Biblioteche bacucche

di Marta Naldi

La crescita demografica africana è, già da alcuni anni, una delle maggiori preoccupazioni dei governi europei: molti temono che questo fenomeno diventi incontrollabile e contribuisca all’aumento degli sbarchi. Tale “urgenza” invade lo spazio mediatico e oscura un’altrettanta rilevante questione. L’invecchiamento della popolazione investe anche l’Africa. Benché si tratti di una tendenza registrata a livello mondiale, in questo continente assume una particolare problematicità. Il numero di abitanti del cosiddetto “continente nero” raddoppierà fino a raggiungere i 2,5 miliardi di persone entro il 2050. Di questi, la popolazione anziana è prevista passare dagli attuali 38 milioni a circa 212 milioni, aumentando di ben sei volte in mezzo secolo.

Nella delicata fase che si registra all’interno dei molti paesi coinvolti in una transizione da economia e cultura tradizionale verso un nuovo assetto, gli appartenenti alla terza età (che mantiene una media comunque minore di quella europea) sono i più colpiti. Nella cultura orale si facevano testimoni e tramiti di una preziosa eredità tra le generazioni. Con l’avvento di Internet e con l’avvento di una memoria scritta le relazioni tra giovani e anziani stanno cambiando. La loro posizione diventa contraddittoria: spesso sono ancora fondamentali, soprattutto nelle regioni dove l’AIDS è endemico e genera orfani che allevano, tuttavia hanno perso lo status di guide morali.

Sebbene rimangono informatori privilegiati non sono più considerati al pari di biblioteche viventi. Conseguentemente, vedendo la loro funzione sociale declinare, gli anziani subiscono una crisi di identità. Inoltre, il rapporto intergenerazionale è ambiguo: da una parte c’è il rispetto per ciò che gli anziani dicono, altro è quello che i giovani fanno in arene politiche e scenari economici in continua trasformazione. L’uscita dal mondo produttivo non implica una perdita di status ma comporta una progressiva marginalizzazione che non è corretta da adeguate misure statali. Queste prime criticità si uniscono alla mancata preparazione della società alle specifiche necessità imposte dalla senilità. Molti sono coloro che hanno bisogno di una pensione e di assistenza sanitaria. Tali misure si rivelano di difficile attuazione in alcuni casi. Infatti, provvedimenti per noi abituali (es. mettere i propri parenti in una casa di riposo) sono ritenuti offensivi per la mentalità tradizionale.

Il 31 gennaio 2016 la Conferenza dell’Unione Africana ha adottato un Protocollo opzionale alla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli volto alla promozione e alla tutela dei diritti delle persone anziane. Queste ultime, nonostante producano il 75% del cibo consumato dal continente, subiscono sempre più discriminazioni incluse, ad esempio, accuse (soprattutto per quanto riguarda le donne) di stregoneria. Non basta agire solo a livello economico: urge reinventare una stagione della vita che contempli l’insieme dei cambiamenti in atto. La mentalità africana deve riformulare il valore attribuito alla vecchiaia.

Ombre cinesi sull’Africa

di Francesco Marinoni

Fra tutti i continenti, l’Africa nella storia recente è stato probabilmente quello che più ha vissuto lo sfruttamento delle risorse e l’influenza delle grandi potenze mondiali. Questo meccanismo non si è infatti sicuramente fermato con la decolonizzazione, assumendo forme diverse nel corso degli anni e protraendosi anche fino ai giorni nostri.

Per fare un esempio tutto italiano basta fare una ricerca sulle attività di ENI in alcuni Stati, fra cui spiccano due grandi scandali. Il primo riguarda l’assegnazione di un’area marittima nelle acque territoriali nigeriane per l’esplorazione alla ricerca di combustibile fossile, in cui sono coinvolti tutti i piani alti della dirigenza: le indagini hanno dimostrato come il diritto di sfruttamento sia stato concesso tramite il pagamento di una tangente da un miliardo di dollari all’ex ministro del petrolio Etete e ad alcuni intermediari, bypassando completamente il governo nigeriano.[1] Il secondo, raccontato lo scorso anno su L’Espresso, è incentrato sull’acquisizione a prezzo stracciato di una grossa riserva di gas naturale in Congo, con la complicità di Aogc, una società-satellite utilizzata da politici e imprenditori per intascare denaro e acquistare beni di lusso (in un Paese in cui metà della popolazione vive con un euro al giorno)[2]. Se a questo si aggiungono le numerose accuse mosse da alcune ONG di inquinare i territori circostanti le piattaforme e di assoldare milizie a protezione degli impianti[3], il quadro generale non è esattamente dei migliori, per quella che il Presidente Conte ha di recente definito «[un’azienda] che sta contribuendo ad affermare nel mondo l’eccellenza italiana in campo energetico, con attenzione particolare a tutti i processi che riducono la componente carbonica.»[4] Forse è il caso di rivedere l’idea di eccellenza che il nostro Paese vuole esportare all’estero.

Ma se gli interessi occidentali in Africa non sono certo un mistero, in tempi più recenti bisogna registrare la presenza di un nuovo ingombrante interlocutore che si interessa delle sorti del continente nero: la Cina di Xi Jinping ha infatti annunciato lo stanziamento di 60 miliardi di dollari di investimenti, a seguito del 7° Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC 2018), svoltosi nei primi giorni di settembre dello scorso anno. Considerando che la stessa cifra era stata annunciata (ed elargita) nei tre anni precedenti, è chiaro che le mire cinesi sull’Africa sono sempre più concrete, ma le modalità con cui questo approccio è stato portato avanti si differenziano da quelle tipiche delle potenze europee e dagli Stati Uniti. Se da un lato infatti lo sfruttamento delle risorse è rimasto una costante, l’offerta messa sul piatto dalla Cina è decisamente innovativa, ed è stata accolta con favore dalla maggior parte delle nazioni africane. Anziché limitarsi ai cosiddetti “aiuti umanitari”, il piano di investimenti va molto oltre, con l’obiettivo ambizioso di dotare il continente delle infrastrutture di vitale importanza che sono uno dei più grossi freni al suo sviluppo. 

I motivi principali dell’interesse cinese sono la grande disponibilità di materie prime, necessarie alla crescita della nazione, l’allargamento del mercato di esportazione, che permette di contrastare la sovrapproduzione di merci, e l’acquisizione di un peso internazionale importante a livello geopolitico, andando a soppiantare progressivamente le potenze che negli scorsi secoli si erano alimentate anche e soprattutto grazie alle colonie.

Inoltre, «tutto il continente africano è incluso nel grande progetto di infrastrutture cinesi chiamato “nuova via della seta”. I cinesi hanno costruito la ferrovia che collega la capitale etiope Addis Abeba al porto di Gibuti, che sostituisce – e il simbolismo è forte – la precedente linea ferroviaria costruita dai francesi all’inizio del novecento. A Gibuti, un’ex colonia francese, c’è anche la prima base militare costruita dalla Cina fuori dal suo territorio nazionale.»[5] Il rapporto che si è venuto a creare è quindi vantaggioso per entrambe le parti e sta progressivamente riducendo l’influenza dei competitors storici, ovvero i Paesi occidentali, che tendono a vedere l’Africa più come un problema che come una risorsa. Esempio emblematico sono le parole di Trump, che ha definito «Paesi di merda» le nazioni da cui provengono la maggior parte dei flussi migratori.[6]

Naturalmente esiste anche un retro della medaglia: gli investimenti cinesi hanno determinato un indebitamento sempre maggiore degli Stati (il 14 % del debito dei paesi subsahariani è nei confronti delle banche cinesi), il che porta inevitabilmente a una sudditanza nei confronti del Paese creditore. Nonostante il presidente Xi Jinping abbia più volte dichiarato che gli investimenti non porteranno con sé interferenze nella politica nazionale, è chiaro che il ruolo della Cina come paese guida diventa sempre più importante per i leader africani.

Del resto, lo stesso presidente ha dichiarato: «Il mondo è sull’orlo di cambiamenti radicali. Vediamo come l’Unione europea stia gradualmente collassando e come stia rovinando l’economia americana. Tutto ciò porterà, nel giro di una decina d’anni, a un nuovo ordine mondiale, la cui chiave di volta sarà costituita dall’alleanza tra Repubblica Popolare Cinese e Russia».[7] Che questo nuovo ordine mondiale stia prendendo forma proprio in Africa?


[1] L’inchiesta è stata documentata dettagliatamente dal giornalista Luca Chianca di Report ed è citata in un articolo di Armando D’Amaro su Lo Spiegone.

[2] Ne parlano Paolo Biondani e Stefano Vergine su L’Espresso.

[3] Come si legge in un’intervista di Popoli a Elena Gerebizza, ricercatrice della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale.

[4] Dichiarazione riportata in un articolo di Michele Arnese su Start Magazine.

[5] Citazione da un articolo di Pierre Haski pubblicato su France Inter e tradotto da Internazionale.

[6] Dichiarazione di Trump in presenza di alcuni parlamentari durante un incontro sul tema dell’immigrazione.

[7] La dichiarazione è riportata in un articolo di Fabrizio Poggi su Contropiano.

Pasti opprimenti

di Marta Naldi

Latte di cammello, couscous ipercalorici, miglio pestato e acqua, latte di cammello, mollica inzuppata d’olio d’oliva, fichi, couscous, latte di mucca, carne di capra, miele, di nuovo latte di cammello, datteri. Un flusso interminabile spinto a forza, minuto dopo minuto, nella bocca di giovanissime mauritane per tre mesi, senza tregua. Rimpinzate, ancora e ancora. La pratica prevede la reclusione durante il periodo estivo in centri appositi dove donne anziane ingozzano future spose bambine. Una volta uscite dalle infernali “fattorie dell’ingrasso”, i corpi originariamente proporzionati sono irrimediabilmente deformati.

Questa brutale “cura” viene attuata per il bene delle amate figliole, per assicurar loro un buon matrimonio. «Una donna occupa nel cuore del marito il posto che occupa nel letto». Le famiglie vogliono evitare lo stigma sociale di avere una ragazza magra in casa. L’obesità, infatti, resta emblema di prestigio e di bellezza. Tale visione è stata ereditata dalle antiche tribù che abitavano il paese: le donne degli uomini più ricchi non si spostavano mai dalla propria tenda, passando il loro tempo a mangiare.

Secondo i dettami della tradizione le dimensioni della donna ne determinano il fascino nonché la fertilità. Quello che di solito è taciuto è il metodo violento attraverso il quale il traguardo è raggiunto. Non solo sacrifici emotivi come la rinuncia alla autodeterminazione ma addirittura la compromissione della salute. Tra i 60 e i 100 chili, le donne sottoposte alleblouh (nutrizione forzata) diventano spesso vittime di ipertensione, diabete e disturbi cardiaci.

Ma c’è qualcosa di ancor più inquietante: come risultato di questa esperienza straniante e di totale spossessamento di sé si rivoluziona l’autoimmagine: adolescenti prima curiose e avide di vita si percepiscono come recipienti passivi in grado di accettare apaticamente non solo cibo ma anche convenzioni. Piegate dal trauma, una volta madri non esiteranno ad infliggere alle figlie acriticamente quello che hanno patito, perpetuando la catena.

I maggiori contatti con le altre culture avevano limitato queste pratiche. La diffusione di immagini di corpi tonici e sani mediante i nuovi mezzi di comunicazione, la presa di coscienza dell’esistenza di altri modelli di femminilità attraverso l’incontro con visioni del mondo alternative avevano fatto vacillare i canoni estetici tradizionali. Tuttavia, un crollo del turismo causato dagli attentati terroristici e l’imposizione da parte del governo (al potere dal 2008) hanno provocato un’inversione di tendenza.

Nelle società tradizionaliste il ruolo sociale della donna è fortemente legato alla procreazione e viene caratterizzato dalla relazione: l’identità è modellata sulla base della funzione assunta (moglie, madre, sorella, ecc.). Mentre le identità maschili sono determinate dalle loro scelte, quelle femminili si plasmano in base al desiderio maschile cristallizzato in canoni culturali. L’accettazione di sé nelle donne passa tramite lo sguardo dell’Altro. Di fronte a questa pressione sociale e psicologica esse oscillano tra due comportamenti antitetici: o accettano tale condizione riuscendo, nei casi fortunati, a ricavarsi uno spazio di espressione personale o si troveranno, di volta in volta, in balia delle mutevoli imposizioni collettive.

Bombardata da aspettative non sue, soltanto la disponibilità di una pluralità di modelli con cui dialogare potrà restituire all’adolescente quanto vi è di più tipicamente umano: la possibilità di scelta.

Je suis Nigeria

di Francesco Marinoni

Quando si parla di terrorismo islamico il nostro pensiero va subito, inevitabilmente, ai tanti attacchi che l’Europa, in particolare la Francia, ha sofferto negli ultimi anni. La crescente paura è stata alimentata anche da molte forze politiche, che indicano l’ISIS come minaccia da combattere. Tuttavia, come spesso accade, ci si limita quasi sempre a considerare solo ciò che accade vicino a noi, dimenticando o facendo finta di non vedere che il terrorismo colpisce anzitutto nel Medio Oriente, dove il califfato è impegnato in una vera e propria guerra, ma anche in altre parti del mondo, attraverso organizzazioni di cui quasi nessuno parla.

È il caso di Boko Haram (che può essere tradotto letteralmente con “l’educazione occidentale è peccato”), un’organizzazione islamica attiva soprattutto in Nigeria e fondata nel 2002. Ispirata inizialmente da ideali più antigovernativi che religiosi, nel tempo si è trasformata in una delle organizzazioni terroristiche più pericolose del mondo, rendendosi protagonista di omicidi e violenze soprattutto nel nord del paese. La svolta si ebbe nel 2009 quando, al leader fondatore Mohammed Yusuf ucciso durante una protesta, succedette Abubakar Shekau, che ha portato avanti una linea di azione più violenta e radicalizzata. L’episodio più eclatante, che ha portato Boko Haram all’attenzione dei media internazionali, fu il rapimento di 200 studentesse nel 2014, ma da allora le attività del gruppo non si sono certo interrotte. L’obiettivo dichiarato è colpire persone di fede cristiana o ebraica, come accaduto alla giovanissima Leah Sharibu, ancora nelle mani dei terroristi per essersi rifiutata di convertirsi all’Islam.

I tentativi del governo nigeriano di arginare l’espansione del movimento, seppure confinandolo e indebolendolo, non sono ancora riusciti a far cessare le azioni e attualmente Boko Haram lavora ancora in stretto contatto con i guerriglieri mediorientali, cercando di imporre il proprio controllo su alcune regioni del Paese. L’associazione si finanzia principalmente tramite donazioni dei contribuenti alla causa, tassazioni imposte sui villaggi controllati e contrabbando di merci di vario genere, fra cui anche armi e droghe. Fa leva sulla povertà delle regioni a maggioranza islamica della Nigeria, dove riesce ancora a reclutare seguaci, anche perché la violenza viene spesso perpetrata anche dalle forze militari e di polizia.

Il quadro risultante è quindi di profonda instabilità: 2.6 milioni di sfollati dal 2013, decine di migliaia di morti, 7 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria e moltissime ragazze rapite e vendute attraverso i canali della prostituzione, anche in Europa; addirittura anche i bambini vengono utilizzati negli attentati[1]. La frattura interna al movimento fra una fazione più dura e una più incline alla mediazione non ha fatto che peggiorare le cose, generando ulteriore violenza dallo scontro fra i due gruppi. Nonostante per il governo Boko Haram sia praticamente sconfitto, sulla pelle dei civili le conseguenze si fanno ancora tristemente sentire e non danno segno di smettere. La dura repressione militare, effettuata anche tramite milizie internazionali, stenta a raggiungere i risultati sperati e la definitiva eliminazione della minaccia anche perché, nonostante i crimini di cui si macchia quotidianamente, l’organizzazione non cessa di reclutare nuove leve.

Insomma, Boko Haram è ben lontano dallo scomparire e, nonostante la Nigeria sia il paese più economicamente sviluppato dell’Africa, il 70 % della popolazione vive ancora in condizioni di povertà estrema, spingendo moltissimi a migrare nella speranza di una vita migliore. Sarebbe bello ricordare anche, quando piangiamo le vittime europee dell’Islam radicale, tutti coloro che, lontano dai riflettori, subiscono giorno dopo giorno lo stesso dolore e la stessa violenza, cercando, per una volta, di andare oltre l’ipocrisia che troppo spesso contraddistingue il mondo occidentale.


[1] Dati raccolti da UNOCHA.

I don’t regret what I studied

di Ernesto Martellaro

«Mi comportavo bene, io», racconta Alì, sorridendo. «C’era sempre la paura di essere messi in punizione, il che significava prenderle, e quindi è logico che qualche volta non avessi voglia di andare a scuola, o anche alla scuola islamica, dove capitava di prenderle ugualmente», continua ridendo.

Il giovane Alì Ibrahim ha accettato con piacere di raccontare ad Altro un po’ di storie sul suo percorso di formazione, come studente e come uomo, svoltosi nella città di Kumasi, nel cuore del Ghana, dove è nato e ha studiato fino a laurearsi.

Rompe il ghiaccio fornendo un po’ di dettagli sul sistema dell’istruzione ghanese, descrivendone accuratamente ogni tappa, ma appare subito evidente una forte somiglianza con l’organizzazione scolastica inglese, o comunque “occidentale”, che in molti conosciamo. Appellativi quali junior high school o primary school sono rimasti nel linguaggio comune degli studenti ghanesi, nonostante sia ormai terminato il lungo periodo coloniale britannico che ha avuto una pesante influenza sulle istituzioni, scolastiche e non, di molti Paesi africani.

Ciò che invece appare davvero interessante, in questo excursus che Alì fa sulla sua istruzione, è l’utilizzo delle lingue, questione a cui il ragazzo sembra dare scarsa importanza. «In famiglia parliamo l’Hausa», spiega, «che a scuola non si studia, anzi non è neanche consentito usarlo e rischi di essere messo in punizione se lo usi. Addirittura sulle pareti della scuola trovi dei cartelli che recitano: “No vernacular languages! Only English!” (Vietate le lingue dialettali! Solo l’Inglese è consentito!)». Stando a quanto dice, però, alcune di queste lingue cosiddette “vernacolari” sono incluse nei programmi di studio, per il loro valore storico-culturale, ma il loro uso rimane comunque proibito al di fuori della classe. Tutto a vantaggio dell’imperante Inglese. «Ma c’è un dettaglio divertente», aggiunge: «mi capitava di sentire gli insegnanti parlare tra loro tranquillamente in Twi, altra lingua locale, e qualche volta se lo facevano scappare anche con gli studenti, ma in modo molto informale». Dunque per uno studente medio di Kumasi è normale conoscere (al termine delle elementari) la propria lingua madre, almeno uno o due idiomi locali e ovviamente la lingua inglese. «E poi alla junior high school ho cominciato a studiare il Francese», rincara la dose. E a completare il quadro delle lingue conosciute e parlate da Alì si aggiunge l’arabo, che tuttavia non ha appreso né in famiglia né a scuola, o meglio, non alla scuola pubblica. «Si comincia imparando l’alfabeto arabo, poi qualche parola, qualche frase, un po’ di comunicazione e una volta pronti ci fanno iniziare la lettura del Corano», spiega riferendosi alla scuola islamica, dove si è recato ogni settimana fin dai tempi dell’asilo. «Inizialmente ci andavo solo il sabato e la domenica, poi ho cominciato a frequentarla tutti i giorni, al pomeriggio intendo: dopo le lezioni della scuola “laica” non andavo a casa ma alla scuola islamica. Restavo lì per un paio d’ore, a volte fino alle 6 del pomeriggio, e la seguivo davvero tanto». Lascia intendere di aver preferito il tempo trascorso in questa scuola piuttosto che in quella statale, ma poi sembra tornare sui suoi passi. «Qualche volta, in realtà, neanche la scuola islamica era piacevole. Un problema che avevo era quello di dover essere sempre punito se facevo qualcosa di sbagliato, e significava prendere le botte. Anche se commettevo solo un piccolo errore o ero distratto venivo punito. E questo a volte mi preoccupava un po’. Ma a parte quello ho apprezzato davvero tutto».

Attualmente Alì vive a Bergamo, dove frequenta un Master a completamento dei suoi studi universitari. La lingua italiana, sorprendentemente, non l’ha ancora inclusa nel suo repertorio e si serve quindi della lingua inglese, come è avvenuto anche per questa intervista.

«Non mi pento di quello che ho studiato», conclude, «ma ho sempre la sensazione di poter fare qualcosa di più, qualcosa a completamento di ciò che ho imparato. Io mi sono occupato di arte e continuo a farlo, avrei solo voluto esplorare più in profondità alcuni campi come la moda e il design, se ne avessi avuto occasione. Ma in effetti, a pensarci, sono ancora in tempo per farlo!»

Il dramma dimenticato del Sud Sudan

di Sara Bartoleni

Il travagliato percorso per l’indipendenza del Sud Sudan dal governo centrale dello Stato affonda le proprie radici nella metà dello scorso secolo: tra il 1955 e il 1972 il territorio è devastato dalla prima guerra civile, espressione della maggiore autonomia regionale rivendicata da una minoranza di separatisti meridionali. Tale conflitto è noto anche come “la ribellione di Anyanya” o “Anyanya I” (letteralmente “veleno di serpente”), nome dell’armata indipendentista protagonista dello scontro armato. Nel 1972 però, nonostante un tentativo di accordo, le tensioni non si quietano del tutto; la seconda guerra civile, fra 1983 e 2005, si delinea infatti come una prosecuzione della precedente e arriva a diffondersi sulle montagne di Nuba e del Nilo Azzurro al termine degli anni ottanta. 

Il Comprehensive Peace Agreement, secondo accordo di pace, è sancito il 9 gennaio 2005: stabilisce la fine dell’ostilità tra le fazioni del nord e del sud del Paese, attraverso la convocazione di un referendum sulla separazione del secondo entro sei anni dalla firma del trattato; l’eventuale proposta di autonomia prevede poi la costituzione di uno Stato sovrano nell’area in sei mesi. La nuova Repubblica del Sud Sudan nasce così nel 2011, anche grazie alle ingenti risorse petrolifere in grado di sostenere la sua giovane economia. I due principali leader del Paese, il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar, non tardano però ad insorgere per l’ennesima volta, contendendosi il controllo del Governo e del loro partito, chiamato Movimento per la liberazione del popolo sudanese. Il vicepresidente è costretto ad allontanarsi per evitare di essere freddato ed una parte dell’esercito lo appoggia: dopo una prima fase della guerra, durata trenta mesi, e numerose sollecitazioni della Comunità Internazionale, nell’agosto 2015 viene costituito un governo di transizione. La svolta si ha nell’aprile dell’anno successivo, quando Machar rinnova la propria carica: lui e Kiir non riescono però nell’intento di convivere pacificamente nella capitale e portano la situazione a livelli estremi, con la riapertura del conflitto. Le forze fedeli al presidente sono numericamente inferiori e non dispongono della stessa potenza di fuoco rispetto a quelle del campo avversario, ma acquistano elicotteri e reclutano miliziani. 

Nell’aprile 2018 quindici persone operanti nel settore petrolifero in Sud Sudan sono sanzionate dal Dipartimento del Commercio di Washington; la mossa è mirata alla riduzione delle entrate provenienti dal petrolio, poi investite nell’acquisto di armi e del finanziamento di milizie. Altre minacce di sanzioni per il Sud Sudan giungono poi dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahamat, il quale dichiara di essere pronto a ad applicare severe misure nei confronti dei leader intenti a far deragliare il processo verso la pace. L’organo temporeggia però sull’istituzione di una Corte che giudichi le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra commessi durante i più di quattro anni di conflitto. La replica del governo sud sudanese non tarda ad arrivare: il portavoce del ministero degli Esterni, Makol, afferma che minacciare restrizioni non porta alla risoluzione del conflitto, in quanto è necessario incoraggiare l’intervento dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo e dei membri della Comunità Internazionale.  

Contenere l’insurrezione popolare sembra impossibile: l’8 luglio si spara nuovamente a Juba, nella capitale del Sud Sudan, e si può solo stimare il bilancio delle vittime: fonti locali parlano di più di trecento morti. 

Neanche la missione ONU va a buon fine: concepita inizialmente per assistere il territorio nel “consolidamento della pace”, con oltre dodicimila caschi blu, non riesce a fermare l’escalation di violenza, sebbene questa fosse annunciata da numerosi osservatori. 

Tentando di rafforzare le restrizioni contro la diffusione di armi e servizi difensivi, gli USA hanno chiesto il divieto della vendita anche da parte dei Paesi confinanti; l’amministrazione Trump spera di poter contare sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per imporre un blocco che coinvolga tutta la Comunità Internazionale, come proposto già dall’ex presidente Obama.  

Si tratta di una guerra combattuta nel silenzio, della quale si parla troppo poco e in cui, ancora una volta, quelli che ne devono sopportare più faticosamente le conseguenze sono i civili. La popolazione è allo stremo, ha contato più di 1400 vittime nel solo 2011, oltre ad innumerevoli casi di violenza e abuso tra il 2013 e il 2015. Al momento due milioni e mezzo di persone del Sud Sudan sono rifugiate nei sei Paesi limitrofi: una cifra impressionante, se si considera che equivale ad un terzo dell’intera popolazione della regione. 

Mugabe: l’ultimo re d’Africa

di Francesco Marinoni

La democrazia, per noi europei, è ormai considerata praticamente da tutti come la migliore forma di governo. Da molti anni infatti nei principali paesi si svolgono regolarmente le elezioni, vissute come un’abitudine piuttosto assodata. È anche vero, tuttavia, che la democrazia ha più volte in passato mostrato i propri limiti e alcuni suoi tristi risultati si riscontrano anche oggi, in parti del mondo poco conosciute dall’Occidente.

È il caso, per esempio, di Robert Mugabe, che può essere definito a tutti gli effetti un “dittatore democratico”: ha infatti amministrato senza interruzione il suo paese, lo Zimbabwe, dal 1987 al 2017, anno in cui si è dimesso dalla carica di presidente in seguito a un colpo di stato militare. Prima del 1987 è stato anche primo ministro per 7 anni, avendo vinto le prime elezioni tenute in Zimbabwe nel 1980. Una democrazia giovane, acerba e soprattutto ereditaria di anni di colonialismo sfrenato: in uno scenario come questo si spiega come una personalità forte come Mugabe abbia, almeno in un primo momento, conquistato i favori del popolo. Aveva infatti combattuto in prima persona contro l’occupazione inglese e poi partecipato ai negoziati che avevano portato all’indipendenza del paese. Tuttavia con il passare degli anni il suo potere ha continuato ad accrescersi fino ad assumere i connotati di una vera e propria dittatura: sfruttando l’impossibilità degli avversari di fronteggiarlo e manipolando le elezioni, Mugabe si è autoproclamato di fatto padrone incontrastato della nazione.

Le ultime notizie dallo Zimbabwe raccontano di una grossa difficoltà del paese a superare gli ultimi 30 anni: alle ultime elezioni, svoltesi il 30 luglio, è stato eletto presidente Emmerson Mnangagwa, che ha corso contro ben 21 avversari tra cui Nelson Chamisa, che ha denunciato brogli e rivendicato la vittoria. A distanza di un mese lo Zimbabwe è ancora senza un presidente e rimane sotto il controllo militare, che ha già causato episodi di violenza nei confronti della popolazione. A differenza di altri casi in passato, i sospetti sul regolare svolgimento delle elezioni sono stati espressi anche da alcuni paesi occidentali che vigilano sugli sviluppi di questa vicenda.

Quel che è certo è che la democrazia ha ancora molta strada da fare, in Zimbabwe come in tanti altri paesi. Pur essendo chiaro che si tratti della forma di governo a cui tutte le nazioni dovrebbero aspirare essa mostra, soprattutto in realtà economiche e sociali difficili, come sia in costante pericolo. Non a caso fu una democrazia di un paese in crisi, la Repubblica di Weimar, ad eleggere cancelliere Adolf Hitler nel 1933. Se in passato i governi autoritari non avevano alcuna base fondante se non la dinastia o la “divina concessione”, le moderne dittature infettano come dei veri e propri virus i sistemi democratici, distruggendoli dall’interno. E quando il potere è in mano a una sola persona ed è legittimato da un’elezione diventa molto più pericoloso. Molti dei paesi sotto-sviluppati, che non hanno lunghe tradizioni democratiche, non sono attrezzati per contenere e impedire i fenomeni di accentramento del potere e tendono perciò quasi inevitabilmente a ricadere in forme più o meno velate di dittatura.

Ma il vero dramma è che, anche quando il tiranno viene deposto, molti paesi cadono in uno stato di caos e instabilità, che spesso sfocia in altri regimi autoritari o in guerre civili. Per non allontanarsi troppo dall’Italia basta pensare alla Libia, che ancora oggi è divisa in regioni amministrate dai diversi leader delle fazioni formatesi nel periodo post-Gheddafi, in guerra fra loro. Una situazione molto simile allo scenario attuale e futuro dello Zimbabwe.

È chiaro quindi che ciò che è stato fatto fino ad ora in termini di “esportazione della democrazia” non ha prodotto i risultati sperati e, in alcuni casi, ha addirittura peggiorato la situazione precedente. Perché una democrazia riesca a nascere e prosperare essa deve poggiare su basi solide, o finisce per crollare sulle sue stesse fondamenta. Non è sufficiente quindi eliminare il dittatore di turno e sperare che le situazioni si sistemino da sé, ancora più sbagliato se si considera che spesso questi colpi di stato organizzati dai paesi occidentali hanno lo scopo principale di appropriarsi delle risorse. Bisognerebbe innanzitutto che l’Occidente si facesse un grande, enorme esame di coscienza ed iniziasse davvero a pensare ai paesi dell’Africa e non solo al di fuori dell’ottica dello sfruttamento, che anche dalla fine del colonialismo non ha mai cessato di esistere. Una democrazia salda non si può e non si potrà mai basare su un popolo che vive in povertà e che non ha gli strumenti per servirsene.

Lo Zimbabwe è solo uno dei tanti esempi. Può essere l’occasione per riflettere di più su questo tema e iniziare davvero a costruire un futuro migliore per tutti?