria posizione politica a qualunque costo.

Grassi in saldo

di Francesco Marinoni

Molto spesso, nel sentire comune, pensando alle patologie più gravi e diffuse viene in mente come prima cosa il cancro: probabilmente a causa della notevole esposizione mediatica che di cui gode e alle numerose morti che provoca, il tumore è percepito come uno dei rischi maggiori a cui una persona può andare incontro. In realtà, ormai da parecchi anni, nei paesi occidentali la prima causa di morte[1] (soprattutto per gli uomini ma anche per le donne) sono i disturbi cardiovascolari. È un dato che fa riflettere, ma che è facilmente spiegabile.

Alla base di queste malattie infatti, oltre a numerosi altri fattori di rischio (il fumo di sigaretta tra gli altri), ci sono soprattutto certe abitudini alimentari scorrette che vengono prepotentemente diffuse dal consumismo imperante che caratterizza la società in cui viviamo e i cui effetti sono chiaramente visibili in tutte le fasce d’età. In particolare, uno dei Paesi in cui questa problematica è più grave sono gli Stati Uniti e i dati sono allarmanti: il 39.8 % degli adulti e il 20.6 % degli adolescenti americani sono obesi[2].

Come si spiegano questi numeri così alti? Sarebbe stupido e semplicistico pensare che tutti coloro che sono in sovrappeso semplicemente mangiano troppo. Il vero problema di fondo è la qualità e il prezzo dei cibi consumati dall’americano medio. Innanzitutto, è necessario chiarire che la cultura del cibo a cui siamo abituati in Italia, per cui il pasto è anche un momento importante di aggregazione sociale, all’estero non è così presente: molto spesso il pranzo è considerato più una perdita di tempo che un pasto vero e proprio e viene consumato in fretta, magari anche durante il lavoro. Questo porta inevitabilmente a una richiesta di cibo facilmente reperibile e a basso costo, che è naturalmente l’idea alla base dei fast food. Non è un caso che queste grandi catene siano nate proprio negli Stati Uniti: quasi il 40 % dei cittadini li frequenta quotidianamente, anche solo per uno spuntino[3]. Anche la recente impennata dei servizi di consegna a domicilio rientra in questo discorso del consumo di cibo rapido e comodo: ormai non è più nemmeno necessario uscire di casa o dall’ufficio per poter consumare il proprio pasto. L’impulso alla maggiore produttività passa anche da questo e contribuisce a svuotare il pranzo del significato più ampio che noi italiani siamo abituati ad associargli.

La società capitalistica chiaramente non fa altro che cavalcare queste tendenze: la disponibilità di cibo a basso costo, fra supermercati e fast food, è ormai diventata la prassi, con una gara al ribasso a chi offre i prezzi migliori che va naturalmente a scapito della qualità. Questo si riflette per esempio negli allevamenti e nell’agricoltura intensivi che, minimizzando i costi di produzione e massimizzando lo sfruttamento delle risorse, immettono sul mercato prodotti al limite degli standard sanitari (che negli Stati Uniti sono molto meno rigidi che in Europa) ma che sono accessibili a tutti. E che soprattutto sono estremamente malsani per le sproporzionate quantità di calorie, zuccheri e grassi che contengono.

Il problema chiaramente non è passato inosservato: le campagne contro la cultura del junk food sono ormai diffuse da parecchi anni, ma la scelta di consumare alimenti di qualità (per esempio biologici) si scontra con l’impossibilità di battere la concorrenza delle grandi aziende in termini di distribuzione e prezzo di vendita. La conseguenza è che mangiare sano diventa una scelta solo per le famiglie che hanno la possibilità di farlo con costanza, che possono scegliere di pagare di più per un alimento disponibile anche a un prezzo inferiore. Se a questo si aggiunge che comunque spesso in famiglia i figli non vengono educati a un’alimentazione corretta si ottiene il quadro dipinto dai dati.

Il problema dell’obesità si può quindi ricollegare innanzitutto a una questione economica, prima che culturale. Fino a che esisteranno aziende il cui obiettivo primario è l’abbassamento a ogni costo del prezzo di vendita e fino a che queste domineranno il mercato, diventa difficile pensare a un’inversione di tendenza verso un’alimentazione più corretta. La questione del cambiamento climatico potrebbe essere la chiave in questo senso, date le numerose polemiche che ha generato sul consumismo e lo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta, ma al momento non è sicuramente fra le priorità della politica, in particolare del presidente Trump.


[1] Dati Eurostat del 2015

[2] Dati di Centers for Disease Control and Prevention

[3] Dati di Centers for Disease Control and Prevention

La Chiesa di Scientology

di Rosamarina Maggioni

Questo articolo non vuole essere un’analisi critica dell’organizzazione di Scientology, ma una sua descrizione a partire da quello che gli stessi Scientologists pensano della loro religione, utilizzando come principale fonte di informazione il sito ufficiale di Scientology[1]. Nel corso degli anni sono emersi molti aspetti controversi legati a questo movimento (spesso di natura economica) che sono stati esposti in numerose e importanti inchieste, che non vorrei assolutamente banalizzare riassumendoli qui in poche parole. Ho ritenuto quindi, prima di prendere una posizione critica riguardo un argomento a me abbastanza sconosciuto, di informarmi da chi ne fa parte, ponendomi delle domande:

Che cosa significa la parola Scientology?

La parola Scientology deriva dal latino scio che significa “sapere, conoscere nel senso più completo del termine” e dal vocabolo greco logos ovvero “studio di”: letteralmente quindi, studio del sapere. Scientology viene ulteriormente definita come «lo studio e il modo di occuparsi dello spirito in relazione a sé stesso, agli universi e ad altre forme di vita».

Che cosa è Scientology?

Scientology è una religione ideata da L. Ron Hubbard che offre un preciso sentiero che conduce a una completa e sicura comprensione della vera natura spirituale dell’individuo e della sua relazione con se stesso, con la famiglia, con i gruppi, con l’umanità, con tutte le forme di vita, con l’universo materiale, con l’universo spirituale e con l’Essere Supremo o infinito. Scientology s’indirizza allo spirito (non al corpo o alla mente) e crede che l’uomo sia molto più che un prodotto del suo ambiente o del suo patrimonio genetico. É costituita da un corpo di conoscenza che deriva da alcune verità fondamentali:

«L’Uomo è un essere spirituale immortale. La sua esperienza si estende ben al di là di una singola vita. Le sue capacità sono illimitate, anche se non attualmente conosciute».

Scientology inoltre ritiene che l’Uomo sia fondamentalmente buono e che la sua salvezza spirituale dipenda da lui stesso, dai suoi simili e dal suo conseguimento della fratellanza con l’universo. Non si presenta quindi come una religione dogmatica i cui fedeli sono tenuti a credere a qualsiasi cosa per Fede. Al contrario, si scopre da soli che i principi di Scientology sono veri attraverso la loro applicazione e osservandone e sperimentandone i risultati. L’obiettivo finale dichiarato è il vero progresso e la libertà spirituale.

Quali sono i principi base di Scientology?

É fondamentale una visione dell’Uomo come essere spirituale. In Scientology l’essere spirituale è chiamato thetan: il termine è tratto dalla lettera greca theta che sta per “pensiero”, “vita” o “lo spirito”. È utilizzato per evitare confusione con i precedenti concetti di anima. Il thetan è immortale, ha vissuto e continuerà a vivere attraverso innumerevoli vite. l’Uomo è un thetan che ha una mente e che occupa un corpo. Il thetan anima il corpo e utilizza la mente. Fondamentale per Scientology è anche una visione della vita come suddivisa in impulsi (spinte, stimoli) verso la sopravvivenza. Queste sono chiamate dinamiche e sono otto.

La Prima Dinamica è l’impulso verso l’esistenza in quanto se stessi (Dinamica del Sé); la Seconda è l’impulso verso l’esistenza come attività sessuale, intesa sia come atto sessuale sia come unità familiare (Dinamica del Sesso); la Terza è l’impulso verso l’esistenza in quanto gruppo, qualsiasi esso sia (Dinamica del Gruppo); la Quarta è l’impulso verso l’esistenza dell’Umanità o come Umanità (Dinamica dell’Umanità); la Quinta è l’impulso verso l’esistenza del regno animale o degli esseri viventi (Dinamica Animale); la Sesta è l’impulso verso l’esistenza in quanto universo fisico, composto di Materia, Energia, Spazio e Tempo (Dinamica dell’Universo); la Settima è l’impulso verso l’esistenza in quanto spiriti o degli spiriti (Dinamica Spirituale); l’Ottava è la spinta verso l’esistenza come infinito, identificato anche come Essere Supremo e richiamato anche dal simbolo del numero 8 ruotato(Dinamica dell’Infinito o Dinamica di Dio).

Un ulteriore manifestazione di queste dinamiche è che esse potrebbero essere rappresentate al meglio come una serie di cerchi concentrici, ove la Prima Dinamica sarebbe il centro e ciascuna nuova dinamica sarebbe successivamente un cerchio al suo esterno. L’idea di spazio che si espande s’inserisce in queste dinamiche. La caratteristica fondamentale dell’individuo comprende la sua capacità di espandersi in questo modo nelle altre dinamiche, ma solo quando la Settima Dinamica viene raggiunta nella sua totalità si scoprirà la vera Ottava Dinamica.

Perché Scientology si definisce una religione?

Scientology sicuramente risponde a tutti e tre i criteri generalmente usati dagli studiosi per definire religioso un movimento: la fede in una Realtà Fondamentale, come Verità rivelata o eterna che trascende il presente immediato del mondo materiale; pratiche religiose dirette alla comprensione o al raggiungimento di questa Realtà Fondamentale o alla comunione spirituale con essa; una comunità di credenti che si riunisce nella ricerca di questa Realtà Fondamentale. La credenza in una Realtà Fondamentale si ritrova nei concetti di thetan e delle dinamiche (in particolare la Settima e l’Ottava). Il secondo elemento può essere ritrovato nelle cerimonie rituali come il battesimo, il matrimonio e i servizi funebri, ma principalmente nei servizi religiosi di auditing[2] e di studio. Scientology può essere dunque definita una religione nel senso più tradizionale del termine: aiuta l’Uomo ad aumentare la propria consapevolezza di Dio, della sua natura spirituale e di quella del suo prossimo. 

Scientology ha in comune con tutte le grandi religioni il sogno di pace sulla Terra e di salvezza per l’Uomo. La novità è che, secondo i suoi adepti, essa offre una strada precisa per realizzare il miglioramento spirituale nel presente immediato e quindi un modo per realizzarlo con assoluta certezza.


[1] http://www.scientology.it

[2] www.scientology.it/faq/scientology-and-dianetics-auditing/what-is-auditing.html

La battaglia di Cody per una scuola senza armi

di Brian Arnoldi

Cody è una piccola città del Wyoming, fondata sul finire dell’Ottocento da Buffalo Bill ed attualmente uno dei principali centri di produzione di fucili ed armi da grosso calibro negli Stati Uniti. Seguendo la politica di Trump, che ha promesso e continua a promettere semplificazioni nella procedura di ottenimento delle licenze e nell’acquisto delle armi, anche lo Stato del Wyoming ha deciso di concedere maggiori libertà ai propri cittadini: tra le misure portate avanti dal governo statale, oltre ad una serie di concessioni e liberalizzazioni del (già di per sé poco controllato) mercato delle armi, è stata approvata una misura che permette ad ogni distretto scolastico di decidere se dotare o meno i propri insegnanti di armi da fuoco di vario genere per far fronte a situazioni di emergenza entro le mura scolastiche. Numerosi distretti sono stati dunque chiamati a scegliere se permettere o meno l’accesso a pistole e fucili nelle scuole, e, nella grande maggioranza dei casi, la scelta è andata nel verso della riapprovazione del divieto di introdurre armi di qualsiasi genere negli istituti scolastici, anche per via dei numerosi mass shooting che ormai da anni segnano profondamente la società e l’opinione pubblica americana: solo nel 2018 ne sono avvenuti quattro, uno a Santa Fe, uno a Pittsburgh, uno a Thousand Oaks, in California, ed uno a Parkland, in Florida, per un totale di 51 morti e circa 70 feriti.

A Cody, un voto segreto svolto da una commissione di sei membri non eletti ma nominati dalla contea (di cui tre con interessi nel mercato delle armi) ha deliberato che dotare gli insegnanti di pistole fosse il modo migliore per difendere i good guys dai bad guys (che d’altra parte è stato lo slogan con cui Trump stesso ha portato avanti la sua campagna nazionale sul tema delle armi da fuoco). Quello di Cody non è certamente un caso isolato, ma la cittadina del Wyoming è stata il principale campo di battaglia politico sull’entrata di pistole e fucili nelle scuole. Consapevoli dell’importanza dell’industria delle armi da fuoco nella cittadina e dell’influenza che essa ha avuto sul voto, numerosi abitanti, ed in particolare studenti e genitori di ogni estrazione sociale ed orientamento politico, hanno attuato una vasta campagna politica contro l’ingresso delle pistole negli istituti scolastici locali. A tentare di sedare le polemiche è persino intervenuta la segretaria di Stato per l’istruzione, Betsy DeVos, che ha giustificato la scelta per via della necessità di difendere gli studenti dagli orsi grizzly del parco di Yellowstone. L’affermazione della DeVos è sembrata una scusante agli occhi dei cittadini di Cody e non ha fatto altro che rinvigorire le polemiche: gli stessi membri della commissione che votarono a favore dell’uso delle armi nelle scuole della città hanno chiarito, tramite le parole di Jenni Rosencrase, membro della stessa commissione e co-proprietaria insieme al marito di una delle aziende di fucili di Cody, che il voto non ha nulla a che fare con la protezione dei ragazzi dagli orsi.

La campagna di opposizione si è fatta, negli ultimi mesi, sempre più forte, nonostante un sondaggio condotto dalla stessa commissione su 2.400 dei 10.000 abitanti della città abbia dimostrato come il 74% di essi fosse a favore della delibera: la tesi dei contestatori è che i cittadini scelti per il sondaggio fossero stati opportunamente selezionati dalla commissione al fine di perorare la propria causa. I contrasti hanno preso, ormai già da qualche settimana, una connotazione ben peggiore di quella iniziale: alle iniziali proteste studentesche si sono unite quelle delle famiglie e, abbastanza inaspettatamente, anche quelle da parte dei docenti. Per la sua fermezza, la decisione della commissione sembra impossibile da ribaltare e, proprio per questo, nelle scorse settimane alcuni insegnanti hanno deciso di licenziarsi dai propri incarichi a Cody e di trasferirsi altrove, e lo stesso hanno fatto alcune famiglie. Gli studenti che ancora protestano, da parte loro, sono stati oggetto di soprusi, culminati in sempre più frequenti e preoccupanti minacce di morte verso gli organizzatori delle proteste. Molti hanno anche richiesto di trovare una terza via, che potesse coniugare la decisione della commissione con le richieste dei contestatori: tra le proposte avanzate vi sono quella di dotare gli insegnanti di taser o, seguendo il modello della Pennsylvania, di mazze da baseball. La commissione delle scuole di Cody pare tuttavia completamente sorda ad ogni tipo di lamentela o di protesta: appellandosi al tradizionale legame della città con l’industria delle armi da fuoco ed al numero di fucili e pistole detenuti privatamente nelle case, il comitato esecutivo giustifica e ribadisce con sempre più forza la propria decisione, mentre gli studenti scioperano e manifestano per la propria incolumità e intere famiglie lasciano la città per trasferirsi altrove, nel timore che la vita dei loro figli possa essere messa a rischio anche nell’ambiente scolastico.

ENEM

di Petra Valtellina

L’accesso alle università pubbliche in Brasile è un tema molto dibattuto, giacché gli interessi delle varie parti coinvolte sono divergenti e rendono difficile una soluzione univoca. Durante le prime due domeniche di novembre, in tutto il Brasile si sono svolte le prove dell’ENEM (Exame Nacional do Ensino Médio), un esame che, attraverso un sistema informatizzato (SiSU, Sistema de Seleção Unificada), seleziona gli studenti che potranno accedere a numerose università pubbliche brasiliane. Ogni università che aderisce al SiSU può fissare i voti minimi da ottenere nell’ENEM per essere ammessi alle varie facoltà.

I brasiliani si iscrivono all’esame a tutte le età, alcuni ragazzi lo svolgono prima di diplomarsi per farsi un’idea della difficoltà, altri provano a passarlo per la seconda o terza volta (se nelle precedenti edizioni i loro risultati non sono stati sufficienti per gli standard richiesti dalle università scelte). Chi non supera l’esame e non può finanziare lo studio in un’università privata ha infatti poche possibilità di iscriversi a un’università pubblica, almeno per quell’anno. Per questo i candidati affrontano le prove con un’ansia simile a quella che accompagna il test di medicina in Italia.

Anche se a un primo sguardo può sembrare utile pareggiare la formazione basilare per iniziare un percorso di studi, considerando il contesto brasiliano emergono alcune contraddizioni legate all’utilizzo di un sistema che mira a uniformare le conoscenze in un paese grande e diversificato; contraddizioni spesso connesse con le disuguaglianze socio-economiche esistenti fra i cittadini. Prima fra queste è la qualità dello studio precedente all’università, che in Brasile è diviso in 9 anni di ensino fundamental, equivalente alle elementari e alle medie italiane, e 3 o 4 anni di ensino médio, corrispondente alle nostre scuole superiori; le scuole pubbliche, divise in statali e federali, offrono un livello di preparazione che, soprattutto nelle prime, è molto inferiore a quello che si raggiunge frequentando una scuola privata.

Lo squilibrio tra pubblico e privato si trascina fino all’università, poiché chi si può permettere una buona formazione già dai primi anni di scuola ha maggiori possibilità di essere ammesso a un’università pubblica federale, che offre gratuitamente un’ottima educazione rispetto a chi non ha sufficienti mezzi economici. Per ovviare a questa ingiustizia il Ministero dell’Istruzione ha creato programmi per ottenere borse di studio, come ProUni e FIES, che permettono a studenti disabili o provenienti da scuole pubbliche o appartenenti a famiglie con basso reddito di iscriversi a università private.

Tra le strategie per diminuire l’iniquità dell’accesso alle università risaltano le cotas sociais (quote riservate che assicurano una percentuale dei posti disponibili a studenti che hanno frequentato scuole pubbliche) e le cotas raciais, oggetto di numerose discussioni, che garantiscono, fra le quote sociali, uno spazio a afrodiscendenti, pardi e indigeni.

La guerra bianca

di Francesco Marinoni

Sono passati ormai 12 anni da quando, nel 2006, l’allora presidente messicano Felipe Calderón dichiarò ufficialmente guerra ai cartelli messicani della droga. I numeri del conflitto danno solo un’idea della violenza che lo ha fin da subito contraddistinto: i morti da allora sono almeno 255.000 e nella prima metà del 2018 si registra purtroppo un aumento (+ 28 %) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, che già aveva segnato un record negativo in termini di vittime. Dai dati raccolti da Semáforo Delictivo e Lantia Consultores risulta una spaventosa media di 3,7 morti ogni ora, a cui si aggiungono le centinaia di migliaia di feriti e sfollati che la guerra genera in Messico e negli stati del Centramerica. È infatti lungo l’asse Sudamerica – Messico che corre la tratta della pasta madre per la produzione di cocaina, proveniente principalmente da Colombia, Perù e Bolivia. Questa viene poi lavorata in Messico per produrre la droga che alimenta il mercato USA (che vale circa 300 tonnellate annue) ed europeo (200 tonnellate), con un conseguente guadagno stellare per i cartelli (un chilo di coca costa 4.500 $ per la produzione e viene rivenduto negli Stati Uniti per cifre fra i 110.000 e i 150.000 $). Se si aggiungono l’eroina (di cui il Messico è attualmente il terzo produttore mondiale, con numeri vicini a quelli del mercato asiatico) e le droghe sintetiche, ci si può forse fare un’idea della ricchezza e della potenza dei cartelli messicani. Per fare un esempio, si stima che la flotta aerea del cartello di Sinaloa sia più grande di quella di Aeromexico, la compagnia di bandiera del Paese. 

La strategia finora adottata dal governo messicano è quella di una repressione dura, con lo scopo di arrestare i vertici dei cartelli nel tentativo di indebolirli. In realtà però, nonostante grandi nomi come El Chapo si trovino in carcere, il risultato principale è stato quello di alimentare lo scontro fra le fazioni che controllano le diverse regioni del Paese che ne sono uscite rafforzate nel loro complesso. Senza contare che naturalmente queste lotte intestine hanno determinato un ulteriore escalation della violenza del conflitto. 

La linea dura non paga, perché la forza dei signori della droga è molto più radicata e difficile da contrastare: la vera chiave del loro successo è infatti la corruzione, che garantisce loro impunità e percorsi agevolati per portare avanti gli affari. A questo poi si aggiungono il fiorente scambio armi – droghe con gli Stati Uniti lungo il confine di Stato e la stretta collaborazione con organizzazioni criminali di altri paesi, tra cui spiccano per esempio famiglie appartenenti alla ‘ndrangheta e alla camorra: i canali di esportazione passano infatti spesso per l’Italia per raggiungere il mercato europeo, così come avveniva in passato con i cartelli colombiani. 

I narcos sono diventati a tutti gli effetti un’azienda su scala mondiale ma non hanno mai perso il contatto con il loro territorio, fatto di comunità isolate di contadini che sono il punto più basso nella loro gerarchia ed essenziali nel processo di produzione di cocaina ed eroina. In queste realtà molto povere le organizzazioni criminali hanno una forte presa sulla popolazione, che si sente spesso abbandonata dallo Stato e preferisce affidare a loro la propria sopravvivenza. La presenza statale infatti viene spesso percepita in modo negativo, perché si manifesta essenzialmente negli episodi di violenza da parte della polizia che finiscono per ricadere su tutti. Se a questo si aggiunge una progressiva mitizzazione di figure come El Chapo, che è stato in grado di fuggire da una delle carceri di massima sicurezza messicani, il gioco è fatto: le organizzazioni crescono e si alimentano anche attraverso questa narcocultura, sulla scia di quello che fece Pablo Escobar in Colombia ricostruendo i quartieri popolari di Medellín con il denaro sporco del traffico di droga. 

Secondo il sociologo Anthony Giddens, la propensione a delinquere nasce essenzialmente dalla comunità in cui si cresce e ai rapporti interpersonali che si sviluppano: in certi contesti, la strada del crimine risulta essere a volte l’unica percorribile ed è in questa chiave che va interpretata la narcocultura. Fino a che i cartelli offriranno lavoro, anche se a basso costo, troveranno sempre nuovi affiliati. E una volta entrati nel giro diventa impossibile uscirne: è infatti essenziale per la sicurezza dell’organizzazione che non esistano pentiti, per cui le punizioni per i “traditori” sono inflessibili ed esemplari. Il clima di paura in alcune regioni del Messico è tale da creare un clima di omertà e rispetto imposto, che contribuisce a rendere intoccabili i signori della droga. 

Nelle ultime elezioni è stato eletto presidente Andrés Manuel López Obrador, che in campagna elettorale ha promesso un cambio di strategia nella guerra al narcotraffico: il suo obiettivo dichiarato è combattere la corruzione che dilaga in numerosi settori favorendo soprattutto i cartelli che hanno l’appoggio di esponenti politici. Il presidente si insedierà a dicembre e allora solo da allora potremo dire se la sua elezione rappresenterà finalmente una svolta positiva per il Paese, dopo tanti anni di violenza e morti.